22 agosto 2° secolo

San Sinforiano di Autun

Martire

Festa
22 agosto
Morte
22 août, vers l'an 180 (martyre)
Categorie
martire , adolescente
Epoca
2° secolo

Giovane nobile di Autun nel II secolo, Sinforiano viene battezzato dai missionari di Smirne. Sotto il regno di Marco Aurelio, rifiuta di sacrificare alla dea Cibele e subisce il martirio per decapitazione. È celebre per l'esortazione di sua madre, Augusta, che lo incoraggiò dall'alto delle mura a scambiare una vita peritura con l'eternità.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 10

SAN SINFORIANO, MARTIRE AD AUTUN

Vita 01 / 10

Origini ed educazione familiare

Sinforiano nasce ad Autun in una nobile famiglia senatoriale cristiana, figlio di Fausto e Augusta, che lo educano nella pietà e nella virtù.

Tra i primi fedeli di Autun c he de Autun Diocesi borgognona legata alla sepoltura del santo. sideravano con ardore l'arrivo di alcuni ministri della religione, ve n'era uno, notevole tra tutti per le sue virtù e per l'alto rango che occupava in città. Questo felice cristiano si chiamava Fausto. Capo di una nobili Fauste Nobile senatore di Autun che accolse i santi. ssima famiglia senatoriale, insignito della dignità di pretore, godeva in città di quella alta considerazione che accompagna il merito, il rango, l'esercizio dell'autorità pubblica, le grandi magistrature, la nobiltà e l'opulenza. Ma Dio, che aveva i suoi disegni nel sceglierlo in una posizione elevata per chiamarlo alla conoscenza del Vangelo, lo riservava a una ben diversa illustrazione. Distinto davanti agli uomini, era ancora più distinto davanti a Dio per la sua virtù e per quella fede antica che creava i martiri: così Dio stesso doveva incaricarsi di ricompensarlo un giorno, fin da quaggiù, circondando il suo nome e la sua famiglia di una gloria nuova fino ad allora sconosciuta ad Autun, e che gli uomini non possono né dare né togliere.

Fausto aveva una sposa degna di lui, come lui cristiana, pia e forte nella fede, desiderosa con un ardore pari al suo di coloro che chiamava angeli di Dio, e come lui troppo felice di accoglierli. Il suo nome era Augusta. Aveva dato al suo sposo un figlio, Augusta Madre di san Sinforiano, celebre per aver incoraggiato il figlio durante la sua esecuzione. unico pegno del loro pio amore, unico oggetto sulla terra dei loro affetti come delle loro speranze: si chiamava Sinforiano. La nobile matrona edua univa alla gravità dei costumi, alla dignità della condotta, una modestia disinvolta e graziosa; a un'amabile dolcezza, la forza del carattere; a tutto il fervore dei primi fedeli, le attenzioni delicate dell'amore coniugale e le tenere sollecitudini dell'amore materno. Era cristiana, era sposa, era madre, prima di tutto. Sapendo che la felicità, non più della virtù, non si trova nei chiassosi piaceri, nelle feste e nelle società mondane; tutta dedita ai suoi puri affetti e ai suoi doveri; rinchiusa in quell'interno di famiglia fastidioso solo per le anime egoiste, leggere e senza affetto come senza coscienza, ma così pieno di fascino, così dolce per le anime serie e amorevoli, che sanno rinchiudersi nel cerchio delle loro tranquille occupazioni di ogni giorno invece di lanciarsi all'inseguimento di frivole gioie, si accontentava, si trovava abbastanza felice di abbellire e santificare il focolare domestico, quel santuario privato dove abita anche Dio. Metteva tutta la sua gioia nell'essere la gioia del suo sposo, e nel sorridere, angelo lei stessa, ai primi sorrisi dell'angelo che era suo figlio.

Fausto e Augusta non conoscevano ancora tutto il valore del tesoro che possedevano in Sinforiano e la sublime destinazione che Dio riservava a questo amabile fanciullo. Ma, da genitori veramente e solidamente cristiani, come si sapeva esserlo allora, non ignoravano che fosse un dono del cielo; e lo educavano per il cielo prima di educarlo per la terra. Ben diversi da quei genitori volgari che si accontentano di amare i propri figli, senza preoccuparsi del modo in cui bisogna amarli, o che forse li amano solo per se stessi, trasformando così in egoismo mascherato tutto, fino all'amore più sacro, l'amore paterno; Fausto e la sua nobile compagna, non solo amavano il loro figlio con tutto l'affetto che la natura mette nei cuori di padre e di madre, ma sapevano anche amarlo con tutta la tenerezza disinteressata, tutta la forza della dedizione che dimentica se stessa. Lo amavano per lui stesso, lo amavano per Dio, fonte di ogni paternità nei cieli e sulla terra, glielo offrivano ogni giorno come un bene di cui essi stessi non erano che i depositari. Su Sinforiano riposavano tutte le loro speranze; e tuttavia non avevano ambizione più grande che trasmettere fedelmente a questo unico e caro figlio il celeste eredità della fede, il più prezioso dei loro beni. Persuasi che le prime impressioni siano indelebili, si applicarono alla sua educazione religiosa fin dai suoi più teneri anni, e lo prepararono di buon'ora al santo battesimo.

Non appena dunque la sua giovane anima parve schiudersi ai primi barlumi della ragione, si affrettarono a introdurvi simultaneamente i primi barlumi della verità discesa dal cielo, di quella ammirevole dottrina evangelica che ha tinte addolcite e graziose, aspetti infantili e simpatici per i piccoli fanciulli, come riserva immensi orizzonti e flutti di viva luce per i più grandi geni. Non volendo che nulla precedesse nel suo cuore la conoscenza e l'amore di Gesù, gli insegnarono fin dal primo risveglio della sua ragione, fin dal suo primo sorriso, a balbettare quel nome dolce e santo, insieme a quello di Maria: dicendogli senza dubbio che aveva nel cielo così come sulla terra un padre e una madre. Così Sinforiano imparava l'amore di Dio insieme all'amore dei suoi genitori; e questi due santi amori crescevano, si fortificavano insieme. Man mano che vedevano la sua anima svilupparsi a poco a poco sotto la dolce influenza di questi insegnamenti di famiglia ispirati dall'amore e dalla fede, come un tenero giglio sotto il calore ogni giorno crescente di un sole di primavera, e ricevere un nuovo raggio di intelligenza, Fausto e Augusta, senza sosta vigilanti e attenti, si affrettavano a insinuarvi anche un nuovo raggio della verità di cui il Verbo divino incarnato fu agli occhi degli uomini il focolare luminoso. E allo stesso tempo, gli angeli, che circondavano questo giovane fratello con rispettoso affetto e si compiacevano di coprirlo con le loro ali, versavano ogni giorno nel suo cuore nuove gocce di quella rugiada e di quel profumo del cielo che si chiama grazia: preparandolo così da parte di Dio al grande avvenire che lo attendeva e ricompensando in lui la fede dei suoi pii genitori.

Così il fanciullo benedetto, all'esempio del divino fanciullo che non si cessava di presentargli come un amico, come un modello, cresceva in sapienza ed età, davanti a Dio, che vedeva la sua bella anima prepararsi così bene attraverso il buon uso dei favori presenti a favori più segnalati ancora, e davanti agli uomini, che già credevano di vedere spuntare, come i primi fuochi di una brillante aurora, le prime tracce della grandezza d'animo, della forza, dell'elevazione del carattere, di tutte le qualità dello spirito e del cuore, unite ai dolci e puri attratti dell'innocenza, alle grazie, alle amabilità ingenue di cui è abbellita, senza saperlo, l'infanzia più privilegiata, nel momento del dischiudersi del suo cuore e della sua ragione. Fausto e la sua pia sposa, rapiti di trovare prematuramente nel loro figlio, con tutti i fascini dell'età, con tutti i doni della natura e della grazia, questa corrispondenza perfetta alle loro cure e ai loro desideri, questa docilità pia e spontanea, questa sottomissione improntata di rispetto e d'amore che fa la felicità dei genitori così come la benedizione dei figli in questo mondo e nell'altro, non cessavano di ringraziare il cielo del dono che ne avevano ricevuto.

Custodito dall'innocenza, allo stesso tempo che il suo corpo e il suo cuore, lo spirito del giovane Sinforiano, come quello di Gesù, cresceva e si fortificava ogni giorno. Precoce per tutte le virtù della sua età, l'amabile e pio fanciullo non lo era di meno per le conoscenze umane. Tanto illuminati quanto teneri, i suoi degni genitori tenevano a che studiasse di buon'ora gli elementi delle lettere profane insieme agli elementi della scienza religiosa. Entrambi comprendevano che per fare del loro figlio un uomo completo, dovevano farne un cristiano illuminato tanto quanto solido; entrambi volevano che fosse degno della loro alta posizione nella città e della loro fede davanti a Dio. Le lezioni umane che si rivolgono allo spirito e gli insegnamenti divini che formano il cuore procedevano dunque parallelamente: i primi sotto la direzione più particolare di Fausto, i secondi sotto l'ispirazione più speciale di Augusta. I progressi del fanciullo nell'uno e nell'altro studio erano notevoli: rispondevano alla doppia intenzione dei suoi nobili e venerabili genitori. Ma la fede soprattutto cresceva e si rafforzava nella sua anima, simile a una giovane quercia piena di linfa e di vigore che, trovando una terra ricca tanto quanto ben preparata, vi si sviluppa e sale verso il cielo con una rapidità meravigliosa, spingendo radici abbastanza profonde e abbastanza forti per resistere un giorno a tutte le tempeste. La pietà era cresciuta e si era fortificata con la fede. Era in lui un sentimento profondo senza sosta presente, divenuto quasi naturale e inerente all'anima, allo stesso tempo dolce come l'amore di un Dio buono, come l'amore di una tenera madre che l'aveva ispirato, e forte come le convinzioni più ostinate, o come quelle prime abitudini dell'infanzia, che, non avendo fatto che svilupparsi sempre di più, sembrano identificate con l'esistenza stessa. E queste non sono vane congetture, asserzioni gratuite: *Religionis Christi mox mysteriis imbutus*. Non bisogna, infatti, che la fede e la pietà cristiane siano state a lungo e accuratamente nutrite nell'anima di Sinforiano, per aver potuto elevarsi all'altezza dove le vedremo presto? Perché le grandi virtù non si improvvisano più dei grandi vizi: si annunciano, si preparano da lontano.

Conversione 02 / 10

Arrivo dei missionari e battesimo

I santi Benigno, Andocio e Tirso arrivano ad Autun e completano l'istruzione di Sinforiano, che riceve il battesimo e la sua prima comunione.

Mentre, tutti occupati a curare l'educazione cristiana del loro amato figlio, più ancora con i loro esempi che con le loro lezioni, Fausto e Augusta lo preparavano al battesimo e, senza saperlo, al martirio, arrivarono ad Autun i santi missionari di Smirne, Benigno , Andoc Bénigne Missionario proveniente da Smirne, apostolo della Borgogna. io e Tirso. Fausto li accolse con premura e fu felice di riceverli nella sua casa. L'arrivo dei missionari fu una festa per quella casa santa: Fausto convocò per celebrarla tutti i membri della sua famiglia, tutti i suoi amici che, già cristiani nel desiderio, non aspettavano altro che il battesimo. I nostri santi missionari li ebbero presto preparati alla fede, con quella carità, con quella dolcezza amabile, con tutte quelle industrie dello zelo apostolico che sanno così bene trovare la via dei cuori. Li conquistò dapprima con la simpatia che attrae, poi li dominò con la virtù santa legata alla predicazione della parola evangelica e anche con quell'ascendente soprannaturale della santità che comanda il rispetto e la fiducia, l'ammirazione e l'amore, che colpisce e soggioga. Dopo aver così aperto i cuori ed essersi resi padroni delle anime, vi introdussero senza fatica, con il soccorso della grazia, la verità e la fede. E già attorno ai buoni pastori si riuniva un gregge che diventava di giorno in giorno più numeroso.

In questo ovile, c'era una pecora più interessante, più cara e più degna di esserlo di tutte le altre, era il giovane figlio di Fausto e di Augusta. Con quali cure premurose e affettuose i ministri di Gesù Cristo lavoravano a completare la sua istruzione cristiana! Con quale felicità anche deponevano la parola santa in quell'anima innocente e privilegiata, dove non una particella del dono celeste, secondo l'espressione della Scrittura, andava perduta; dove tutte le loro lezioni trovavano un'intelligenza precoce per coglierle, un giudizio sicuro e retto per apprezzarle, un cuore pio per gustarle, e tutte le loro esortazioni, un'eco! È così che la Provvidenza preparava, all'insaputa degli uomini e all'insaputa di lui stesso, il figlio di Fausto alla gloria di consacrare per sempre a Gesù Cristo questa terra edua, con l'effusione del primo sangue cristiano. Nell'attesa, l'amabile fanciullo, istruito a camminare nella via retta, cominciava a cercare Dio e cresceva sotto le benedizioni del cielo. Lo Spirito Santo mostrava già che era con lui: la sua fede si fortificava per rendere un giorno gloria al Signore, e si poteva dire di lui ciò che è detto di san Nazario, uno dei primi apostoli delle Gallie: *Nondum sacramentorum conscius et in sacrificium jam præelectus*, non aveva ancora ricevuto il sacramento che fa i cristiani, e già era scelto in anticipo come una vittima pura destinata all'immolazione del martirio.

Presto la volontà di Sinforiano parve abbastanza forte, il suo spirito abbastanza nutrito di verità, il suo cuore abbastanza pieno di fede, di speranza, di desiderio e d'amore, perché fosse permesso di fissare a una data molto ravvicinata la solennità del battesimo e la partecipazione ai sacri misteri. Presso il giovane catecumeno, la pietà, precedendo l'età, era al tempo stesso così illuminata e così viva, così solida e così affettuosa, che san Benigno credette che fosse tempo di esaudire i suoi voti. Si ricordava anche della richiesta di Fausto e si stimava troppo felice di poter, compiendola, ripagare l'ospitalità del nobile cittadino di Autun. Tuttavia un piccolo oratorio segreto era stato preparato verosimilmente nella casa stessa di Fausto. Vi si vedeva un altare, uno dei primi se non addirittura il primo forse dove scese, ad Autun, dalle altezze dei cieli, la vittima senza macchia immolata già dal tramonto all'aurora. I santi missionari lo dedicarono al principe degli Apostoli, ponendo così la Chiesa edua nascente su questa pietra fondamentale scelta e designata dal divino architetto stesso. Questo luogo fecondo di ricordi, che richiama Sinforiano, la sua famiglia, la sua culla, il suo battesimo e gli apostoli di Autun, i nostri avi hanno avuto cura di consacrarlo con la costruzione di una chiesa in onore di san Pietro e di un'abbazia sotto il titolo di sant'Andocio.

Dopo il battesimo che dona la vita e rende cristiani, il ministro di Dio invocò su Sinforiano tutti i doni dello Spirito creatore che aumentano questa vita celeste, che illuminano, che fortificano e rendono cristiano perfetto. Gli impresse sulla fronte il sigillo indelebile che conferma tutti gli impegni e trasforma colui che non è ancora che semplice discepolo di Gesù Cristo in soldato armato per la lotta e preparato per la vittoria. Questa giovane fronte, così nobile e così pura, conserverà sempre intatto il segno glorioso del suo arruolamento nella milizia cristiana. Non avrà mai da arrossire; non saprà nemmeno né piegarsi sotto le minacce di un tiranno, né impallidire di fronte alla morte. Ecco dunque il figlio di Fausto unto come un atleta per combattere le battaglie del Signore, o piuttosto segnato come una vittima scelta destinata al sacrificio.

Dopo aver ricevuto il grande sacramento che apre le porte della Chiesa e del cielo, il velo del santuario fu sollevato: l'altare apparve ai suoi occhi risplendente di luce; e per la prima volta poté assistere alla celebrazione degli augusti misteri, complemento dell'iniziazione cristiana. Sinforiano avanzò presto con un rispetto mescolato ad amore e presentò le sue mani pure. La carne della vittima santa, sacrificata e tuttavia vivente, vi fu deposta dal diacono; e l'angelo della terra, dopo aver adorato con gli angeli del cielo che l'accompagnarono alla mensa eucaristica, prese il pane celeste, fonte di vita, germe d'immortalità, pregustazione delle delizie eterne, ineffabile mezzo di unione e quasi di deificazione, inventato dall'amore infinito aiutato dalla onnipotenza, e che fin da ora, se il velo venisse a cadere, sarebbe l'unione beatifica. Poté anche intingere le sue labbra santamente avide nel calice della salvezza, e attingervi una goccia caduta da quel torrente di indicibili voluttà, eterno inebriamento dei beati. Poiché il cielo è una prima comunione che dura sempre sotto le ombre della fede.

Che non ci è dato di sapere cosa accadesse nell'anima del futuro martire, in quell'ora fortunata durante la quale il tempo sembrava essere diventato immobile come l'eternità; cosa dicesse in quel colloquio intimo con il celeste amico che, per la prima volta, riposava sul suo cuore? Allora senza dubbio si accese quel coraggio di eroe che doveva sfidare un giorno l'orrore dei supplizi, come la lusinghiera seduzione delle promesse; quell'amore abbastanza forte da ordinare alla morte di spezzare i legami della vita piuttosto che fallire. Dopo aver effuso tutti i sentimenti della sua riconoscenza verso Dio in una dolce e fervente azione di grazie, si affrettò ad andare a ringraziare coloro che erano appena stati per lui gli strumenti della bontà divina e i suoi padri nella fede. Poi corse a gettarsi, tutto fremente delle sante gioie del battesimo e della comunione, tra le braccia dei suoi genitori. Anche loro uscivano dal banchetto eucaristico: erano felici della loro stessa felicità e della felicità del loro figlio. Con quale pia stretta si strinsero reciprocamente questi cuori dove era appena sceso il Dio che è tutta carità! Con quale tenerezza rispettosa si accostarono le une contro le altre queste labbra ancora tinte del sangue dell'Agnello divino! È fortunato, è bello, è radioso tra gli altri giorni, quello in cui, per la prima volta, il sacramento dell'Eucaristia consuma nel giovane cristiano la più completa possessione di Cristo: giorno del cielo piuttosto che della terra, in cui il fanciullo, tornando dal tempio, riporta il suo Dio nel proprio corpo divenuto un tabernacolo, e trasforma in un vero santuario questo focolare consacrato, dove la famiglia intera ama e adora il divino Salvatore che ritorna con lui dal misterioso convito.

Vita 03 / 10

Formazione intellettuale e morale

Sinforiano segue studi classici presso le scuole Meniane di Autunno, approfondendo al contempo la sua fede sotto la guida dei genitori.

L'amabile e santo fanciullo era appena entrato nella prima adolescenza. Crescendo in seno alla sua famiglia come in un santuario protettivo, sotto la duplice egida della religione e dell'amore paterno, aveva conservato nel suo cuore sempre puro il ricordo sempre caro, sempre vivo, del suo battesimo e della sua prima comunione. Cristiano fervente e solido, figlio amorevole, spirito distinto e serio, elevato dai suoi sentimenti come dai suoi gusti al di sopra dei cuori e degli spiriti volgari, non conosceva che le gioie della pietà unite a quelle del focolare domestico e dello studio delle lettere, quel bisogno, quel nobile piacere delle intelligenze d'élite. Quale gioia per Fausto e per Augusta continuare, attraverso una solida istruzione religiosa e letteraria, l'educazione di quest'anima giovane dove il vero, il bene, il grande, il bello ricevevano un'accoglienza così premurosa, così simpatica, e dove nulla andava perduto! Tuttavia possiamo credere che non vollero occuparsi da soli di un'opera così importante. Genitori tanto illuminati quanto buoni, non abdicarono affatto, come si vede troppo spesso oggi, per affidarle a mani straniere e talvolta indegnamente mercenarie, le funzioni sacre di primi educatori del loro figlio; ma, non appena videro che le sue facoltà erano abbastanza sviluppate e abbastanza potenti, si associarono per fargli intraprendere, sotto la loro direzione e sorveglianza, le lezioni dei maestri più saggi e più distinti. Non ebbero bisogno di andare a cercarli molto lontano: Autunno era allora uno dei più brillanti focolari di luce, uno dei più grandi centri di studi di tutta la Gallia. Le scuole Meniane, che avrebbero più tardi gett ato un vivo e ul écoles Méniennes Celebri scuole pubbliche di Autun frequentate dal santo. timo bagliore sotto il celebre retore Eumene, esistevano già da molto tempo e attiravano un numero prodigioso di allievi. La politica romana, che usava tutti i mezzi per arrivare ai suoi fini, non aveva mancato di stabilire in diverse grandi città galliche, come Marsiglia, Arles, Narbona, Tolosa, Bordeaux, Autunno, delle scuole destinate a diffondere nelle Gallie la conoscenza e il gusto della letteratura e della legislazione romane. Da queste scuole uscivano la maggior parte degli uomini che si fecero notare in questi primi secoli di decadenza.

Sappiamo che Sinforiano faceva progressi notevoli nello studio dei poeti, degli oratori e degli storici greci e romani; poiché i suoi Atti non mancano di far notare che il santo giovane era istruito nelle lettere profane che avevano formato il suo spirito, così come nelle sante lettere che avevano formato il suo cuore, illuminato i suoi passi e diretto la sua condotta. Suo padre, convinto che la religione sia come l'aroma che impedisce alla scienza umana di chiudersi e di corrompersi, si applicò soprattutto allora a fargli studiare in una maniera più seria, più approfondita, il cristianesimo e i libri santi. Questa fede e questa pietà che Sinforiano aveva succhiato col latte, e che erano durante gli anni dell'infanzia piuttosto ancora un sentimento intimo che una credenza ragionata, Fausto si applicava ora ad affermarle attraverso un insegnamento più forte, a consolidarle attraverso la riflessione che apporta una luce più intensa e una convinzione più profonda. La sua venerabile sposa si faceva un dovere e una felicità di aiutarlo in questo lavoro quotidiano dell'educazione religiosa, che considerava soprattutto dal punto di vista del cuore. Tale è, infatti, l'opera speciale delle madri: Dio ha dato loro la potenza del cuore come ha dato agli uomini la potenza dello spirito. Allo stesso modo in cui il sole versa il calore versando la sua luce, illumina e feconda la natura; così la vera educazione, l'educazione completa, la sola capace di illuminare anche e di fecondare l'uomo, è quella che insegna l'amore con la verità. È necessario che l'educazione religiosa che il santo martire ricevette dai suoi genitori sia stata ben seguita, ben curata e ben forte per aver elevato, con l'aiuto della grazia, la sua giovane anima all'altezza dove è giunta. È a questa educazione che la storia attribuisce la conservazione della sua innocenza, e la sua virtù dapprima, e in seguito il coraggio di sfidare la morte. Già la persecuzione cominciava a infierire. Bisognava dunque che san Fausto e santa Augusta elevassero lo spirito del loro figlio, non solo al di sopra dei vizi e delle superstizioni del paganesimo, ma ancora al di sopra del timore della morte. Quando sentiamo sua madre esortarlo al momento del supplizio, non pensiamo che sia la prima volta che abbia fatto sentire a questo illustre figlio simili lezioni.

Com'era santa, dolce e feconda, questa educazione di famiglia! Sinforiano, fin dalla sua prima infanzia, aveva sempre visto nel sorriso di sua madre il più potente incoraggiamento e la più cara ricompensa. Amava questa degna e tenera madre di un amore pieno di un pio rispetto e accompagnato dal desiderio persistente di esserle gradito, di imitarla, di obbedirle con un affettuoso zelo e di camminare così sulle tracce del Bambino-Dio, suo modello. Le sue azioni avevano ciò che manca a tanti uomini fatti, a tanti filosofi persino, un principio incontestabile, un movente elevato, immutabile, divino; ed era sua madre che, con i suoi esempi uniti alle sue lezioni, gli insegnava questa scienza allo stesso tempo così semplice e così sublime. Si dice della madre di san Nazario che essa era sua madre più ancora per lo spirito che per la natura: tale era anche Augusta per Sinforiano.

Tutti i giorni dunque, per nutrire la fede e la virtù di suo figlio, gli faceva leggere sotto i suoi occhi le divine Scritture, non mancando di insistere sui passaggi che convengono più particolarmente alla giovinezza, come aveva avuto cura precedentemente di attirare la sua attenzione su quelli che riguardano e interessano più specialmente l'infanzia. «Felice l'uomo», gli diceva spesso con il Profeta questa buona e pia madre, «che avrà portato il giogo del Signore fin dai suoi primi anni!» — «Dio», aggiungeva, «vuole le primizie di tutte le cose: dona-gli di buon cuore, mio caro figlio, le primizie della tua vita».

Un'altra volta, Augusta riassumeva così a Sinforiano i vari insegnamenti: «Figlio mio, sii felice di lasciarti dirigere. Colui che ama essere istruito mentre è giovane, acquisirà una saggezza che lo accompagnerà fino all'età dei capelli bianchi. Come trovare nella vecchiaia ciò che non si sarebbe accumulato durante gli anni dell'adolescenza? Colui che si compiace di ricevere lezioni è veramente saggio. Colui, al contrario, che le respinge e non vuole essere guidato, perché si crede sempre nella buona strada e ha in se stesso una fiducia presuntuosa, è un insensato. Il fanciullo abbandonato alla sua volontà propria fa la confusione di sua madre, invece di essere il fascino della sua vita, le delizie della sua anima. Il giovane altezzoso e indocile è un oggetto di abominio agli occhi di Dio. L'anima del giusto ama l'obbedienza, perché non dimentica queste parole del divino Modello: Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo. Ma sappi anche, mio caro figlio, che chiunque vuole servire Dio deve essere forte e preparato per la prova. Del resto, la morte non vale forse meglio di una vita avvelenata dall'amarezza del rimorso? Veglia molto sul tuo cuore, perché da esso procede la vita. Ama Dio in cielo, e i tuoi genitori sulla terra. Un figlio saggio ascolta sempre suo padre. Segui dunque le sue lezioni e i suoi esempi, e non disprezzare gli avvertimenti di tua madre. Ricordati che le sei costato molti gemiti e pene». Mentre Augusta parlava, suo figlio, avido e felice di ascoltarla, le prestava un orecchio piamente attento e teneva il suo cuore aperto. Vedeva in lei la più amabile personificazione della virtù e teneva con un amore mescolato a un dolce rispetto i suoi occhi fissi su questa figura di madre, improntata di maestà e di tenerezza.

Realizzando nella sua persona questo magnifico ideale della madre di famiglia e della donna forte che ci offre la Scrittura santa, Augusta non dimenticava di ricordare a Sinforiano questo semplice ma eroico insegnamento del Vangelo che ha prodotto tanti martiri: «Non temete coloro che uccidono solo il corpo, temete piuttosto colui che può perdere il corpo e l'anima. Chiunque mi confesserà davanti agli uomini, io lo confesserò anche davanti al Padre mio. Colui che conserva la sua vita la perderà, e colui che la perde per amore di me la salverà». L'influenza che queste parole esercitarono sulla grande anima del giovane dovette essere immensa, se si giudica dai magnifici risultati che ha prodotto.

Vegliare su suo figlio, pregare per lui, dargli l'istruzione religiosa e le lezioni della virtù era per lei una gioia tanto quanto l'adempimento di un dovere. Questi sublimi insegnamenti di ogni giorno, passando dai libri santi nel cuore e sulle labbra di questa buona e pia madre, arrivavano al più intimo dell'anima di Sinforiano, con la duplice consacrazione dell'ispirazione divina e dell'amore materno. Anche quali dolci e profonde impressioni vi lasciarono! Durante queste istruzioni quotidiane che incantavano e santificavano un'ora della giornata, Augusta vedeva nel suo bambino il bambino stesso di Dio, affidato alla sua sollecitudine; e Sinforiano ascoltava con una venerazione mescolata a tenerezza filiale colei che era ai suoi occhi l'immagine dell'angelo commesso alla guardia della sua vita. Ammirabile interno di famiglia che chiama tutte le benedizioni divine!

L'angelico fanciullo, ricevendo così le lezioni della migliore delle madri, non ci ritrae forse questo delizioso quadro, dipinto dallo Spirito Santo stesso con tanta freschezza in una delle pagine del libro dei Proverbi: «Piccolo e tenero fanciullo, figlio unico di mia madre, mi tenevo davanti a lei, ed essa mi istruiva. Mi diceva: Ricevi le mie parole nel tuo cuore, e non dimenticarle. Ti mostrerò la via della saggezza, ti condurrò per i sentieri della giustizia, e così diventerai grande?»

Che si ami vedere queste famiglie benedette dove la religione e l'amore materno rivelano l'arte di educare i figli secondo il cuore di Dio e il desiderio della natura! L'angelo del Signore sembra veramente coprirli con le sue ali sacre. Là, si crede di respirare la felicità, la pace dell'innocenza e tutti i profumi del cielo. Là, una nobile e candida pudicizia, tanto più amabile quanto non ha coscienza di se stessa, dà un prezzo nuovo e un fascino ineffabile a tutto ciò che si fa, a tutto ciò che si dice. Là, si trovano di queste giovani anime, pure e trasparenti come cristallo, dove Dio stesso fa brillare a volte chiarori di uno splendore sorprendente; si sorprende su labbra graziose e infantili sublimi ingenuità che sembrano ispirate dall'alto; si incontrano amici, fratelli, angeli, fanciulli veramente belli, belli come un riflesso dell'apanaggio primitivo della nostra natura, belli come la speranza. Tale era la casa di Fausto, tale era suo figlio. Così passò, tranquilla e innocente, sotto la guardia della pietà cristiana, sotto la salutare influenza delle lezioni e degli esempi domestici, sotto l'felice direzione di un padre e di una madre veramente degni di portare questi nomi sacri, la prima adolescenza di Sinforiano. La religione e la famiglia, tenendo all'ombra delle loro ali la sua giovane anima come un fiore delicato, impedivano di sbocciare troppo presto, e prolungando la santa ignoranza del cuore, sembravano aggiungere in lui all'innocenza stessa un'innocenza nuova e ancora più bella.

Tuttavia il termine dei suoi primi studi era arrivato, e bisognava mettere alla sua istruzione il complemento necessario attraverso un insegnamento più serio e più elevato. Fu dunque obbligato ad assistere a questi brillanti esercizi della parola chiamati declamazioni, a frequentare queste famose scuole pubbliche dove fiorivano allora gli alti studi delle lettere greche e latine, dell'eloquenza e delle leggi, dove accorreva in folla la gioventù gallo-romana; dove da lontano venivano a insegnare abili professori che preferivano lo splendore di Augustodunum agli applausi di Roma e di Atene. Là, tutto si riuniva per attaccare la fede e la virtù di Sinforiano: e il contatto inevitabile con numerosi condiscepoli abbandonati a se stessi, senza regola e senza freno, nell'età critica del risveglio delle passioni, tutti pagani, tutti viziati da un culto corruttore; e l'allenamento dei discorsi; e l'allenamento ancora più irresistibile degli esempi; e i poeti sensuali, voluttuosi, lascivi, dove il paganesimo e i vizi erano presentati sotto le più seducenti immagini; e tutte queste feste inebrianti e licenziose, così frequenti in una città dove affluivano allo stesso tempo le ricchezze e i piaceri. Come, in quest'epoca della vita dove non c'è ancora che abbagliamento e debolezza, resistere a tanti assalti diversi? Ma il nostro generoso adolescente sapeva, quando era necessario, reclamare per la sua virtù una nobile indipendenza, circondarsi di una singolarità gloriosa, fuggire le occasioni del pericolo e chiudere a proposito le sue orecchie, i suoi occhi, il suo cuore. La pietà e la fede, sempre vive nella sua anima, vi intrattenevano questo gusto sublime della virtù, questo amore del sommo bene che trova le cose della terra insufficienti e le voluttà insipide; questo coraggio che eleva, questa forza che resiste, questa energia evangelica che non indietreggia davanti alla violenza contro se stessi, così necessaria e tuttavia così rara in un'età troppo incline a un allenamento cieco e facile, e ordinariamente nemica di una reazione saggia e vigorosa. Attorno a lui erano sempre schierati, come una guardia che non sa né sonnecchiare né tradire, l'umile diffidenza di se stessi sostenuta dalla preghiera, la circospezione trattenuta e calma, la vigilanza attenta e la pudica modestia. Così poté calpestare con un piede fermo la via del giusto, perché camminava, secondo il consiglio dell'Apostolo, con una continua precauzione; attraversare intatto tutti i pericoli della vita e tutti gli scandali; evitare le false vergogne e sfidare i vili terrori del rispetto umano; sottrarsi a tutte le offese; schivare tutte le trappole; sfuggire infine al naufragio.

dove le folli e menzognere illusioni, le seduzioni velate o svergognate, le adulatorie e perfide esche del mondo trascinano tanti poveri giovani, spesso più ciechi ancora che criminali, più infelici che cattivi.

Mentre i giovani Celti, che le celebri scuole di Autunno attiravano allora in così gran numero in questa città, si gettavano a tutte le voluttà, si precipitavano con tutto l'ardore sconsiderato dell'età, tutto l'accecamento delle passioni scatenate, nel vano rumore, nel turbine assordante, nel fango ricoperto di fiori di una società e di una civiltà tanto corrotte quanto brillanti; lui, calmo e riservato senza affettazione, serio senza tristezza, si compiaceva di frequentare le persone sagge, formate come lui dalle lezioni del Vangelo. Amava soprattutto venire a ripararsi sotto il tetto paterno, a ritemprarsi, rilassandosi, nello spirito di famiglia, nelle lezioni e nelle tenerezze di sua madre, a rinfrescare il suo cuore alle gioie del focolare domestico, le più soavi e le più vere che siano sulla terra; poiché le gioie della coscienza e della pietà vengono dal cielo. Non conosceva quasi altri luoghi che il piccolo oratorio dei cristiani, il palazzo di suo padre e quello delle scuole. Di modo che si poteva dire di lui come del pio patriarca della cattività: Non deviò mai dalla vera strada; e mentre tutti correvano ai vitelli d'oro, agli idoli delle ricchezze e della sensualità, solo lui sapeva tenersi in disparte per adorare e servire il Signore suo Dio, per rinnovargli l'offerta delle primizie della sua vita. «I peccatori», poteva dire con il Salmista, «mi hanno atteso per perdermi; ma io avevo compreso, Signore, e gustato la vostra parola. Mi hanno raccontato le loro favole; ma cosa sono esse in confronto alla vostra legge?» Mai un passo sconsiderato gli sfuggiva; mai la minima delle sue azioni o delle sue parole sentiva l'irriflessione. Anche, sebbene ancora molto giovane, mai fece nulla di puerile; e tutta la sua condotta era diretta da una saggezza così straordinariamente precoce, che la storia non manca di segnalarla come uno dei tratti più caratteristici di questa ammirabile figura. «Anticipando gli anni», ci dicono i suoi Atti, «Sinforiano univa la maturità di un vecchio all'amabile candore di un fanciullo». Ancora nell'età dei fiori, già dava i più bei frutti della virtù. Simile a colui di cui la Scrittura ci traccia un così grazioso ritratto con le seguenti parole: «Ancora molto giovane, cercavo apertamente la saggezza, ne facevo l'oggetto delle mie preghiere; e la saggezza fiorì in me come un grappolo precoce, e il mio cuore ne fu colmo di gioia». Si ammirava nella sua persona un armonioso miscuglio di saggezza e di semplicità, di riserva infantile e di grandezza d'animo, di innocenza e di gravità, di dolcezza e di forza. Tutte le belle qualità, tutti i talenti di Sinforiano erano esaltati dall'umile modestia, questa felice ignoranza di se stessi che aggiunge a tutti i fascini il fascino più toccante e abbellisce sempre i doni più preziosi.

Tra le perle spirituali che ornavano la sua corona, ve n'è una soprattutto che per il suo dolce splendore catturava gli sguardi, rapiva i cuori, e che amiamo staccare un istante per presentarla alla gioventù cristiana, la timorosa e delicata pudicizia. Un grande e santo pontefice, san Lorenzo Giustiniani, che da allora ne ha fatto l'elogio, non sembra aver avuto sotto gli occhi la bella figura di san Sinforiano, quando tracciava con amore le seguenti righe, schizzo immortale di una virtù che si crederebbe essere un fiore del cielo caduto sulla terra: «La pudicizia o il timore vigilante che ispira ogni azione disonesta è la gloria della giovane età. Che cosa c'è, infatti, di più amabile di un adolescente pudico e modesto? Oh! che la pudicizia è una perla brillante! Dove trovare un pegno più evidente, più sicuro di una buona natura, un segno più certo di felici speranze? Questa virtù, sorella della continenza, mette in fuga tutto ciò che può contaminare l'anima. Non c'è indice più manifesto della purezza verginale, non testimonianza più fedele dell'innocenza interiore. Essa è il fiaccolo della castità che illumina senza sosta il santuario dell'anima, e non permettendo che qualsiasi cosa di contaminato vi stabilisca il suo soggiorno. La santa pudicizia è di un prezzo inestimabile; è la gloria della coscienza, la salvaguardia della reputazione, l'onore della vita, la base della virtù, le primizie degli altri doni spirituali, il trionfo della natura umana, il principio di tutto ciò che è onesto».

Contesto 04 / 10

L'influenza dei martiri di Saulieu

Dopo il martirio di Andochio e Tirso a Saulieu, Sinforiano si raccoglie sulla loro tomba e sviluppa un ardente desiderio di testimoniare la sua fede con il sangue.

Tuttavia la Chiesa fondata da Benigno, Andochio e Tirso era cresciuta in pace, adorna di tutte le virtù che abbellivano le prime età della fede. Ma ecco che improvvisamente ai giorni di calma pia succede la lotta fino al sangue. Alla notizia che la sua terra di Saulieu er a stata Saulieu Luogo del martirio e centro principale del culto dei santi. appena santificata dal sangue degli Apostoli, suoi amici, suoi ospiti, suoi benefattori, Fausto vi corse la notte seguente per dare sepoltura a morti così venerati e amati. Suo figlio Sinforiano volle accompagnarlo; e da quel momento il santo giovane non cessò di andare a pregare in quel luogo sacro, caro al suo cuore e alla sua fede. «Passava», dicono gli Atti dei nostri santi, «i giorni e le notti sulla loro tomba, e a stento si riusciva a portarlo via». Chi potrebbe dire i pensieri, le emozioni profonde della sua anima, nel momento in cui rendeva un così toccante dovere a quegli eroi morti per Dio? Senza dubbio meditava le loro sublimi parole, invocava le loro anime per sempre beate, ma soprattutto contemplava in cielo e invidiava le loro palme immortali; sognava per se stesso simili trofei; non vedeva l'ora di afferrare anch'egli la corona del martirio, e baciando con il rispetto della pietà filiale le spoglie di Andochio, il santo sacerdote che lo aveva presentato al battesimo, non gli diceva forse: «O voi che mi avete fatto cristiano e arruolato nella santa milizia, ottenetemi il favore di camminare sulle vostre tracce! Possa io essere come voi apostolo e martire!». Non attenderà a lungo l'effetto della sua preghiera. Presto lo si vedrà seguire al combattimento e al trionfo i suoi beati padri, Andochio e Benigno, che lo attendono in seno a Dio per offrirgli il premio della vittoria, oggetto dei suoi voti.

Sinforiano, nel seno della sua felice famiglia, continuava a preparare in se stesso un modello per i giovani di tutti i secoli attraverso la coltivazione di quei fiori celesti chiamati obbedienza rispettosa, amore filiale, umiltà, dolcezza, carità, pudore, modestia, che sono la gloria dell'adolescenza; attraverso la fede che ingrandisce e soprannaturalizza l'anima; attraverso la lotta spirituale e il coraggio evangelico che lo mettono alla prova esercitandolo, e che lo rafforzano nella santa ostinazione di una coscienza solidamente attaccata al dovere; attraverso l'ardore generoso della giovinezza, unito a quella fissità delle risoluzioni, a quella virilità incrollabile del carattere, a quelle convinzioni ben salde dell'età matura e a quei pensieri calmi, a quella condotta misurata della vecchiaia, che danno le abitudini del cristianesimo pratico: *senum anticipans vitam*. Così faceva sempre più l'ammirazione e le delizie, non solo di suo padre e di sua madre, ma anche di tutta la cristianità eduense, in quei giorni della fede primitiva eppure così fecondi di santi. Lungi dal smentirsi un solo istante, non ha fatto che perfezionarsi maggiormente, e gli Atti del suo martirio, che lo seguono fino al suo ultimo momento, hanno potuto dire allora ancora che i fedeli lo guardavano come un essere quasi soprannaturale, «vivente nella familiarità dei puri spiriti», di cui offriva quaggiù, per anticipazione, la ravvivante immagine.

Si è visto che Sinforiano, destinato alle lotte sanguinose della fede, ricevette da Dio, con una precoce saggezza e l'amabile innocenza, la costanza intrepida dell'anima meglio ancorata nelle profondità della fede. Ora, il momento si avvicina in cui vedremo quanto gli fosse necessaria e a che grado possedesse quella virtù che fa gli eroi del Vangelo. Nel frattempo, preludeva ogni giorno al grande trionfo del martirio con le sue pacifiche ma gloriose vittorie sulle passioni cattive, su se stesso, sulle seduzioni di un mondo corrotto e corruttore. Mentre i giovani della sua età correvano alle feste licenziose, lui non cessò fino alla fine di sottrarsi con una fuga coraggiosa e con tutte le precauzioni della modestia ai pericoli che minacciano la purezza, quel giglio di una bianchezza celeste, il più bello, ma anche il più delicato ornamento dell'età più bella. Eccolo dunque agguerrito per prove più dure, attraverso questi combattimenti giornalieri della vita cristiana, contro ogni attacco che minacciava in lui l'amore di Dio che il suo cuore stringeva con energia. Ma già c'è di più: non lo abbiamo visto esercitarsi persino a sfidare la morte andando con Fausto a Saulieu a raccogliere i preziosi resti di Andochio, di Tirso e di Felice sul teatro del loro martirio, e rendere, con un coraggio pari alla sua affettuosa venerazione, gli onori della sepoltura ai suoi padri spirituali? Grazie a questa elevazione soprannaturale di sguardo e di pensiero che danno la fede e la speranza, l'orizzonte della sua anima era più grande della terra: non vedeva che il cielo e non temeva nulla da parte degli uomini. Nato da una stirpe eroica, l'eroico adolescente aveva dunque manifestato in diversi modi quella forza invincibile che portava nel suo cuore, quella alta indipendenza che è il carattere e, per così dire, il genio della nostra santa religione, scuola e patria della sola vera libertà, la libertà dell'anima, quella dei figli di Dio. A diciotto o vent'anni, mostrava tutta la fermezza di una fronte cristiana che la croce ha indurito, non solo contro le false vergogne e i vili terrori, ma anche contro le minacce e i timori della morte.

Martirio 05 / 10

Il rifiuto del culto di Cibele

Durante una festa pagana in onore di Cibele, Sinforiano rifiuta di adorare l'idolo, provocando l'ira della folla e il suo arresto.

L'ora della suprema gloria del martirio era giunta. Il santo giovane vi era da tempo preparato dal suo coraggio e dalla sua virtù. Egli ha vinto il mondo, il nemico della sua innocenza; vincerà allo stesso modo il nemico della sua fede, il nemico del suo Dio. È con questo nuovo nemico che lo vedremo alle prese. La persecuzione che aveva appena infierito a Lione, a Tournus, a Châlon, a Digione, a Langres e fino a Saulieu, aleggiava minacciosa su Autun, attendendo e cercando v ittime. E Héraclius Imperatore bizantino che nominò Giovanni al patriarcato. raclio, personaggio consolare, non era rimasto indietro rispetto agli altri magistrati romani. Armato dell'editto imperiale, aveva fatto annunciare pubblicamente che il cristianesimo era proscritto e che chiunque fosse stato convinto di non adorare gli dei dell'impero, avrebbe pagato con la testa un'audacia considerata come una ribellione e un sacrilegio. Per suo ordine, si fecero le perquisizioni più accurate, dirette dalla sagacia più abile. Lo zelo infernale sembrava voler sfidare lo zelo apostolico. I cristiani si videro dunque obbligati a nascondere con una cura più attenta che mai le loro pie riunioni, a seppellire nel segreto e nell'ombra le auguste cerimonie del culto. Sapendo bene che i pagani, che fuggivano l'idea e l'immagine della morte, visitavano poco le tombe, si recavano furtivamente e di notte al vasto poliandro della via strata, e vi celebravano i misteri sacri in mezzo alle tombe dei loro fratelli, senza dubbio in uno dei grandi monumenti funebri che l'orgoglio vi aveva eretto. Lo si trasformava momentaneamente in un oratorio posto sotto l'invocazione di san Pietro e di santo Stefano, il primo degli Apostoli e il primo dei martiri, per ottenere la forza e l'umile sottomissione della fede che fa obbedire a Dio, con la forza e la coraggiosa perseveranza della carità che non teme la morte. Lo si decorava modestamente con qualche torcia, con qualche immagine della Madre di Dio e dei Santi; vi si poneva una croce, un altare portatile, con le reliquie di un martire; e poi tutto scompariva prima del giorno. Così la dimora dei morti serviva da rifugio ai vivi perseguitati e al vero Dio proscritto come i suoi adoratori. Un cimitero era ad Autun, come le catacombe a Roma, il funebre e unico asilo dei primi fedeli; e nella capitale degli Edui, così come nella capitale del mondo, la culla del cristianesimo nascente riposò in mezzo alle tombe. Ciò che non impedì alla fede di crescere lì dapprima inosservata e senza rumore; poi, quando le fu permesso di mostrarsi alla luce del sole, coloro che l'avevano perseguitata a oltranza e si erano illusi della sua distruzione, si stupirono di vederla tutto a un tratto uscire da terra, dopo diversi secoli di persecuzioni, piena di forza e di vita. La si credeva morta; ed eccola apparire tutta raggiante di giovinezza e di una celeste bellezza, tutta risplendente della gloria dei suoi lunghi combattimenti e dei suoi numerosi trionfi.

Il giovane Sinforiano veniva assiduamente con la sua famiglia a nutrire la sua pietà, a fortificare la sua fede in queste assemblee notturne e così ferventi dei primi cristiani. Scivolando come gli altri attraverso le tombe dei morti e le ombre della notte, calpestava con piede furtivo e silenzioso quel suolo storico, quel suolo sacro che non dovremmo calpestare che con un religioso rispetto, e che, dopo aver ricevuto l'impronta dei suoi passi, ha meritato di portare il suo nome caro e benedetto da tutte le generazioni da diciassette secoli. Ma ogni volta che si recava in quel luogo, il giovane cristiano sentiva la sua anima ardente e generosa rivoltarsi al pensiero che la verità e la virtù fossero obbligate a nascondersi, come le vergogne della menzogna e del crimine, e che il Dio vivente non avesse nemmeno il diritto di cittadinanza nella sua cieca patria. Bisognava tuttavia sottrarsi agli sguardi scrutatori del nemico, poiché ogni giorno la tempesta tuonava più forte e si avvicinava. Frequenti notizie di morte arrivavano ai fedeli di Autun. Qualche tempo dopo la bella lettera dei cristiani di Lugdunum che annunciava la grande battaglia e la grande vittoria, si erano apprese colpo su colpo la lotta coraggiosa di Marcello e di Valeriano, e poi quella di Benigno. Poco dopo era arrivato un altro messaggio, simile ai precedenti, come loro allo stesso tempo glorioso e triste: raccontava il martirio dei due compagni del santo apostolo e di Felice, il loro ospite generoso. Sinforiano non si accontentò affatto di dare loro lacrime vane, come coloro che non hanno speranza nel cuore né forza nell'anima. Il suo primo pensiero fu di invocarli, e il suo primo sentimento, un desiderio o piuttosto uno slancio magnanimo che lo elevò con un balzo istantaneo e sublime fino all'altezza del martirio. Subito ambì a una morte simile e pronta per andare più in fretta a ritrovare in cielo i padri della sua fede. Nell'attesa, senza temere gli editti, le spie, le minacce e la prospettiva dei tormenti, corse incontinente a Saulieu con suo padre a raccogliere il sangue dei martiri, a incollare rispettosamente sulle loro piaghe le sue labbra frementi, ad annaffiarle di pie lacrime e a seppellire i resti santi e cari di queste vittime immolate a Dio, che il sacrificio aveva appena consacrato. Sembrava che il loro spirito fosse disceso in lui, avesse smosso e fatto palpitare di soprannaturale ambizione di eguagliarli tutte le fibre del suo cuore. Mentre Fausto, degno padre di un tale figlio, scriveva di sua propria mano, per la consolazione e l'edificazione della Chiesa, la storia dell'ultimo combattimento di Andocio e di Tirso, Sinforiano, degno figlio di un tale padre, non poteva staccarsi dalla tomba di questi santi apostoli che gli avevano dato l'istruzione cristiana e la vita soprannaturale: non cessando di chiedere per la loro intercessione la grazia di imitare il loro coraggio e di condividere la loro felicità. Si vide mai una riconoscenza così toccante e così viva, un affetto così filiale e così tenero, unito a una fede così forte e così coraggiosa, un cuore così amante e così eroico? Non sapeva, l'ammirabile giovane, che la sua preghiera era già esaudita; e Fausto non sapeva nemmeno che, riportando suo figlio ad Autun, dopo aver reso ai martiri gli ultimi doveri, conduceva una vittima all'altare del sacrificio.

Appena rientrato in città, al suo ritorno da Saulieu, apprese che nuovi cristiani avevano appena dato il loro sangue per Gesù Cristo. Questa volta il colpo aveva colpito nella sua famiglia, il gladio si avvicinava al suo cuore: credette quasi di sentirne il freddo e tremò con Augusta, guardando Sinforiano la cui fronte intrepida, nobile e pura, sembrava attendere un'altra corona ancora che quella della virtù, della saggezza e dell'innocenza. Ma i due santi sposi, alzando subito gli occhi al cielo, rinnovano l'offerta che più di una volta hanno già fatto in anticipo, e si tengono pronti per il caso in cui Dio venisse a chiedere al loro amore il sacrificio di Abramo.

Tuttavia grandi pensieri non cessavano di salire all'anima di Sinforiano. Già la gloriosa morte dei nostri santi apostoli, i padri della sua fede, aveva fatto nascere o crescere nel suo cuore il desiderio di morire come loro. Il nuovo esempio di eroismo cristiano dato dai suoi giovani cugini fu come una santa contagione che venne a colpirlo e penetrò fino al più intimo del suo essere. Da allora, questa generosa emulazione del martirio sembrò perseguitarlo, ossessionarlo a ogni istante.

Sebbene Augusta fosse pronta da molto tempo a fare generosamente, se fosse stato necessario, il sacrificio di ciò che le era più caro al mondo, e che avesse previsto, fin dall'inizio della persecuzione, che il momento in cui avrebbe potuto essere chiamata a consumare questo grande sacrificio non avrebbe tardato senza dubbio molto; tuttavia sentì in quell'ora, con una dolorosa apprensione e una pungente vivacità, tutto ciò che ci sarebbe stato di bruciante per lei nel pagarne la gloria sublime di tutta la sua felicità di quaggiù, nel raccoglierne i meriti al prezzo dell'agonia del suo cuore di madre. E quell'agonia sembrava già cominciare, con il terribile presentimento di un futuro prossimo.

Sinforiano, invocando silenziosamente e umilmente il martirio, non ha alcun pensiero della alta e magnifica destinazione che lo attende. Non sospetta che il suo nome debba passare alla posterità, che sarà grande e immortale sulla terra come in cielo, che sarà ovunque venerato, ovunque invocato, iscritto in tutti i martirologi, celebrato nella liturgia della Chiesa universale, dato a una superba basilica e a un'abbazia celebre erette sulla sua tomba, così come a una moltitudine di chiese o di altari. Non può sospettare che il luogo dove riposerà il suo corpo sarà riempito della più bella parte della storia della Chiesa edua; che il più bell'ideale concepito dall'immaginazione sarà dato come un debole schizzo della sua angelica figura; che la sua nobile, la sua santa memoria ispirerà ancora, dopo tanti secoli, il genio dei più grandi artisti, e che un abile pennello superando se stesso creerà un capolavoro che riprodurrà su una tela ammirata da tutta l'Europa la storia del suo martirio più ammirata ancora e più ammirevole. Non pensa che a compiere un dovere. È tutto semplicemente un giovane e modesto cristiano, dall'anima grande e pura, dal cuore retto e generoso, che considera come una cosa del tutto naturale obbedire a Dio piuttosto che agli uomini e rendere al suo Creatore, quando gli è chiesta, la vita che ne ha ricevuto; che ha letto nel Vangelo che non bisogna tradire la sua fede e arrossire di Gesù Cristo. Non pensa nemmeno che vi sia il minimo eroismo in un'azione che gli sembra così giusta e che del resto non fa che condurre a una vita migliore, a una felicità eterna.

Da quel giorno, un anno non era trascorso, quando il tempo segnato dalla Provvidenza arrivò. Il figlio di Fausto doveva avvicinarsi al suo ventesimo anno. Era il tipo del giovane cristiano, dai sentimenti elevati, dalle convinzioni forti, dalla fede incrollabile, pieno di coraggio e di modestia, d'onore e d'innocenza, di distinzione e di pietà. Non ha fatto che camminare di progresso in progresso, è cresciuto in età, in sapienza e in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini. Ora dunque la vittima è pronta: è coronata di tutti i fiori della giovinezza, della scienza, dei talenti e della virtù. Eccola come deve essere: sarà più degna di Dio, e il sacrificio sarà più grande, più bello, più meritorio. Fino ad allora, un sangue prezioso ma straniero aveva annaffiato la terra edua. Né la vecchia razza celtica, né la razza gallo-romana di Autun, avevano ancora comprato l'onore di essere cristiane. Bisogna, è tempo che lo paghino: il loro sangue più nobile, più generoso, più puro, il sangue di Sinforiano ne deve essere il prezzo. Così sarà lavata su questa parte così importante del suolo gallico la macchia immonda di cui il paganesimo l'aveva contaminata.

Il corso dell'anno 180 aveva appena riportato il mese di agosto, e tutta la città era in festa; poiché il ritorno di questa stagio ne era Cybèle Dea pagana il cui culto è all'origine dell'arresto di Sinforiano. sempre il segnale di pompose feste che si celebravano in onore di Cibele o Berecintia, la più cara divinità degli Autunesi, con Minerva e i due figli di Leda. Il culto di questa dea, che non era altro che quello delle passioni e dei godimenti grossolani e dello spirito immondo, doveva in effetti, in una città allo stesso tempo licenziosa, opulenta e letterata, mescolarsi al culto delle lettere e delle arti. La festa della pretesa madre degli dei trovava dunque naturalmente vive e profonde simpatie in tutti quei cuori pagani che essa lusingava e manteneva nei loro vizi più accarezzati. Essa concordava così bene con la civiltà falsa e corrotta, con i costumi di una città piena di superstizioni, di tesori e di voluttà! Anche una folla immensa, nel delirio dell'orgia, ebbra di piaceri, di debolezze e di fanatismo, riempiva le strade e faceva una degna scorta all'immagine della dea portata trionfalmente su un carro pomposo.

Sinforiano gemeva di queste gioie insensate, di queste orribili e sacrileghe follie, ricordandosi allora, benedicendo Dio che l'aveva preservato da un tale accecamento, queste parole della Sapienza: «Non sanno rallegrarsi che perdendo la ragione: Dum lætantur, insaniunt». Il santo giovane fuggiva queste miserabili feste e non permetteva nemmeno che la semplice vista del triste spettacolo che deplorava sporcasse da lontano i suoi sguardi. Quel giorno il caso, o per meglio dire la Providenza, permise che incontrasse il profano e impuro corteo. Subito il rossore gli sale alla fronte, lo zelo e l'indignazione al cuore. La fede, che è diventata in lui come una seconda natura, che si è in qualche modo identificata con il suo essere morale o piuttosto che l'ha trasformato in essa, tradisce all'istante stesso la sua vivacità con un generoso slancio, con un sublime istinto. Subito la moltitudine in delirio si raduna, si agita e grida alla ribellione, al sacrilegio; essa insulta, minaccia, chiede vendetta e già fa sentire parole di morte. Lui, calmo, inaccessibile al timore come al rispetto umano, sfidando senza sforzo come senza ostentazione quella cieca furia, e guardando in pietà quel povero popolo dall'alto della sua fede, della sua carità e della sua grande anima, presenta alla sommossa e all'ira quel volto sereno, quella bella fronte intelligente e nobile quanto candida, quell'aria celeste che tutti ammiravano. Maestro della sua anima che tiene elevata verso Dio, immobile e senza fiele nel cuore, conserva non il silenzio orgoglioso di un disdegno stoico, ma il silenzio allo stesso tempo degno, benevolo e umile, del cristiano che si rispetta, che perdona e che è rassegnato in anticipo, all'esempio del divino Maestro, o non permette alla sua bocca che di articolare parole forti ma dolci. Sempre incrollabile, non cessa di opporre alla minaccia sempre crescente l'intrepidezza modesta di un coraggio tranquillo, la fermezza di una convinzione profonda, l'assicurazione che dà il sentimento intimo del dovere compiuto, la maestà della virtù e la pace della coscienza. Tuttavia si accorre da ogni parte: la folla aumenta, si agita e muggisce come i flutti di un mare in tempesta. Alcuni riconoscono il figlio di Fausto e si stupiscono. Ma la plebe cittadina, che nelle sue ire non rispetta nulla, né il merito, né il rango, né la nascita, si precipita su di lui in tumulto: lo si stringe, lo si preme.

«Hai insultato la madre degli dei!» gli gridano allora mille voci forsennate. «Devi riparare il tuo crimine adorando la dea». E si sembrava prepararsi a trascinarlo verso l'idolo. «Mai», rispose Sinforiano, con un atteggiamento pieno di dignità e di risoluzione, e con un tono grave ma fortemente accentuato. A questa risposta, la popolazione raddoppiò le sue vociferazioni e fece sentire queste parole: «Appartiene apparentemente a questa setta miserabile, empia e ribelle che disprezza gli dei e le leggi dell'impero. È un cristiano! è un cristiano!» — «Ebbene! sì, lo sono», riprese l'intrepido giovane, «e rispetto troppo in me questo nome, questa onorevole qualità, per curvare il ginocchio davanti a un vano e impuro idolo che in effetti, come dite, disprezzo e aborro». Incapace di dissimulare la sua fede e troppo felice di poterle rendere questa prima testimonianza pubblica, Sinforiano ha capito che l'occasione che invocava con tutti i suoi voti è finalmente arrivata, che i disegni di Dio su di lui si manifestano, e che ha dovuto strappare tutti i veli.

Martirio 06 / 10

Interrogatorio davanti a Eraclio

Il proconsole Eraclio tenta di corrompere Sinforiano con promesse di onori, ma il giovane rimane incrollabile e viene condannato a morte.

Immediatamente viene arrestato e condotto tumultuosamente davanti al proconsole, come empio e sedizioso. — «Il tuo nome e la tua condizione?» disse Eraclio, seduto sul suo tribunale, rivolgendosi all'accusato. — «Mi chiamo Sinforiano e sono cristiano». — «Tu sei cristiano!... Devi esserti saputo nascondere bene, a quanto pare; poiché era difficile che ci fossero molte di queste persone qui. Perché hai rifiutato con insultante disprezzo di adorare la madre degli dei?» — «Te l'ho appena detto, sono cristiano e adoro solo il vero Dio che regna nei cieli. Quanto a questo simulacro del demonio, non solo non lo adorero mai, ma in questo stesso istante, se me lo permetti, lo ridurrò in polvere». — «Ostenta un'empietà sacrilega unita alla ribellione... Cancelliere, è cittadino di questa città?» Il cancelliere rispose che l'accusato era effettivamente di Autun e persino di una delle prime famiglie della città.

In quel momento il proconsole, che dapprima era stato felice di trovare l'occasione di dare un esempio, sembra provare una certa esitazione. Si direbbe quasi che non gli sarebbe dispiaciuto sfuggire a questo imbarazzo e che desideri salvare il giovane patrizio trascinato malauguratamente davanti al suo tribunale. Riprese dunque, senza tuttavia lasciar trapelare nulla, l'interrogatorio in questi termini: «Sembra, Sinforiano, che tu faccia un gioco e una gloria di ostentare una certa indipendenza di carattere. È senza dubbio la tua nascita che ti ispira questa presunzione. Forse anche il desiderio solo di far parlare di sé ti ha gettato in una setta maledetta e spinto oggi a questo scandalo? Ma ignori probabilmente l'editto del principe. Che il cancelliere ne dia lettura».

Dopo questa lettura, il giudice riprese: «Ebbene! Sinforiano, cosa hai da rispondere a questo? Pensi che possiamo andare contro ordini così formali? Ora, ci sono precisamente contro di te i due capi d'accusa che ricadono sotto il colpo dell'editto imperiale: sei convinto di sacrilegio per il tuo disprezzo nei confronti degli dei, e di ribellione per la tua disobbedienza alle leggi. Se dunque non ti sottometti, la morte deve espiare questo duplice crimine: gli dei oltraggiati e le leggi violate chiedono il tuo sangue». — «No, mai», rispose Sinforiano, «non guarderò questa statua se non come un vile simulacro, un funesto strumento del culto diabolico, un'esecrabile immagine del demonio, una peste pubblica, un mezzo inventato dall'inferno per la perdita degli uomini. Come potrei dunque prostituirle il mio omaggio? So anche che ogni cristiano che ha la sventura di tornare indietro, per darsi a criminali e infami passioni, cammina dritto verso l'abisso. Indietreggiando, esce dalla via retta, cade subito nelle trappole del nemico del genere umano e perde la ricompensa che lo attende. Poiché il nostro Dio ha premi per la virtù come ha castighi per il crimine: dona la vita a coloro che gli obbediscono e la morte a coloro che gli sono ribelli. Non vale infinitamente meglio per me perseverare con una fermezza incrollabile nella confessione della mia fede e arrivare così al porto dove mi attende il Re eterno, che fare, seguendo il demonio che non vuole che la mia sventura, un mortale e irreparabile naufragio?» — «Poiché Sinforiano rifiuta di obbedire e aggiunge alla sua colpa l'ostinazione, littori, battetelo con le verghe e conducetelo in prigione», disse il proconsole, sperando senza dubbio che una dolorosa e infamante flagellazione, la solitudine, l'oscurità, la noia del carcere, il tempo, la riflessione, trionferebbero di quella che chiamava una bizza di un momento, un'ostentazione, una bravata di giovane uomo. Non sapeva ancora cosa fosse un cristiano: comincia a impararlo, lo saprà presto.

L'ordine di Eraclio viene eseguito all'istante. Il nobile figlio di Fausto fu dunque battuto con le verghe, come un vile schiavo, e gettato coperto di catene in un'orribile e tenebrosa prigione. Ma il Dio che sa dare ai suoi fedeli servitori una consolazione per ogni dolore non lo lasciò solo: vi discese con lui, secondo l'espressione della Scrittura, e alleggerì il peso dei ferri. Così, lungi dal provare nel mezzo delle sofferenze e in questo abbandono degli uomini la minima defaillance di coraggio, il giovane martire sembrava non sentire le angosce che in quel momento spaventoso afferrano le anime volgari, le tengono disperate sotto i loro crudeli assalti, le stringono, le abbattono e le schiacciano. Abituato a vivere per la parte migliore di sé con il cielo piuttosto che con la terra, riposava calmo in una pia e dolce rassegnazione; dilatava il suo cuore nella gioia eroica di essere stato giudicato degno di subire, all'esempio e per l'amore del divino Maestro, il dolore e l'ignominia della flagellazione; lo elevava con la preghiera, questo sublime colloquio con Dio, questa infallibile risorsa, questa suprema consolazione che non manca mai al cristiano, quando tutte le altre gli sono venute meno sulla terra. Offriva a Gesù Cristo i suoi primi dolori, primizie del suo martirio; lo ringraziava di averlo sostenuto in questa prima lotta; gli chiedeva di volerlo sostenere ancora, di ispirargli, per la gloria del Vangelo, le parole vigorose che dovrà gettare pubblicamente in faccia ai pagani, contro il loro culto e le vergognose passioni divinizzate da questo culto abominabile: promettendogli, con il soccorso della sua grazia, di non trattenere le sue parole prigioniere, ma di parlare sempre e fino all'ultimo respiro, come un cristiano deve parlare, dell'idolatria e delle sue criminali turpitudini. Vedremo presto come mantenne la sua promessa.

Nel frattempo erano trascorsi diversi giorni. Il proconsole, sperando che il giovane e fiero patrizio, suo prigioniero, avesse avuto abbastanza tempo per fare serie riflessioni e apprezzare la temerarietà della sua condotta così come la gravità del pericolo che lo minacciava, ordinò che comparisse di nuovo. Si va dunque a prendere nel mezzo delle tenebre di un orribile e cupo ridotto, dicono gli Atti del martire, colui la cui anima deve presto ritornare, come un puro raggio, al focolare della divina luce, sua origine e sua fonte. Esce dal fondo stretto e tenebroso di un crudele carcere per andare ad abitare il palazzo del re di gloria, soggiorno di una felicità immensa e di un'eterna chiarezza. Eccolo, continua la storia, pallido e dimagrito. I nodi formati dai legami che lo avvincono non stringono più che debolmente le sue membra estenuate, contuse e livide. Già ha cominciato a morire sotto i colpi delle verghe, sotto il peso delle catene e nell'orrore di una prigione micidiale: lenti supplizi, morti ripetute, alle quali l'effusione del sangue, che è l'ultima, non fa che mettere un termine. Ma mentre in questa lunga agonia delle sofferenze la sua vita scorreva così goccia a goccia, la sua anima aveva trovato nella gioia solitaria e sublime della sua coscienza, nel coraggio soprannaturale che anima il cristiano, nella grazia che lo fortifica e lo consola, un nuovo vigore, un nuovo slancio: sembrava abitare il cielo in anticipo e dimenticare i dolori del corpo nel godimento anticipato della felicità eterna. Eraclio, per trionfare più sicuramente questa volta, non trascura nulla e prepara armi nuove. «Adora gli dei immortali», disse, «e ti prometto un impiego eminente nell'esercito con una ricca gratificazione sul tesoro pubblico. Mi sembra che faresti molto meglio, invece di ostinarti a voler morire, ad accettare le proposte che ti faccio in questo momento. Non devi far altro che piegare il ginocchio davanti alla statua venerabile della madre degli dei, che rendere i tuoi omaggi ad Apollo e a Diana. Se vuoi, scommetti; e io sto per far ornare all'istante di ghirlande gli altari di queste tre grandi divinità. Ti si presenteranno l'incenso e i profumi, e tu offrirai un sacrificio solenne». — «Di tali parole», rispose Sinforiano, «ne tieni ben poche, un magistrato non deve consumare in discorsi frivoli un tempo che appartiene tutto intero agli affari pubblici, e differire la sentenza prolungando inutilmente i dibattiti. L'ho già detto, mai adorerò miserevoli idoli; poiché so troppo bene che, se è pericoloso restare un solo giorno senza avanzare nella via retta che conduce alla salvezza, lo è ben più ancora andare, scostandosi dalla rotta, a infrangersi contro gli scogli del vizio dove periscono i peccatori».

Il proconsole, stupito di vedere sventati i suoi calcoli, continuò tuttavia a usare la stessa tattica che era appena fallita in modo così completo; e, sia che volesse poter salvare il nobile accusato, sia piuttosto che avesse vergogna di confessarsi già vinto, tentò un nuovo sforzo, facendo offerte ancora più seducenti della prima volta, e riprese con calma apparente: «Sacrifica agli dei, Sinforiano, e sarai colmato di onori nel palazzo stesso del principe, dove occuperai un posto degno della tua nascita». Sinforiano gli rispose: Un giudice sporca il tribunale dove è seduto, avvilisce la sua dignità, devota la sua vita alla maledizione, all'obbrobrio, e la sua anima alla morte eterna, quando osa impiegare per sedurre o per colpire l'innocenza l'autorità di cui è rivestito per punire il crimine. Del resto, quanto a me, non temo la morte; poiché dobbiamo tutti morire, Eraclio. Perché dunque non offriremo a Gesù Cristo come un dono del nostro amore ciò che bisognerà pagargli un giorno come un debito? Non mi lascerò nemmeno guadagnare da fallaci promesse. So cosa valgono tutti i favori che mi offri: i tuoi doni non sono che veleni nascosti sotto l'apparenza di un miele ingannevole. Guai a coloro che si lasciano prendere da questi esteriori menzogneri! Per noi, cristiani, le nostre ricchezze sono in Gesù Cristo. Incorruttibili e imperiture, sfuggono all'azione distruttiva del tempo: la morte stessa non può rapircele. Mentre la cupidigia, passione funesta, ispirata dal demonio e sedotta dall'esca di un miserevole lucro, pur sembrando possedere tutto, non possiede nulla; perché le vostre ricchezze e le vostre gioie vi sfuggono a ogni istante. Hanno lo splendore del vetro, ma ne hanno anche la fragilità. Tutte le cose terrestri passano in fretta: il minimo incidente ce le fa perdere, oppure gli anni, i giorni vengono presto a togliercele. In cielo, in Dio solo si trova la vera e costante beatitudine. L'antichità più remota non ha visto l'inizio della sua gloria e tutta la serie dei secoli futuri non ne porterà la fine». — «È da abbastanza e troppo tempo, Sinforiano, che ho la pazienza di sentirti discorrere di non so quale Cristo. Sacrifica alla madre degli dei; o altrimenti oggi stesso le torture e la morte». — «Non temo che il Dio onnipotente che mi ha creato: non adoro, non servo che lui. Tu hai per un momento potere sul mio corpo; ma la mia anima è fuori dalla tua portata. Quanto al culto di questo idolo, non vedi che non è che una mostruosa superstizione che fa la tua vergogna, il tuo obbrobrio e il tuo crimine? Impuri giovani offrono come un omaggio la loro infamia alla dea; sacerdoti sacrileghi, onorando il vizio sotto il velo della religione, osano chiamare sacrificio un'esecrabile abominazione; e ciò che colma la misura, mentre tutte queste orrori si compiono, spaventosi coribanti in delirio eseguono, in concerti frenetici, danze e canti per celebrarli e applaudirli!»

Eraclio, ingannato e vinto, oltraggiato da un segreto dispetto, pieno di una cupa furia e non potendone più, interruppe bruscamente il martire con queste parole di morte, l'ultima ragione dei persecutori: «Sinforiano, rifiutando pubblicamente di sacrificare agli dei dell'impero, insultando apertamente il loro culto, i loro altari, è convinto del crimine di sacrilegio e di ribellione, di lesa maestà divina e umana. Gli sia tagliata la testa. Così il crimine scompaia con il criminale; così l'ingiuria fatta alla religione e alle leggi sia vendicata».

Martirio 07 / 10

Il martirio e l'esortazione materna

Condotto al supplizio, Sinforiano viene incoraggiato dall'alto delle mura da sua madre Augusta prima di essere decapitato verso l'anno 180.

Sinforiano ascoltò la sentenza fatale con quel coraggio umile, calmo e dignitoso che già abbiamo visto in lui, che esclude tanto l'ostentazione quanto la debolezza e costituisce il carattere distintivo dei cuori veramente grandi, delle anime cristianamente forti. Se lo aspettava, e il suo sacrificio era già compiuto in anticipo; ma in quell'istante decisivo offrì di nuovo la sua vita a Dio, e da quel momento i suoi pensieri non furono più sulla terra. Tuttavia, lascia quaggiù un padre e una madre amatissimi. Li dimentica? No, senza dubbio, e il suo cuore parla molto forte; poiché la fede non soffoca la natura, di cui è solo il perfezionamento. Essa viene al contrario in suo soccorso nelle ore difficili per consolarla, sostenerla, trasformarla elevandola alla sua altezza. L'anima cristiana formata dalla religione di colui che è chiamato l'amore stesso, è più aperta di ogni altra a tutti gli affetti legittimi. Per Sinforiano così pio, e di conseguenza così amante, la separazione è dunque molto triste e vivamente sentita. Essa gli fa provare nel suo cuore di figlio il dolore acuto dello strappo di tre cuori; sarebbe intollerabile, disperante, se la fede non gli dicesse subito che essa è solo momentanea e simile a quella dei viaggiatori che, partendo dalla terra straniera l'uno dopo l'altro, un po' prima o un po' dopo, sono certi di rivedersi presto nella patria. Per lui, in questo momento in cui il mondo sembra già sottrarsi sotto i suoi passi, l'amore filiale come tutti gli altri sentimenti è diventato celeste, perché la sua conversazione, secondo la magnifica espressione dell'Apostolo, è tutta intera nei cieli.

Tuttavia tutto si prepara per l'immolazione della giovane e innocente vittima che era appena stata votata alla morte, o piuttosto tutto si appresta in cielo e sulla terra per il trionfo del valoroso soldato di Gesù Cristo che, già vincitore nei primi combattimenti, stava per ricevere la palma camminando verso una nuova e ultima vittoria.

Ecco dunque la grande scena del sacrificio che inizia. Di fronte a una folla immensa, avida di spettacoli e soprattutto di spettacoli sanguinosi, Sinforiano è in piedi, calmo e raccolto nella preghiera. Si direbbe che non veda, che non senta nulla. In quest'ora solenne, la fronte del giovane eroe brilla più che mai di quel non so che di indicibile che rapisce la terra, e sembra appartenere più all'angelo che all'uomo. Presto i littori, sollevando le loro scuri e i loro fasci, segni della potenza, si pongono ai suoi lati, gli uni a destra, gli altri a sinistra. Davanti e dietro, si vedono soldati e ufficiali di Eraclio. Il proconsole stesso è a cavallo, pronto a comandare la marcia: si attende solo il suo ordine per dirigersi verso il luogo delle esecuzioni, lungo la grande via che dal pretorio conduce a quella porta che ancora oggi eleva i suoi superbi archi e ha ricevuto dai secoli cristiani il nome di Sant'Andrea. Al segnale dato, tutto si muove, e i flutti pressati della moltitudine si aprono fremendo. Oltre e vicino alla porta, sotto le mura della città, si estende lungo la via di Langres il campo pubblico. È lì che deve cadere la testa del martire; poiché, secondo le leggi romane, le esecuzioni capitali non avvengono mai all'interno della cinta delle mura.

Tuttavia ci si avvicina al termine fatale. Ecco le mura con la grande porta che le domina. Già Sinforiano ha potuto scorgere attraverso gli ampi archi il luogo designato per il suo supplizio; ma non ha tremato... All'improvviso una donna accorre... È Augusta, è sua madre. Fausto forse e alcuni amici l'accompagnano. Come la madre di Gesù, ha voluto assistere alla passione di suo figlio. Ma cosa sta per fare? La natura ha avuto la meglio sulla fede nel suo cuore materno? Viene ad intenerire con le sue lacrime questo figlio amatissimo che si è coraggiosamente ostinato a voler morire? I pagani che la vedono e che dicono: «Ecco la madre del cristiano!» lo pensano senza dubbio. Ma no: lei saprà comprendere e compiere fino alla fine i suoi grandi doveri, il suo ruolo veramente soprannaturale; fino alla fine sarà tale quale l'abbiamo sempre vista, donna veramente forte, madre tenera e devota, madre eroicamente cristiana, o piuttosto sta per superare se stessa. Armata di tutto il coraggio della sua grande anima e della sua fede ancora più grande; strappandosi dalla sua dimora, dalla sua famiglia, dal suo dolore che avrebbe desiderato come tutti i grandi dolori restare muto e solitario per nutrirsi di se stesso; rinunciando persino alle consolazioni intime di una preghiera versata segretamente nel seno dell'unico Consolatore, lontano dagli sguardi e lontano dal rumore, è venuta a vedere un'ultima volta Sinforiano e a seguirlo fino alla morte. Non teme di attraversare la folla dei curiosi e degli indifferenti; sfida l'impietosa e insolente popolazione, i littori, l'aspetto delle armi, la presenza, l'aria severa, dura e minacciosa del persecutore dei cristiani, del carnefice di suo figlio. Cosa sono per lei i pericoli e gli odi frementi? Non ci pensa nemmeno. Si è detta: «Sinforiano, nei suoi ultimi momenti, di fronte alla morte, avrà forse bisogno di una consolazione, di un incoraggiamento, di una santa parola. Solo, in mezzo agli esecutori e all'apparato del supplizio, sarà ben facile udire una voce amica che gli parla di Dio. E quando mi avrà vista, io sua madre, esortarlo un'ultima volta a morire per Gesù Cristo, andrà con un passo ancora più fermo e più gioioso a consumare il suo sacrificio; e io sarò più sicura di non averlo dato alla luce che per il cielo».

È per questo che si affretta, fendendo la folla stupita che si apre per un rispetto istintivo per il suo dolore, si avvicina a quel medesimo bastione le cui rovine eloquenti e per sempre consacrate da un così grande spettacolo, sono ancora oggi sotto i nostri occhi. All'improvviso, nel momento in cui Sinforiano ha appena varcato la porta, una voce si leva e fa tacere i clamori della moltitudine che guarda e resta colpita, sbalordita, nell'attesa dell'epilogo di questa scena commovente. La madre del martire si è la mère du martyr Madre di san Sinforiano, celebre per aver incoraggiato il figlio durante la sua esecuzione. sporta sul parapetto; e lì, nuova Maccabea, gli rivolge con un accento indicibile, con la forza e la dolcezza di un celeste entusiasmo, queste parole che la Chiesa ha reso due volte sante, due volte immortali adottandole nella sua liturgia: «Figlio mio! figlio mio! Sinforiano! pensa al Dio vivente. Coraggio! caro figlio, coraggio! Possiamo temere la morte, la morte che conduce indubitatamente alla vita? Solleva il tuo cuore in alto, figlio mio; guarda Colui che regna in cielo. No, la vita non ti è tolta: è oggi al contrario che essa è trasformata per te in una vita migliore; oggi che tu vai, figlio mio, per un felice scambio, a ricevere per questa vita peritura la vita eterna dei cieli!»

Sinforiano ha riconosciuto la voce di sua madre. Si volta e solleva verso di lei e verso il cielo, con un'espressione che sembra essere in anticipo quella della visione beatifica, i suoi occhi e le sue mani, di cui una poi si abbassò per posarsi sul suo cuore e dire così a sua madre più di quanto la sua bocca avrebbe potuto dirle. Fu quella infatti la sua sola ma eloquente risposta. Augusta l'ha compresa; ha visto l'anima di suo figlio già quasi distaccata dal corpo passare tutta intera in quel gesto sublime di fede, di riconoscenza e di pietà filiale, in quello sguardo al tempo stesso tenero e illuminato di uno splendore divino, su quella fronte angelica tutta raggiante di speranza e d'amore, su quel volto trasfigurato dell'eroe cristiano che è suo figlio. Le è sembrato di vedere brillare già attorno alla sua testa l'aureola dei martiri unita a quella delle vergini, e il suo braccio stendersi per afferrare la palma e la corona che gli portano i suoi fratelli del cielo. Ha dato, ha ricevuto la suprema consolazione; il suo ultimo dovere e l'ultimo desiderio del suo cuore erano compiuti, il suo sacrificio consumato. Rassegnata, sottomessa alla volontà divina, ma commossa, tremante e tutta scossa dall'urto dei due più forti sentimenti che possono scontrarsi in un'anima umana; madre al tempo stesso ben felice ma ben afflitta, e tutta palpitante, getta ancora dall'alto delle mura su suo figlio un lungo sguardo pieno di lacrime, rinnova a Dio l'offerta di quella testa così cara che sta per cadere sotto la spada dei Romani, e si ritira ringraziandolo di averla scelta per dare alla luce un martire. Dopo questo sforzo sovrumano della fede contro la natura, santamente fiera ma spezzata, sempre cristiana ma anche sempre madre, va a nascondersi nel segreto del volto del Signore e a spargere nei cuori di Gesù e di Maria, che anch'essi avevano conosciuto i grandi dolori con le grandi dedizioni, i suoi sospiri rassegnati e le sue lacrime, quel sangue del suo cuore materno che mescolava al sangue di suo figlio, mentre Fausto, animato dalla fede di Abramo, faceva anch'egli nelle più segrete profondità della sua anima di cristiano e di padre, con uno sforzo di una spontaneità generosa, è vero, ma incalcolabile, il sacrificio straziante dell'unico e caro oggetto delle sue speranze che Dio aveva appena chiesto. Presto si arriva al luogo dell'esecuzione. Pieno del proprio coraggio e del coraggio di sua madre, Sinforiano si getta in ginocchio, giunge le mani e prega, attendendo il colpo fatale che sta per spezzare il suo involucro mortale. Il suo cuore non dà un rimpianto ai piaceri di questa vita terrena, alle speranze che dorano l'orizzonte della giovane età. I cristiani, l'anima piena delle emozioni della commozione e di un religioso rispetto, senza fiato e senza voce, gli occhi fissi sul martire, uniscono le loro preghiere alle sue. Già credono di vedere brillare sulla sua fronte una corona che discende dai cieli, e Dio sembra sorridergli. Infine ha offerto un'ultima volta la sua vita, ha potuto dire ancora: «Signore, rimetto la mia anima nelle vostre mani; o Gesù, ricevetela!» Poi inclina dolcemente la testa e cade con una semplicità sublime, sotto gli occhi di quella folla meno agitata forse in questo momento supremo e solenne dall'odio e dalla rabbia, che palpitante di pietà e di ammirazione; quasi sotto gli occhi di sua madre, piangente lacrime soprannaturali d'amore e di gioia, santamente fiera del giovane vincitore a cui ha dato la luce, contemplandolo e invocandolo già come suo angelo tutelare nel soggiorno della gloria. Dunque è fatta, la vittima è immolata: la sua testa è stata appena troncata dalla spada, e la sua anima, che aleggiava al di sopra della terra e di cui la terra non era degna, è già in cielo. Essa vi è volata con la sua ultima preghiera mescolata al suo ultimo sospiro, il 22 agosto, verso l'anno 180. Sinforiano non è più di questo mondo; per usare un termine volgare, è morto, ma della morte degli eroi, della morte dei santi, della morte che rende immortali.

other 08 / 10

Rappresentazioni artistiche

Il testo descrive le varie opere d'arte (dipinti, vetrate, statue) che illustrano i momenti chiave della vita e del martirio del santo.

San Sinforiano è stato rappresentato dagli artisti in cinque circostanze: il suo battesimo, il suo giudizio, il momento in cui viene esortato da sua madre, quello in cui riceve la morte, infine la sua beatitudine in cielo. La celebre abbazia di San Benigno a Digione possedeva un gruppo di alta antichità, collocato nella cappella di San Gregorio, a pochi passi dall'altare di Sant'Ireneo. Vi si vedeva il giovane figlio di Fausto ricevere da san Benigno il battesimo per immersione e per infusione insieme. Questa figura era assai istruttiva: mostrava in che modo si impartiva un tempo il battesimo. San Sinforiano vi era rappresentato in un vaso (una vasca battesimale) spogliato delle sue vesti fino alla cintura. Sui bordi di questo vaso, vi era un panno che apparentemente era posto lì per coprire il santo all'uscita dalla piscina sacra. Accanto, san Benigno, rivestito dei suoi abiti sacerdotali come per dire la messa, teneva un'acquasantiera dalla quale versava dell'acqua sul fanciullo. Era assistito da un altro sacerdote (sant'Andochio), vestito come lui e con la testa rasata, con un piccolo cerchio di capelli, così come lo portavano la maggior parte dei religiosi. Sfortunatamente questo gruppo che serviva come voce della storia, delle tradizioni borgognone, dell'antica liturgia, non esiste più. È stato distrutto dalla Rivoluzione. La cappella di San Sinforiano, nella cattedrale di Autun, è ornata da un dipinto che rappresenta anch'esso l'interessante inaugurazione dell'apostolato dei discepoli di san Policarpo in queste contrade attraverso il battesimo del nostro giovane e illustre martire. Il fanciullo è sul bordo della fonte rigeneratrice, e san Benigno, rivestito degli ornamenti sacerdotali, invoca su di lui le benedizioni celesti che dovevano essere così abbondanti.

Sopra l'altare maggiore, nella chiesa di Saint-Jean-d'Angle (diocesi di La Rochelle), un dipinto rappresenta il Santo in questa circostanza così notevole in cui i suoi atti ci mostrano dispiegare in presenza del suo giudice una fierezza modesta quanto indomabile, una franchezza eloquente e ferma, una magnanimità sublime. Vi si vede il giovane martire davanti a Eraclio, circondato da littori, e sua madre che lo incoraggia alla perseveranza mostrandogli il cielo.

Si vede nella cattedrale di Autun un dipinto che rappresenta il martirio di san Sinforiano. Al centro del quadro, il santo è in un atteggiamento che esprime energia, dedizione, e allo stesso tempo la calma della fede; ha il volto rivolto verso sua madre che, dall'alto dei bastioni e circondata dal suo sposo e dai suoi familiari, esorta con fervore il figlio a perseverare nella sua eroica risoluzione; dietro di lui, il proconsole, vestito di porpora, indica con la mano il luogo dove deve compiersi il sacrificio; — a sinistra del proconsole, cammina un sacerdote vestito di bianco e avente davanti a sé una bambina con la testa coronata di fiori e che tiene nelle sue mani la scatola dei profumi; — un po' davanti al martire, i littori dalle forme atletiche che portano i fasci e le insegne dell'autorità; uno di loro, rivolto verso il suo padrone, sembra allo stesso tempo raccogliere i suoi ordini e ascoltare le parole che la madre di Sinforiano fa udire; l'altro, che obbedisce solo con pena, indica, attraverso l'afflosciamento del suo braccio e il dolore morale che rattrista il suo volto, la simpatia che gli ispira l'eroe cristiano alla morte del quale sta per partecipare; — attorno a questi personaggi principali, la folla si accalca, animata da convinzioni e intenzioni diverse: alla sinistra del Santo, un giovane ragazzo raccoglie un sasso e guarda l'eroica madre, come se volesse farne il bersaglio della sua rabbia; dietro il proconsole, un giovane patrizio a cavallo, in un atteggiamento arrogante, fissa gli occhi su Augusta, come per sfidare la sua fede; dall'altro lato, un centurione respinge con la sua picca la folla importuna; qua e là, alcune teste indicano quella curiosità brutale che non manca mai di eccitare lo spettacolo di un supplizio, ma è facile vedere che quasi tutti i testimoni di questa scena grandiosa si sentono conquistati dal coraggio e dal fervore di questo giovane cristiano la cui testa pallida sta per rotolare sotto i loro occhi; ammirano istintivamente una religione che dà abbastanza forza per lasciare tutto, madre e famiglia, ridenti promesse di una vita fortunata e di una giovinezza nel suo fiore. Citeremo, come espressione più particolare di questo proselitismo, il personaggio posto all'angolo sinistro del dipinto: i suoi capelli e la sua barba sono incolti; è coperto di vesti grossolane; la sua mano si contrae sul petto; la fede si insedia violentemente nella sua anima. Al suo fianco, un bel fanciullo nudo mostra allo stesso tempo la sua pietà per il martire e il suo odio per i carnefici. Dietro di loro, una giovane donna fissa su Sinforiano i suoi occhi pieni di angoscia; sembra dirsi con spavento, sondando il futuro, che il bambino che nutre ancora col suo latte e che stringe tra le sue braccia potrà anch'egli, quando sarà in età di pensare e di lottare per le sue credenze, esserle strappato e condotto al supplizio.

Tre dipinti rappresentano il carnefice che consuma il sacrificio della santa vittima troncandogli la testa e permettendo alla sua bella anima di volare in cielo. Uno è nella cattedrale di Saint-Flour. — Il secondo è una pittura su vetro che si vede ancora nella celebre chiesa abbaziale di Saint-Denis vicino a Parigi. La vetrata dove si trova, orna la cappella che è sotto il titolo di sant'Ippolito, la terza dal lato nord. Vi si nota una specie di piccolo medaglione quadrato di circa trenta centimetri. A sinistra, c'è una torretta: l'artista ha voluto probabilmente rappresentare una delle porte della città per ricordare ciò che la storia dice della madre di san Sinforiano, che esorta dall'alto di questa porta suo figlio al martirio. A destra, si vedono due alberi; sul piano di mezzo, il carnefice armato di una spada e il Santo che tende la testa al carnefice, un ginocchio a terra e le due mani incrociate appoggiate sull'altro ginocchio. — Il quarto dipinto che rappresenta la decapitazione del nostro Santo è nella chiesa di Saint-Symphorien-de-Lay. Si vede il giovane martire in ginocchio, il collo nudo e gli occhi fissi su un angelo che tiene una corona in mano. Di fronte a lui è il proconsole che mostra la statua di Cibele; dietro, il carnefice, il braccio armato della spada e già sollevato per colpire.

Due dipinti lo rappresentano in cielo. Uno è un dipinto che orna l'altare maggiore della chiesa di Maraussan. L'altro è una pittura murale, su un fondo d'oro, che decora la volta absidale della cappella recentemente elevata nel recinto della casa di campagna del grande seminario di Autun, nel luogo stesso dove fu un tempo la basilica dell'abbazia di San Martino, e prima di essa l'antico tempio di Saron, cambiato dal pontefice-apostolo in una chiesa cristiana. L'abile artista ha rappresentato nel mezzo degli splendori della gloria eterna Nostro Signore avente accanto a sé, da un lato il giovane martire di Autun, e dall'altro il grande vescovo di Tours. Entrambi pregano per i giovani leviti che contemplano con interesse dall'alto della celeste patria, preparandosi a entrare nel battaglione sacro della Chiesa militante, per meritare anche corone nella Chiesa trionfante.

La chiesa di Crissey, parrocchia sotto il titolo di san Sinforiano e un tempo alla collazione del Capitolo di San Vincenzo di Châlon, possiede una notevole vetrata che riassume quasi tutta l'iconografia del martire. Questa vetrata porta la data del 1525. Occupa il fondo dell'abside del coro. Sebbene mutilata in parte, offre ancora quattro pannelli assai interessanti. Il primo rappresenta il battesimo di san Sinforiano. Si legge in caratteri gotici dell'epoca: *Symphorianus baptizatur*. Il giovane figlio di Fausto è rivestito di una veste bianca e immerso in una vasca battesimale. Nel secondo, il Santo vestito di una veste rossa è condotto davanti alla statua di Venere posta su una colonna: *Ducitur Veneri libare*. Nel terzo, san Sinforiano è battuto con verghe: *In flagellis atteritur*. Nel quarto, è condotto alla morte ed esortato da sua madre: *Ad decollationem ducitur, a matre animatur*. Sotto i pannelli si vede l'anima del martire presentata a Nostro Signore crocifisso e vestito di una tunica.

Quanto alle altre rappresentazioni dipinte di san Sinforiano, non ve ne sono, almeno che noi sappiamo, che meritino di essere segnalate; e le sue statue si riducono quasi tutte a un solo tipo fornito dalla storia, quello di un adolescente che tiene una palma in mano. Il Santo è stato anche rappresentato come si rappresentavano spesso un tempo i martiri decapitati, vale a dire portando la loro testa nelle loro mani. A Trévoux, per una singolarità unica e curiosa, san Sinforiano è rappresentato come cavaliere sui gettoni dell'antico Capitolo. — Infine esiste ad Autun una piccola incisione dove si vede ai piedi del Santo l'ascia con la quale avrebbe voluto rompere il simulacro di Cibele, e il vaso rovesciato dove erano i carboni ardenti sui quali rifiutò di gettare, in onore della dea, il grano d'incenso che chiedeva il proconsole. Ha gli occhi levati in alto, e già un angelo viene dal cielo a portargli la corona.

Culto 09 / 10

Storia del culto e delle reliquie

Descrizione dell'evoluzione della tomba, della costruzione della basilica da parte di sant'Eufronio e della sorte delle reliquie attraverso i secoli.

## CULTO E RELIQUIE.

Il corpo del nostro illustre Martire fu deposto in una piccola cella, vicino a una fontana prossima al luogo in cui era stato decapitato. È lì che lo venerarono subito dopo la sua morte i fedeli e persino i pagani, testimoni dei numerosi prodigi che si compivano.

Verso la fine del IV secolo, san Simplicio, vescovo di Autun, eresse sulla tomba miracolosa una cappella che consacrò, assistito da sant'Amatore, vescovo di Auxerre. Nella prima metà del V secolo, il grande vescovo s ant'Eufronio c saint Euphrone Vescovo di Autun nel V secolo, costruttore della basilica di San Sinforiano. ostruì, proprio lì vicino, sotto il titolo del santo Martire, una celebre abbazia e una superba basilica nella quale ripose le sacre reliquie. Nella seconda metà del VII secolo, san Leger fece costruire nella stessa basilica una nuova tomba per il glorioso Martire. Vi fu allora una traslazione. Il giovane figlio di san Fausto e di santa Augusta, che era stato, a quanto pare, posto dapprima nell'atrio della basilica costruita da sant'Eufronio, fu deposto nella cripta, con suo padre e la sua ammirevole madre, come in un sepolcro di famiglia. Il cardinale Rolin, vescovo di Autun, facendo restaurare la chiesa verso il 1467, trovò infatti nella cappella sotterranea tre tombe di arenaria e una tavoletta recante la seguente iscrizione:

*Faustus et Augusta jacent inter hæc duo busta; Integer et sanus medius jacet Symphorianus.*

« Fausto e Augusta riposano in due di queste tombe; il corpo intero e intatto di Sinforiano riposa in quella di mezzo ».

Il cardinale, allora, prese una parte di queste reliquie che incastonò preziosamente in un reliquiario d'argento del peso di cinquanta marchi, che fu posto nella chiesa superiore.

Nel 1570, l'ammiraglio di Coligny, avendo sacc heggiato e incendia l'amiral de Coligny Capo ugonotto responsabile della distruzione di reliquie nel 1570. to il monastero, fece gettare le reliquie al fuoco. Ma fu possibile ritirare dalle ceneri alcuni frammenti conservati fino ai nostri giorni e recanti ancora la traccia delle fiamme che li hanno alterati. Dopo la ricostruzione della chiesa, all'inizio del secolo successivo, le tre tombe di arenaria, trasportate dalla cripta nella chiesa superiore, furono poste in un luogo elevato, al fine di attirare maggiormente lo sguardo dei fedeli e soddisfare la loro pietà. Più tardi, vale a dire nel XVIII secolo, i religiosi di Saint-Symphorien collocarono le tre tombe di arenaria all'interno di un magnifico altare che avevano appena fatto costruire. Nel 1803, questo altare fu trasportato, con le tre tombe, nella chiesa di Notre-Dame d'Autun, e la maggior parte delle reliquie di queste stesse tombe furono portate alla cattedrale. Le indagini giuridiche, che furono condotte in quell'epoca, constatarono la conservazione di una parte delle reliquie gettate al fuoco nel 1570, e successivamente disperse durante la Rivoluzione. Questi preziosi resti si trovano oggi nelle teche della cattedrale. Una recente procedura è giunta a corroborare la prima. Il capo di san Sinforiano, che non si trovava nella grande basilica incendiata dall'ammiraglio di Coligny, ma nella piccola chiesa di Saint-Pantaléon-lès-Autun, costruita, a quanto pare, sul luogo dell'antico oratorio primitivo di cui abbiamo parlato, sfuggì alla furia degli Ugonotti. Se ne fece la traslazione solenne, durante il XVII secolo, nell'abbazia di Saint-Martin-lès-Autun; ma questa preziosa reliquia è sfortunatamente perduta.

La festa di san Sinforiano è sempre stata celebrata solennemente. Durante le età di fede, un gran numero di pellegrini si recava alla sua tomba, posta sotto la custodia dei Canonici regolari che, fino alla Rivoluzione, occuparono la sua abbazia e servirono la sua chiesa. Come i più illustri Martiri, san Sinforiano ha l'insigne onore di essere menzionato nella liturgia romana.

Il suo culto sta in questo momento conoscendo una nuova estensione. Monsignor il vescovo di Autun ha emanato un mandato con il quale dona il giovane Martire come patrono alle scuole della diocesi, e stabilisce per questo una nuova festa annuale e speciale.

È stata eretta, vicino al luogo in cui il Santo fu martirizzato e inumato originariamente, una chiesa che servirà a ravvivare il culto caro agli abitanti di Autun.

Nella diocesi di Autun e nella maggior parte delle diocesi di Francia, un gran numero di chiese sono sotto il titolo o sotto il patrocinio di san Sinforiano.

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Appendice su sant'Ippolito

Il testo si conclude con una nota biografica e bibliografica su sant'Ippolito, dottore della Chiesa e discepolo di sant'Ireneo.

Questo illustre dottore della Chiesa fiorì all'inizio del III secolo. San Girolamo afferma di non aver potuto sapere di quale città fosse vescovo; ma Gelasio, nel suo libro sulle due nature di Gesù Cristo, lo chiama metropolita dell'Arabia. Fu, secondo Fozio, discepolo di sant'Ireneo, così come di Clemente Alessandrino, e maestro di Origene. Apprendiamo da Eusebio e da san Girolamo che scrisse commentari su diverse parti della Scrittura e che fu il suo esempio a spingere in seguito Origene a fare lo stesso. Si possedeva una raccolta delle sue omelie ai tempi di Teodoreto, che ne cita diverse; si aveva anche una sua lettera all'imperatrice Severa, moglie di Filippo, nella quale trattava del mistero dell'Incarnazione e della risurrezione dei morti. Nella sua opera contro Noeto, di cui ci resta una parte considerevole, egli prova chiaramente la distinzione delle persone nella Trinità, la divinità del Figlio di Dio, la distinzione delle nature in Gesù Cristo; e in seguito la sua autorità fu utilizzata con grande vantaggio contro gli Eutichiani. Compose una cronaca che terminava all'anno 222, ma che non si è ancora potuta scoprire in nessuno dei manoscritti greci conosciuti. Il suo ciclo pasquale, che fissa il tempo in cui si deve celebrare la festa di Pasqua per lo spazio di sedici anni, iniziando dal primo anno di Alessandro Severo, è la più antica opera che abbiamo in questo genere. Abbiamo ancora frammenti dei suoi commentari sulla Scrittura e la sua omelia sulla Teofania o Epifania, nella quale parla principalmente del battesimo di Gesù Cristo e degli effetti meravigliosi del Sacramento della rigenerazione. Si rimpiange la perdita del suo trattato sul digiuno del sabato; quello che aveva per titolo: *Se un cristiano debba ricevere la comunione tutti i giorni*; i suoi inni sulla Sacra Scrittura; i suoi libri *sull'Origine del bene e del male*; quelli che aveva composto contro Marcione, *contro le eresie*, ecc. In quest'ultima opera confutava trentadue sette, a partire dai Dositei fino a Noeto, che confondeva le persone nella Trinità e che dogmatizzava a Smirne nel 245.

Nel 1661 fu scoperto e pubblicato il libro *sull'Anticristo*, composto da sant'Ippolito, di cui fanno menzione Eusebio, san Girolamo, ecc. Non si può dubitare che sia la stessa opera di cui parla Fozio. Il santo Dottore vi denuncia, basandosi su Daniele e sugli altri Profeti, i segni dai quali si riconoscerà l'Anticristo che deve venire alla fine del mondo.

San Girolamo chiama sant'Ippolito *un uomo santissimo ed eloquentissimo*. San Crisostomo e altri scrittori ecclesiastici gli attribuiscono gli onorevoli epiteti di *fonte di luce*, di *testimone fedele*, di *dottore santissimo*, di *uomo pieno di dolcezza e di carità*. Teodoreto lo pone nella stessa classe di sant'Ireneo e li chiama entrambi *le fontane spirituali della Chiesa*.

I martirologi dell'VIII secolo, Giorgio Sincello, Zonara e Anastasio dicono che sant'Ippolito fu vescovo di Porto, in Italia. Ma hanno confuso questa città con quella di Aden, in Arabia, che era chiamata anticamente anche il *Porto romano*. Sembra almeno che vi fosse in Arabia un vescovado con questo nome. Coloro che lo hanno collocato in Italia avrebbero senza dubbio scambiato il nostro Santo per quello di cui parla san Prudenzio.

La migliore edizione che abbiamo delle opere di sant'Ippolito è quella che Fabricius diede ad Amburgo nel 1716, con dissertazioni, 2 volumi in-folio.

Estratto da Godescard.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Battesimo ricevuto da san Benigno ad Autun
  2. Rifiuto di adorare la statua di Cibele durante una festa pagana
  3. Arresto e comparizione davanti al proconsole Eraclio
  4. Flagellazione e imprigionamento
  5. Eroica esortazione di sua madre Augusta durante il tragitto verso il supplizio
  6. Decapitazione fuori dalle mura di Autun

Miracoli

  1. Numerosi prodigi avvenuti sulla sua tomba vicino a una fontana

Citazioni

  • Figlio mio! figlio mio! Sinforiano! pensa al Dio vivente. Coraggio! caro figlio, coraggio! Santa Augusta (sua madre)
  • Mi chiamo Sinforiano e sono cristiano. San Sinforiano davanti a Eraclio

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo