23 agosto 5° secolo

San Sidonio Apollinare

VESCOVO DI CLERMONT IN ALVERNIA

Vescovo di Clermont in Alvernia

Festa
23 agosto
Morte
vers l'an 489 (naturelle)
Categorie
vescovo , confessore , scrittore
Epoca
5° secolo

Illustre senatore e prefetto di Roma proveniente da una nobile famiglia di Lione, Sidonio Apollinare divenne vescovo di Clermont nel 472. Consacrò la sua vita a difendere il suo popolo contro le invasioni visigote e l'eresia ariana, lasciando al contempo un'opera letteraria di grande rilievo. Nonostante l'esilio e le persecuzioni interne, morì venerato per la sua carità e la sua saggezza.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

SAN SIDONIO APOLLINARE,

VESCOVO DI CLERMONT IN ALVERNIA

Vita 01 / 08

Origini ed educazione gallo-romana

Sidonio Apollinare nasce verso il 430 a Lione in un'illustre famiglia di senatori e riceve una completa educazione classica.

Sidonio Apollinare, Sidoine Apollinaire Vescovo di Clermont e scrittore gallo-romano. vescovo della città d'Alvernia ville d'Auvergne Sede episcopale di San Gallo. , nacque nelle Gallie da una famiglia illustre. I suoi antenati, che brillarono al primo rango dei senatori, erano stati successivamente prefetti di Roma e del pretorio, maestri degli uffici e comandanti degli eserc iti. La città d La cité de Lyon Sede episcopale di sant'Eucherio. i Lione era la loro dimora principale. Avevano nei suoi dintorni ricche ville. Possedevano anche grandi beni in Alvernia, dove li chiamavano spesso interessi diversi e nobili alleanze.

Sidonio, che doveva essere una nuova gloria di questa famiglia, nacque il 5 novembre, verso l'anno 430, sotto il regno di Teodosio il Giovane e di Valentiniano III, e sotto il pontificato di Celestino I. Ricevette i nomi di Caius Sollius Apollinaris Sidonius. Il nome di Apollinare gli veniva dal suo avo: Sidonio era propriamente il suo. Qualche volta lo chiamavano solo Sollio. È sotto questo nome che lo hanno designato nelle loro lettere san Ruricio di Limoges e sant'Avito di Vienne. Nella storia della Chiesa e in quella delle lettere francesi, è conosciuto sotto il nome di Sidonio Apollinare. Gli autori non sono d'accordo sul luogo della sua nascita. Il Padre Sirmond afferma che era originario della città d'Alvernia. Si ritiene più comunemente che Lione sia stata la sua patria.

È in questa città che Sidonio passò la sua infanzia: vi si formò durante la sua giovinezza, allo studio delle lettere per le quali conservò un gusto così pronunciato. Percorse i diversi rami dell'insegnamento gallo-romano, dalla grammatica e l'eloquenza che ne erano i primi gradi, fino alla geometria, la dialettica, l'astronomia e la musica, che erano il complemento di una forte educazione letteraria. Sidonio Apollinare si dedicò anche con ardore allo studio dei capolavori della Grecia e dell'Italia: basta scorrere le sue opere per riconoscere che questi primi lavori non contribuirono poco ad arricchire il suo spirito di un vasto tesoro di erudizione e di conoscenze. Cita nelle sue epistole e nei suoi versi molti scrittori, filosofi, poeti; e i dettagli nei quali entra, quando apprezza il loro carattere e le loro opere, mostrano abbastanza che li studiò con una cura particolare.

L'amore per le lettere, che venne a Sidonio fin dai primi anni della sua educazione, lo seguì tutta la vita. Esse riempirono più tardi gli svaghi che gli lasciavano le sue occupazioni, e gli contesero fino alle sue ore di riposo.

Così, sebbene confessi con candore di amare i pigri, ha cura di aggiungere che la pigrizia non gli impedisce mai di leggere e di studiare. Questo gusto per le lettere lo portava a vegliare affinché esse si mantenessero nel mezzo delle Gallie attraverso una nobile emulazione; gli fece ricercare con premura la compagnia delle persone raccomandate per la loro scienza. Poiché, se la società degli uomini illetterati era per lui una solitudine spaventosa, quella degli uomini eloquenti gli sembrava un commercio che non si saprebbe troppo stimare. Sidonio Apollinare amava soprattutto la società di Claudiano, dotto sacerdote attorno al quale si accalcava, avida di ascoltarlo, una gioventù studiosa e scelta. Claudiano era fratello di san Mamerto, vescovo di V saint Mamert Arcivescovo di Vienne ed educatore del santo. ienne. Dedito fin dalla giovinezza, nelle solitudini di Grigny, allo studio delle lettere sacre e profane, divenne così abile nella scienza cristiana e nella filosofia dei Greci che passava per il più bell'ingegno del suo secolo e il più grande genio del suo tempo. È senza dubbio allora che Sidonio cominciò a conoscere il fratello di Claudiano, san Mamerto, questo pontefice così raccomandabile sulla sede di Vienne per la sua santità e la sua vigilanza. Sapaudo, il cui insegnamento faceva la gloria delle lettere viennesi, e Salviano, degno amico di Claudiano, il cui eloquente genio ritraeva con uno stile da profeta i trionfi della Provvidenza nel mezzo dei funerali del mondo romano.

Mentre Sidonio si dedicava a questi lavori di spirito che dovevano completare in lui una brillante educazione letteraria, contrasse con diversi giovani gallo-romani un'amicizia solida e virtuosa. Tra loro bisogna comprendere Avito, Probo, Faustino e Aquilino, giovani signori provenienti dalle prime famiglie patrizie della Gallia romana. Gli studi non erano il solo legame che stringesse questa unione. Facevano insieme diversivo agli esercizi della scuola con la corsa, il gioco dei dadi, la caccia e i bagni. Il loro gioco favorito era quello della palla, questo gioco così conosciuto nelle scuole, e di cui il giovane Agostino ricercava gli innocenti trionfi prima della gloria delle lettere e quella dell'eloquenza.

Sidonio, educato nella religione cristiana, partecipava alle sue feste con felicità senza dubbio, non tuttavia senza mescolare alle gioie che esse portavano, i divertimenti del bell'ingegno e dell'uomo di mondo. Ma era giovane ancora, e apparteneva a quella pleiade di adolescenti che seguivano gli esercizi del foro. Lo vedremo portare più tardi sulla sede della città d'Alvernia quelle grandi e virili virtù che fecero dell'episcopato il sostegno delle società vacillanti; ma chi può stupirsi che nella sua giovinezza si dedicasse a quelle gioie pubbliche alle quali prendevano parte essi stessi antichi prefetti, senatori, patrizi e personaggi consolari! Era arrivato a quell'età in cui la vita si presenta con le sue glorie e le sue illusioni. Gli era dato di misurare con un colpo d'occhio quelle vaste amministrazioni della Gallia dove erano apparsi i suoi antenati, di considerare quegli alti impieghi dove i giovani patrizi potevano spiegare i loro talenti e lo splendore della loro nascita. La vista di quelle grandezze abbagliò un istante lo sguardo di Sidonio Apollinare; poiché concepì il progetto di abbracciare la carriera delle cariche pubbliche per trovarvi la gloria, e con essa il mezzo di aggiungere alla considerazione legata da diversi secoli al nome che avevano portato i suoi padri. Sono pensieri che gli sfuggiranno in certe ore, nel mezzo delle vicissitudini e delle rivoluzioni del mondo. La fede potrà combatterli, l'esperienza modificarli; essi non scompariranno senza ritorno che in quell'epoca della sua vita in cui, donandosi a Dio senza riserve, gli sacrificherà, nell'umiltà del sacerdozio, gli onori del secolo e il resto dei suoi giorni.

Sidonio Apollinare aveva appena terminato gli studi ai quali si dedicava nel suo secolo la gioventù gallo-romana. I successi ottenuti durante il corso della sua educazione letteraria, l'ereditarietà degli onori nella sua famiglia, un'ambizione nascente che confessa nelle sue lettere; tutto gli ispirava il desiderio di eguagliare o superare i suoi antenati. Poiché l'eloquenza e la poesia spianavano spesso la strada delle cariche pubbliche, e poiché non era stato raro, nel quarto e nel quinto secolo, che grammatici, retori, filosofi e poeti fossero arrivati ai primi impieghi dell'impero, Sidonio continuò a coltivare le lettere, per trovarvi, oltre ai piaceri che esse procurano, un mezzo per raggiungere più prontamente i suoi fini.

Vita 02 / 08

Carriera pubblica e alleanza imperiale

Sposa Papianilla, figlia dell'imperatore Avito, e intraprende una brillante carriera politica, diventando prefetto di Roma.

Fin dal suo ingresso nella vita politica, Sidonio Apollinare appartiene a quella classe colta in cui si conservavano, insieme alle più gloriose tradizioni del passato, i progetti di indipendenza e di vita nazionale. Un'alleanza onorevole venne a sostenere le sue speranze, nel momento in cui pensava di seguire le orme dei suoi avi, in qualche carica del pretorio o in qualche comando degli eserciti. Sposò Papi Papianilla Moglie di Sidonio Apollinare e figlia dell'imperatore Avito. anilla, figlia del s enatore Flavio Eparchio Flavius Eparchius Avitus Imperatore romano d'Occidente e suocero di Sidonio. Avito, che si elevò fino all'impero grazie alla sua abilità e ai suoi talenti. Se questa alleanza fu per lui un onore, si riconobbe presto che ne era degno, per la purezza dei suoi costumi e lo splendore delle sue doti.

Lo spettacolo delle rivoluzioni dell'Occidente, dove gli imperatori si succedevano tra gli eventi più tragici, diede a Sidonio Apollinare lezioni sorprendenti sull'instabilità delle grandezze umane: gli costò meno rompere con i suoi progetti di elevazione. Si ritirò nei possedimenti che gli Apollinare avevano in Alvernia e nella Lionese. Vi trovò un fascino fino ad allora sconosciuto: quei luoghi gli facevano dimenticare i rovesci della fortuna e gli procuravano il mezzo per sfuggire ai colpi che le rivoluzioni infliggevano all'Impero, di cui vide da così vicino la debolezza e le sventure. Nessun ritiro gli sorrideva più della villa di Avitacum, che si crede sia oggi il villaggio di Aydat (Avitac, Avitacus, Avitacum), situato a poche leghe da Clermont, a sud-ovest. Non è che questa villa avesse prospettive più ridenti, un maggior numero di coloni, acri di terra più estesi. Ciò che le dava, agli occhi di Sidonio Apollinare, valore e bellezza, è che proveniva da sua moglie Papianilla. Lì trascorsero le sue ore più lunghe: si vede, dalla cura che si prese nel descriverla, che vi passava, tra le gioie della famiglia e delle lettere, i suoi momenti più dolci. Ciò che dava soprattutto a questa villa un fascino in più per Sidonio Apollinare era la presenza dei suoi cari: trascorreva giorni pieni di calma con Papianilla, Ecdicio, Agricola e i suoi giovani figli, Apollinare, Alcimo, Roscia e Severiana.

Sidonio Apollinare includeva anche nella sua famiglia e nelle sue cure i coloni e i tributari incaricati dei suoi domini. La sorte dei coloni, nel quinto secolo, somigliava un po' a quella degli schiavi. Legati alla gleba nelle coltivazioni dei grandi signori della Gallia, subivano le condizioni della terra. Sebbene avessero un'ombra di libertà, il padrone poteva venderli con il suolo. In questo stato precario, dovevano sospirare dopo l'affrancamento che era per loro e per le loro famiglie un vero vantaggio. Sidonio faceva di tutto per addolcire la sventura dei coloni di Avitacum e delle sue altre terre: vegliava sulla sicurezza degli uni e sull'onore degli altri. Un giorno, seppe che lo schiavo di un suo amico, chiamato Pudente, aveva rapito la figlia di uno dei suoi coloni: la sua indignazione fu estrema. Pudente, che conosceva i suoi sentimenti, presunse fino a che punto sarebbe stato sconvolto da questa ingiustizia: scrisse subito per assicurargli che non aveva conosciuto il disegno del rapitore; unì alle sue scuse delle preghiere per ottenere il perdono del suo schiavo. Sidonio lo accordò solo a condizione che lo affrancasse, affinché colei che era stata rapita diventasse sua sposa legittima e trovasse nella libertà una compensazione al suo disonore. Al di fuori degli affari e delle cure della famiglia, Sidonio Apollinare restò, durante alcuni anni del suo ritiro, tutto dedito alle lettere, all'amicizia e alle sue corrispondenze. Una squisita sensibilità caratterizzava i costumi sociali di Sidonio: in epoche che si direbbero barbare, correggeva la cortesia greca e romana con quel misto di bontà e di dolcezza che il cristianesimo sostituiva allo stoico orgoglio e alle libertà colpevoli delle relazioni pagane. Tuttavia, nelle amicizie, non ricercava solo le gioie delicate del cuore; le considerava poco solide quando non riposavano sulla virtù e su una reciproca stima. Sapeva scegliere; la sua scelta cadeva sempre sul merito. Le sue amicizie non si rinchiudevano nei segreti del cuore. Simili a una fonte che non trattiene le sue acque per sé, si diffondevano in servizi e benefici. Per se stesso o per i suoi amici, proteggeva i deboli, placava le divisioni, arrestava i processi: si moltiplicava per obbligare e soccorrere. Quando si percorrono le sue lettere di amicizia, di letteratura, di politica e di affari, si resta convinti che la bontà entrasse per una larga parte nel suo carattere e nelle abitudini della sua vita morale. In mezzo alle varietà della sua esistenza, una cura, quella delle belle lettere, lo catturava sempre. Quando pensava alla Gallia, la sua patria, la sognava dotta e colta come l'Italia e la Grecia: a volte rimpiangeva per essa le belle età della letteratura.

Il cristianesimo, di cui seguiva le massime, gli insegnava il nulla delle cose umane, e quando vedeva l'esperienza del suo tempo confermare i suoi oracoli, si abbandonava a questa riflessione così profonda e così vera che si crederebbe staccata da una delle più belle pagine della filosofia cristiana: «Ignoro se sia una felicità aspirare alla condizione dei grandi e dei principi, resta il fatto che è una sventura arrivarvi». Tuttavia gli impieghi della alta magistratura si riunivano in lui agli onori del laticlavio. Prefetto di Roma e del senato, era come il primo cittadino della città eterna, e di quella corporazione famosa che conservava accuratamente, con i resti delle più grandi famiglie, i ricordi più preziosi del Consolato, della Repubblica e dell'impero. Confidente di Antemio, fu per qualche tempo l'arbitro delle volontà imperiali, e, come se tutto dovesse contribuire alla sua illustrazione, l'eloquenza e la poesia mescolavano i loro allori al tradimento del senatore e alla palma pretoriana, per circondarlo della considerazione pubblica e raccomandarlo alla stima dei suoi contemporanei.

I suoi sogni di gioventù erano compiuti. Gli onori almeno non corruppero la sua virtù; adempì alle sue funzioni in modo da attirarsi le lodi degli uomini più virtuosi del suo secolo. Tutti riconoscevano che era meno il suo sfarzo che le sue dignità ad elevarlo al di sopra degli altri. Uno dei vescovi più celebri della Gallia, Lupo di Troyes, si felicitava di vederlo giungere alle più alte cariche della corte, e, sebbene ci fosse da temere che queste grandezze fossero per lui uno scoglio, ammirava come la sua prudenza lo mettesse al riparo dalle seduzioni che abbondano ai piedi dei troni. Ma Sidonio Apollinare non corse a lungo questi pericoli di un nuovo genere. Soddisfatto delle distinzioni che aveva ricevuto, lasciò la corte (469), salutò la città dei Cesari che non doveva più rivedere, e si affrettò a ritornare nelle Gallie, che trovò infestate dai Barbari e sotto il peso dei terrori che diffondeva Euric Euric Re dei Visigoti, persecutore dei cattolici e di Sidonio. o, il nuovo re dei Visigoti.

Conversione 03 / 08

Conversione ed elezione all'episcopato

Dopo una vita mondana, si volge alla fede e viene eletto vescovo di Clermont nel 472, succedendo a Eparchio.

Ma ciò che colpisce di più in Sidonio Apollinare, in quest'epoca, è il passaggio da una vita alquanto elegante e mondana a una vita sulla quale le idee della fede esercitano un'azione più profonda. Le sue lettere e le poesie che gli sfuggono ci rivelano il lavoro intimo che si operava nell'anima del patrizio e del poeta. Le alte riflessioni alle quali il cristianesimo elevava le intelligenze colte del tempo gli diventano più familiari. Il discendente dei prefetti del pretorio segue con sguardo attento, nel mezzo delle rivoluzioni sociali che travolgono tutto il passato delle istituzioni e dei costumi pubblici, il progresso e lo sviluppo di queste idee cristiane che apportavano al mondo nuovi destini e pegni più reali di salvezza. Se lo si vede sulla soglia delle ville patrizie, lo si vede anche nelle basiliche cattoliche, mescolato alla folla che crede e che prega. La visita dei santi vescovi della Gallia come quelli di Bordeaux, di Narbona, di Lione e di Riez, non figura meno nelle sue relazioni private di quella dei grandi personaggi del pretorio e dell'Occidente. Cristo è più spesso invocato nella sua prosa e nei suoi versi.

Il giovane Apollinare, suo figlio, essendo giunto a un'età in cui bisognava seriamente occuparsi del suo spirito e dei suoi costumi, Sidonio volle iniziarlo lui stesso al segreto delle belle lettere. Cominciava a prepararlo all'intelligenza degli scrittori di Roma e di Atene, gli faceva notare le bellezze dei loro scritti e gli ispirava un gusto particolare per i capolavori di queste due letterature. Questa educazione avveniva sotto gli auspici di Cristo e sotto l'influenza di quella morale evangelica le cui massime penetravano da ogni parte nell'interno delle famiglie plebee e consolari. Sidonio, che non attribuiva meno importanza ai costumi di Apollinare che alla cultura del suo spirito, gli insegnò di buon'ora i principi di una vera saggezza, ed è per renderglieli più sensibili che gli proponeva come modelli i cittadini virtuosi le cui azioni potevano servire d'esempio, e che gli vietava la compagnia delle persone dissolute i cui discorsi avrebbero potuto corromperlo.

Sidonio Apollinare offriva allora nella sua persona un'immagine dell'influenza che il cristianesimo esercitava sulle anime penetrate dalle sue massime. Il mondo non aveva più per lui le seduzioni che tentarono la sua giovinezza e, soddisfatto oltre l'aver eguagliato i suoi antenati in dignità, non pensò più che a superarli in meriti davanti a Dio. Non è senza una certa ammirazione che il clero e i fedeli dell'Alvernia vedevano il genero di Avito, il prefetto di Roma, il poeta patrizio, praticare con costanza le austerità del Vangelo, così opposte alle abitudini di mollezza e di eleganza del patriziato romano. Così, alla morte di Eparchio, nel 471, tutti gli occhi si volsero su di lui e con voce unanime lo si designava come suo successore.

L'Alvernia si trovava allora in congiunture difficili. I barbari cingevano ovunque le sue frontiere e i Visigoti, esaltati dall'arianesimo di Eurico, la minacciavano nella sua fede più cara delle sue libertà. Essa non poteva contare sui soccorsi di Roma, sulle risoluzioni energiche della curia, né sull'alleanza dei Burgundi, sempre piena d'incertezza. Mentre tante altre province avevano trovato la loro salvezza nel coraggio e nella santità dei loro vescovi, non era forse una scelta saggia rimettere nelle mani di Sidonio Apollinare gli interessi della fede e della cosa pubblica, chiamandolo all'episcopato? Tutto la rassicurava in una scelta simile; la virtù e il sapere di Sidonio, la considerazione personale che si era acquisita nella Gallia romana, l'ascendente che aveva avuto a intervalli sullo spirito dei barbari e soprattutto la sua devozione nota alla causa della religione e della patria.

Si sa che il clero e i fedeli vedevano allora senza troppa ripugnanza la direzione delle chiese affidata talvolta a uomini fino a quel momento impegnati nei legami della famiglia e nel movimento degli affari civili, quando d'altronde univano a una virtù comprovata le conoscenze richieste per una carica così elevata. Questi, d'altro canto, abbandonavano subito gli onori del pretorio o i lavori del foro, per non consacrare più la loro esistenza che alla salvezza del gregge spirituale di cui diventavano i capi e i custodi.

Appena Sidonio ebbe appreso questa determinazione del clero e dei fedeli, si abbandonò ai sentimenti di una profonda umiltà. Non poteva pensare al fardello di cui era stato appena caricato senza essere colto da un santo timore. I suoi allarmi traspaiono nelle confidenze di quell'epoca. «Malgrado la mia indegnità», scrive al suo caro Apollinare di Voroange, «mi è stato imposto il fardello di una professione sublime, a me infelice che, costretto a insegnare prima di aver imparato, e osando predicare il bene prima di praticarlo, sono simile a un albero sterile che, non avendo opere come frutto, non dà che parole come foglie». In una lettera ad Avito, suo parente e suo amico, dichiara che non meritava di essere messo a capo della chiesa d'Alvernia. Altrove, si raccomanda a Fonteio, vescovo di Vaison, che era sempre stato per la sua famiglia un potente patrono in Cristo, e reclama l'appoggio delle sue preghiere, perché gli è stato imposto il titolo e i doveri di vescovo, sebbene fosse indegno di portarlo e di adempierlo. Geme, scrivendo a Lupo di Troyes, del fatto che i suoi crimini gli sono valsi come castigo l'episcopato e che lo costringono a pregare per i peccati dei popoli, lui per il quale le suppliche di un popolo innocente otterrebbero a stento misericordia.

Sidonio Apollinare accettò il governo spirituale della chiesa arverna con grande umiltà e chinò il capo sotto il giogo del sacerdozio, pieno di fiducia in Colui che lo aveva strappato alle preoccupazioni del secolo per dargli una parte insigne nell'eredità dei suoi pontefici. Se conosceva la sua indigenza spirituale, sapeva anche, con Paolino di Nola, che Dio, che dona la saggezza ai più semplici, avrebbe saputo glorificare in lui le alte funzioni di cui lo aveva investito e renderlo degno dei suoi doveri, malgrado la sua indegnità. Fu elevato sulla sede della città d'Alvernia nell'anno 472. Si conosce la data precisa della sua elezione perché egli stesso dice che Lupo di Troyes aveva allora quarantacinque anni di episcopato. Ora, si sa in modo certo che san Lupo fu nominato vescovo di Troyes nel 427. Ma la storia non ci ha trasmesso nulla di particolare sulle circostanze di questa elezione.

Appena la notizia della sua elezione fu diffusa nella Gallia cristiana, essa vi causò una grande gioia. La chiesa d'Alvernia si aspettava molto da questo eminente personaggio, la cui nascita e le dignità occupate nel secolo avrebbero dato un lustro in più alla sua amministrazione spirituale, mentre le sue ricchezze sarebbero venute ad alimentare la fonte delle elemosine pubbliche. Essa poteva sperare, inoltre, che la sua virtù e il suo coraggio la preservassero dalle sventure di cui i barbari la minacciavano e che l'alta influenza che aveva acquisito nella direzione degli affari occidentali sarebbe stata una forte barriera da opporre all'arianesimo visigoto.

Le altre chiese applaudirono a questa scelta e i principali vescovi della Gallia, che conoscevano Sidonio Apollinare per se stesso o per quella fama che le sue qualità avevano diffuso lontano, trassero i migliori auspici dal suo episcopato. Paziente, Eufronio di Autun, Fonteio di Vaison, Fausto di Riez, Mamerto di Vienne e tutti i dotti sacerdoti che aveva conosciuto si unirono alle famiglie cristiane del patriziato gallo-romano per circondare con le loro preghiere e i loro voti i primi passi del nuovo Pontefice in questa milizia sacra dove avrà d'ora in poi da difendere la più santa delle cause, quella di Dio e della sua Chiesa.

Ma tra i vescovi che gli scrissero per testimoniargli la gioia che avevano per la sua promozione e per esortarlo ad adempiere degnamente le funzioni alle quali era stato chiamato, nessuna testimonianza dovette toccarlo più profondamente di quella di Lupo di Troyes, considerato allora come il padre dei vescovi, meno a causa della sua vecchiaia che per le sue virtù che lo rendevano così venerabile agli occhi della Gallia cristiana. Un'amicizia iniziata nel secolo lo univa a Sidonio Apollinare. Lo seguiva con sguardo di padre attraverso le vicissitudini della sua vita politica. Quando apprese che aveva abbracciato il sacerdozio, non poté contenere i suoi trasporti e gli scrisse subito una lettera, che è uno dei più bei monumenti della sua carità e della sua eloquenza. Essa respira la tenerezza più viva e la fede più profonda. Vedeva, nell'avvento di Sidonio all'episcopato, un motivo di consolazione per la Chiesa nel mezzo dei suoi mali e, per Sidonio stesso, un'occasione di elevarsi attraverso l'umiltà a una grandezza sconosciuta agli uomini, ma la sola che fosse solida agli occhi di Dio. Aggiungeva a ciò dei consigli che confermava con l'autorità della sua grande età e sembrava designarlo come erede dei suoi lavori apostolici, in questa chiesa delle Gallie, tutta piena delle sue virtù e del suo nome.

Contesto 04 / 08

Difesa dell'Alvernia e lotta contro l'arianesimo

Protegge la sua diocesi contro le invasioni di Eurico, re dei Visigoti, e combatte l'eresia ariana che minaccia la fede cattolica.

Non appena Sidonio Apollinare fu sulla cattedra episcopale dell'Alvernia, non omise nulla per mettersi all'altezza del suo nuovo ministero. Persuaso che il mezzo più efficace per edificare le anime fosse santificare se stesso, intraprese senza indugio questo arduo e nobile compito. Amava dire, come Paolino di Nola, nei primi giorni del suo sacerdozio: «Ora che siamo liberati dal peso delle cose estranee, dobbiamo consacrare a Dio tutto ciò che è veramente nostro, cioè offrirgli in sacrificio, come è scritto, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo, e fare di noi un tempio santo. Poiché non possediamo solo denaro, terre e altri beni esteriori: abbiamo altri beni che sono le nostre abitudini e i desideri del nostro cuore. Vendere questi beni attraverso la mortificazione significa realmente spogliarsi di se stessi». Tuttavia, la missione del vescovo non si limitava unicamente a tendere al vertice della perfezione cristiana. Incaricato della guida dei popoli nella direzione delle loro vie morali e religiose, doveva a ogni istante estendere la sua sollecitudine sui loro bisogni, illuminarli con i suoi consigli e versare dal profondo del suo cuore, come da una fonte inesauribile, le consolazioni più toccanti sulle miserie più profonde. Così la Chiesa misurava l'estensione dei suoi doveri sull'altezza stessa della sua dignità. Gli affidava la cura di tutte le istituzioni cristiane, delle abbazie, dei monasteri, delle associazioni religiose della diocesi; e inoltre, nelle relazioni che doveva intrattenere con i vari membri del suo gregge, lo costituiva padre dei poveri, sostegno delle vedove e degli orfani, speranza degli afflitti e rifugio dei disgraziati.

Sidonio Apollinare conosceva la natura e l'estensione di questi obblighi quando fu chiamato al governo della Chiesa d'Alvernia. Fu ad adempierli che dedicò d'ora in poi ogni sua cura. Abbracciando con uno sguardo sicuro e rapido gli interessi spirituali e civili dei suoi cari Arverni, volle essere il loro padre e il loro sostegno nelle congiunture difficili in cui si trovavano. Nulla scoraggiò il suo zelo e il suo coraggio, né la vasta estensione della sua diocesi, né gli sforzi che il politeismo e il druidismo facevano per rivivere, né i clamori minacciosi che facevano udire i Visigoti appostati dietro le Cevenne.

Si doveva innanzitutto alla sua Chiesa. Poiché la religione cominciava a fiorirvi, bisognava mantenere e sviluppare i semi della fede, vegliare sul fervore dei monasteri che erano veri focolai di cultura morale e letteraria, fondare nuove comunità cristiane, dirigere i chierici secondo le regole di una prudenza consumata e diffondere le luci del Vangelo negli angoli di terra che restavano all'idolatria. Per conoscere i bisogni del suo popolo e per meglio rimediarvi, percorse le diverse parti della sua diocesi, conquistando le popolazioni con il fascino delle sue virtù e dei suoi benefici, istruendole con solidi discorsi e premunendole con l'esposizione della vera dottrina contro le seduzioni dell'arianesimo che aveva già pervertito molti spiriti, soprattutto nelle province che dipendevano dai Visigoti e dai Burgundi. L'Alvernia non contava meno su Sidonio Apollinare per la difesa della sua libertà ogni giorno minacciata da crudeli e terribili vicini.

Si poteva, infatti, ogni giorno attendersi un attacco dei Visigoti, o ricevere il contraccolpo degli eventi più imprevisti che si compivano in seno al governo imperiale. L'Italia non godeva più di alcun riposo e l'ombra della guerra civile non cessava di errare attorno ai bastioni di Roma. Presto Anicio Olibrio fu massacrato per ordine di Ricimero e Roma devastata. La Gallia risentì di questa rivoluzione. Eurico, trovando il campo libero per le sue conquiste, non ascoltò più che la sua ambizione e il suo fanatismo, e pesò con tutto il peso dei suoi rigori e delle sue minacce sulle province che avevano accettato solo a malincuore la sua dominazione. La situazione della Gallia meridionale fu delle più deplorevoli sotto questo principe violento e sanguinario. Perseguiva con il suo odio tutti coloro che restavano attaccati alla causa romana e segnava soprattutto le sue vittorie e le sue incursioni con il saccheggio delle chiese. Persuaso che dovesse al suo zelo per l'arianesimo il successo dei suoi disegni e delle sue imprese, perseguitava senza tregua i cattolici dei suoi Stati. Nel suo accanimento, si scagliava di preferenza contro i vescovi come fonte del sacerdozio, e li condannava all'esilio o alla morte. La Novempopolania e le due Aquitanie furono soprattutto il teatro di questa persecuzione. I vescovi Croco e Simplicio furono violentemente strappati alle loro sedi e gettati lontano dalle loro diocesi. Quelli di Bordeaux, Périgueux, Rodez, Limoges, Gabale, Eauze, Bazas, Comminges e Auch furono massacrati con molti altri, tra i quali bisogna comprendere Valerio di Antibes, Graziano di Tolone, Deuterio di Nizza e Leonzio di Fréjus.

Ciò che aumentava il male ogni giorno era che non era permesso colmare il vuoto causato dalla morte dei pontefici e sostituirli con nuovi vescovi che potessero conferire i ministeri degli ordini inferiori. Così la desolazione e il lutto regnavano ovunque nelle diocesi e nelle parrocchie. La sommità dei templi minacciava di crollare; il furore dei Visigoti si era scatenato fino sulle porte che avevano rimosso, in modo che rovi e spine crescevano sulla soglia delle basiliche e ne chiudevano l'ingresso. Le greggi stesse venivano a coricarsi in mezzo ai vestiboli socchiusi, o penetravano all'interno del santuario per brucare l'erba che tappezzava i fianchi degli altari sacri.

La solitudine non regnava solo nelle parrocchie delle campagne, ma anche nelle chiese delle città dove le riunioni divenivano molto rare. Un colpo mortale era portato alla disciplina. Il ricordo stesso delle preghiere pubbliche tendeva a svanire e, poiché i chierici che morivano non ricevevano alcun successore dalla benedizione episcopale, il sacerdozio e la religione, i sacramenti e il culto del cattolicesimo, tutto in queste infelici chiese si confondeva in una rovina comune. Nulla era lugubre come l'immagine di questa desolazione spirituale. A questa vista, i popoli si disperavano per la perdita della fede e cadevano in una tale desolazione che gli eretici stessi ne sarebbero stati inteneriti.

Sidonio Apollinare, testimone di questa persecuzione, provò una profonda afflizione quando vide i Visigoti stabilirsi in mezzo al sangue dei fedeli e sulle rovine della fede cattolica. Il vescovo non vedeva più che le sventure della Chiesa e, nei colpi che Eurico portava alla Chiesa delle Gallie, temeva meno quelli che colpivano le mura dei Romani che quelli che raggiungevano le leggi cristiane. Il pensiero che l'Alvernia sfuggisse a queste calamità lo sosteneva in mezzo al terrore che aveva invaso gli spiriti. Ma fino a che punto poteva rassicurare l'ombra di libertà che restava ancora, quando si sapeva che i Visigoti, impazienti nei limiti della loro Settimania, non attendevano che un momento favorevole per occupare questo angolo di terra che eccitava le loro cupidigie?

Teologia 05 / 08

Riforma liturgica e rinuncia alle lettere profane

Compone un Sacramentario per la sua chiesa e abbandona la poesia profana per dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture.

Tornato nella sua Chiesa, Sidonio Apollinare si dedicò interamente ai suoi doveri e alla salvezza del suo gregge. Se, da una parte, lavorava per preservare i fedeli dal contagio dell'errore, dall'altra, non cessava di risollevare gli animi spesso sconcertati dai progressi allarmanti dei Barbari. L'Alvernia si riposò sulla sua vigilanza; e ne avrebbe assicurato la pace e la libertà, se la santità e la dedizione fossero bastate a ottenere un tale risultato. Un cambiamento sensibile avvenne nel suo spirito. Tanto si era dedicato alle scienze profane, quanto, una volta impegnato nel sacerdozio, si consacrò alla scienza cristiana, alla scienza di Dio. Non vide più nei fascini dell'eloquenza umana che sogni brillanti capaci di sedurre giovani intelligenze; gli sembrava che, ammesso alla scuola della vera sapienza, non dovesse più leggere e comporre che scritti seri.

Sidonio consacrò i primi studi del suo episcopato alle Sacre Scritture, e dovette alle meditazioni che ne fece il cogliere il senso e lo spirito. Non volle avventurarsi solo in mezzo ai sentieri dell'ermeneutica che non aveva ancora esplorato; prese con sé Origene e Girolamo che passavano per i commentatori più stimati e più completi. Studiò le loro opere, e acquisì presto lui stesso, nella conoscenza delle Scritture, una tale rinomanza, che i vescovi più antichi della Gallia, e i personaggi elevati in dignità, lo consultavano sui passaggi più difficili, e lo pregavano di inviare loro dei commenti. Non ignorava che le Sacre Scritture racchiudevano la vera dottrina del cielo, ed è a questa fonte che attingeva abbondantemente le acque della verità e della grazia, al fine di spargerle a flutti più larghi sul cuore degli altri. Così, in questo genere di sapere, le sue conoscenze divennero assai estese; passò persino per uno dei più abili interpreti che possedesse la Gallia cristiana. Un grande vantaggio che ne raccolse fu questa stessa scienza del cristianesimo di cui i dottori della Chiesa avevano riempito i loro scritti, e alla quale non fu affatto preparato dalla sua vita politica e dai suoi studi profani. Ma poiché la dogmatica doveva avere un largo posto nelle conoscenze di un vescovo, vi si perfezionò studiando quei capolavori dove i Padri dei primi secoli scavarono quel vasto solco da cui la teologia fece sbocciare quelle magnifiche Somme che racchiudono in un mirabile insieme tutta la dottrina del cattolicesimo.

Le chiese gallo-romane, evangelizzate per la maggior parte da vescovi orientali, come Ireneo, Potino, Saturnino, Crescente e Trofimo, avevano adottato le liturgie d'Oriente, ma non senza dubbio, senza qualche alterazione. Il bisogno di una maggiore unità si fece sentire, fin dal V secolo: si comprese almeno la necessità di riunire in un solo e medesimo corpo tutte le preghiere della liturgia, al fine di fissarle più sicuramente per mezzo della scrittura; e, in molte diocesi, si incaricarono di questo compito gli uomini più eruditi. A Vienne, Claudiano Mamerto si sottraeva spesso ai suoi lavori di filosofia per occuparsi a regolare l'ufficio divino, e a segnare le lezioni che dovevano essere dette nelle principali feste dell'anno. A Marsiglia, Museo, uno dei sacerdoti più distinti di questa città, si dedicava agli stessi studi. Per la Chiesa d'Alvernia, fu Sidonio Apollinare che intraprese lui stesso quest'opera. Raccolse tutti i monumenti della liturgia, dispose con ordine le lezioni dei Profeti, dei Vangeli e degli Apostoli, e, unendoli al canone apostolico con le preghiere che aveva composto, fece, ad uso della sua Chiesa, un Messale o Sacramentario di cui si servì Gregorio di Tours e che egli arricchì di una prefazione.

Quanto alla poesia profa na che tante volte occu Missel ou Sacramentaire Raccolta liturgica composta da Sidonio per la chiesa d'Alvernia. pò i suoi svaghi, vi rinunciò fin dall'inizio del suo nuovo ministero. La sua professione di vescovo gli sembrava troppo grave perché si permettesse ancora quegli esercizi dell'immaginazione dove il fuoco, il movimento e la leggerezza della poesia non si conciliano sempre con le occupazioni serie del sacerdozio. La gloria dei versi lo toccava meno del pensiero dell'eternità, e, sebbene riconoscesse che la poesia potesse essere, nel secolo, un passatempo utile e piacevole, non la credeva più degna ora di occupare il suo spirito. Era il tempo, secondo lui, di pensare alla vita eterna piuttosto che a una rinomanza duratura, e di ricordare che dopo la morte, non saranno le nostre opere letterarie, ma le nostre azioni che verranno pesate. Così non pensava ad alcune delle produzioni della sua giovinezza, se non per testimoniare il suo rammarico di averle composte. Ma pur abbandonando la poesia profana, si riservò di riprendere i suoi canti per celebrare i Santi e i Martiri.

Vita 06 / 08

Esilio a Livia e ritorno trionfale

Imprigionato da Eurico vicino a Carcassonne, finisce per essere liberato e ritrova il suo popolo che lo accoglie come un salvatore.

Sidonio Apollinare avrebbe voluto raggiungere una terra dove potesse, lontano dai barbari, godere, nell'esercizio del suo ministero, di una piena libertà. Il suo carattere, le circostanze, il dolore degli Arverni, il timore di vederli cadere nelle trappole dell'arianesimo, tutto gli impose un'altra condotta. Il dovere lo voleva in mezzo al suo popolo: vi rimase per condividerne le privazioni, e risolse di non lasciarlo se non quando ne fosse stato strappato con la violenza. La sua presenza in Alvernia suscitò ombra ai suoi nuovi padroni. Eurico vide con occhio inquieto l'impero che egli aveva sulle popolazioni cattoliche, e pensando che sarebbe stato un ostacolo ai suoi disegni, risolse, nell'interesse della sua politica, di strappare al suo popolo colui che ne era il sostegno e il padre.

I fedeli dell'Alvernia, nell'apprendere l'ordine crudele che toglieva alla sua diocesi colui che ne era il sostegno, e in circostanze in cui avrebbero avuto il maggior bisogno della sua direzione, ne concepirono un profondo dolore. Stavano dunque per essere consegnati alle violenze dei Visigoti, ed esposti alle seduzioni dell'arianesimo, senza trovare presso il loro vescovo l'appoggio e le luci che reclamavano pericoli così pressanti. La sua partenza commosse, in effetti, tutti i cuori, e le lacrime del suo popolo gli dissero, in un doloroso addio, quanto attaccamento vi fosse per lui nel profondo di questa città dell'Alvernia. Non poté lasciarla senza amari rimpianti, pensando alle sue sventure e ai suoi pericoli.

Fu condotto fuori dalla sua diocesi, e relegato in una fortezza che si trovava ai confini della Narbonense, a dodici miglia da Carcassonne; si chiamava Livia, e portò più tardi il nome di Campendu. I giorni dell'esilio furono amari per Sidonio Apollinare. Chiuso in un oscuro carcere, sorvegliato da guardie che avevano missione di osservare i suoi minimi movimenti, risentì tutti i mali dell'avversità. Il sole, illuminando le mura della sua casa, gli rendeva più sensibile e più crudele il ricordo di quella patria adottiva che occupava costantemente i suoi pensieri. Le notti passavano in lunghi sospiri strappati dal timore dei mali di cui forse si accanivano contro il suo popolo. La fede e la rassegnazione li resero meno dure: furono addolcite dalle belle lettere, la cui compagnia segue in ogni luogo coloro che le coltivano.

Sia che Eurico consultasse gli interessi della sua gloria che poteva soffrire della persecuzione esercitata contro Sidonio, sia che guardasse come un mezzo più adatto a guadagnare i popoli dell'Alvernia il rendere loro un vescovo di cui invocavano la liberazione con tutti i loro voti, fece aprire le porte della torre di Livia. Il suo ritorno fu salutato da unanimi trasporti: alla gioia che ne provavano, gli Arverni compresero di aver ritrovato un salvatore e un padre. La sua prima cura fu di assicurarsi da sé se i suoi popoli non avessero sofferto troppo, in sua assenza, dei rigori di una dominazione barbara, e se la loro fede non fosse stata scossa dagli attacchi di alcuni falsi dottori che lavoravano a scuotere nelle anime la fede cattolica. Il suo cuore di vescovo si dilatò, quando vide che questi errori non avevano fatto alcun progresso nella sua diocesi, e che lo zelo dei novatori era fallito davanti all'attaccamento dei fedeli alle loro credenze. Comprese nondimeno che la situazione religiosa dell'Alvernia era piena di incertezze, e che il dovere di un vescovo, in simili congiunture, era di concorrere, con tutti i mezzi possibili, all'appagamento degli spiriti e al rafforzamento della verità. Per compiere una tale missione, vi erano battaglie da sostenere, difficoltà da vincere, prove da sopportare. Sidonio aveva il cuore abbastanza grande per non flettere sotto il peso di questo compito; non lo aveva abbastanza fermo o abbastanza duro per non risentire le pene che gli venivano da una posizione così delicata.

Miracolo 07 / 08

Tradimento dei sacerdoti e castigo divino

Due sacerdoti ribelli, Onorio ed Ermanchio, tentano di estrometterlo, ma Onorio muore improvvisamente di una morte che ricorda quella di Ario.

Così egli consacrava alla preghiera l'ultima età della sua vita; e, per rendersi più propizi i giudizi di Dio, cancellava tra le lacrime e il pentimento le colpe di cui il ricordo inquietava la sua coscienza. Sembra che, dopo un'amministrazione dolce e prudente come la sua, avrebbe dovuto finire i suoi giorni nel riposo. Dio, che ama mettere alla prova i suoi servitori, al fine di renderli più degni delle sue ricompense, permise che egli subisse delle contraddizioni la cui amarezza desolò la fine del suo episcopato.

Due sacerdoti del suo clero, sostenuti senza dubbio dal partito ariano che egli aveva così vigorosamente combattuto, si sollevarono contro di lui e gli fecero subire i più indegni trattamenti. S i chiama Honorius Imperatore romano d'Occidente che abolì i giochi gladiatori dopo la morte di Telemaco. vano Onorio ed Ermanchio. Non contenti di avergli tolto il governo della sua Chiesa, in spregio alla disciplina e alle leggi canoniche, dilapidarono i suoi beni e non gli lasciarono per sussistere che risorse di estrema modestia. Sidonio Apollinare accettò questa ingiuria con rassegnazione e mostrò che se, nel più santo degli stati, si trovano uomini abbastanza infelici da disonorarlo con i loro vizi, ve ne sono sempre di abbastanza degni da risollevarlo con i loro meriti. L'ingiustizia di cui era vittima non fu di lunga durata; la clemenza divina ne abbreviò il corso. Un castigo, che non poteva venire che dal cielo, colpì uno dei colpevoli e vendicò Sidonio che non pensava che a soffrire e a perdonare. Onorio, poco soddisfatto di aver spogliato il suo vescovo, spinse l'audacia fino a volerlo cacciare dalla chiesa: il suo disegno, una volta stabilito, lo comunicò ad alcuni dei suoi partigiani, la vigilia del giorno in cui pensava di compierlo.

Ora, giunto il giorno seguente, e dato il segnale del Mattutino, ci si recava alla chiesa di Santa Maria, al fine di celebrarvi in coro le lodi divine. Onorio si era alzato, con il fiele nell'anima, e determinato a compiere il complotto sacrilego che aveva tramato il giorno precedente. Dio lo fermò nel momento in cui, recandosi in chiesa, rimuginava questi neri pensieri. Come fu entrato in un luogo segreto, vi rese l'ultimo respiro. Il suo servitore attendeva, una luce in mano, che uscisse: il giorno cominciava a spuntare ed Ermanchio, il suo complice, aveva, nella sua impazienza, inviato un messaggero con l'ordine di dirgli: «Vieni senza indugio, affinché eseguiamo ciò su cui ieri eravamo convenuti». Il corpo inanimato non dava alcuna risposta. Il servitore apre la porta e trova il suo padrone senza vita. La notizia di una morte così strana si sparse subito; e, poiché era avvenuta nelle stesse circostanze di quella di Ario, non si esitò a dire che Dio aveva voluto punire lo stesso crimine con lo stesso castigo. Non si può, in effetti, dubitare, dice Gregorio di Tours, che non vi sia crimine di eresia là dove, nella Chiesa, non si obbedisce al sacerdote di Dio, al quale è stata affidata la guida del gregge, e dove ci si ingerisce in un potere che non si è ricevuto né da Dio né dagli uomini.

La persecuzione di cui Sidonio aveva sofferto cessò e il sacerdote scismatico che restava, Ermanchio, fu costretto a nascondere il suo crimine e la sua vergogna, di fronte al gran numero di coloro che proclamavano l'innocenza del loro vescovo. Sidonio riprese in pace il corso della sua amministrazione, in mezzo alla soddisfazione generale della sua diocesi, dove tutti i fedeli, senza distinzione, gli auguravano una lunga e felice vecchiaia.

Eredità 08 / 08

Ultimi istanti e culto

Sidonio muore nel 489 dopo aver designato Apruncolo come successore; le sue reliquie furono a lungo venerate a Clermont.

L'Alvernia, così a lungo agitata da timori continui, aveva trovato un po' di calma negli ultimi anni del suo pontificato. La Chiesa vi proseguiva senza ostacoli la sua missione civilizzatrice; le basiliche si edificavano in maggior numero nelle città e nei municipi; i monasteri accoglievano sotto i loro chiostri pacifici un maggior numero di cenobiti, e l'Arianesimo, turbato nel suo zelo di propaganda dalla vigilanza del pastore, non gettava più, accanto al Druidismo gallico e al Politeismo romano, che pallidi bagliori che presagivano la sua prossima decadenza. Si amava la religione vedendola onorata dalle brillanti qualità di Sidonio, e la sua autorità paterna, imponendola, ne rendeva la pratica più dolce e più facile. La sua attività, nonostante il peso degli anni che cominciava a farsi sentire, rispondeva ai bisogni del suo vasto diocesi. Se talvolta la malattia o la molteplicità degli affari arrestava gli ardori del suo zelo, si scaricava di una parte delle sue cure su Apruncolo che, condotto in A lvernia d Apruncule Successore di Sidonio Apollinare sulla cattedra di Clermont. alla persecuzione e dall'esilio, vi pagava generosamente il suo debito di ospitalità, dedicandosi ad essa.

Si poteva dunque sperare ancora in giorni migliori: non era un'illusione credere che, grazie alle luci e alla saggezza di Sidonio, la religione avrebbe continuato ad estendersi e a fiorire. Ma Dio riservava alla chiesa d'Alvernia una crudele prova, abbreviando questa vita sulla quale riposavano così care speranze. Sidonio Apollinare fu colto da una grave malattia, e la febbre, raddoppiando di violenza, mise presto i suoi giorni in pericolo. Non si dissimulò affatto la gravità del suo male, e temendo più le conseguenze che gli orrori della morte, impiegò gli ultimi istanti della sua vita a morire bene. La sua fede si risvegliò con un nuovo ardore, e il timore dei giudizi eterni cogliendo la sua anima di un salutare spavento, risolse di prevenirli con una nuova espiazione. Preparato a questa partenza dalla vita da quelle idee cristiane che gliene mostrarono così spesso la brevità e il nulla, si rallegrò, come i Santi, nel vedere che le sue catene stavano per rompersi e il suo esilio finire. Il desiderio di entrare presto nella patria celeste gli fece concepire quello di morire ai piedi dei santi altari, dove il pensiero di Dio, reso più familiare, lo strapperebbe più presto alla terra, e gli renderebbe più sensibili la gloria e le ricompense di cui sperava di godere.

Secondo i voti che aveva espresso ai suoi che lo circondavano con le loro cure e la loro devozione, Sidonio Apollinare fu trasportato alla chiesa di Santa Maria. Appena vi fu deposto su un letto che era stato preparato vicino all'altare, una moltitudine di uomini, di donne e di bambini vi si recò per rendere al venerabile malato i doveri della loro pietà e della loro riconoscenza. Vedendo disteso, sul sagrato del tempio, colui che era stato il sostegno dei deboli e dei poveri, e vedendo spegnersi quegli sguardi da cui erano scaturiti su di loro lampi d'amore e di verità, non poterono contenere l'emozione che li opprimeva. I singhiozzi tradirono il loro dolore, e li interruppero solo per far udire strazianti addii. Lì, in quel recinto dove, dopo quattordici secoli, crediamo ancora di vederli e sentirli, dicevano: «Perché ci abbandonate, buon pastore? A chi ci lasciate come orfani? Quale sarà la nostra vita dopo il vostro passaggio? Ci sarà d'ora in poi qualcuno per dispensarci con tanta cura il sale della saggezza? Chi ci ricondurrà con la stessa prudenza al timore del nome del Signore?»

Queste parole e altre riassumevano questa vita edificante e utile che non seppe, nell'episcopato, che dedicarsi alla felicità degli altri. Era già un'orazione funebre, pronunciata in mezzo alle lacrime di un popolo costernato su una tomba che stava per aprirsi; ma più forte e più eloquente di un discorso studiato, faceva anche meglio conoscere la perdita che avrebbero presto dovuto deplorare la città e la Chiesa d'Alvernia.

Colpito dai rimpianti che la vista della sua morte prossima strappava al suo gregge, Sidonio Apollinare volle, anche nei suoi ultimi momenti, provvedere alla sua salvezza, lasciandogli un pastore capace di continuare la sua opera. Aveva notato in Apruncolo una mescolanza di fermezza e di prudenza, tale da dover governare la Chiesa d'Alvernia in quei tempi difficili che attraversava la Gallia cristiana. Ora, mentre, tutto commosso dai singhiozzi e dagli addii del suo popolo, cercava nel suo spirito chi avrebbe potuto amministrare con più vantaggio i suoi interessi spirituali, si volse verso la folla che lo circondava; e, come se lo Spirito Santo avesse toccato il suo cuore e le sue labbra, interruppe i singhiozzi, dicendo: «Non temete nulla, o miei popoli; mio fratello Apruncolo vive ancora, egli sarà il vostro vescovo». Il popolo, che aveva trattenuto le sue grida e le sue lacrime, per meglio raccogliere le parole supreme di un padre così teneramente amato, non seppe dapprima cosa dicesse, e credette che parlasse in estasi. Questa profezia doveva nondimeno compiersi, poiché dopo la morte di Sidonio, Apruncolo fu scelto per succedergli.

La chiesa restò invasa dalla moltitudine, senza che si potesse strapparla a quel letto funebre accanto al quale veniva ad esalare i suoi lamenti e il suo dolore. Tanto amore avrebbe dovuto trattenere alla vita colui che ne era l'oggetto. Sidonio Apollinare non poté resistere alla violenza del suo male. Mescolò una preghiera suprema al suo ultimo respiro, ed esalò in mezzo al suo popolo e alla sua famiglia, per una vita migliore, questa vita terrena, che aveva riempito di meriti e di devozione. Morì sotto l'impero di Zenone, verso l'anno 489, il 23 del mese di agosto, giorno in cui si celebra la sua festa, e in cui figura nel martirologio romano.

La notizia di questa morte fu appena diffusa nella città d'Alvernia, che ciascuno accorse alla basilica di Santa Maria, per vedere e baciare un'ultima volta le spoglie del santo vescovo. Già, sotto l'impero di una venerazione tanto legittima quanto generale, le si annoverava tra quei resti preziosi di san Lorenzo, di sant'Austremonio, dei santi Agricolo e Vitale che componevano la ricchezza sacra degli altari e del tempio. Le lacrime non si asciugavano, al ricordo di questa memoria consacrata da tante virtù il cui racconto passava di bocca in bocca, in mezzo alla costernazione dei fedeli. Se gli uni piangevano un amico, gli altri rimpiangevano un padre, gli afflitti perdevano un sostegno, i poveri gemevano sulla morte di un benefattore.

Nell'intera città, si ricordavano con voce comune le virtù del vescovo e le qualità del cittadino. Tutti ridicevano quanta saggezza vi fosse stata nella sua condotta, quanta dolcezza e vigilanza nella sua amministrazione, quanta intelligenza e devozione nella direzione spirituale e civile del paese. Contando i suoi anni, si trovava la sua vita troppo corta: pensando ai suoi meriti, la si trovava lunga e santamente riempita.

## CULTO E RELIQUIE. — I SUOI SCRITTI.

La chiesa di Saint-Saturnin, dove furono conservati i resti di Sidonio Apollinare, era nei dintorni di Clermont, a sud di questa città, oltre i giardini di Rabonesse e il cimitero dell'ospedale, a sinistra del cammino che conduce a Renonnoot, in mezzo al territorio dei Piats, e vicino alle rocce conosciute sotto il nome di Saint-Amandin. La chiesa di Saint-Saturnin sussisteva ancora nel decimo secolo. Quando, più tardi, fu distrutta dalla sventura delle guerre, si trasferirono le reliquie di Sidonio Apollinare nella basilica di Saint-Genès. Si faceva memoria di questa traslazione l'11 luglio. Le sue ossa erano racchiuse in una cassa che si vedeva a destra dell'altare principale. Molte altre chiese gli contendevano l'onore di possedere alcuni resti di Sidonio Apollinare. La chiesa cattedrale ne custodiva preziosamente nei suoi ricchi e sacri gioielli, dove venerava l'immortale polvere dei suoi primi pontefici. Il suo culto si è perpetuato così costantemente nella parrocchia di Aydat, che alcuni storici hanno creduto che vi fosse stato sepolto. Le chiese di Orcival e di Vertaizon avevano lo stesso vantaggio.

Il tempo e le rivoluzioni non hanno rispettato le spoglie di Sidonio Apollinare. Le chiese che proteggevano il suo culto e furono a turno le depositarie delle sue ceneri, sono scomparse dal suolo. Da molti secoli, la chiesa di Saint-Saturnin non esiste più: solo le rocce di Saint-Amandin ne perpetuano il ricordo. La basilica di Saint-Genès non esiste più; non si vede che una piazza che ne ha conservato il nome. Alla Rivoluzione, la cassa di san Sidonio è scomparsa. La chiesa d'Alvernia non può più senza dubbio venerare le reliquie del santo Pontefice, ma non ha cessato di comprenderle negli omaggi pubblici che rende ai suoi martiri e ai suoi santi. A lungo ha celebrato la sua festa il 23 agosto, sotto il rito doppio minore: oggi la celebra l'11 luglio, sotto il rito doppio.

Abbiamo di san Sidonio Apollinare una raccolta di poesie contenente ventiquattro poemi su diversi soggetti, e nove libri di lettere. I principali dei suoi poemi sono i panegirici degli imperatori Avito, Maggioriano e Antemio. I suoi versi annunciano che aveva facilità e talento per la poesia. Si applicò meno a lucidarli quando fu diventato vescovo. I suoi pensieri sono ingegnosi e delicati; il suo stile è serrato, vivo e piacevole; ma vi si nota talvolta dell'affettazione e dell'enfasi. Impiega espressioni che mostrano che ai suoi tempi la lingua latina era degenerata dalla sua purezza primitiva. La sua immaginazione è brillante, ed eccelle nelle descrizioni.

Nel 1609, Savaron pubblicò le sue opere con dotti commentari, in un volume in-4°, a Parigi. Nel 1622, il Padre Sirmond diede un'altra edizione molto più completa, che arricchì di nuove note, in un volume in-4°; questa edizione fu inserita nella collezione delle opere del Padre Sirmond, stampate nel 1696.

Abbiamo tratto questa biografia dalla Storia di san Sidonio Apollinare e del suo secolo, dell'abate Chaix; dalla Storia letteraria della Francia, di Dom Rivet. — Cf. Tillemont; Godescard; la Storia della Chiesa, dell'abate Darras; Dom Ceillier.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Lione verso il 430
  2. Matrimonio con Papianilla, figlia dell'imperatore Avito
  3. Prefetto di Roma e del Senato
  4. Elezione alla sede episcopale dell'Alvernia nel 472
  5. Difesa dell'Alvernia contro i Visigoti di Eurico
  6. Esilio nella fortezza di Livia (Campendu)
  7. Scisma dei presbiteri Onorio ed Ermanchio contro di lui

Miracoli

  1. Morte improvvisa e strana del sacerdote Onorio percepita come un castigo divino
  2. Profezia sul letto di morte che designa Aprunculo come suo successore

Citazioni

  • Non so se sia una fortuna aspirare alla condizione dei grandi e dei principi, resta il fatto che è una sventura raggiungerla. Sidonio Apollinare
  • Se sono un chierico nuovo, sono un vecchio peccatore. Lettera a Eufronio

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo