Medico a Nicomedia convertito da Ermolao, Pantaleone opera numerosi miracoli prima di essere denunciato all'imperatore Massimiano. Dopo essere sopravvissuto a molteplici supplizi grazie all'intervento divino, viene decapitato, e dalle sue ferite sgorga latte. Il suo nome fu cambiato in Pantaleone (il misericordioso) da una voce celeste.
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SAN PANTALEONE, MEDICO,
MARTIRE A NICOMEDIA, IN BITINIA.
Conversione e primo miracolo
Pantaleone, istruito dal sacerdote Ermolao, si converte dopo aver resuscitato un bambino morso da una vipera nel nome di Gesù Cristo.
Questo saggio vecchio si servì vantaggiosamente di questa risposta per risvegliare in lui le prime scintille di cristianesimo che sua madre vi aveva acceso. Gli disse «che Esculapio, Ippocrate e Galeno davano in verità dei segreti per guarire i mali del corpo e per mantenere, per un po' di tempo, la salute e la vita che bisogna necessariamente perdere; ma che Gesù Cristo era un medico molto più eccellente, poiché guariva le malattie del corpo e dell'anima, che donava una vita eterna, e che i suoi servitori, per sua virtù, avevano persino il potere di guarire mali che mettevano tutti i medici alla disperazione: come illuminare i ciechi, rendere l'udito ai sordi e la parola ai muti, raddrizzare gli zoppi e resuscitare i morti».
Queste parole avendo conquistato il cuore di Pantaleone, egli non si separò da Er molao se Pantaléon Medico martire di Nicomedia, uno dei quattordici santi ausiliatori. non con l'intento di tornare Hermolaüs Sacerdote cristiano e catechista di San Pantaleone. a vederlo. Lo fece spesso, e le sue conferenze gli furono così utili che si sentì infine infiammato dallo stesso fuoco di cui il suo beato catechista era colmo. Ma ciò che lo determinò interamente a rinunciare all'idolatria per abbracciare la religione cristiana, fu un grande miracolo che egli stesso operò per l'invocazione del nome di Gesù Cristo.
Un giorno che passeggiava in campagna riflettendo sul cambiamento che voleva fare, incontrò sul suo cammino un bambino morto, e una vipera accanto a lui; credette dapprima che fosse stato il morso velenoso di quell'animale ad avvelenarlo; ma credendo che la divina Provvidenza gli offrisse questa occasione per provare la potenza sovrana di Gesù Cristo, di cui il santo sacerdote gli diceva tante meraviglie, ebbe l'audacia di dire al bambino: «Morto, alzati, nel nome di Gesù Cristo»; poi disse alla vipera: «E tu, bestia malvagia, ricevi il male che hai fatto».
Nello stesso istante, il bambino resuscitò e la vipera morì. A questo prodigio, non esitò più a farsi cristiano; corse dunque immediatamente verso Ermolao, gli raccontò ciò che era appena accaduto e lo supplicò di dargli il santo battesimo: cosa che il santo sacerdote gli accordò di buon cuore.
Conversione del padre Eustorgio
Pantalone conduce gradualmente suo padre Eustorgio alla fede cristiana guarendo miracolosamente un cieco, il che porta alla distruzione degli idoli di famiglia.
Pantalone rimase sette giorni presso il buon vecchio, nutrendo la sua anima e il suo cuore con l'abbondanza della parola di vita che ne riceveva. Così si preparava, fortificandosi egli stesso nel vero spirito del cristianesimo, a diventare uno strumento di salvezza per un gran numero di persone. L'ottavo giorno, tornò da suo padre, che gli disse: «Dove sei stato, figlio mio, durante questi ultimi giorni? La tua assenza mi ha causato una grande inquietudine. Ti sarebbe forse accaduto ciò che è?»
Pantalone rispose: «Eravamo andati, il mio maestro ed io, da uno dei cortigiani dell'imperatore che, essendo molto gravemente malato, aveva bisogno di cure continue. Vi siamo dunque rimasti sette giorni interi, senza voler andar via finché non avesse recuperato una salute perfetta».
Disse questo, non per spirito di menzogna, ma per esprimere misteriosamente ciò che era accaduto, agendo così con una prudenza molto giudiziosa, e non per alcuna cattiva intenzione.
Il giorno seguente, quando Pantalone tornò dal suo maestro Eufrosino, fu interrogato anche da lui, e rispose con una simile scusa: «Mio padre», disse, «avendo comprato una terra, mi ha ordinato di prendermene cura. Ho dovuto dunque recarmici e non tornare prima di averla esaminata a sufficienza, e distribuito il lavoro a coloro che devono coltivarla; poiché è un bene di così gran prezzo, che nessun altro gli è paragonabile».
Diceva questo per designare in termini coperti l'inapprezzabile grazia del santo battesimo. Metteva anche la massima cura nel non omettere nulla di ciò che poteva trarre suo padre dall'errore funesto in cui era immerso. Volendo guadagnarlo alla vera religione, e dare la vita della grazia a colui dal quale aveva ricevuto la vita temporale, non cessava di attaccarlo ogni giorno abilmente da qualche parte, e di porgli domande alle quali gli fosse difficile rispondere, al fine di indebolire a poco a poco nel suo spirito la credenza nei falsi dei.
«Perché», gli diceva, «o padre mio, alcuni dei vostri dei sono sempre in piedi senza mai pensare di sedersi? Perché gli altri sono sempre seduti senza mai alzarsi?» Suo padre non sapeva come rispondere, e l'idea che aveva del potere dei suoi dei diminuiva di giorno in giorno. Pantalone ringraziava Cristo nel profondo della sua anima, vedendo che il cuore di suo padre era, se non ancora interamente conquistato, almeno già diviso, tanto che da allora non offriva più sacrifici così frequenti né così magnifici come faceva in precedenza.
Pantalone aveva avuto dapprima il pensiero di rompere e annientare gli idoli di suo padre; poiché ce n'erano molti nella sua casa. Non lo fece tuttavia, perché aveva molto a cuore di non fare nulla di irrispettoso verso suo padre, e anche perché si diceva: «Con la persuasione e la dolcezza, lo condurrò più facilmente alla fede di Cristo, e allora di concerto romperemo entrambi questi vani simulacri».
A causa di ciò, il nostro Dio, che ha comandato di onorare i genitori, vedendo i pii disegni di questo eccellente giovane, gli diede un'occasione favorevole per eseguirli. Poiché quando Pantalone era ancora occupato a cercare nel suo spirito i mezzi per guadagnare suo padre, alcuni uomini condussero alla sua dimora un cieco che guidavano per mano. Bussarono alla porta, chiedendo se il medico Pantalone fosse lì. Risposero affermativamente, ed essi lo attesero. Il nostro Santo, essendo stato avvertito, prese con sé suo padre, andò da loro, e quando fu vicino al cieco, gli chiese cosa volesse. Il malato rispose: «Sono privato della luce, che è per tutti gli uomini il bene più dolce. Abbi pietà dei miei mali; fa' che io non viva più così solo a metà, ma che io veda il sole, che io veda il cielo; nell'infermità che mi affligge, sono come un uomo immerso nel fondo delle ombre dell'inferno. Ho speso tutto il mio bene per farmi curare dai medici; non ne ho guadagnato altro che rovinarmi completamente, e perdere la debole luce che mi restava ancora».
— «Ebbene», rispose Pantalone, «se ti faccio recuperare la vista, cosa mi darai?»
«Il poco che mi resta», rispose lo sventurato cieco, «lo darò volentieri e di gran cuore, in ricompensa di un tale beneficio».
Pantalone rispose: «Il Padre delle luci ti renderà per mio ministero la vista che desideri; quanto al denaro che mi hai promesso, lo darai ai poveri».
Il senatore, udendo queste parole, lo interruppe dicendogli: «Non intraprendere questo, o mio caro figlio; poiché diventeresti, anche tu, oggetto di scherno. Potrai dunque fare più degli altri medici ai quali si è già rivolto?»
Pantalone rispose: «Nessuno finora ha saputo trattare quest'uomo come io sto per trattarlo. C'è una grande differenza tra gli altri medici e il maestro che mi ha dato le sue lezioni».
Suo padre, credendo che intendesse parlare di Eufrosino, gli disse: «So che il tuo maestro stesso gli ha prestato cure senza poter arrivare a guarirlo».
Pantalone riprese: «Aspetta solo un istante, o padre mio, e vedrai cosa accadrà».
A queste parole, toccò gli occhi del cieco, e invocò con una fervente preghiera il santo nome di Cristo. Gli occhi del cieco furono improvvisamente aperti; e questo miracolo, dissipando le tenebre dell'empietà che riempivano l'anima di Eustorgio, lo obbligò a confessare la vera fede. Anche il cieco ricevette un doppio beneficio; poiché, essendo adoratore degli idoli, gli occhi della sua anima non erano meno c hiusi di Eustorge Vescovo di Limoges che procedette alla traslazione delle reliquie nel 1130. quelli del suo corpo. Entrambi credettero; e, essendo stati giudicati degni del santo battesimo, furono ammessi al numero dei fedeli. Eustorgio non si limitò a questo: da degno padre del grande Pantalone, sentì che doveva distruggere gli idoli che riempivano la sua casa. Li ruppe, e li fece seppellire in una fossa, affinché fossero per sempre immersi nell'oblio che meritavano.
Ministero medico e denuncia
Divenuto erede, Pantaleone distribuisce i suoi beni ai poveri e cura gratuitamente, attirandosi la gelosia degli altri medici che lo denunciano all'imperatore Massimiano.
Non si può esprimere la gioia che provò questo buon figlio nel vedere suo padre nelle vie del santo eterno; ne rese mille lodi a Dio come autore di un così grande bene, e si infiammò sempre più del desiderio di piacergli e di fare qualcosa di straordinario per il suo servizio. La morte di suo padre, che avvenne poco tempo dopo e che Dio inviò a questo buon vecchio per metterlo fuori dal pericolo di perdere la grazia ricevuta nel battesimo, gliene fornì una bella occasione. Vedendosi erede di tutti i suoi beni e nel potere di disporne, affrancò i suoi schiavi e diede loro di che farsi un onesto stabilimento nel mondo; vendette una parte dei suoi fondi e ne distribuì il denaro ai poveri; si spogliò, in favore delle vedove e degli orfani, dei suoi mobili e dei suoi gioielli; in una parola, se trattenne qualcosa per sé, fu solo per poter continuare le sue elemosine e avere di che sollevare fino alla sua morte ogni sorta di miseri. La sua condizione di medico fece sì che si consacrasse alla visita dei prigionieri e dei malati. Ma, ciò che era ammirevole nella sua condotta, è che rimediava efficacemente a tre sorta di mali: alla povertà, dando abbondantemente a coloro che erano nella necessità di che sollevare la loro miseria; alla malattia, guarendo i mali più disperati, non secondo le regole di Ippocrate e di Galeno, ma per la virtù di Gesù Cristo; ai bisogni dell'anima, convertendo i peccatori e illuminando gli infedeli con le pure luci della religione cristiana. Azioni così eclatanti lo misero presto in tale reputazione che non vi era nessuno a Nicomedia, povero o ricco, che non lo volesse avere come medico, e si veniva da ogni parte a lui come a un uomo che aveva tra le mani la vita e la morte, la salute e la malattia. Ma ciò che doveva conciliargli la benevolenza di tutti eccitò contro di lui l'odio e l'invidia degli altri medici. Temettero che le sue cure ammirevoli li facessero passare per ignoranti e diminuissero il loro guadagno. Così, apprendendo che Pantaleone era in relazioni continue con i cristiani e che coloro che guariva erano o diventavano di quella religione, andarono a denunciarlo come cristiano a Massimiano che era allora a Nicomedia, rimostrandogli che, se non vi avesse posto rimedio, avrebbe visto pr Maximien Imperatore romano associato alle persecuzioni. esto il cristianesimo stabilito e il culto degli dei interamente rovinato. Confermarono ciò che dicevano facendo apparire davanti al principe il cieco che non avevano potuto guarire con i loro rimedi, e che Pantaleone aveva guarito invocando il nome di Gesù Cristo. Massimiano gli chiese come avesse recuperato la vista. Rispose coraggiosamente che ne era debitore a Pantaleone, e che non era affatto per i rimedi, ma per la virtù dell'Onnipotente, che non era altro che Gesù Cristo, che gli era stata resa. «Non dite questo», replicò Massimiano; «ma riconoscete che dovete ai nostri dei un favore così segnalato». — «Ma come può essere», disse il cieco guarito, «che coloro che non vedono e che non hanno né sentimento né vita diano la vista; ciò è fuori da ogni apparenza e persino contro ogni sorta di ragione». Massimiano entrò subito in furore contro di lui e comandò che gli fosse tagliata la testa: ciò che fu eseguito. San Pantaleone, essendone avvertito, comprò il suo corpo e lo fece seppellire accanto a quello di suo padre, considerandoli entrambi come figli che aveva generato alla fede e alla grazia e con i quali aveva un'alleanza tutta santa e tutta divina, che superava all'infinito quella della carne e del sangue.
Confronto con Massimiano
Davanti all'imperatore, Pantaleone prova la superiorità di Cristo guarendo un paralitico laddove i sacerdoti pagani falliscono.
Qualche tempo dopo, l'imperatore fece chiamare Pantaleone, che trattò dapprima con una certa dolcezza, accontentandosi di ricordargli l'amore che nutriva per lui, le bontà che aveva avuto nei suoi confronti, la cura che si era preso di farlo istruire e l'intenzione che aveva avuto di nominarlo suo medico. «Non è credibile, dopo tutto ciò», aggiunse, «che tu sia ingrato verso di me e che ti ribelli contro la giustizia delle mie ordinanze, rifiutando agli dei dell'impero il culto che voglio sia loro reso».
— «Non bisogna nascondervelo, gran principe», disse Pantaleone, «io non adoro più i vostri dei, non li riconosco più come divinità vere: adoro solo Gesù Cristo, mio sovrano Signore, che ha il potere di ridare la vista ai ciechi, l'udito ai sordi, la parola ai muti, il cammino agli zoppi e la vita ai morti. Se i vostri dei avessero questo potere, meriterebbero qualche onore; ma, per mostrare che non lo hanno, e che Gesù Cristo lo possiede veramente, fate apparire qui un malato di cui tutta la medicina dispera; che i vostri sacerdoti invochino Giove, Apollo, Marte e Nettuno, e io invocherò il nome temibile di Gesù Cristo, e si vedrà da chi sarà guarito, affinché quello solo sia riconosciuto come vero Dio».
L'imperatore accettò questa proposta. Si fece chiamare un paralitico che, da lunghissimo tempo, era talmente impedito in tutte le sue membra, che ogni rimedio umano gli era divenuto inutile. Gli idolatri fecero ciò che poterono con le loro preghiere, le loro grida e i loro sacrifici, per ottenere la sua guarigione, ma fu invano. I voti di Pantaleone furono ben più efficaci. Egli levò gli occhi e le mani al cielo e, dopo aver rivolto le sue preghiere al vero Dio, prese il paralitico per mano, lo sollevò dal suo letto, gli comandò di camminare nel nome di Gesù Cristo, e subito il malato si trovò felicemente liberato dal suo male e nel libero uso di tutto il suo corpo.
Questo miracolo ebbe un effetto meraviglioso sullo spirito di tutti gli spettatori. La maggior parte riconobbe la verità e, rialzandosi dalla loro paralisi spirituale, cominciarono ad avere movimenti utili per il cielo. Quanto ai sacerdoti idolatri e ai medici che, per loro colpa, erano fuori condizione di essere guariti, non ricevettero la luce della verità; ma avvicinandosi a Massimiano, eccitarono il suo furore contro il Santo dicendogli: «Se lasci vivere questo empio, i nostri dei e i nostri sacrifici saranno presto annientati: la nostra religione sarà messa al rango delle favole: i cristiani rideranno di noi e i loro affari prospereranno sempre più».
Massimiano prestò facilmente orecchio a questo discorso perfido; fece venire il Santo e, come se avesse voluto testimoniargli la sua benevolenza dandogli un salutare consiglio, gli disse: «Credimi, Pantaleone: sacrifica agli dei. Non vedi che tutti coloro che non hanno voluto lasciarsi persuadere a farlo sono stati puniti per la loro incredulità sacrilega con i supplizi e con la morte? Hai visto la sorte di Antimo, quel vecchio insensato che disprezzava i nostri dei. Ma ho p ietà de Anthime Secondo vescovo di Albi e discepolo di san Claro. lla tua giovinezza; sappi dunque che perirai come lui tra i supplizi, se persisti nella stessa disobbedienza».
Pantaleone si guardò bene dal lasciarsi sedurre da questi consigli di cui conosceva tutta la perfidia; quanto alle minacce, le disprezzava, sapendo che le pene di questa vita, paragonate all'eternità, non sono che ombre. Rispose dunque: «Non credere, o imperatore, di potermi guadagnare con le tue promesse o spaventarmi con le tue minacce. Potrei essere tentato dall'amore dei beni di questo mondo o spaventato da tormenti passeggeri, io che non solo disprezzo la morte, ma desidero anche soffrirla per l'amore di Cristo? Lungi dal temere i supplizi, temerei che fossero troppo pochi e troppo lievi: da questo lato, temo più la clemenza che il rigore. Quanto ad Antimo, invidio la sua sorte; poiché so che non è infelice, come tu sei destinato ad esserlo, ma che gode della beatitudine. Pongo la sua morte gloriosa al di sopra della vita più dolce, poiché ha coronato la sua vecchiaia con una così bella fine e ha elevato lo splendore dei suoi capelli bianchi con la porpora del martirio. Se dunque, in questa età avanzata, ha mostrato una così grande forza e una tale costanza, non è giusto che io, che sono nel vigore della giovinezza, sopporti le stesse pene per arrivare alla stessa corona? Tu non mi persuaderai, tu non mi vincerai: lo giuro per questi segni evidenti, per questi miracoli senza numero che mi hanno fatto arrivare alla conoscenza della vera fede; poiché altrimenti, disonorerei la memoria di mio padre e di mia madre che mi hanno formato alla pietà, e con i quali ho fretta di andare a riposare nei tabernacoli eterni».
Così parlò Pantaleone, mostrando abbastanza al tiranno troppo fiero del suo impero quale uomo stava per combattere. Non sapendo più cosa dirgli, Massimiano fece ricorso alle torture, preferendo abusare del suo potere piuttosto che agire secondo la saggezza e la prudenza vere.
Ciclo dei supplizi miracolosi
Il santo sopravvive a diverse torture (fuoco, piombo fuso, mare, bestie feroci e ruota) grazie ad apparizioni divine sotto le sembianze di Ermolao.
Pantaleone fu dapprima afferrato, legato al cavalletto e straziato con unghie di ferro: contemporaneamente, gli venivano bruciati i fianchi con torce ardenti. Nel mezzo di questo supplizio, sembrava non sentire nulla; poiché la sua anima era elevata verso colui dal quale attendeva il suo soccorso. La sua speranza non fu delusa: Cristo gli apparve sotto le sembianze del vecchio Ermolao e gli diede le più dolci consolazioni. «Io sono con te», gli disse, «in tutti questi tormenti che soffri per il mio amore con una così grande pazienza».
Questo divino liberatore gli diede senza indugio segni della sua assistenza: le braccia dei littori furono come intorpidite, le torce si spensero da sole; e l'imperatore ordinò di sospendere l'esecuzione per il momento, non sapendo nemmeno se l'avrebbe fatta ricominciare più tardi. Fece dunque slegare il martire, non perché fosse toccato da un sentimento di compassione, ma perché era indeciso sul partito da prendere. Avvicinandosi allora a lui: «Qual è dunque», gli disse, «o Pantaleone, quest'arte magica per la quale hai stancato i littori e fatto spegnere le torce?»
Pantaleone rispose: «La mia scienza magica è il potere di Cristo che viene ad assistermi e che opera egli stesso tutte queste meraviglie».
— «E che farai», riprese l'imperatore, «se ti farò subire tormenti ancora più grandi?»
— «Allora», rispose il Martire, «avrò diritto a una ricompensa più grande».
Massimiano ordinò di portare una caldaia di bronzo, di farvi fondere del piombo e di immergere il Martire nel metallo bollente. Si eseguirono gli ordini dell'imperatore; ma, al momento di subire questa terribile prova, Pantaleone chiese il soccorso di colui che poteva trasformare in un dolce refrigerio le ardenti fiamme di quella caldaia, e disse: «Signore, esauditemi quando vi prego: liberate l'anima mia dal timore dei nemici. Proteggetemi contro le congiure degli empi, contro la moltitudine di coloro che commettono l'iniquità».
Tale fu la sua preghiera; subito Cristo, apparendogli una seconda volta sotto la forma del santo vecchio Ermolao, entrò con lui nella caldaia: all'istante il fuoco si spense e il Martire non ne provò alcun male. Il Martire ricominciò dunque a pregare e, scegliendo questa volta un salmo di ringraziamento, disse: «Ho gridato verso il Signore ed egli mi ha esaudito; al mattino, a mezzogiorno e alla sera, racconterò i suoi benefici e annuncerò le sue grandezze; ed egli esaudirà la mia preghiera».
Tutti coloro che erano presenti si sentivano pieni di ammirazione; l'imperatore solo si ostinava nella sua cecità. Si chiedeva quale nuovo tormento dovesse impiegare contro il Martire di Cristo, per fargli abbandonare la fede o per togliergli la vita. Molti degli ufficiali dell'imperatore gli consigliarono di gettare Pantaleone in fondo al mare; poiché, dopo la morte dei Martiri, i cristiani avevano l'abitudine di raccogliere accuratamente le loro reliquie. L'imperatore si arrese a questo parere; ordinò che si legasse una grossa pietra al collo del Santo e che lo si precipitasse in mare. I satelliti compirono quest'ordine; ma Dio si prese cura di inviare il suo soccorso a colui che soffriva per lui, come si vide presto. Poiché, quando si fu arrivati sulla riva e si ebbe legato a Pantaleone una pietra al collo, lo si gettò in mare; ma Cristo, apparendo per la terza volta, sempre sotto la forma di Ermolao, fece sì che quella grossa pietra galleggiasse come una foglia d'albero; e il Signore, prendendo il Santo per mano, come un tempo l'apostolo san Pietro, lo fece camminare sui flutti. Era facile riconoscere da ciò che il liberatore e il salvatore del Martire era colui che, come dice il santo re Davide, trova nel mare e sull'abisso dei flutti strade e sentieri che nessuno saprebbe conoscere.
Pantaleone raggiunse dunque la riva, benedicendo Dio con un'effusione di riconoscenza degna della sua grandezza d'animo e dei benefici immensi che aveva ricevuto. L'imperatore, vedendolo riapparire contro le sue aspettative, gli disse: «Il mare è dunque anch'esso sottomesso ai tuoi incantesimi?»
Pantaleone rispose: «Il mare obbedisce come tutti gli altri elementi agli ordini che riceve da Dio; poiché se i tuoi servitori obbediscono agli ordini che dai loro, tu il cui regno durerà solo pochi giorni, come potrebbero tutte le creature non obbedire alla voce del monarca eterno?»
Il tiranno, senza lasciarsi convincere da tutti questi prodigi, ma sperando sempre di persuadere Pantaleone a tornare al culto dei falsi dei, ordinò che si portassero bestie feroci di ogni specie. I satelliti obbedirono: si portarono le bestie; e l'imperatore, mostrandole a Pantaleone, volle ispirargli timore e, d'altra parte, fingere di essere mosso a compassione. Gli disse dunque: «Questi animali selvaggi che vedi sono stati portati per farti perire. Se dunque hai un po' di pietà di te stesso, poiché io sono toccato dalla tua giovinezza e dalla tua bellezza, lasciati persuadere; mostra la tua prudenza scegliendo, quando ancora puoi, la vita piuttosto che la morte, la felicità, la gloria e le delizie di preferenza alla vergogna e ai dolori».
Il Santo rispose: «Se, prima ancora di aver provato il soccorso di Dio, non mi sono lasciato vincere dalle tue promesse, ti ascolterò ancor meno dopo aver ricevuto prove così eclatanti della protezione di Dio su di me. Perché cerchi, o imperatore, di spaventarmi con la vista delle bestie? Colui che ha reso impotenti le mani dei carnefici, che ha spento il fuoco e riportato il piombo bollente alla sua temperatura naturale; colui infine che ha saputo incatenare i flutti del mare, saprà bene anche addolcire il furore delle bestie feroci e renderle più docili degli agnelli».
Il Martire di Cristo, non volendo obbedire agli ordini del tiranno e preferendo essere consegnato alle bestie feroci piuttosto che adorare i demoni, tutta la città si riunì per vedere cosa sarebbe accaduto. Si portò dunque il Santo; egli si presentò, coraggioso come un leone, così come indica il suo nome. Il suo passo era fermo; non si vedeva nei suoi sguardi nulla che sembrasse implorare pietà. E come avrebbe potuto essere altrimenti, poiché Cristo, apparendogli ancora una volta sotto le sembianze di Ermolao, gli ordinava di farsi coraggio?
Quando il tiranno ebbe dato l'ordine di scatenare le bestie, si credeva che esse avrebbero subito fatto a pezzi il nostro santo Martire; ma tale non era la volontà di colui che ha detto: «Il luogo del tuo rifugio è un'altezza inaccessibile: i mali non ti potranno raggiungere e i flagelli non penetreranno fino alla tua dimora. Camminerai sull'aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il drago».
La speranza del fedele servitore di Dio non fu dunque delusa. Infatti, ben lungi dal fare alcun male al Santo, le bestie sembravano aver perso tutta la loro ferocia; poiché venivano a coricarsi ai suoi piedi e li leccavano dolcemente: ognuna di esse sembrava voler precedere le altre; e si ritiravano solo dopo che il Santo, posando la mano sulla loro testa, aveva dato loro la sua benedizione.
Tutto il popolo che era presente fu colto da ammirazione e gridò: «È grande il Dio dei cristiani: è il solo, è il vero Dio!» Altri gridavano: «Che si metta il giusto in libertà».
Ma cosa! Colui che solo in quel giorno era veramente feroce, l'imperatore, se la prese con le bestie perché non servivano i suoi desideri, e ordinò che si portassero via tutte e che si uccidessero; poiché non poteva sopportare la lezione di umanità che gli avevano dato. I corpi di quegli animali che erano stati così sgozzati rimasero diversi giorni senza essere divorati dagli altri animali carnivori. Dio lo permise così per la gloria del suo fedele servitore e per l'istruzione degli uomini empi che perseguitano i suoi santi. L'imperatore ordinò che si gettassero in una fossa i corpi di quegli animali e deliberò poi con i suoi ufficiali su ciò che doveva fare riguardo a Pantaleone. «Vedete», disse loro, «che ha già guadagnato un gran numero di uomini alla fede di Cristo; che farò ora, per rimanere vincitore in questa lotta?» Essi gli risposero: «Bisogna far fabbricare una ruota, che si collocherà su qualche montagna. Si legherà Pantaleone su questa ruota; poi la si lancerà con violenza sulla pendenza rapida, affinché tutte le sue membra siano spezzate».
Tali erano i consigli degli empi, sempre pronti a inventare nuovi crimini; ma Dio, che veglia senza sosta su coloro che lo amano, difese Pantaleone come suo figlio prediletto.
Il santo Martire fu lasciato in prigione per tutto il tempo che si impiegò a costruire quella ruota. Quando tutto fu pronto, una grande moltitudine si radunò per assistere a questo spettacolo: l'imperatore stesso vi era presente. Si legò il Martire alla ruota e lo si lanciò con forza sulla pendenza della montagna. Pantaleone non cessava di pregare: sempre le divine parole dei salmi erano sulle sue labbra ed egli implorava con ardore il soccorso dell'Onnipotente. Dio mostrò bene che era con il suo servitore; poiché i legami si ruppero, il Martire rimase sano e salvo; e la ruota, sembrando voler piuttosto difenderlo che fargli del male, uccise molti infedeli. Così si compì la giusta punizione di quegli empi; essa fece vedere che il Signore giudica secondo giustizia e che il Dio delle vendette esercita liberamente la sua collera sugli empi. A questo prodigio, la città fu colma di timore e l'imperatore stesso rimase nello stupore. Ma, poiché era sempre accecato dai suoi vizi e non poteva vedere la luce della verità, chiese al Santo: «Che significa tutto ciò? Fino a quando vuoi continuare a trascinare una parte del nostro popolo nella tua falsa dottrina, causando la perdita dell'altra, in modo che questi ultimi muoiano miseramente e che gli altri, facendosi cristiani, diventino nostri nemici?» Gli chiese poi quale fosse il maestro che lo aveva istruito nel cristianesimo.
Martirio dei compagni
Ermolao, Ermippo ed Ermocrate vengono arrestati e giustiziati dopo aver rifiutato di sacrificare agli idoli, nonostante i miracoli che scuotono il palazzo.
Panteleone, senza esitare, fece il nome Hermolaus Sacerdote cristiano e catechista di San Pantaleone. di Ermolao, non potendo lasciare nel silenzio e nell'oblio un uomo che era così degno di apparire alla luce, e non di restare ignorato in un oscuro ritiro. L'imperatore gli ordinò di condurlo davanti a sé, e il Martire non indugiò, sapendo che il santo vecchio possedeva abbastanza scienza e facilità di parola da poter resistere facilmente a tutti gli attacchi e procurare grandi conversioni. Partì dunque con tre soldati sotto la cui guardia era stato posto, e si recò alla casa che serviva da ritiro al santo vecchio Ermolao. Quando questi lo vide: «Che vieni a fare», gli disse, «o figlio mio, e quale motivo ti conduce?»
Panteleone rispose: «Padre mio, l'imperatore ti chiama a comparire davanti a lui».
— «Lo so», rispose Ermolao; «è giunto il tempo di soffrire e di morire per Cristo, come egli stesso mi ha rivelato la scorsa notte».
Furono dunque condotti entrambi davanti all'imperatore; e questi, interrogando il vecchio, gli chiese: «Chi sei? e qual è il tuo nome?» Ermolao disse il proprio nome; e avendogli l'imperatore chiesto se non vi fossero altri cristiani nascosti con lui, nominò anche Ermippo ed Ermocrate; poiché non avrebbe mai voluto dissimulare la verità. Li condus Hermippus Compagno di martirio di Ermolao. sero parimenti Hermocrate Compagno di martirio di Ermolao. davanti all'imperatore, e quando furono riuniti a Ermolao, l'imperatore disse loro: «Siete voi che avete sedotto Panteleone per fargli abbandonare il culto degli dei?»
Risposero: «Cristo stesso sa bene chiamare alla luce coloro che ne sono degni».
L'imperatore riprese: «Lasciamo stare queste vane fantasticherie. Se volete ottenere il perdono del crimine che avete commesso, persuadete Panteleone a sacrificare agli dei; se ci riuscirete, vi conterò tra i miei amici e vi darò le prime dignità dell'impero».
— «E come potremmo farlo», risposero, «poiché noi stessi siamo ben decisi a non abbandonare mai Cristo e a non sacrificare mai alle vostre divinità impotenti?»
Dissero ciò e levarono gli occhi al cielo. Mentre pregavano, il Salvatore apparve loro pieno di gloria e di maestà, e in tutti i dintorni si fece sentire un violento terremoto.
L'imperatore, tutto spaventato, disse: «Ecco che i nostri dei indignati fanno tremare la terra».
I Martiri gli diedero questa risposta, che testimoniava la loro saggezza e il loro coraggio: «Che dirai dunque, o imperatore, se i tuoi dei stessi saranno rovesciati?»
Non avevano ancora finito di pronunciare queste parole, che uno degli ufficiali del palazzo accorse gridando: «O imperatore, gli dei, che sventura spaventosa! gli dei sono caduti e si sono infranti sul pavimento del tempio».
Ogni uomo dotato di un po' di giudizio avrebbe riconosciuto la mano del Signore onnipotente nell'operare questi prodigi; ma Massimiano non era suscettibile di aprire gli occhi alla luce. Fece vedere all'istante quale frutto avesse tratto da questi avvertimenti del cielo, e quanto fosse diventato migliore; poiché, dopo aver fatto subire ai tre generosi confessori i più crudeli supplizi, fece loro tagliare la testa. Quanto a Panteleone, lo fece ricondurre in prigione nel frattempo. I cristiani si presero cura di raccogliere i corpi dei santi Martiri e di dare loro un'onorevole sepoltura.
Esecuzione finale e nuovo nome
Panteleone viene decapitato dopo che Dio lo ha rinominato Panteleimon (il misericordioso); dalla sua ferita sgorga latte e un ulivo fiorisce istantaneamente.
Massimiano fece poi trarre Panteleone dalla sua prigione e gli disse: «Pensi dunque di uscire vivo dalle mie mani, senza aver acconsentito a sacrificare agli dei? Non vuoi imitare l'esempio dei tuoi maestri Ermolao, Ermippo ed Ermocrate, che hanno preso la buona strada? Perciò, come premio della loro obbedienza, ho dato loro alte dignità nel mio palazzo. Se dunque farai come loro, se imiterai il loro felice cambiamento, allora vedrai, o Panteleone, che, se sono severo quando si tratta di punire i malvagi e gli ostinati, sono liberale e magnifico quando bisogna ricompensare coloro che sanno obbedire».
È così che, per guadagnare il santo Martire, mentiva con impudenza, cercando di fargli credere che i suoi compagni avessero abbandonato la fede. Ma Panteleone, illuminato da una luce divina, lo confuse dicendogli: «Perché dunque non li vedo vicino a te tra gli ufficiali che ti circondano?»
Massimiano, continuando le sue menzogne, rispose: «Sono assenti, perché un affare urgente mi ha obbligato a inviarli in un'altra città».
Il Martire rispose: «Sei costretto tuo malgrado a dire la verità: poiché essi sono in cielo, e abitano veramente nella santa città di Dio».
Dopo aver tentato tutti i mezzi per guadagnare Panteleone, l'empio tiranno, vedendo che non poteva abbattere il suo coraggio con le minacce, né guadagnarlo con le promesse, lo fece flagellare crudelmente, non più per fare impressione sullo spirito del Martire, ma per soddisfare la propria crudeltà. Quindi pronunciò la sentenza che stabiliva che Panteleone avrebbe avuto la testa tagliata e che poi il suo corpo sarebbe stato bruciato. L'atleta di Cristo fu dunque preso dai carnefici e trascinato nel luogo dove doveva terminare il suo supplizio. Vi arrivò pieno di gioia, sapendo da quali ineffabili consolazioni dovevano essere ricompensati i suoi dolori. Cantava sulla strada questo salmo di Davide: «I miei nemici mi hanno sferrato violenti assalti fin dal tempo della mia giovinezza; ma non hanno potuto vincermi. Mi hanno oppresso con cattivi trattamenti: hanno colmato la loro iniquità; il Signore, nella sua giustizia, spezzerà la testa dei malvagi».
Dio fece in questa circostanza un miracolo non meno grande di quelli che avevano preceduto; poiché, quando i carnefici ebbero legato il Martire al tronco di un ulivo, uno di loro volle tagliargli la testa; subito il filo della spada si ammorbidì come cera, e il collo del santo Martire non lasciava vedere alcuna traccia di ferita.
A questa vista, lo spavento colse gli assassini: si avvicinarono a Panteleone, chiedendo perdono e abbracciando i piedi di colui che, poco prima, non giudicavano degno di vivere, e confessando altamente di credere in Cristo. Il Santo non solo perdonò loro la malizia che avevano mostrato verso di lui, ma ottenne loro anche il perdono di Dio. Poiché, dopo che lo ebbe chiesto nella preghiera, una voce si fece sentire, che gli diceva: «Le tue richieste sono esaudite. Perciò d'ora in poi non ti chiamerai più Panteleone, ma Panteleimon, cioè misericordioso: nome ch e non sarà Pantaléémon Medico martire di Nicomedia, uno dei quattordici santi ausiliatori. vano; poiché molti otterranno misericordia per tua intercessione».
Quando il Santo ebbe udito questa voce, si voltò verso i littori, dicendo loro di fare ciò che era stato loro comandato. Essi rifiutavano, dicendo che non potevano prestarsi a un tale attentato; il Martire, dal canto suo, insisteva: si trovavano dunque divisi, non sapendo se dovessero obbedire alla loro giusta compassione o alle sollecitazioni pressanti del santo Martire. Infine, dopo averlo abbracciato e avergli dato tutti i segni possibili di venerazione, gli tagliarono la testa, il ventisettesimo giorno di luglio.
Dopo il suo trapasso, fu ancora glorificato da nuovi miracoli. Dio voleva rendere illustre davanti agli uomini il nome di colui che aveva dato la sua vita per il suo amore. Al posto del sangue, del latte colò dalle sue ferite; e l'ulivo al quale era stato legato dai carnefici apparve tutto a un tratto carico di frutti. Essendo giunto questo fatto a conoscenza dell'imperatore, egli ordinò di far servire quel tronco d'albero per bruciare il corpo del Martire, come aveva precedentemente ordinato. Ma i soldati che avevano assistito a questo spettacolo ebbero in orrore la crudeltà del tiranno; e si comportarono nei suoi riguardi come i Magi nei riguardi di Erode: non tornarono da lui; ma se ne andarono pubblicando la gloria di Dio e del suo Martire. I fedeli raccolsero il santo corpo e lo portarono nella casa di campagna di un uomo di lettere chiamato Adamanzio, e là gli diedero un'onorevole sepoltura.
Lo si dipinge legato a un albero, e i tedeschi lo rappresentano con le mani inchiodate sulla testa. Lo si vede anche tenere in mano la spada con una palma, e ai suoi piedi un leone che lo accarezza.
Culto e reliquie
Le sue reliquie sono disperse tra Costantinopoli, Lione, Saint-Denis e Napoli, dove il suo sangue si liquefa annualmente.
## CULTO E RELIQUIE.
Le reliquie di questo glorioso Martire furono trasportate a Costantinopoli, ed esse vi si trovavano già, nel luogo chiamato Concordia, al tempo del secondo Concilio generale che fu celebrato in quella città nel 350. Vi si edificò, in suo onore, una chiesa che fu restaurata da Giustiniano, come riporta lo storico Procopio. L'imperato Charlemagne Imperatore dei Franchi e zio di San Folchino. re Carlo Magno, avendo ottenuto queste stesse reliquie, le fece portare in Francia. Il capo fu posto a Lione e il resto delle os sa nella celebre abba abbaye de Saint-Denis Luogo di conservazione di una reliquia di un Innocente. zia di Saint-Denis, a due leghe da Parigi. La citt à di Ravello, nel royaume de Naples Luogo di morte della santa. regno di Napoli, conserva ancora oggi, nella sua chiesa cattedrale, un'ampoll a piena del sangu sang de ce Martyr Reliquia che si liquefa miracolosamente a Lavelle. e di questo Martire, che viene esposta ogni anno nel giorno del suo trionfo, e che, secondo quanto si racconta, diventa liquida in quel periodo, sebbene per tutto il resto dell'anno sia fredda e rappresa. I medici onorano san Pantaleone come loro principale patrono, dopo san Luca.
Il martirologio dei Greci e i martirologi dei Latini segnano tutti la memoria di san Pantaleone e dei suoi compagni, in questo giorno, 27 luglio. Anche Baronio ne parla nei suoi Annali.
Acta Sanctorum; les Actes des Martyrs, par les R.R. PP. Bénédictins de la Congrégation de France.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.