Beato Giovanni Berchmans
NOVIZIO DELLA COMPAGNIA DI GESÙ.
Novizio della Compagnia di Gesù
Giovane novizio gesuita belga del XVII secolo, Giovanni Berchmans si distinse per la sua pietà angelica, la sua obbedienza perfetta alle regole e la sua devozione verso la Vergine Maria. Dopo studi brillanti a Malines e a Roma, morì prematuramente all'età di 22 anni stringendo a sé il suo crocifisso, il suo rosario e il suo libro delle regole. È considerato un modello di santità nelle azioni ordinarie della vita religiosa.
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IL BEATO GIOVANNI BERCHMANS,
NOVIZIO DELLA COMPAGNIA DI GESÙ.
Infanzia e prime devozioni
Giovanni Berchmans manifesta fin dall'infanzia un gusto pronunciato per il ritiro, l'obbedienza e la lettura delle vite dei santi.
comunità di fanciulli, dei quali sperava bene di fare un giorno degni ministri della Chiesa o generosi sostegni della fede. Giovanni lasciò dunque la casa paterna, per vivere ormai, come Samuele, all'ombra del santuario; e il suo cuore fu presto preso da questa vita di ritiro e di obbedienza, degno preludio, senza che egli lo sospettasse, della vita e della perfezione religiosa alla quale Dio lo aveva destinato.
L'espressione sembra mancare al suo venerabile maestro per rendere questo miscuglio incomparabile di innocenza, di raccoglimento, di ardore nello studio e di amabilità piena di fascino, che conquistò fin dai primi giorni il cuore e il rispetto di tutti i nuovi condiscepoli del Beato. Sempre pronto a rendere servizio a spese delle sue inclinazioni più legittime, ma di una fermezza incrollabile nel rifiutare, senza rispetto umano, tutto ciò che sembrava dover ferire la più delicata obbedienza, egli non cercava, dimenticando se stesso, che di piacere a Dio, o ai suoi compagni e ai suoi maestri, ma per Dio.
Provava per il carattere sacerdotale un così profondo rispetto, che mai, a meno di un ordine formale, anche nei più rudi freddi dell'inverno, rimaneva a capo coperto davanti a Pierre Emmerick. Uno dei suoi impieghi favoriti era di fare, il più spesso possibile, la lettura pubblica durante il pasto; soprattutto quando si trattava di leggere la vita dei Santi, o qualche opera sulla divina infanzia e sui dolori di Gesù. Era persino allora così penetrato dal pio soggetto della sua lettura, che la sua anima sembrava estranea a tutto ciò che accadeva attorno a lui.
Il suo fervore lo rendeva ingegnoso nello sfuggire di tanto in tanto, senza affettazione, a qualche divertimento prolungato o straordinario, per ritirarsi in disparte, e leggere, meditare o pregare. Accadde persino un giorno che, dopo averlo cercato a lungo, senza che egli se ne accorgesse, si finì per trovarlo rannicchiato sotto il coperchio di una grande cassa, dove si era come sepolto da più di due ore, per attendere così più liberamente ai suoi dolci colloqui con Nostro Signore, lontano da ogni distrazione e da ogni rumore.
Prima comunione e devozione mariana
A undici anni, riceve la sua prima comunione con purezza angelica e suggella la sua devozione alla Vergine Maria con un voto di verginità.
Tuttavia il beato fanciullo stava per compiere il suo undicesimo anno, senza essersi ancora accostato alla Mensa santa, quando tutto a un tratto, dopo una segreta e fervente preparazione, la vigilia di una festa solenne di cui la data precisa ci è ignota, andò a pregare ingenuamente Pierre Emmerick di ascoltare la sua confessione generale e di ammetterlo il giorno seguente al banchetto sacro. Fu allora soltanto che Pierre Emmerick vide con stupore l'incomparabile bellezza di quell'anima, ormai senza veli ai suoi occhi; poiché, ben lungi dall'aver mai perduto l'amicizia di Dio e il primo fiore della sua innocenza, il giovane penitente non poté offrire al suo confessore, malgrado il più serio esame, che colpe veniali completamente involontarie, senza scoprire in tutta la sua vita passata una materia certa di assoluzione; tanto aveva fedelmente seguito le ispirazioni del più filiale amore di Dio!
«Così», aggiunge nella sua deposizione il venerabile discepolo di San Norberto, «al raggio divino di cui fu tutto illuminato il volto di questo beato fanciullo, quando deposi sulle sue labbra il corpo del Salvatore, mi fu facile intravedere a quale grado Gesù facesse le sue delizie di prendere possesso di un'anima così pura».
A partire da quel giorno, malgrado la sua giovinezza, l'angelico fanciullo non sospirò più che dopo la felicità di accostarsi spesso alla Mensa santa; e ottenne subito questa grazia, almeno due domeniche al mese, senza pregiudizio delle feste del Salvatore e della sua santissima Madre. Per meglio prepararsi, non lasciava passare nemmeno una settimana senza confessarsi, nessun giorno senza esaminare per alcuni minuti la sua coscienza; e inoltre andava, con un candore veramente incantevole, a pregare umilmente il suo caro maestro di perdonargli tutte le sue pretese negligenze, la vigilia di ciascuna delle sue comunioni.
Egli aveva un grande amore per la Regina degli angeli. Amava ricordare che un sabato era stato il giorno della sua nascita, e che era così entrato nella vita sotto gli auspici di questa divina Madre. Per appartenerle ancora più strettamente, e nel suo desiderio di assomigliarle tratto per tratto, non appena poté intravedere l'eccellenza della verginità, ne aveva pronunciato il voto. Più cresceva in età e in sapienza, più moltiplicava verso di lei le testimonianze della sua tenerezza. Molto spesso, ma di preferenza all'avvicinarsi di qualche festa o il sabato, si privava per amore di lei della sua colazione, sebbene ne sentisse vivamente il bisogno; e facendo volgere la sua mortificazione a profitto della carità, la donava segretamente a qualche povero.
Una delle sue più dolci ricreazioni era di visitare talvolta in pellegrinaggi o il Diest Città natale di Giovanni Berchmans. pio santuario di Nostra Signora di Montaigu, distante da Diest una lega; e la strada gli pareva ben corta, impiegata tutta intera a meditare o a recitare affettuosamente il suo rosario. Ma il santo fanciullo sapeva far consistere soprattutto la sua devozione verso la purissima Madre di Dio nell'offrirle ogni giorno, dal mattino alla sera, la sua obbedienza, il suo raccoglimento, la sua applicazione costante ai minimi doveri di un buon scolaro; non risparmiando nulla affinché tutte le sue parole e tutti i suoi atti fossero veramente degni, per la loro perfezione, di essere graditi alla Regina degli angeli. Poiché comprendeva fin da allora a meraviglia che l'adempimento cordiale di tutti i suoi doveri, per un motivo soprannaturale, era per lui la prima e la più eccellente delle virtù.
Prove familiari e servizio a Malines
Nonostante la povertà della sua famiglia, Giovanni persegue la sua vocazione servendo il canonico Froymont a Malines per finanziare i suoi studi.
Così felici primizie in un fanciullo sembravano promettere una di quelle anime predestinate all'onore e alla difesa della fede, che non lasciano mai perire la generazione dei Santi nella Chiesa. Ma mentre cresceva ai piedi degli altari, Dio aveva provato la sua famiglia con dolorose privazioni. Il poco di cui si accontentava per vivere era quasi sul punto di venir meno.
Nonostante il più ardente desiderio di vedere un giorno il proprio figlio consacrato al Signore attraverso il sacerdozio, il padre di Giovanni non poteva più ormai provvedere al mantenimento, seppur così modesto, del giovane scolaro. Avendolo dunque fatto tornare un giorno improvvisamente alla casa paterna, lì, alla presenza di sua madre, dopo avergli esposto l'inevitabile necessità del sacrificio che Dio stesso sembrava esigere da loro: «Ora, mio caro figlio», aggiunse, «poiché questa nobile e santa carriera è chiusa per te, non ti resta che cercarne, di concerto con noi, una che ti permetta di guadagnarti cristianamente e onorevolmente la vita».
Queste parole furono un colpo di fulmine per il cuore di Giovanni. Vedeva svanire in un batter d'occhio le sue più sante e care speranze. Ma ritrovando tutta la sua fede e tutto il suo coraggio, dopo un primo momento di stupore: «Mio caro padre e mia buona madre», rispose con fermezza gettandosi ai loro piedi, «Dio mi preservi dall'aggravare le vostre privazioni e quelle dei miei fratelli! Ma non mi permetterete almeno di tentare per amore di Nostro Signore, se posso terminare la mia preparazione agli ordini sacri, senza reclamare altre spese per il mio nutrimento che un po' di pane e acqua ogni giorno?»
Profondamente commosso da una generosità così eroica e santa, che poneva a un tale prezzo la felicità di diventare sacerdote, senza indietreggiare a quell'età davanti alle austerità stesse dei Santi del deserto, il padre di Giovanni non si sentì la forza di insistere; ma si mise alla ricerca di una nuova soluzione, che potesse al tempo stesso rispondere ai desideri del pio fanciullo senza imporgli un tale fardello e senza creare nuovi oneri alla sua famiglia. Ora, scoprì presto che uno dei più vi rtuosi Malines Città dove Giovanni Berchmans ha studiato e compiuto il suo noviziato. canonici di Malines, Jean Froymont Canonico di Malines che Giovanni Berchmans servì come chierico. chiamato Giovanni Froymont, cercava precisamente un povero giovane chierico che volesse adempiere presso di lui le umili funzioni di compagno e servitore.
A questa felice scoperta, Giovanni non poté contenere la sua gioia. Servire un sacerdote era ai suoi occhi ben al di sopra di servire un re. Non era di meno, tuttavia, una vera domesticità, alla quale nulla lo aveva abituato fino ad allora. Ma ben lungi dal vedervi un motivo di vergogna, se ne fece al contrario, di giorno in giorno, un più vivo motivo di allegrezza nel lasciarlo vedere, e nel ricordarlo persino in seguito, man mano che gustava meglio la felicità di aver parte alla croce e alle umiliazioni di Gesù Cristo.
Giovanni Froymont non tardò, è vero, a riconoscere il valore del nuovo tesoro che Dio gli aveva affidato; e trovando nel Beato le cure e il cuore di un figlio che rende con gioia i più umili servizi a suo padre, non lo trattò più in effetti che come suo figlio. L'amabile fanciullo ne fu solo più docile e devoto. Conservò costantemente al buon canonico una riconoscenza che non poterono indebolire né la lontananza né gli anni; e ne troviamo più tardi una toccante testimonianza in alcune lettere che gli indirizzò.
Ingresso nella Compagnia di Gesù
Ispirato dalle vite di Pietro Canisio e Luigi Gonzaga, entra nel noviziato gesuita di Malines nel 1616 nonostante l'iniziale opposizione dei genitori.
Durante questo periodo, il Beato, che poteva disporre ogni giorno di diverse ore, proseguiva i suoi studi con tanto successo quanto applicazione; e quando la Compagni a di Gesù aprì, l' compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. anno seguente, un nuovo collegio a Malines, fu ammesso, in qualità di esterno, alle lezioni della classe di retorica, di cui divenne presto lo studente più brillante, oltre che il più santo.
Più libero sotto molti aspetti nella sua nuova posizione rispetto a quando era tra i suoi giovani compagni di Diest, almeno al di fuori della classe e del servizio a Jean Froymond, per distribuire a suo piacimento o per prolungare le sue ore di studio e di devozione, il Beato iniziò da allora, verso l'età di quattordici o quindici anni, a consacrare spesso diverse ore della notte, e talvolta anche la notte intera, sia al lavoro che alla preghiera. Spesso anche, dopo i suoi ultimi esercizi di pietà, si stendeva tutto vestito sul pavimento nudo, per prendervi meno mollemente il poco riposo che non poteva negare alla natura; poiché fu anche verso quest'epoca della sua giovinezza che iniziò più abitualmente a praticare la mortificazione.
I venerdì in particolare, per meglio testimoniare il suo amore a Gesù sofferente, aveva l'abitudine, in ogni stagione, di fare a piedi nudi la via crucis; ma santamente geloso di nascondere quanto più possibile la sua penitenza, prendeva allora delle vecchie scarpe di cui aveva staccato la suola, e sceglieva inoltre, per questo santo esercizio, le prime ombre della notte, al fine di sottrarre più sicuramente il suo pio artificio a tutti gli sguardi dei passanti.
Appena la Compagnia di Gesù nelle Fiandre ebbe aperto alla gioventù cattolica il nuovo collegio di Malines, essa, fedele agli esempi e alle lezioni del grande e venerabile Padre François Coster, si affrettò a vi naturalizzare le congregazioni della Santa Vergine, il più sicuro asilo, da tre secoli, per l'innocenza e la pietà dei fanciulli devoti al servizio della onnipotente Madre di Dio. Jean Berchmans era ben degno di esservi ammesso senza indugio; e non appena ebbe ottenuto questa grazia, sembrò non avere nulla tanto a cuore, dopo la propria fedeltà agli impegni che aveva appena preso verso la Regina degli angeli, che guadagnarle ogni giorno nuovi e fedeli servitori; con loro rivaleggiava in testimonianze d'amore per questa divina Madre; e presto la brillante corona di figli di Maria che si accalcavano presso gli altari fu in gran parte opera dello zelo di Jean, suo figlio prediletto.
Per imparare a meglio imitarla, andava a trovare in particolare, all'inizio di ogni mese, il direttore della congregazione, pregandolo di dirgli a quale virtù doveva applicarsi più energicamente e quale difetto doveva combattere in onore della Regina del cielo, fino all'inizio del mese successivo. Si faceva precisare allo stesso tempo quale preparazione avrebbe apportato alla celebrazione di ogni festa, e quale pratica avrebbe abbracciato per onorare il suo santo patrono del mese. Inoltre, risolse fin da allora, e le sue risoluzioni furono incrollabili, di non passare più alcun giorno senza recitare il salterio di Nostra Signora secondo san Bonaventura, né alcun sabato o alcuna vigilia delle feste di Maria senza digiunare rigorosamente in suo onore. E se il dettaglio delle sue altre mortificazioni in quell'epoca ci è ignoto, possiamo giudicarlo da questo solo tratto: che, incaricato di portare un giorno a Lovanio qualche messaggio del buon canonico di Malines, fece a piedi questo doppio tragitto di tre leghe e tornò molto tardi, ma ancora a digiuno, come fu costretto ad ammettere ingenuamente al suo maestro, che ne aveva concepito qualche sospetto.
Tuttavia il giovane servitore di Maria toccava quasi il termine della sua retorica, sempre pieno del medesimo desiderio di consacrarsi a Dio attraverso il sacerdozio, ma senza pensare ancora alla vita religiosa. Per attirarlo insensibilmente, con quella dolcezza e quella forza che costituiscono il carattere di ogni vocazione divina, Nostro Signore impiegò principalmente le lezioni indirette di due eroici figli della Compagnia di Gesù, dei quali Jean doveva condividere, se fosse stato fedele ai disegni di Dio, non solo l'ammirabile genere di vita sulla terra, ma anche la ricompensa nel cielo e la gloria stessa sugli altari.
Nel mezzo di lotte incessanti per la salvezza della Germania, contro i furori dell'eresia scatenata da Lutero, il beato Pietro Canisio non aveva dimenticato la cura così delicata della gioventù cristiana. Nei suoi brevi momenti di svago, se si osa applicare la parola svago a una simile vita, aveva fatto e pubblicato una scelta delle più belle lettere di san Girolamo, a uso soprattutto degli scolari che frequentavano le classi della Compagnia di Gesù. Questa fortificante e sana lettura aveva già guadagnato molte giovani anime a Gesù Cristo. Ma se non avesse strappato al mondo che quella di Jean Berchmans, il lavoro del valoroso apostolo sarebbe stato degnamente ricompensato. Fu proprio lì infatti, per sua stessa ammissione, che con il più profondo disprezzo di tutte le cose periture, questo santo fanciullo attinse il suo primo amore per la vita e la perfezione religiosa; germe divino che fece presto sbocciare la dolce influenza delle virtù dell'angelico Luigi Gonzaga, raccontate da colui stesso che stava per diventare, pochi anni dopo, il confidente e lo storico delle virtù di Jean.
A partire da questo impulso decisivo, più considerava da vicino la vita e lo zelo dei suoi maestri, più prestava orecchio ai racconti eroici dei successori di Francesco Saverio sulle più lontane spiagge dell'Oriente, o di quelli di Edmond Campian nelle torture e sui patiboli dell'Inghilterra, più il suo cuore si infiammava del desiderio di fare o di soffrire qualcosa di simile per Gesù Cristo. Ma al fine di procedere solo con tutta la maturità desiderabile nell'affare così importante della sua vocazione, il Beato volle assicurarsi prima di tutto la grazia e la luce stessa di Dio. Poi, non volendo lasciare alcuna risorsa alle viltà della natura né all'incostanza, si impegnò dapprima con voto a non trascurare nulla per essere ammesso al più presto nella Compagnia di Gesù, e si affrettò a scrivere poi a suo padre e a sua madre, per ottenere il loro consenso e la loro benedizione, una lettera che terminava con queste toccanti parole: « Il figlio di Gesù e il vostro, Jean ».
A questa notizia così poco attesa, la tenerezza paterna e materna si turbò. Speranze ben perdonabili, ma che non avevano avuto Dio solo come oggetto, svanivano in un momento. Brillanti sogni di avvenire si erano fondati sui talenti e sui successi del giovane scolaro, che tutto sembrava predestinare a diventare il sostegno della sua famiglia. A questi calcoli troppo naturali, Jean oppose una risposta più degna di lui: « O mio caro padre, quanto fareste molto meglio », esclamò, « a elevare i vostri pensieri verso le ricchezze eterne, che Dio ci offre così liberalmente e per un così leggero lavoro! »
Tuttavia essi non si considerarono vinti. Tentarono di scuotere la sua risoluzione, ma la vittoria gli rimase. Sotto gli auspici di Maria, sabato 24 settembre 1616, fece il suo ingresso nel no viziato della Comp Compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. agni a di Ge Malines Città dove Giovanni Berchmans ha studiato e compiuto il suo noviziato. sù, a Malines. Appena ne ebbe varcato le mura, non poté trattenere le sue lacrime di gioia; e non cessarono di scorrere dolcemente fino a sera, tanto la sua emozione era profonda. Si credeva nel soggiorno dei Santi; e, da quell'ora, vi visse come i Santi. Si fece soprattutto notare per una fedeltà perfetta e costante alla Regola, per l'amore delle umiliazioni e per una continua applicazione a mortificare i suoi sensi. Dio lo provò con grandi desolazioni e grandi aridità nei suoi esercizi di pietà; ma ciò non alterò in nulla la serenità del suo volto che non venne mai meno un solo istante.
Vita da novizio e partenza per Roma
Si distingue per la sua fedeltà alla regola e il suo zelo apostolico prima di essere inviato al Collegio Romano dopo la morte dei suoi genitori.
I suoi confratelli gli chiedevano talvolta il segreto della sua costante fedeltà alla Regola e della sua attraente amabilità? Egli era solito indicare loro immediatamente la duplice fonte inesauribile alla quale hanno attinto così largamente tutti i grandi Santi degli ultimi secoli: la devozione al santissimo Sacramento dell'altare e alla purissima Madre di Dio.
Tra tutti gli esercizi del noviziato, uno dei più cari al nuovo figlio di sant'Ignazio era quello di fare il catechismo ai poveri e ai bambini piccoli. Si può dire che vi metteva davvero tutto il suo cuore. Non risparmiava alcuna preparazione, alcuna fatica, per mettere alla loro portata gli elementi della dottrina cristiana, per aprire la loro anima alle impressioni di una solida e viva pietà, soprattutto attraverso i tratti più belli della vita dei Santi. Poi univa l'esempio al precetto, e pregava egli stesso con loro, impiegando a turno i diversi metodi di sant'Ignazio. Il suo giovane uditorio era talmente sospeso alle sue labbra che spesso tutti lo accompagnavano al ritorno, e sollecitavano ancora un pio racconto, o qualche parola di spiegazione e di incoraggiamento, senza stancare mai la sua pazienza né la sua amabilità; e ripassando un giorno per la stessa strada dopo diverse ore, dopo aver insegnato loro a recitare dolcemente e affettuosamente il santo Rosario in onore di Nostra Signora, li ritrovò a gruppi, inginocchiati dietro qualche siepe, a ripetere con il tono di voce e l'aria più filiale il saluto angelico, dal momento in cui li aveva lasciati.
Questa prima fiamma dell'apostolato, che prendeva fin da allora nel suo cuore così vivi e rapidi incrementi, lo spinse verso lo stesso periodo, con l'approvazione del suo superiore, a studiare la lingua francese, durante i pochi momenti liberi che gli lasciavano gli altri esercizi del noviziato. Se Dio lo destinava a lavorare nella sua patria per la salvezza delle anime, questo nuovo strumento doveva essergli quasi indispensabile; soprattutto per uno dei generi di apostolato che gli sorrideva di più, l'assistenza ai soldati cattolici o eretici, sui campi di battaglia e negli ospedali.
Nondimeno, il primo oggetto dello zelo e della carità del giovane novizio era innanzitutto il servizio e la santificazione dei confratelli con i quali condivideva la vita. Per loro, non sembrava conoscere né ostacoli né ripugnanze; e non appena si trattava di consolarli, il suo interesse personale e le sue comodità non contavano nulla. Molti, la cui vocazione era vacillante, lo videro persino, in molte occasioni, mettersi in ginocchio davanti a loro, senza alcun riguardo né rispetto umano, supplicandoli, nel nome del Salvatore e della sua misericordiosa Madre, di ritardare almeno la loro partenza per il mondo di uno o due giorni. Poi, in questo intervallo, sapeva trovare per loro tanti e così potenti intercessori, offriva egli stesso per loro tante preghiere e penitenze, che Dio, non potendo risolversi, per così dire, a lasciare una tale carità senza ricompensa, risollevava improvvisamente con un meraviglioso cambiamento quei cuori abbattuti, e faceva loro ritrovare con gioia tutte le dolcezze del paradiso in questa vita che era sembrata loro poco prima intollerabile.
Questa dedizione così attiva e delicata di Giovanni Berchmans, di fronte al pericolo o al dolore di uno solo dei suoi confratelli, non gli lasciava gustare alcun riposo finché non avesse messo tutto in opera per soccorrerli. Uno di loro avendo reso l'ultimo respiro nel momento in cui la campana del noviziato dava il segnale di coricarsi, egli andò a sollecitare in tutta fretta il permesso di non abbandonarsi al sonno prima di aver recitato con fervore tre rosari interi per l'anima del defunto, rallegrandosi di offrire una parte del suo riposo per quello di un'anima così cara, che forse gli dovette di non languire fino al giorno seguente tra le fiamme della giustizia di Dio.
Poco tempo dopo il suo ingresso nella Compagnia, il fratello Giovanni aveva perso la sua pia madre, e si può indovinare tutto ciò che offrì di preghiere e di sacrifici per colei che gli aveva dato, con la vita, le prime lezioni dell'amore e del servizio filiale di Dio. Suo padre, non aspirando più da allora che ad abbracciare anch'egli una vita tutta santa, ma senza trascurare, beninteso, la cura di una numerosa famiglia, si era preparato agli ordini sacri, e aveva appena ricevuto il carattere sacerdotale, quando arrivò per il santo novizio il tempo di pronunciare, dopo due anni di prove, i suoi primi voti. Quasi alla vigilia di questo beato giorno, Giovanni volle dare a suo padre questa consolante notizia, e nel giorno stabilito, consumò il suo sacrificio con tutto il fervore di un angelo. Poi, chiamato quasi subito da un messaggio del Provinciale che lo attendeva al collegio di Anversa, prima di varcare la soglia del noviziato, andò a sollecitare ancora un'ultima volta i consigli e la benedizione del suo superiore.
Giovanni passò pochi giorni al collegio di Anversa; e non bastarono per acquisire là, come a Malines, quel bel nome di angelo che lo seguì ovunque. Ma ricevette presto la notizia della sua prossima partenza per il Collegio Romano, dove gli studi, allora molto fiorenti, riunivano una numerosa gioventù d'élite di tutte le province della Compagnia. Doveva, nel frattempo, recarsi il più presto possibile da Anversa a Diest, per prendere congedo da suo padre. Ma, al suo passaggio per Malines, apprese che la morte glielo aveva appena rapito; e mentre gli prodigavano a gara le consolazioni della carità: «Oh! d'ora in poi», rispose, «la mia consolazione sarà di ridire, con un abbandono ancora più filiale: Padre nostro che sei nei cieli!»
Fu un mese dopo i suoi voti, il 24 ottobre 1618, che il Beato si mise in cammino per l'Italia, con un altro giovane religioso destinato agli stessi studi. Il viaggio di Roma era, a quel tempo, un vero pellegrinaggio altrettanto lungo e penoso; e si sarebbe prolungato per loro fino alle più grandi rigidezze dell'inverno, per oltre due mesi interi. Ma la grazia dell'obbedienza e la gioia di visitare presto alcuni dei luoghi più venerabili del mondo cristiano rendevano loro la pena leggera. Ebbero la felicità di arrivare a Loreto la vigilia stessa del santo giorno di Natale, e ogni fatica fu dimenticata, per non lasciare posto che alla gioia di condividere, in veglie e in preghiere, dur Rome Città natale di Massimiano. ante una notte così bella, l'umile dimora di Gesù e di Maria.
Infine i due giovani pellegrini entrarono a Roma quasi nelle ultime ore dell'anno 1618, per celebrarvi con i loro confratelli una delle principali feste della Compagnia, quella in cui il Salvatore, come prezzo del suo sangue, ricevette la gloriosa imposizione del nome di Gesù.
Studi e perfezione al Collegio Romano
A Roma, unisce un'applicazione intellettuale eccezionale a una profonda umiltà, distinguendosi negli atti di filosofia.
Fin dai primi giorni, la sua santità colpì vivamente i confratelli, e Giovanni Paolo d'Oliva, divenuto più tardi generale della Compagnia, e il P. Giovanni Battista Ceccotti, che conobbe tutti i segreti dell'anima del Beato, hanno reso una gloriosa testimonianza del suo zelo per santificarsi e istruirsi.
Ogni regola comune o particolare essendo, agli occhi di Giovanni Berchmans, l'espressione ugualmente sicura del buon piacere di Nostro Signore e il pegno della sua benedizione per un religioso, aveva fermamente risolto di non cambiare mai ufficio o posizione, senza prendere subito conoscenza di tutte le prescrizioni che sarebbero state loro proprie, per conformarvi alla lettera le sue minime azioni. Iniziò dunque la sua nuova vita studiando e meditando per diversi giorni le regole degli scolastici della Compagnia, e si impegnò poi, ai piedi del suo crocifisso, a non lavorare meno energicamente d'ora in poi all'acquisizione della scienza, di quanto avesse fatto fino ad allora per imparare a vincere se stesso e a diventare un santo. Volendo anche che questa idea gli fosse sempre presente, la scrisse e la fissò davanti a sé, al di sotto dell'immagine di Gesù in croce.
Non furono quelli atti vani, «poiché così grande era il suo ardore e la sua applicazione», ci dice uno dei suoi professori, il P. Francesco Piccolomini, «che credo impossibile superarlo in questo punto; e non ho nemmeno conosciuto nessuno che potesse, a mio avviso, essergli paragonato. Non appena l'obbedienza lo applicava a un nuovo studio, dovesse, secondo ogni apparenza, non trarne mai alcun frutto, non vi risparmiava né cure né fatiche. Il sapere di un religioso della Compagnia non dovrebbe, mi diceva, essere abbastanza vasto da bastare alla metà di un mondo? Ma allo stesso tempo ammiravo in lui un candore e una docilità incomparabile nel rendere il conto più fedele di tutto ciò che faceva o si proponeva di fare in questo genere; pronto a lasciare al primo segno tutto ciò che non avrebbero approvato coloro che tenevano per lui il posto di Dio!»
A questa applicazione, il Beato univa tutte le risorse di un'intelligenza d'élite. Al giudizio dello stesso P. Piccolomini, era capace di applicarsi a tutti i rami dell'insegnamento sacro o profano, ed eccellere in tutto.
Violenti dolori di testa lo fermavano tuttavia talvolta e lo tormentarono fino alla morte. Ma, costretto a sospendere allora il suo lavoro per qualche momento, vi tornava presto, dopo aver calmato i suoi dolori con la recita del santo Rosario, che non lo stancava mai. D'altronde non era la paura di stancarsi e di soffrire, ma l'obbedienza sola che lo spingeva a riposarsi.
Il pensiero di Dio, sempre presente e che non lasciava mai posto all'indolenza e alla viltà, fu il grande segreto di Giovanni Berchmans per conservare intatto, nel mezzo del lavoro più ostinato, quel fiore di devozione che aveva portato dal noviziato. Se era ridotto a meno esercizi di pietà e di penitenza, sapeva, secondo la bella espressione di sant'Ignazio, che lavorare alla presenza di Dio e per il suo amore, è pregarlo e soffrire per lui. Per tutto il resto, si rimetteva senza inquietudine ai suoi superiori, rendendoli partecipi dei santi desideri che credeva gli venissero da Nostro Signore, senza insistere d'altronde o apparire afflitto dalla loro decisione; ma anche senza omettere nulla di ciò che gli era prescritto o permesso dall'obbedienza. Avrebbe preferito perdere in un momento, diceva, tutti i doni naturali di cui la sua anima era arricchita, piuttosto che sottrarre ai minimi esercizi o impiegare con negligenza un minuto del tempo che la regola assegnava loro. Fino ad allora, aveva recitato tutti i giorni l'ufficio di Nostra Signora. Questa pia pratica gli fu tolta per i giorni di classe, e solo accordata nei giorni di festa e di vacanza; decisione che ricevette come dalla bocca di Maria, e alla quale non tentò di sottrarsi una sola volta. Anche le sue austerità furono limitate, ben al di sotto dei suoi primi desideri e di tutto ciò che aveva ottenuto di farsi soffrire al noviziato, quando lo studio non reclamava ancora tutte le sue forze. Molto raramente, e tutt'al più alla vigilia di alcune feste, gli era permesso di rivestirsi di un cilicio. Ma poiché la disciplina sembrava meno pericolosa per la sua salute, ottenne di prenderla tre o quattro volte ogni settimana, e più spesso ancora in alcune circostanze solenni, come all'avvicinarsi del tempo della Passione, dove uno dei suoi compagni ci assicura che non lasciava passare nessuna sera senza flagellarsi.
Ma i santi esercizi di umiltà che, senza nuocere alle forze del corpo, mantengono così efficacemente il fervore dell'anima, avevano un ben altro prezzo agli occhi di Giovanni Berchmans, e non perdeva alcuna occasione di praticarli. Non contento di servire fino a tre e quattro volte a settimana in refettorio o in cucina, e di sollecitare frequentemente tutte le umiliazioni pubbliche in uso in tutti gli Ordini religiosi, ottenne, con sua grande gioia, di pulire e di mantenere ogni giorno le lampade destinate al servizio della comunità, nelle scale e nei corridoi del Collegio Romano. Nulla gli era più dolce di questo umile ufficio, e ne apportava ingenuamente numerosi motivi ben degni di un Santo. «Innanzitutto, non è l'impiego», diceva, «che riempiva poco fa, qui stesso, il beato Luigi Gonzaga? E quale onore più grande per me che assomigliargli, seppur poco!» Poi vi trovava ancora un tratto Louis de Gonzague Santo gesuita, modello per la gioventù dell'Opera. di somiglianza, quasi ugualmente caro al suo cuore, con i fratelli coadiutori della Compagnia; poiché il suo affetto per i loro impieghi e per il loro grado fu sempre così vivo, che aveva sollecitato la grazia di passarvi la sua vita intera; e l'obbedienza sola lo impedì. Nulla almeno lo incantava più che essere preso per uno di loro dagli stranieri che percorrevano la casa durante il suo lavoro; e lasciò persino sfuggire un giorno questa parola: «Oh! quanto mi sarebbe gradevole pulire le mie lampade davanti alla porta del collegio, sotto lo sguardo di tutti i passanti!» Infine uno dei suoi esercizi favoriti, durante le vacanze, era di andare di tanto in tanto a passare una giornata in qualche ospedale; e la consolazione che vi gustava, servendo i malati più disgustosi, sembrava per la sua anima un vero riposo.
Trovandosi tuttavia ancora ben lontano dalla perfezione di questa virtù, consacrò all'umiltà i suoi esami particolari di un anno intero. Tuttavia, senza tornare qui di nuovo su tutto ciò che abbiamo già lasciato intravedere, della sua fedeltà all'orazione, delle sue frequenti visite a Nostro Signore, del suo angelico contegno ai piedi degli altari, soprattutto durante il divino sacrificio, fermiamoci solo ad alcune delle sante industrie che mise in uso durante i suoi studi, per avanzare sempre più nelle vie della perfezione.
E innanzitutto il primo mezzo che adottò, come molto salutare e dei più pratici, fu di impiegare invariabilmente, almeno mezza giornata a settimana e un giorno intero ogni mese, al rinnovamento dell'uomo interiore e all'esame rigoroso di tutti i suoi affetti. Sottopose dunque ai suoi superiori questa doppia risoluzione, di cui approvarono i minimi dettagli, e che da allora non ha cessato di avere innumerevoli imitatori. Essa comprendeva innanzitutto la mattinata dei giorni di comunione, tutte le volte che non doveva esserci classe; il Beato la passava in pii esercizi fino a pranzo, sotto l'impressione ancora tutta viva della presenza sacramentale di Gesù Cristo.
Quanto al suo ritiro di ogni mese, aveva cura in anticipo di fissarsi un giorno di vacanza o di festa interamente libero, ed ecco l'ordine invariabile che si era prescritto di osservarvi. Fin dal giorno precedente, cominciava a prepararsi, offrendo a Nostro Signore alcuni atti di umiliazione pubblica e di penitenza, poi si asteneva dalla ricreazione della sera, per raccogliersi e prevedere in dettaglio tutti gli esercizi del giorno dopo. «Non mi esporrò più così», diceva, «a perdere un tempo prezioso in incertezze e in tardive deliberazioni». Si coricava poi tutto penetrato dai santi pensieri di cui voleva occuparsi fin dal suo risveglio. Il mattino, la sua prima azione era di adorare Nostro Signore, e di offrirgli, con un raddoppio di fervore, tutti gli istanti di questa benedetta giornata, di cui affidava il successo ai santi protettori che si era scelti, ma soprattutto alla gloriosa Regina degli angeli e della Compagnia di Gesù. Durante tutto questo giorno, non dava meno di quattro ore a importanti meditazioni, e confrontava nell'intervallo, ai piedi del suo crocifisso, il mese che si chiudeva in quel momento con quello che l'aveva preceduto, chiedendosi, senza vile compiacenza e alla luce divina, se avesse avanzato o indietreggiato nel cammino della perfezione; rinviando a Dio solo la gloria dei suoi sforzi o dei suoi progressi, e non attribuendo che alla sua negligenza le colpe di cui si credeva colpevole e si castigava con rigore; prendendo infine senza differire i più sicuri mezzi per preservarsene in futuro, e pregando con lacrime il Salvatore e la sua santa Madre di aiutarlo efficacemente a correggersi. Si applicava a riconoscere anche le grazie che aveva ricevuto dal suo ritiro precedente; quelle che chiedeva e sperava per il mese seguente; infine i nuovi atti di virtù che Nostro Signore desiderava da lui; e prendeva una risoluzione ferma e dettagliata di non risparmiare nulla per soddisfarlo.
Un altro mezzo di perfezione non meno efficace, impiegato dal Beato, era la sua perpetua presenza di Dio e la sua familiarità con i Santi, che chiamava in suo aiuto in ogni incontro, il che faceva dire a molti che pregava tutto il giorno. Sapendo anche, dalle istituzioni e dalla dottrina di Gesù Cristo e della sua Chiesa, quanto i segni sensibili abbiano di potenza per richiamare verso Dio la mobilità dello spirito e dei sensi, ne faceva un perpetuo uso, e li raccomandava vivamente ai suoi più intimi amici. Incontrava l'immagine di qualche servitore di Dio? La salutava subito e l'invocava affettuosamente. Alla sola vista di uno dei suoi confratelli, o di uno straniero, vedeva vicino a lui, con gli occhi della fede, il suo angelo custode, e si scopriva, per onorare l'uno e l'altro. Fin dal suo risveglio, si eccitava alla devozione, baciando a turno la sua tonaca, il suo crocifisso e un'immagine della santissima Vergine. Tutte le sue azioni, in una parola, erano penetrate intimamente dallo spirito di Dio.
Infine, più che mai, durante gli ultimi tre anni della sua vita, il Beato credette di non poter trovare via migliore per elevarsi al colmo della santità, che una devozione crescente di giorno in giorno verso la gloriosa e onnipotente Vergine Maria. «La sua tenerezza per lei era veramente inspiegabile», dice uno dei suoi compagni di stanza, Pietro Alfaroï, «Molto spesso mi parlava di lei come della nostra Madre beneamata, provocandomi ad amarla e a servirla. E notai più di una volta, quando la pregava, l'irraggiamento di una gioia divina nei suoi occhi e un ineffabile sorriso sul suo volto». La chiamava la patrona della sua santità, della sua salute, della sua scienza; triplice dono che le chiedeva ogni giorno, e che sollecitava anche per i suoi confratelli, pur subordinandolo ai disegni della Provvidenza divina; come potendo essere impiegati molto utilmente al servizio e alla gloria di Dio. «Il mio rifugio», diceva ancora, «al tempo della desolazione e dell'amarezza, è la pazienza, la preghiera, le piaghe di Gesù, il seno di Maria!» Ai suoi ultimi momenti, un giovane religioso, suo compatriota, volle sapere da lui quale fosse stato il più efficace strumento della sua santificazione; e il Beato gli risponde: «Mio fratello, non appena ho pensato di diventare un santo, ho posto come fondamento del mio edificio l'amore della Regina del cielo. Se ho potuto fare qualche progresso, è a lei che devo tutto. Siate anche voi fino alla morte un vero figlio di questa divina Madre!» —«Infine», ripeteva in ogni incontro, «colui che l'ama veramente è sicuro di ottenere tutto ciò che vorrà!» Il P. Bruni, uno dei più assidui al suo letto di morte, ci rende in modo toccante l'impressione che aveva prodotto su di lui e su tutti i suoi confratelli questa devozione così tenera del Beato. «Durante i giorni che precedettero la partenza del nostro fratello Giovanni per il cielo, mi sentivo», scrive, «molto vivamente a contemplarlo e a servirlo come il figlio della Beata Vergine Maria, a tal punto che dovetti ingenuamente dichiararglielo!»
Questa virtù che si esalava, senza che ne avesse il minimo sospetto, da tutta la persona del Beato, sarebbe stata più che sufficiente, alla testimonianza dei suoi compagni, per incantare il Collegio Romano. Persino tra gli stranieri e i più piccoli scolari, era una santa emulazione, a chi lo vedesse solo passare (tanto il suo passo e la sua modestia avevano qualcosa di angelico), e soprattutto a chi lo vedesse pregare ai piedi degli altari. Ma Dio si compiacque ancora di mostrare in lui ciò che può essere, da parte anche dei più giovani e dei più oscuri religiosi, l'apostolato abituale della parola, accordandogli il dono così raro di una conversazione molto amabile, molto santa e molto salutare. Per essa, Giovanni fu veramente un apostolo, e procurò la santificazione di una moltitudine di apostoli.
Un ultimo esercizio di carità, dove il Beato Giovanni sembrava persino voler rivaleggiare con il suo glorioso Padre sant'Ignazio, era la sua meravigliosa tenerezza per i malati. «Non lascerò passare nessun giorno senza visitarli e consolarli, con il permesso dei miei superiori», scriveva nelle sue risoluzioni; e non volendo sottrarre un momento, né al lavoro durante le ore di studio, né ai suoi altri confratelli durante il tempo delle ricreazioni, consacrava ai malati, nel pomeriggio, l'ora intera che l'uso di Roma e dell'Italia permette di dare al riposo; poiché aveva ugualmente risolto di non concedersi mai questo sollievo. Non ci si stanca di ascoltare e di rileggere, agli atti della beatificazione del santo fratello, la testimonianza di quei poveri infermi, che aveva tante volte e così fraternamente consolato. Raccontando un giorno lui stesso, per un motivo di zelo e di carità, alcune delle benedizioni e delle gioie di cui sovrabbondava in questo pio esercizio: «Nostro Signore», diceva, «mi vi ha fatto trovare, tra l'altro, questa ricompensa, di non essermi mai recato presso i malati, senza incontrarne almeno uno che desiderasse intrattenersi a cuore aperto delle cose del cielo, e in particolare della Beata Vergine Maria».
Tuttavia questo apostolato del Beato in mezzo ai suoi confratelli non poteva certo superare i limiti della sua breve vita religiosa, se Nostro Signore non gli avesse ispirato, senza dubbio in ricompensa dei suoi santi desideri, un'idea molto semplice, ma di una portata incalcolabile, e che, ai nostri giorni ancora, non cessa di portare i suoi frutti. Il servitore di Gesù Cristo aveva ben spesso riflettuto su questa disposizione di cuore, così familiare ai giovani religiosi, di accogliere volentieri, almeno nei primi tempi che seguono il loro noviziato, ogni santa e facile industria, propria a conservare, senza nuocere agli studi, il primo fiore della loro devozione. Dopo aver dunque pregato a lungo, e consultato a più riprese coloro che tenevano per lui il posto di Dio, risolse di associarsi innanzitutto alcuni dei suoi condiscepoli più ferventi, e di consacrare con loro un'ora circa ogni settimana, nel pomeriggio di congedo, a una conferenza tutta familiare su qualche soggetto di pietà. Si fissava insieme, ogni volta, di comune accordo, l'oggetto della conferenza seguente. Questa piccola riunione, composta dapprima di quattro o cinque membri, doveva avere un carattere tutto spontaneo, perfettamente libero; e la sua utilità era perciò stesso piena di fascino e di abbandono. Così non tardò ad ingrandirsi; e presto tutta la gioventù, che trascinava senza sforzo la dolce influenza del Beato, sollecitò la grazia e il piacere di farne parte.
Mancherebbe alla graziosa fisionomia del Beato uno dei suoi tratti più amabili, se non aggiungessimo qualche parola ancora sulla sua viva e candida riconoscenza per tutti coloro da cui aveva ricevuto qualche bene. Fin dalla sua più tenera infanzia, la testimoniava, l'abbiamo visto, ai suoi genitori e ai suoi primi maestri, con la più incantevole amabilità. Non vedeva fin d'allora in loro che l'immagine di Dio, che l'amava e l'istruiva, o anche che lo riprendeva e lo puniva per il loro ministero: ammirabile pensiero di fede, ben al di sopra di un'età così tenera e che raddoppiava il suo amore per loro. Questo sentimento tutto filiale non fece che accrescersi e si schiuse nella Compagnia di Gesù, dove il Beato non lasciò passare nessun giorno senza offrire, soprattutto alla santa messa, ferventi preghiere e generosi sacrifici, per tutti coloro che guardava come suoi benefattori; e il più leggero servizio non era mai dimenticato da lui.
Ma non si limitava a questo. Sentendo a meraviglia, per un istinto segreto dello Spirito divino, quanto il cuore dell'uomo sia sensibile a un segno di riconoscenza, quanto vi attinga persino coraggio e slancio fino nelle cose di Dio, il santo giovane andava ingenuamente, ogni mese, a offrire a ciascuno dei suoi maestri una lista delle comunioni, delle preghiere, delle penitenze, che si era prescritte per loro, in ritorno delle loro pene. «Ho conservato molti di questi biglietti e li custodisco preziosamente, come le reliquie di un Beato», diceva, dopo la morte di Giovanni, il Padre Francesco Piccolomini, quello tra tutti i suoi professori che il servitore di Dio sembrava aver amato più filialmente; perché lo venerava anche come un Santo, le cui lezioni ispiravano ugualmente a tutti i suoi allievi l'amore della scienza e della virtù.
Due anni interi erano trascorsi, dall'arrivo del Beato al Collegio Romano, quando verso gli ultimi giorni di febbraio dell'anno 1621, i suoi superiori gli ordinarono di prepararsi, per la festa di san Giuseppe, a una seduta solenne di filosofia. Era per lui l'ordine di Dio stesso; risolse dunque subito di mettere in opera tutti i mezzi naturali e soprannaturali, al fine di soddisfare pienamente a ciò che l'obbedienza esigeva da lui.
Il successo fu tale, che non uno dei suoi condiscepoli parve così degno di essere scelto, per sostenere, quattro mesi più tardi, l'onore del Collegio Romano, in un atto ancora più solenne su tutto l'insieme della filosofia. Questa scelta non mancò di allarmare un momento la sua umiltà; ma ebbe subito ricorso al suo rifugio ordinario, l'obbedienza, e si accontentò di andare a chiedere al suo confessore cosa giudicasse unicamente dover essere più gradevole a Nostro Signore, o accettare questo onore senza dire nulla, o tentare qualche passo per farlo cadere su un altro. La risposta fu sul momento che valeva meglio tacere; e dopo una seconda preparazione, simile in tutto alla prima, il Beato ottenne ancora gli applausi unanimi di una brillante e dotta assemblea. «In verità», diceva, all'uscire da questa nuova prova, l'assistente del Padre generale della Compagnia per le province di Spagna, «se Dio ci avesse inviato poco fa un angelo al posto del fratello Giovanni, non avremmo avuto, credo, uno spettacolo più bello!»
Ultima malattia e santa morte
Colpito da una malattia improvvisa nell'agosto 1621, muore serenamente stringendo il suo crocifisso, il suo rosario e il suo libro delle regole.
Durante quest'ultimo anno della sua vita, il Beato aveva scelto, come unico soggetto dei suoi esami particolari, la regina di tutte le virtù, la carità. A momenti, le fiamme dell'amore divino sembravano consumare il suo corpo e la sua anima. Tutto gli serviva per attivarle; e non tracciava più nemmeno una pagina senza scrivervi, accanto al santo nome di Gesù: « O amore! amore! amore! » La sua salute non ispirava ancora tuttavia alcun timore serio; ma esaminandolo, alla sua agonia, uno dei più abili medici di Roma non esitò a dire: « Questa morte è tutta divina! i nostri rimedi non possono nulla! »
Nel corso del mese di luglio, conversando con il Padre Jérôme Savignano, il Beato non poté nascondergli i suoi desideri di vedere presto la morte spezzare i suoi legami. « Ebbene dunque! fratello mio Giovanni », riprese questi, « siete già così pronto a partire, che non ne avreste alcuna pena? » — « Oh! lo confesso, Padre mio », gli rispose il santo giovane, « se Nostro Signore mi lasciasse la scelta, mi sarebbe molto dolce avere prima qualche giorno per prepararmi meglio, attraverso gli esercizi di sant'Ignazio. Ma se il suo buon piacere fosse che in questo istante gli rimettessi la mia anima, sì, gliela rimetterei senza timore, molto volentieri ». Del resto il Beato non viveva più già, in effetti, secondo la sua espressione, che « per la giornata, per l'ora presente », non attaccandosi che a renderla più degna di Dio.
Accompagnò poco tempo dopo il Padre Famien Strada in pellegrinaggio a Santa Maria Maggiore; e questi, che conosceva a meraviglia le pie preoccupazioni di Giovanni, gli raccontò, durante tutto il tragitto, le morti veramente celesti di alcuni ferventi religiosi della Compagnia, morti di cui era stato egli stesso testimone; poi lasciando esplodere la santa invidia che portava alla loro felicità: « Che Nostro Signore conceda anche a noi, mio caro fratello », esclamò terminando, « di morire un giorno noi stessi della morte dei Santi! » Ma il beato fratello, alzando gli occhi verso di lui con una dolce gravità: « Oh! sì, Padre mio », rispose, « potessimo noi morire di una santa morte! Ma affinché questo desiderio si compia, non bisogna volere prima che la nostra anima viva della vita dei Santi? »
Il 31 luglio, festa del suo Padre sant'Ignazio, tirando a sorte con i suoi fratelli un nuovo patrono per il mese seguente, ricevette allo stesso tempo questa sentenza del santo Vangelo: « Vegliate e pregate, perché non sapete quando verrà la vostra ora! » Parole che furono accompagnate come da una voce e da una luce interiore, annunciandogli, senza dubbio alcuno, che l'ora della sua liberazione si avvicinava; e andò subito a farne parte a uno dei suoi confidenti più intimi, il Padre François Piccolomini.
I primi quattro giorni di agosto trascorsero nondimeno senza alcun sintomo che i suoi desideri dovessero essere così presto esauditi. Ma la mattina di Nostra Signora della Neve, un'indisposizione improvvisa lo colse, senza tuttavia impedirgli ancora, né di accompagnare quel giorno i suoi fratelli alla casa di campagna del collegio, né di argomentare il giorno seguente al collegio dei Greci, con tanta disinvoltura e fuoco quanto modestia. La notte seguente fu per lui senza riposo; ma, abituato da tempo a non ascoltare mai le lagnanze della natura, si alzò al segnale ordinario, e assolse, come se non avesse sofferto davvero nulla, i suoi esercizi di pietà. Fu solo nel pomeriggio che, per il timore troppo ben fondato di mancare a una delle sue regole, se non avesse finalmente dato conoscenza del suo male, si recò alla camera del Padre rettore, ed espose il suo stato. Alla prima parola, il Padre Cepari gli ordinò di andare a rimettersi, come un figlio di obbedienza, tra le mani del fratello infermiere; e questi, che lo vedeva ogni giorno al capezzale degli altri malati, gli disse accogliendolo: « Ebbene! questa volta, fratello Giovanni, che faremo di voi? » — « Tutto ciò che piacerà a Nostro Signore », rispose subito sorridendo.
Non fu tuttavia che la sera del dieci, dopo essere andato indebolendosi tutto il giorno, che il santo malato arrivò a dare troppe serie inquietudini, e che ogni speranza di conservarlo svanì in pochi momenti. Ecco come il Padre Louis Spinola racconta gli ultimi momenti del Beato.
« La sera della festa di San Lorenzo, ero andato », dice, « a bussare alla porta del Padre rettore, per parlargli di alcuni affari personali. Mi ascoltò personalmente, soddisfatto alle mie richieste, e aggiunse: Voglio andare ora a vedere il nostro fratello Giovanni Berchmans, perché temo proprio che lo perderemo. Tutto commosso a questa notizia, sollecitai istantemente dal Padre rettore l'autorizzazione a seguirlo, e acconsentì. Vedendoci entrambi entrare nella sua camera, il santo fratello ci salutò con l'aria più amabile e serena, poi ci parlò della morte e del paradiso, con tanta gioia come un capitano che discorre di battaglie e di vittorie. Poiché gli si rispose che forse, prima di andare a godere di Dio, gli resterebbe ancora da lavorare e da soffrire molto in questo mondo, al servizio della sua divina Maestà, ci raccontò come il santo Padre François Coster gli avesse detto un giorno, nelle Fiandre, durante il suo noviziato: « Fratello mio, guadagnerete più tardi molte anime a Nostro Signore! » Ma dopo una breve pausa, « non so veramente », aggiunse, « se non avrà inteso forse che sarebbe stato dall'alto dei cieli ». La conclusione di questa prima visita fu che, se lo stato del nostro santo fratello non fosse migliorato quella notte, il Padre rettore gli avrebbe portato, la mattina seguente, il santo Viatico, e ci ritirammo per andare a prendere il nostro riposo. Ma supplicai il PADRE RETTORE di farmi chiamare in tempo, se ce ne fosse stato bisogno; poiché sentivo un desiderio estremo di essere presente a questa grande azione ».
Il Padre Cepari non aveva fatto parte del suo progetto che davanti al fratello infermiere; ma qualche tempo dopo, questi, vedendo il malato indebolirsi: « Fratello Giovanni », gli disse, « il Padre rettore non vi ha annunciato nulla? Per me, penso che sarebbe bene per voi ricevere domani mattina la visita di Nostro Signore ». — « Sarebbe per comunicarsi in viatico? » riprese con calma il santo giovane. — « Sì, mio caro fratello, perché ormai ci resta ben poca speranza ». — Allora, con un volto raggiante di gioia, come se avesse ricevuto in quel momento la più graziosa notizia, il servo di Dio si sollevò, e gettando le sue due braccia attorno al collo dell'infermiere chino su di lui, l'abbracciò teneramente. Ma poiché questi si scioglieva in lacrime e non poteva articolare una parola: « Ah! mio caro fratello », esclamò, « rallegratevi dunque con me! perché ecco davvero il miglior annuncio e la più dolce consolazione che vi fosse possibile darmi ». Poi subito, prendendo il suo crocifisso: « O mio buon Gesù », riprese, « siete stato sempre quaggiù il mio solo tesoro. Non abbandonatemi ai miei ultimi momenti! » E poiché il fratello infermiere lo esortava dolcemente a non indebolirsi e stancarsi ulteriormente con troppo veementi affetti: « Oh! non temete nulla », riprese, « questi affetti sono, al contrario, tutta la mia forza e tutta la mia gioia! »
Qualche momento dopo, pregò il fratello di scrivere, sotto sua dettatura, come suo testamento spirituale, e lo pronunciò nella più grande calma, sempre con la stessa serenità. Chiedeva innanzitutto perdono al Reverendissimo Padre generale della Compagnia, di essere stato il figlio così indegno di una così dolce e santa madre, da cui aveva ricevuto tanto bene. Poi, dopo le più vive testimonianze di riconoscenza per ciascuno dei suoi Padri e dei suoi fratelli, che si erano dedicati, diceva, a tante fatiche a causa sua, e per tutti coloro che l'avevano visitato durante i giorni della sua malattia, chiedeva, per ultima grazia, di ricevere il santo Viatico, circondato da tutti i suoi fratelli, deposto a terra, tutto vestito, e di morire rivestito della tonaca della Compagnia. L'infermiere si affrettò a portare subito queste poche righe al Padre Cepari; e questi, dopo averle lette, non senza una profonda emozione: « Dite a questo fratello Giovanni », rispose, « che tutte le sue richieste saranno esaudite ».
Torniamo ora ai ricordi personali del Padre Spinola.
« Di buon mattino », dice, « il Padre rettore venne a svegliarmi egli stesso e mi disse che, se volevo vedere il santo fratello Giovanni comunicarsi in viatico, era tempo. Spinto dal mio desiderio, mi alzai in tutta fretta e mi recai alla camera del santo fratello, che con un volto ridente e grazioso mi disse, appena mi scorse: « Vi saluto, mio caro fratello; ecco che stiamo per partire per il cielo! » Parole che mi trapassarono talmente il cuore che uscii all'istante per nascondere le mie lacrime, col pretesto di andare in sacrestia a raggiungere il Padre rettore e coloro che dovevano accompagnare il Santissimo Sacramento. Quando tornammo verso il nostro caro fratello, lo trovammo coricato a terra, su un materasso, rivestito della sua tonaca, le mani giunte; e rimase in questo stato finché non furono terminati, secondo il tenore delle rubriche, la benedizione della camera, il Confiteor e l'assoluzione. Ma quando il Padre rettore si volse verso di lui con il corpo di Nostro Signore, per darglielo, improvvisamente lo vedemmo rialzarsi come un lampo e mettersi in ginocchio; sebbene la sua eccessiva debolezza avrebbe dovuto farlo cadere all'istante, se due dei suoi condiscepoli non si fossero affrettati a sostenerlo fino a dopo la santa comunione. Fece allora la sua professione di fede e protestò fermamente che moriva, o che almeno voleva morire, da vero figlio della Compagnia di Gesù e da vero figlio della beata Vergine Maria; poi ricevette il santo Viatico. A questo spettacolo, fummo tutti presi da compunzione non meno che da rimpianto, pensando che questo tesoro incomparabile di ogni santità stava così presto per esserci rapito.
« Rimasi lì quasi tutto il giorno, cioè ad eccezione delle sole ore di lezione; e vi fummo in gran numero; poiché ognuno desiderava ardentemente vederlo, e rendergli, se si poteva, un ultimo servizio. Durante tutto questo tempo, i suoi discorsi non furono che del paradiso, al quale aspirava senza sosta con mille orazioni giaculatorie più belle, e mille sospiri più ardenti gli uni degli altri. Ripeteva spesso in particolare: « O Maria, non permettete che la mia speranza sia vana! sono vostro figlio, lo sapete bene; poiché vi ho giurato di esserlo per sempre! ».
« La sera e la notte dell'11 al 12, rimasi ancora vicino a lui, con molti altri dei nostri fratelli. E, poiché uscivo di tanto in tanto per qualche minuto, per respirare un momento l'aria fresca della notte, poiché il calore era stato estremo, tornando verso di lui, circa tre ore prima del segnale della sveglia, lo trovai sveglio, le mani molto fredde; e supponendo che questa freschezza dovesse anche essergli gradita, non dissi nulla. Ma per lui era, al contrario, una viva sofferenza, come ne fece l'ammissione, il giorno seguente; e il solo timore di stancare il fratello infermiere, che prendeva un po' di riposo, gli aveva impedito di parlare.
« Giunto il giorno, la sua camera si riempì di nuovi visitatori, accorsi in folla per vedere questa morte, che ognuno di noi avrebbe certamente riscattato di gran cuore, al prezzo di molti dei suoi anni. Tutti volevano ricevere dalla sua bocca un ultimo consiglio, con l'assicurazione di un ricordo presso il Salvatore e la sua santa Madre, non appena fosse stato in cielo. Nonostante il suo timore di esaurire le sue forze, il Padre Cepari non osava allontanare questa moltitudine, che gli sembrava attirata da Dio stesso, per raccogliere dalle labbra del santo morente le più alte e le più efficaci lezioni di ogni virtù. Prese dunque la decisione di lasciare entrare ogni visitatore solo, a suo turno, ancora una volta e per pochi minuti appena. A tutti senza eccezione, il Beato, sempre sorridente, raccomandava istantemente tre cose: una tenerezza filiale per la santissima Vergine Maria, un grande amore per l'orazione, e la più inalterabile fedeltà a tutte le regole della Compagnia. Poi aggiungeva in poche parole qualche avviso particolare, secondo lo stato d'animo di ciascuno, facendo ben vedere, secondo la deposizione espressa di molti, che leggeva chiaramente nel fondo della loro anima. « Così, nonostante la sua modestia e la sua umiltà », aggiunge il padre Golfi, « alla maestà sovrumana e alla libertà della sua parola, non potevamo dubitare che Dio non ci parlasse in lui ».
« La sera venne », continua il Padre Spinola, « molto più rapidamente di quanto avremmo voluto; poiché le ore ci sembravano passare come minuti, al capezzale del nostro santo fratello. Rimasi lì ancora tutta questa notte, con molti altri Padri e Fratelli, che non temevano nulla tanto, come me, che di non essere vicino a lui, quando avrebbe reso a Dio la sua beata anima. Andai solo, verso le due dopo mezzanotte, a svegliare uno dei nostri fratelli a cui l'avevo promesso il giorno prima, e che si affrettò a venire ». (Fu durante questa breve assenza che il demonio tentò di sferrare un duro combattimento al morente, come questi aveva predetto poco prima. All'improvviso il malato si gettò nel mezzo del suo letto; gli occhi fissi al cielo, il volto sconvolto, le labbra tremanti, gridò con tutte le sue forze: « Mi pento con tutto il mio cuore, Signore, di avervi offeso!... No, non lo farò... Io offendervi, Signore?... Maria, io offendere vostro Figlio?... No, mai, mai; no, non lo farò; preferisco mille volte morire, diecimila volte, centomila volte, un milione di volte, un milione di volte, un milione di volte, un milione di volte », e ripeté circa quaranta volte questo grido: « Ritirati, Satana, non ti temo... »). Quando rientrai, diceva: « Datemi le mie armi: il mio crocifisso, il mio rosario, e le regole della Compagnia! Ecco i tre oggetti che amo di più al mondo. Morirò senza pena con loro! » Ma poiché gli si presentò un libro di regole dove mancavano quelle degli scolastici, ne chiese un altro che mi affrettai ad andare a prendere e gli portai. Allora pronunciò molto affettuosamente la formula dei voti, e si fece recitare poi diverse orazioni e le litanie dei Santi, dove fece aggiungere l'invocazione dei quattro Beati della Compagnia, il nostro santo Padre Ignazio, Francesco Saverio, Luigi Gonzaga e Stanislao Kostka, così come dei due Padri, Francesco Borgia, Giuseppe Anchieta, e del fratello Alfonso Rodriguez. Quasi subito dopo, perse la parola, e rimase circa tre ore in questo stato, mostrando bene tuttavia, alla modestia della sua posa e al raccoglimento angelico dei suoi tratti, che non aveva affatto perso conoscenza. Così quando il Padre rettore, o uno dei suoi professori che l'assisteva in quel momento, l'invitava a pronunciare di cuore il nome di Gesù, e a dare, se lo poteva ancora, qualche segno che intendeva, lo si vedeva di tanto in tanto inclinare dolcemente la testa.
« Non devo qui dimenticare di dire che, il giorno prima ancora, quando ognuno gli chiedeva un consiglio e un ricordo, feci lo stesso; e mi rispose: « Che Dio Nostro Signore faccia di voi un figlio dell'orazione, un figlio della beata Vergine Maria, e che vi dia il doppio spirito del nostro beato Padre Ignazio riguardo a Dio e alle anime! » Lo pregai poi di ottenermi alcune grazie particolari; cosa che mi promise molto amabilmente; e poiché aggiunsi: « Fate molta attenzione, fratello Giovanni, perché non lascerò passare alcun giorno senza ricordarvi la vostra promessa ». — « La manterrò », mi rispose con un tono pieno di energia; « siatene certo! »
Infine, tre ore e mezza prima del suo ultimo respiro, il Beato avendo recuperato la parola facendo un nuovo sforzo per invocare il santo nome di Gesù, respinse gli ultimi assalti del demonio, che si sforzava di turbarlo ancora, con il ricordo, non delle sue colpe, non ne trovava alcuna da rimproverargli, ma dei suoi stessi atti di virtù. Giovanni, con il soccorso della preghiera, e per la sua obbedienza al Padre che l'assisteva, trionfò ancora vittoriosamente del suo nemico, e recuperò presto tutta la sua serenità. Poi invocando a turno i santi patroni che aveva ricevuto ogni mese, dal suo ingresso nella Compagnia, unendosi un'ultima volta alle litanie della Regina degli angeli, gli occhi fissi su questi tre oggetti che gli erano così cari, il suo libro di Regole, il suo rosario e il suo crocifisso, rese dolcemente a Dio la sua santa anima. Era la mattina del 13 agosto 1621, giorno anniversario, secondo una pia congettura, della separazione del corpo e dell'anima della sua divina madre la gloriosa Vergine Maria. Così morì in odore di benedizione, all'età di ventidue anni e cinque mesi, il beato Giovanni Berchmans.
Lo si rappresenta portando nelle sue mani il libro delle Regole di sant'Ignazio, una croce e un rosario. È così che volle morire, dicendo: « Ecco i miei tesori, con i quali mi presenterò gioiosamente davanti a Dio ».
Culto, miracoli e beatificazione
La sua fama di santità si diffuse rapidamente in Europa, portando alla sua beatificazione da parte di Pio IX nel 1865 dopo numerosi miracoli.
[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE.]
Appena il corpo del beato Berchmans fu portato in chiesa e convenientemente esposto, la devozione popolare lo onorò con il culto dei Santi. Numerosi miracoli furono compiuti in presenza di una folla immensa. Il 14 agosto si depose il santo corpo in una bara di legno con un'iscrizione di piombo e lo si inumò provvisoriamente in una tomba della cappella di San Luigi Gonzaga, dove fino ad allora nessuno era stato deposto.
Da quel momento, la cappella non fu mai priva di gente e il culto di Berchmans assunse di giorno in giorno proporzioni sempre più vaste. Per arrestare l'afflusso dei fedeli, il corpo del Beato fu sepolto nella cappella della Santa Croce, dove si trovava la sepoltura comune dei Padri del collegio. Lo si collocò nello stesso luogo che aveva occupato fino alla sua beatificazione il corpo di san Luigi. L'affluenza si spostò verso questa cappella come era avvenuto per quella di San Luigi, senza che nulla potesse rallentarne il fervore. Gli ex-voto di ogni genere vi arrivavano in gran numero. Nel 1623, la cappella dove riposava fu ornata, dal popolo, con fiori e verde. Il Belgio rivaleggiava con Roma nell'onorare la sua memoria. La Germania lo invocava con entusiasmo ancora maggiore dell'Italia. Le guarigioni più sorprendenti non cessarono di operarsi alla sua tomba e di incoraggiare la fiducia di coloro che venivano a circondarlo con i loro omaggi e le loro preghiere.
In quell'epoca, Roma non aveva ancora proibito tali omaggi, resi a coloro di cui lo splendore dei miracoli sembrava proclamare così ad alta voce la gloria e la potenza dei cieli. Solo pochi anni più tardi, il 13 marzo 1625, il sovrano pontefice Urbano VIII avrebbe riservato d'ora in poi al suo solo giudizio infallibile di vicario di Gesù Cristo l'esame delle virtù e dei prodigi che avrebbero dato diritto al titolo e agli onori pubblici dei Beati. L'11 settembre 1745, il papa Benedetto XIV firmò la commissione di introduzione della causa, e da allora il servo di Dio poté essere onorato da tutti con il titolo ufficiale di Venerabile. Con un decreto in data 5 giugno 1843, il papa Gregorio XVI proclamò, davanti al mondo intero, che il venerabile servo di Dio, Giovanni Berchmans, caro a Dio e agli uomini, aveva praticato in grado eroico le virtù teologali e cardinali, così come le virtù morali che derivano dalle une e dalle altre. Infine, il 9 maggio 1865, il sovrano pontefice Pio I X firm Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. ò il breve di beatificazione del venerabile servo di Dio, e il 28 maggio ne fu fatta la promulgazione nella chiesa metropolitana di San Pietro.
La bara di legno che racchiudeva il suo corpo essendo stata trovata tutta rovinata, si raccolsero con estrema cura le ossa, le ceneri, le parti di abito conservate e persino i frammenti della bara, e si mise il tutto in una cassa di piombo, con l'iscrizione di cui abbiamo parlato. Nel 1729, il Padre Francesco Piccolomini, rettore del collegio romano, verificò la cassa e constatò che le ossa vi si trovavano tutte, ad eccezione dei denti, di alcune dita delle mani e dei piedi e di alcuni piccoli ossicini. Alcuni anni più tardi, il suo successore, il Padre Casotti, rinchiuse le ossa in una cassa di legno ricoperta da un involucro di rame. L'11 maggio 1865, ebbe luogo, al collegio romano, la verifica di questo augusto deposito. In occasione della beatificazione solenne, alcune ossa furono sottratte al tesoro comune e portate in Belgio, per essere oggetto della venerazione dei fedeli. Il cardinale arcivescovo di Malines ottenne un osso dell'avambraccio, che fu posto, il 23 luglio 1865, nella chiesa metropolitana, su un altare nuovamente eretto e consacrato al Beato. La cattedrale di Anversa possiede un piccolo ossicino, così come la camicia che portava il Beato nei suoi ultimi momenti; la chiesa del Gesù, a Bruxelles, una vertebra, così come la chiesa di Diest; la casa dei Gesuiti, a Lovanio, custodisce il suo cuore. Al collegio di Nostra Signora, ad Anversa, si conserva ancora una manica della tonaca del Beato.
Abbiamo tratto questo racconto da una vita pubblicata da un Padre della Compagnia di Gesù, senza nome d'autore, presso Ménicile. A volte l'abbiamo analizzata, ma spesso l'abbiamo anche riprodotta testualmente. — Cfr. Vie du bienheureux Jean Berchmans, di H. P. Vanderspooten, della Compagnia di Gesù.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Entrata al servizio del canonico Jean Froymont a Malines
- Ingresso nel noviziato della Compagnia di Gesù il 24 settembre 1616
- Emissione dei primi voti dopo due anni di prova
- Partenza per il Collegio Romano il 24 ottobre 1618
- Arrivo a Loreto la vigilia di Natale del 1618
- Discussione delle tesi di filosofia nel 1621
- Morto a Roma all'età di 22 anni e 5 mesi
Miracoli
- Numerose guarigioni avvenute presso la sua tomba dopo la morte
Citazioni
-
Se ho potuto fare qualche progresso, è alla Regina del cielo che devo tutto.
Parole sul letto di morte -
Ecco i miei tesori, con i quali mi presenterò gioiosamente davanti a Dio.
Parlando del suo crocifisso, del suo rosario e delle sue regole