Principessa greca martirizzata a Roma all'età di tredici anni sotto Diocleziano per aver rifiutato di rompere il suo voto di verginità. Le sue reliquie, scoperte nel 1802 nelle catacombe di Santa Priscilla, hanno dato luogo a innumerevoli miracoli a Mugnano e in tutto il mondo. È soprannominata la Taumaturga del XIX secolo.
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SANTA FILOMENA, VERGINE E MARTIRE A ROMA,
SOPRANNOMINATA LA TAUMATURGA DEL XIX SECOLO.
Invenzione delle reliquie a Roma
Nel 1802, i resti di santa Filomena vengono scoperti nelle catacombe di Santa Priscilla a Roma, accompagnati da un'iscrizione e da un vaso di sangue trasformato in pietre preziose.
III secolo.
Jam sponsa Christi quæ adhuc arbitra voti per mixtum esse non poterat.
Cristo la scelse come sua sposa prima che l'età le permettesse di scegliere per sé un altro stato.
Sant'Ambrogio.
La «memoria del giusto», secondo il Salmista, «sopravvive a tutti i secoli; essa partecipa all'eternità di Dio». Troviamo una nuova prova di questa parola divina nell'invenzione delle reliquie della nostra Taumaturga. Per circa quindici secoli, esse rimasero sepolte e ignorate dal mondo intero, ed ecco che all'improvviso appaiono coronate d'onore e di gloria agli occhi dell'universo, nel 1802, il 25 del mese di maggio, durante gli scavi che si è soliti fare a Roma ogni anno nei luoghi consacrati alla sepo Rome Città natale di Massimiano. ltura dei martiri. Queste operazioni sotterranee si svolgevano quell'anno nelle catacombe di Santa Priscilla, sulla nuova via Salari a. Si scoprì dapprima la pietr catacombes de Sainte-Priscille Luogo esatto del ritrovamento delle reliquie nel 1802. a sepolcrale che si fece notare per la sua singolarità. Era di terracotta e offriva allo sguardo diversi simboli misteriosi che alludevano alla verginità e al martirio. Erano tagliati da una linea trasversale formata da un'iscrizione le cui prime e ultime lettere sembravano essere state cancellate dagli strumenti degli operai che cercavano di staccarla dalla tomba. Essa era così concepita: FILUMENA PAX TECUM FIAT. «Filomena, la pace sia con te! così sia».
Il dotto Padre Marien Paternio, gesuita, crede che le due ultime lettere FI debbano ricollegarsi alla prima parola dell'iscrizione, secondo l'antico uso, dice, che era comune ai Caldei, ai Fenici, agli Arabi, agli Ebrei; e persino, aggiunge, se ne trovano alcune tracce tra i Greci. Lo stesso Padre fa notare che «nelle pietre sepolcrali poste dai cristiani sulla tomba dei martiri che confessarono il nome di Gesù Cristo nelle prime persecuzioni, al posto della formula In pace, generalmente poco usata, si metteva questa, che ha qualcosa di più animato e di più vivo: Pax tecum».
Rimossa la pietra, apparvero i resti preziosi della santa martire, e proprio accanto, un vaso di vetro estremamente sottile, metà intero, metà rotto e le cui pareti erano coperte di sangue essiccato. Questo sangue, indice certo del genere di martirio che pose fine ai giorni di santa Filome vase de verre Vaso contenente il sangue essiccato della santa, segno di martirio. na, era stato, secondo l'uso della Chiesa primitiva, raccolto da pii cristiani che, quando non potevano farlo da soli, si rivolgevano talvolta ai carnefici dei loro fratelli per avere le loro venerabili spoglie e il loro sangue sacro, offerto con tanta generosità a Colui che, sulla croce, santificò con l'effusione del proprio i sacrifici, i dolori e la morte dei suoi figli.
Mentre ci si occupava di staccare dai diversi pezzi del vaso rotto il sangue che vi era incollato e di riunirne con la massima cura le più piccole particelle in un'urna di cristallo, le persone presenti, tra le quali si trovavano uomini di talento e di spirito colto, si stupirono nel vedere all'improvviso scintillare ai loro occhi l'urna sulla quale da qualche istante i loro sguardi erano fissi. Si avvicinarono di più; considerarono a lungo questo prodigioso fenomeno e nei sentimenti della più viva ammirazione unita al più profondo rispetto, benedissero il Dio che «si glorifica nei suoi Santi». Le particelle sacre, cadendo dal vaso nell'urna, si trasformavano in diversi corpi preziosi e brillanti, e si trattava di una trasformazione permanente; alcuni presentavano lo splendore e il colore dell'oro più puro; altri, dell'argento; altri, diamanti, rubini, smeraldi e altre pietre preziose; cosicché al posto della materia il cui colore, liberandosi dal vaso, era bruno e oscuro, non si vedeva nel cristallo che lo splendore mescolato di colori diversi, così come brillano nell'arcobaleno.
Questo splendore non è che un'ombra della chiarezza celeste promessa nei libri santi «al corpo e all'anima del giusto». È allo stesso tempo il segno e il pegno della risurrezione dei corpi quando gli eletti saranno trasformati nella gloria di Gesù Cristo. Questo prodigio, come abbiamo detto, è permanente, ed eccita ancora oggi l'ammirazione di coloro che vanno a venerare questa preziosa reliquia.
Interpretazione dei simboli
I simboli incisi sulla tomba (ancora, freccia, palma, frusta, giglio) sono analizzati come indizi del suo martirio e della sua verginità, confermati da rivelazioni private.
Il martirio di santa Filomena è noto solo attraverso i simboli raffigurati sulla pietra sepolcrale di cui abbiamo appena parlato, e tramite le rivelazioni fatte a diverse persone dalla stessa Santa. A questa parola, rivelazioni, non ci si spaventi; poiché è certo che fin dall'origine del mondo, Dio ha rivelato agli uomini molte cose che erano note solo a Lui. Lo ha fatto, dice san Paolo, in molti luoghi e in molti modi; ma soprattutto negli ultimi tempi per mezzo del suo Figlio diletto. Ora, ciò che Egli ha fatto così spesso, chi oserebbe, anche ai nostri giorni, contestargliene il diritto o vietargliene l'esercizio? Se è la piccolezza dell'uomo, o la sua indegnità che si cerca di far valere contro le rivelazioni, il nostro Dio non è forse il Dio delle infinite misericordie?... L'uomo, per quanto misero possa essere, non è forse suo figlio, opera delle sue mani e della sua bontà, destinato a non essere che uno con Lui nell'eterna beatitudine? Se è l'inutilità di tali comunicazioni tra Dio e l'uomo che si obietta, dove sono le prove che se ne daranno? Così non ragionava il dotto e grande pontefice Benedetto XIV, le cui parole hanno un così grande p eso in tal Benoît XIV Papa che ha beatificato Girolamo Emiliani. i materie; poiché egli pensa che le rivelazioni, se sono pie, sante e vantaggiose per la salvezza delle anime, debbano essere ammesse nei processi che si svolgono a Roma per la canonizzazione dei Santi. Egli non considerava dunque tutte le rivelazioni come inutili. Ora, se dopo un attento esame, se dopo aver consultato persone dotte ed esperte in tali materie, se anche, come è accaduto per queste, dopo averle sottoposte all'autorità ecclesiastica, se ne è ottenuta la licenza di pubblicarle per la gloria di Nostro Signore e per l'edificazione degli uomini, chi oserebbe dire che tali rivelazioni, piene d'altronde di pietà e di santità, sono inutili e dannose? Ah! per grazia, che il fedele non vada a meritare dallo Spirito Santo il rimprovero che Egli fa agli empi, di bestemmiare ciò che ignorano! Non vogliamo certamente che si imiti l'imprudenza di coloro che ammettono indistintamente tutto ciò che sentono qualificare con il nome di rivelazione; sarebbe, lo ammettiamo, la più pericolosa delle follie. Ma dobbiamo ripetere con san Paolo, che nessuna rivelazione, così come nessuna profezia, può essere disprezzata, e che bisogna dare una pia credenza a quelle che, secondo le regole approvate dalla Chiesa e seguite dai Santi, portano i caratteri della verità.
Tali sono le rivelazioni di cui parleremo, e che si trovano perfettamente in accordo con i geroglifici tracciati sulla pietra sepolcrale.
Il primo è un'ancora, simbolo non solo di forza e di speranza, ma anche di un genere di martirio come quello al quale Traiano condannò il papa san Clemente, gettato per suo ordine in mare con un'ancora legata al collo.
Il secondo è una freccia che, sulla tomba dei Martiri di Gesù Crist o, significa saint Clément Papa e martire citato in confronto per il miracolo della tomba sottomarina. un tormento simile a quello per mezzo del quale Diocleziano tentò di far morire il generoso tribuno della prima coorte, san Sebastiano.
Il terzo è una palma, posta quasi al centro della pietra; essa è il segno e come la messaggera di una folgorante vittoria riportata sulla crudeltà saint Sébastien Martire noto per il supplizio delle frecce. dei giudici persecutori e sulla rabbia dei carnefici.
Al di sotto vi è una specie di frusta di cui ci si serviva per flagellare i colpevoli e le cui cinghie, armate di piombo, non cessavano talvolta di solcare e di percuotere il corpo dei cristiani innocenti se non dopo averli privati della vita.
Vengono poi altre due frecce disposte in modo che la prima ha la punta verso l'alto, e la seconda in senso inverso. La ripetizione di questo segno indicherebbe forse una ripetizione degli stessi tormenti, e la sua disposizione, un miracolo come, per esempio, quello che ebbe luogo sul monte Gargano quando un pastore, avendo lanciato una freccia contro un toro che si era rifugiato nella caverna consacrata da allora a san Michele, vide, così come diverse altre persone che erano lì presenti, quella stessa freccia tornare a lui e cadere ai suoi piedi?
Infine, appare un *giglio*, simbolo dell'innocenza e della verginità, che, unendosi alla palma e al vaso insanguinato di cui abbiamo già fatto menzione, proclama il duplice trionfo di santa Filomena, sulla carne e sul mondo, e invita la Chiesa a onorarla sotto i titoli gloriosi di Martire e di Vergine.
Le rivelazioni di Napoli
Tre persone, tra cui una religiosa di Napoli nel 1836, ricevono rivelazioni concordanti sulla vita della santa, convalidate dall'autorità ecclesiastica.
Quanto alle tre rivelazioni che ci fanno conoscere la storia della nostra Santa, esse sono state sottoposte all'autorità ecclesiastica e si è ottenuta la licenza di pubblicarle per la gloria di Nostro Signore e per l'edificazione degli uomini. Esse si trovano perfettamente in accordo con i geroglifici tracciati sulla pietra sepolcrale. Sono state fatte a tre persone diverse, la prima delle quali è un giovane artigiano molto noto per la purezza della sua coscienza e la sua solida pietà; la seconda è un sacerdote zelante, canonico, nel 1836; la terza, infine, è una di quelle vergini consacrate a Dio in un chiostro austero, che aveva circa trentaquattro anni, nello stesso anno 1836, e viveva a Napoli. Queste tre persone non si conoscevano, non avevano mai avuto tra loro la minima relazione e abitavano in paesi assai distanti gli uni dagli altri, e tuttavia i loro racconti concordavano nella sostanza e nelle circostanze. Racconteremo solo la rivelazione fatta alla religiosa di Napoli dalla nostra taumaturga, non sappiamo esattamente quanto tempo dopo il ritrovamento di queste sante reliquie.
La santa Martire aveva da lungo tempo dato a questa religiosa diversi segni sensibili di una protezione del tutto particolare; l'aveva liberata dalle tentazioni di sfiducia e di impurità mediante le quali Dio aveva voluto purificare maggiormente la sua serva, e allo stato penoso in cui questi attacchi di Satana l'avevano ridotta, aveva fatto succedere le dolcezze della gioia e della pace. Nelle comunicazioni intime che, ai piedi del crocifisso, avevano luogo tra queste due spose del Salvatore, la Santa le dava avvertimenti pieni di saggezza, ora sulla direzione della comunità di cui questa religiosa era stata incaricata dai suoi superiori, ora sulla sua condotta personale. Ciò di cui conversavano più spesso insieme era il pregio della verginità, i mezzi di cui santa Filomena si era servita per conservarla sempre intatta, anche in mezzo ai più grandi pericoli, e i beni immensi che si trovano nella croce e in tutti i frutti che essa porta.
Queste grazie straordinarie, concesse a un'anima che, compenetrata delle proprie miserie, si giudicava totalmente indegna, le fecero temere l'illusione. Ricorreva alla preghiera e alla prudenza di coloro che Dio le aveva dato come guide della sua coscienza, e mentre i suoi saggi direttori sottoponevano a un lento e giudizioso esame i diversi favori di cui il cielo aveva onorato questa religiosa, rivelazioni di altra natura le venivano fatte per intercessione della stessa Santa; tendevano tutte a rendere il suo nome più glorioso.
La persona di cui parliamo aveva nella sua cella una piccola statua di santa Filomena fatta sul modello del suo santo corpo, così come lo si vede a Mugnano, e più di una volta tutta la comunità aveva notato con ammirazione sul volto di questa stessa statua alterazioni che sembravano loro avere del prodigioso. Ciò aveva ispirato a tutte il pio desiderio di esporla nella loro chiesa festeggiandola con la massima solennità possibile. La festa ebbe luogo, e da allora la statua miracolosa rimase sul suo altare. La buona religiosa, nei giorni di comunione, andava davanti ad essa in ringraziamento; e un giorno che nel suo cuore si formava un vivo desiderio di conoscere l'epoca precisa del martirio della Santa, affinché, si diceva, i suoi devoti potessero onorarla più particolarmente, d'un tratto i suoi occhi si chiusero
senza che potesse, nonostante tutti i suoi sforzi, riaprirli, e una voce piena di dolcezza, che le pareva venire dal luogo dove era la statua, le rivolse queste parole: «Mia cara sorella, è il 10 del mese di agosto che io morii per vivere e che entrai trionfante nel cielo, dove il mio divino Sposo mi mise in possesso di quei beni eterni, incomprensibili all'intelligenza umana. Anche per questa ragione la sua ammirevole saggezza dispose talmente le circostanze della mia traslazione a Mugnano che, nonostante i piani stabiliti dal sacerdote che aveva ottenuto le mie spoglie mortali, arrivai in questa città, non il 3 di questo mese, come egli aveva fissato, ma il 10; né per essere posta in silenzio nell'oratorio della casa, come egli voleva pure, ma nella chiesa dove mi si venera, e in mezzo alle grida di gioia universale, accompagnate da tante circostanze meravigliose che fecero del giorno del mio martirio un giorno di vero trionfo».
Queste parole, che portavano con sé prove della verità che le aveva dettate, rinnovarono nel cuore della religiosa il timore in cui era già stata di trovarsi nell'illusione. Raddoppia le sue preghiere e supplica il suo direttore di disingannarla; il mezzo era facile. Si scrive dunque a Don Francesco, sacerdote di cui aveva parlato la Santa, e, pur raccomandandogli il segreto su quanto aveva avuto luogo, lo si scongiura di rispondere chiaramente sulle circostanze della rivelazione che avevano attinenza con le risoluzioni che egli aveva preso. Questi le trova perfettamente in accordo con la verità, e la sua risposta non solo consola la religiosa afflitta, ma anima ancora i suoi direttori ad approfittare, per la gloria di Dio e di santa Filomena, del mezzo che essa stessa sembrava loro indicare, al fine di conoscere meglio i dettagli della sua vita e del suo martirio.
Ordinano dunque alla stessa persona di fare a tal fine le più vive istanze presso la Santa; e poiché l'obbedienza, come dicono i libri santi, è sempre vittoriosa, un giorno che era nella sua cella in orazione per ottenere questa grazia, chiudendosi i suoi occhi di nuovo nonostante la sua resistenza, ella sente la stessa voce che le dice:
Origini e voto di verginità
Figlia di un principe greco convertito, Filomena consacra la sua verginità a Cristo fin dall'infanzia prima di essere condotta a Roma dove l'imperatore Diocleziano chiede la sua mano.
«Mia cara sorella, sono figlia di un principe che governava un piccolo Stato in Grecia. Anche mia madre era di sangue reale, e poiché si trovavano senza figli, entrambi ancora idolatri offrivano continuamente ai loro falsi dei sacrifici e preghiere per averne. Un medico di Roma, chiamato Publio, oggi in paradiso, viveva nel palazzo ed era al servizio di mio padre. Professava il Cristianesimo. Vedendo l'afflizione dei miei genitori, e vivamente toccato dal loro accecamento, si mise, per impulso dello Spirito Santo, a parlare loro della nostra fede e arrivò fino a promettere loro una discendenza se avessero acconsentito a ricevere il battesimo. La grazia di cui queste parole erano accompagnate illuminò il loro intelletto, trionfò sulla loro volontà; e, divenuti cristiani, ebbero la felicità tanto desiderata di cui Publio aveva promesso che la loro conversione sarebbe stata il pegno. Al momento della mia nascita mi fu dato il nome di Lumena, per allusione alla luce della fede, di cui ero stata per così dire il frutto, e il giorno del mio battesimo mi chiamarono Filomena, o Figlia della luce (Filia luminis), poiché quel giorno nascevo alla fede! La tenerezza che mi portavano mio padre e mia madre era così grande che volevano sempre avermi accanto. Fu questo il motivo per cui mi portarono con loro a Roma, in un viaggio che mio padre si vide costretto a fare, in occasione di una guerra ingiusta di cui si vedeva minacciato dall'orgoglioso Diocleziano. Avevo allo ra tredici Dioclétien Imperatore romano sotto il quale sarebbe avvenuto il martirio. anni. Arrivati nella capitale del mondo, ci recammo tutti e tre al palazzo dell'imperatore, che ci ammise alla sua udienza. Non appena Diocleziano mi ebbe scorta, i suoi sguardi si fissarono su di me, e parve così preoccupato per tutto il tempo che mio padre impiegò a esporgli con calore tutto ciò che poteva servire alla sua difesa. Non appena ebbe cessato di parlare, l'imperatore gli rispose che non doveva più preoccuparsi, ma che, bandito ormai ogni timore, non pensasse più che a vivere felice. «Metterò», aggiunse, «a vostra disposizione tutte le forze dell'impero, e, in cambio, non vi chiedo che una cosa: la mano di vostra figlia». Mio padre, abbagliato da un onore che era ben lontano dall'aspettarsi, acconsentì sul momento molto volentieri alla proposta dell'imperatore; e quando fummo rientrati nella nostra dimora, essi fecero, mia madre e lui, tutto ciò che poterono per farmi accondiscendere alla volontà di Diocleziano e alla loro. «Che cosa dunque?» dissi loro, «volete che, per l'amore di un uomo, io manchi alla promessa che ho fatto a Gesù Cristo due anni fa? La mia verginità gli appartiene, non potrei più disporne». — «Ma», mi rispose mio padre, «eri allora troppo bambina per contrarre un tale impegno». E univa le più terribili minacce all'ordine che mi dava di accettare l'offerta di Diocleziano. La grazia del mio Dio mi rese invincibile; e mio padre, non avendo potuto far accettare a quel principe le ragioni che gli adduceva per svincolarsi dalla parola data, si vide obbligato per suo ordine a condurmi davanti a lui.
«Dovetti sostenere, qualche momento dopo, un nuovo assalto della sua furia e della sua tenerezza. Mia madre, di concerto con lui, si sforzò di vincere la mia risoluzione. Carezze, minacce, tutto fu impiegato per piegarmi. Infine, li vidi entrambi cadere ai miei piedi, e mi dissero, con le lacrime agli occhi: «Figlia mia, abbi pietà di tuo padre, di tua madre, della tua patria, dei nostri sudditi». — «No, no», risposi loro, «Dio e la verginità che gli ho votato prima di tutto, prima di voi, prima della mia patria! Il mio regno è il cielo». Le mie parole li gettarono nella disperazione, e mi condussero davanti all'imperatore, che fece anch'egli tutto ciò che era in suo potere per conquistarmi; ma le sue promesse, le sue seduzioni e le sue minacce furono ugualmente inutili. Egli entrò allora in un violento accesso di collera e, spinto dal demonio, mi fece gettare in una delle prigioni del suo palazzo, dove presto mi vidi coperta di catene. Credendo che il dolore e la vergogna avrebbero indebolito il coraggio che mi ispirava il mio divino Sposo, veniva a trovarmi ogni giorno, e allora, dopo avermi fatto slegare affinché prendessi il poco pane e acqua che mi dava per tutto nutrimento, ricominciava i suoi attacchi, alcuni dei quali, senza la grazia di Dio, avrebbero potuto diventare funesti alla mia verginità. Le sconfitte che subiva sempre erano per me il preludio di nuovi supplizi; ma la preghiera mi sosteneva; non cessavo di raccomandarmi al mio Gesù e alla sua purissima Madre. La mia prigionia durava da trentasette giorni quando, in mezzo a una luce celeste, vidi Maria che teneva il suo divino Figlio tra le braccia: «Figlia mia», mi disse, «ancora tre giorni di prigione, e dopo questi quaranta giorni uscirai da questo stato penoso». Una così felice notizia mi faceva battere il cuore di gioia; ma quando la Regina degli Angeli mi ebbe aggiunto che ne sarei uscita per sostenere, tra atroci tormenti, un combattimento più terribile ancora dei precedenti, passai improvvisamente dalla gioia alle più crudeli angosce; credetti che mi avrebbero fatta morire. «Coraggio dunque, figlia mia», mi disse allora Maria, «ignori l'amore di predilezione che ho per te? Il nome che ricevesti al battesimo ne è il pegno, per la somiglianza che ha con quello di mio Figlio e con il mio. Ti chiami Lumena, come il tuo sposo si chiama Luce, Stella, Sole; come sono chiamata anch'io Aurora, Stella, Luna nella pienezza del suo splendore, e Sole. Non temere, ti aiuterò. Ora la natura, la cui debolezza ti umilia, rivendica i suoi diritti; al momento del combattimento, la grazia verrà a prestarti la sua forza; e il tuo Angelo, che fu anche il mio, Gabriele, il cui nome esprime la forza, verrà in tuo soccorso; ti raccomanderò specialmente alle sue cure, come mia figlia prediletta tra le altre». Queste parole della Regina delle Vergini mi restituirono il coraggio, e la visione scomparve lasciando la mia prigione colma di un profumo tutto celeste.
Il triplice martirio
Dopo aver rifiutato l'imperatore, Filomena subisce la flagellazione, l'annegamento con un'ancora e il tiro di frecce miracolosamente deviate, prima di essere decapitata.
«Ciò che mi era stato annunciato non tardò a realizzarsi. Diocleziano, disperando di piegarmi, prese la risoluzione di farmi tormentare pubblicamente, e il primo supplizio al quale mi condannò fu quello della flagellazione. "Poiché non si vergogna", disse, "di preferire a un imperatore come me, un malfattore condannato dalla sua nazione a una morte infame, merita che la mia giustizia la tratti come lui fu trattato". Ordinò dunque che mi spogliassero delle mie vesti, che mi legassero alla colonna e, alla presenza di un gran numero di gentiluomini della sua corte, mi fece battere con tanta violenza che il mio corpo tutto sanguinante non offriva più che una sola piaga. Il tiranno, essendosi accorto che stavo per svenire e morire, mi fece subito allontanare dai suoi occhi e trascinare di nuovo in prigione, dove credeva che avrei reso l'ultimo respiro. Ma fu ingannato nella sua attesa, come io lo fui nella dolce speranza che avevo di andare presto a raggiungere il mio Sposo, poiché due Angeli risplendenti di luce mi apparvero e, versando un balsamo salutare sulle mie piaghe, mi resero più vigorosa di quanto non lo fossi prima del tormento. Il mattino seguente, l'imperatore ne fu informato: mi fa venire alla sua presenza, mi considera con stupore, poi cerca di persuadermi che sono debitrice della mia guarigione a Giove che egli adora. "Ti vuole assolutamente", diceva, "imperatrice di Roma"; e unendo a queste parole seducenti le promesse più onorevoli e le carezze più lusinghiere, si sforzava di compiere l'opera infernale che aveva iniziato; ma il divino Spirito, al quale ero debitrice della mia costanza, mi riempì allora di tanta luce, che a tutte le prove che davo della solidità della nostra fede, né Diocleziano né alcuno dei suoi cortigiani trovarono alcunché da rispondere. Entrò allora di nuovo in furore e comandò che mi si seppellisse, con un'ancora al collo, nelle acque del Tevere. L'ordine fu eseguito; ma Dio permise che non potesse riuscire, poiché, nel momento in cui mi precipitavano nel fiume, due Angeli vennero ancora in mio soccorso e, dopo aver tagliato la corda che mi legava all'ancora, mentre questa cadeva sul fondo del Tevere dove è rimasta fino ad ora, mi trasportarono dolcemente, alla vista di un popolo immenso, sulle rive del fiume. Questo prodigio operò felici effetti su un gran numero di spettatori, ed essi si convertirono alla fede; ma Diocleziano, attribuendolo a qualche segreto magico, mi fece trascinare attraverso le strade di Roma e ordinò poi che si scagliasse contro di me una grandine di dardi. Ne ero tutta irta, il mio sangue scorreva da ogni parte; esausta, morente, comanda che mi riportino nel mio carcere. Il cielo mi onorò lì di una nuova grazia. Entrai in un dolce sonno, e mi trovai, al mio risveglio, perfettamente guarita. Diocleziano lo apprende: "Ebbene!", esclamò allora in un accesso di rabbia, "che la si trafigga una seconda volta con dardi acuti, e che muoia in questo supplizio". Ci si affretta a obbedirgli. Gli arcieri tendono i loro archi, raccolgono tutte le loro forze; ma le frecce si rifiutano di assecondarli. L'imperatore era presente; infuriava a questo spettacolo, mi chiamava maga; e, credendo che l'azione del fuoco potesse distruggere l'incantesimo, ordina che i dardi siano arroventati in una fornace e diretti poi una seconda volta contro di me. Lo furono in effetti; ma questi dardi, dopo aver attraversato una parte dello spazio che dovevano percorrere, prendevano tutto a un tratto la direzione contraria e volavano a colpire coloro che li avevano lanciati. Sei degli arcieri ne morirono, molti di loro rinunciarono al paganesimo, e il popolo si mise a rendere una testimonianza pubblica alla potenza di Dio che mi aveva protetta. Questi mormorii e queste acclamazioni fecero temere al tiranno qualche incidente spiacevole ancora e si affrettò a terminare i miei giorni ordinando che mi si tagliasse la testa. Così la mia anima volò verso il suo celeste Sposo, che, con la corona della verginità e le palme del martirio, mi diede un rango distinto tra gli eletti che egli fa godere della sua divina presenza. Il giorno, così felice per me, del mio ingresso nella gloria fu un venerdì, e l'ora della mia morte, la terza dopo mezzogiorno (cioè la stessa che vide spirare il suo divino Maestro)».
Traslazione e miracoli a Mugnano
Le sue reliquie vengono trasferite a Mugnano del Cardinale, dove si manifestano numerosi miracoli, tra cui guarigioni, resurrezioni di bambini e mutamenti fisici della sua statua.
Come la Santa rivelò lei stessa, la traslazione delle sue reliquie a M ugnano del Cardinale, Mugnano del Cardinale Centro principale del culto e luogo di riposo delle reliquie. nella diocesi di Nola, non avvenne senza miracoli. Uno dei più grandi fu quello di non compierne alcuno in una chiesa di Napoli per indicare che non la si doveva lasciare in quella città; non appena fu portata fuori dalla chiesa e posta in un semplice oratorio con l'intento di trasportarla a Mugnano, furono ottenute miracolosamente tre guarigioni. Durante il viaggio, uno di coloro che portavano il corpo di Filomena, malato fin dalla vigilia della partenza, fu guarito. Ci si stupì anche della leggerezza del prezioso fardello. «Oh! come la Santa è leggera», dicevano i portatori, «non pesa più di una piuma». Di notte, una colonna di luce guidò la cassa attraverso fitte tenebre. Al borgo di Cimiti, divenne così pesante che tutte le braccia furono inutili per sollevarla; ma alcuni abitanti di Mugnano, unitisi ai portatori esausti, le restituirono subito la sua prima leggerezza. La vigilia del suo arrivo in quella città, mentre si suonavano le campane in suo onore, un'abbondante pioggia, richiesta dagli abitanti, pose fine a una lunga siccità. Quando apparve e fu scoperta, la folla avida si precipitò attorno a lei gridando: «Cielo! quanto è bella!... che bellezza di Paradiso!». Ma ecco all'improvviso un orribile uragano che si forma, senza dubbio sotto il soffio degli spiriti maligni, si abbatte sulla moltitudine spaventata e si dirige persino verso la cassa. Viene presto respinto da una mano invisibile e va a spegnersi su una montagna vicina, di cui alcuni alberi vengono sradicati. Da quel giorno felice, la città di Mugnano fu teatro di prodigi che sarebbe troppo lungo riportare. Citiamo solo quelli in cui l'amabile Provvidenza sembra essersi divertita a circondare, sulla terra, la sua vergine prediletta con alcuni raggi di quella gloria di cui gode in cielo. Le ossa della nostra Martire erano ricoperte da un corpo figurato, che la mano inesperta dell'operaio aveva fatto troppo piccolo, poco elegante e posto in un atteggiamento che non appariva abbastanza decoroso. Le vesti magnifiche di cui fu ornata non poterono supplire interamente a tali difetti. Ora, una mattina del 1814, gli stranieri videro modestamente seduto il santo corpo che, fino ad allora, era rimasto disteso; tutti gli ornamenti avevano seguito quel movimento miracoloso per dare alla Santa una posa più graziosa. Che dire! il volto aveva perso i suoi primi tratti; il mento si era arrotondato come quello di una giovane persona che sonnecchia; le labbra, che prima rendevano il volto difforme, si aprivano ora con una grazia meravigliosa che, unita all'amabilità della fisionomia e al brillante colorito delle guance, un tempo biancastre, gratificava piacevolmente gli occhi; la capigliatura, prima nascosta in gran parte, sia dietro il collo che oltre la spalla sinistra, si mostrava allora tutta intera e fluttuava qua e là con un'elegante leggerezza; e tuttavia i quattro sigilli del vescovo di Potenza restavano perfettamente intatti, e la chiave della cassa era a Napoli; il cielo aveva fatto in modo che il miracolo fosse evidente anche per i più increduli. Non è tutto: presto ci si accorse che le vesti della Santa cadevano a brandelli; una mano invisibile ne staccava ogni giorno ora un pezzo, ora un altro; Dio, geloso della gloria esteriore del santo corpo, indicava con ciò che bisognava rivestirlo con una nuova magnificenza. Se ne occuparono seriamente. Ma si presentò una difficoltà: prendendo le misure, si fece l'osservazione che la capigliatura della Santa, perfettamente sistemata verso la spalla destra, lasciava sulla sinistra qualche vuoto, a causa del piccolo numero di capelli di seta che vi erano stati messi quando fu vestita per la prima volta. Supplire con capelli di donna non sembrava conveniente; il tempo non permetteva di procurarsi capelli di seta. In questo imbarazzo, la vigilia di Pentecoste, nel momento in cui si scoprivano le sante reliquie, si videro ancora le cure della Provvidenza, cure minuziose agli occhi della saggezza umana, ma ammirevoli a quelli della fede; nuove e lunghe ciocche di capelli apparvero dal lato in cui si vedeva prima quel vuoto che si disperava di poter colmare. Sembravano frescamente lavati e pettinati; il loro splendore e la loro bella disposizione spandevano una nuova grazia sull'esterno della Santa. Si gridò allo stesso modo, e con giusta ragione, al miracolo, quando ci si accorse diverse volte che la Santa diventava non solo più bella, ma ben più grande di prima. Un giorno, non sappiamo cosa di severo venne all'improvviso a oscurare i tratti, prima così radiosi, della nostra Santa. I fedeli si misero subito in preghiera; questa preghiera di cuori umili fu esaudita: all'istante la nuvola si dissipò, la prima serenità riapparve; nulla di più attraente dell'amabilità della vergine; la gioia del cielo raggiava sul suo volto, gioia causata dalla conversione di un peccatore che dichiarò, con le lacrime agli occhi e col tono più umile, che, incredulo un istante prima, era stato toccato dal prodigio. Il suo cuore, aperto alla verità, si spandeva in azioni di grazie per la Santa. La pregò di accettare una ricca offerta per l'abbellimento del suo altare.
Potremmo citare un'infinità di miracoli simili: si vedrebbero non solo peccatori, ma anche apostoli dell'empietà cambiati interiormente, in un modo così meraviglioso, che sono poi diventati apostoli zelanti della virtù. Diverse volte si sono operati anche negli occhi della Taumaturga dei movimenti meravigliosi, ed era quando le si chiedevano alcune grazie straordinarie. Una sera il cielo era oscurato da tante nuvole e la pioggia cadeva in così grande abbondanza che, nonostante sei grandi ceri accesi, si vedevano solo molto imperfettamente i tratti cari di colei che si invocava. Tutte le persone presenti ne erano tristi, quando all'improvviso un raggio di luce, scaturendo da una grande finestra che faceva fronte all'Oriente, venne a colpire il volto della Santa e permise di contemplarlo a piacimento. Quello era un primo miracolo, poiché il sole era all'Occidente. Fu accompagnato da un secondo, non meno prodigioso; poiché si videro in quel momento, in modo ben distinto, gli occhi della Vergine martire aprirsi a otto riprese diverse e con un'ammirabile vivacità. Gli abitanti di Castelvetere, durante una processione, ammirarono lo stesso prodigio su un'immagine di santa Filomena. Aprì gli occhi, e ne uscirono lampi che penetravano le anime e vi facevano nascere i sentimenti più deliziosi. Le donne si spogliavano di tutti i loro ornamenti e li gettavano sulla barella in segno di riconoscenza e di devozione alla Santa; il resto del corteo era come colto da commozione e rispetto. La vigilia di questa processione, una dama distinta di Fontemarano, che soffriva da tre mesi, vedendo i suoi dolori farsi più acuti, aveva perso ogni coraggio ed era esclamata: «Tutti i rimedi mi sono inutili; non c'è Santo in paradiso che abbia pietà di me. Gesù, mandatemi la morte, la vita mi è diventata troppo di peso». Finendo queste parole, si assopì profondamente; e allora si presenta davanti a lei una giovane e amabile vergine accompagnata da due angeli che, guardandola con aria severa: «È dunque ben vero», le disse, «che tu non hai trovato in cielo alcun Santo che si interessasse a te!...» Poi, sorridendo, aggiunse: «Bacia questa immagine della vergine e martire santa Filomena, e otterrai la grazia che desideri». La dama la bacia con rispetto, e subito i due angeli, applaudendo, esclamano: «La grazia è fatta! la grazia è fatta!». Lo era in effetti. Risvegliandosi, più male, più dolore. Questa dama e suo marito vennero a Castelvetere per prendere parte alla festa e ringraziare pubblicamente la Taumaturga del beneficio che ne avevano ricevuto.
Diverse volte, quando si portavano le statue della Santa su barelle, le strade troppo strette sembrarono allargarsi; almeno la Santa vi passò comodamente come in una grande piazza. A Lucera, la devozione verso santa Filomena si diffuse per un gran numero di miracoli. Un canonico, vicino a morire di una malattia di petto, fu guarito applicandosi l'immagine della nostra Santa sulla parte malata. Molti increduli che si facevano beffe di questi prodigi furono convertiti da questi prodigi stessi. Uno di questi uomini la cui famiglia, piena di fiducia nella nostra Santa, venerava la sua immagine in un piccolo oratorio, ripeteva spesso che credere a simili sciocchezze era l'indice di un piccolo spirito. Un giorno gli sembrò, dormendo, di trovarsi in chiesa; vi vede la santa Martire circondata da un gran numero di persone. Tutte le chiedevano qualche favore, e tutte se ne tornavano pienamente soddisfatte. Desiderando, anche lui, vedere realizzata una cosa che aveva molto a cuore, si avvicina e le rivolge la sua preghiera. «Lontano da qui! lontano da qui!» gli risponde subito la Vergine adirata. «Non siete più quell'uomo che non aggiunge alcuna fede ai prodigi che opero? Cosa! osate chiedermi grazie!...» Queste parole, pronunciate con un tono severo, fecero la più viva impressione sul suo cuore, e si svegliò. Non era più lo stesso uomo. Giudicò da quel momento in un modo tutto diverso; non cessava di piangere il suo errore, e per la tenerezza della sua devozione verso la Taumaturga, ne ottenne molte grazie.
Accadde spesso che l'olio che bruciava nelle lampade di santa Filomena si moltiplicasse miracolosamente. Lo stesso avvenne per le immagini che riproducevano i suoi tratti, e per i libri che raccontavano la sua storia e i suoi miracoli. Non si può fare a meno di vedere che la nostra Santa, all'esempio del suo divino Sposo, aveva una predilezione particolare per i bambini piccoli. Una povera madre le aveva raccomandato il suo, ed era morto nonostante le sue preghiere. Il dolore, invece di spegnere la sua fede, la riaccende; corre all'immagine della Santa, appesa a un muro, la toglie e, gettandola sul cadavere oggetto del suo dolore, chiede a gran voce e con torrenti di lacrime che questo figlio caro le sia reso. Allo stesso istante il piccolo morto si alza come se uscisse dal suo sonno; si getta giù dal letto, e gli occhi che già piangevano su di lui lo vedono non solo resuscitato, ma senza il più leggero sintomo di malattia. Ciò che accadde a Monteforte non è meno meraviglioso. La figlia di Lelio Gesualdo e di Antonio Valentino, allora di dodici mesi, sfugge dalle braccia che la portavano e cade in strada: l'altezza era di ventiquattro palmi. Bisognava che la caduta fosse ben rapida, poiché la bambina, battendo la testa passando contro un tubo fatto di mattoni, ne staccò alcune schegge; da lì ricadde sui ciottoli del selciato, quando sua madre, presente a questa deplorevole scena, grida dall'alto della casa: «Mia buona santa Filomena, questa bambina è vostra se me la salvate!». Il padre della piccola Fortunata, che si trovava allo stesso istante in strada, spingeva nel suo spavento lo stesso grido, e accorrendo verso la bambina che era distesa per terra, la afferra, la considera, non vede in lei alcuna ferita, alcuna contusione; non c'era su tutto il corpo della bambina altro indice della sua caduta che la frattura di un ornamento d'argento che aveva attorno al collo.
La nostra Santa si dichiarò soprattutto la madre delle bambine che portano il suo nome. Nel 1830, la piccola Filomena Tedesco essendosi cavata un occhio con delle forbici, il male fu giudicato incurabile dai medici. Ma la bambina guarì tutto a un tratto lavandosi con dell'olio preso dalla lampada della Santa; tutti notarono persino che c'era in quell'occhio qualcosa di più vivo e di più brillante che nell'altro. Una povera donna chiamata Teresa Bovini si era raccomandata alla Santa, e le aveva esposto che non aveva il minimo straccio per coprire la bambina che stava per mettere al mondo. La bambina vede la luce prima che la preghiera sia esaudita, non si sa con cosa coprirla; infine si cerca in una cassa dove la madre dice che si dovrà trovare qualcosa di usato e di mezzo strappato. Quale fu lo stupore della persona che l'aprì vedendo un piccolo corredino dove nulla mancava, né per la pulizia né per la sistemazione, né persino per l'eleganza! Ne usciva un odore così soave che l'aria ne fu imbalsamata. Prende questo tesoro, lo bacia; la madre, al colmo della gioia, fa altrettanto, e non sa come testimoniare la sua gratitudine alla sua celeste benefattrice. La bambina, così riccamente avvolta, è portata al fonte battesimale; la notizia del miracolo si diffonde, e si viene da ogni parte a vedere, baciare le fasce meravigliose e respirare il celeste profumo che esalano. La Santa non si fermò lì. La notte dopo, Teresa è svegliata dai vagiti della piccola creatura. Al chiarore della povera lampada che illuminava l'appartamento, cerca con gli occhi la bambina, che non si trova più nel posto dove l'aveva messa. Incerta, timida, si gira da un'altra parte, e vede, o prodigio! una giovane persona vestita di bianco e di una bellezza tutta celeste. Le sue braccia sostenevano la bambina, e con le sue mani la accarezzava amorosamente. Che considerazione per la povera madre! Colta da rispetto, gioia, confusione e riconoscenza, non poté che esclamare: «Ah! santa Filomena!». E santa Filomena, alzandosi allora dalla sedia dove era seduta, dà un bacio alla bambina, la rimette al suo posto e scompare. Teresa, per diversi giorni, ne fu in una specie di estasi.
Espansione universale del culto
Il culto della Taumaturga si diffonde con prodigiosa rapidità in Europa, in Asia e in America, sostenuto da papi e vescovi.
Ma il miracolo, senza dubbio il più grande tra tutti quelli che il Signore ha operato in favore della santa Martire, è la sorprendente rapidità con cui si è diffuso il suo culto. Simile alla luce, che in pochi istanti attraversa l'immenso spazio che separa il cielo dalla terra, il nome di santa Filomena, soprattutto dopo il sudore miracoloso (e ben constatato) che si vide, nel 1823, su una delle sue statue erette nella chiesa di Mugnano, è giunto in pochi anni fino alle estremità della terra. I libri che parlano dei suoi miracoli, le immagini in cui è ritratta, sono stati portati da zelanti missionari in Cina, in Giappone e in diversi stabilimenti cattolici dell'America e dell'Asia. In Europa, il suo culto va estendendosi ogni giorno di più, non solo nelle campagne e nei borghi, ma anche nelle città più illustri e popolose. I grandi e i piccoli, i pastori così come i loro greggi si uniscono per onorarla. Alla loro testa si vedono cardinali, arcivescovi, vescovi, capi di ordini religiosi ed ecclesiastici raccomandabili per le loro dignità, il loro sapere e le loro virtù. Dall'alto della cattedra cristiana, gli oratori più eloquenti pubblicano la sua gloria, e tutti i fedeli che la conoscono, nel regno di Napoli soprattutto, e nei paesi vicini, dove si contano a milioni, le danno di comune voce il nome di Taumaturga. La Francia ha una grande devozione per la nostra santa Taumaturga; si trova la sua statua o la sua immagine in molte delle nostre chiese, e dopo le medaglie dell'Immacolata Madre di Dio, ve ne sono poche che i fedeli ricercano con più premura di quelle di santa Filomena. Citiamo, tra le chiese o cappelle del nostro paese che sono dedicate sotto il titolo di santa Filomena e sono allo stesso tempo un luogo di pellegrinaggio: Santa Filomena di Ars; di Fourvières, a Lione; di Saint-Gervais, a Parigi; di Sempigny, vicino a Noyon (Oise); del Thivet (Alta Marna); di Neuville-sur-Seine (Aube); di Saulles (Alta Marna); di Lavilleneuve-au-Roi (Alta Marna), ecc. Santa Filomena è soprattutto la patrona dei piccoli e degli innocenti. Dei bambini, colpiti da qualche male nel loro corpo, hanno ottenuto spesso la loro guarigione per sua intercessione; le giovani fanciulle che conservano senza macchia il fiore delicato dell'onore, l'hanno scelta anch'esse come patrona. In Italia, in tutti i dintorni della città di Mugnano, dove il suo culto è così fortemente onorato, delle giovani fanciulle si sono poste sotto l'autorità di questa santa memoria, in una sorta di comunità spirituale la cui regola principale è l'osservanza più stretta del voto di castità. Sono conosciute in Italia sotto il nome di Monacelle di santa Filomena. A Neuville-sur-Seine, nella diocesi di Troyes, una cappella è stata eretta in suo onore, nel 1844. Da quell'epoca, il nome della giovane vergine martire è sulla bocca di tutti. La sua devozione ha conquistato tutti i cuori; le sue medaglie, le sue immagini, le sue litanie si trovano in tutte le case, e le madri sono felici di porre le loro figlie sotto il suo potente patrocinio. Ogni anno, un triduo preparatorio inizia il 7 agosto, e l'11 dello stesso mese, dall'aurora fino a mezzogiorno, un gran numero di sacerdoti delle località vicine offrono a Dio il santo sacrificio della messa, implorando i suffragi della gloriosa martire le cui ossa riposano sotto l'altare. Grandi vantaggi spirituali attirano in questo luogo numerosi pellegrini. Senza parlare dell'altare privilegiato di cui può godere, ogni giorno dell'anno, ogni sacerdote secolare o regolare, il nostro Santo Padre il Papa Pio IX, con un rescritto da Roma, in data 26 aprile 1852, ha degnato di accordare la grazia di un'Indulgenza plenaria per tutti i fedeli che, venendo in pellegrinaggio alla capp ella d Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. i Santa Filomena, vi faranno la santa comunione durante le ottave della festa di santa Filomena, cioè dall'11 al 18 agosto, e dell'anniversario della benedizione della cappella, cioè dall'11 al 18 settembre. Sua Santità Pio IX accorda ancora un'indulgenza di cento giorni, che si potrà guadagnare tutti i giorni, a tutti coloro che visiteranno la cappella, purché siano almeno contriti di cuore.
Il santuario di Ars
La cappella di Ars illustra la vita della santa attraverso otto quadri e conserva insigni reliquie, attirando numerosi pellegrini sotto il patrocinio di Pio IX.
Ad Ars, ne lla Ars Celebre luogo di pellegrinaggio in Francia legato al Curato d'Ars. cappella di Santa Filomena, che possiede una parte considerevole delle sue ossa, si vedono le più belle scene della vita della Santa, riprodotte sulle otto pareti della deliziosa cupola di questa cappella. Nel primo quadro, l'imperatore Diocleziano, seduto sul suo trono, offre una corona d'oro a Filomena e le annuncia che, rapito dalle sue grazie, l'ha scelta per elevarla al rango di imperatrice. La Santa rimane indifferente a tali lusinghiere avances e respinge con sdegno il brillante diadema. Dichiara che non avrà mai altro sposo che Gesù Cristo, il re immortale dei secoli.
Nel secondo quadro, Diocleziano, furioso per aver ricevuto un rifiuto che era ben lontano dall'aspettarsi, chiama degli arcieri e ordina loro di trafiggere questa figlia ingrata con frecce infuocate. Qui la scena diventa viva: Filomena appare legata a un palo, la sua fisionomia è calma, si direbbe quasi santamente fiera; tutto il suo atteggiamento trasuda coraggio spinto fino all'eroismo. I dardi partono, lasciando dietro di sé una lunga scia luminosa. Ma cosa sorprendente! Questi dardi tornano su se stessi e vanno a trafiggere i carnefici che cadono esanimi ai piedi della giovane Vergine. Filomena, alla vista del miracolo, si raccoglie e rende grazie al suo Dio.
Nel terzo quadro, Diocleziano, sconcertato alla notizia del prodigio, fa rinchiudere l'eroina in un oscuro sotterraneo. La si vede in un atteggiamento contemplativo, nel mezzo di quelle tenebre. Sembra un atleta che riposa pacificamente dopo un glorioso e penoso combattimento.
Nel quarto quadro, la scena rappresenta il fiume Tevere. Una nave trasporta Filomena fino al centro dei flutti. Lì, i satelliti del tiranno, legando un'ancora pesante al collo dell'innocente vittima, la precipitano in fondo alle acque. Ma tre angeli vegliano sulla salvezza dell'eroica vergine. Uno di loro spezza la catena dell'ancora e porta dolcemente la Santa sulla riva. Gli altri due si scagliano sulla barca e la sommergono insieme a tutti coloro che vi si trovano. L'espressione di felicità dipinta sul volto di Filomena miracolosamente liberata, e la disperazione dei carnefici che affondano, formano un felice contrasto.
Il quinto quadro raffigura la decapitazione della Santa. Ella china il capo con un fervore misto a gioia; si vede che non vede l'ora di arrivare al termine dei suoi combattimenti.
Il sesto quadro rappresenta il convoglio funebre che porta il corpo della Santa, così gloriosamente mutilato. La scena si svolge nel mezzo delle tenebre, è durante la notte che il toccante corteo si dirige verso le catacombe. Due gruppi di vergini accompagnano la Vergine martire; una di esse porta con rispetto l'ampolla sacra che contiene il sangue della nuova eroina. Il dolore e il raccoglimento si dipingono su tutti i volti.
Il settimo quadro rappresenta le catacombe. Uno scultore, in costume antico, incide sulla pietra, dietro la quale riposa il corpo della Santa, quel nome di Filomena, che doveva rimanere sedici secoli sepolto nell'ombra, per poi diventare così celebre. Un custode delle catacombe tiene in mano una lampada di terra che getta qualche pallido bagliore su questa scena silenziosa.
L'ottavo quadro rappresenta il cielo. È l'apoteosi della giovane Santa. Diocleziano crede di aver schiacciato la giovane Vergine sotto il peso della sua potente ira. Non potendo riuscire a vincere la sua virtù, l'ha spezzata sotto la scure del suo carnefice! Ed ecco che, nel momento in cui sembra trionfare, l'eroina entra nella gloria e prende possesso di un trono immortale. Lì, contempla faccia a faccia il Dio che ha preferito a tutte le glorie della terra, e gli Spiriti beati, rapiti dai trionfi del suo amore, gettano ai suoi piedi gigli, palme, corone.
Si vede ancora nella cappella di Ars un bassorilievo che rappresenta la giovane martire nel momento in cui viene raccolta e deposta dagli angeli sulla riva del Tevere. Il corpo verginale, di una flessibilità e di una morbidezza ammirevole, sembra trasfigurarsi sotto lo sguardo, al contatto delle mani angeliche che lo sollevano. L'ornamentazione che l'accompagna è di un gusto squisito e di una poesia incantevole: è un bordo di gigli e colombe.
Le chiese di Liéttres (Passo di Calais); della Madeleine, a Parigi; del Sacro Cuore, ad Amiens, ecc., possiedono alcune delle sue reliquie.
Abbiamo tratto questo compendio dalla Vita e i miracoli di santa Filomena, vergine e martire, soprannominata la Taumaturga del XIX secolo, tradotto dall'italiano da M. B. F. B., della Compagnia di Gesù, e l'abbiamo completato con gli Annali della Santità del XIX secolo, e la Vita dei Santi di Troyes, dell'abate Defer. — Cf. L'abate J. Darche, Vie très-complète de sainte Philomène, vierge et martyre, Parigi, Régis Ruillet, 1867.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita in Grecia da un principe e una principessa convertiti
- Voto di verginità all'età di 11 anni
- Viaggio a Roma a 13 anni per incontrare Diocleziano
- Rifiuto del matrimonio con l'imperatore Diocleziano
- Prigionia di quaranta giorni e visione della Vergine Maria
- Supplizi della flagellazione, dell'ancora al collo nel Tevere e delle frecce
- Decapitazione finale un venerdì alle ore 15:00
- Scoperta delle reliquie nelle catacombe di Priscilla nel 1802
Miracoli
- Trasformazione del sangue essiccato in pietre preziose durante la ricognizione delle reliquie
- Guarigione istantanea delle ferite da parte degli angeli dopo la flagellazione
- Liberazione dalle acque del Tevere nonostante l'ancora legata al collo
- Ritorno delle frecce infuocate contro gli arcieri
- Cambiamento miracoloso dei tratti e della statura della sua statua a Mugnano
- Resurrezione di un bambino morto in seguito a una preghiera della madre
Citazioni
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FILUMENA PAX TECUM FIAT
Iscrizione sulla pietra sepolcrale -
Dio e la verginità che gli ho votato prima di tutto, prima di voi, prima della mia patria! Il mio regno è il cielo.
Risposta di Filomena ai suoi genitori