Primo martire della cristianità, santo Stefano vide il suo corpo miracolosamente ritrovato nel 415 dal sacerdote Luciano in seguito alle visioni di Gamaliele. Le sue reliquie, disperse in Oriente e in Occidente, in particolare a Ippona e Besançon, furono veicolo di numerosi miracoli e resurrezioni attestati da sant'Agostino. Il suo culto è segnato dalla festa del Ritrovamento il 3 agosto e dalla sua festa principale il 26 dicembre.
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RITROVAMENTO DEL CORPO DI SANTO STEFANO,
PRIMO MARTIRE E DEI SANTI NICODEMO, GAMALIELE E ABIBO
Le visioni del sacerdote Luciano
Il sacerdote Luciano riceve tre visioni di Gamaliele che gli rivelano l'ubicazione delle sepolture di santo Stefano, Nicodemo, Abiba e di lui stesso a Cafargamala.
presso St efano. Étienne Protomartire a cui Trond dedica i suoi beni e una chiesa. Sepellirò ancora nello stesso luogo mio figlio Abiba, che morì prima di me, all'età di vent'anni. Il suo corpo è nel terzo feretro, che è il più elevato, e nel quale fui posto io stesso dopo la mia morte. Etna, mia moglie, e Semilia, mio figlio primogenito, che non vollero credere in Gesù Cristo, furono sepolti in un altro luogo, che si chiama Cafargamala».
Luciano temette che un eccesso di credulità lo facesse passare per un impostore. Per assicurarsi se questa visione avesse Dio come autore, ne chiese una seconda e una terza; e per meritare questa grazia, persistette nel digiuno e nella preghiera. Il venerdì seguente, Gamaliele gli apparve sotto l Gamaliel Dottore della Legge apparso in visione al sacerdote Luciano per rivelare il luogo delle sepolture. a stessa forma e gli disse di obbedire. Gli fece conoscere i meriti dei Santi di cui gli rivelava le reliquie, sotto l'emblema di quattro ceste che gli mostrò: tre erano d'oro, e l'altra era d'argento. Delle ceste d'oro, due erano riempite di rose bianche, e l'altra di rosse. Quella d'argento era piena di zafferano che spandeva un odore soavissimo. Avendo Luciano chiesto cosa significassero queste ceste, Gamaliele gli rispose: «Queste sono le nostre reliquie. Le rose rosse rappresentano Stefano, che è all'ingresso del sepolcro. La seconda cesta designa Nicodemo, che è vicino alla porta; quella d'argento rappresenta mio figlio Abiba, che uscì da questa vita senza aver macchiato la sua innocenza: essa tocca la mia». Scomparve dopo aver parlato in tal modo. Allora Luciano si svegliò e rese grazie a Dio. Continuò sempre i suoi digiuni. Allo stesso giorno e alla stessa ora della terza settimana, Gamaliele gli apparve di nuovo, e gli rimproverò la sua negligenza nell'eseguire gli ordini che gli aveva dato. Aggiunse che la scoperta delle sue reliquie e di quelle degli altri servitori di Dio avrebbe fatto cessare la siccità che affliggeva allora il mondo. Luciano, colto da timore, promise che non avrebbe più differito l'obbedienza.
L'invenzione dei corpi santi
Dopo aver consultato il vescovo di Gerusalemme, Luciano scopre le bare identificate da iscrizioni siriache a Debatalia.
Si recò dunque a Gerusalemme dopo questa terza visione. Il vescovo Giovanni, al quale raccontò ciò che gli era accaduto, pianse di gioia, gli disse di andare a cercare le reliquie dei Santi, aggiungendo che le avrebbe trovate sotto un cumulo di grosse pietre che si trovavano vicino alla sua chiesa. Luciano rispose che pensava lo stesso. Tornato a casa, il mattino seguente fece radunare gli abitanti del borgo per cercare sotto il cumulo di pietre. Mentre andava a vedere il luogo dove avevano scavato, incontrò Migezio, monaco di santa vita, che gli disse che Gamaliele gli era apparso e che lo aveva incaricato di avvertirlo che stavano scavando inutilmente in quel luogo. Aggiunse che Gamaliele gli aveva parlato in questo modo: «Ci misero lì durante i nostri funerali e, conformemente all'antica usanza, questo cumulo di pietre fu destinato a servire da monumento al dolore dei nostri amici. Cercate altrove, in un luogo chiamato Debatalia». In effetti, disse Migezio, continuando a raccontare la visione che aveva avuto, «mi ritrovai improvvisamente nel luogo indicato e vi scorsi una vecchia tomba dove c'erano tre letti ornati d'oro. Uno, più elevato, conteneva un giovane e una persona anziana; gli altri due contenevano ciascuno un uomo».
Avendo Luciano una nuova prova della verità della visione che aveva avuto, lasciò il cumulo di pietre e andò nel luogo che gli era appena stato indicato. Quando ebbe fatto scavare la terra, trovò le tre casse, con una pietra sulla quale erano incisi, in grandi caratteri, i seguenti nomi: Cheliel, Nasuam, Cheliel Protomartire a cui Trond dedica i suoi beni e una chiesa. Gamaliele, Abibas. I primi due sono siriaci; corrispondono a quelli di Stefano o Coronato, e di Nicodemo o Vittoria del popolo. Luciano informò subito il vescovo Giovanni di ciò che era appena accaduto. Il prelato, che si trovava allora al concilio di Diospoli, venne immediatamente con Eutonio ed Eleuterio, vescovi, l'uno di Sebaste e l'altro di Gerico.
Traslazione e primi miracoli
L'apertura del feretro di Stefano provoca guarigioni e il ritorno della pioggia; i suoi resti sono trasferiti solennemente alla chiesa di Sion a Gerusalemme.
Appena fu fatta l'apertura della cassa o feretro di Stefano, la terra tremò: si esalò anche un odore molto gradevole. Vi era lì un gran numero di persone, molte delle quali afflitte da diverse malattie. Settantatré malati recuperarono la salute all'istante. Il vescovo Giovanni decise che si portassero a Gerusalemme le reliquie di santo Stefano, che era stato diacono della chiesa di quella città. Quelle degli altri Santi rimasero a Cafargalama. Il corpo di santo Stefano era ridotto in cenere, eccetto le ossa che si trovarono tutte intere e nella loro posizione naturale. Vi si trovò anche del suo sangue. Si lasciò una piccola parte delle reliquie del Santo a Cafargalama. Si rinchiuse il resto nel feretro e lo si trasportò nella chiesa di Sion a Gerusalemme, cantando salmi e inni; cadde allora una pioggia abbondante, che rese alla terra la fertilità di cui era stata privata da una lunga siccità. La cerimonia di questa traslazione avvenne il 26 dicembre, giorno in cui la Chiesa ha sempre celebrato da allora la festa di santo Stefano: ma si fa, il 3 agosto, memoria del ritrovamento delle sue reliquie; ciò è senza dubbio perché qualche chiesa, forse quella di Ancona, sarà stata dedicata in quel giorno sotto l'invocazione di santo Stefano.
Il corpo di santo Stefano rimase per qualche tempo nella chiesa di Sion. L'imperatrice Eudossia, moglie di Teodosio il Giovane, avendo fatto, nel 444, un secondo viaggio a Gerusalemme, costruì sotto l'invocazione del Santo una chiesa magnifica, a circa uno stadio dalla città, vicino al luogo dove era stato lapidato, e chiese che le sue reliquie vi fossero trasferite. Ella stessa fu sepolta in questa chiesa dopo la sua morte, avvenuta nel 463.
Diffusione delle reliquie in Occidente
Frammenti delle reliquie vengono inviati in Spagna e in Africa tramite Orosio e Avito, provocando conversioni di massa a Minorca.
Diverse chiese chiesero subito una porzione delle reliquie di santo Stefano e, per loro virtù, si operò un gran numero di miracoli. Sant'Ago stino riferisc Saint Augustin Padre della Chiesa e maestro spirituale di Possidio. e che una persona, che aveva assistito al martirio di santo Stefano, prese un suo osso e lo portò poi ad Ancona, in Italia, dove da allora vi fu un oratorio dedicato a questo Santo. Quando i cristiani ebbero la libertà di costruire chiese, ne fu eretta una celebre in onore di santo Stefano vicino ad Ancona. San Gregorio Magno ne fa menzione nei suoi dialoghi.
Dopo la scoperta di cui abbiamo parlato, un gran numero di chiese d'Europa e d'Africa volle essere arricchito da qualche porzione delle reliquie del santo Martire. Avito, sacerdote spagnolo che viveva allora in Palestina, ottenne da Luciano un po' di ceneri del corpo del Santo e alcuni piccoli frammenti di ossa, che inviò a Palconio, vescovo di Braga, luogo della sua nascita, per consolare così la chiesa di quella città, che gemeva alla vista delle devastazioni causate dalle incursioni dei Goti e dei Vandali. Le fece portare da Orosio, che stava partendo per tornare in Spagna.
Paolo Or osio, dott Paul Orose Presbitero e storico spagnolo che trasportò reliquie in Africa e a Minorca. o sacerdote spagnolo, era di Tarragona. Passò dapprima in Africa, poi in Palestina, per consultare sant'Agostino e san Girolamo su alcuni passi difficili della Scrittura. Il suo nome è celebre negli scritti di questi due Padri della Chiesa. Partì dalla Palestina nel 446 con il prezioso tesoro di cui era incaricato. Sbarcò in Africa per far visita a sant'Agostino; dopodiché fece vela verso Minorca. Le devastazioni dei Goti impedendogli di passare in Spagna, tornò in Africa, dove, su consiglio di sant'Agostino, scrisse la storia del mondo dalla creazione. Questa storia è divisa in sette libri; lo stile è chiaro e scorrevole. Vi si dimostra, contro i pagani, che le sventure che affliggevano allora il mondo non derivavano affatto dal disprezzo delle antiche superstizioni dell'idolatria, e che gli uomini, nei diversi secoli, avevano spesso provato simili calamità. Orosio, prima di ripassare in Africa, lasciò le reliquie di santo Stefano a Magone (oggi Mahón), una delle due città dell'isola, in attesa che fosse possibile farle pervenire al vescovo di Braga, con la lettera che gli scrisse Avito e che ancora possediamo. Severo, vescovo di Minorca, venne da Jammona (oggi Ciutadella) a Mahón, con l'intento di ricevere le reliquie e di avere conferenze con gli Ebrei, che erano in gran numero in quella città. La vista di queste reliquie, unita allo zelo dei cristiani, operò un prodigio sorprendente. Nello spazio di otto giorni, cinquecentoquaranta Ebrei, compreso Teodoro, il loro patriarca, si convertirono e chiesero il battesimo. Solo alcune donne mostrarono un po' più di ostinazione; ma alla fine si arresero anch'esse. Questi Ebrei convertiti costruirono una chiesa a loro spese e con le proprie mani. Possediamo ancora la lettera circolare in cui il vescovo Severo ha consignato la storia di questo meraviglioso evento.
Prodigi in Numidia
I vescovi Evodio e Possidio testimoniano numerose guarigioni e resurrezioni operate dalle reliquie a Uzala e Calama.
Il giorno stesso in cui Evodio, vescovo di Uzala, leggeva al suo gregge la lettera di Severo, giunsero alla cappella dei santi martiri Felice e Gennadio, situata vicino alla città, alcune schegge di ossa di santo Stefano e un'ampolla contenente il suo sangue. Dei monaci della Palestina avevano procurato queste reliquie. Evodio andò a riceverle con grande gioia. Un giovane che si era rotto un piede cadendo e che stava a letto da diversi giorni, fu guarito dopo aver implorato l'intercessione di santo Stefano e si recò alla cappella dei martiri per ringraziare Dio. Terminata la celebrazione dei santi Misteri, si andò in processione verso la città. Il popolo, diviso in diverse schiere che tenevano in mano ceri e torce, cantava salmi e inni. Quando si giunse alla chiesa principale, vi si deposero le reliquie e le si pose sul trono del vescovo, che fu coperto da un velo. Una donna cieca riacquistò la vista applicando questo velo sui suoi occhi. In seguito, le reliquie furono collocate su un letto chiuso in una specie di armadio, dove vi era un'apertura attraverso la quale si facevano toccare dei panni che, per questo, ricevevano la virtù di guarire i malati. I fedeli venivano a visitarli da molto lontano e si operò un gran numero di miracoli. Evodio ne fece scrivere l'elenco da uno dei suoi chierici. Lo si leggeva pubblicamente durante la festa di santo Stefano e, dopo la lettura di ogni miracolo, si chiamavano le persone guarite, che venivano fatte passare successivamente in mezzo alla chiesa. Il popolo, vedendole, piangeva di gioia e raddoppiava le sue acclamazioni. Tra coloro che furono fatti passare in questo modo, vi erano tre ciechi che avevano riacquistato la vista e un uomo di Ippona, chiamato Restituto, che era stato guarito da una paralisi. Gli astanti sembravano vedere i miracoli piuttosto che ascoltarne il racconto.
Il vescovo Evodio, di cui parliamo, era intimo di sant'Agostino. Egli approvò e pubblicò due libri dei Miracoli di santo Stefano, che erano stati scritti per suo ordine e che sono ordinariamente citati sotto il suo nome. Vi si dice che, davanti all'oratorio dove si trovavano le reliquie di santo Stefano a Uzala, vi era un velo sul quale era stato rappresentato il Santo che portava una croce sulle spalle. In questa storia dei miracoli di Uzala, si fa menzione di alcuni morti resuscitati. Sant'Agostino parla di uno di loro quasi negli stessi termini. Un bambino, dice, ancora lattante, morì senza aver ricevuto il battesimo. Sua madre, vedendolo perduto per sempre, corre all'oratorio di santo Stefano e fa la seguente preghiera: «Santo Martire, vedete che ho perso la mia unica consolazione. Rendetemi il mio bambino, affinché io possa ritrovarlo davanti a Colui che vi ha coronato». Dopo la sua preghiera, che fu lunga, il bambino resuscitò e lo si sentì gridare. Lo si portò immediatamente ai sacerdoti, che lo battezzarono. Ricevette poi l'unzione, l'imposizione delle mani e l'Eucaristia; poiché era l'uso dare allora la cresima e la comunione immediatamente dopo il battesimo, quando quest'ultimo sacramento era amministrato solennemente. Dio chiamò presto questo bambino a sé. Sua madre lo portò al sepolcro con tanta fiducia come se lo stesse deponendo nel seno di santo Stefano. Queste sono le parole proprie di sant'Agostino.
Non si operarono prodigi minori a Calama, città della Numidia, che distava quindici miglia romane da Ippona, la cui sede era occupata da sant'Agostino. Possidio, discepolo di questo santo dottore, era allora vescovo di Calama. Vi era in questa città una cappella di santo Stefano, che fu arricchita di una porzione delle reliquie del santo Martire, di cui si era debitori a santo Possidio. Eucario, sacerdote spagnolo che dimorava a Calama, era da lungo tempo tormentato dalla pietra; ma non ebbe appena applicato su di sé le reliquie di santo Stefano, che si trovò guarito. Qualche tempo dopo, morì di un'altra malattia: e già lo si stava portando al sepolcro; ma coloro che erano attorno a lui, avendo messo sul suo corpo una tunica che era stata portata dalla cappella del Santo, egli resuscitò. Molti malati, afflitti da diverse malattie, riacquistarono anch'essi la salute. Sant'Agostino, che scriveva in quel tempo, dice che si fecero più guarigioni di questo genere a Calama che a Ippona, dove tuttavia ne aveva contate settanta. Tra gli altri prodigi che avvennero a Calama, egli insiste principalmente sulla conversione di un pagano chiamato Marziale. Era un uomo di qualità e uno dei principali abitanti della città. Non diminuiva nulla del suo attaccamento ostinato all'idolatria, anche durante la sua ultima malattia. Inutilmente si impiegarono le ragioni più forti per convincerlo. Suo genero, che era cristiano, aveva pregato a lungo per lui davanti alla cassa che racchiudeva le reliquie di santo Stefano, portò a casa sua alcuni dei fiori che ornavano questa cassa e, pieno di fiducia nell'intercessione del Santo, li mise vicino al capezzale del malato. Era sera allora. Il giorno non appariva ancora, che Marziale chiedeva di parlare al vescovo Possidio, che si trovava assente perché era andato a Ippona a far visita a sant'Agostino. I sacerdoti avvertiti vennero a vedere il malato, lo istruirono e lo battezzarono. Marziale, dal momento del suo battesimo fino al suo ultimo respiro, non cessò di ripetere queste parole con le quali santo Stefano terminò la sua vita: «Signore Gesù, ricevi il mio spirito».
Il vescovo Proietto portò alcune reliquie dello stesso Santo a Tibilis, altrimenti chiamata Aquae Tibilitanae, città episcopale che distava quindici miglia da Ippona. Quando passava per Girte, una donna cieca, essendosi fatta condurre presso queste reliquie, riacquistò la vista.
Lucilio, vescovo di Sinica o Sinite, vicino a Ippona, portando in processione le reliquie dello stesso Santo, fu tutto a un tratto guarito da una fistola che non tornò più, sebbene lo tormentasse da lungo tempo e che attendesse il chirurgo per farsi fare l'operazione.
In un villaggio chiamato Audura, un bambino che giocava fu schiacciato sotto la ruota di un carro tirato da buoi e morì in violente convulsioni. Sua madre, avendolo portato davanti alle reliquie di santo Stefano, egli riacquistò la vita, senza che gli rimanesse alcun segno dell'incidente che gli era accaduto. Una religiosa di un villaggio vicino, chiamata Gaspaliana, fu anch'essa resuscitata per essere stata coperta da una tunica che si era fatta toccare alle stesse reliquie. Tutti questi miracoli sono riportati da sant'Agostino.
La testimonianza di sant'Agostino
Sant'Agostino documenta settanta miracoli a Ippona, tra cui la guarigione pubblica di Paolo e Palladia, per istruire i suoi fedeli sull'intercessione dei santi.
La Chiesa di Ippona ricevette nel 425 una porzione delle reliquie di santo Stefano. Si vede con quale rispetto sant saint Augustin Padre della Chiesa e maestro spirituale di Possidio. 'Agostino le accolse dalla lettera che scrisse al vescovo Quinziano, che stava per riceverne una piccola parte. «La vostra Santità», gli diceva, «sa quanto sia obbligata a onorare queste reliquie, come noi abbiamo fatto». Sembra che egli pronunciò il suo 117° sermone il giorno stesso in cui le ricevette. Vi dice che le reliquie di cui parla consistevano in un po' di polvere del corpo del Santo, racchiusa in una scatola. Insegna al popolo che è stato eretto un altare, non a santo Stefano, ma a Dio sulle reliquie di santo Stefano. Nel timore che gli ignoranti cadessero nella superstizione, non distinguendo abbastanza il maestro dal servo, ripeteva, quando se ne presentava l'occasione, che è Dio che opera i miracoli per mezzo dei Santi, e che è a Lui che dobbiamo attribuirli, così come le grazie che riceviamo per l'intercessione dei Beati che regnano nel cielo. Non erano ancora passati due anni da quando i fatti sopra riportati erano accaduti, quando scrisse il suo ultimo libro della Città di Dio, dove dice di aver ricevuto la relaz ione di quas Cité de Dieu Apologia del cristianesimo di fronte al declino dell'Impero romano. i settanta miracoli operati a Ippona dalle reliquie di santo Stefano, oltre a molti altri di cui sapeva che non era stata fatta menzione. Tra questi ultimi, parla della risurrezione di tre morti. Uno era il figlio di un esattore di nome Ireneo. Tutto era già pronto per i suoi funerali e stavano per seppellirlo. Ma egli risuscitò quando fu unto con l'olio del Martire, il che deve intendersi, senza dubbio, dell'olio della lampada che ardeva davanti alle reliquie di santo Stefano. L'altra era la figlia di un siriano di nome Basso. Ella riebbe la vita per essere stata coperta da un indumento che suo padre aveva fatto toccare alla cassa del Santo. Sant'Agostino fu testimone oculare della maggior parte di questi miracoli, tra gli altri del seguente.
Vi erano in una famiglia considerevole di Cesarea dieci figli, sette maschi e tre femmine. Essendo stati maledetti dalla madre a causa della loro cattiva condotta, furono colti successivamente, dal più grande al più piccolo, da un tremito in tutte le membra, che sfigurava tutto il loro corpo. In questo triste stato, erravano qua e là in diversi luoghi. Il secondo di questi figli fu guarito pregando in una cappella di San Lorenzo a Ravenna. Il sesto e il settimo arrivarono a Ippona nel 425. Si chiamavano l'uno Paolo e l'altra Palladia. Attirarono su di sé gli sguardi di tutti. La mattina del giorno di Pasqua, Paolo, pregando davanti alle reliquie di santo Stefano, si trovò perfettamente guarito. Si sentì subito gridare da ogni parte nella chiesa: Grazie a Dio, benedetto sia il Signore. Il giovane si gettò ai piedi di sant'Agostino, al quale fu presentato. Il Santo lo fece rialzare e lo abbracciò. Quando salì sul pulpito per predicare, lo mostrava al popolo dicendo: «Siamo soliti leggere le relazioni dei miracoli che Dio ha operato per le preghiere del beato martire Stefano. Ma oggi la presenza di questo giovane ci fa le veci del libro; non ci occorre altra scrittura che il suo volto che tutti conoscete, ecc.». Aggiunge che, senza le preghiere di santo Stefano, non avrebbe avuto la forza di sopportare la fatica del giorno precedente (il sabato santo), in cui aveva passato la maggior parte del giorno e della notte senza prendere cibo, il che non gli impediva ancora di predicare il giorno di Pasqua. Il martedì di Pasqua, fece collocare Paolo e Palladia sui gradini del pulpito, affinché il popolo potesse vederli. L'uno non aveva più alcun segno del suo male, mentre l'altra tremava in tutte le sue membra. Avendoli poi fatti ritirare, predicò sul rispetto che i figli devono ai loro genitori e sulla moderazione con cui i genitori devono trattare i loro figli. Il suo sermone fu interrotto dalle acclamazioni del popolo che non cessava di ripetere queste parole: «Grazie a Dio». È che Palladia era appena stata guarita pregando davanti alle reliquie di santo Stefano. Il sermone, che fu interrotto da questo miracolo, è giunto fino a noi, così come tutti quelli che sant'Agostino predicò in quell'occasione. Circa un anno dopo, il santo dottore inserì la relazione della guarigione di Paolo e di Palladia, con quella di molti altri miracoli, nel suo ultimo libro della Città di Dio.
Difesa dell'autenticità dei miracoli
Il testo confuta le critiche di Jean le Clerc basandosi sulla probità dei Padri della Chiesa e sull'assenza di contestazioni da parte degli eretici contemporanei.
Jean le Clerc Jean le Clerc Critico moderno che ha messo in discussione la veridicità dei miracoli riportati da Agostino. attacca il giudizio e la veridicità di sant'Agostino riguardo ai miracoli che egli riporta come operati per l'intercessione di santo Stefano. È ben singolare che una tale scoperta sia stata riservata a questo nuovo maestro nell'arte della critica. Ma i cristiani tollereranno che si traducano i più dotti e i più santi dottori della Chiesa come dei furfanti e degli impostori? E acconsentiranno che si classifichi il resto dei fedeli nella categoria degli imbecilli? I miracoli in questione sono attestati non solo da sant'Agostino, ma anche da Possidio, da Evodio e da diversi autori. Bisogna inoltre osservare che vi erano allora in Africa un gran numero di uomini raccomandabili per la loro luce e la loro penetrazione, che senza dubbio esaminarono i fatti e non li ammisero che dopo averne riconosciuto la verità. Ma supponiamo che i cattolici fossero abbastanza semplici da lasciarsi imporre dai loro vescovi, si potevano ugualmente ingannare i loro nemici che spiavano le loro azioni con tanta malignità? I miracoli di cui si tratta si operarono in un tempo in cui vi erano in Africa molti manichei, donatisti e ariani. Si trova tuttavia la minima traccia di reclamo da parte di questi eretici e dei pagani?
Non è tutto ancora: bisognerebbe dire che i Padri di quel secolo si sono tutti accordati per ingannare grossolanamente i fedeli. Ma a chi si farà credere la realtà di una simile cospirazione? Tutte le età successive hanno ammirato in questi celebri dottori, e soprattutto in sant'Agostino, un felice assemblaggio di gravità, saggezza, santità, giudizio e sapere. Il santo vescovo di Ippona si è principalmente distinto per il suo zelo nel combattere la menzogna in ogni sorta di materia. Si leggano le opere che ha lasciato su questo vizio. Egli prova, contro i priscillianisti, che non può mai essere permesso di fare la minima menzogna di proposito deliberato, fosse pure questione di salvare la vita a un uomo, di impedire il male, di procurare persino il battesimo a un bambino che senza ciò non può riceverlo, perché non vi è circostanza in cui ciò che è essenzialmente male possa diventare legittimo. Si vede che la menzogna è soprattutto criminale in materia di religione; e se potesse mai diventare legittima, non si dovrebbe più contare sulla sincerità di nessuno.
Le Clerc e i suoi seguaci dicono che i Padri facevano ricorso alla frode per facilitare la propagazione della loro dottrina favorita riguardante l'invocazione dei Santi e il culto delle reliquie. Ma questa invocazione e questo culto erano stabiliti da lungo tempo, e avevano spesso operato miracoli nelle altre parti del mondo cristiano. Vedere, per l'Occidente, le opere di san Paolino, di san Prudenzio, di san Sulpicio Severo, di san Gaudenzio, ecc.; e per l'Oriente, quelle di san Crisostomo, di san Basilio, dei due santi Gregorio, di Teodoreto, di sant'Efrem, ecc. Le Clerc lo riconosce egli stesso nella vita di molti di questi Padri.
In verità, sant'Agostino fa osservare con altri Padri che il dono dei miracoli era diminuito a poco a poco, e che essi erano in generale cessati nella Chiesa, perché il Vangelo era sufficientemente stabilito. Ma egli si spiega su questo dono nello stesso modo degli Apostoli, e aggiunge che Dio opera ancora talvolta dei miracoli per la gloria del suo nome, e per risvegliare il fervore dei fedeli, facendoli pensare a lui. È per questo che nel suo libro *La città di Dio*, egli confonde i pagani con i miracoli che si operavano ai suoi tempi, soprattutto per quelli delle reliquie di santo Stefano. Parlando di questi ultimi, fa menzione di cinque persone resuscitate. Riporta i loro nomi con quello delle loro famiglie, e segna tutte le circostanze. Due recuperarono la vita tramite vesti che si erano fatte toccare alle reliquie di santo Stefano. Si legge qualcosa di simile negli *Atti degli Apostoli*, e vi si vede che certe cose che avevano toccato il corpo di san Paolo furono gli strumenti di diversi prodigi. Non manca più a questi critici così difficili che attaccare la storia del morto resuscitato dal contatto con le ossa di Eliseo, e la guarigione dei malati che avevano devotamente applicato su di loro i grembiuli e i fazzoletti che erano stati tolti dal corpo di san Paolo. Dio può senza dubbio servirsi di strumenti sensibili per manifestare la sua potenza e la sua misericordia, come Gesù Cristo fece spesso durante la sua vita mortale.
Il centro di devozione di Besançon
Besançon divenne un centro importante del culto di Stefano in Occidente grazie ai doni di sant'Elena e dell'imperatore Teodosio.
Si vede a Longpont, vicino a Parigi, in una teca di legno dorato, un tubo di cristallo, guarnito con chiusure d'argento, contenente un osso insigne del santo Diacono, primo martire, ottenuto per l'influenza del cardinale di Richelieu, il cui segretario era gran priore commendatario di Longpont. L'istoria del culto e delle reliquie di santo Stef ano a Be Besançon Sede episcopale restaurata da san Niceto. sançon richiederebbe una trattazione speciale; possiamo dirne solo poche parole. Sant'Elena, madre di Costantino, in un viaggio a Besançon dove santo Stefano aveva già una cappella eretta dal vescovo san Lino, ai piedi del monte Celio, si intrattenne con Ilano, allora vescovo di quella sede, e lo scongiurò di pregare santo Stefano affinché intercedesse presso Dio per suo figlio che lottava per l'impero contro Massenzio. Ella promise, in ricompensa, di procurare delle reliquie di questo Santo alla chiesa di Besançon. In effetti, più tardi, quando si recò a Gerusalemme, chiese delle reliquie di santo Stefano a Macario, vescovo della città santa. Questi le consegnò, insieme alla dalmatica del Santo, una pietra cinta dal suo sigillo. Queste reliquie furono inviate e ricevute a Besançon verso l'anno 327. La tomba di santo Stefano fu, come abbiamo detto, scoperta nel 415. Da allora, diverse chiese ottennero alcune ossa del santo diacono. L'imperatore Teodosio, nel 446, fece dono dell'osso del braccio di santo Stefano a Celidonio, arcivescovo di Besançon; fu ricevuto con la massima solennità. Quando si volle staccare qualche particella di questa santa reliquia per soddisfare i pii desideri dei dieci vescovi presenti a questa cerimonia, il sangue colò in abbondanza dall'osso arido, e i prelati lo raccolsero rispettosamente per portarlo nei loro diocesi. I miracoli si moltiplicarono e, di conseguenza, accrebbero la pietà dei fedeli e l'affluenza dei pellegrini. Besançon divenne come il centro del culto di santo Stefano in Occidente, e il giorno in cui ebbe luogo il miracolo di cui abbiamo appena parlato (3 agosto), fu quello in cui si celebrò l'invenzione delle reliquie di santo Stefano in tutto l'Occidente. Queste reliquie di santo Stefano, le più autentiche che si potessero vedere, furono distrutte nel 1793. Ma nel 1832, il cardinale di Rohan, arcivescovo di Besançon, riportò da Roma, dove riposa la maggior parte del corpo di santo Stefano, un osso del braccio di questo santo martire, il che risvegliò la devozione dei bisontini verso il loro santo protettore. Nel 1848, la reliquia fu riccamente incastonata in un reliquiario in vermeil, che il suo Em. Mons. il cardinale Mathieu offrì all'insigne capitolo della sua chiesa metropolitana. Lo stesso anno, Mons. Mathieu ottenne che fosse restituita al culto la chiesa della cittadella costruita ai tempi di Luigi XIV, quando Vauban, per fortificare la città, fu costretto ad abbattere l'antica chiesa di Santo Stefano. L'ordinanza è del 20 dicembre e firmata Lamoricière. Ogni anno, l'ingresso della cittadella è aperto al pubblico per la festa del 26 dice Pape Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. mbre. Infine, con un breve datato da Roma, il 9 aprile 1853, il nostro Santo Padre Papa Pio IX ha concesso un'indulgenza plenaria a tutti coloro che, avendo ricevuto i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, visiteranno la chiesa della cittadella il 26 dicembre e vi pregheranno secondo le intenzioni del sovrano Pontefice. La chiesa di Besançon celebra il ricordo di santo Stefano il 13 e il 20 luglio, il 3 e il 23 agosto e il 26 dicembre.
Fonti e storiografia
La storia dell'invenzione è attestata dagli scritti originali di Luciano, tradotti da Avito, e confermata da numerosi autori antichi e medievali.
La storia di santo Stefano, (il suo martirio, l'invenzione delle sue reliquie, i suoi vari miracoli), si trova tracciata su un interessante dittico del Vaticano, ma di un'epoca un po' tarda. Ciò che vi è soprattutto di curioso in questo monumento, è la visione del sacerdote Luciano, dove i corpi di santo Stefano, di Gamaliele, di Nicodemo e di Abiba sono simboleggiati da quattro vasi deposti vicino al letto dove egli riposa. La storia di questa scoperta miracolosa e di questa traslazione fu scritta dal sacerdote Luciano stesso. Avito, sacerdote spagnolo, intimo amico di san Girolamo, il quale dimorava allora a Gerusalemme, la tradusse in latino; e i Benedettini l'hanno pubblicata nel loro appendice al settimo tomo delle opere di sant'Agostino. Ciò che essa contiene è attestato da Crisippo, uno dei principali sacerdoti della Chiesa di Gerusalemme, di cui l'autore della vita di sant'Eutimio loda singolarmente la virtù; da Idazio e Marcellino nelle loro cronache; da Basilio, vescovo di Seleucia; da sant'Agostino, Beda, ecc. Il racconto dei medesimi fatti si trova nella maggior parte degli storici e nei sermoni dei principali Padri di quel secolo. — Vedere, per maggiori dettagli: Vie des Saints de Franche-Comté, uno dei migliori lavori di agiologia che siano stati fatti nel nostro tempo.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Lapidazione a Gerusalemme
- Invenzione (ritrovamento) delle reliquie da parte del sacerdote Luciano nel 415
- Apparizioni di Gamaliele per rivelare l'ubicazione della tomba
- Traslazione delle reliquie alla chiesa di Sion a Gerusalemme
- Costruzione di una chiesa da parte dell'imperatrice Eudossia nel 444
- Miracolo del sangue che sgorga da un osso arido a Besançon nel 446
Miracoli
- Cessazione di una lunga siccità durante la traslazione
- Guarigione istantanea di 73 malati all'apertura del feretro
- Resurrezione di diversi bambini e adulti tramite il contatto con tessuti o olio
- Conversione di 540 ebrei a Minorca alla vista delle reliquie
- Fuoriuscita di sangue da un osso arido a Besançon
Citazioni
-
Signore Gesù, accogli il mio spirito
Ultime parole di Stefano citate da Marziale -
Oggi la presenza di questo giovane ci serve da libro
Sant'Agostino, a proposito della guarigione di Paolo