20 agosto 12° secolo

San Bernardo di Chiaravalle

PRIMO ABATE DI CHIARAVALLE E DOTTORE DELLA CHIESA.

Primo abate di Chiaravalle e Dottore della Chiesa

Festa
20 agosto
Morte
12 avril 1153 (déduit du contexte historique, texte mentionne 20 août pour la fête) (naturelle)
Epoca
12° secolo

Nato a Fontaines in una famiglia nobile, Bernardo entra a Cîteaux nel 1113, trascinando con sé i suoi fratelli e numerosi compagni. Fondatore dell'abbazia di Chiaravalle nel 1115, diventa una delle figure più influenti della cristianità medievale, agendo come consigliere dei papi e arbitro dei conflitti europei. Grande mistico e teologo, è celebre per i suoi sermoni sul Cantico dei Cantici e la sua devozione alla Vergine Maria.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 10

SAN BERNARDO,

PRIMO ABATE DI CHIARAVALLE E DOTTORE DELLA CHIESA.

Vita 01 / 10

Giovinezza e lotte spirituali

Nato a Fontaines da una nobile famiglia, Bernardo riceve un'educazione pia prima di attraversare una crisi di fervore e tentazioni mondane durante l'adolescenza.

di un così grande uomo, fu, all'inizio del XVII secolo, trasformato in un monastero di Foglianti: questo monastero è oggi distrutto, ma vi si trova ancora una cappella che si va a visitare per devozione. Tescelino, signore di Fontaines, padre del nostro San notre Saint Abate di Chiaravalle e maestro spirituale di Raoul. to, univa un'insigne pietà a una grande nobiltà. Ale th o Alix, su Aleth ou Alix Madre di san Bernardo, nota per la sua pietà. a madre, era figlia di Bernardo, signore di Montbar, e imparentata con i duchi di Borgogna. Questa beata passava le sue giornate nelle pratiche più austere della disciplina cristiana. Mentre portava questo bambino nel suo seno, un sogno l'avvertì che avrebbe avuto un glorioso destino. Quando lo diede alla luce, Aleth non si accontentò di offrirlo a Dio, come aveva fatto con gli altri suoi figli; ma, imitando lo zelo e la pietà di Anna, madre di Samuele, lo dedicò al servizio della Chiesa.

Non appena fu in età di apprendere le lettere, ebbe cura di affidarlo ai sacerdoti della chiesa di Châtillon-sur-Seine, per istruirlo. Fece rapidi progressi sotto la loro guida; e, poiché aveva uno spirito naturalmente vivo e penetrante, superò presto tutti i suoi compagni nello studio. Era d'altronde molto semplice per quanto riguarda le cose del mondo; evitava di apparire in pubblico; la solitudine aveva per lui fascini inconcepibili, non contraddiceva mai suo padre né sua madre; obbediva puntualmente ai suoi maestri. Il silenzio, il ritiro, la modestia, l'umiltà, la devozione, erano gli ornamenti della sua infanzia.

Essendo ancora molto giovane, ebbe un mal di testa estremamente violento che lo costrinse a letto; non potendo i medici alleviarlo, gli fu condotta (senza dubbio all'insaputa dei suoi genitori) una donna che si occupava di guarire i malati con incantesimi. Non appena Bernardo la vide, entrò in una santa collera contro di lei e la scacciò dalla sua stanza con indignazione. Dio, per ricompensarlo di questo atto, gli restituì subito una perfetta salute. Poco tempo dopo, ricevette un'insigne favore dal cielo: la notte di Natale, attendendo con molti altri che si cominciassero i divini uffici, fu sorpreso da un leggero assopimento; allora l'adorabile Bambino Gesù si fece vedere a lui in una bellezza senza pari e nello stato in cui era al momento della sua nascita. Ebbe sempre, da allora, una singolare devozione per il mistero dell'Incarnazione, e si può giudicare quanto fosse illuminato su questo soggetto, dai suoi ammirevoli sermoni sul Vangelo *Missus est*. Era, fin da allora, estremamente caritatevole verso i poveri, e dava loro in segreto tutto il denaro che poteva avere dai suoi genitori.

Terminati gli studi, lasciò Châtillon per tornare al focolare paterno. Aveva allora diciannove anni. Brillando all'esterno di tutti gli attrattive della giovinezza e del talento, non sentiva più dentro di sé le pulsazioni del suo antico fervore. La sua pietà, priva di consolazioni sensibili, e svezzata, per così dire, da tutte le soavità, sembrava non avere più né linfa né calore. La primavera era passata per lui; le ombre della notte avvolgevano la sua anima, e la voce della tortora non vi si faceva più sentire. Fu il tempo in cui iniziarono le prove.

Fino ad allora la castità del giovane Bernardo, protetta dalla pietà e dal pudore (due custodi che la grazia e la natura danno a questa virtù angelica), non aveva subito alcun attacco; ma le seduzioni del mondo in mezzo al quale era appena entrato, sollecitarono vivamente il suo cuore ingenuo e la sua immaginazione troppo impressionabile. Gli accadde, racconta il suo biografo, di posare un giorno lo sguardo su una donna la cui bellezza lo aveva colpito.

Bernardo prova un sentimento strano; la sua coscienza allarmata si risveglia con forza; teme che il colpo sia mortale. Immediatamente fugge senza sapere dove va, corre verso uno stagno, vi si immerge con audacia e rimane ostinatamente in quelle acque gelate finché non vengono a tirarlo fuori mezzo morto. Un tale atto di vigore ebbe per Bernardo risultati salutari; la sua virtù vittoriosa raddoppiò di energia, e da quel momento si elevò sempre più al di sopra delle concupiscenze della natura.

A quell'epoca, un'afflizione immensa, la più struggente che possa provare un figlio, venne a colpirlo al cuore, e pose fine a tutte le gioie del focolare domestico. Sei mesi erano appena trascorsi dal suo ritorno a Fontaines, quando sua madre, come un frutto maturo per il cielo, gli fu tolta.

In preda a un'intima tristezza, trovava a stento nella sua fede e nelle promesse eterne qualche pensiero di consolazione. Aveva quasi vent'anni. È l'età in cui il figlio comincia solo a comprendere il prezzo di una madre: finché è bambino, la ama istintivamente, la ama infantilmente; ma il giovane uomo la ama con motivo, con coscienza; e alla sua tenerezza filiale si aggiunge una stima singolare, una fiducia e un rispetto che non si saprebbero esprimere. Bernardo, sebbene circondato dai suoi fratelli, da sua sorella, dal suo vecchio padre, si credeva solo al mondo; il suo sostegno gli mancava; la sua consolazione non era più quaggiù; non sentiva più, non vedeva più sua madre; era in qualche modo separato da se stesso e privato dei più dolci fascini della sua vita.

Ma ciò che aumentava ogni giorno i suoi rimpianti e i suoi fastidi, fu la sua aridità interiore, la secchezza della sua devozione e delle sue preghiere, la freddezza della sua anima che gli sembrava coperta di ghiaccio.

In questo stato di oscuramento, attraverso cui passano inevitabilmente le anime destinate a un'alta santificazione, Bernardo dovette subire tutte le prove della via purificante; poiché, come testimonia la Scrittura, il Signore prova i suoi servitori come l'argento si prova col fuoco, e l'oro nel crogiolo.

Bernardo dovette lottare contro le tre specie di tentazioni che si attaccano successivamente al corpo, allo spirito e all'anima, attraverso la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita.

La prima di queste tentazioni fu tanto più violenta, in quanto già Bernardo ne aveva trionfato in un'altra circostanza. Ma l'antico e astuto serpente attese il momento più critico per sorprendere la giovinezza di Bernardo e sferrargli nuovi assalti.

Bernardo era straordinariamente bello; tutto in lui respirava distinzione: il suo occhio pieno di fuoco illuminava un volto virile e dolce; il suo portamento, il suo atteggiamento, il suo gesto, il sorriso delle sue labbra, erano sempre modesti, semplici e nobili; la sua parola, naturalmente eloquente, era viva e persuasiva. C'era nella sua persona qualcosa di così amabile, di così attraente, che, secondo l'espressione dei suoi biografi, era ancora più pericoloso per il mondo di quanto il mondo non lo fosse per lui. Si concepiscono fin da allora i pericoli che dovettero circondare il giovane, soprattutto quando si pensa a quanto il suo cuore fosse aperto, espansivo e portato ad amare. Ne fece esperienze numerose e terribili.

Tuttavia la grazia divina, che assiste gli umili, e fortifica coloro che combattono, coprì Bernardo con il suo egida e lo rese invulnerabile a tutti i dardi del demone della carne.

Il tentatore prese allora una forma più sottile, e vedendo che il lato debole di Bernardo era una passione eccessiva per la scienza, si sforzò di catturare il suo spirito attraverso la concupiscenza degli occhi. Amici imprudenti, i suoi stessi fratelli, per distrarlo dalle sue fantasticherie, lo incoraggiarono a dedicarsi alle scienze curiose; e gli rappresentarono così vivamente l'interesse che si lega a questo genere di studi, che Bernardo, già incline di per sé alle investigazioni dell'intelligenza, non trovava inizialmente alcuna obiezione a questi consigli; ma la voce della sua coscienza gliene mostrava i pericoli. Comprese che la scienza, senza scopo pratico e senza altro risultato che la soddisfazione di una vana curiosità, non è degna del cristiano. Poiché, come egli stesso diceva in seguito (e citeremo qui le sue proprie parole): « Ci sono uomini che non vogliono imparare che per sapere, e questa curiosità è biasimevole; altri non vogliono imparare che per essere guardati come dotti, ed è una vanità ridicola; altri non imparano che per trafficare della loro scienza, e questo traffico è ignobile. Quando dunque le conoscenze sono buone e salutari? Sono buone, risponde il Salmista, quando le si mette in pratica. E colui è colpevole, aggiunge l'apostolo san Giacomo, che, avendo la scienza del bene che deve fare, non lo fa ».

Tali considerazioni, sostenute dalla fede cristiana, controbilanciarono i suggerimenti speciosi dei suoi amici.

Bisognava tuttavia abbracciare una carriera e determinare una sfera di attività: bisognava, in definitiva, scegliere tra Dio e il mondo. In questa alternativa, dove i segreti dettami della coscienza combattono inesorabilmente tutte le riflessioni e tutte le previsioni, Bernardo provava perplessità dolorose. Il tentatore approfittò della crisi per sferrargli un assalto più lungo e più ostinato dei precedenti: fu, questa volta, la superbia che cercò di esaltare con insufflazioni perfide.

In effetti, il mondo apriva a Bernardo viali seducenti. L'influenza della sua famiglia e i servizi personali di suo padre gli assicuravano negli eserciti un avanzamento rapido e un rango distinto; d'altra parte, il suo genio flessibile, le sue conoscenze variegate lo chiamavano alla corte, dove intravedeva le possibilità di un successo brillante. La magistratura ancora gli offriva una posizione conforme alle sue abitudini gravi e studiose; infine poteva aspirare, e per il suo merito, e per la nobiltà della sua casa, alle più eminenti dignità della Chiesa.

Ma in mezzo a tanti vantaggi, Bernardo rimase indeciso; e né le pressanti sollecitazioni della sua famiglia, né l'incoraggiamento dei suoi amici, né il peso dei suoi propri desideri e la sua passione per le grandi cose poterono fissare la sua volontà, né strappare il suo consenso. Ogni volta che il mondo gli sorrideva, il ricordo di sua madre lo riportava ai pensieri della vita futura; e tutti i suoi progetti sembravano dissiparsi come un sogno, sotto l'azione di una forza invisibile che faceva il suo supplizio o la sua gioia, a seconda che cedesse o resistesse a questo misterioso impulso.

Conversione 02 / 10

Conversione e ingresso a Cîteaux

Dopo una lotta interiore, Bernardo decide di entrare a Cîteaux trascinando con sé i suoi fratelli e numerosi parenti, segnando l'inizio della sua vita monastica sotto san Stefano.

Mentre era così in preda a una lotta interiore, in cui la natura faticava a cedere alla grazia, andò a trovare i suoi fratelli che si trovavano con il duca di Borgogna all'assedio del castello di Grancey. Essendo aumentate le sue perplessità lungo il cammino, entrò in una chiesa dove pregò Dio con molte lacrime di fargli conoscere la sua volontà e di dargli il coraggio di seguirla. Finita la preghiera, sentì una forte risoluzione di abbracciare l'i stituto di Cîteaux. institut de Cîteaux Casa madre dell'ordine cistercense dove Bernardo compì il suo noviziato. Perorò così bene la sua causa presso la sua famiglia, che coloro che lo avevano disapprovato seguirono il suo esempio. Tali furono i suoi fratelli Guido, Gerardo, Bartolomeo, Andrea e Gauldry, suo zio, conte di Touillon, vicino ad Autun, celebre per il suo valore guerriero.

Andrea, impegnato nella professione delle armi, esitava a seguire suo fratello Bernardo; ma sua madre, la beata Aleth, che, come abbiamo detto, era morta, gli apparve e lo determinò a lasciare il mondo. Guido era trattenuto da diversi ostacoli: era sposato e aveva due figlie. Sua moglie gli rese la libertà ed entrò lei stessa nel monastero di Juilly, vicino a Digione. Gerardo, secondo fratello del Santo, era poco disposto a farsi religioso. Era un ufficiale molto distinto che amava il mondo. Ricevette un colpo di lancia al fianco, come Bernardo gli aveva predetto, e fu fatto prigioniero. Allora promise di unirsi ai suoi fratelli; subito ottenne la guarigione. Dopo qualche tempo di prigionia, dalla quale Bernardo fece inutili sforzi per trarlo, udì, durante il sonno, una voce che gli disse: «Oggi sarai liberato». Lo prendeva per un sogno; ma all'ora dei Vespri (era Quaresima), ripensando a ciò che aveva udito, toccò i ferri che gli tenevano i piedi, e si staccarono da una parte. Andò alla porta del carcere e la serratura gli cadde nelle mani. Uscì senza che nessuno lo fermasse. Salì alla chiesa avendo ancora i ferri a un piede; ma, o non fu riconosciuto, o non si poté afferrarlo. Così venne a ritrovare i suoi fratelli e si unì a loro per abbracciare una milizia più nobile di quella di questo secolo.

Dopo queste conquiste domestiche, Bernardo ne fece altre fuori dalla sua famiglia; poiché era così potente nelle sue esortazioni che, quando le faceva in pubblico o in privato, le mogli trattenevano i mariti, le madri chiudevano i figli e gli amici distraevano gli amici, per paura che, andando ad ascoltarlo, si lasciassero persuadere a farsi religiosi. Guadagnò tuttavia più di trenta persone, tra le quali fu il signore Ugo di Mâcon, gentiluomo nobilissimo, virtuosissimo e ricchissimo, che fu poi fondatore e primo abate di Pontigny e vescovo di Auxerre. Si impedì dapprima ogni colloquio tra lui e Bernardo, ma quest'ultimo, essendo andato a trovarlo in un campo dove si trovava, un grande temporale allontanò così bene tutti coloro che lo circondavano, che ebbe modo di parlargli solo a solo. Lo fece in mezzo alla campagna, senza che la pioggia cadesse su di loro; questo prodigio, unito all'unzione della parola del Santo, decise Ugo ad abbracciare la vita monastica. Questo gran numero di persone che aveva guadagnato a Dio si ritirarono insieme in una casa che uno di loro aveva a Châtillon: là, prima di essere religiosi, ne fecero tutti gli esercizi con una fervore incredibile.

Prima di ritirarsi a Cîteaux, Bernardo e i suoi fratelli andarono al castello di Fontaines, per dire addio al padre e chiedergli la sua benedizione. Lasciarono con lui il loro giovane fratello Nivardo, che doveva essere la consolazione della sua vecchiaia. Avendolo visto, nel tornare indietro, giocare con altri bambini, Guido, il maggiore di tutti, gli disse: «Addio, mio piccolo fratello Nivardo; avrete solo voi i nostri beni e le nostre terre». — «Cosa!» rispose il bambino con una saggezza superiore alla sua età, «voi prendete il cielo per voi, e lasciate a me la terra? La spartizione è troppo ineguale». Se ne andarono, lasciando Nivardo con suo padre. Ma, qualche tempo dopo, lasciò il mondo come loro e li seguì. Così, di tutta la famiglia, non rimase che il padre, che era molto anziano, con una figlia di cui parleremo in seguito.

San Stefano era allora abate di Cîteaux dopo san Roberto e sant'Alberico, che ne erano stati fondatori. Bernardo, che aveva circa ventitré anni, venne a gettarsi ai suoi piedi con questa illustre compagnia di postulanti, per chiedergli il favore di essere ammesso nel suo nuovo istituto. Stefano li ricevette con tanta più gioia, in quanto un religioso era stato avvertito da una visione del loro arrivo. Iniziò il suo noviziato con tanto fervore e un desiderio così ardente di avanzare nella virtù, che non lo si sarebbe preso per un neofita, ma per un vecchio già consumato nelle pratiche della vita interiore. Pensava senza sosta ai motivi che aveva avuto nel lasciare il mondo e, per non rilassarsi affatto, aveva sempre nel cuore e spesso anche in bocca questa parola: *Bernarde, Bernarde, quid venisti?* «Bernardo, Bernardo, cosa sei venuto a fare qui?». Si sottomise con una regolarità perfetta agli esercizi più umili e più crocifiggenti della disciplina di San Benedetto; e la sua virtù si sviluppava ogni giorno con tale vigore, che stupiva persino il santo vecchio che governava questa nuova scuola di profeti. Aveva preso la salutare abitudine di vivere dentro di sé, unito a Dio nel fondo del suo cuore, sempre attento alla voce della sua coscienza: il che rendeva il suo raccoglimento facile e continuo. E poiché le grazie che attingeva a questa fonte misteriosa traboccavano sul suo esterno, sembrava sempre circondato da un'aureola di gioia celeste; tanto che, dice un contemporaneo, lo si sarebbe preso per uno spirito piuttosto che per un uomo mortale; esprimendo con tutto il suo atteggiamento la bella parola che amava spesso ridire ai novizi: «Se desiderate vivere in questa casa, bisogna lasciare fuori i corpi che portate dal mondo; poiché le anime sole sono ammesse in questi luoghi, e la carne non serve a nulla».

Più gustava le delizie dell'amore divino che lo riscaldava interiormente, più riduceva in servitù i suoi sensi e la sua vita naturale, per paura che le comunicazioni con le cose esteriori ponessero qualche ostacolo al godimento di queste ineffabili consolazioni. La pratica costante della mortificazione finì per ammortire la sua natura a tal punto che, non vivendo più che per lo spirito, vedeva senza vedere, udiva senza udire, mangiava senza gustare, e a stento conservava qualche sentimento per le cose del corpo. Si racconta che più di una volta gli capitò di bere, senza accorgersene, dell'olio o qualche altra bevanda al posto dell'acqua; non sapeva, dopo un anno di noviziato, se la stanza destinata al dormitorio fosse piatta o voltata; ignorava se ci fossero finestre in fondo all'oratorio dove pregava tutti i giorni. La cosa unicamente necessaria lo assorbiva tutto intero e concentrava tutti i suoi pensieri. La sua coscienza, divenuta più delicata a mano a mano che si era purificata maggiormente, non sopportava più alcuna imperfezione; e la colpa più leggera dava angosce al giovane novizio.

Custodiva esattamente il silenzio e non parlava mai se non quando vedeva che parlare valeva meglio che tacere. La sua compagnia, tuttavia, non era affatto di peso; e sapeva così bene accomodare la sua modestia con una caritatevole condiscendenza all'infermità dei suoi confratelli, che nessuno usciva scontento da lui. Il suo piacere era avere abiti poveri e logori, senza tuttavia essere sporco. Non andava al refettorio se non come a un luogo di supplizio, di modo che il pensiero che bisognava mangiare gli toglieva talvolta tutto l'appetito. Fuggiva il sonno come l'immagine della morte e, quando la necessità lo obbligava a prendere riposo, lo faceva così leggermente che si poteva quasi dire che non dormisse affatto. Indebolì così tanto il suo stomaco con questi digiuni, queste veglie e altre mortificazioni, che non poteva più sopportare alcun alimento.

Dopo la sua professione (1114), praticò sempre esattamente gli stessi esercizi; diceva che coloro che sono santi e perfetti potevano ben concedersi qualche sollievo; ma che per lui, che era pieno di imperfezioni, doveva sempre farsi violenza e camminare allo stesso passo di coloro che cominciano. Quando i suoi fratelli erano occupati in qualche lavoro manuale, al quale non poteva lavorare perché non vi si era esercitato, compensava questo difetto con altri lavori altrettanto penosi e meno gradevoli. Un giorno, al tempo della mietitura, i religiosi tagliavano il grano, gli fu comandato di sedersi e di riposarsi, perché non aveva né la forza né l'esperienza necessarie per questo impiego. Si sedette per obbedienza; ma, elevando allo stesso tempo il suo cuore verso Dio, lo pregò con molte lacrime di fargli la grazia di poter lavorare come i fratelli. Il suo pio desiderio fu esaudito e, da quel giorno, era abile quanto nessun altro in questo esercizio. Durante il suo lavoro, non era affatto soggetto alle distrazioni di cui si lamentano i più spirituali; ma, essendo occupato tutto intero nelle funzioni esteriori, non tralasciava di essere ancora occupato tutto intero nella contemplazione delle cose divine.

Negli intervalli, pregava senza sosta, o leggeva, o meditava. Per la preghiera, la faceva in solitudine quanto gli era possibile; ma, quando non lo poteva, si faceva una solitudine del suo cuore, da dove inviava grida e gemiti verso il cielo. Leggeva più spesso e con più piacere il testo della Sacra Scrittura, senza commento e di seguito, che con spiegazioni, dicendo che non la comprendeva mai meglio che da se stessa, e che tutto ciò che vi scopriva dei misteri e delle verità celesti gli sembrava più chiaro e più amabile in questa prima fonte che nei ruscelli delle interpretazioni che vi si aggiungono. Non tralasciava tuttavia di sfogliare con umiltà le opere dei Santi e degli autori cattolici che hanno spiegato le Scritture, e profittava delle loro luci, che preferiva sempre alle proprie. Questa assiduità alla lettura del Testo sacro gliene rese le sentenze e le parole così familiari, che i suoi sermoni, le sue conferenze e le sue lettere ne sono pieni. Infine, per la meditazione, si può dire che essa era la sua vita, e vi trovava tanta soddisfazione e delizie, che ne era spesso come inebriato. È con questo esercizio che è diventato così sapiente nella conoscenza delle verità cristiane; poiché non aveva affatto studiato le lettere sacre nel mondo, e non ebbe nel chiostro altra scuola che quella di avvicinarsi con l'orazione alla fonte di tutte le luci; di modo che diceva talvolta molto gradevolmente ai suoi amici, che i faggi e le querce erano stati i suoi maestri.

Fondazione 03 / 10

La fondazione di Chiaravalle

Bernardo fonda l'abbazia di Chiaravalle nel 1115 in condizioni di estrema povertà, instaurandovi una disciplina rigorosa che attira numerosi discepoli.

