San Gaetano da Thiene
FONDATORE DEI CHIERICI REGOLARI, DETTI TEATINI.
Fondatore dei Chierici Regolari, detti Teatini
Nobile vicentino e dottore in diritto, Gaetano da Thiene fondò nel 1524 l'Ordine dei Teatini per riformare il clero attraverso una povertà radicale e lo zelo apostolico. Dopo aver servito i malati e sofferto durante il sacco di Roma, impiantò il suo istituto a Venezia e Napoli. Morì a Napoli nel 1547, lasciando l'immagine di un santo devoto alla Provvidenza e all'Eucaristia.
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SAN GAETANO DA THIENE,
FONDATORE DEI CHIERICI REGOLARI, DETTI TEATINI.
Origini e giovinezza
Proveniente dalla nobiltà di Vicenza, Gaetano è consacrato fin dall'infanzia alla Vergine Maria e manifesta una precoce pietà rivolta ai poveri.
e che era considerato il principe dei teologi del suo secolo, come è scritto nel suo epitaffio, vi furono diversi prelati, vice-legati e cardinali di questa casata, governatori di Milano e viceré di Napoli: la nostra Francia ha visto, presso di sé, il signor Nicola di Thiene, che, dopo essere stato paggio di Francesco I, fu capitano di una compagnia d'ordinanza sotto Enrico II e molto considerato sotto i tre re successivi, suoi figli, e sotto Enrico IV, loro successore. Sposò Giovanna di Villars, figlia di Onorato di Savoia, marchese di Villars e grande ammiraglio di Francia, la quale gli diede una felice posterità, che formò il ramo di Thiene, in Turenna.
Il nostro Santo ebbe per padre Gaspare di Thiene e per madre Maria Porta, che univano alla nobiltà della loro nascita un'insigne pietà. Il loro primogenito si chiamava Giovanni Battista; ma essi desiderarono che questi fosse c hiamat Gaétan Fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari Teatini e riformatore cattolico del XVI secolo. o Gaetano al battesimo, per conservare nella loro famiglia la memoria e il nome del suo prozio, Gaetano di Thiene, quel dotto canonico di Padova di cui abbiamo appena parlato. Poco tempo dopo il suo battesimo, questa eccellente madre, che non voleva avere figli se non per il cielo, lo offrì alla santa Vergine davanti a una sua immagine, affinché fosse suo servitore perpetuo; la Regina del mondo gradì questa offerta, prese il piccolo Gaetano sotto la sua protezione particolare e gli ottenne dal suo Figlio grazie avanzate che superavano di molto la portata della sua età. Lo si vide fin dall'infanzia nell'esercizio delle più alte virtù. Aveva una così grande deferenza per tutte le volontà dei suoi genitori, dei suoi governatori e dei suoi maestri, che era una cosa inaudita che resistesse o mancasse all'obbedienza. La sua compassione per i poveri era estrema e, non avendo di che dare loro, si faceva loro sollecitatore e distribuiva poi con le sue stesse mani le elemosine che aveva procurato per loro. Non prendeva divertimento se non nelle cose sante e nell'innocente rappresentazione delle cerimonie che aveva visto praticare in chiesa. Infine, la sua dolcezza, la sua ingenuità, la sua modestia, la sua temperanza e mille altre eccellenti qualità che si vedevano risplendere nella sua condotta lo facevano rispettare e amare da tutti.
Studi e primi impegni
Dottore in legge e ordinato sacerdote, fonda una cappella a Rampazzo e inizia a riformare i costumi a Vicenza con il suo esempio.
Unì presto lo studio alla pietà, e vi riuscì così perfettamente che in pochi anni divenne un buon oratore, un eccellente filosofo, un dotto giureconsulto e un teologo molto profondo, ottenendo persino il grado di dottore in diritto canonico e civile, non per favore, ma per la sua straordinaria capacità, che lo faceva considerare uno dei più abili della sua facoltà. La sua moderazione durante gli studi fu così grande che viveva più da religioso che da gentiluomo: tanto che lo si guardava già come uno specchio di saggezza, un modello di perfezione e un potente freno per arrestare il libertinaggio dei giovani, che era estremo in quel tempo. Divenuto padrone dei suoi beni, ne consacrò una parte, insieme a Giovanni Battista, suo fratello maggiore, per costruire una cappella a Rampazzo, nel Vicentino, sotto il nome di Santa Maria Maddalena, per la comodità degli abitanti di quel luogo, che, troppo lontani dalla loro parrocchia, si trovavano spesso nel pericolo di non poter assistere al santo sacrificio. La dotò di un onesto reddito per il mantenimento di un cappellano, che sarebbe stato obbligato a celebrarvi assiduamente la messa. Il suo amore per Dio lo spinse poi ad abbracciare lo stato ecclesiastico: vi fu un modello di tutte le virtù per l'esempio della sua gravità, del suo raccoglimento, della sua orazione assidua, delle sue frequenti comunioni, della sua carità verso gli infelici, della sua dolcezza e pazienza nelle avversità, e di tutte le altre virtù; riformò, lui solo, quasi tutta la città di Vicenza: acquisì la reputazione di un giovane molto pio e molto santo.
Periodo romano e Amore Divino
Chiamato a Roma da Giulio II, divenne protonotario apostolico e si unì alla congregazione dell'Amore Divino per promuovere la comunione frequente.
Il desiderio di perfezionarsi ulteriormente e, allo stesso tempo, di ottenere grandi grazie per i meriti dei beati apostoli san Pietro e san Paolo, lo spinse ad andare a Roma . Vo Rome Città natale di Massimiano. leva rimanervi nascosto e compiere le sue devozioni in segreto; ma la sua insigne pietà, unita alla sua nobiltà e alla sua erudizione, lo scoprirono presto. Il Papa Giulio II volle vederlo e, riconoscendo in lui i segni di un'eminente santità di cui la Chiesa avrebbe potuto un giorno trarre grandi vantaggi, lo pregò di rimanere alla sua corte. Non era certo l'inclinazione di Gaetano, che cercava solo di vivere ritirato e solitario, per occuparsi solo di Dio; ma Sua Santità lo impegnò conferendogli dapprima un ufficio di protonotario apostolico, una delle prelature più considerevoli di Roma. La compagnia dei protonotari di questa città riconosce ancora oggi la gloria che ha avuto di annoverare san Gaetano tra i suoi membri, riunendosi ogni anno, nel giorno della sua festa, nella chiesa del suo Ordine, e facendo celebrare in suo onore una messa solenne in musica, seguita dal suo panegirico. Tuttavia questo santo uomo, ben lungi dall'adottare i costumi e i modi dei cortigiani, lavorò al contrario con successo per far adottare a quelli della corte del Papa, per quanto disordinata fosse allora, costumi e modi conformi alle massime della pietà cristiana. Vi era allora a Roma una congregazione chiamata dell'Amore Divino, stabilita nella chiesa di San Silv Amour-Divin Congregazione romana dedicata alla carità e alla riforma spirituale. estro e Santa Dorotea, il cui fine principale era di accendere il fuoco dell'amore di Dio nei cuori, e di impedire che l'eresia, il libertinaggio, l'amore per il piacere e la passione per l'interesse lo bandissero. Gaetano entrò in questa Congregazione, che era composta dai più illustri della città. Non appena vi fu entrato, unendo la forza delle sue parole e delle sue esortazioni alla santità dei suoi esempi, animò tutti i confratelli a lavorare con nuovo fervore alla loro perfezione e al fine della loro vocazione. Si faceva la comunione molto raramente, e le persone più virtuose si accostavano alla santa Mensa solo tre o quattro volte l'anno: ma il Servo di Dio fece tanto con le sue rimostranze, che se ne videro presto molti comunicarsi ogni mese, altri ogni settimana, e altri, infine, oltre alla domenica e alle feste, alcuni giorni durante la settimana. Questa consuetudine, continuata da allora, si è estesa alle altre città della cristianità, con grande profitto dei fedeli.
Il Papa avendogli concesso un breve di extra tempora e di dispensa dagli interstizi, ricevette il suddiaconato, il diaconato e il sacerdozio, in tre feste abbastanza vicine le une alle altre. Da allora, diceva molto spesso la messa: vi apportava tanta devozione e fervore, che all'altare lo si sarebbe preso per un serafino tutto consumato dagli ardori dell'amore divino. In quel tempo, ricevette dal cielo un favore davvero straordinario: essendo entrato la vigilia di Natale nella chiesa di Santa Maria Maggiore, Nostro Signore si fece vedere a lui nello stato in cui era alla sua nascita temporale, e la santa Vergine gli mise tra le mani quel caro bambino, che era appena nato, e gli fece toccare corporalmente e sensibilmente la purissima carne di cui il Verbo eterno si è rivestito. È così che ne parla lui stesso in una delle sue lettere a suor Laura, religiosa del convento di Santa Croce, a Brescia. La morte di sua madre, Maria Porta, per la quale ottenne, con le sue lacrime, di non passare per il purgatorio, lo obbligò a tornare a Vicenza. La prima cosa che vi fece fu di unirsi alla congregazione di San Girolamo, quella dell'Amore Divino, che aveva abbracciato a Roma, e che osservava anch'essa i medesimi statuti. I suoi parenti fecero quanto poterono per dissuaderlo, perché essa era composta solo da artigiani e altre persone di umile condizione;
Servizio agli incurabili
Tornato in Veneto, si dedica alla cura dei malati incurabili a Vicenza e poi a Venezia, vivendo in una povertà radicale.
ma, poiché non cercava né grandezza né splendore, ma solo mezzi per progredire nella virtù, disprezzò tutti i loro rimproveri e fece scrivere il suo nome tra quei poveri confratelli, con tanto più affetto quanto più ciò doveva attirargli disprezzo. Non si possono concepire i vantaggi che questa compagnia ricevette dall'assistenza di questo zelante servitore di Dio. Egli rivolgeva loro spesso esortazioni e conferenze; essendo egli stesso potentemente toccato dalle verità divine, le trasmetteva poi così fortemente che li si vedeva sciogliersi in lacrime, e nessuno poteva opporsi a ciò che proponeva per la loro correzione e il loro progresso spirituale. Era soprattutto mirabilmente eloquente quando parlava dell'amore che Nostro Signore ci testimonia donandosi a noi nel santo Sacramento dell'altare: e ne convinse talmente quelle povere persone, che stabilirono tra loro la santa consuetudine di comunicarsi tre volte la settimana.
Non bastava al nostro Beato esercitarsi con i suoi confratelli in virtù nascoste, nel segreto del loro oratorio; volle anche che la sua carità si diffondesse su tutti i malati della città: procurò l'unione della sua Congregazione all'ospedale degli incurabili, chiamato della Misericordia: da qui atti eroici di umiltà, di pazienza, di compassione verso i miseri e di sollecitudine nel soccorrerli. Andava nelle case più povere per cercarli e portarli all'ospedale. Spendeva per il loro soccorso quasi tutto il suo reddito e gran parte del suo patrimonio: li serviva lui stesso, per quanto ripugnanti fossero, con un coraggio invincibile: rifaceva i loro letti, fasciava le loro piaghe, puliva le lenzuola e tutto ciò che era servito loro, e soprattutto si applicava a farli confessare bene e a disporli santamente alla morte, quando piaceva a Dio di chiamarli.
Tuttavia, poiché nessuno è capace di guidare bene se stesso, Gaetano si mise sotto la guida del Reverendo Padre Giovanni Battista da Crema, dell'Ordine di San Domenico, eccellente direttore. Fu per mezzo di questo organo che Dio fece conoscere le sue volontà al nostro Santo: dovette così applicarsi a opere che la sua umiltà gli avrebbe sempre impedito di intraprendere. Quando era nel più grande fervore dei suoi esercizi, all'ospedale, e la sua presenza vi sembrava più necessaria, sia per mantenere il buon ordine, sia per mantenere la devozione di un'infinità di persone della città che, al suo esempio, vi accorrevano ogni giorno per servire i poveri, sia per portare a termine molti progetti di pietà che aveva iniziato, questa guida fedele, che aveva per così dire la parola del cielo, gli ordinò di lasciare immediatamente tutti quegli impegni e di andarsene a vivere a Venezia. Gaetano obbedì subito e, chiudendo gli occhi a ogni sorta di considerazione umana che avrebbe po tuto f Venise Luogo finale del trasferimento delle reliquie nel 1200. ermarlo, uscì da Vicenza, la sua patria, e passò nella città che gli era stata indicata. Questa obbedienza, da qualunque parte la si consideri, è così eminente che possiamo ben paragonarla a quella che mostrò il patriarca Abramo, non solo quando uscì dalla sua patria e dalla casa di suo padre, ma anche quando salì sul monte Moriah per sacrificarvi il suo figlio diletto.
Vicenza pianse amaramente la partenza e l'allontanamento di un così santo personaggio, dal quale riceveva così grandi vantaggi; ma Venezia, dove la sua reputazione lo aveva già preceduto, lo ricevette con una gioia che non si può esprimere. Se cambiò luogo, non cambiò per questo gusti né condotta. Si stabilì nell'ospedale che era stato appena costruito: gli fu così utile per il saggio regolamento che vi introdusse, per i soccorsi spirituali e temporali che diede ai malati, per il numero di persone ragguardevoli che il suo esempio vi attirava per assistere quelle membra sofferenti di Gesù Cristo, che non si è fatto difficoltà a chiamarlo il fondatore. Era il rifugio universale di tutti gli afflitti della città. Consolava gli uni, sollevava gli altri nella loro povertà, proteggeva coloro che trovava nell'oppressione, animava coloro che vedeva nello scoraggiamento, dava soluzioni pie e sapienti a coloro che erano nell'inquietudine; in una parola, nessuno si rivolgeva a lui senza trovare nella sua carità un rimedio alla sua pena, senza ritornarsene o migliore o più contento. Ma ciò che era meraviglioso, era vedere, con tutto ciò, questo santo Uomo, che si esauriva giorno e notte negli esercizi laboriosi dell'ospedale, accontentarsi di pane e acqua per il suo nutrimento, e, senza avere riguardo alla nobiltà del suo sangue, che lo faceva chiamare il conte Gaetano, né alla sua qualità di protonotario e di prelato della corte romana, portare solo una tonaca e un mantello di vile stoffa, che non potevano distinguerlo dai più poveri ecclesiastici della campagna. I veneziani profittarono enormemente di questo esempio, e la riforma che si fece nella città e in tutto lo Stato su questo modello, vi attirò le benedizioni del cielo e la preservò dai flagelli da cui, in quel tempo, tutto il resto dell'Europa fu quasi sopraffatto.
Fondazione dei Teatini
Con Gian Pietro Carafa e altri due compagni, fonda l'Ordine dei Chierici Regolari (Teatini) nel 1524 per riformare il clero.
Il direttore del nostro Beato non poteva ammirare abbastanza il progresso del suo discepolo; vide che Venezia non era il termine dei suoi lavori e che Dio lo destinava a servire la Chiesa universale. Ritenne di doverlo inviare a Roma, madre di tutte le Chiese, affinché questo fiume si spargesse da lì, come da una sorgente, su tutto il mondo cristiano. Gli comandò dunque, come Dio fece una seconda volta al patriarca Abramo, di uscire dal luogo in cui si era stabilito per andare a esercitare il suo zelo a Roma. Quando Gaetano vi fu giunto, si legò più che mai ai grandi uomini che componevano la congregazione dell'Amor Divino, al numero di sessanta, tutte persone illustri, o per nascita, o per erudizione, o per le alte cariche alle quali erano elevati, e tutti animati dallo stesso zelo di riformare i disordini da cui, non solo il popolo cristiano, ma anche gli Ordini ecclesiastici erano miserabilmente sfigurati. Poiché, in quel tempo, dopo le guerre che avevano desolato tutta l'Italia e una gran parte dell'Europa, il vizio si era talmente scatenato e diffuso su tutta la terra, e persino sui principali membri della Chiesa, che si poteva, in qualche modo, applicargli queste parole del profeta Isaia: *A planta pedis usque ad verticem non est in ea sanitas; « non c'è parte sana dalla pianta dei piedi fino alla sommità del capo »*. Lo scopo di questa Congregazione era dunque quello di correggere mali così grandi, e cercavano almeno di porvi rimedio nella città di Roma, affinché, essendo guarita quella che era come la testa, la salute si potesse comunicare più facilmente a tutte le altre.
Ma poiché, con tutti i loro sforzi, non avanzavano molto, Dio ispirò a quattro dei principali di questa compagnia di istituire un Ordine di Chierici Regolari che, vivendo nella più santa riforma che si possa immaginare, lavorassero continuamente a rendere al clero l'antico splendore che aveva avuto ai tempi degli Apostoli. Il primo fu Gian Pietro Carafa, allora vescovo di Teate o Chieti, nel regno di Napoli, e arciv Jean-Pierre Caraffa Futuro papa che collaborò con Girolamo a Venezia. escovo di Brindisi, e poi cardinale e papa sotto il nome di Paolo IV; il secondo fu Gaetano di Thiene, che è il Santo di cui scriviamo la vita; il terzo fu Paolo Consiglieri, della nobile famiglia dei Ghislieri, che unì per tutta la vita un'eminente santità a una saggezza e una prudenza consumate; il quarto fu Bonifacio de' Colli, di un'antica casata della città di Alessandria, nel Milanese, che mostrò bene, con un gran numero di azioni eroiche, di essere molto degno di far parte di questi beati istitutori.
San Gaetano fu colui che fece la prima proposta di un istituto così utile al Cristianesimo. Dio gliene aveva dato il pensiero fin da quando era a Venezia; ma il tempo di farlo conoscere non era ancora giunto. Essendo a Roma, la comunicò a Bonifacio de' Colli, il quale, meditando anch'egli lo stesso disegno, si unì volentieri a lui per procurarne l'esecuzione. D'altronde, il vescovo di Teate, a cui i disordini che vedeva nel clero causavano un dolore inconcepibile, formava in segreto un simile progetto e non aspettava che l'occasione di farlo riuscire. Così, essendo stato informato che Gaetano ne aveva aperto la proposta, venne a trovarlo, gli testimoniò la sua gioia per un'impresa così gloriosa e lo supplicò di riceverlo come compagno nel nuovo Ordine che voleva stabilire. Il Santo rifiutò dapprima, non approvando che un così grande prelato lasciasse la sua Chiesa e il servizio della Santa Sede per farsi religioso. Ma il vescovo raddoppiò le istanze fino a gettarsi ai suoi piedi e renderlo responsabile della sua anima se gli avesse rifiutato questo favore. Gaetano fu obbligato a cedere ai suoi desideri. Paolo Consiglieri, che era il depositario di tutti i segreti di questo vescovo, lo seguì. Così, questi quattro fondatori, essendo riuniti il giorno dell'Invenzione della santa Croce, l'anno 1524, supplicarono il papa Clemente VII di dispensarli dai loro benefici e di approvare l'istituzione che lo Spirito Santo aveva loro ispirato. Sua Santità ebbe molta difficoltà ad accettare le dimissioni che il vescovo di Teate voleva dare del suo vescovado; ma si arrese alla fine alla forza delle sue ragioni e delle sue preghiere. Il sacro collegio dei cardinali fu consultato sul progetto di questo nuovo istituto; vi trovò anch'esso grandi difficoltà, perché questi zelanti fondatori non volevano solo vivere senza fondi e senza entrate fisse e sicure, come i religiosi di san Francesco; ma volevano, di più, obbligarsi a non chiedere mai nulla, e ad attendere senza mendicare ciò che la Provvidenza divina avrebbe inviato loro per il loro sostentamento: cosa che la maggior parte dei cardinali giudicava impossibile. Poiché, che apparenza c'era, dicevano, che intere comunità potessero vivere senza avere nulla, senza guadagnare nulla con le proprie mani e senza chiedere nulla! Chi saprà i loro bisogni? Chi indovinerà le loro necessità? E le persone più caritatevoli, per mancanza di riflessione sulla loro indigenza, non li lasceranno continuamente mancare delle cose più necessarie alla vita? Ma il vescovo di Teate e san Gaetano confutarono questa obiezione e mostrarono che questa condotta era del tutto apostolica ed evangelica, essendo fondata sull'esempio e sulla promessa di Gesù Cristo e sulla pratica degli Apostoli e dei primi discepoli, che non possedevano nulla e tuttavia non abbandonavano nulla e attendevano il loro sostentamento dalla carità libera e premurosa dei fedeli; ottennero infine l'approvazione che chiedevano.
Così, nello stesso anno 1524, il 14 settembre, giorno dell'Esaltazione della santa Croce, questi quattro fondatori, avendo rinunciato a tutti i loro benefici e a tutti i loro beni, di cui i poveri ebbero la parte migliore, fecero professione nella chiesa di San Pietro, in Vaticano, nelle mani del signor Giovanni Battista Bonziano, vescovo di Caserta e datario apostolico, che il Papa aveva deputato per ricevere i loro voti. La bolla di approvazione era stata spedita il 25 giugno precedente: il Papa dà loro assolutamente e senza restrizione il nome di Chierici Regolari, come per antonomasia e per eccellenza. Procedettero subito all'elezione di un superiore, che fu il vescovo di Teate, a cui Sua Santità aveva conservato il titolo di vescovo: da cui il nome di Teatini dato a questi religiosi.
Ecco i principali fini di questo istituto: 1° dare un modello ai chieri ci, che Théatins Ordine religioso fondato da san Gaetano di Thiene. vivevano, in quell'epoca, in gravi disordini e avevano grande bisogno di riforma; 2° dare l'esempio di una perfetta povertà; 3° ristabilire la pulizia delle chiese e degli altari e la maestà delle sante cerimonie, che, facendosi senza riverenza, davano luogo agli eretici di denigrarle e di farle passare per superstizioni; 4° animare i fedeli alla frequenza dei Sacramenti, che erano allora così poco in uso, che la maggior parte dei cristiani non si confessava e non si comunicava che una volta l'anno, e lo faceva senza contrizione, senza disegno di emendarsi e con una noncuranza che faceva gemere quel poco che restava di gente dabbene; 5° annunciare in modo sapiente e pio la parola di Dio, che i predicatori di allora mescolavano spesso a un linguaggio profano e ridicolo; 6° visitare i malati per disporli a ricevere i Sacramenti, e soprattutto fortificare gli agonizzanti contro le tentazioni del demonio e gli assalti della morte; 7° accompagnare i malfattori al supplizio, affinché evitassero il rigore dei castighi eterni; 8° perseguire ovunque le eresie che si erano rinnovate, da alcuni anni, per l'empietà di Lutero e di alcuni altri apostati di Germania. Si vede da ciò quanto questo istituto sia stato utile alla Chiesa, tanto più che è servito anche da modello per l'istituzione di molte altre compagnie di Chierici Regolari che si sono diffuse in tutto il mondo cristiano e vi hanno molto servito alla conferma della fede e al ristabilimento dei buoni costumi.
Il Sacco di Roma e le prove
Durante il sacco di Roma del 1527, Gaetano subì torture e prigionia prima di fuggire verso Venezia per proseguire la sua missione.
Quando i quattro fondatori ebbero emesso la loro professione, si ritirarono al Campo di Marte, in una casa che era appartenuta a Bonifacio de Colle. Vi unirono gli esercizi della vita attiva a quelli della vita contemplativa. Gaetano si applicò con ancora più fervore degli altri all'orazione, alla celebrazione dei divini Misteri, all'amministrazione dei Sacramenti, alla predicazione della parola di Dio, alla visita degli ospedali e all'assistenza dei malati. Fece principalmente risplendere il suo zelo e la sua generosità durante una malattia contagiosa che scoppiò in Italia e si diffuse fino alla città di Roma. Poiché gli ospedali si erano, in poco tempo, riempiti di malati, lo si vedeva continuamente, con i suoi confratelli, applicarsi al soccorso di questi infelici, sia per il ristabilimento della loro salute, sia per consolarli e prepararli alla loro ultima ora, se la loro malattia era mortale. In una parola, la vita e la condotta di questi santi ecclesiastici erano così pure e così edificanti, che il nome di Teatini cominciò a essere preso comunemente per quello di pio e di santo: il che fece sì che si chiamassero Teatini tutti coloro che, a Roma, facevano professione di una riforma e di una pietà straordinarie. Diverse persone di merito si unirono anche a questa beata schiera, e il numero dei Chierici regolari salì fino a dodici, che non avevano tutti che un cuore, un'anima, uno spirito, una volontà e un'inclinazione: quella di amare Dio e di farlo amare da tutto il mondo. La loro casa del Campo di Marte divenne troppo piccola per il loro numero; furono obbligati a prenderne un'altra sul Monte Pincio. Avevano soggiornato due anni nella prima.
Non abitarono neppure la seconda che per due anni; dovettero lasciarla alla presa di Roma da parte di Carlo di Bor bone, connest prise de Rome Tragico evento del 1527 durante il quale Gaetano fu torturato. abile di Francia, che aveva abbandonato il servizio di Francesco I, suo re e suo legittimo signore, per darsi a Carlo V, imperatore, di cui guidava l'esercito. Non si possono concepire le violenze, gli omicidi, i sacrilegi e le empietà che commise questo esercito conquistatore nella città capitale della cristianità. Poiché era composto da barbari, eretici e libertini che non avevano né fede né religione, profanarono le chiese, rovesciarono gli altari, calpestarono i santi Misteri, bruciarono le reliquie dei Santi, violarono le tombe e andarono a cercare ricchezze fino nei sepolcri dei morti. Essendo la loro avarizia insaziabile, non vi era casa dove non entrassero e non commettessero violenze inaudite, non solo per portare via il denaro e i mobili che vi erano, ma anche per far scoprire quelli che credevano vi fossero nascosti. Frustarono i più notabili borghesi, ne sottoposero altri alle più orribili torture, e ne impiccarono o sgozzarono persino parecchi. I Chierici regolari, in questa occasione, compirono atti eroici di generosità cristiana. Cercarono di fermare l'insolenza degli ufficiali e dei soldati, ora con le loro preghiere, ora con rimostranze terribili, minacciandoli dell'ira di Dio.
Andavano da ogni parte per soccorrere e curare i feriti, per assistere le persone morenti, per consolare coloro che la perdita dei loro beni e dei loro figli stava per gettare nella disperazione, e per far notare a tutti che questo castigo era una giusta punizione della loro vita criminale e scandalosa. Che cosa non fece Gaetano in particolare? Quanti colpi non ricevette? Quanti feriti non trasportò nelle loro case per essere medicati? Quanti disperati non ricondusse a un intero abbandono alla volontà di Dio? Quanti morenti non inviò in cielo per il beneficio dell'assoluzione sacramentale? Quanti morti non caricò sulle sue spalle per seppellirli nei cimiteri?
Ma quando questi eroi della carità ebbero sopportato tante fatiche e pene per il soccorso del loro prossimo, furono essi stessi oggetto della ricerca e della furia di questa turba insolente e spietata. Non diremo quanto soffrirono la fame per alcuni giorni: essendo i più ricchi ridotti alla miseria, non vi era nessuno che facesse loro quelle elemosine volontarie che erano tutto il loro reddito: la divina Provvidenza, alla quale si erano abbandonati, li provvide di viveri per mezzo di un pover'uomo che raccoglieva qua e là ciò che i soldati troppo carichi lasciavano cadere dal loro bottino, o bene qualche resto delle loro orge. Uno di questi empi, che aveva servito un tempo san Gaetano a Vicenza, e si era da allora arruolato nelle truppe di Giorgio Frundsberg, luterano fanatico e brutale, che, venendo a Roma, mostrava continuamente un cordone d'oro, con il quale diceva di voler strangolare il Papa, avendo riconosciuto il suo antico padrone, e credendo che fosse ancora ricco come lo aveva visto un tempo quando era al suo servizio, animò i suoi compagni a gettarsi sulla casa dei Chierici regolari per saccheggiarla. Il saccheggio fu presto fatto: questa casa era così povera, che non vi si trovava quasi nulla da prendere; ma poiché questi soldati si persuasero che questi preti avessero nascosto da qualche parte il loro oro e il loro argento, fecero loro soffrire mille mali per obbligarli a scoprirlo. San Gaetano, in particolare, passò attraverso torture molto crudeli: gli strinsero le dita nell'apertura di una cassa, lo appesero per parti del corpo estremamente sensibili, lo caricarono di colpi e gli fecero violenze simili a quelle che si facevano un tempo ai martiri. Essendosi i primi soldati stancati di tormentarlo con i suoi confratelli, ne sopraggiunsero altri, più furiosi dei primi; questi barbari, non avendo potuto strappare dalla bocca dei religiosi l'ammissione di un tesoro che non avevano, li condussero in prigione per tormentarli più a
agio. La pazienza di questi santi preti, in mezzo a tanti mali, fu meravigliosa: non facevano che benedire Dio, implorare il suo soccorso per il sollievo del popolo romano, e cantare le sue lodi, non solo nella loro chiesa, finché vi rimasero, ma anche nelle due prigioni dove furono trascinati. Fu questo canto dell'ufficio divino che diede occasione alla loro liberazione: poiché un maestro di campo, avendo udito la loro voce, e essendosi recato nel luogo dove si trovavano, fu così toccato dalla loro modestia, dalla loro gravità e dalla loro devozione, che li fece liberare.
Quando furono liberati, non potendo sopportare le profanazioni che si facevano ovunque a Roma, e non credendo di potervi porre rimedio, risolsero di ritirarsi. Uscirono dunque da questa città saccheggiata e bruciata, senza altro bene che gli abiti che avevano sul corpo e il loro Breviario che portavano sotto il braccio. La Provvidenza non li abbandonò in questa occasione: trovarono un uomo che diede loro una barca per condurli al porto di Ostia. Un capitano delle truppe romane, avendo fatto fare una scarica su di loro, credendo che fossero soldati dell'imperatore che portavano via una parte del loro bottino, nessuno della loro compagnia fu ferito. Questo capitano, avendoli riconosciuti, e, tra loro, uno dei suoi nipoti, diede provviste per il loro viaggio; infine, il provveditore generale delle galere veneziane, che si trovò a Ostia, li fece imbarcare sulla sua nave, e li condusse sicuramente a Venezia. Fu là che l'Ordine dei Chierici regolari ebbe una seconda nascita. La repubblica li alloggiò dapprima a Sant'Eufemia, che è una parrocchia fuori dalla città, poi fu data loro la chiesa e la casa di San Giorgio; infine, per renderli più utili a questa grande città, furono messi a San Nicola da Tolentino.
Missione napoletana e lotta contro l'eresia
Si stabilì a Napoli dove combatté le influenze luterane e rifiutò ogni reddito fisso per il suo ordine, affidandosi alla Provvidenza.
Poco tempo dopo, il nostro Santo fu inviato a Napol Naples Luogo di morte della santa. i per fondarvi una casa di Chierici regolari. Si mise subito all'opera per obbedire, sebbene fosse nei giorni della canicola, in cui i viaggi sono molto scomodi e persino molto pericolosi e mortali in Italia.
Il vescovo di Teate, che nutriva un sovrano rispetto per la sua virtù e per i suoi grandi meriti, lo pregò di scegliere il compagno che più gli piacesse. «Come», esclamò, «che io prenda il compagno che amerò di più! No, non è così che si obbedisce. Prego, al contrario, il mio Salvatore (si volse allora verso il crocifisso), sì, lo prego di ispirare a Vostra Reverenza di darmi colui che sa essere il meno conforme al mio umore e alla mia volontà». Il vescovo, ammirando la sua umiltà, gli assegnò come compagno un eccellente sacerdote e predicatore chiamato Giovanni Marinoni. Passando per Roma, andò a baciare i piedi del Papa e a chiedergli la benedizione. Il Papa, vedendo lui e il suo compagno con il volto tutto bruciato dagli ardori del sole, disse loro: «Com'è possibile, figli miei, che vi siate messi in cammino negli ardori di questa canicola e con tanto pericolo per la vostra vita?». Il Santo rispose umilmente: «È meglio, Santo Padre, disprezzare la propria vita che mancare di obbedienza ai vostri comandamenti».
Quando fu a Napoli, prese possesso di una casa fuori città, che il conte di Oppido aveva preparato per questo nuovo stabilimento, e scrisse al vescovo di Teate, suo superiore, per avere un maggior numero di operai. Tuttavia questo conte, non potendo comprendere la povertà di cui il beato Gaetano faceva professione, lo pregò vivamente di accettare qualche rendita per far sussistere la sua comunità nascente, rappresentandogli che era impossibile che una grande compagnia persistesse a lungo senza questo soccorso, e che se riceveva allora elemosine sufficienti per il suo nutrimento, non sarebbe stato lo stesso nel seguito dei tempi, quando la carità del popolo nei suoi confronti si fosse raffreddata. Ma il Santo, persuaso dalle parole del Vangelo che, finché i suoi religiosi avessero riposto la loro fiducia in Dio, non sarebbero mai mancati delle cose necessarie alla vita, e indifferente alla loro sorte se avessero cessato di avere tale fiducia, respinse interamente questa proposta come contraria allo spirito e alle costituzioni del suo Istituto. Il conte non si diede per vinto; impiegò altri religiosi di grande reputazione per piegare l'ostinazione di Gaetano. Allora questo santo uomo, che non aveva rinunciato ai suoi beni per arricchirsi delle elemosine dei fedeli, disse loro: «Fatemi la grazia, fratelli miei, di dichiararmi quale assicurazione avete di ricevere annualmente le vostre pensioni, le vostre rendite e i vostri redditi?». — «Ne siamo sicuri», dissero, «perché il fondo ci appartiene e ne siamo i proprietari legittimi». — «Ma chi vi assicura», aggiunse, «che i vostri affittuari vi pagheranno bene e che non tratterranno per sé i frutti dei vostri fondi e dei vostri ereditaggi?». — «È», replicarono, «che ne abbiamo contratti e affitti in buona forma, in virtù dei quali possiamo costringerli al pagamento». — «Oh! che la nostra mensa», disse allora Gaetano, «è ben meglio stabilita della vostra, poiché è appoggiata, non sulla scrittura e sui seni degli uomini, ma sulla parola e sulla promessa di Dio stesso, che ci dice in san Matteo: Non vi preoccupate, dicendo: Che mangeremo e che faremo e di che ci vestiremo? perché il vostro Padre celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose: cercate dunque prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutti questi soccorsi vi saranno dati».
Egli obiettò che il suo Ordine aveva fino ad allora provato la verità di queste promesse di Dio. Il conte gli disse che Venezia era un'altra cosa rispetto a Napoli, perché a Venezia c'era poco lusso e molte ricchezze, mentre a Napoli c'erano poche ricchezze e molto lusso: «Credo tuttavia», replicò il Santo, «che il Dio di Venezia sia il Dio di Napoli». La discussione fu terminata da questa bella frase, e la povertà di Gaetano trionfò sulla liberalità del conte di Oppido. Tuttavia, alcuni giorni dopo, essendo lo stesso conte tornato alla carica, il Santo, non potendo soffrire che il suo Ordine si rilassasse fin dalla sua nascita da un'osservanza che era tutto il suo sostegno, comandò una mattina ai suoi religiosi di prendere i loro abiti e i loro breviari, e, uscendo con loro dalla casa, ne fece chiudere le porte e ne rimandò le chiavi al fondatore, mandandogli a dire che non avevano nulla da fare a Napoli se non potevano vivervi come Chierici regolari.
Presero dunque la strada per Venezia; ma il conte inviò prontamente qualcuno dopo di loro, e fece loro tante istanze che rientrarono infine a Napoli. Non tornarono tuttavia alla loro prima casa, ma a un'altra che Maria Lorenza, superiora del convento della Sapienza, fece affittare per loro dentro la città, vicino all'ospedale degli Incurabili, la cui chiesa si chiama Santa Maria del Popolo. San Gaetano fece allora in questa grande città ciò che aveva fatto a Venezia, e ne ricevette vantaggi meravigliosi. Molti sacerdoti secolari si riformarono sull'esempio dei regolari, e cominciarono a vivere con più santità e ad adempiere più degnamente il loro ministero. I magistrati e il popolo profittarono anch'essi delle sue istruzioni, e si vide presto il lusso diminuire, le dissolutezze diventare più rare, e la carità verso i poveri riscaldarsi notevolmente. Le virtù del Santo erano così edificanti, che non si poteva guardarlo senza essere toccati da un sentimento di pietà. Cominciò anche da allora a fare miracoli. Uno dei fratelli laici, uscendo di casa per andare a qualche funzione che gli era prescritta per obbedienza, si ferì così gravemente a una grata di ferro, che l'osso vicino al tallone si era rotto e, essendosi formati diversi ascessi, i chirurghi non trovavano altro mezzo per guarirlo, o per preservarlo dalla morte, che tagliargli la gamba. San Gaetano li pregò di differire l'operazione fino al giorno seguente, e, la notte, essendo entrato nella camera del malato, gli sfasciò il piede, baciò la sua piaga, vi fece sopra il segno della croce, e gli raccomandò di sperare in Dio e di implorare il soccorso di san Francesco; poi gli rimise le bende, fece una breve preghiera e se ne tornò nella sua cella. Il malato si addormentò, e, il giorno dopo, essendo venuti i chirurghi per fare l'operazione, gli trovarono il piede sano come se non avesse mai avuto una piaga. Questa meraviglia fu presto pubblicata ovunque, e noi la troviamo approvata nelle informazioni che sono state fatte per la canonizzazione di questo grande servitore di Dio. Un altro dei suoi religiosi avendo perso il senno, glielo restituì con la forza delle sue orazioni: il che, tra i miracoli dei Santi, è abbastanza straordinario.
Il papa Paolo III, che era succeduto a Clemente VII, avendo dato il cappello cardinalizio al vescovo di Teate, superiore dei Chierici regolari, il nostro Santo fu obbligato a fare un viaggio a Roma per l'assemblea generale del suo Ordine. Poiché i tre anni del superiorato di Napoli erano finiti, vi fece sostituire un altro religioso di grande virtù. Questo religioso si lamentava tra sé di questa disposizione, credendo che lo avessero caricato di un peso troppo gravoso per lui. Ma il Santo gli fece questa saggia risposta: «La carica che le è stata data, padre mio, le sarà facile da portare, se avrà cura di farsi amare in Nostro Signore da coloro che le devono obbedire». Non mancò di ritornare a Napoli; là, sebbene non fosse superiore e non avesse altro desiderio che di essere l'ultimo di tutti i fratelli, rimase tuttavia incaricato della principale direzione degli affari; come, in effetti, in qualità di fondatore e istitutore, doveva essere il primo motore di tutte le cose. Vedendo che la casa che gli avevano dato vicino agli Incurabili non era abbastanza grande per una comunità, e che si presentavano ogni giorno nuovi ostacoli per averne una più comoda, prese una seconda volta la risoluzione di uscire dalla città e di tornarsene a Venezia: e l'avrebbe infallibilmente eseguita, se il viceré, che sapeva quanto i Chierici regolari facessero frutti a Napoli, non vi si fosse opposto e non gli avesse fatto dare la chiesa parrocchiale di San Paolo Maggiore, con una casa vicina, situata in un quartiere molto vantaggioso.
Quando fu in pace in questa nuova dimora, raddoppiò i suoi lavori e le sue cure per il soccorso spirituale e temporale di tutta la città. Fu per questo mezzo che scoprì tre perniciosi eretici che, sotto abiti santi e una bella apparenza di virtù, nascondevano l'empietà del luteranesimo di cui erano infetti e che diffondevano ovunque. Il primo era Giovanni Valdés, gentiluomo di Catalogna, che, dopo aver seminato i suoi errori nel suo paese, era passato a Napoli per sedurre il popolo e renderlo luterano; il secondo era Pietro Vermigli, soprannominato Martire, uomo eloquente, ma che la sua apostasia dall'Ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino e la sua ribellione contro la Chiesa hanno reso infame nello spirito di tutti i veri cattolici; il terzo era Bernardino Ochino, uno dei grandi predicatori del suo secolo, e che era stato persino generale dell'Ordine dei Cappuccini, ma che la sua vanità, la sua ambizione e la sua impudicizia avevano precipitato nell'er rore; tutto era Bernardin Ochin Predicatore cappuccino divenuto apostata e avversato da Gaetano. da temere da un triumvirato così formidabile, e non si può credere quanto questi nuovi predicanti, che si guardavano come uomini apostolici, corrompessero gli spiriti e coinvolgessero il mondo nell'empietà e nell'eresia. Ma san Gaetano, con il Padre Giovanni Marinoni, essendo andati ad ascoltarli, scoprirono il veleno che questi figli di Babilonia davano in coppe d'oro, e senza perdere tempo ne scrissero al cardinale teatino: a questa notizia, i tre impostori, temendo di essere arrestati, uscirono da Napoli e da tutta l'Italia. Ognuno sa che morirono poi miseramente, odiati e detestati da tutto il mondo e persino dagli eretici.
Vita mistica e morte
Soprannominato il 'Cacciatore di anime', morì nel 1547 a Napoli, offrendosi in sacrificio per placare i disordini civili della città.
Questo grande servizio che san Gaetano aveva reso alla città di Napoli accrebbe l'affetto che tutte le persone dabbene nutrivano per lui. Fu tuttavia costretto ad assentarsene e a tornare a Venezia, dove, dopo i suoi tre anni di obbedienza, era stato nuovamente eletto superiore. Ma anche questa assenza durò solo tre anni; e, alla fine di questo tempo, fu restituito a Napoli dal Capitolo generale del suo Ordine, che gli affidò per la seconda volta il governo di quella casa. Questi diversi cambiamenti non mutarono nulla nel suo modo di vivere. Era sempre lo stesso, severo e implacabile verso il proprio corpo, ma pieno di dolcezza e di bontà per tutti gli altri. La sua mortificazione era così grande che, quando l'imperatore Carlo V giunse a Napoli dopo la sconfitta degli infedeli in Africa e la presa della città di Tunisi, sebbene la pompa del suo ingresso fosse una delle più sfolgoranti e magnifiche che siano mai state fatte per un imperatore e il Santo non avesse che da aprire la finestra per vedere la maggior parte di quella magnificenza, egli se ne privò per amore di Dio e rimase in orazione per tutto il tempo di quella cerimonia. Non era mai senza fare qualche penitenza corporale: il cilicio era il suo abito ordinario; la sua temperanza e la sua sobrietà erano così grandi che valevano bene un digiuno continuo; passava talvolta intere notti a lacerarsi le spalle con discipline sanguinose e implacabili, il che derivava dal fatto che mortificava estremamente la sua carne e la considerava come una nemica pericolosa e inconciliabile. Un giorno, gli sfuggì di dire che non la mortificava meno del demonio. Non vi fu mai uomo più appassionato per la gloria di Dio, né più ardente nel procurare la salvezza delle anime di lui; era quella la sua applicazione continua, ed è ciò che gli meritò il bel soprannome di Cacciatore di anime (*Venator animarum*). Poiché era molto assiduo all'orazione e vi rimaneva sett Venator animarum Fondatore dell'Ordine dei Chierici Regolari Teatini e riformatore cattolico del XVI secolo. e o otto ore di seguito, tutto bagnato di lacrime e tutto immerso in Dio, vi riceveva anche grazie e favori inestimabili. Abbiamo già notato quella di cui fu onorato a Roma quando la santa Vergine gli pose l'adorabile Bambino Gesù tra le mani. Un'altra volta, Nostro Signore gli apparve con le sue piaghe sanguinanti e lo invitò ad avvicinare la bocca al suo costato per succhiarvi le dolcezze che scorrono abbondantemente dal suo cuore. E ancora un altro giorno, questo divino Sofferente lo chiamò, affinché lo aiutasse a portare la sua croce. Era senza dubbio la croce dell'iniquità degli uomini, di cui Gaetano sentiva vivamente il peso e l'amarezza e che lo faceva piangere e gemere continuamente. Le sue estasi e i suoi rapimenti erano frequenti, e vi riceveva grandi lumi e persino conoscenze profetiche delle cose assenti e di ciò che non era ancora accaduto. Le sue devozioni particolari, dopo il culto e l'adorazione di Dio, avevano per oggetto la santa Vergine, che univa sempre a suo Figlio, non pronunciando quasi mai il nome di Gesù senza aggiungere queste parole: «Figlio di Maria»; verso l'apostolo sant'Andrea, a causa del desiderio ardentissimo che ebbe di soffrire per Gesù Cristo, e verso san Francesco d'Assisi, a causa del suo grande amore per la povertà. Questa virtù era anche la più cara a san Gaetano; fu vicino a lasciare Verona, perché il vescovo lo trattava troppo bene e più splendidamente di quanto richiedesse la povertà religiosa. Infine, per racchiudere in una parola tutte le sue virtù, era un uomo tutto celeste e che, non avendo quasi più nulla sulla terra, non desiderava e non gustava più che Dio solo; così, un giorno, durante la sua preghiera, gli sembrò che il suo cuore si staccasse dal petto e volasse in cielo.
Le necessità della Chiesa, afflitta da ogni parte dalla ribellione degli eretici e dalle guerre sanguinose tra i regni cattolici, gli fecero raddoppiare le sue penitenze e le sue preghiere per placare l'ira di Dio accesa contro il suo popolo. Vi fu ancora spinto da un'orribile sedizione che sorse in occasione dell'inquisizione che il Papa e il re di Spagna vollero stabilire per arrestare il corso delle eresie, ma che il popolo non voleva ricevere, come contraria ai suoi privilegi. Faceva dunque fare ogni giorno processioni e cantare litanie dove si aggiungeva questa preghiera: *Ut civitatem istam defendere, pacificare, custodire, et conservare digneris, te rogamus audi nos*; «Degnati, Signore, di difendere questa città, di pacificarla, di proteggerla e di conservarla. Te ne preghiamo, ascoltaci». Poi si dicevano queste parole di Daniele: *Exaudi, Domine, placare, Domine, attende et fac, ne moreris propter temetipsum, Deus meus, quia nomen tuum invocatum est super civitatem istam et super populum tuum*; «Esaudiscici, Signore, placati, Signore, getta su di noi uno sguardo di compassione e di benevolenza, e fa' ciò che attendiamo dalla tua bontà. Non differire, mio Dio, di soccorrerci. Ne va del tuo onore e della tua gloria, perché il tuo nome è invocato su questa città e sul tuo popolo».
Tuttavia, per un segreto giudizio della divina Provvidenza, i mali, ben lungi dal diminuire, si inasprirono e aumentarono maggiormente, i crimini si moltiplicarono; il concilio di Trento, che era stato convocato per condannare le eresie e per riformare i costumi dei cattolici, fu trasferito, a causa della peste, e non vi era quasi più apparenza che i disordini della cristianità finissero presto. Queste grandi calamità afflissero così fortemente san Gaetano che, essendo d'altronde molto indebolito dalle sue austerità straordinarie e dalle sue lacrime continue, ne cadde gravemente malato. Il medico, venuto a visitarlo, volle farlo coricare su un materasso: «Io su un letto soffice!» disse il Santo, «a Dio non piaccia; voglio e devo morire sulla cenere e sul cilicio. Sì, sulla cenere e sul cilicio; è il meno che io possa fare, dopo che Gesù Cristo è morto su una croce, trafitto da chiodi e spine». Non volle neppure che si facesse consultazione per lui, dicendo allo stesso medico «che questi soccorsi straordinari non erano convenienti a un corpo spregevole come il suo, e che bastava per un povero religioso essere curato da un medico». I suoi figli non lo abbandonarono, per paura di perdere una sola delle sue parole. Li esortò alla perseveranza nella severa povertà del loro istituto, alle funzioni apostoliche per la salvezza e la santificazione delle anime, all'unione stretta tra loro e alla difesa della Chiesa contro gli eretici. Poi chiese loro umilmente perdono, sebbene non credesse di averne mai offeso alcuno né con azioni né con parole, il che è ben meraviglioso in un uomo che li aveva guidati e governati per tanto tempo. Infine, dopo aver ricevuto i tre Sacramenti con cui la Chiesa soccorre i malati in questa estremità, tenendo con le due mani un crocifisso che guardava con occhio pieno d'amore e tuttavia bagnato di lacrime, e davanti al quale ripeteva a ogni momento queste parole di Daniele: *Placare, Domine, attende et fac*, rese il suo spirito a Dio per essere coronato di una gloria immortale, il 7 agosto 1547, il ventitreesimo anno della fondazione del suo Ordine e il sessantasettesimo della sua età.
Eredità e culto
Canonizzato nel 1669, il suo ordine si diffuse in Europa e nelle missioni, mentre egli rimane un patrono principale della città di Napoli.
Il giorno della sua morte, i disordini di quella città furono interamente placati: tutti vi videro un segno della felicità eterna di Gaetano e del suo grande credito in cielo. Dio ha compiuto da allora migliaia di miracoli per l'invocazione del suo nome. Una persona che nutriva devozione per lui, avendo implorato la sua assistenza, gli apparve e le disse che, per meritare di essere esaudita, doveva recitare, per nove giorni, nove volte il Pater, l'Ave Maria e il Gloria Patri davanti alla sua cappella o davanti a una delle sue immagini; cosa che fece con felicissimo successo. In seguito, questa devozione è stata praticata da una folla di cristiani che ne hanno sperimentato la virtù, e la si sperimenta ancora ogni giorno, poiché le meraviglie che si compiono per l'intercessione di san Gaetano sono in così gran numero, che si pubblica ovunque che Dio le effonde come la pioggia.
I miracoli antichi avevano indotto papa Urbano VIII a beatificare san Gaetano nel 1629; quelli nuovi hanno indotto papa Clemente X a canonizzarlo nel 1669.
Due anni dopo la morte di Gaetano, nel 1549, Carafa fu nominato arcivescovo di Napoli, ma gli spagnoli gli impedirono di occupare la sua sede. Lo stesso anno ottenne il vescovado di Sabina; assistette al conclave del 1550, nel quale fu eletto Giulio III, e infine, dopo i ventun giorni del regno di Marcello I I, Cara Paul IV Futuro papa che collaborò con Girolamo a Venezia. fa fu eletto Papa con il nome di Paolo IV. Donò alla sua congregazione dei Teatini la chiesa parrocchiale di San Silvestro al Quirinale; più tardi essa ottenne una residenza ancora più considerevole a Roma, avendogli la duchessa di Amalfi, Costanza Piccolomini, donato il suo palazzo, accanto al quale i Teatini costruirono la magnifica chiesa di Sant'Andrea della Valle. Paolo IV accordò diversi favori alla sua congregazione, pose dei superiori nelle case di Venezia, Napoli e Roma per cinque anni, e separò, nel 1555, i Somaschi dai Teatini, che erano stati riuniti nel 1546. Nel 1557 morì Paolo Consiglieri, e un anno dopo Bonifacio de Colle. L'ordinanza emanata da Paolo IV per la nomina dei superiori non sopravvisse al suo autore, e nel 1560 i Chierici regolari decretarono a Venezia che si sarebbero riuniti in capitolo e che gli statuti del capitolo avrebbero diretto la congregazione. Ne risultò un gran numero di eccellenti ordinanze che si applicarono a una folla di case nate successivamente, e in poco tempo, a Padova, Piacenza, Milano, Capua, Cremona, Spoleto, ecc., tutte sorvegliate, a partire dal 1572, da visitatori speciali. I Teatini fondarono inoltre sei case a Napoli, due a Roma, due a Venezia, e si propagarono in Spagna, in Polonia, in Germania, in Baviera. Nel 1644 ottennero, sotto il ministero del cardinale Mazzarino, una casa a Parigi; ma fu la sola che possedettero in Francia. Vi costruirono una chiesa, la cui prima pietra fu posta dal principe di Conti in nome di Luigi XIV, e si cominciò a celebrarvi l'ufficio il 1° novembre 1669. Questa bella chiesa non esiste più; è stata demolita nel 1827. I loro intrepidi missionari si spinsero fino in Mingrelia, Georgia, Arabia, Persia, nelle isole del Borneo e di Sumatra, e in Armenia.
Oltre a papa Paolo IV, la Chiesa dovette alla congregazione dei Teatini un gran numero di cardinali, arcivescovi, vescovi e dotti teologi. Una delle glorie dell'Ordine fu il cardinale Giuseppe Maria Tommasi; poi Paolo Aresi e Clemente Galano onorarono la loro società; i Padri Giovanni Battista Tuffo e Giuseppe de Silos redassero, l'uno in italiano, l'altro in latino, gli annali dell'Ordine. Il Padre Ventura illustrò, nei tempi moderni, l'Ordine con le sue eloquenti predicazioni e il suo prodigioso sapere.
L'Ordine dei Teatini vide crescere le sue ricchezze e diminuire sfortunatamente lo zelo dei suoi membri. Gli statuti dei Teatini sono molto dolci. Il loro costume consiste nella tonaca dei chierici regolari; solo portano calze bianche. L'Ordine non è in uno stato molto fiorente; tuttavia possiede ancora case a Napoli, Roma, Messina, Palermo, Bologna, Firenze.
Benedetto XIV, con un breve del 20 marzo 1743, diede ai Teatini, a perpetuità, un posto di consultore dei riti, a causa del dotto commentario che il Padre Merati aveva composto sulle rubriche, e che è molto più esteso di quello del Padre Gavantus, barnabita. Fu ristampato a Roma nel 1762.
Si contano ordinariamente otto congregazioni di Chierici regolari in Italia: 1° i Chierici regolari di San Paolo, chiamati Barnabiti, istituiti nel 1533; 2° quelli della Compagnia di Gesù, istituiti nel 1540; 3° quelli di San Maiolo o Somaschi, istituiti nel 1530; 4° i Chierici regolari minori, istituiti nel 1588; 5° i Chierici regolari Ministri degli infermi, chiamati anche Crociferi, a causa della croce rossa che portano sulla tonaca, istituiti nel 1591; 6° i Chierici regolari delle Scuole pie, istituiti nel 1621; 7° quelli della Madre di Dio, istituiti a Lucca nel 1628; 8° infine, i veri Chierici regolari Teatini secondo la prima istituzione. Queste diverse congregazioni hanno all'incirca lo stesso abito. Il Padre Thomassin dice che la vita dei Chierici regolari si avvicina a quella dei Canonici regolari. Vi è tuttavia una differenza, che è che gli antichi canonici regolari avevano i digiuni, le astinenze, le veglie della notte, il silenzio dei monaci, laddove i chierici regolari abbracciarono nel loro istituto tutte le funzioni della vita ecclesiastica, e non queste grandi austerità dei religiosi consacrati alla solitudine.
Una notte di Natale in cui, nella basilica Liberiana, san Gaetano meditava sull'incarnazione, la santa Vergine gli apparve e gli mise tra le braccia il Bambino Gesù. È così che spesso lo si rappresenta. Romanelli lo ha rappresentato circondato da nove spiriti beati, di cui uno sostiene, in ginocchio davanti al Santo, il libro sul quale egli scrive le sue costituzioni sotto la dettatura di Gesù Cristo.
CULTO E RELIQUIE. — SCRITTI.
San Gaetano fu sepolto nel cimitero comune di San Paolo, che era collaterale alla chiesa. Si pratica da allora in questa chiesa una volta sotterranea, dove furono trasportate le sue ossa con quelle degli antichi religiosi. Vi si posero delle iscrizioni per conservare la memoria di questa traslazione; ma non si sa più ora precisamente in quale luogo si trovi. Così non si è potuto fare l'elevazione del suo corpo, e non si possono esporre le sue reliquie. La devozione verso san Gaetano è così grande a Napoli, di cui è uno dei principali patroni, che in alcune chiese si predicano nove domeniche o feste di seguito su qualche virtù di questo Santo, per prepararsi alla celebrazione della sua festa.
In Francia, si onorava specialmente san Gaetano presso i Cappuccini di Marsiglia e presso gli Agostiniani di Amiens. Si vede la sua statua con quella di san Gennaro su tutte le porte della città di Napoli.
Abbiamo diverse lettere di san Gaetano. Otto sono indirizzate a Laura Mignana, religiosa agostiniana di Brescia; sono state stampate nella Storia del monastero di queste religiose agostiniane, che apparve a Brescia nel 1764. Le altre si trovano nelle Memorie storiche sulla vita del Santo, del Padre Zinelli. Queste Memorie sono state stampate a Venezia nel 1553.
Le religiose di Brescia si sono spogliate di quasi tutti gli originali delle lettere del Santo, in favore di diverse case di Teatini, che li hanno messi in reliquiari.
Ci siamo serviti, per completare il P. Giry, dei continuatori di Godescard, e del Dizionario enciclopedico della teologia cattolica, di Goschler. — Cfr. Spirito dei Santi, dell'abate Grimes; le diverse vite del Santo date in Italia, e di cui si trova il catalogo nei Bollandisti; altre due vite scritte in latino, una dal P. Antonio Caraccioli, e stampata a Colonia nel 1612, in-4°; l'altra dal P. Giovanni Battista Caraccioli, e pubblicata a Pisa nel 1738; le vite dello stesso Santo scritte in francese da Charpi de Sainte-Croix; e dal P. Bernard, teatino; Hillyot, Hist. des ordres relig.; Oxynalibus, Cantin. Baron. ed. Luc. ad an. 1547; il P. de Tracy, nelle sue vite di san Gaetano e degli altri Santi dello stesso Ordine.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Vicenza
- Dottorato in diritto canonico e civile
- Protonotario apostolico sotto Giulio II a Roma
- Ingresso nella congregazione del Divino Amore
- Ordinazione sacerdotale
- Fondazione dell'Ordine dei Chierici Regolari (Teatini) nel 1524
- Sofferenze durante il sacco di Roma nel 1527
- Fondazione di case a Venezia e Napoli
- Lotta contro le eresie di Valdés, Vermigli e Ochino
Miracoli
- Apparizione della Vergine che gli affida Gesù Bambino a Santa Maria Maggiore
- Guarigione istantanea della gamba rotta di un fratello laico
- Restaurazione della ragione di un religioso
- Placamento dei tumulti di Napoli alla sua morte
Citazioni
-
Il Dio di Venezia è il Dio di Napoli
Risposta al conte d'Oppido -
Voglio e devo morire sulla cenere e sul cilicio
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