Quando san Ber nardo e Bernard Abate di Chiaravalle e maestro spirituale di Raoul. bbe vissuto a Cîteaux, con tale perfezione, per due anni, vale a dire dall'anno 1113 all'anno 1115, san Stefano, suo abate, fu sollecitato a stabilire un nuovo monastero a Chiaravalle, valle c operta di Clairvaux Abbazia cistercense dove Raoul abbracciò la vita religiosa. boschi, vicino all'Aube, allora nella diocesi di Langres; essa serviva da rifugio a molti ladri, e per questo era chiamata la Valle dell'assenzio, a meno che non le fosse stato dato questo nome perché l'assenzio vi cresceva in abbondanza. Scelse per questa impresa Bernardo e i suoi fratelli, con alcuni altri religiosi che sapeva essere molto ferventi; nel dare loro la sua benedizione al momento della partenza, nominò come loro superiore Bernardo, che aveva solo ventun anni. Gli inizi di questo stabilimento furono estremamente duri. La povertà vi era estrema. La fame, il freddo e la nudità erano tutta la ricchezza di questi nuovi abitanti. Spesso preparavano la loro zuppa solo con foglie di faggio. Il loro pane, come quello del Profeta, non era che d'orzo, di miglio e di veccia; eppure non ne avevano a sufficienza per saziarsi. Infine, era così nero e di così cattivo gusto, che un religioso straniero, al quale ne fu servito, non poté vederlo senza versare lacrime, e ne portò via segretamente un pezzo per mostrarlo a tutti, come oggetto di ammirazione e come esortazione muta alla penitenza. Furono infine ridotti a tale penuria che l'economo, Gerardo, fratello del santo abate, fu costretto a dirgli che era nell'impossibilità di provvedere ai bisogni dei religiosi per l'inverno che si avvicinava. Bernardo gli chiese quale somma gli occorresse per questo. Gli rispose che gli servivano ben undici libbre. «Preghiamo dunque la bontà di Dio», replicò, «che ci invii questa somma». Si mise in quello stesso momento in orazione, e appena ebbe levato le sue mani pure verso il cielo, che una donna di Châtillon venne a chiederlo e gli offrì dodici libbre, supplicandolo di ordinare preghiere per suo marito che era agli estremi. Il Santo ringraziò Dio di questa elemosina, e assicurò la donna che avrebbe ritrovato suo marito in perfetta salute. Ella lo trovò effettivamente alzato e perfettamente guarito, e quanto alle dodici libbre, servirono al sostentamento della comunità e a far vedere che bisogna confidare, nei propri bisogni, alle cure paterne della divina Provvidenza. San Bernardo non ricevette una sola volta questi soccorsi straordinari e miracolosi; poiché la mano di Dio era con lui, e non mancava di procurargli, per vie impreviste e inopinate, ciò che era necessario per il mantenimento del suo convento.

Quando Chiaravalle ebbe preso la forma di una casa regolare, essendo allora il vescovado di Langres, da cui dipendeva, vacante per la morte di Roberto di Borgogna, questo beato superiore ricevette la benedizione abbaziale da Guglielmo di Champeaux, vescovo di Châlons-sur-Marne, che era un famoso dottore e un uomo di grande pietà. Questa benedizione, che fu fatta anch'essa nel 1115 o all'inizio del 1116, legò strettamente insieme questi due santi personaggi, e fece sì che il vescovo prendesse tanto a cuore gli interessi del nuovo abate e quelli del suo monastero, quanto i propri. Lo aiutò dunque con i suoi consigli e con i suoi mezzi, e avendo riconosciuto l'eminenza della sua santità e i ricchi talenti di cui la divina Bontà lo aveva favorito, lo mise in grande reputazione, non solo in tutta la sua diocesi, ma anche in quella di Reims e per tutta la Francia.

Bernardo metteva ogni cura nel condurre i suoi religiosi nelle vie della perfezione. Ma, poiché aveva l'abitudine di conversare continuamente con Dio, e poiché traeva da questa conversazione un'innocenza e una purezza simile a quella degli angeli, aveva molta difficoltà ad adattarsi alla portata dei suoi inferiori. Non parlava loro che un linguaggio celeste che essi non comprendevano. Le loro minime colpe gli sembravano intollerabili, e quando li ascoltava in confessionale, trovandoli soggetti, come uomini, alle debolezze e alle miserie degli uomini, ne era tutto sorpreso e faceva loro severe rimproveri capaci di scoraggiarli: non credeva che un religioso dovesse ancora sentire i movimenti della sensualità, né lasciarsi andare a diversi difetti che coloro che vivono ancora in un corpo mortale non possono evitare interamente. Questo modo di agire stupì un poco quei santi religiosi; ma essi avevano tanto rispetto per il loro beato superiore, che preferivano accusare se stessi di viltà e di noncuranza, piuttosto che accusarlo di troppa severità o di imprudenza. Una modestia e una semplicità così ravvivante servirono d'istruzione al nostro Santo. Riconobbe che, se aveva qualche conoscenza speculativa delle vie di Dio, non aveva ancora tutta l'esperienza necessaria per il governo: si accusò egli stesso di zelo indiscreto; condannò i propri giudizi nei quali non pesava abbastanza l'infermità della natura, né la differenza delle attrazioni e delle grazie; infine, entrò in un tale disprezzo e una tale diffidenza della sua condotta, che, immaginandosi che i suoi sermoni fossero più dannosi che profittevoli ai suoi fratelli, perché essi potevano, nel silenzio e nel ritiro delle loro celle, ricevere pensieri ben più pii di quelli che egli cercava di ispirare loro con i suoi discorsi, prese la risoluzione di non dire loro più nulla prima che Dio gli avesse fatto conoscere la sua volontà su questo punto. Qualche tempo dopo, un bambino, che era tutto circondato da una luce divina, gli apparve e gli comandò con grande autorità di dire arditamente tutto ciò che gli venisse in mente, perché sarebbe stato lo Spirito Santo stesso a parlare per la sua bocca. E, nello stesso tempo, Dio gli diede una grazia speciale per compatire le debolezze degli altri e per adattarsi alla portata dello spirito di ciascuno; trovandosi tutto cambiato, cominciò a far apparire una dolcezza e una condiscendenza straordinarie per i suoi fratelli, e a provvedere con cura materna a tutti i loro bisogni.

Del resto, questa grande dolcezza di san Bernardo, ben lungi dal nuocere all'osservanza regolare nella sua abbazia, rinnovò, al contrario, il fervore dei suoi religiosi; poiché, per una santa emulazione, più egli si mostrava indulgente nei loro confronti, più essi diventavano severi e impietosi verso i propri corpi; e più egli li scusava e li consolava nelle loro cadute, più essi esigevano da se stessi rudi castighi. Aveva per massima di non fare la correzione, quando un religioso non appariva disposto a riceverla bene: «poiché», diceva, «quando colui che riprende e colui che è ripreso si mettono l'uno e l'altro in collera, non è più una correzione salutare, ma un combattimento». Tuttavia, sapeva così bene prendere il tempo e l'occasione favorevole per dire a ciascuno ciò che la carità gli ispirava di dire, che la sua parola non tornava mai a vuoto, e che rimediava alle piaghe senza farvi dolorose incisioni.

In quel tempo, mentre passeggiava una notte attorno al suo monastero, vide in spirito una così grande quantità di persone di diversi abiti e di diverse condizioni, che scendevano dalle montagne circostanti e venivano a riversarsi nella valle dove egli si trovava, che essa non aveva abbastanza estensione per contenerli tutti. Riconobbe da ciò che Dio voleva farlo, come Abramo, padre di una grande posterità, e che i suoi figli sarebbero stati come le stelle del cielo e le sabbie del mare di cui non si può contare il numero. Tescelino, suo padre, fu uno dei primi che volle avere parte a questa felicità. Era rimasto solo nella sua casa da quando Nivardo, il suo ultimo figlio, l'aveva lasciato per seguire l'esempio dei suoi fratelli; ma essendo toccato dalla santità dei suoi figli, non arrossì di diventare loro fratello, e persino di farsi figlio spirituale di Bernardo, che era suo figlio secondo la carne. Umbelina, sua figlia, e sorella del santo abate, rimase dunque padrona di tutti i suoi beni. Aveva trovato un partito molto vantaggioso, e nell'abbondanza delle sue ricchezze, si abbandonava al lusso e ai divertimenti ai quali la sua età e la sua nascita la portavano. Venne un giorno, molto elegantemente vestita e con un seguito numeroso di domestici, per vedere i suoi fratelli. San Bernardo, non guardandola in quello stato che come un tranello del demonio per perdere le anime, rifiutò di parlarle; i suoi altri fratelli fecero lo stesso, e Andrea, che si trovava alla porta quando ella arrivò, la chiamò «un sacco di immondizie ben adornato». Questo rifiuto la fece sciogliere in lacrime; fece dire a quei servitori di Dio che confessava di essere peccatrice e di non trovarsi degna della loro conversazione; ma poiché Nostro Signore era morto per i peccatori, essi non dovevano per questo respingerla; ella veniva a loro come una malata che cercava il rimedio ai suoi mali; se non volevano vederla come sua sorella secondo la carne, dovevano non meno vederla come suoi medici secondo lo spirito; in una parola, era pronta a fare tutto ciò che avrebbero ordinato. Su questa promessa, san Bernardo e tutti i suoi fratelli uscirono per parlarle. Il frutto di questo colloquio fu meraviglioso: Umbelina rinunciò da allora a tutte le pompe e a tutte le vanità del mondo, e regolò la sua vita su quella della beata Aletta, sua madre. Due anni dopo, avendo ottenuto il permesso da suo marito, si ritirò nel monastero di Billette, dove visse e morì in grande santità.

Il modo con cui Dio attirava le anime a questa santa Congregazione è molto ammirevole; ecco un bell'esempio: Dei giovani gentiluomini vennero, un giorno di carnevale, a vedere l'abbazia di Chiaravalle e il santo abate di cui sentivano ovunque fare l'elogio. Dopo aver soddisfatto la loro curiosità, vollero congedarsi da lui per andare a continuare i loro giochi e i loro tornei. Bernardo li pregò di accordargli, per grazia, di passare il resto del carnevale nella moderazione, e di astenersi da quei divertimenti che non saprebbero che corrompere l'anima e riempirla di passioni criminali. Non poterono mai risolversi a prometterglielo; fece dunque venire un religioso a cui ordinò di presentare loro della birra per rinfrescarsi; e, nello stesso tempo, la benedisse e li pregò di berne alla salute delle loro anime. Ne bevvero tutti, ben risoluti di non obbedirgli che in quello soltanto. Ma appena furono usciti dal monastero, che si fece un meraviglioso cambiamento nelle loro anime: furono toccati da una grazia così pronta e così efficace, che rinunciarono su due piedi a tutte le vanità del mondo, e tornando sui loro passi ai piedi del Santo, lo supplicarono di riceverli nel numero dei suoi discepoli. Sono stati da allora grandi servitori di Dio, e sono deceduti nella gioia di essersi preparati alla morte con una vita austera e piena di buone opere.

La conversione di un ecclesiastico molto considerevole, chiamato Mascelino, non è meno ammirevole. L'arcivescovo di Magonza lo inviò verso san Bernardo, quando andò in Germania, per accoglierlo da parte sua, e testimoniargli la gioia che aveva della sua venuta. Mascelino si sbrigò con onore della sua commissione; ma il Santo, guardandolo amorosamente, gli disse: «Un più grande Maestro dell'arcivescovo vi ha inviato verso di noi». Mascelino vide bene cosa ciò volesse dire; ma lo assicurò che era ben lontano dal pensare di essere religioso, e che non aveva alcuna tendenza a farlo. Tuttavia, senza che Bernardo facesse più istanza, si sentì subito talmente pressato dai movimenti della grazia, che, in quel viaggio stesso, si unì a Bernardo con molte altre persone illustri per la loro nobiltà e la loro scienza.

Il cambiamento di Enrico di Francia, fratello del re Luigi VII e figlio del re Luigi VI e di Adelaide di Savoia, sua sposa, fu ancora più eclatante. Questo principe, che fu fatto in seguito vescovo di Beauvais, e poi arcivescovo di Reims, era andato a Chiaravalle per trattare di qualche affare importante con il santo Abate. Essendo sul punto di partire, chiese di vedere tutti i religiosi per assicurarli del suo affetto e raccomandarsi alle loro preghiere. San Bernardo gli disse che aveva speranza che non sarebbe morto nello stato in cui era, ma che avrebbe visto, per esperienza, quanto le preghiere dei religiosi, ai quali si era raccomandato, fossero efficaci. Questa predizione, che sembrava oscura, fu chiarita, fin dal giorno stesso, da un evento ben sorprendente: poiché Enrico, dimenticando, per così dire, che essendo il primogenito dei fratelli del re, toccava immediatamente la corona, volle rimanere a Chiaravalle, dove prese l'abito e fece professione. Questa risoluzione fece un dolore incredibile ai suoi ufficiali, che lo amavano teneramente e appoggiavano su di lui la speranza della loro fortuna. Non lo piansero meno che se l'avessero visto morto davanti ai loro occhi, e tra gli altri uno chiamato Andrea, che era di Parigi, vomitò per questo molte ingiurie contro san Bernardo e contro il suo monastero, e attaccando persino il principe, suo padrone, gli ripeté spesso che doveva essere ubriaco o insensato per fare colpi di questa natura. Enrico supplicò il suo abate di placarlo e di avere principalmente cura della sua conversione. «Lasciatelo ora», gli disse, «gettare tutto il suo fuoco; dopo di ciò, siate assicurato che è vostro». Su nuove istanze del principe, Bernardo gli replicò: «Non vi ho detto che è vostro?» Coloro che erano presenti udirono queste parole, e persino Andrea, che, più furioso e più ostinato che mai, scuoteva la testa e diceva in se stesso: «Vedo bene, adesso, che tu sei un falso profeta, perché dici una cosa che non sarà, e non mancherò di rinfacciartelo davanti al re e nell'assemblea di tutti i principi, affinché ti si conosca per un furfante che sei». Il giorno seguente, ricominciò le sue imprecazioni, e partì dal monastero in questa cattiva disposizione: ciò che non diede poco da pensare a coloro che avevano udito la predizione del servitore di Dio. Ma la notte seguente, Andrea fu talmente pressato dai rimorsi della sua coscienza e dal desiderio di convertirsi, che, senza aspettare il giorno, si alzò di buon mattino e se ne tornò a Chiaravalle, per chiedere umilmente di esservi ricevuto.

Aggiungiamo a questi tre esempi quello di un giovane signore tedesco, venuto a studiare a Parigi, con un precettore; passò per l'abbazia di Chiaravalle, solo per vedere la casa. Il suo precettore fu talmente toccato dalla devozione dei religiosi, che risolse di rimanere con loro, ed entrò effettivamente nel noviziato. Pregò nello stesso tempo il suo scolaro, che aveva solo quattordici anni, di seguire il suo esempio; ma questo giovane lo respinse, e, non potendo nemmeno soffrire il colloquio dei fratelli, uscì al più presto dal monastero, per continuare il suo viaggio; ma non andò molto lontano; ebbe due visioni, le due notti seguenti: nell'una, gli fu detto che, se fosse andato a Parigi, sarebbe morto prima della Pentecoste, e nell'altra vide san Bernardo che lo tirava dal fondo di un pozzo dove si era precipitato; ritornò sui suoi passi, per mettersi sotto la guida del beato Abate. Il suo precettore si scoraggiò in seguito, e cercò di determinarlo ad andarsene insieme; ma fu inutilmente: lo scolaro fu più saggio del maestro, lo lasciò uscire solo; quanto a lui, Nostro Signore lo riempì di una grazia così abbondante, che pervenne a una santità molto eminente e ricevette da Dio grandi favori. Tutte queste cose avvennero in diversi tempi, così come la conversione di molti gentiluomini di Champagne e di Fiandra, che vennero a prendere l'abito a Chiaravalle, e furono in seguito i fondatori delle belle abbazie dell'Ordine di Cîteaux, in quei paesi; ma le abbiamo unite insieme, a causa del rapporto che hanno tra loro. Torniamo ora al seguito della nostra storia.

Se san Bernardo si era rivestito di uno spirito di t enerezza verso g Ordre de Cîteaux Ordine monastico a cui appartengono Bernardo e l'abbazia di Grandselve. li altri, non aveva conservato per sé che uno spirito di rigore impietoso. Ben lungi dal diminuire le sue austerità, le aumentava tutti i giorni, e, non credendo che le fatiche del suo incarico fossero per lui un motivo di trattarsi con più indulgenza, rifiutava al suo corpo tutto ciò che poteva sostenerlo, e gli faceva soffrire, al contrario, tutto ciò che era capace di abbatterlo e di rovinare interamente le sue forze. Questa austerità gli attirò grandi malattie, e queste malattie, che trascurava, lo ridussero a una così grande deficienza, che non si aspettava più che la sua morte, o una vita più fastidiosa della morte stessa.

Il vescovo di Châlons, che lo aveva benedetto, essendolo venuto a visitare, lo trovò in questo stato, e, non potendo soffrire che la Chiesa perdesse così presto una grande luce, se ne andò di gran passo a Cîteaux, si prostrò, con un'umiltà sorprendente, ai piedi di un piccolo numero di abati che vi si erano riuniti, li supplicò di dargli solo per un anno l'abate Bernardo sotto la sua guida per governarlo, assicurando che avrebbe fatto così bene che lo avrebbe ristabilito in salute. Gli abati si guardarono bene dal rifiutare nulla a un così grande prelato, che mostrava tanta semplicità e carità; così, questo buon vescovo essendo tornato a Chiaravalle con ogni potere, fece alloggiare il Santo in una casa a parte, gli proibì ogni sorta di mortificazioni corporee, e lo mise tra le mani di un medico che si faceva forte di guarirlo in poco tempo. Mai la sottomissione e la pazienza di Bernardo apparvero con più splendore che in questa occasione. Il luogo dove lo alloggiarono era così povero e così mal costruito, che lo si sarebbe preso per la capanna di un lebbroso. Il medico a cui lo sottoposero era un uomo rustico, presuntuoso ed estremamente ignorante, che gli faceva dare cose tutte contrarie alla sua guarigione. Gli servirono talvolta del grasso per burro, e dell'olio in un vaso per acqua. Ma egli prendeva tutto con un'intera indifferenza; e, in questa grande umiliazione e dipendenza, era colmo di tanta gioia, che sembrava già gustare le delizie del paradiso. Coloro che avevano la fortuna di entrare nella sua camera vi respiravano un'aria di santità, di cui erano tutti imbalsamati; e, poiché si sentivano riempiti di consolazione nella compagnia di quest'uomo celeste, ne uscivano solo con rimpianto e con un desiderio ardente di tornarvi al più presto.

Quando l'anno che gli abati avevano accordato al vescovo di Châlons fu spirato, Bernardo uscì da questa onorevole prigione per riprendere le funzioni del suo incarico e le austerità comuni del suo Ordine (1118). Non guardò affatto al fatto che non fosse guarito; ma, come un torrente che ha rovesciato i suoi argini, e un arco che ha rotto la corda che lo tendeva, si lasciò trasportare a tutta l'impetuosità del suo primo fervore. Invece di risparmiare il suo corpo, intraprese di abbatterlo con digiuni, veglie e astinenze nuove. Pregava in piedi il giorno e la notte, e non cessò mai di farlo finché le sue ginocchia, indebolite dal digiuno, e i suoi piedi, gonfi per il lavoro, non poterono più sostenerlo. Portò il cilicio abbastanza a lungo e finché lo poté nascondere, ma lo tolse appena se ne accorsero, per paura che i suoi fratelli volessero imitare questo rigore che sarebbe stato troppo dannoso alla loro salute. Il suo nutrimento era pane e acqua, o succo di alcune erbe cotte, e non poteva o non voleva prendere altro. Se usava talvolta del vino, ciò che faceva molto raramente, era in quantità molto piccola, perché l'acqua, diceva, gli era molto migliore. Si dispensava solo molto difficilmente dai lavori esterni, tanto del convento che della campagna, sebbene vi si trascinasse invece di andarvi. Infine, il suo rigore verso se stesso era così grande, che il suo stomaco fu ridotto per debolezza a non poter più trattenere nulla e a rigettare tutti gli alimenti che prendeva. Egli stesso confessava, essendo più vecchio, che vi era stato dell'eccesso, e se ne riprendeva come colpevole, perché infine bisogna indebolirsi e castigarsi, e non distruggersi, né rovinare interamente le forze che Dio ci ha dato per il suo servizio.

Fu tuttavia per questa santa severità contro se stesso, che Dio lo preparò a essere il degno strumento di un'infinità di meraviglie che voleva operare per mezzo suo nel mondo; poiché gli rese abbastanza salute per questo quando gli piacque; e, nonostante il grande abbattimento che si era procurato con le sue astinenze, gli diede la forza di predicare la sua parola davanti ai re e ai popoli; di fare viaggi in paesi molto lontani per la difesa della Chiesa; di fondare, durante la sua vita, centosessanta case del suo Ordine; di essere l'arbitro di tutte le grandi controversie della cristianità; di placare gli scismi, di confondere le eresie, di pacificare i regni, di soffocare le guerre tra i sovrani; di armare tutta l'Europa contro gli infedeli, e di essere sulla terra il terrore di tutti i malvagi e il potente protettore della giustizia e della verità.

Il primo servizio importante che Dio volle trarre da lui fu il rinnovamento dello spirito monastico e dell'antico fervore che si vedeva, nei secoli precedenti, nelle comunità religiose. Il suo esempio contribuì più a questo che la sua parola, e gli sarebbe anche stato difficile avanzare molto in questo disegno, se non fosse stato egli stesso un eccellente modello di penitenza e di mortificazione. Ma chi potrebbe descrivere l'innocenza, il raccoglimento e la santità di vita che fece fiorire nel suo monastero? Gli edifici erano senza ornamento, ma con una semplicità campestre che faceva ben vedere che coloro che vi alloggiavano non credevano di avere una dimora sicura sulla terra, ma che ne attendevano una eterna nel cielo. Il silenzio vi era così grande, che non vi si sentiva mai che l'armonia del canto dei salmi, quando si era al coro, e il rumore dei lavori delle mani, quando si era al lavoro. Nonostante il numero dei religiosi, che era ordinariamente di seicento a settecento, ciascuno era così solitario come se fosse stato solo. Le ore e le azioni erano così ben regolate, che non si trovava mai nessuno ozioso, e che tutti erano occupati senza confusione. Assistevano al coro e alle altre assemblee di comunità con una modestia angelica. Il fuoco dell'amore divino si accendeva prontamente nella loro meditazione, e non si allontanavano dai piedi del santuario che tutti infiammati di questa fiamma celeste, e risoluti di lavorare costantemente alla loro perfezione. Il pane che mangiavano sembrava piuttosto una massa di terra che un pane impastato di farina; e, di fatto, vi entrava solo del grano che la terra di questo deserto produceva con il loro lavoro, grano magro, nero e senza gusto. I loro altri alimenti non erano più saporiti: non c'era che la fame o l'amore di Dio che potesse farvi trovare qualche soddisfazione. Ma, ciò che è sorprendente, essi credevano tuttavia di essere nutriti troppo delicatamente, perché l'unzione della grazia addolciva loro talmente queste austerità, che non vi sentivano alcuna pena. È ciò che li gettò in una pericolosa diffidenza del loro stato e in un timore che il loro santo abate non li conducesse bene e non li trattasse con troppa indulgenza; ma furono subito sollevati da questa inquietudine, tanto dalle sue sagge rimostranze, che da quelle del venerabile vescovo di Châlons, di cui abbiamo già parlato, che fece loro vedere, con l'esempio della farina che addolcisce l'amarezza di una zuppa del profeta Eliseo, che Dio tempera talvolta, con l'abbondanza della sua grazia, il rigore dell'austerità dei suoi servitori, nel qual caso essi devono ringraziare la sua bontà, e non trarne motivi di timore e di diffidenza.

Missione 04 / 10

Miracoli ed espansione dell'Ordine

Il santo opera numerosi miracoli e fonda più di 160 monasteri in tutta Europa, diventando una figura centrale della cristianità.

Quando san Bernardo fu per qualche tempo limitato alla guida della sua abbazia, Nostro Signore volle servirsi di lui all'esterno per la conquista delle anime e per la rovina dell'impero del demonio, secondo quanto era stato predetto a sua madre, fin dal tempo in cui lo portava nel suo seno. Iniziò dunque a renderlo illustre attraverso l'operazione di numerosi miracoli, poiché restituì la salute a un signore di nome Josbert, suo parente, che era vicino a morire senza i Sacramenti; dopo, tuttavia, che suo figlio fu rassicurato che tutti i torti che aveva fatto alle chiese e ai poveri durante la sua vita sarebbero stati interamente riparati, e che se ne fossero effettivamente riparati alcuni, ai quali si poteva rimediare sul momento. Donò l'uso del braccio e della mano a un bambino che ne era paralizzato fin dalla nascita. Liberò da un ascesso al piede un giovane che ne era estremamente incomodato. Restituì la salute a Gauldry, suo zio, divorato da una febbre violenta di cui si credeva che sarebbe morto. Guarì dal mal caduco il beato Umberto, suo religioso, che fu in seguito fondatore dell'abbazia di Igny, nella diocesi di Reims. Moltiplicò talmente, durante una carestia, il grano del suo monastero, che ciò che non sarebbe bastato fino a Pasqua per la sua comunità sola, fu sufficiente fino al raccolto, non solo per la sua comunità, ma anche per un'infinità di poveri che abbondavano continuamente alle porte della sua abbazia. Un pover'uomo del vicinato ricorse a lui nella sua malattia; il Santo gli fece appoggiare la testa sul santo ciborio dove si custodiva il corpo di Nostro Signore: ciò che lo rimise in salute. Suo zio Gauldry e Guido, suo fratello maggiore, furono dapprima sorpresi dall'operazione di questi prodigi; e, temendo che essa gli servisse da motivo di presunzione o di vanità, lo ripresero con asprezza, e talvolta anche con rimproveri, senza risparmiare la sua modestia e la sua dolcezza; ma, quando lo stesso Gauldry fu guarito dalle sue preghiere, moderarono il loro zelo e non si applicarono più tanto a mortificarlo: soprattutto perché non diceva mai nulla per sua difesa, e che, sebbene fosse il loro superiore, riceveva i loro rimproveri con l'umiltà, la pazienza e la semplicità di un novizio.

Nello stesso tempo, uno dei suoi religiosi e suoi parenti, di nome Roberto, che era ancora molto giovane, essendo fuggito dal suo monastero per passare in quello di Cluny, su persuasione di alcuni di quell'abbazia, gli scrisse, per farlo tornare, la lettera ammirevole che è stata posta all'inizio di tutte le sue lettere; egli parla con santa libertà dei disordini che si erano introdotti nell'Ordine di Cluny, dopo la morte di san Maiolo. Il segretario, di cui si servì per scriverla, fu Goffredo, il quale ha assicurato che, mentre gliela dettava, sopravvenne in un momento una grossa pioggia, che avrebbe dovuto inzuppare tutta la carta, perché erano in piena campagna; ma non cadde una goccia d'acqua sopra di essa: Dio volendo mostrare, con questo miracolo, che era per suo spirito e nel solo desiderio della sua gloria, che egli scriveva questa lettera. Privò un altro dei suoi religiosi della santa comunione per una colpa segreta. Costui, temendo di essere notato, non tralasciò di avvicinarsi alla Mensa santa, per ricevere dalla sua mano questo pane degli Angeli, e lo ricevette, in effetti, perché il beato Abate sapeva bene che non si deve rifiutare pubblicamente l'Eucaristia a coloro i cui crimini sono ancora nascosti. Ma, per un giusto giudizio di Dio, e per la preghiera del Santo, non poté mai ingoiarla; fu dunque costretto a venire a gettarsi ai suoi piedi per confessare il suo sacrilegio, e allora, dopo che ebbe ricevuto l'assoluzione, la santa ostia passò senza difficoltà nel suo stomaco. La parola, il tocco e il bacio del servitore di Dio compirono ancora altri prodigi. Con la sua parola e la sua scomunica, fece morire un'incredibile quantità di mosche che erano nella sua chiesa di Foigny prima che fosse dedicata, il che ha dato motivo al proverbio della maledizione delle mosche di Foigny. Con il suo tocco e il segno della croce, fece camminare dritto un bambino zoppo, e, con il suo bacio, ne guarì un altro che piangeva e gridava perpetuamente senza che nulla potesse placarlo. Infine, essendo stato presentato a lui Gualtiero di Montmirail all'età di tre anni, per ricevere la sua benedizione, lo si vide stendere le sue piccole mani per prendere e baciare quella del santo Abate. La prese, in effetti, la portò alla sua bocca e la baciò più volte con un rispetto e un affetto che non potevano venire da un istinto della natura, ma da un movimento della grazia.

Mentre tante meraviglie portavano la sua reputazione in tutta la Francia, cadde pericolosamente malato; i suoi figli e i suoi amici, che erano attorno al suo letto, non attendevano quasi più che il suo ultimo respiro; allora ebbe un rapimento in cui gli sembrò di essere presentato davanti al tribunale di Dio, e che il demonio, quel crudele nemico degli uomini, proponesse diversi capi d'accusa contro di lui. Egli disse allora senza spaventarsi: «Confesso che non sono degno della beatitudine eterna, e che non la posso ottenere con le mie proprie azioni; ma, possedendo il mio Signore e mio Maestro la beatitudine a doppio titolo: 1° per diritto di eredità come Figlio di Dio Padre; 2° per il merito della sua Passione come Salvatore del mondo, egli si accontenta del primo titolo, e mi dà parte al secondo. Così, ho grande motivo di speranza e di fiducia». Ritornò poi in sé e, poco tempo dopo, avendo conosciuto attraverso la visione di una nave su cui non fu possibile imbarcarsi, che la sua fine era ancora lontana, fu miracolosamente guarito dal tocco delle mani sacre della gloriosa Vergine, di san Lorenzo e di san Benedetto, che gli apparvero con una serenità di volto degna di quella sovrana pace che essi possiedono nel cielo. L'abate di Saint-Thierry di Reims, che ha scritto la vita del nostro Santo, dice che, come san Bernardo aveva ricevuto la salute per i benefici della Vergine e dei Santi, così lui, essendo caduto pericolosamente malato, fu guarito dalla carità e dalle preghiere di Bernardo; ma che guadagnò molto più di questa guarigione corporea, perché la sua malattia avendogli dato occasione di venire a Clairvaux, vi godette a lungo dei colloqui tutti celesti di questo grande servitore di Dio, e lo sentì più volte spiegare il Cantico dei cantici, e sviluppare tutta l'economia che Dio mantiene nella condotta delle anime per farle arrivare alla perfezione; ne trasse un frutto meraviglioso per se stesso e per i religiosi di Saint-Thierry, di cui era il superiore.

Bernardo divenne illustre, non solo per i suoi miracoli, ma anche per le sue predicazioni tutte colme dello spirito di Dio. Iniziò questo esercizio a Châlons-sur-Marne, e fu così felice in questo primo getto della rete della parola di Dio, che diverse persone nobili e sapienti vollero seguirlo per essere suoi fratelli, suoi figli e suoi discepoli. Predicò poi nelle Fiandre, e la sua parola non vi fu meno efficace e non vi fece conquiste meno considerevoli che a Châlons. Venne anche a Parigi, predicò due volte nelle scuole di filosofia, e guadagnò a Dio e al suo Ordine gran numero di giovani uomini che portò con sé nella sua abbazia. Vi vide nello stesso tempo seicento novizi; ma, poiché ne arrivavano sempre di nuovi, fu necessario ingrandire i luoghi per riceverli, alloggiarli più strettamente, infine inviarne sciami da ogni parte, secondo le preghiere istanti dei vescovi e dei signori che desideravano averne nei luoghi della loro giurisdizione. In effetti, l'abbazia di Clairvaux divenne, in poco tempo, la madre e la fonte di centosessanta altri monasteri, dove si vedeva brillare lo stesso spirito di silenzio e di devozione, lo stesso amore per la povertà, lo stesso distacco da tutte le cose della terra, la stessa ardore per la mortificazione e la penitenza, e la stessa osservanza della Regola di San Benedetto in tutto il suo rigore. La Francia non fu il solo regno che volle avere parte a questa benedizione: la Savoia, l'Italia, la Sicilia, la Spagna, il Portogallo, l'Inghilterra, la Scozia e la Germania si affrettarono a donare case a san Bernardo; e il suo nome volò così lontano al di là dei mari, che anche le nazioni barbare e infedeli chiedevano i suoi figli, per ricevere, per loro mezzo, le luci della fede e le istruzioni necessarie per ben vivere. Del resto, quando ne inviava per fare qualche nuovo stabilimento, se non li accompagnava di corpo, li accompagnava di spirito, e Dio, per un miracolo della sua bontà, gli faceva conoscere tutto ciò che accadeva tra loro, e il bene o il male che capitava loro: mandava loro talvolta di correggere certi difetti, che non poteva conoscere se non per una luce soprannaturale.

Contesto 05 / 10

Arbitro dello scisma e viaggi in Italia

Bernardo interviene nello scisma tra Innocenzo II e Anacleto II, viaggiando attraverso l'Europa e l'Italia per riconciliare le potenze e sostenere il papa legittimo.

Bisogna ora vederlo apparire sul grande teatro della Chiesa universale, per difendere i diritti del suo capo, attaccato da una fazione ambiziosa di scismatici. Innocenzo II, che in pre Innocent II Papa regnante durante la vita del santo. cedenza era chiamato Gregorio, era stato canonicamente eletto sovrano Pontefice; il cardinale Pietro Pierleoni, del titolo di Santa Maria in Trastevere, che era stato legato con lui in Francia al tempo di papa Callisto II, si fece eleggere, contro i Canoni, sulla cattedra di san Pietro con il nome di Anacleto II. La giustizia era dalla parte del primo; ma la forza fu, al principio, dalla parte del secondo: il popolo, guadagnato da somme prodigiose di denaro, era pronto a spargere il suo sangue per la sua causa. Innocenzo fu costretto a uscire da Roma e a rifugiarsi dapprima a Pisa, dove fu ricevuto con molto rispetto, e poi in Francia, che è sempre stata l'asilo dei sovrani Pontefici perseguitati. Prima che arrivasse, si tenne un concilio a Étampes, per esaminare il suo diritto e vedere se la procedura della sua elezione fosse canonica. Il re Luigi VI e i principali vescovi chiesero che Bernardo vi fosse chiamato: poiché erano talmente persuasi della sua saggezza e della sua santità, che non dubitavano affatto che egli sapesse cosa bisognasse fare in quell'occasione, e che lo dichiarasse anche con libertà apostolica. Egli vi giunse tuttavia con timore, temendo che l'esito non fosse favorevole alla Chiesa. Ma Dio lo consolò lungo il cammino con una visione. Non fu appena arrivato, che il re e i prelati, di comune consenso, rimisero, dopo Dio, tutta la faccenda al suo giudizio. Egli accettò solo con pena una commissione di tale importanza; ma lo si obbligò a sottomettervisi.

Dopo aver spesso consultato l'oracolo dello Spirito Santo nell'orazione, e aver maturamente pesato tutte le ragioni di Innocenzo e di Anacleto, dichiarò che il primo era Papa e che tutti i fedeli erano obbligati a riconoscerlo e a obbedirgli: ciò che fu ricevuto, non solo da tutto il Concilio, ma anche da tutto il regno di Francia. Il nostro Santo andò poi verso il re d'Inghilterra, e lo persuase, contro le sue prime risoluzioni, a rendere obbedienza a Innocenzo. Lo condusse persino a Chartres, verso Sua Santità, che vi era appena arrivata, dopo essere stato ricevuto molto magnificamente a Orléans da Luigi VI e dai vescovi che avevano assistito al Sinodo di Étampes. Di là Innocenzo andò a Reims, dove tenne un nuovo Concilio per gli affari della Chiesa, e a Liegi, dove conferì con l'imperatore Lotario II. In tutti questi incontri, non poteva soffrire che san Bernardo si allontanasse un momento da lui, e voleva che assistesse, con i cardinali, ai Concistori. Inoltre, ne ricevette ovunque grandi servizi: poiché, a Reims, fu l'anima di tutto il Concilio, dove non si regolò nulla se non per suo giudizio; e a Liegi, volendo l'imperatore prendere occasione dallo scisma per farsi rendere le investiture delle Chiese, egli si oppose come un muro a una pretesa così illegittima, e gli fece vedere che riconoscere il Papa non era una sottomissione arbitraria, alla quale potesse porre condizioni a suo capriccio, ma un obbligo indispensabile e una necessità di salvezza.

Al ritorno da Liegi, Sua Santità volle visitare essa stessa l'abbazia di Chiaravalle. I religiosi non le andarono incontro con paramenti di porpora e di seta, né con croci, casse, messali e vasi sacri d'oro. Non la ricevettero nemmeno al rumore di trombe e strumenti musicali, né con acclamazioni e grida di gioia; ma erano preceduti da una croce di legno mal levigata; i loro abiti poveri e logori costituivano tutto il loro ornamento; e, al posto di grida tumultuose, cantavano modestamente salmi e inni alla lode di Gesù Cristo, povero e umile, di cui il Papa non è che il vicario. La compostezza con cui camminavano, senza alzare gli occhi né distoglierli di qua e di là per curiosità, per vedere la pompa della Chiesa romana, trasse le lacrime dagli occhi di Sua Santità e di tutti i prelati del suo seguito. Non potevano abbastanza ammirare che degli uomini fossero talmente morti alle cose del mondo, da non apparire affatto in pena di guardare una compagnia così augusta che non avevano mai visto. Il Papa pranzò nel convento con tutta la sua corte. Si servì un pesce per il Santo Padre, ma per gli altri non si servirono che legumi. Non vi si presentarono vini straordinari, ma solo del vinello della casa, con pane bigio che conteneva tutta la crusca. Un pasto così povero, che segnava la virtù di quegli eccellenti religiosi, soddisfò più quella santa compagnia che i banchetti più magnifici dei grandi principi; e, sebbene non avesse visto a Chiaravalle che mura tutte nude, mobili di legno e altari senza oro, fu obbligata ad ammettere, uscendo, che era lì che si trovavano le vere ricchezze.

Da Chiaravalle, il Papa ritornò a Roma, dove fu ristabilito sulla sua sede dall'imperatore stesso, che si fece incoronare dalle sue mani. San Bernardo fu obbligato a seguirlo, e lavorò con tutte le sue forze, ma invano, con san Norberto, per guadagnare l'antipapa che occupava i luoghi più forti e meglio muniti della città. Innocenzo II lo inviò a Genova per mantenere i genovesi nella sua obbedienza e riconciliarli con i pisani, contro i quali esercitavano un'ostilità continua: ciò che fece con un successo meraviglioso. Lo inviò poi in Germania per riconciliare l'imperatore con Corrado e Federico, nipoti di Enrico, suo predecessore: in che non riuscì meno felicemente. Tuttavia, non trovandosi il Papa al sicuro a Roma, dove Anacleto era il più forte, e dove i suoi soldati facevano spesso man bassa su tutto ciò che incontravano di veri cattolici, riprese la via di Pisa che gli era perfettamente fedele. Quando vi fu arrivato, assemblò un concilio molto celebre dei vescovi dell'Occidente e di altre persone sapienti e pie, per rimediare ai mali della Chiesa. Il nostro santo Abate vi fu mandato, e assistette a tutte le deliberazioni e decisioni di quell'assemblea. Era in tale venerazione che la porta del suo alloggio era continuamente assediata da ecclesiastici che attendevano per parlargli. Si sarebbe detto che non fosse chiamato solo a una parte della cura della Chiesa, ma a una sollecitudine e a un'autorità universali, il che non diminuiva nulla di quella profonda umiltà e di quella ammirevole modestia di cui la sua anima era eccellentemente ornata.

Dopo il concilio, il Papa lo inviò come legato a Milano, con Guido, vescovo di Pisa, e Matteo, vescovo di Albano, cardinali, per far ritornare all'obbedienza della sua Sede quella Chiesa che Anselmo, suo arcivescovo, aveva reso scismatica. Bernardo prese anche con sé Goffredo, vescovo di Chartres, suo intimo amico, di cui conosceva la prudenza, per dare più peso a una negoziazione di tale importanza. Non si può esprimere l'onore con cui fu ricevuto in quella città. Tutto il popolo andò incontro a lui. La nobiltà uscì in diverse compagnie di cavalleria per fargli un'accoglienza più magnifica. Ci si affrettava per vederlo e ascoltarlo, ci si prostrava davanti a lui per baciargli i piedi. Egli faceva il possibile per impedire quelle testimonianze di venerazione, ma le sue difese così come le sue preghiere erano inutili. Si strappavano i fili dei suoi abiti, se ne tagliavano persino dei pezzi per farne reliquie. La sua negoziazione ebbe tutto il successo che poteva pretendere. Gli abitanti, prima irruenti e furiosi, si resero dolcemente a tutte le sue volontà, e abbandonarono interamente il partito dell'antipapa per riconciliarsi con Innocenzo.

San Bernardo cementò quella pace con grandi miracoli. Liberò pubblicamente diversi ossessi. Rese la vista a diversi ciechi, guarì molti malati con dell'acqua o del pane benedetto, e per la virtù del segno della croce. Ridiede a un giovane l'uso della sua mano che si era disseccata e paralizzata. Dell'acqua, messa in un piatto dove aveva mangiato, scacciò la febbre di cui il cardinale d'Albano, uno dei suoi colleghi, era gravemente tormentato. Tra gli ossessi che liberò, si trovava una dama di alta condizione, che era da lungo tempo talmente soffocata dal demonio, che aveva perso l'uso della vista, dell'udito e della parola, e che tirando la lingua orribilmente, appariva piuttosto un mostro che una donna. Il Santo se la fece condurre nella chiesa di Sant'Ambrogio e, avendo fatto mettere tutti in preghiera, salì all'altare per dire la messa. Un calcio che quella disgraziata gli diede non lo mosse affatto e non fece che aumentare la compassione che aveva per lei. Durante le cerimonie della messa, a ogni segno della croce che faceva sull'ostia, si voltava e ne faceva uno simile sull'ossessa: ciò che tormentava estremamente il demonio. Infine, dopo l'Orazione domenicale, prendendo il corpo di Nostro Signore sulla patena, lo portò sulla testa di quella donna, e tenendovelo con fermezza, disse queste parole al demonio: «Spirito malvagio, ecco il tuo Giudice, ecco Colui che ha una potenza sovrana su di te; resisti ora se puoi: ecco Colui che, pronto a sopportare la morte per la nostra salvezza, disse altamente: Il tempo è giunto in cui il principe di questo mondo sarà messo fuori. Il corpo che tengo nelle mie mani è quello che è formato dal corpo della Vergine, che è stato steso sull'albero della Croce, che ha riposato nel sepolcro, che è risuscitato dai morti e che è salito al cielo alla vista dei suoi discepoli. È nella potenza formidabile di questa maestà che ti comando, spirito malizioso, di uscire dal corpo della sua serva e di non avere mai l'ardire di rientrarvi». Il demonio non poté resistere a un comando così terribile; a stento il Santo fu ritornato all'altare per fare la frazione dell'ostia e dare la pace al diacono, che fuggì vergognosamente e lasciò la paziente interamente guarita da tutti i suoi mali. Tanti prodigi lo misero in una così alta stima a Milano, che non si legge nella Vita dei Santi che si sia mai fatto più onore a un uomo mortale. La sua casa era giorno e notte circondata da gente. Non poteva uscire senza che un numero infinito di persone lo precedessero e lo seguissero con acclamazioni pubbliche. La folla vi era così numerosa che, per non essere soffocato, fu costretto a tenersi rinchiuso e a parlare al popolo dalla sua finestra. Dava loro la sua benedizione, li istruiva delle verità della salvezza, e benediceva anche il pane e l'acqua che gli presentavano per servire alla guarigione dei malati.

Da Milano andò a Pavia; un contadino avendolo seguito con sua moglie indemoniata, per ottenere da lui la sua liberazione, il demonio trattò ingiuriosamente il beato abate: «Questo mangiatore di porri e di cavoli», disse, «non mi scaccerà dalla mia cagnolina». Il suo disegno era di farlo cadere in qualche impazienza, ma non guadagnò nulla; il Santo, senza commuoversi, ordinò che si conducesse l'ossessa alla chiesa di San Siro, per esservi guarita, volendo deferire l'onore di quel miracolo a quell'illustre vescovo e martire. San Siro, al contrario, lo rinviò a san Bernardo. Il demonio, prendendo vantaggio da ciò, diceva per scherno: «Il piccolo Siro non mi scaccerà, il piccolo Bernardo non mi metterà fuori». Ma il nostro Santo lo rese confuso, rispondendogli: «Non saranno Siro né Bernardo a scacciarti, ma Gesù Cristo stesso di cui sono servitori». E di fatto, dopo aver pregato, lo costrinse a uscire. Quella liberazione essendo stata solo per un tempo, gli si ricondusse la stessa ossessa a Cremona, nella continuazione del suo viaggio; egli passò per lei la notte in orazione e la liberò al mattino per sempre, facendole mettere al collo un biglietto dove erano scritte queste parole: «Ti proibisco, nel nome di Gesù Cristo Nostro Signore, di toccare mai questa donna». Guarì nello stesso luogo un uomo che il demonio faceva abbaiare come un cane; e, ripassando da allora per Milano, fece anche la stessa grazia a una vecchia donna che parlava allo stesso tempo italiano e spagnolo, come se fossero state due persone, e che superava i cavalli nella corsa.

Ecco una parte delle cose che san Bernardo fece al di là delle Alpi. Ma, per quanto sorprendenti siano, la sua umiltà era ancora più ammirevole; poiché, in mezzo a tanti rispetti e applausi, e quando si vedeva come al di sopra dei cardinali e dei vescovi, e che il Papa stesso deferiva interamente ai suoi avvisi e gli dava un potere di legato per tutta la cristianità, era così piccolo ai suoi propri occhi e riconosceva così bene che non aveva nulla di se stesso, che non si lasciò mai andare a un pensiero di vanità. Tutti gli onori che gli erano deferiti, li rinviava fedelmente a Dio, come a colui a cui appartenevano, e non si riservava per lui che un sentimento continuo della sua miseria. In questo spirito, rifiutò tre grandi arcivescovadi e due vescovadi che gli furono presentati, vale a dire: gli arcivescovadi di Genova, di Milano e di Reims, e i vescovadi di Langres e di Châlons-sur-Marne, preferendo la cocolla alla mitra, e la vanga e il rastrello al pastorale episcopale.

Al suo ritorno a Chiaravalle, fu ricevuto con una gioia che non si può esprimere; ebbe la consolazione di trovare tutte le cose nello stesso stato in cui le aveva lasciate, senza che né i giovani si lamentassero dell'autorità degli anziani, né che gli anziani rimproverassero ai giovani alcun rilassamento. Si erano tutti mantenuti nel loro primo fervore e in una perfetta unione di spirito e di cuore, perché il loro santo Abate, che non era di corpo con loro, vi era sempre di spirito, e meritava loro, per l'assistenza delle sue preghiere, l'abbondanza delle grazie che erano loro necessarie per conservarsi nell'osservanza. In quel tempo, si cambiarono gli edifici di posto, si costruì l'abbazia in un luogo più comodo di quello dove era prima. Il Santo ebbe dapprima un po' di pena a consentirvi; ma si rese infine al desiderio dei suoi figli. Dio benedisse quel disegno con le grandi elemosine che Tebaldo, conte di Champagne e diversi altri signori fecero al servitore di Dio, per contribuire a quel nuovo edificio, che era molto necessario.

Bisognerebbe, ora, riferire qui ciò che san Bernardo fece in seguito per estinguere, in Guienna e in Poitou, lo scisma dell'antipapa Anacleto, che il duca Guglielmo e Gerardo, vescovo di Angoulême, suo confidente, vi mantenevano con ogni sorta di violenze e di crudeltà tanto verso i laici quanto verso i preti e i vescovi. Il nostro Santo ebbe quattro conferenze diverse con quel principe, allora ambizioso e voluttuoso. Nelle prime due, prima del suo viaggio in Italia, non guadagnò nulla sul suo spirito; ma nelle altre due, dopo il suo ritorno in Francia, a Parthenay, città del Poitou, lo spaventò talmente con la forza delle sue parole e soprattutto presentandogli il suo sovrano Giudice, nascosto sotto il velo dell'Eucaristia, che lo costrinse a rinunciare interamente allo scisma, e a riconoscere Innocenzo II come legittimo successore di san Pietro. Da allora completò la sua conversione con l'abbondanza delle lacrime che versò per lui, e gli ottenne una compunzione così perfetta, che ne ha fatto uno degli eccellenti modelli della penitenza cristiana. Per Gerardo, vescovo di Angoulême, che gli aveva ispirato lo spirito di ribellione contro il vero Papa, morì subitamente senza viatico né confessione, e rovinò, con la sua morte, tutto ciò che restava del partito scismatico in Francia, non osando più nessuno sostenere l'antipapa, quando tutti i principi e tutti i vescovi si furono sottomessi a Innocenzo. Dopo quella grande faccenda, il nostro Santo ritornò a Chiaravalle, carico di gloria e di meriti; e, vedendosi lì un po' in riposo, si rinchiuse in una cella fatta di fogliame intrecciato, dove alla preghiera di un altro Bernardo, suo intimo amico e priore della Certosa delle Porte, iniziò la sua ammirevole esposizione sul Cantico dei cantici, nella quale fece ben vedere che egli stesso era una delle caste spose chiamate agli abbracci, ai baci e alle altre carezze più amorose del Beneamato.

Tuttavia non godette della felicità che lo Sposo voleva procurare alla sua Sposa, quando, parlando alle figlie di Gerusalemme, proibiva loro di svegliarla e di farl a alzare prima che lei stessa lo volesse exposition sur le Cantique des cantiques Opera maggiore di spiritualità mistica di san Bernardo. e che avesse abbastanza dormito; poiché, in mezzo a quella tranquillità divina, dove la sua anima era tutta inondata delle delizie del cielo, il Papa, con tutti i cardinali che erano al suo seguito, lo chiamarono a Viterbo, affinché finisse di distruggere in Italia lo scisma di cui abbiamo parlato, e che l'autorità dei parenti e degli amici dell'antipapa, e soprattutto la potenza di Ruggero, principe di Napoli e di Sicilia, che si era fatto suo protettore, mantenevano sempre. I suoi religiosi non poterono vederlo partire senza versare torrenti di lacrime; il demonio si oppose anche con tutte le sue forze al suo viaggio, e si dice persino che ruppe lungo il cammino la ruota del carro sul quale era montato, per farlo cadere in un precipizio; ma come superò con il suo coraggio tutta la tenerezza che gli davano i pianti e i gemiti dei suoi figli, così fu liberato dalle insidie del demonio da un soccorso miracoloso della divina Provvidenza. Il suo arrivo in Italia pose fine a quel grande scisma, che era durato più di sette anni. Fu fermato a Viterbo, dalla malattia di Gerardo, suo fratello, che aveva portato con sé; ma, avendo ottenuto da Dio la sua guarigione, solo fino al suo ritorno a Chiaravalle, si trasportò a Roma, dove riunì alla Chiesa i più considerevoli degli scismatici; di là passò a Montecassino, dove procurò quella stessa felicità ai religiosi di quell'abbazia, che avevano seguito il partito di Anacleto. Si rese poi a Salerno, dove ottenne all'esercito della Santa Sede un'insigne vittoria contro il principe Ruggero, ed essendo entrato in conferenza con Pietro di Pisa, eccellente oratore e sapiente giureconsulto, che Anacleto aveva fatto cardinale e suo legato, lo obbligò con la forza delle sue ragioni, a lasciare la sua difesa che faceva vedere in lui o molta ignoranza, o molta malvagità; vi fece anche un grande miracolo per confermare il diritto di Innocenzo.

Infine, dopo che Dio ebbe tolto da questo mondo, con una morte precipitata, colui la cui ambizione e ostinazione turbavano tutto il mondo cristiano, essendo già ritornato a Roma, vi diede l'ultimo colpo di maglio alla divisione: poiché gli scismatici, avendo subito eletto un successore ad Anacleto, che nominarono Vittore III, questi venne di notte a trovare il nostro Santo, che gli fece comprendere quanto si sarebbe reso abominevole davanti a Dio e davanti agli uomini se avesse sostenuto la sua elezione che sapeva bene essere nulla; poi lo obbligò su due piedi a lasciare tutti i segni del suo pontificato immaginario, e lo condusse ai piedi del Papa legittimo; questi lo ricevette con bontà e gli accordò il perdono. Così, quello scisma deplorevole, che aveva così a lungo lacerato la veste di Gesù Cristo, fu interamente estinto dallo zelo, dalla prudenza e dalla pietà del nostro beato Abate: ciò che aumentò talmente la stima e la venerazione che si aveva per lui, che non lo si guardava più ovunque altrimenti che come il Padre dei fedeli, la Colonna della Chiesa, l'appoggio della Santa Sede, l'Angelo tutelare del popolo di Dio, e l'Autore di tutti i beni che erano nella cristianità. Non poté, dopo ciò, rimanere che cinque giorni a Roma, le lodi e gli onori che vi riceveva essendogli insopportabili, e ritornò al più presto nella sua cara solitudine per continuarvi i suoi sermoni sul Cantico dei Cantici, che un viaggio così lungo e occupazioni così pressanti avevano necessariamente interrotto. Portò con sé delle bellissime reliquie che il Papa gli diede per riconoscenza per i suoi lavori, e tra le altre, un dente di san Cesario, martire, che si staccò dalla sua mascella alla preghiera del Santo, sebbene prima non si fosse potuto strappare; ma lasciò ai Templari di Roma una delle sue tuniche, che fece in seguito grandi miracoli.

Teologia 06 / 10

Difesa della fede contro le eresie

Combatte vigorosamente le dottrine di Pietro Abelardo, Gilberto de la Porrée e del monaco Enrico, affermandosi come il protettore dell'ortodossia cattolica.

Al suo ritorno, inviò a Roma un abate e dodici religiosi del suo Ordine per prendere possesso di un convento che Sua Santità aveva preparato per loro vicino alle acque Salvie, chiamato anche abbazia delle Tre Fontane, la cui chiesa era dedicata a sant'Anastasio, martire. Questo edificio, uno dei più antichi della cristianità, occupa il luogo in cui san Paolo fu decapitato. Veniva chiamato Tre Fontane a causa della testa dell'Apostolo che, rotolando a terra, fece tre balzi, da cui scaturirono tre sorgenti che si vedono ancora oggi. Fu nel 625 che l'abbazia risorse sotto l'invocazione di sant'Anastasio. Cadde di nuovo in rovina e Innocenzo II la fece ricostruire dai religiosi di Chiaravalle nel 1138. L'abate fu Bernardo di Pisa, già gran vicario e officiale della chiesa cattedrale di Pisa, e allora religioso di Chiaravalle, il quale, dopo la morte di Innocenzo II e quelle di Celestino e Lucio, suoi successori, fu elevato sulla cattedra di san Pietro e prese il nome di Eugenio III. È a lui che san B Eugène III Papa che ha traslato le reliquie di san Vannes nel 1147. ernardo indirizzò i suoi cinque libri della *Considerazione*, nei quali lo istruì su tutti i doveri di un sovrano Pontefice e lo avvertì di tutti i disordini che doveva estirpare nella sua corte e nel governo della Chiesa. È un'opera ammirevole che deve servire da lezione ai più grandi prelati, tanto per la loro persona quanto per la condotta del gregge che è stato loro affidato.

Oltre alla questione dello scisma, non vi erano altre questioni considerevoli nella Chiesa alle quali il nostro Santo non fosse impiegato. Se i Papi si lasciavano sorprendere da lamentele mal fondate; se tolleravano nella loro corte abusi pregiudizievoli al bene e all'onore della Chiesa; se emettevano giudizi ingiusti per non essere stati informati della verità dei fatti; se i re e i principi si allontanavano dal loro dovere abusando dell'autorità sovrana che Dio aveva dato loro nei loro Stati; se nascevano contestazioni pericolose tra i vescovi e i loro diocesani, e tra gli abati e i religiosi; se si cercava di elevare sulla sede episcopale persone indegne, e di escluderne alcuni eccellenti e fedeli soggetti la cui elezione era stata canonica; se la verità si trovava sopraffatta dalla menzogna, e la giustizia dall'iniquità e dalla perfidia; se si attentava contro i diritti legittimi dei chierici, e gli ecclesiastici venivano ingiustamente oppressi; se i prelati secolari o religiosi vivevano con scandalo e disonoravano il loro carattere con il libertinaggio e la depravazione dei loro costumi, Bernardo era il medico generale di tutti questi mali e colui che lavorava più efficacemente per distruggerli. Combatteva il vizio, sosteneva la virtù, si opponeva al disordine, manteneva il buon ordine, pacificava i dissidi, riconciliava le parti accese le une contro le altre, fortificava le persone di bene, respingeva gli empi, facendosi con le sue esortazioni, le sue rimostranze, i suoi rimproveri, le sue preghiere istanti e reiterate, il muro e il contromuro della casa di Dio.

Si sa abbastanza con quanta libertà abbia scritto ai papi Innocenzo II, Celestino II ed Eugenio III, quasi ottanta lettere per avvertirli, ora dell'abuso delle appellazioni che avevano ricevuto, ora della sorpresa dei giudizi che avevano emesso, ora della poca necessità o utilità delle dispense che avevano concesso, ora dei mali che la Chiesa soffriva per la negligenza, la condiscendenza, l'avarizia o il lusso dei loro ufficiali. Il re Luigi il Grosso avendo cacciato l'arcivescovo di Tours e il vescovo di Parigi dalle loro sedi, per alcuni malcontenti che aveva concepito contro di loro, san Bernardo non solo lo riprese severamente con le sue lettere, ma lo minacciò nella sua stessa persona dei giudizi di Dio, se non avesse corretto ciò che aveva fatto; prese persino la causa di questi vescovi presso il Papa contro Sua Maestà, senza che né questa santa audacia, né l'adempimento delle sue minacce con la morte violenta e precipitata del figlio primogenito di questo principe, fossero capaci di attirargli la sua disgrazia e di metterlo in cattiva luce, tanto la stima e la venerazione che i più grandi monarchi avevano per questo santo abate erano al di sopra dei cambiamenti ordinari del capriccio degli uomini. Si sa ancora come agì con Tebaldo, conte di Champagne, principe molto pio e suo insigne benefattore, quando seppe che aveva spogliato un gentiluomo dei suoi beni con un giudizio troppo precipitato. Gliene scrisse con il suo stile ordinario, che era vivo e pressante, non solo una volta, ma due e tre volte, e non cessò di scrivergli finché non lo ebbe obbligato a riparare il torto che aveva fatto.

Fu lui che riconciliò questo conte con il re Luigi il Giovane, che aveva già condotto un grosso esercito in Champagne per impadronirsi delle sue terre. Fu arbitro dei loro dissidi: ne giudicò come sovranamente, e obbligò il re a tornare nei suoi Stati e a lasciare il conte nella pacifica possessione di ciò che gli apparteneva, sebbene dipendente dalla sua potenza reale. Fu lui che convertì Alcide, moglie del duca di Lorena, scacciando sette demoni dal suo corpo, e ne fece, come della Maddalena, non solo un'illustre penitente, ma anche una santissima donna degna delle rivelazioni celesti. Fu lui che, congiuntamente con Goffredo, cardinale di Vendôme, risvegliò con i suoi consigli l'antica fervore di Ermengarda, contessa di Bretagna, che si era allentata nelle sue antiche devozioni. Infine, senza ripetere qui ciò che abbiamo detto della riconciliazione dei Pisani con i Genovesi, e dell'imperatore Lotario con i nipoti del suo predecessore, effetti della sua saggezza e della sua industria, vediamo dalle sue epistole che non vi erano affari nella Chiesa né negli Stati per i quali non lo si consultasse, e sui quali non fosse obbligato a dare il suo parere, e spesso una risoluzione definitiva.

Si rese ancora il protettore invincibile della fede contro tutti gli errori che osarono apparire ai suoi tempi. I primi furono quelli di Pietro Abelardo e di Arnaldo da Brescia, suo discepolo, che, con false sottigliezze, rinnovavano i dogmi di Ario, di Nestorio e di Pelagio. Il Santo, che amava Abelardo pe r il suo spiri Pierre Abélard Celebre teologo che Pietro il Venerabile indusse a ritrattare. to e per alcune apparenze di pietà che si vedevano in lui, lo avvertì dapprima in privato di correggere i suoi sentimenti e di rimanere inviolabilmente attaccato alla dottrina dei santi Padri; ma, poiché questo presuntuoso disprezzò le sue rimostranze ed ebbe persino l'audacia di provocarlo alla discussione, lo fece condannare dapprima a Sens, da un Concilio di tre province (1140), secondariamente a Roma, dal papa Innocenzo II, al quale scrisse una lettera per la confutazione delle sue fantasticherie. I secondi errori che combatté furono quelli di Gilberto de la Porrée, vescovo di Poitiers, prelato dotto e sottile, ma che, per voler accomodare i nostri misteri ai principi della natura, distruggeva la semplicità di Dio e metteva una composizione infinita nel suo essere, i suoi attributi e le sue persone divine. Poiché insegnava che la divinità per la quale Dio è Dio, come anche la sapienza, la potenza e la bontà per le quali Dio è potente, saggio e buono, non sono Dio, ma solo in Dio; e diceva che le relazioni delle persone divine erano fuori da queste persone, così come, nelle creature, i rapporti che esse hanno tra loro sono fuori dalla loro sostanza e dalla loro propria costituzione. Arnaldo e Calone, i suoi due arcidiaconi, riconobbero per primi l'iniquità della sua dottrina, che distruggeva la natura divina. Lo avvertirono, e, sul rifiuto di rinunciarvi, se ne andarono a Roma a farne la loro lamentela al papa Eugenio III, discepolo del nostro Santo. Sua Santità rimise l'esame di questa faccenda al Concilio di Reims che stava per tenere in persona. Vi presiedette come capo della Chiesa; diversi cardinali, dieci arcivescovi e un gran numero di vescovi vi assistettero; ma Bernardo fu l'anima e lo spirito che animò tutta questa assemblea. Discusse contro Gilberto; gli fece scoprire il suo veleno che nascondeva sotto le pieghe dei suoi ragionamenti; gli fece riconoscere il suo errore; lo obbligò a ritrattarlo, a censurarlo, ad anatematizzarlo, e ad ammettere che l'essenza divina, la forma divina, la bontà, la potenza, la virtù divina è Dio. Ne fece fare il decreto, e, per quanto difficoltà vi apportassero i cardinali che volevano che si sopprimesse questa faccenda per risparmiare l'onore di Gilberto, soprattutto perché si sottometteva, portò il Papa e tutto il Concilio a condannare le sue opinioni, senza tuttavia fare torto alla sua persona.

Infine, la principale eresia contro la quale il nostro beato Abate impiegò il suo zelo, fu quella di un monaco apostata, chiamato Enrico, che faceva nel Linguadoca una guerra crudele alla Chiesa, attaccando i Sacramenti, che sono i suoi tesori, e i sacerdoti, che ne sono i ministri; e, poiché questo eresiarca era un grande parlatore, aveva talmente sedotto il mondo, che, come dice il nostro Santo, nella sua Epistola CXXI e nel Sermone LXV sui Cantici, si trovavano già Chiese senza popoli, popoli senza sacerdoti, sacerdoti senza il rispetto che è dovuto al loro carattere, e, infine, cristiani senza Gesù Cristo. Si rifiutava il battesimo ai bambini piccoli; si deridevano le preghiere e i sacrifici per i morti, l'invocazione dei Santi, le scomuniche, i pellegrinaggi, le costruzioni dei templi, la consacrazione, il crisma e i santi oli, la cessazione del lavoro nei giorni di festa e le altre cerimonie ecclesiastiche. Il Papa, essendo avvertito di questi disordini, inviò, per rimediarvi, il suo legato, che prese con sé Bernardo come il più forte baluardo della Chiesa perseguitata. I Tolosani ricevettero questo angelo della terra come un angelo venuto dal cielo; egli predicò loro con uno zelo incredibile, e predicò allo stesso modo in tutti i luoghi che l'eresiarca aveva infettato. La sua parola fu così efficace, che guarì tutte le piaghe che questo nemico pubblico aveva fatto; quelli stessi che aveva sedotto lo perseguirono, lo presero e lo misero, carico di catene, nelle mani del vescovo di Tolosa.

Ciò che contribuì molto a questo successo, furono i grandi miracoli che fece questo Santo in tutti i luoghi dove predicò. Era a Sarlat, città episcopale; dopo il sermone, il popolo gli portò quantità di pane per benedirlo secondo la sua consuetudine, facendo sopra il segno della croce; assicurò gli astanti, per segno della verità di ciò che diceva loro, e della falsità della dottrina degli eretici, che tutti i malati che avessero mangiato di quei pani sarebbero stati guariti. Il venerabile Goffredo, vescovo di Chartres, che era vicino al Santo, credendo che questa proposizione fosse troppo generale, la volle modificare, aggiungendo che sarebbero stati guariti, purché ne mangiassero con una ferma fede. Ma il Santo, la cui fiducia in Dio non aveva confini, riprese la parola e disse: «Non dico questo, ma dico assolutamente che tutti i malati che mangeranno di questi pani saranno guariti, affinché si conosca, per questo gran numero di prodigi, che ciò che annunciamo è veritiero». Una promessa così autentica fu seguita dall'esecuzione; un'infinità di malati furono guariti mangiando di questi pani, e nessuno ne mangiò che non ricevette la guarigione. Questo grande evento fu un colpo di maglio che schiacciò quasi tutti i resti dell'eresia; non ne rimasero che alcune scintille, che divennero poi un grande incendio presso gli Albigesi. Non si possono spiegare gli onori che si resero poi ovunque a questo umile religioso; le campagne per dove passava erano tutte piene di gente; nell'entrata dei borghi e delle città la calca era così grande, che a stento poteva avanzare. Andò ancora una volta a Tolosa, dove fece un segnalato miracolo nella persona di un canonico regolare della chiesa di Saint-Sernin, che era paralitico e non poteva muoversi. Chiese a Dio la sua guarigione e la ottenne; di modo che, dopo avergli dato la sua benedizione, mentre usciva dalla sua camera, per non apparire autore del miracolo, il malato saltò dal suo letto, si gettò ai suoi piedi, e, trovandosi perfettamente guarito, si presentò al legato e al vescovo di Chartres, che ne fecero cantare un cantico di lodi e di azioni di grazie nella chiesa. Da allora, questo canonico, che si chiamava anch'egli Bernardo, seguì il suo benefattore e si fece religioso a Chiaravalle, dove avanzò talmente nella virtù, che fu trovato degno di essere abate del monastero di Valdeau.

Missione 07 / 10

Sante amicizie e predicazione della Crociata

Legato a san Malachia e san Ugo, Bernardo predica la seconda Crociata per ordine del Papa, nonostante il fallimento finale della spedizione che gli attirerà delle critiche.

Dopo tante battaglie e vittorie, si sarà costretti ad ammettere che il nostro Santo era il flagello e il persecutore dei malvagi, così come, al contrario, era l'amico e il fedele cooperatore di tutto ciò che vi era al suo tempo di grandi prelati e santi personaggi nella Chiesa. Non si può esprimere l'amore, il rispetto e la gioia con cui fu ricevuto da sant'Ugo, vescovo di Grenoble, e dai religiosi della Grande Chartreuse, quando fece loro visita. Questo eccellente prelato, che fu in seguito canonizzato al concilio di Pisa, non guardandolo come un uomo, ma come un'immagine vivente della santità di Dio, non si fece alcuno scrupolo, per quanto vescovo e anziano fosse, di prostrarsi a terra per salutarlo. Bernardo fu estremamente sorpreso da questo atto di umiltà, e si gettò egli stesso ai piedi del santo vescovo per ricevere la sua benedizione; da allora, questi due figli della luce non furono più che un cuore e un'anima sola, essendo legati e uniti da una stretta carità in Gesù Cristo. Aveva già scritto ai Certosini lettere piene di una soavità divina, il che aveva unito la loro anima alla sua; ma questa dilezione si infiammò ancora di più con il loro mutuo colloquio. Tutto ciò che diede pena a Guigo, priore della Certosa, fu di vedere che era giunto su un cavallo la cui sella e i cui finimenti erano troppo magnifici; ma fu ben sorpreso quando riconobbe che il santo Abate, che se ne era servito durante tutto il suo viaggio, non se ne era accorto, avendo lo spirito così occupato da Dio, e i sensi così morti agli oggetti stessi che erano in ogni momento davanti ai suoi occhi, che non ne faceva alcun discernimento. Allo stesso modo, avendo un giorno viaggiato lungo la riva di un lago, non sapeva la sera cosa volessero dire i suoi compagni, quando parlavano del lago che avevano costeggiato. Goffredo, vescovo di Chartres; Manasse, di Meaux; Guglielmo, di Châlons; Gaudry, di Dol; Ildeberto, di Le Mans; Aubry, di Bourges; Josselin, di Soissons; Ugo, di Mâcon; Ouger, di Anversa; Milone, di Thérouanne; Alvise, di Arras; Alberone, di Treviri; Sansone, di Reims; Goffredo di Bordeaux, e Arnolfo, di Lisieux, alcuni dei quali sono nel numero dei Santi, e che erano l'élite dei vescovi della cristianità, erano anche suoi intimi; egli li rispettava e li serviva in ciò che gli era possibile, ed era da loro singolarmente amato e venerato. Non bisogna nemmeno omett ere san Malach saint Malachie Arcivescovo d'Irlanda morto a Chiaravalle tra le braccia di Bernardo. ia, questo grande arcivescovo e apostolo d'Irlanda, di cui egli stesso ha scritto la vita, e che era il più bell'ornamento del suo secolo. Quest'uomo incomparabile, essendo venuto a Clairvaux in un viaggio che faceva a Roma, fu talmente rapito dal fervore di questo beato Abate e dei suoi religiosi, che volle essere rivestito del loro abito, e fece grandi istanze presso il Papa per essere sollevato dal suo vescovado, al fine di passare il resto dei suoi giorni con loro; ma Sua Santità, non volendo privare la Chiesa d'Irlanda di una luce che le era così necessaria, lo fece al contrario suo legato in tutta quell'isola; invece di rimanere a Clairvaux, egli portò via per così dire Clairvaux con sé, facendo passare dei religiosi di san Bernardo nel suo paese per stabilirvi dei monasteri.

Nove anni dopo, sapendo che l'ora del suo decesso era vicina, tornò a Clairvaux per morirvi in mezzo a quella compagnia di Santi. Bernardo gli amministrò i sacramenti e ricevette i suoi ultimi respiri; poi, quando si lavò il suo corpo, cambiò tunica con lui. Infine, avendo iniziato la messa per il riposo della sua anima, ebbe una rivelazione molto manifesta della sua gloria: per un movimento straordinario dello Spirito Santo, cessò la messa di Requiem, e terminò la messa di un santo confessore pontefice.

Bisognerebbe ora parlare appositamente delle profezie, dei miracoli, delle virtù, delle sofferenze e degli scritti di questo amato da Dio: ma poiché questi grandi argomenti ci porterebbero troppo lontano, basterà accennarne qualcosa, oltre a ciò che abbiamo detto fino ad ora. Per le profezie, la sua vita ci fornisce un'infinità di esempi. Vedeva ciò che accadeva nelle abbazie più lontane dipendenti dalla sua, senza che gliene venisse dato avviso, e quando si trattava di qualche disordine, mandava a dire che ci si doveva correggere al più presto. Sapeva chi, tra i postulanti e i novizi, avrebbe perseverato e fatto professione, e chi sarebbe tornato al mondo e avrebbe abusato della grazia della sua vocazione. Prediceva agli uni il tempo e il luogo della loro morte, a questi il loro felice ritorno da qualche viaggio, a quelli la conversione dei loro parenti, agli altri il castigo di cui sarebbero stati sopraffatti dalla giustizia di Dio. E queste predizioni avevano sempre il loro effetto. Tra le altre, predisse la morte del figlio primogenito di Luigi il Grosso, per punizione del cattivo trattamento che suo padre aveva fatto ad alcuni buoni vescovi, come abbiamo detto, e quella del conte d'Angiò, per castigo del disprezzo che aveva fatto della sentenza di scomunica fulminata contro di lui. Predisse anche la riconciliazione del conte di Champagne con il re di Francia, dopo cinque mesi, riconciliazione impossibile senza un evidente miracolo; ciò accadde tuttavia esattamente dopo quel tempo.

Per i suoi miracoli, l'autore del terzo libro della sua vita, che era il suo segretario, e che fu in seguito suo successore nell'abbazia di Clairvaux, assicura che, quando andò in Germania per predicarvi la crociata, guarì in un solo giorno, a Doningen, vicino a Rheinfeld, nove ciechi, dieci sordi o muti, diciotto zoppi o paralitici. Aggiunge che compì simili prodigi a Costanza, a Basilea e a Spira, alla presenza di Corrado, re dei Romani. A Magonza, la folla dei malati, che venivano per essere toccati dalle sue mani, era così grande, che il re, per tirarlo fuori dalla calca che lo opprimeva, fu costretto a togliersi il mantello reale e a prenderlo tra le sue braccia, per portarlo fuori dalla chiesa. Non compì minori prodigi a Colonia: nello spazio di quattro giorni che vi rimase, raddrizzò dodici zoppi, diede l'udito a dieci sordi, la vista a cinque ciechi e la parola a tre muti, infine vi guarì due monchi. Gli abitanti di Aquisgrana ebbero allo stesso tempo parte a questa benedizione e ricevettero favori e assistenze simili. Quando il Santo era nella sua abbazia, non era meno pressato e importunato dai malati. Il papa Eugenio III, essendovi venuto all'improvviso, quando diceva la messa, fu testimone egli stesso della moltitudine di questi infelici che vi accorrevano per ottenere da lui la loro guarigione; di modo che ne fu quasi soffocato, e che ebbe difficoltà a uscire da quella calca con l'aiuto dei suoi ufficiali. Lo stesso Papa, essendo andato a Cîteaux, per assistere all'assemblea degli abati, come uno dei loro confratelli, il Santo, che vi era anch'egli venuto, vi liberò dalla sordità un bambino piccolo che aveva perso l'udito per uno spavento improvviso. Infine, da qualunque parte si volgesse questo grande Servo di Dio, faceva tante meraviglie, che non ci si preoccupava più né di contarle, né nemmeno di segnarle in particolare.

Avremmo ora un bel campo per parlare delle sue virtù, se non sapessimo che è una storia che stiamo facendo e non un elogio. Ne diremo solo una parola. La grandezza della sua fede appare ammirevolmente nella guerra continua che ha fatto agli eretici per sostenerla, negli eccellenti trattati che ha composto per spiegarla e difenderla, nel suo rispetto e nella sua devozione per i nostri Misteri, e soprattutto nel desiderio che ha sempre avuto di spargere il suo sangue per suggellare le verità cattoliche. Si è vista la sua fiducia in Dio, sia nelle necessità della sua abbazia, sia nelle persecuzioni che sono state suscitate contro la sua persona e contro quella dei suoi figli, sia nelle calamità pubbliche della Chiesa, sia infine nelle miserie particolari del prossimo, per le quali gli si chiedeva e ha fatto tanti miracoli. Ha mostrato il suo amore per Dio, lavorando perpetuamente per la sua gloria, acquistandogli tutti i giorni nuovi servitori, cercando di conversare con lui attraverso l'orazione, e facendogli in ogni momento puri sacrifici del suo onore, della sua vita e di tutto se stesso.

La sua devozione verso Gesù Cristo e verso la santa Vergine era incomparabile: basta leggere i sermoni e i trattati che ha composto in loro onore, per vedere che il suo cuore era tutto consumato dagli ardori della loro dilezione. Essendo un giorno nella chiesa cattedrale di Spira, in Germania, in mezzo a tutto il clero e a una grande moltitudine di popolo, si mise in ginocchio per tre volte diverse, dicendo alla prima: *O clemens*!; alla seconda: *O pia*!; alla terza: *O dulcis Virgo Maria*!. E la Chiesa ha messo questi tre saluti alla fine della celebre antifona *Salve Regina*. Alcuni autori dicono persino che san Bernardo sia l'autore di tutta l'antifona. Si vedono ancora in questa cattedrale tre lastre di rame dove queste tre parole, pronunciate dal nostro Santo, sono incise, e vi si canta anche per questo tutti i giorni il *Salve Regina* in musica. Bisognerebbe essere animati dal suo spirito per rappresentare degnamente il suo affetto, il suo zelo e il suo amore vero e cordiale per il prossimo. Era il miglior amico e il più riconoscente del suo secolo, e le sue lettere ci mostrano che non ha mai risparmiato nulla per servire coloro che gli avevano reso qualche servizio. Tutto il resto degli uomini era anch'esso alloggiato nel fondo del suo cuore; li desiderava tutti nelle viscere di Gesù Cristo, e non risparmiava né i suoi lavori né le sue veglie per assicurare la loro salvezza e per aiutare il loro progresso spirituale nella virtù. Il rifiuto costante che ha fatto tutta la vita di tutte le dignità ecclesiastiche è un segno evidente della sua modestia e della sua umiltà; ma essa appare ancora con più splendore per l'avversione che aveva per le lodi e per la stima degli uomini, e per la cura che prendeva di distoglierle.

Mai Santo è stato più lodato, e non si può aggiungere nulla agli elogi che gli davano, vivente ancora, le persone più distinte e più sante della Chiesa. Ma bisogna vedere nelle sue Epistole XI, XVIII, LXXII, LXXXVII e CCLXV, come prendeva da ciò motivo di umiliarsi, di dichiarare le sue debolezze, di scoprire le sue imperfezioni di cui credeva di essere pieno, e di tenersi fermamente nella conoscenza e nel sentimento del suo nulla. Mentre tutto il mondo ammirava la forza, la bellezza e l'unzione dei suoi scritti, egli li disprezzava e li biasimava egli stesso, non potendo attribuirsi che ignoranza e indiscrezione. I suoi stessi pareri gli erano sospetti, e come dice egli stesso nell'Epistola LXXXVIII, preferiva che non si seguissero, perché temeva che fossero gli effetti di una luce cieca, o di una debolezza di giudizio. Il demonio fece ciò che poté per farlo cadere nell'orgoglio o nella vanità; ma fu sempre inutilmente. Un giorno, durante la predicazione che faceva davanti a un uditorio d'élite, questo spirito superbo gli suggerì questo pensiero: «Eccoti ben glorioso di essere ascoltato e seguito con tanti applausi». Il Santo gli disse generosamente: «Non ho iniziato per te, non finirò nemmeno per te». Univa a una dolcezza incomparabile, che gli ha meritato il titolo di *Doctor mellifluus*: «Dottore dolce come il miele», una libertà e un coraggio apostolici che non hanno quasi eguali negli altri Santi. Ne abbiamo già dato esempi nel suo modo di agire con i principi, i re, gli imperatori, i vescovi, i cardinali e i Papi stessi, a cui sapeva dire e scrivere verità che non potevano essere loro gradite secondo la natura, e che, in effetti, sono loro spesso dispiaciute. Coloro che si prenderanno la pena di leggere le Epistole XLVIII al cardinale Haimeric; CLXXXII a Enrico, arcivescovo di Sens; CLXXXV a Eustachio, vescovo di Valence, nel Delfinato; CC a Ulger, vescovo di Angers, e CXXXIII a Josselin, vescovo di Soissons, vi troveranno nuovi segni di questa fermezza degna di un Basilio, di un Ambrogio e di un Crisostomo. Che diremo del suo disinteresse, e del disprezzo generoso che faceva di tutti i favori e delle comodità di questo mondo? Mai l'amicizia dei grandi gli ha potuto far fare una raccomandazione contro il suo dovere. Quando il conte di Champagne, a cui aveva tanti obblighi, lo pregò di procurare benefici a suo figlio Guglielmo, che era ancora bambino, lo rifiutò assolutamente, tanto perché condannava la pluralità dei benefici, senza necessità pressante dove si tratti del bene della Chiesa, quanto perché non approvava che un bambino fosse incaricato di uffici di cui non poteva svolgere le funzioni. Gli fu tolta una somma notevole di denaro destinata a una fondazione, e gli si fece perdere diversi monasteri, senza che se ne turbasse né che ne volesse del male a coloro che gli avevano fatto questo torto. Cedette spesso i suoi diritti ai religiosi degli altri Ordini; non c'era nulla che gli fosse gradito che essere povero e vedere i suoi religiosi poveri. La ritirata e la solitudine erano tutto ciò che desiderava di più sulla terra, e non era che con una violenza estrema che lo si vedeva in questi stati come un bambino che si tira dalla mammella della sua nutrice; infine, Bernardo era un capolavoro di cui la divina Sapienza si compiaceva di fare come il riassunto di tutte le virtù.

Ma, come era uomo, ciò non ha impedito che, per provarlo, purificarlo e consumarlo, non sia stato soggetto alle ingiurie, alle calunnie e alle persecuzioni degli uomini. Fu in queste occasioni che la sua virtù apparve in tutto il suo splendore, e che fece vedere che aveva una pazienza e un'umiltà alla prova di tutti i colpi. Il papa Innocenzo II, che gli era interamente debitore dell'estinzione dello scisma di Anacleto, dimenticò talvolta questi obblighi, e, essendo prevenuto da cattive lingue a cui lo zelo e il coraggio di Bernardo non potevano essere graditi, lo trattò in alcune occasioni da importuno, da indiscreto, e persino da traditore. Bisogna vedere nelle sue Epistole CCX, CCXI, con quanta saggezza e quanta modestia si discolpò da queste accuse, e quanto seppe, senza urtare la potenza sovrana di questo Pontefice, fargli vedere che la sua importunità era quella che l'Apostolo chiede al suo discepolo Timoteo, quando gli dice: *Prædica verbum, insta opportune, importune*: «Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo»; che la sua indiscrezione era quella che lo stesso Apostolo attribuisce a se stesso quando dice: *Factus sum insipiens; vos me coegistis*: «Ho parlato come uno stolto; voi mi avete costretto»; e che infine il tradimento non gli poteva essere imputato, poiché, in tutta la faccenda di cui si trattava, non aveva fatto nulla che per ordine di Sua Santità. I cardinali e i vescovi ebbero anche talvolta della gelosia contro di lui nel vederlo terminare con tanta autorità tutte le cause della cristianità, e ce ne furono, tanto a Roma che al Concilio di Reims, che dissero che essendo religioso doveva tenersi nel suo chiostro e non doveva affatto immischiarsi negli affari ecclesiastici. Ma, ben lungi dall'offendersi di queste lamentele contrarie a ogni sorta di giustizia, supplicò i vescovi di non impiegarlo più in ciò che non era di sua competenza, di non strapparlo più dalla ritirata, di lasciare la rana nella sua palude, l'uccello nel suo nido, e la colomba nelle fenditure della roccia, senza interrompere ulteriormente il suo riposo per cose che riguardavano la loro funzione, di cui loro e non lui avrebbero reso conto al giudizio di Dio. Nelle calunnie, sapeva ammirevolmente bene darsi la colpa, e tuttavia sostenere vigorosamente gli interessi di Dio, senza che la sua umiltà impedisse l'ardore del suo zelo, né che il suo zelo pregiudicasse i veri sentimenti della sua umiltà.

Infine la più rude prova della sua costanza fu il cattivo esito della Crociata che aveva predicato in una grande parte dell'Europa, e che aveva fatto sperare dovesse essere così felice. Fu il papa Eugenio III che, con un breve pubblico, lo obbligò a impegnare i principi e i popoli cristiani in questa guerra santa; vi si impiegò con tutto l'ardore che l'amore di Gesù Cristo e lo spirito di obbedienza gli poterono ispirare. Fece un'infinità di meraviglie per confermare le sue predicazioni e per far vedere che parlava in nome di Dio. Anche l'imperatore, il re di Francia, Luigi il Giovane, e un gran numero di altri principi e signori si crociarono e passarono in Oriente per combattere gli infedeli. Ma il successo non rispose alle speranze, poiché la maggior parte delle truppe cristiane vi perì, sia per il ferro dei nemici, sia per i cattivi trattamenti dei Greci e dei cristiani orientali; di modo che non c'era quasi nessuna famiglia in Francia, in Italia e in Germania, che non avesse motivo di rimpiangere la morte dei propri cari e la perdita di molti beni che si erano impiegati per equipaggiare quell'esercito. Questa disgrazia scatenò gli empi e i libertini contro la reputazione di san Bernardo; lo si fece passare per un falso profeta, lo si caricò di ingiurie e di rimproveri, e, né i grandi prodigi che aveva fatto pubblicando le indulgenze di questa Crociata, né l'ordine espresso che aveva ricevuto di pubblicarle anche contro la sua volontà, poterono impedire che lo si trattasse da ingannatore, da seduttore e da peste pubblica della cristianità. Ci voleva questo grande rovescio per controbilanciare le lodi incomparabili che gli erano state date, e per finire di epurarlo come l'oro nel crogiolo e come le più pure essenze nell'alambicco. Ricevette questo colpo così poco atteso con una costanza meravigliosa, senza turbarsi, e ciò che ne ha scritto nel libro II della *Considerazione* è così edificante, che non si può leggere nulla di più istruttivo. Dice, tra le altre cose: «Se è necessario che gli uomini mormorino in questo incontro, è meglio che sia contro di me che contro Dio. Mi è un estremo piacere che Dio voglia servirsi di me come di uno scudo. Ricevo di buon cuore le maldicenze delle lingue che mi attaccano e i dardi avvelenati dei bestemmiatori che mi trafiggono, affinché non arrivino fino alla divina Maestà. Soffrirò volentieri di essere disonorato da loro, poiché l'onore di Dio rimane coperto dal mio disonore». Del resto, diversi uomini dotti dello stesso tempo hanno fatto vedere la vera origine del disastro dei cristiani in questo incontro: era lo straripamento dei vizi che si mise negli eserciti e che li rese indegni dei soccorsi che la divina Provvidenza aveva preparato loro. D'altronde, molti che vi erano andati in un vero spirito di compunzione vi trovarono la loro salvezza eterna che non avrebbero trovato nell'Europa, dove l'abbondanza dei beni e delle comodità della vita li effeminava e li faceva marcire nell'impenitenza. Infine, san Bernardo, per giustificare coloro che erano stati i primi autori della Crociata, guarì pubblicamente un cieco, e Dio, per non rendere la sua predicazione del tutto inutile, anche per il temporale, cambiò la faccia delle cose e rese i cristiani padroni della città di Ascalona, che era di grande importanza per la conservazione di Gerusalemme, e che si era inutilmente tentato di prendere durante cinquant'anni: ciò che accadde la settimana stessa della morte del beato Abate.

Abbiamo detto molte cose di san Bernardo, ma ne abbiamo omesse un numero ben più grande, che richiederebbero un volume intero. Fu lui che assistette perpetuamente i Papi durante il loro soggiorno in Francia, e si dice che, quando Eugenio celebrò la messa nella chiesa di Montmartre, a un quarto di lega da Parigi, lo fece diacono, e il venerabile Pietro di Cluny, suddiacono. Fu lui che scrisse lettere terribili al popolo romano, per rimostrargli la colpa che commetteva verso il Pontefice romano, forzandolo, con oltraggi, a uscire da Roma e a rifugiarsi in Francia. Fu lui che diede una Regola ai Templari, per ordine del concilio di Troyes, e che formò gli inizi del beato Felice di Valois, che, in seguito, è stato fondatore dell'Ordine della Santissima Trinità della Redenzione degli schiavi. Infine, il cardinale Baronio non fa alcuna difficoltà a dire che non è stato solo un uomo veramente apostolico, ma anche un vero apostolo, e che non è stato inferiore in nulla ai grandi Apostoli.

Vita 08 / 10

Ultima missione a Metz e trapasso

Lasciando il suo letto di morte per pacificare la città di Metz, Bernardo torna a spegnersi a Chiaravalle nel 1153, circondato dai suoi monaci.

Dopo tante fatiche, essendo esausto per gli sforzi straordinari che vi aveva sopportato, oltre alle sue penitenze e alle sue continue malattie, cadde in un tale stato di debolezza che non poteva più reggersi in piedi (1152); il suo fegato non svolgeva più le sue funzioni, il suo calore naturale era quasi spento e le sue gambe divennero gonfie come quelle degli idropici. Ricevette tutte queste infermità come grandi favori del cielo e come avvertimenti che la sua nave sarebbe presto arrivata al porto.

Tuttavia, sempre calmo e sorridente, il suo spirito pieno di vigore dominava le sue membra indebolite e le costringeva a prestarsi ancora, all'interno del monastero, alle funzioni sacre. Si sforzava, nonostante il suo esaurimento, di celebrare ogni giorno il santo sacrificio, dicendo a coloro che lo assistevano e lo sostenevano all'altare che nessuna azione era più efficace, in questo ultimo passaggio, che offrire se stessi in olocausto, in unione con l'adorabile Vittima immolata per la salvezza degli uomini.

Le sue parole, più rare ma più penetranti, sembravano impregnate della dolce calore che consumava la sua anima; e spesso, dopo la celebrazione dei divini misteri, il fuoco del cielo lo infiammava così ardentemente che nessuno poteva avvicinarsi a lui senza sentire in se stesso slanci di fervore. I religiosi, i suoi figli diletti, compativano tristemente i suoi dolori e lo trattenevano con tutta la veemenza delle loro preghiere, con tutti i legami della loro tenerezza. Giorno e notte, la comunità in ginocchio chiedeva a Dio, tra le lacrime, la conservazione di un padre così amato; a ogni barlume di miglioramento, la speranza esplodeva in azioni di grazie.

Ma il Santo riunì attorno a sé la sua grande famiglia e, con voce toccante, scongiurò che lo si lasciasse morire. «Perché», disse loro, «perché trattenete quaggiù un uomo miserabile? Le vostre suppliche prevalgono sui miei desideri. Usate verso di me carità, vi prego, e lasciatemi andare a Dio».

Superando la sua estrema debolezza, volle scrivere a uno dei suoi amici più cari; e con mano tremante scrisse una lettera d'amico ad Arnaldo, abate di Bonneval, dell'Ordine di San Benedetto, nella quale, dopo aver descritto parte dei suoi mali e dei suoi dolori, che erano senza sollievo, gli disse: «Pregate il Salvatore, che non vuole la morte del peccatore, di non differire ulteriormente la fine della mia vita, ma di munirla della sua assistenza. Fatemi anche la grazia di coprire la nudità della mia ultima ora con i vostri voti e le vostre preghiere, affinché il mio nemico, che è in agguato per sorprendermi, non trovi alcun punto dove mettere il dente e causare ferite».

Bernardo ricevette, sei settimane prima della sua morte, la dolorosa notizia della morte di papa Eugenio. La morte inaspettata di questo Papa, che san Bernardo amava di un amore così tenero e devoto, lacerò il suo cuore e fece scorrere le sue lacrime. Non volle ricevere alcuna consolazione e sembrava diventare di giorno in giorno più estraneo a ciò che accadeva attorno a lui. Goffredo, il pio vescovo di Langres, essendo venuto a trovarlo per consultarlo su un affare importante, si stupì della poca attenzione che gli prestava il servitore di Dio. Questi indovinò il suo pensiero: «Non vogliatemene», gli disse, «non sono più di questo mondo». In effetti, si applicava solo a sciogliere gli ultimi fili che lo legavano alla vita terrena; tutti i raggi della sua anima si concentravano in Dio, come nel focolare attrattivo del suo amore; e in anticipo, sulle ali dei più ferventi sospiri, si elevava alle regioni immortali.

Tuttavia un prodigio doveva coronare la vita di questo grande uomo.

Era disteso sul suo giaciglio e si preparava a chiudere virilmente la sua carriera terrena, quando l'arcivescovo di Treviri venne a trovarlo a Chiaravalle, supplicand olo Metz Città dove il santo ha ricevuto la sua formazione teologica. e scongiurandolo di soccorrere la provincia di Metz, dove si svolgevano scene lamentevoli. I borghesi e i nobili, da lungo tempo in disaccordo, si facevano una guerra accanita: il sangue scorreva a grandi fiotti; già più di duemila insorti erano periti nella lotta e l'ansia era al culmine. L'arcivescovo di Treviri, in qualità di metropolita del paese di Metz, era accorso con la calorosa sollecitudine del buon pastore, per separare i combattenti e impedire mali maggiori. Ma la sua voce era stata ignorata, la sua mediazione respinta; e il prelato, deplorando la sua insufficienza, non vide che un'unica risorsa: chiamare l'abate di Chiaravalle sul campo di battaglia.

Al racconto di queste sventure, che l'arcivescovo deplorava tra le lacrime, Bernardo si sente profondamente commosso; uno zelo soprannaturale lo rianima; e le sue ossa sembrano rafforzarsi dentro di lui; poiché Dio teneva quest'anima santa tra le sue mani e ne faceva tutto ciò che voleva.

Si alza dunque dal suo letto di morte e parte per Metz!

I due eserciti erano accampati sulle due rive della Mosella; da una parte i borghesi, che non respiravano che odio e vendetta; dall'altra, i signori e i loro soldati, ebbri di una prima vittoria e pronti a ricominciare il combattimento. All'improvviso, l'uomo di pace, sostenuto da alcuni monaci venerabili, si presenta nel mezzo della mischia. È debole, non può farsi sentire, non è nemmeno ascoltato; ma va da un campo all'altro, rivolgendosi a turno a diversi capi, cerca di calmare le passioni in fermento, ma senza intravedere umanamente alcuna possibilità di successo. La sua presenza non ha altro effetto che sospendere momentaneamente lo scontro delle armi.

Il Santo non si scoraggia; tranquillizza l'inquietudine dei religiosi che lo accompagnano: «Non preoccupatevi», dice loro; «poiché, nonostante le difficoltà che si accumulano, vedrete, con la grazia di Dio, il buon ordine ristabilirsi».

In effetti, allo spuntar del giorno, riceve una delegazione dei principali abitanti della città, che dichiarano di accettare la sua mediazione. Fin dal mattino, convoca i più autorevoli delle due parti in una piccola isola, sul fiume, dove giungono numerose barche, portando i capi delle varie truppe. Bernardo ascolta le loro rimostranze e le placa; trionfa sugli spiriti più ostinati; i belligeranti si commuovono e depongono le armi; i cuori si aprono; presto il bacio di pace circola attraverso tutti i ranghi!

Una guarigione miracolosa segnalò questa memorabile giornata. Accadde, per ordine della Provvidenza, che una povera donna, tormentata da otto anni da una crudele malattia, venisse a prostrarsi davanti al servitore di Dio per chiedergli la sua benedizione. Questa donna era senza sosta agitata da tremori convulsivi e il suo aspetto causava tanto orrore quanto pietà. Bernardo si raccoglie; fa il segno della croce; e all'istante stesso, sotto gli occhi di una moltitudine di spettatori, le agitazioni della sventurata scompaiono e la salute le viene restituita.

Il rumore di questo miracolo finisce di catturare le simpatie. Gli astanti, in folla, anche quelli che fino ad allora si erano mostrati intrattabili, si battono il petto e benedicono ad alta voce le opere della potenza di Dio. Questa scena edificante si prolungò per quasi un'ora, durante la quale, aggiunge lo storico, lacrime di compunzione, di commozione e di riconoscenza scorrevano senza discontinuità.

Ora, l'uomo di Dio, circondato da un immenso concorso di popolo e visibilmente sopraffatto dall'affluenza di coloro che si gettavano ai suoi piedi per testimoniargli il loro rispetto, rischiò di perdere, come poco prima in Germania, il poco respiro che animava la sua fragile esistenza, cosicché i religiosi lo portarono sulle loro spalle; e, avendolo deposto in una barca, lasciarono in tutta fretta la riva. I signori e i magistrati non tardarono a raggiungerlo: «Dobbiamo», gli dissero, «ascoltare con docilità colui che vediamo essere amato ed esaudito da Dio; e osserveremo le sue raccomandazioni, poiché Gesù Cristo, alla sua preghiera, ha fatto cose così grandi in nostra presenza». Ma Bernardo, non accettando alcuna lode, rispose loro: «Non è per me, è per voi che Dio ha fatto queste cose».

Il Santo rientrò poi a Metz, nella casa episcopale, dove, grazie al suo ascendente e alla sua felice mediazione, il trattato di pace fu concluso e firmato. Quest'opera era terminata!

Come il nocchiero, al ritorno da una laboriosa navigazione, abbassa e ripiega le sue vele alla vista del porto dove sta per gettare l'ancora; così il discepolo di Gesù, dopo aver terminato la sua corsa, tornò umilmente al santo asilo di Chiaravalle, dove, distendendosi sul suo letto di dolore, ultima stazione del pellegrinaggio della terra, attese con tranquillità l'ora del riposo.

Bernardo, come un frutto maturo e perfetto, non sembra più tenersi all'albero dell'umanità terrena che per un filo che la più leggera scossa sta per rompere. Tuttavia le sue facoltà non sono affatto indebolite; la sua ragione brilla, ferma, pura e lucida. I doni più belli che si possano ammirare in un uomo, la santità, la serenità, l'invincibile ascendente su se stesso, tutti questi doni sussistono in lui. Ha ricevuto le unzioni sacre; ascolta la voce di Dio che gli parla nella solitudine del suo cuore; oppure, quando, dimenticando le proprie sofferenze, compatisce quelle dei suoi fratelli, li consola, li riscalda e li inonda di sublimi speranze.

I suoi discepoli, schierati attorno al suo giaciglio, gli occhi bagnati di lacrime, fissavano con santo terrore gli ultimi riflessi di questo fiaccola che li aveva guidati sulla strada del cielo. Schierati attorno a lui, lo guardano con ansia, gli parlano senza parole; pregano tra le lacrime; sperano ancora; sperano contro ogni speranza; poiché tale è l'accecamento dell'amore! La tenerezza filiale non comprende la possibilità di certe separazioni: si acceca sulla tomba aperta di un padre o di una madre, come la madre si acceca sulla culla di un bambino. Si direbbe che i cuori, intrecciati gli uni negli altri da un affetto puro, non possano né vivere né morire gli uni senza gli altri.

Così i pii cenobiti conservavano, e fino all'ultimo momento, una vana speranza che nascondeva loro la troppo reale apprensione di perdere il loro padre. Questi, compassionevole fino al fondo delle sue viscere, si sforzava di moderare la loro pena e di fortificare il loro coraggio. Prodigava loro le più dolci consolazioni, esortandoli ad abbandonarsi con fiducia alla bontà divina, ad amare la volontà di Dio, a perseverare nella celeste carità. Promise loro che, anche partendo, non li avrebbe abbandonati e che si sarebbe preso cura di loro dopo la sua morte. Poi, con una soavità che nessuna espressione saprebbe rendere, raccomandò loro di amarsi gli uni gli altri, di avanzare nelle sante vie della perfezione e di restare fedeli alla loro regola, nel timore e nell'amore di Dio...

Infine, tutto compenetrato dallo spirito apostolico, ripeté loro le parole solenni di san Paolo: «Fratelli miei, vi supplichiamo e vi scongiuriamo, nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo, di vivere per Dio, secondo quanto avete appreso da noi, affinché il Signore vi colmi sempre più delle sue grazie...; poiché la volontà di Dio è che siate santi».

Allora fece avvicinare al suo giaciglio il superiore generale dell'Ordine di Cîteaux, il venerabile abate Gozevin, così come molti altri abati e prelati che erano venuti a Chiaravalle per rendergli gli ultimi doveri.

Gozevin scoppiava in lacrime; poiché, sebbene fosse elevato al di sopra di san Bernardo nella gerarchia monastica, lo amava di un amore filiale e lo riconosceva altamente come suo maestro e padre. Il Santo li ringraziò tutti e con voce commossa disse loro un ultimo addio...

Questa scena lacerò il cuore dei poveri monaci. «Oh! padre caritatevole, padre dilettissimo», esclamarono singhiozzando, «volete dunque abbandonare la vostra famiglia? Abbiate pietà di noi che siamo i vostri figli; abbiate pietà di coloro che avete nutrito con il vostro seno materno, che avete allevato, formato, guidato, come una tenera madre! Che ne sarà dei frutti delle vostre fatiche? Che ne sarà dei figli che avete tanto amato?...»

Queste esclamazioni intenerirono il servitore di Dio, ed egli pianse... «Non so», disse loro alzando verso il cielo uno sguardo pieno di angelica dolcezza, «non so a quale dei due debba arrendermi, se all'amore dei miei figli, che mi spinge a restare quaggiù, o all'amore del mio Dio, che mi attira in alto...» Disse: e fu il suo ultimo respiro!

I canti funebri, accompagnati dal rintocco della morte, intonati da settecento monaci, interruppero il silenzio del deserto e annunciarono al mondo la morte di san Bernardo.

Era il ventesimo giorno del mese di agosto 1153, verso le nove del mattino. Il Santo aveva sessantatré anni. Da quarant'anni si era consacrato a Gesù Cristo nel chiostro e da trentotto anni esercitava la dignità di abate. Lasciò centosessanta monasteri, che aveva fondato in diverse contrade dell'Europa e dell'Asia. E nel corso dei tempi, comprese le case distrutte in Inghilterra e nei regni del Nord, si contarono fino a ottocento abbazie derivate e dipendenti da Chiaravalle! Questa fonte feconda non si è mai esaurita: scorre ancora ai nostri giorni: i Cistercensi, i Bernardini, i Trappisti, perpetuano, sotto diverse forme, la vita del loro Patriarca e fertilizzano con le loro virili virtù i campi della Chiesa.

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Culto, reliquie ed eredità letteraria

Canonizzato nel 1174 e dichiarato Dottore della Chiesa, Bernardo lascia un'opera teologica immensa, in particolare i suoi sermoni sul Cantico dei Cantici.

Non rimane quasi più nulla oggi che richiami a Clairvaux il ricordo del suo illustre fondatore. Dopo aver visitato la cappella dei detenuti, antico refettorio dei monaci, e l'attuale refettorio, antica dispensa del monastero, ci si reca nella foresta alla Fontana di san Bernardo. È lì che, ogni anno, il martedì dopo la domenica in Albis, i religiosi si recavano in processione, cantavano un responsorio a san Bernardo, il *Regina Cæli*, piantavano attorno a una grande croce, vicina alla sorgente, diverse piccole croci di legno che essi stessi modellavano, e bevevano con la mano l'acqua della fontana. «L'acqua esce da terra attraverso cinque aperture sotto il muro di cinta della casa; riempie un piccolo bacino e forma un ruscello che scende nella valle e va a gettarsi nell'Aube. La fontana è riparata da un'edicola addossata al pendio, in quel punto coperta di muschio e giovani arbusti. La facciata del monumento, eretto nel 1854 dai detenuti in onore di san Bernardo, presenta una nicchia a tutto sesto con conci di pietra da taglio, coperta da un tetto di pietra modanato e sormontato da una croce di pietra. Nella nicchia si trova la statua di san Bernardo; ai piedi della croce vi è il suo stemma: è d'azzurro al capriolo d'argento accompagnato in capo da due crescenti anch'essi d'argento e in punta da un leone del medesimo. Il timbro è una mitra e un pastorale abbaziali, la mitra a destra e il pastorale a sinistra».

Sul suo volto appariva una grazia e una dolcezza meravigliose che nascevano piuttosto dall'unzione di cui la sua anima era perpetuamente pervasa, che dalla costituzione del suo corpo. Si vedeva nei suoi occhi un segno di purezza angelica e di semplicità di colomba. Le sue austerità lo avevano talmente estenuato che non aveva che la pelle e le ossa, ed era costretto a stare quasi sempre seduto. La sua statura era media, ma piuttosto alta che bassa.

Fu sepolto nella tunica di san Malachia; l'aveva sempre indossata nei giorni solenni quando celebrava i santi misteri all'altare. Prima che venisse messo sotto terra, uno dei suoi religiosi che, da diversi anni, soffriva del male caduco, essendosi avvicinato a lui con ferma fede, ne fu talmente guarito che non ne ha più risentito affatto da allora. Il corpo del Santo fu posto in un sepolcro di pietra, davanti all'altare della Santa Vergine, a Clairvaux. Sul suo petto fu posta una scatola nella quale vi erano reliquie di san Taddeo, apostolo, che gli erano state inviate da Gerusalemme l'anno stesso della sua morte, e che egli aveva ordinato di seppellire con lui, affinché potesse essere unito a questo grande Apostolo nel giorno della risurrezione generale. Vi furono diverse rivelazioni della sua gloria, e si compirono tanti miracoli per sua intercessione che, ventun anni dopo, l'anno 1174, il papa Alessandro III lo annoverò tra i Santi e gli conferì il titolo di Dottore. Il papa Pio VIII confermò solennemente questo titolo, e volle che l'ufficio della festa di san Bernardo fosse quello dei Dottori della Chiesa.

Si vede nella chiesa di Ville-sous-la-Ferté (Aube), su tela, un ritratto a figura intera di san Bernardo. Il Santo è in piedi, la testa leggermente inclinata verso la spalla sinistra; con la mano sinistra sostiene la chiesa di Clairvaux; con la destra tiene una croce gotica, di squisita fattura. Sul fondo del quadro si apre un'ampia finestra, vicino alla quale due monaci sembrano conversare, e si vedono fuggire fino all'orizzonte le linee armoniose e le tinte bluastre della Claire-Vallée. — Lo si rappresenta non solo con la croce, ma con i vari strumenti della Passione, per ricordare la sua mortificazione continua spinta a veri eccessi. — Lo si vede anche talvolta con un demone sotto i piedi, per segnare i trionfi che ha riportato sul nemico della salvezza, sia superando le sue tentazioni, sia rovesciando il suo impero nei cuori degli uomini con i suoi lavori apostolici, sia anche con la liberazione di numerosi ossessi.

[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE. — I SUOI SCRITTI.]

I figli di san Bernardo conservarono religiosamente il suo corpo deposto accanto a san Malachia, nella loro chiesa conventuale; non vollero nemmeno levarlo da terra, per essere in diritto di rifiutare le innumerevoli richieste che venivano loro rivolte da ogni parte riguardo alle sue reliquie.

Nel 1178, Enrico di Haute-Combe, abate di Clairvaux, inviò al re d'Inghilterra un dito del Santo, canonizzato da quattro anni; poi le carte non ci menzionano più alcuna sottrazione fino al XVII secolo.

Nel 1625, i Genovesi, che avevano scelto san Bernardo come loro patrono, fecero chiedere alcuni dei suoi ossi; i loro deputati, i primi, poterono contemplare la sua spoglia mortale e se ne tornarono portando una delle sue costole. L'abate che aveva fatto loro questo dono, D. Largeutier, inviò nel 1643, ad Anna d'Austria, alcuni frammenti del capo, che D. Jean d'Aixauville aveva racchiuso in un magnifico busto di vermeil, così come quello di san Malachia.

Ecco, secondo i cataloghi dell'abbazia, tutto ciò che fu sottratto al santo corpo fino al XVIII secolo; tuttavia, è da credere che alcune donazioni meno importanti non siano state menzionate: poiché, in Spagna, l'Escorial possedeva un frammento di costola e alcune reliquie meno considerevoli; in Francia, la cattedrale di Langres espone alcuni ossi; la chiesa di Notre-Dame di Saint-Dizier mostra ancora oggi un osso del braccio di san Bernardo, che le è giunto dall'antica abbazia di Saint-Pantaléon; le chiese di Chaumont, Saint-Mammès e Saint-Martin di Langres possiedono sue reliquie.

L'ultimo abate di Clairvaux, dom Rocourt (morto a Bar-sur-Aube nel 1824), inviò alla zecca di Parigi, su invito del governo, tutti gli oggetti d'oro e d'argento che componevano il tesoro della sacrestia: conservò soltanto i busti di vermeil contenenti i capi di san Bernardo e di san Malachia. Un anno più tardi, nel 1790, dovette disfarsene; ma tenne il più prezioso, i due capi, e appose il suo sigillo all'interno per garantirne l'autenticità. Quando la tempesta fu passata, li rimise a M. Caffarelli, prefetto dell'Aube, che ne fece dono alla cattedrale di Troyes; si possono vedere ancora, sotto l'altare maggiore, in sedie di legno argentato; l'autentico porta la firma e il sigillo di Mons. de Boulogne. Il 25 dicembre 1862, Mons. Ravinet benedisse una cassa magnifica, di stile romanico, interamente coperta di lamine di rame dorato e vi pose, accanto ad altre reliquie, su cuscini di seta bianca, il capo di san Bernardo, che è esposto alla venerazione dei fedeli.

I resti dei corpi santi furono protetti, nel 1793, dalle popolazioni circostanti contro il furore degli agenti rivoluzionari che volevano gettarli nel cimitero comune. Li trasportarono nel comune di Ville-sous-la-Ferté, a tre chilometri a sud-est di Clairvaux, e vi sono ancora, ma indegnamente confusi in un misero baule della sacrestia. Le ossa di san Bernardo sono facili da distinguere dalle altre; sono, all'interno e all'esterno, di una tinta bruna abbastanza pronunciata: non c'è un abitante di Ville che non sia d'accordo su questo punto. Speriamo che non si tarderà, rinnovando l'autentico, a restituire questi preziosi resti alla venerazione dei fedeli.

Alcune famiglie di Ville-sous-la-Ferté (Aube) possiedono del loro glorioso patrono ossa che furono sottratte durante la traslazione fatta nel 1794.

Un gran numero di parrocchie della diocesi di Troyes tengono a onore di possedere alcune reliquie dell'illustre abate di Clairvaux. Jully-sur-Sarce conserva in un medaglione d'argento alcune particelle delle costole di san Bernardo e un frammento della sua stuoia di giunco. Bamerupt e Celles espongono agli omaggi dei fedeli una porzione del suo capo venerato; la chiesa Saint-Remi, di Troyes, un frammento di osso del cranio; Bourguignons, una porzione di costola e un frammento del sudario; Bar-sur-Aube, la Maison-des-Champs, Dampierre-de-l'Aube, ecc., hanno racchiuso in preziosi reliquiari i resti venerabili di questo grande Santo, la gloria delle nostre contrade. Fuori dalla diocesi, la cattedrale di Châlons-sur-Marne possiede una parte considerevole della stuoia sulla quale è morto l'abate di Clairvaux. La Bibbia di cui si serviva giornalmente san Bernardo è alla biblioteca di Troyes; si nota che i fogli che contengono il Cantico dei Cantici sono particolarmente usurati.

La chiesa di Fontaines, nella diocesi di Digione, possiede una particella del suo capo, e una parte della sua cintura che sembra provenire dal monastero dei Foglianti: questa cintura è posta in un busto in terracotta, molto bello e molto somigliante. Il museo di Digione ha la sua coppa o tazza in legno: *Cynthus sancti Bernardi abbatis Ciarevallis*.

Fin dall'inizio del XIV secolo, si era eretta a Fontaines una confraternita, sotto il titolo di san Bernardo, e trasformata in cappella la stanza dove è nato. Nel 1614, i Foglianti, protetti da Luigi XIII, si stabilirono nel castello, e, nel 1619, costruirono una chiesa in onore del santo patriarca. Anna d'Austria, che si era votata a san Bernardo per ottenere da Dio un figlio, fornì le spese. Luigi XIV pregò il vescovo di Langres di obbligare i suoi diocesani a celebrare la festa di san Bernardo «protettore della sua corona» come una festa comandata, e si fece iscrivere, con suo fratello e la regina madre, in testa alla confraternita eretta di nuovo nella chiesa dei Foglianti da Mons. Sébastien Zamet, vescovo di Langres, e arricchita di indulgenze dal papa Leone X.

Questa confraternita è stata ristabilita, nel 1823, da Mons. de Boisville, vescovo di Digione, e trasferita nella chiesa parrocchiale di Fontaines.

Ciò che la Rivoluzione ha lasciato della chiesa dei Foglianti è stato piamente restaurato da mani sacerdotali e aperto alla devozione dei pellegrini.

Una sottoscrizione, presieduta da Mons. il vescovo, ha fatto erigere, il 7 novembre 1847, a Digione, una magnifica statua in bronzo all'illustre abate di Clairvaux. Un'altra, in pietra, abbellisce la corte d'onore del piccolo seminario di Plombières. A Châtillon, la sua immagine orna la cappella dell'ospedale, e l'altare di Notre-Dame del castello gli è ora dedicato.

Seguiremo, per quanto sarà possibile, l'ordine cronologico nell'enumerazione delle opere del santo dottore.

1° Il Trattato dei dodici gradi dell'umiltà, di cui si parla nella regola di San Benedetto. È la prima opera che il Santo pubblicò. È scritta in modo assai toccante, e contiene eccellenti cose.

2° Le Omelie sul Vangelo *Missus est*, ecc., che sono dell'anno 1120. L'autore le compone per soddisfare la propria devozione verso il mistero dell'Incarnazione e verso la santa Vergine.

3° La sua Apologia. La congregazione di Cluny, che era una riforma dell'Ordine di San Benedetto, era allora molto decaduta da quella regolarità e da quel fervore che l'avevano resa così celebre per duecento anni. Alcuni dei suoi membri, animati da una gelosia segreta, che si traveste facilmente con il nome di zelo, biasimarono altamente le austerità di Cîteaux, e ne fecero persino il soggetto delle loro declamazioni. Guglielmo, abate di Saint-Thierry, vicino a Reims, che era di questa congregazione, ma allo stesso tempo pieno di stima per il nuovo Ordine, pregò san Bernardo di prendere la penna per la sua difesa. Il Santo compose la sua Apologia. Vi giustifica i suoi monaci, e dichiara che se alcuni di loro si intromettessero a dire male degli altri, i loro digiuni, le loro veglie, i loro lavori non servirebbero loro a nulla; sarebbero, dice, i più miserabili degli uomini, a perdere per la distrazione il frutto di tutta la loro penitenza. Sarebbero ben insensati a darsi tante pene per essere dannati, mentre potevano andare all'inferno per una strada più facile e più conforme alla natura. Dopo aver mostrato che gli esercizi spirituali sono infinitamente più utili di quelli corporei, conviene che l'Ordine di Cluny è opera dei Santi, sebbene ai suoi tempi vi si fossero ammesse mitigazioni, per riguardo verso i deboli. Ma affinché non si immaginasse che approvasse gli abusi essenziali che si erano insinuati in alcuni monasteri, li riprende nel modo più forte. Si vede, dice, presso certi monaci, diversi vizi autorizzati, che prendono persino il nome di virtù; la professione si chiama liberalità; il prurito di parlare, cortesia; il riso immobilizzato, gaiezza necessaria; la superbia e l'affettazione negli abiti e nel seguito sono decorati del titolo specioso di saper vivere. Combatte con le armi della derisione l'eccesso e la delicatezza di questi monaci nel bere e nel mangiare, il loro amore per l'ornamento, per la sontuosità dei loro edifici, per la ricchezza dei loro arredamenti. Come, dice, passare tutte queste cose a uomini che fanno professione di non essere più del mondo, che hanno rinunciato per Gesù Cristo ai piaceri e ai beni di questa vita, che hanno calpestato tutto ciò che abbaglia gli occhi dei mondani, che hanno rinnegato tutto ciò che lusinga i sensi o può portare alla vanità? Si lamenta del fatto che alcuni abati, che dovevano essere per i loro monaci modelli di raccoglimento, di umiltà e di penitenza, ispirassero loro al contrario il gusto delle vanità mondane, con la magnificenza dei loro equipaggi, con la continuità della loro dissipazione, con la delicatezza della loro tavola, con il loro commercio con gli stranieri. Scusare, continua, simili disordini, o vederli senza alzare la voce, sarebbe autorizzarli e incoraggiarli. Secondo Dom Rivet, l'allentamento della disciplina monastica nell'Ordine di Cluny iniziò dopo la morte di sant'Ugo, e principalmente sotto l'abate Ponzio; ma Pietro il Venerabile ristabilì per qualche tempo la regolarità primitiva.

4° Il Libro della conversione dei chierici, composto a Parigi nel 1122, e indirizzato ai giovani ecclesiastici dell'università di questa città. È un'esortazione alla penitenza, e un'invettiva contro i chierici pigri, ambiziosi e disordinati nei loro costumi.

5° L'Esortazione ai Cavalieri del Tempio, indirizzata a Ugo di Payns, primo gran maestro e priore di Gerusalemme, fu scritta nel 1129. È un elogio di questo Ordine militare che era stato istituito nel 1118, e un'esortazione ai cavalieri di comportarsi con coraggio nei diversi posti che sarebbero stati loro affidati. Invece, dice, che le altre guerre comincino ordinariamente con l'ira, con l'ambizione o l'avarizia, quelle che voi intraprendete non hanno altro motivo che la giustizia e la causa di Gesù Cristo; e qualunque possa essere il successo delle vostre armi, non c'è nulla che da guadagnare per voi. Descrive così il loro genere di vita. Seguono in tutto il comando del loro priore, e non hanno che ciò che egli dà loro. I loro abbigliamenti non hanno nulla di ricercato né di superfluo. Osservano esattamente la loro regola, e non hanno né moglie né figli. Non pretendono nulla di ciò che è loro, e non desiderano punto più di quanto hanno. Tutti i divertimenti profani sono loro sconosciuti. Non cercano punto di farsi una reputazione, e non attendono la vittoria che dal Signore. Tale fu l'istituto primitivo dei Templari. Ma quando, in seguito, questo Ordine fu divenuto ricco, si corruppe, eccitò la cupidigia della gente del mondo e ne divenne la vittima.

6° Il Trattato dell'Amore di Dio. Vi è detto che il modo di amare Dio è di amarlo senza misura; che lungi dal mettere limiti al nostro amore, dobbiamo lavorare senza sosta ad aumentarlo; e che la ragione di amare Dio è perché egli è Dio, e che egli ci ama; che la ricompensa dell'amore è l'amore stesso che ci rende felici nel tempo e nell'eternità; che ha per principio la carità e la grazia che Dio spande nelle nostre anime. Il santo Dottore conta diversi gradi d'amore. «Possiamo», dice, «amare Dio per la nostra propria felicità, per lui e per noi stessi tutto insieme, e unicamente per lui stesso. La suprema purezza di questo amore non avrà luogo che in cielo. Il puro amore di Dio si chiama carità, e differisce dall'amore di desiderio, che è interessato e si riferisce a noi, ma che è buono tuttavia, sebbene meno perfetto della carità.»

7° Il Libro dei Comandamenti e delle Dispense, scritto nel 1131, contiene risposte a diverse domande su certi punti della regola di San Benedetto, di cui un abate può o non può dispensare.

8° Il Libro della Grazia e del Libero arbitrio, dove il dogma cattolico relativo a questi due oggetti è provato secondo i principi di sant'Agostino.

9° La Lettera o il Trattato indirizzato a Ugo di San Vittore contiene la spiegazione di diverse difficoltà riguardanti l'Incarnazione e diversi altri punti di teologia.

10° Il suo Trattato sulle Opere di Abelardo, e i suoi cinque Libri della Considerazione, indirizzati al papa Eugenio III, sono un capolavoro.

11° Il Libro dei Doveri dei Vescovi, scritto nel 1127, e indirizzato a Enrico, arcivescovo di Sens. Vi è trattato della castità, dell'umiltà, della sollecitudine pastorale e dei diversi obblighi dei vescovi. Il Santo vi condanna gli abati che cercavano di esentarsi dalla giurisdizione episcopale.

12° I Sermoni sul salmo xc, *Qui habitat*, ecc., furono composti verso l'anno 1145.

13° I Sermoni sul Cantico dei cantici, nel numero di ottantasei. San Bernardo non vi spiega tuttavia che i primi due capitoli, e il primo versetto del capitolo terzo di questo libro sacro. Ma, per mezzo delle interpretazioni mistiche e allegoriche alle quali si abbandona, tratta nel modo più interessante un gran numero di punti di morale e di spiritualità. Non si può leggere senza ammirazione ciò che dice dell'umiltà e della compunzione, dell'amore divino e delle vie interiori della contemplazione. Guglielmo, abate di Saint-Thierry, ha fatto un compendio dei cinquantuno primi sermoni. Gilberto, monaco di Holland, dell'abbazia dei Cistercensi in Inghilterra, la quale dipendeva dal vescovo di Lincoln, continua l'opera di san Bernardo sul Cantico dei cantici, e diede quarantotto discorsi nello stesso genere, verso l'anno 1176. Va fino al decimo versetto del quinto capitolo.

14° I Sermoni per tutto l'anno racchiudono eccellenti massime, e sono molto adatti a ispirare la pietà. L'autore vi fa brillare la più grande devozione per il mistero di Gesù sofferente e per la sua santa Madre. Lo stile di questi discorsi mostra che essi erano ordinariamente pronunciati in latino, lingua che i monaci intendevano. Ma essi erano tradotti in francese per i fratelli conversi che non avevano l'intelligenza del latino, come ha provato Mabillon, t. 1, p. 706, n. 8. È probabile che san Bernardo facesse la traduzione lui stesso. Vi era nella biblioteca dei Foglianti, a Parigi, una raccolta di questi sermoni, che furono messi in francese in quel tempo, o almeno poco tempo dopo. Mabillon, *Præf. in Serm. sancti Bernardi*, p. 716, ne ha dato un campione.

Lo stile dei sermoni e degli altri scritti di san Bernardo è pieno di dolcezza e di eleganza, e passa tuttavia per essere molto fiorito; ma questo difetto, se di difetto si tratta, piace al lettore, invece di scioccarlo, tanto vi è di naturale, di bellezza, di fuoco nelle figure e nelle immagini che il santo Dottore impiega. La sua orazione funebre di suo fratello Gerardo, che era stato suo assistente nel governo di Clairvaux, è un capolavoro di eloquenza e di sentimento. Si consola nel fatto che spera che suo fratello goda della felicità del cielo; e il modo tenero con cui esprime i suoi rimpianti sulla perdita di colui che era il suo consiglio e il suo appoggio, mostra che la sensibilità è compatibile con un'eminente santità. Gerardo morì nel 1138. Dieci anni dopo, il Santo fece l'orazione funebre di san Malachia. Ne pronunciò una seconda nel giorno dell'anniversario di questo Santo. Gli autori dell'*Hist. lit. de la Fr.*, t. x, *Præf.*, fanno osservare che queste tre orazioni funebri sono, dal secolo di sant'Agostino, ciò che è apparso di meglio in latino.

15° Le Lettere, nel numero di 440, nell'edizione di Mabillon. Esse sono per la maggior parte indirizzate a Papi, a re, a vescovi, ad abati, ecc. Esse saranno un monumento eterno del sapere, della prudenza e del ruolo infaticabile di san Bernardo.

16° Il Trattato indirizzato a Ugo di San Vittore è una risposta a diverse domande di teologia.

Daremo di seguito la lista delle principali opere falsamente attribuite a san Bernardo:

1° La Scala del Chiostro, che è di Guigo, primo priore della Grande-Chartreuse e autore di diverse lettere spirituali; 2° le Meditazioni che furono composte da una persona di pietà di cui si ignora il nome, ma che sembra essere vissuta più tardi del santo Abate di Clairvaux; 3° il Trattato dell'Edificazione della Casa interiore, scritto da qualche monaco di Cîteaux, che sembra essere stato contemporaneo di san Bernardo; 4° il Trattato delle Virtù, che ha per autore qualche monaco benedettino. È un'istruzione per i novizi; 5° il libro ai Fratelli del Mont-Dieu, e quello della Contemplazione di Dio, sebbene spesso citati sotto il nome di san Bernardo, sono certamente dell'autore del primo libro della vita del Santo. È Guglielmo, abate di Saint-Thierry, vicino a Reims, che poi entrò nell'Ordine di Cîteaux, a Signy, dove morì verso l'anno 1150.

San Bernardo, nei suoi scritti, è tutto insieme insinuante, affettuoso e veemente; il suo stile è animato, sublime e piacevole. La carità gli fa talmente condire i rimproveri, che si vede che lo scopo che si propone nel farli è di correggere, e non di insultare. Anche quando impiega le espressioni più forti, guadagna il cuore e ispira il rispetto con l'amore: il colpevole che avverte non ce l'ha che con se stesso; non si arrabbia né contro il rimprovero, né contro colui che lo fa. Possedeva così perfettamente la Scrittura, che ne faceva passare il linguaggio in quasi tutti i suoi periodi; e, se si può parlare in tal modo, spandeva in tutti i suoi scritti il midollo del testo sacro di cui il suo cuore era colmo. Aveva molto letto gli antichi Padri, soprattutto sant'Ambrogio e sant'Agostino: spesso prende in prestito i loro pensieri; ma sa farseli propri con il giro nuovo che dà loro. Sebbene sia vissuto dopo sant'Anselmo, il primo degli scolastici (e si pongono nella stessa classe i contemporanei), ha trattato le materie di teologia alla maniera degli antichi. Questa ragione, unita all'eccellenza dei suoi scritti, l'ha fatto contare tra i Padri della Chiesa. Tutte le sue opere sono segnate dal segno dell'umiltà, della devozione e della carità; poiché parla sempre il linguaggio del cuore, tocca singolarmente i suoi lettori.

Il dotto Padre Mabillon ha dovuto il fondamento di questa alta reputazione di cui ha goduto nel mondo letterario, all'edizione completa delle Opere di san Bernardo, che pubblicò nel 1667, 2 vol. in-fol. in 9 vol. in-8°. Nel 1690, ne diede una seconda, arricchita di prefazioni e di note molto curiose che non si trovavano nella prima. Ne aveva preparata una terza, quando morì nel 1707. Fu pubblicata nel 1719. La seconda è la più ricercata.

Queste edizioni sono state riprodotte da M. Migne, da M. Périsse e dai signori Gaume.

M. L. Guérin, a Bar-le-Duc (Mosa), ha pubblicato un'eccellente traduzione delle Opere complete di san Bernardo. Questa traduzione è preceduta dalla vita del Santo dal Padre Ratisbonne; un capolavoro che serve da portico ad altri capolavori, 5 vol. in-8°.

Ci siamo serviti, per comporre questa biografia, della vita di san Bernardo scritta in cinque libri da tre abati diversi, di cui il primo è Guglielmo, abate di Saint-Thierry di Reims, dell'Ordine di San Benedetto; il secondo, Bernardo, abate di Bonneval, dell'Ordine di Cîteaux, di una diocesi di Vienna; e il terzo, Goffredo, segretario del Santo, e poi abate di Igny, e quarto abate di Clairvaux; questi ha composto gli ultimi tre libri, e gli altri due i primi due. L'abbiamo completata con Godoscard, gli Annali di Cîteaux, e soprattutto con la *Storia di san Bernardo e del suo secolo*, dal Padre Ratisbonne, ediz. Guérin, Bar-le-Duc (Mosa); la vita dei Santi di Troyes, dall'abate Defer, Note locali fornite da M. A. Fourat, e i Santi di Digione, dall'abate Duplus.

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Nota su Bossuet

Il testo si conclude con una biografia dettagliata di Jacques-Bénigne Bossuet, vescovo di Meaux, sottolineando il suo genio oratorio e la sua difesa della fede.

[APPENDICE: NOTA SULLA VITA E GLI SCRITTI DI BOSSUET.]

Crediamo di dover collocare, dopo la vita di san Bernardo, una delle più grandi glorie della Chiesa di Francia, una nota su Bossuet, uno degli uomini più illustri di cui la nostra patria si onora, e che, per il suo genio e per le sue opere, occupa un rango così distinto dopo i Padri e i Dottori della Chiesa.

Jacq ues-Bénigne Bossuet nac Jacques-Bénigne Bossuet Predicatore e vescovo che ha pronunciato l'elogio funebre dell'Oratorio. que a Digione, il 27 settembre 1627, da una famiglia distinta nella toga; iniziò i suoi studi presso il collegio dei Gesuiti, poi fu inviato a Parigi dai suoi genitori per completarli. Già apparteneva alla Chiesa a più di un titolo. Era stato tonsurato nel 1635 e nominato nel 1640, all'età di tredici anni, canonico della cattedrale di Metz.

Fu nel 1642 che arrivò a Parigi. Fu collocato al collegio di Navarra, il cui gran maestro era Nicolas Cornet, dottore celebre per la sua dottrina e per la sua pietà. Bossuet aveva sedici anni, quando nel 1643 sostenne la sua prima tesi di filosofia; essa ebbe un tale splendore che presto a Parigi non si parlò più del giovane allievo se non come di un prodigio. Si volle vederlo all'hôtel de Rambouillet, e vi fu invitato a comporre seduta stante un sermone. Il giovane oratore si ritirò, e dopo alcune ore di raccoglimento e di riflessione, riapparve in mezzo all'assemblea, che era composta dai più bei spiriti del regno, e stupì quel temibile uditorio con un sermone che fu coperto di applausi e che suscitò l'ammirazione generale.

Ricevette il suddiaconato a Langres, e tornò a Parigi verso la fine del 1648. L'anno seguente, ritornò a Metz e vi ricevette il diaconato. Bossuet tornò di nuovo a Parigi nel 1659. Durante i due anni che durò la sua licenza, fece uno studio approfondito di tutte le parti della teologia. La sua scienza e la sua reputazione crescevano con estrema rapidità; ma lungi dal lasciarsi abbagliare dai suoi successi, sembrava non accorgersene o addirittura non pensarci, amando sempre più la religione, il ritiro e il lavoro, e si dedicava senza sosta agli studi che giudicava indispensabili nella carriera che aveva intrapreso. La Sacra Scrittura e i Padri costituivano il fondamento delle sue meditazioni e dei suoi lavori.

Appena ebbe terminato la sua licenza (nel 1652), fu nominato arcidiacono di Metz, sotto il titolo di arcidiacono di Sarrebourg; il suo solo merito lo elevò due anni dopo al gran arcidiaconato della stessa Chiesa.

Ricevette anche nel 1652 il berretto di dottore e l'ordine del sacerdozio. Volle, per prepararsi al sacerdozio, passare qualche tempo in ritiro a Saint-Lazare. Lì fu conosciuto da san Vincenzo de' Paoli, fondatore di quella casa, e ottenne la sua amicizia. Per tutta la vita si gloriò di chiamarlo suo maestro, e si sentì felice di rendere alla sua memoria il tributo di elogi e di venerazione che gli doveva, quando all'inizio del XVIII secolo ci si occupò a Roma della beatificazione di quel santo sacerdote.

Terminati i suoi studi teologici, Bossuet ritornò a Metz, e lì, nel silenzio del ritiro, riprese i suoi lavori con una nuova attività. La Sacra Scrittura costituiva sempre l'oggetto principale dei suoi studi. Non passava giorno che non arricchisse la sua Bibbia con qualche nota abbreviata sulla dottrina o sulla morale. Continuò anche a leggere molto assiduamente i Padri.

I protestanti di Metz, che desideravano sinceramente illuminarsi, andavano a trovare Bossuet, che li accoglieva con bontà e li aiutava a scuotere il giogo dell'errore. Avevano allora come principale ministro Paul Ferry, uomo molto stimato per la sua dottrina, i suoi talenti e la sua affabilità. Questo ministro pubblicò nel 1654 un catechismo che apparve molto pericoloso per le proposizioni che conteneva. Bossuet, su sollecitazione del vescovo di Augusta, gran vicario del vescovo di Metz, intraprese la confutazione di questo catechismo e la portò a termine con il successo più completo. Ciò che deve apparire più sorprendente è che questa confutazione non fece che aumentare la stima e l'amicizia che Paul Ferry aveva già per il suo temibile avversario, tanto Bossuet aveva saputo, combattendo l'errore, risparmiare la persona! La Confutazione del catechismo di Paul Ferry ebbe un effetto così grande che i protestanti accorsero in folla presso Bossuet, con l'intento di farsi istruire.

Il padre di Bossuet, divenuto vedovo, si era impegnato nello stato ecclesiastico e aveva preso gli ordini sacri fino al diaconato. Bossuet gli rassegnò il gran arcidiaconato di Metz, di cui era titolare, quando fu lui stesso nominato decano di quella Chiesa. Si vide allora il padre e il figlio esercitarsi nella pratica delle stesse virtù e mostrare un'uguale assiduità e uno stesso zelo nell'adempimento dei medesimi doveri.

Bossuet si vide obbligato, verso la fine del 1666, a lasciare Metz per venire a Parigi a rendere alla memoria della regina madre, morta all'inizio di quell'anno, un omaggio di cui la riconoscenza sembrava fargli un dovere. Pronunciò l'orazione funebre di quella principessa il 20 gennaio 1667. Non tardò punto a ritornare a Metz, dove doveva presto avere da piangere una perdita più sensibile. Perse suo padre il 15 agosto seguente.

Bossuet, negli anni seguenti, apparve ancora con più splendore di quanto non si fosse visto fino allora. Fu soprattutto dal 1660 al 1669 che la sua virtù, il suo genio, la sua rara dottrina e i suoi lavori apostolici lo elevarono a quel rango elevato che occupò nella Chiesa.

Riportò alla religione cattolica il marchese di Dangeau e suo fratello, che in seguito prese l'abito ecclesiastico e fece conoscere al pubblico quale cammino avesse seguito Bossuet per distoglierlo dai suoi errori. Una conquista più eclatante fu quella del maresciallo di Turenne, il cui esempio doveva necessariamente influire su un gran numero di altre persone educate nei medesimi principi. È lavorando alla conversione di questo grande uomo che Bossuet compose il libro dell'Esposizione della Dottrina cattolica. Libro giustamente celebre, semplice, pieno di dottrina, forte di prove e di ragione, e che vendica la religione da coloro che la calunniano o che l'insultano senza conoscerla. Tre ministri protestanti tentarono di confutarlo. Bossuet fece ai primi due una risposta che rimase senza replica; quanto al terzo, che era Brueys, Bossuet fece meglio che rispondergli, lo convertì.

Ci si stupiva di non vedere Bossuet elevato all'episcopato, di cui sembrava degno da così tanto tempo, quando infine fu nominato vescovo di Condom il 13 settembre 1669; ma fu consacrato solo più di un anno dopo.

Il re lo nominò, nel 1670, precettore del delfino, in sostituzione del signor Presidente di Périgny, che era appena morto dopo aver ricoperto per due anni questo importante impiego. Il duca di Montanier era governatore del giovane principe. Bossuet esitava ad accettare un posto che non gli sembrava compatibile con i doveri dell'episcopato, soprattutto con l'obbligo della residenza, di cui nulla ai suoi occhi poteva dispensarlo; si dimise dal suo vescovado, e non accettò in risarcimento che un modesto beneficio.

Bossuet compose per il suo allievo il Trattato della conoscenza di Dio e di se stessi, libro importante che può passare per un trattato completo di metafisica. Volle coordinare l'educazione del delfino con tre opere non meno importanti: 1° il Discorso sulla Storia universale; 2° la Politica tratta dalla Sacra Scrittura; e 3° lo Stato del regno di Francia e di tutta l'Europa. Non si è trovato nulla di quest'ultimo scritto tra le carte di Bossuet; è un lavoro prezioso di cui non si può che rimpiangere la perdita. Nella Politica della Sacra Scrittura, Bossuet predica ai re la moderazione, ai popoli l'obbedienza, agli uni e agli altri la sottomissione alla volontà divina. Quanto al Discorso sulla storia universale, è un capolavoro che da solo sarebbe bastato a portare il nome di Bossuet all'immortalità. Non si saprebbe rimpiangere abbastanza che non avesse avuto il tempo di completare quest'opera immortale, cioè di darne la continuazione dai tempi di Carlo Magno fino a quelli di Luigi XIV.

Terminata l'educazione del delfino, Bossuet avrebbe ben desiderato lasciare Versailles, ma era stato nominato elemosiniere della signora delfina nel 1680, e queste nuove funzioni lo trattennero suo malgrado a corte. Il re lo nominò nel 1681 vescovo di Meaux.

Luigi XIV aveva creduto di dover convocare in quel momento un'assemblea generale del clero di Francia, per appoggiarsi alla sua autorità contro il papa Innocenzo XI che minacciava di reprimere l'estensione abusiva della regalia. I vescovi, schiavi del re, sembravano pronti a formulare in modo scismatico le pretese libertà della Chiesa gallicana. Bossuet predicò il sermone di apertura, è il suo famoso sermone sull'Unità della Chiesa. Vi mostrò il suo attaccamento alla Santa Sede apostolica e il suo desiderio di ispirare il medesimo sentimento a tutti i membri del suo uditorio. Rappresentò la Chiesa romana con tutti i caratteri che un'istituzione divina le ha impresso, e finì per esortare i vescovi dell'assemblea a rimanervi invariabilmente uniti. Si rimprovera tuttavia a Bossuet di aver redatto i quattro articoli della dichiarazione del clero di Francia: lo si scusa dicendo che un altro avrebbe fatto una redazione più erronea, più violenta, più ostile alla Santa Sede. Si biasimò anche l'opera latina che fece per difendere quella dichiarazione, sebbene fosse nell'intenzione dell'illustre autore di completarla e di correggerla prima di pubblicarla. I nostri lettori troveranno la soluzione di queste questioni storiche negli avvisi degli editori che precedono le Opere di Bossuet (ed. Bar-le-Duc); vi vedranno anche ciò che Bossuet fece per combattere il quietismo.

Quando l'assemblea del 1682 si fu sciolta, Bossuet si diede tutto intero al governo e al seno del suo diocesi. Eseguì, per prepararsi, il disegno da così tanto tempo formato di un ritiro alla Trappa. Lì, nei colloqui del suo antico amico l'abate di Rancé, e con l'esempio dei numerosi religiosi che vi vivevano nella più austera penitenza, rianimò la sua pietà, e le diede, per così dire, una nuova tempra. Bossuet amava quella santa solitudine; vi fece, in diverse epoche, otto viaggi durante il suo episcopato; diceva che la Trappa era il luogo dove si compiaceva di più dopo la sua diocesi.

Il primo oggetto della sua sollecitudine, quando fu installato a Meaux, fu il suo seminario episcopale. Vi ristabilì la disciplina, l'ordine, il gusto dello studio, e per effetto della sua sorveglianza assidua, non meno che per saggi regolamenti, tutto spirava in quella casa fervore, pietà, amore per le più austere virtù, di cui egli stesso dava l'esempio.

Istituì missioni per la conversione dei protestanti e per l'istruzione dei popoli; rianimò e perfezionò l'uso delle conferenze ecclesiastiche. Assisteva regolarmente a quelle che si tenevano a Meaux, e spesso a quelle degli altri principali cantoni della sua diocesi. Visitava fino alle più piccole parrocchie, fino agli oratori dei più piccoli borghi, e ovunque rivolgeva ai popoli parole di pregio e di consolazione. Il suo aspetto ispirava rispetto e fiducia; lasciò nell'anima dei suoi diocesani una lunga impressione di attaccamento e di venerazione. Molto tempo dopo la sua morte, i vecchi amavano parlare ai loro figli del loro buon e degno vescovo, e del piacere che avevano avuto a vederlo e ad ascoltarlo.

Non solo Bossuet visitava spesso l'ospedale generale di Meaux, ma vi versava ogni anno abbondanti elemosine. Aumentò le sue liberalità per quella casa e per i poveri, in un anno di carestia, con tanta profusione che il suo intendente spaventato credette di doverlo esortare a moderarle. La risposta di Bossuet fu: «Per diminuirle, non ne farò nulla; e per fare del denaro, in questa occasione, vendo tutto ciò che ho».

Bossuet era estremamente sobrio, nemico di ogni profusione, di ogni lusso nei suoi pasti e di ogni ricercatezza nei cibi che gli venivano serviti. Religioso osservatore delle leggi della Chiesa, era un modello di austerità e di astinenza nei giorni che la Chiesa ha consacrato alla penitenza e alla mortificazione dei sensi. Ebbe all'età di settantadue anni un erisipela che lo obbligò a modificare la severità abituale del suo regime, e fu la prima volta che si permise di allentare un po' l'austerità della Quaresima. Non appena si sentì ristabilito, riprese il suo modo di vivere accentuato. Nel suo interno, in famiglia, con i suoi amici, era il più semplice degli uomini. I suoi domestici trovavano in lui un padre piuttosto che un padrone, e lo servivano per affetto tanto quanto per dovere. Faceva loro amare il lavoro e la virtù; perdevano nella sua casa le loro cattive abitudini, e ne prendevano di buone; poiché non disdegnava di vegliare sulla loro condotta e di istruirli. Ogni giorno li riuniva per la preghiera, e ogni sera li benediceva con la sua mano.

Sempre occupato dei trionfi della Chiesa, Bossuet non cessò di consacrarvi tutte le sue veglie fino all'ultimo momento della sua vita. Era nel 1688 che componeva la sua Storia delle variazioni delle Chiese protestanti, una delle opere più sorprendenti dell'uomo che suscita più stupore e ammirazione. Nulla di più vero né di più forte è mai stato detto per riportare i protestanti. Di tutte le opere di Bossuet, nessuna mostra più scienza, franchezza, forma. Vi si vede una certezza di coscienza, un'autorità semplice e imponente, che stupiscono e soggiogano; nessun libro comporta meno replica. Vi si replicò tuttavia: Jacques Bénigne de Beauvais, ministro a Rotterdam, si mostrò uno dei più premurosi a lottare contro Bossuet. Questo attacco produsse la Difesa della Storia delle variazioni; opera nella quale Bossuet respinge vittoriosamente le obiezioni e le allegazioni del dottore protestante, con un tono di decenza e di moderazione di cui i suoi avversari erano ben lontani dal fornirgli il modello. Dopo Bénigne, venne il ministro Jurien, fanatico visionario, sconfessato dai più ragionevoli della sua setta. Bossuet gli rispose con sei Avvertimenti ai protestanti. Il quinto è soprattutto notevole per il fondo della questione che vi è agitata; è quella della sovranità del popolo, esaminata negli stessi termini in cui lo è stata in seguito, così come la teoria del contratto sociale. Bossuet appoggia tutti i suoi ragionamenti con fatti; prova con l'autorità della storia che quando i popoli sono stati ben illuminati sui loro veri interessi, hanno avuto orrore dell'anarchia, che sarebbe il vero stato di ciò che si chiama un popolo sovrano.

Jurien si fidava di profetizzare: annunciava la rovina prossima del cattolicesimo; fissava l'epoca della distruzione della Santa Sede, e faceva stampare che il Papa era veramente l'Anticristo predetto nell'Apocalisse. Bossuet, indignato per questa profanazione di un testo sacro, pubblicò, nel 1689, la sua *Spiegazione dell'Apocalisse*. Il suo disegno, in quest'opera, non è di approfondire i differenti sensi di questa celebre profezia, ma di mostrare che essa è stata compiuta in una delle sue parti importanti, con la caduta dell'impero romano. Le sue congetture si rinchiudono nei giusti limiti che l'intenzione della Chiesa è sempre stata di rispettare, e che un genio così saggio era incapace di varcare.

Il grande scandalo che avevano causato in tutta la Chiesa gli errori di Molinos, recentemente condannati dalla Santa Sede, non era ancora cancellato, quando le opere di Mme Guyon furono sottoposte all'esame di Bossuet.

Abituato al linguaggio semplice e severo delle Scritture e alla precisione di una sana teologia, non poté mancare di trovare pericolosa una dottrina che contava per nulla la condotta e persino i sentimenti positivi. Diversi vescovi, con ordinanze e istruzioni pastorali, censurarono e proibirono nelle loro diocesi gli scritti di Mme Guyon, e Bossuet, nel suo *Trattato sugli stati di orazione*, intraprese una confutazione completa e diretta della dottrina dei nuovi mistici. Desiderava che questo libro avesse l'approvazione dell'arcivescovo di Cambrai. Fénelon la rifiutò dopo alcuni indugi.

La lotta una volta ingaggiata tra tali uomini, forti della loro purezza e della loro coscienza, doveva essere viva, e da nessuna parte forse la loro anima si è mostrata più potente. Mentre Bossuet componeva il suo libro contro i mistici, Fénelon si crede obbligato a sostenerli, e pubblicò le sue *Massime dei Santi*, che furono deferite, e che lui stesso sottopose al giudizio della Santa Sede.

Appena il Papa ebbe nominato degli esaminatori per pronunciarsi su questo affare, si levò tra l'arcivescovo di Cambrai e il vescovo di Meaux una guerra di penna, che durò senza sosta per diciotto mesi. Non appena Bossuet pubblicava uno scritto, Fénelon rispondeva con un altro.

La *Relazione del quietismo*, che Bossuet pubblicò in quell'intervallo, fece la più grande sensazione nel pubblico e ebbe un successo prodigioso. Sfortunatamente Fénelon vi era poco risparmiato; questa è l'epoca più affliggente della controversia del quietismo. Fu anche quella in cui Fénelon spiegò il più grande carattere. Roma, dopo lunghe deliberazioni, si pronunciò sul libro delle *Massime dei Santi*; il papa Innocenzo XII lo condannò con un breve del 12 marzo 1699. Si sa con quale umiltà e quale rassegnazione Fénelon si sottomise a questa condanna.

L'assemblea del clero del 1700 si fece rendere conto di tutto l'affare del quietismo. Bossuet fu incaricato di farne il rapporto, e questa scelta fu ben giustificata dalla moderazione e dall'imparzialità che vi mostrò. Dichiarò con la più nobile franchezza, davanti a tutti i vescovi riuniti, che la veemenza con cui aveva combattuto gli errori del suo collega non aveva mai alterato i suoi sentimenti per la sua persona.

Quando si trattò, verso il 1690, della riunione dei protestanti di Germania alla Chiesa cattolica, Bossuet sembrò incaricato dalla Provvidenza di trattare questa importante negoziazione. Già delle proposte erano state fatte dal vescovo di Neustadt e da Molanus, abate di Lokkum, saggio e abile dottore. La corte di Brunswick, che si occupava di questo progetto, impegnò Leibnitz a entrare in relazione con Bossuet. Questa negoziazione, seguita con una buona fede ben rara in questo genere di affari, lasciava sperare i più felici risultati, e fallì solo per circostanze indipendenti dal fondo stesso delle discussioni, e tra le quali si deve contare la nuova situazione politica in cui si trova collocato, nel 1701, l'elettore di Hannover, al quale Leibnitz era tutto devoto.

Bossuet presentiva il pericolo che minacciava tutte le istituzioni politiche e religiose; previde tutti i mali che si abbatterono sulla Francia alla fine del XVIII secolo; se ne spiegò diverse volte abbastanza apertamente, e il suo zelo per la religione riceveva un nuovo ardore dal pensiero stesso dei pochi giorni che gli restavano da combattere per essa.

Nel mezzo di tutte le cure e di tutti i movimenti ai quali lo abbandonavano il suo zelo e la sua sollecitudine pastorale, Bossuet risentiva già gli attacchi della malattia che doveva mettere un termine alla sua gloriosa carriera. Fin dal 1696, aveva provato dolori che potevano indicare che era minacciato dal calcolo; ma era allora lontano dal prevedere un così grave incidente.

Non aveva atteso la vecchiaia e le infermità per disporsi seriamente alla sua fine. Al sinodo che tenne nel 1702, parlò nei termini più toccanti della sua morte, che le sue infermità gli facevano guardare come molto prossima. Presto, in effetti, la sua malattia, prendendo un carattere più grave, non fu più un segreto; i suoi dolori divennero più vivi, e vi si aggiunse, verso la fine del 1703, una febbre che non lo lasciò più fino al 12 aprile 1704, che fu il suo ultimo giorno. La sua morte fu molto edificante. Ricevette l'Estrema Unzione e il santo Viatico dalle mani del vicario di Saint-Roch, rispondendo a tutto con fermezza, senza ostentazione, docile come la più umile pecora del gregge della Chiesa. Pieno di rassegnazione alla volontà di Dio e di speranza nella sua misericordia, si spense senza agonia, all'età di settantasei anni, sei mesi e sedici giorni.

Si iniziò a riunire le opere di Bossuet in un'edizione data nel 1743, 17 vol. in-4°; 13 volumi di un'altra furono pubblicati verso il 1780; ma lo spirito di setta avendovi snaturato e interpolato alcune opere del grande vescovo, essa fu pubblicamente biasimata e respinta dall'assemblea del clero di Francia. Burigny diede, nel 1761, una vita di Bossuet, opera debole e incompleta. Il cardinale di Bausset, il fedele ed elegante storico di Fénelon, ne pubblicò un'altra nel 1814, 4 vol. in-8°. Questa vita è stata unita all'edizione che il libraio Lobel, di Versailles, ha dato nel 1819, in 45 vol. in-8°. Da allora, un'edizione è stata pubblicata a Parigi in 63 vol. in-12, altre due a Besançon in 52 vol. in-8° e 48 vol. in-12, altre due in 12 vol. grande in-8° due colonne (una, Parigi, Lefebvre; l'altra, Chalandre, Gaume, Leroux e Jouby, e Lefort). Un'edizione in 51 vol. in-8° è apparsa, alcuni anni fa, presso Vivès, a Parigi. M. Poujoulat ha pubblicato uno studio molto notevole su Bossuet, Parigi, 1855, 1 vol. in-8°. Una nuova edizione delle Opere complete di Bossuet, in 12 vol. grande in-8°, è in vendita presso la stamperia dei Celestini, a Bar-le-Duc. Seguiremo, nell'analisi che seguirà, l'ordine dato in quest'ultima edizione.

1° Liber Psalmorum. — La dissertazione o prefazione che Bossuet ha messo a capo del suo Commentario sui Salmi può essere guardata come una delle sue più belle opere. — 2° Veteris et Novi Testamenti Cantica. — 3° Supplenda in Psalmos. — 4° Spiegazione della profezia di Isaia sul parto della santa Vergine. — 5° Spiegazione letterale del salmo 22 sulla passione e l'abbandono di Nostro Signore. — 6° Libri Salomonis, Proverbia, Ecclesiastes, Canticum Canticorum, Sapientia, Ecclesiasticus. — 7° L'Apocalisse con una spiegazione, seguita da un Compendio dell'Apocalisse, e da un Avvertimento ai Protestanti, sul preteso compimento delle profezie. — 8° De excidio Babylonis, apud S. Joannem, demonstrationes tres adversus S. Verensfeistum. — 9° Meditazioni sul Vangelo.

## CONTROVERSIA. — PROTESTANTESIMO.

1° Esposizione della dottrina cattolica sulle materie di controversia. — 2° Frammenti su diverse materie di controversia: Del culto dovuto a Dio; — del culto delle immagini; — della soddisfazione di Gesù Cristo; — dell'Eucaristia; — della tradizione. — 3° Storia delle Variazioni delle Chiese protestanti, con Prefazione. — 4° Sei Avvertimenti ai Protestanti sulle lettere del ministro Jurien contro la Storia delle Variazioni. — 5° Difesa della Storia delle Variazioni, seguita da un Chiarimento sul rimprovero di idolatria e sull'errore dei pagani, dove la calunnia dei ministri è confutata da loro stessi. — 6° Confutazione del catechismo di Paul Ferry, ministro della religione pretesa riformata. — 7° Conferenza con M. Claude, ministro di Charenton, sulla materia della Chiesa. — 8° Tredici Riflessioni su uno scritto di M. Claude. — 9° Due Istruzioni pastorali sulle promesse della Chiesa. — 10° Trattato della comunione sotto le due specie. — 11° La Tradizione difesa sulla materia della comunione sotto una specie. — 12° Lettera pastorale ai nuovi cattolici della diocesi, per esortarli a fare la loro Pasqua. — 13° Spiegazione di alcune difficoltà sulle preghiere della messa, a un nuovo cattolico. — 14° Lettera sull'adorazione della croce, a fratello N., novizio dell'abbazia di N. (la Trappa), convertito dalla religione protestante alla religione cattolica. — 15° Pezzi riguardanti un Progetto di riunione dei Protestanti di Francia e di Germania alla Chiesa cattolica. — Prima parte: Regula circa christianorum omnium ecclesiasticam reunionem; — Cogitationes privatae de methodo reunionis Ecclesiae protestantum cum Ecclesia Romana catholica; — Progetto di riunione di Molanus, tradotto da Bossuet; — De scripto cui titulus: Cogitationes privatae, ejusdem episcopi Meldensis sententia; — Riflessioni dell'abate Molanus; — De professoribus confessionis Augustana ad repetendum unitatem catholicam disponendis; — Explicatio ulterior methodi reunionis ecclesiastica; — Summa controversiae de Eucharistia, inter quosdam religiosos et Molanum; — Judicium Meldensis episcopi de summa controversiae de Eucharistia; — Executoria dominorum legatorum super compactatis data Bohemis; — Annotationes Leibnitzii in pacta cum Bohemis. — Seconda parte: Quarantaquattro lettere di Bossuet, Leibnitz e Madame de Brinon, riguardanti il progetto di riunione. — 16° Memoria di ciò che è da correggere nella nuova biblioteca degli autori ecclesiastici di M. Dupin. — 17° Osservazioni sulla Storia dei Concili di Efeso e di Calcedonia, di M. Dupin.

## CONTROVERSIA: CRITICISMO. — GIANSENISMO. — QUIETISMO.

1° Lettere, Ordinanza e Istruzioni sulla versione del nuovo Testamento di Trévoux, — 2° Difesa della tradizione e dei santi Padri, contro Richard Simon. — 3° Avvertimento sul libro delle Riflessioni morali. — 4° Lettere sul quietismo. — 5° Dell'autorità dei giudizi ecclesiastici, dove sono notati gli autori degli scismi e delle eresie. — 6° Ordinanza e istruzione pastorale sugli stati di orazione. — 7° Istruzione sugli stati di orazione, dove sono esposti gli errori dei falsi mistici dei nostri giorni. — 8° Atti della condanna dei quietisti: Bolla di Innocenzo XI e Decreto dell'Inquisizione di Roma. — 9° Tradizione dei nuovi mistici. — 10° Risposta alle difficoltà di Madame de la Maisonfort. — 11° Risposta a una lettera di Mons. l'arcivescovo di Cambrai. — 12° Dichiarazione dei sentimenti di Mons. di Noailles, Bossuet e Godet des Marais sul libro che ha per titolo: Spiegazione delle Massime dei Santi, ecc. — 13° Sommario della dottrina del libro: Spiegazione delle Massime dei Santi, ecc., delle conseguenze che ne seguono, delle difese e delle spiegazioni che vi sono state date. — 14° Memorie a M. di Cambrai sulla Spiegazione delle Massime. — 15° Prefazione sull'Istruzione pastorale data a Cambrai, il 15 settembre 1697. — 16° Risposta di Bossuet a quattro lettere dell'arcivescovo di Cambrai. — 17° De nova quaestione tractatus tres: — Mystici in toto; — Scholis in tuto; — Quietismus redivivus. — 18° Relazione sul quietismo. — 19° Osservazioni sulla risposta di Mons. l'arcivescovo di Cambrai alle osservazioni di Mons. di Meaux. — 20° Risposta di un teologo alla prima lettera di Mons. l'arcivescovo di Cambrai a Mons. il vescovo di Chartres. — 21° Risposta ai pregiudizi decisivi di Mons. l'arcivescovo di Cambrai. — 22° I Passaggi chiariti, o Risposta al libro intitolato: Le Principali proposizioni del libro delle Massime dei Santi, giustificate da espressioni più forti dei santi autori. — 23° Relazione degli atti del clero recanti condanna delle Massime dei Santi. — 24° Mandato di Mons. il vescovo di Meaux per la pubblicazione della Costituzione del papa Innocenzo XII contro il libro delle Massime. — 25° Lettere relative all'affare del quietismo. — 26° Ultimo chiarimento sulla risposta di Mons. l'arcivescovo di Cambrai alle osservazioni di Mons. di Meaux. — 27° De Quietismo in Galliis refutato.

## SERMONI, PANEGIRICI, ORAZIONI FUNEBRI.

1° Sermoni. — Alcune ore prima di salire in cattedra, Bossuet meditava sul suo testo, gettava sulla carta alcune parole, alcuni passaggi dei Padri, per guidare il suo cammino; poi si abbandonava all'ispirazione del momento e all'impressione che produceva sui suoi uditori. Ciò che si è raccolto dei suoi sermoni non può dunque passare per l'espressione fedele di ciò che ha pronunciato; tuttavia il suo genio vi si ritrova. Il suo sermone sulla Vocazione dei Gentili fu quello che fece più sensazione, e quello sull'Unità della Chiesa è, al giudizio del cardinale Maury, la più magnifica opera di questo genere che sia mai stata composta in alcuna lingua. — 2° Sermoni per voti e professioni. — Il più notevole è il sermone per la professione di Madame de la Vallière. — 3° Panegirici dei Santi. — 4° Orazioni funebri. — Quelle di Enrichetta Maria di Francia, regina d'Inghilterra, di Madame, duchessa d'Orléans, e di Luigi di Borbone, principe di Condé, sono dei capolavori. Bossuet si eleva, in questi discorsi, a una perfezione di eloquenza che non aveva avuto modello nell'antichità, e che nulla ha eguagliato da allora.

## OPERE DI PIETÀ E DI MORALE.

1° ELEVAZIONI a Dio sui misteri della religione cristiana. — 2° Pensieri morali e cristiani su differenti soggetti. — 3° Pensieri staccati. — 4° Esortazioni alle Orsoline di Meaux. — Ordinanze; — Conferenza e Istruzione. — 5° Opuscoli di pietà. — 6° Poesie sacre e Discorsi di ricevimento all'Accademia francese.

## EDUCAZIONE DEL DELFINO.

1° De Institutione Ludovici Delphini ad Innocentium XI. — Breve di Innocenzo XI a Bossuet. — 2° Introduzione alla filosofia, o Della conoscenza di Dio e di se stessi. — 3° La logica. — Il libero arbitrio. — 4° Politica tratta dalle proprie parole della Sacra Scrittura. — 5° Discorso sulla storia universale. — 6° Trattato delle cause. — 7° Istruzione a Mons. il Delfino per la sua prima comunione. — 8° De Existentia Dei, serenissimo Delphino. — 9° De Incontinentia, serenissimo Delphino. — 10° Estratti della morale di Aristotele. — 11° Sentenze per Mons. il Delfino. — 12° Grammatica latina e Massime di Cesare. — 13° Favola latina composta per Mons. il Delfino. — 14° Compendio della Storia di Francia.

## OPERE PASTORALI.

1° Catechismo della diocesi di Meaux. — 2° Preghiere ecclesiastiche per le domeniche e giorni di festa. — 3° Meditazioni per il tempo del Giubileo. — 4° Statuti e Ordinanze sinodali. — 5° Ordinanza per reprimere gli abusi che si erano introdotti in occasione della festa del monastero di Cerfroid. — 6° Pezzi riguardanti lo stato dell'abbazia di Jouarre. — 7° Regolamento del seminario delle figlie della Propagazione della fede, stabilite nella città di Metz. — 8° Mandatum illustrissimi ac reverendissimi Episcopi Meldensis, ad Censuram ac declarationem conventus cleri Gallicani anni 1700 promulgandam in synodo dioecesana die 1 sept. an. 1701.

9° Estratto del verbale dell'Assemblea del clero, tenuta a Saint-Germain en Laye. — 10° Estratto dei verbali dell'Assemblea generale del clero di Francia del 1700. — 11° Decretum de morali disciplina. — 12° De doctrina concili Tridentini circa dilectionem in sacramentis poenitentiae requisitam. — 13° Memorie sull'impressione delle opere dei vescovi.

## CORRISPONDENZA.

1° Lettere diverse. — 2° Lettere di pietà e di direzione.

## OPUSCOLI TEOLOGICI.

1° Piano di una teologia. — 2° Trattato della concupiscenza, o esposizione di queste parole di san Giovanni: «Non amate il mondo né ciò che è nel mondo». — 3° Trattato dell'usura. — 4° Dissertationculae IV adversus probabilitatem.

## GALLICANESIMO.

1° Cleri Gallicani de ecclesiastica potestate declaratio. — 2° Gallia orthodoxa, sive vindiciae scholæ Parisiensis totiusque cleri Gallicani adversus nonnullos. — De causis et fundamentis hujus operis praevia et theologica dissertatio. — 3° Appendix ad Galliam orthodoxam, seu Defensio declarationis cleri Gallicani de ecclesiastica potestate anni 1682. — 4° Epistola cleri Gallicani Parisiis congregati, anno 1682, ad SS. DD. N. Innocentium papam XI. — 5° Innocentii XI ad clerum Gallicanum responsa. — 6° Epistola cleri Gallicani, anno 1682, in comitiis generalibus congregati, ad omnes praelatos per Gallias consistentes et universum clerum. — 7° Epistola conventus cleri Gallicani anni 1682, ad universos praelatos Ecclesiae Gallicanae. — 8° Censura et Declaratio conventus generalis cleri Gallicani, congregati anno 1700 in materia fidei et morum. — 9° Censura propositionum. — 10° Declaratio de dilectione Dei in poenitentiae sacramento requisita, et de probabilitum opinionum usu. — 11° Epistola conventus cleri Gallicani anni 1700, ad cardinales, archiepiscopos, episcopos et universum clerum per Gallias consistentem. — 12° Memoria di Bossuet al Re contro il libro di Boccaberti, intitolato: De Romani Pontificis auctoritate.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita al castello di Fontaines
  2. Istruzione presso i sacerdoti di Châtillon-sur-Seine
  3. Ingresso nell'abbazia di Cîteaux nel 1113 con trenta compagni
  4. Fondazione dell'abbazia di Chiaravalle nel 1115
  5. Benedizione abbaziale da parte di Guglielmo di Champeaux nel 1115
  6. Ruolo fondamentale nella fine dello scisma di Anacleto II
  7. Predicazione della seconda crociata
  8. Redazione dei cinque libri della Considerazione per papa Eugenio III

Miracoli

  1. Guarigione istantanea da un mal di testa dopo aver scacciato una maga
  2. Visione di Gesù Bambino nella notte di Natale
  3. Moltiplicazione del grano a Chiaravalle durante una carestia
  4. Scomunica delle mosche nella chiesa di Foigny
  5. Guarigione di numerosi ossessi e ciechi a Milano
  6. Protezione della carta dalla pioggia durante la dettatura di una lettera

Citazioni

  • Bernarde, Bernarde, quid venisti ? Tradizione monastica citata nel testo
  • Se desiderate vivere in questa casa, dovete lasciare fuori i corpi che portate dal mondo; poiché solo le anime sono ammesse in questi luoghi. Parole ai novizi

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo