Principessa palatina divenuta duchessa di Lorena, Margherita di Baviera si distinse per la sua profonda pietà e la sua dedizione ai poveri dopo una giovinezza mondana. Fu una protettrice dell'ordine dei Certosini e vicina a santa Coletta. Terminò i suoi giorni nell'umiltà, servendo i malati nell'ospedale che aveva fondato a Einville.
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LA BEATA MARGHERITA DI BAVIERA,
DUCHESSA DI LORENA
Contesto del Grande Scisma
Il testo situa la vita di Margherita nel periodo travagliato del Grande Scisma d'Occidente, segnato dalla decadenza politica e religiosa.
La beata principessa palatina Margh erita di Baviera, cos Marguerite de Bavière Duchessa di Lorena e principessa palatina, nota per la sua pietà e la sua carità. ì poco conosciuta dalle età moderne, fu l'angelo tutelare della Lorena in uno dei periodi più tormentati della storia della Chiesa, quello del Grande Scisma d'Occidente, dal XIV al XV secolo. Per apprezzare appieno la missione della santa duchessa, è necessario gettare uno sguardo sulle mancanze della cristianità in quell'epoca e sui mezzi sorprendenti di cui si servì la Provvidenza per impedire alla società intera di precipitare negli abissi. Il Medioevo stava allora giungendo al termine, e la cristianità, come istituzione politica presieduta dal sovrano Pontefice, camminava anch'essa verso una rapida decadenza: mentre all'esterno l'islamismo, già alle porte di Costantinopoli, si vendicava delle crociate minacciando, da un mare all'altro, l'Europa divisa dall'ambizione dei suoi principi, si vedeva, all'interno, il papato, indebolito nel suo prestigio sulle nazioni da settant'anni di soggiorno ad Avignone, subire la prova ancora più deplorevole di uno scisma quasi interminabile. Tutte queste lotte avevano propagato lontano l'incredulità e il rilassamento dei costumi, senza risparmiare alcuna istituzione: il bene sembrava essere diventato un'eccezione, e il male la regola, a tutti i gradi della gerarchia sacra così come della società civile, e le rovine di cui la riforma protestante avrebbe coperto tanti regni potevano già intravedersi nello spirito di indipendenza e di ingratitudine dei popoli verso la santa Chiesa.
In quei giorni lamentabili che sembravano presagire la fine del tempo, come predicava allora san Vincenzo Ferrer, dove Nostro Signore stava per porre il rimedio supremo? Nelle sante donne. Santa Caterina da Sien a è infatti la figura più Sainte Catherine de Sienne Santa mistica domenicana alla quale Agnese viene paragonata. grande di quest'epoca, ed è nella sua storia che sentiamo il divino Salvatore pronunciare queste sorprendenti parole invitando, verso il 1368, la giovane vergine alla sua nobile missione: «Sappi», le disse, «che in questo tempo l'orgoglio degli uomini è diventato così grande, soprattutto in coloro che si dicono letterati e sapienti, che la mia giustizia non può più sopportarli, e andrà a confonderli con un giusto giudizio; ma, poiché la misericordia sovrabbonda in tutte le mie opere, voglio prima confonderli per il loro bene e senza perderli, affinché si riconoscano e si umilino, come i Giudei e i Gentili quando inviavo a questi ultimi degli insensati che riempivo della mia divina sapienza. Sto dunque per inviare verso questi orgogliosi delle donne, ignoranti e deboli per natura, ma sagge e forti per la mia grazia, per confondere la vana sicurezza di questi uomini. Se si riconosceranno, se si umilieranno, mettendo a profitto gli insegnamenti che offrirò loro attraverso questi esseri fragili ma benedetti, sarò pieno di misericordia per i colpevoli; se al contrario disdegneranno questo rimedio umiliante ma salutare, invierò loro tanti altri obbrobri, che diventeranno lo zimbello del mondo intero. È questo il giusto giudizio con cui colpisco gli orgogliosi: più vogliono elevarsi al di sopra di se stessi, sotto il soffio della vanità, più li abbasso al di sotto di se stessi...»
La storia attesta, infatti, quanto gli eventi di allora abbiano risposto a questa sorprendente predizione. I Papi oscillavano ancora tra Avignone e Roma, che già le donne forti, suscitate dalla misericordia del Signore, si affrettavano, come altre Giuditta, a salvare i loro fratelli. Accanto ad alcuni Santi, elevati essi stessi a una potenza che non ha quasi più nulla di umano, come i Vincenzo Ferrer, i Bernardino da Siena, i Giovanni da Capestrano, vediamo da ogni parte una folla di eroine che si lanciano nella carriera: sui campi di battaglia, è Giovanna d'Arco che strappa lo scettro di san Luigi ai precursori di Enrico VIII; nelle lotte ancora più audaci dell'ascetismo, quali magnifiche palme colte dalle Brigida e le Caterina di Svezia, le Caterina da Siena, le Francesca Romana, le Coletta di Corbie, le Lidwina di Schiedam, e tante altre Sante, per la maggior parte troppo poco conosciute da allora, ma che non per questo hanno meno contribuito, al loro tempo, a riportare la società umana dai bordi dell'abisso. Al numero di queste donne forti la cui vita così meritoria, troppo a lungo dimenticata, ci viene fortunatamente restituita, oggi che la Chiesa attende ancora tanti servizi dalla donna cristiana, si annovera con splendore la beata duchessa Margherita di Baviera, che fece l'ornamento del trono in Lorena, come un'altra Margherita di Baviera, sua cugina, brillava su quello di Borgogna, mentre Isabeau di Baviera, loro parente, macchiava il trono di Francia di scandali e di fellonie senza nome.
Origini nobili e matrimonio
Nata nel 1376 nella casa di Wittelsbach, Margherita sposa il duca Carlo II di Lorena nel 1393 dopo un'educazione pia.
La nostra Beata nacque nell'anno 1376, nell'Alto Palatinato di Baviera, da Roberto III di Baviera-Wittelsbach e da Elisabetta di Hohenzollern, burgravia di Norimberga. Suo padre divenne in seguito Elettore palatino del Reno e fu eletto imperatore di Germania alla deposizione di Venceslao IV, soprannominato l'Ubriacone. Ma per quanto nobile fosse il sangue di Wittelsbach e di Hohenzollern, dal quale discendono ancora oggi le case reali di Baviera e di Prussia, esso si distingueva allora ancor più per le sante tradizioni e le fulgide virtù. Margherita di Baviera, con i suoi sei fratelli e le sue due sorelle, poteva in verità gloriarsi, come Tobia, di essere della generazione dei Santi: così si trovava strettamente unita per parentela a santa Elisabetta d'Ungheria e alla nipote di quest'ultima, santa Elisabetta del Portogallo, che erano le sue prozie. Più vicino a lei, vide l'ava di suo padre, Irmengarda di Oettingen, terminare piamente la sua carriera nel 1389, non lontano da Worms, nel convento delle Domenicane di Liebenau, dove si era ritirata fin dall'età di ventitré anni, alla morte prematura dell'Elettore palatino del Reno, Adolfo di Baviera, suo marito. Dal lato di sua madre, la principessa incontrava esempi non meno toccanti: tre delle sorelle di Elisabetta di Hohenzollern, le burgravie Caterina, Anna e Agnese, avevano appena preso, nel fiore degli anni, l'umile velo di Santa Chiara nel convento di Hof dove Caterina, la maggiore di loro, fu eletta badessa nel 1393, lo stesso anno in cui Margherita diventava duchessa di Lorena. La Beata dovette più tardi ancora ispirarsi alle virtù di sua cugina, l'imperatrice Giovanna, divenuta in poco tempo così perfetta sotto l'eroica direzione di san Giovanni Nepomuceno. Al focolare domestico infine, la giovane principessa palatina, contrariamente ai costumi troppo liberi del suo tempo, fu educata, come i suoi fratelli e sorelle, sotto l'occhio vigile dei suoi pii genitori, nel timore di Dio, nel rispetto di sé stessi e nell'amore del prossimo. Cedette, è vero, al richiamo dei vani ornamenti e delle feste mondane, quasi inevitabili alla corte dei principi; ma era meno per vizio di carattere che per condiscendenza verso la moda e anche per un permesso speciale della Provvidenza che voleva, prima di farne un vaso d'elezione, lasciarle subire qualcosa delle inclinazioni della nostra povera natura. Sposata a diciotto anni con il duca di Lorena, Carlo II, soprannomi Charles II, surnommé le Hardi Duca di Lorena e sposo di Margherita. nato il Temerario, Margherita continuò per qualche tempo, sul trono, quella vita mondana e senza fervore che avrebbe dovuto presto far dimenticare con le sue virtù eroiche.
Conversione e direzione spirituale
Afflitta da malattie misteriose, si convertì a una vita di fervore sotto la guida del certosino Adolfo di Essen e la pratica del Rosario.
È assai deplorevole che i rari storici che hanno fatto menzione di Margherita di Baviera ci abbiano lasciato dettagli così vaghi riguardo alla sua conversione. Avevamo dapprima creduto che questa fosse stata ottenuta miracolosamente attraverso il ricorso della duchessa alla pratica del santo Rosario, durante una grave malattia in cui si era trovata senza speranza di guarigione da parte dei medici; ma i testi originali che abbiamo avuto in seguito sotto gli occhi non si spiegano chiaramente a questo proposito. Il P. Domenico, certosino di Treviri, contemporaneo della Beata, che l'aveva spesso vista a Sierck, in Lorena, racconta tuttavia come Dio inviò malattie misteriose alla duchessa per distaccarla completamente da se stessa e da ogni creatura. «Ecco», dice nel suo *Traité de la Vraie et Humble Obéissance*, «ciò che questa devota duchessa, della quale sentiamo, grazie a Dio, tanto bene, ha raccontato a una persona di sua fiducia (il suo direttore, senza dubbio): “Il Signore si compiace meravigliosamente a istruirmi e a illuminarmi nell'arte di ben morire: mi affligge spesso, principalmente nel mezzo delle tenebre della notte, con grandi e intollerabili dolori che sembrano portarmi all'estremo; così sospesa tra la vita e la morte, quando ho severamente scrutato la mia coscienza e mi sono preparata a comparire davanti al Signore, egli mi rende subito la salute. Per queste angosce supreme con cui si compiace di colpirmi così spesso, mi rende attenta e vigilante per non essere sorpresa dalla morte”».
Forse è una di queste malattie della principessa che la fece ricorrere alle luci dei Certosini di Sant'Albano di Treviri, durante un soggiorno della corte di Lorena al castello ducale di Sierck, situato non lontano da lì. Allora viveva, nel monastero di Sant'Albano, un santo religioso di nome Adolfo di Essen, ugualme nte versato nel Adolphe d'Essen Religioso certosino, direttore spirituale di Margherita e apostolo del Rosario. le lettere divine e umane. Egli aveva conosciuto per rivelazione quanto fosse salutare la devozione al santo Rosario, purtroppo caduta nell'oblio in quell'epoca calamitosa. Da allora il Padre Adolfo era diventato l'apostolo del Rosario e aveva persino scritto un opuscolo sotto il titolo latino di: *De Commendatione Ro sarii*, per estendere ol De Commendatione Rosarii Opuscolo sul Rosario scritto da Adolfo di Essen per la duchessa. tre la sua cella solitaria l'azione del suo zelo. Non essendo ancora priore in quel momento, indirizzò, con il permesso del suo superiore, una traduzione tedesca del suo libro alla duchessa di Lorena, insieme a una raccolta di meditazioni che aveva composto sulla vita del divino Salvatore. Tale fu l'ardore della duchessa nel mettere in pratica questi insegnamenti salutari che si trovò presto tutta trasformata, e aveva difficoltà a riconoscere se stessa negli splendori interiori di cui la grazia si compiacque di adornarla, in cambio del suo rinunciamento alle vane pompe del secolo. In poco tempo penetrò così a fondo nelle vie della santità che non si conosceva lontano nessuno di paragonabile, in qualsiasi condizione si trovasse, nemmeno nel chiostro, dove tuttavia il Padre Adolfo, che attesta questo fatto, aveva incontrato grandi servitori di Dio. Nostro Signore si incaricò d'altronde egli stesso di far risplendere all'esterno la santità della principessa attraverso numerosi miracoli, il cui solo racconto, secondo la testimonianza del suo biografo, avrebbe dato un libro voluminoso. Sfortunatamente per noi, il confessore ordinario della duchessa, maestro Guglielmo, dotto dottore in teologia e inquisitore della fede, morì prima della sua penitente, senza aver scritto nulla su di lei; la biografia stessa che ci ha tracciato di Margherita di Baviera il venerabile certosino, Adolfo di Essen, divenuto più tardi suo direttore spirituale, è meno un ritratto completo che uno schizzo rapido della più grande e della più santa delle duchesse di Lorena. È a questo scritto recentemente scoperto contro ogni speranza, così come a diversi manoscritti di un discepolo del Padre Adolfo, il Padre Domenico, citato più sopra, che dobbiamo la maggior parte dei dettagli seguenti che ci restano sulla vita della Beata.
Vita di ascesi e di penitenza
La duchessa conduce una vita di mortificazioni estreme, praticando il digiuno e portando il cilicio in segreto, pur adempiendo ai suoi doveri di corte.
La principessa ebbe così presto recuperato il tempo perduto nei suoi primi anni. Si applicò innanzitutto al combattimento spirituale, secondo il metodo e l'ordine indicati nel suo manuale del Rosario. Le virtù cristiane cancellarono le tracce delle sue antiche mondanità: l'umiltà e la condiscendenza, la carità e la dolcezza, la devozione e la mortificazione dei sensi, la misericordia e un'inesauribile liberalità verso gli infelici vennero a gara ad adornare la sua anima in un raro grado di perfezione. Non aveva più lasciato al capriccio la minima influenza nella distribuzione del suo tempo. Alzatasi ben prima dell'alba, si prosternava subito in adorazione e in azioni di grazie davanti all'Autore di ogni bene, gli faceva l'abbandono completo della sua persona e gli chiedeva con ardore di non permettere che la giornata la trovasse in nulla infedele alle sue risoluzioni. Poi, al primo tocco di campana, quando era sola o non doveva temere di scontentare il suo sposo, accorreva davanti agli altari, portando con sé solo una persona di buona volontà, per non abbreviare troppo il riposo dei suoi domestici. Dopo aver consacrato ai suoi esercizi di devozione tutto il suo tempo libero, non apparteneva più che ai suoi cari e agli infelici. Infine, giunta la notte, ricadeva ai piedi del divino Maestro per esaminare sotto il suo occhio geloso tutto il corso della giornata. Se un'imperfezione l'aveva sorpresa, se ne accusava davanti al sommo sacerdote Gesù con i segni della più viva contrizione; e per poco che si riconoscesse colpevole di un'infedeltà più notevole, se ne confessava all'istante, secondo l'occasione, o non rimandava mai oltre il giorno dopo la cura di scaricare la sua coscienza al santo tribunale. Già purificata così quasi ogni giorno nel sacramento della penitenza, la duchessa aggiungeva mortificazione su mortificazione, per asservire senza tregua né riposo i suoi minimi appetiti al giogo della perfezione cristiana. Molto semplice nel suo privato, amava, sull'esempio della sua beata zia, santa Elisabetta d'Ungheria, privarsi nel bere e nel mangiare, senza che nulla apparisse: spesso, per esempio, dopo aver fatto circolare, senza toccarli, i cibi più delicati sulla tavola ducale, si ritirava in disparte per placare la sua fame con qualche alimento grossolano che le portava una discreta ancella. In assenza di Carlo II, non contenta di espiare le sue vanità di un tempo sotto un rude cilicio, apportava un rigore impietoso nello straziarsi le membra con sanguinose discipline.
Devozione eucaristica
Il testo riporta un miracolo in cui l'ostia scompare dalle mani del sacerdote per comunicare direttamente la duchessa resplendente.
Di quale ardente devozione la nostra Beata non doveva sentirsi consumata verso l'adorabile Eucaristia? Vi si accostava con un'umiltà e un fervore angelici tanto spesso quanto glielo permetteva il rigorismo del suo tempo, ovvero le domeniche e le feste di precetto durante la settimana. Nostro Signore, per testimoniarle la sua gratitudine per tanta devozione verso il sacramento del suo amore, volle un giorno comunicarla in modo del tutto meraviglioso. La Beata aveva manifestato al venerabile Padre Adolfo, allora priore della Certosa di Marienflos, fondata di recente vicino a Sierck e trasferita poco tempo dopo a Bettel, non lontano da lì, il desiderio che venisse a celebrare nella sua cappella privata, al castello ducale della città di Sierck, dove risiedeva talvolta la corte di Lorena. Nel momento di ricevere la santa comunione, mentre la principessa si era appena inginocchiata davanti all'altare, il suo volto divenne improvvisamente risplendente come il sole di mezzogiorno. L'ostia sacra scomparve contemporaneamente dalle mani del venerabile priore, che un terrore religioso aveva trasportato fuori di sé e che non aveva notato subito questo secondo prodigio. Riavutosi dal suo stupore e credendo di aver fatto cadere le sante specie durante il suo turbamento, volgeva ansiosamente lo sguardo attorno a sé, quando l'aspetto di Margherita di Baviera, prostrata in ringraziamento, lo trasse dalla sua perplessità con vivi sentimenti di gratitudine per questo nuovo favore concesso alla sua figlia spirituale. Così ella condivideva talvolta il calice delle benedizioni del Signore con santa Caterina da Siena, sua contemporanea, di cui amava rileggere la vita; così si abbeverava a lunghi sorsi al torrente delle grazie divine, e passava spesso dalla preghiera all'estasi dopo la comunione!
Ruolo materno ed eredità dinastica
Madre attenta, educa le sue figlie Isabella e Caterina, diventando l'antenata di illustri stirpi come i duchi di Guisa e la casa d'Asburgo-Lorena.
Questa sovrabbondanza di doni celesti, riversati sulla nostra Beata, portò frutto al centuplo nelle innumerevoli opere di giustizia e di misericordia alle quali la sua esistenza era ormai votata senza ritorno. Nei rapporti con il marito, sembrava che fosse più l'umile serva che la sposa di Carlo II, tanto si studiava di piacergli senza sosta e di dimenticare gli incredibili torti del duca nei suoi confronti, specialmente negli ultimi anni del suo regno, quando l'aveva lasciata per convivere pubblicamente nel suo palazzo con una cortigiana della più vile estrazione. Così crudelmente provata nei suoi affetti coniugali, la nostra Beata aveva saputo tuttavia conservare la sua anima in una perfetta rassegnazione alla volontà di Dio e coronare così tante altre prove familiari che avevano fatto sanguinare il suo cuore, senza alcun grido di rivolta né tanto meno di dolore troppo amaro. Era, infatti, ancora nel fiore degli anni, quando la morte le aveva tolto, colpo su colpo, due dei suoi fratelli, poi le sue due sorelle, e infine i suoi genitori, l'imperatore Roberto, morto nel 1440, e l'imperatrice Elisabetta, che seguì un anno dopo il suo sposo nella tomba. Dei cinque figli che le erano nati, nessuno le fu conservato. Le restarono solo le sue due figlie, le principesse Isabella e Caterina di Lorena. Senza mai cedere a una falsa tenerezza per queste due uniche figlie, si applicò soprattutto a dare loro la solida educazione necessaria alle teste coronate. Era d'altronde, con lo spettacolo toccante della sua santa vita, la migliore delle maestre per una così grande opera: semplice e modesta nel suo abbigliamento, piena di riserbo nei suoi modi, alzata di buon'ora per i suoi esercizi di pietà per essere più libera per le sue cure familiari, prodiga al punto da trovarsi spesso in ristrettezze per aver dato tutto ai bisognosi, frugale a tavola, ovunque infine osservando la più nobile riservatezza, apparve costantemente alle due giovani principesse come il perfetto specchio delle virtù del trono. Sempre attiva nel lavoro, perché sapeva che l'ozio è la fonte di tutti i vizi, non tollerava l'inattività, così ordinaria nella dimora dei grandi, né nei suoi figli, né tanto meno nelle sue dame d'onore e nelle sue ancelle: ognuna doveva, secondo il suo rango e i suoi svaghi, occuparsi di lavori di lana o di ricamo distribuiti poi, senza dubbio, alle chiese e ai poveri. Le cure della santa duchessa si estendevano così a tutte le persone della sua casa, che considerava in realtà come parte della sua famiglia. Più premurosa del loro progresso interiore di quanto si sia solitamente nel mondo, vegliava scrupolosamente sulla loro istruzione fino a fare lei stessa la lettura spirituale le domeniche e le feste, dopo il pasto di mezzogiorno, non volendo lasciare questo compito ad altri se non quando ne era impedita o quando un ecclesiastico era presente per il ministero della parola. Aveva a tal fine un buon numero di libri scelti, come l'Antico e il Nuovo Testamento, la Spiegazione delle Epistole e dei Vangeli dell'anno, i Sermoni, la Vita dei Santi e altre opere scritte sia in latino, sia in francese, o in tedesco. Terminata questa lettura, la duchessa e il suo seguito tornavano religiosamente agli uffici. Il Signore doveva accordare la sua benedizione a tanta sollecitudine domestica. Mai interno di palazzo fu più calmo né più fedele e devoto. Mai soprattutto le principesse risposero più felicemente all'attesa della Chiesa e della società. La loro stirpe fu numerosa, valorosa e talvolta persino coronata dall'aureola dei Santi. Così da Isabella, la maggiore di loro, che fu sposata a Renato d'Angiò, con la successione presuntiva al trono ducale, discesero questa beata Margherita di Lorena, duchessa d'Alençon e bisnonna di Enrico IV, morta glorificata sotto l'abito di santa Chiara nel convento di Argentan; e quei bravi duchi di Guisa che impedirono alla Francia di passare all'eresia ugonotta; e quegli illustri principi di Lorena che, dopo aver fatto per diversi secoli la felicità del loro ducato, arrivarono alla prima corona della Germania, al momento della riunione della Lorena alla Francia, ed è dal matrimonio del pronipote di Margherita di Baviera, il duca Francesco con l'imperatrice Maria Teresa, che discende l'attuale casa d'Austria, detta d'Asburgo-Lorena; dalla seconda delle figlie di Margherita di Baviera, Caterina di Lorena, sposata al marchese Giacomo di Baden, nacque tra gli altri il beato Bernardo di Baden, il Luigi Gonzaga del XV secolo.
Servizio ai poveri e ai malati
Ad imitazione di santa Caterina da Siena, cura i malati più ripugnanti negli ospedali, in particolare a Sierck.
Così devota ai suoi doveri domestici, la nostra santa duchessa lo fu ancor più al servizio degli infermi e dei poveri. Una vocazione speciale la chiamava a imitare le sue due sante parenti d'Ungheria e del Portogallo, e santa Caterina da Siena nel loro amore senza confini per le membra sofferenti di Nostro Signore. La si vedeva affrettarsi negli ospedali come negli unici palazzi di suo gradimento, ogni volta che i suoi obblighi di sposa e di sovrana le ne lasciavano il tempo. Mentre il venerabile Padre Adolfo, che l'accompagnava talvolta nelle sue visite all'ospedale da lei fondato a Sierck, fremendo d'orrore alla vista delle sante stravaganze della sua figlia spirituale, ella, assistita di solito da una delle sue dame di compagnia di nome Luce, sembrava trovare una felicità senza pari nel curare le piaghe degli infelici, nel purificare le loro ulcere fetide, nel prodigare alle loro infermità più ripugnanti i soccorsi che nessuno al mondo osava più rendere loro. Dalla cura dei malati passava a quella dei poveri, fino a lavare loro i piedi e ad asciugarli con i propri capelli. Questo abbassamento inspiegabile, davanti al quale indietreggiavano ben lontano tutte le persone del suo seguito, la sua fedele Luce eccettuata, non poteva avere il suo principio che in una grazia tutta speciale dall'alto. Un giorno, tuttavia, la duchessa sentì che il cuore stava per mancarle, tanto erano orribili le piaghe che aveva appena scoperto: ricordandosi subito la condotta di santa Caterina da Siena in una tentazione simile, fece su se stessa uno sforzo supremo invocando il divino Maestro, e subito i suoi sensi ribelli si trovarono placati. Un'anima così misericordiosa e così umile stava per diventare un glorioso strumento di salvezza tra le mani di Nostro Signore. Spesso, con un semplice segno di croce della duchessa, il male più inveterato era scomparso. Spesso anche, per sottrarsi alla venerazione pubblica e nascondere alla sua mano sinistra i prodigi della sua destra, dava ai malati qualche parvenza di rimedio con i quali li congedava e dopo di che si trovavano completamente guariti. E tale era la folla dei supplicanti che venivano ogni giorno sul suo cammino a reclamare la sua assistenza, quando rientrava dai santi uffici, che gli accessi al suo appartamento ricordavano, per l'ingombro dei malati, i portici della piscina probatica, assediati dagli infelici in attesa della discesa dell'Angelo. Tre specie di malati rimanevano tuttavia incurabili nonostante la buona volontà che avrebbe avuto la duchessa di assisterli: erano coloro che venivano a lei senza piena fiducia di esserne guariti, coloro che contavano più sull'efficacia dei rimedi ordinari che sul suo intervento soprannaturale, coloro infine che, macchiati di qualche peccato grave, non avevano la ferma volontà di convertirsi. Finché duravano queste cattive disposizioni degli uni e degli altri, si trovavano incapaci di sollievo presso di lei.
Intervento politico e bilocazione
Protegge la Lorena con le sue preghiere; il testo menziona un'apparizione miracolosa sul campo di battaglia di Pont-à-Mousson nel 1409.
Un male più temibile di tutte le infermità corporali messe insieme, la guerra, desolava allora la cristianità. Alla vista di tanti odi funesti e di tanto sangue versato a grande detrimento delle anime, il cuore della santa duchessa si era sentito preso da una grande pietà nei confronti del suo popolo. Per l'efficacia delle sue preghiere divenne per la Lorena ciò che era stata santa Elisabetta del Portogallo per la sua patria adottiva, l'Angelo della pace. Era, secondo l'opinione generale, più forte, dal fondo del suo oratorio, di un esercito schierato in battaglia. Dio lo fece comprendere un giorno con uno di quei prodigi di bilocazione rari, anche nella vita dei Santi più celebri. Era il 1409, due anni dopo la battaglia di Champigneulle, che i lorenesi avevano vinto meno per il valore del duca Carlo, che grazie alle preghiere pubbliche fatte a Nancy sotto la guida della nostra Beata; diversi vicini potenti, troppo dimentichi di quella sconfitta, avevano di nuovo levato lo stendardo della guerra ed erano venuti come in precedenza a mettere le terre di Lorena a ferro e fuoco. Carlo II si portò al loro incontro presso Pont-à-Mousson. Nel momento in cui l'azione stava per iniziare, i nemici, sebbene di gran lunga superiori in numero, furono improvvisamente presi dal terrore e si diedero alla fuga senza nemmeno colpo ferire. E, siccome dopo questa fuga vergognosa furono sopraffatti dai rimproveri dei loro, risposero unanimemente, la voce corse del resto ovunque allora, che non erano certo il duca né le sue truppe ad averli così messi in rotta, ma unicamente l'apparizione improvvisa della duchessa Margherita di Baviera alla testa dei lorenesi, con un volto talmente terribile che non avevano potuto resistere un istante davanti al suo sguardo fulminante. Tuttavia la nostra Beata non aveva affatto lasciato Nancy per tutta la giornata. Prostrata nel suo oratorio ai piedi del divino Maestro, mentre il duca marciava contro il nemico, si era accontentata, così come confessò più tardi in termini precisi al venerabile Padre Adolfo, di pregare per la conservazione dei suoi, con un perfetto abbandono di tutta la faccenda alla divina misericordia. Tale era del resto la sua consuetudine, da quando aveva imparato a conoscere meglio Nostro Signore attraverso la meditazione dei misteri della sua vita, di aggiungere sempre nelle sue preghiere, per quanto giusto ne fosse l'oggetto: «Mio Dio, che avvenga tuttavia non come voglio io, ma come vuoi Tu». Questa vittoria, tanto pacifica quanto gloriosa per la duchessa, rese definitiva la pace di cui la Lorena godette fino alla fine del regno di Carlo II, mentre all'esterno le invasioni straniere e la guerra civile non cessavano di seminare le loro devastazioni da un paese all'altro, in particolare nella nostra patria, che, senza Giovanna d'Arco, cadeva sotto il giogo degli inglesi.
Ultimi anni e vedovanza
Dopo aver sopportato l'infedeltà del marito e gestito le crisi di successione di Renato d'Angiò, si ritira dal mondo.
La duchessa, così purificata fino al fondo del crogiolo, come l'oro più puro, vide dapprima tutta la sua mansuetudine e tutte le sue lacrime impotenti a distogliere Carlo II dalle vergognose dissolutezze della sua vita privata. Questo principe, dotato peraltro di grandi qualità che lo avrebbero elevato al di sopra della folla dei principi del suo tempo se non si fosse dato il compito di irrigidirsi contro l'azione salutare della sua santa sposa su di lui, non aveva saputo fin dalla giovinezza comandare alle sue passioni tempestose. Egli giustificò, sfortunatamente per lui, quell'oracolo dello Spirito Santo, secondo cui «l'uomo finisce di solito la sua vita per la via praticata nei suoi primi anni». La giovinezza di Carlo II era stata licenziosa, come il suo primo testamento ne fa fede: la sua vecchiaia fu senza onore e senza freno. Le audaci rimostranze di Giovanna d'Arco, che lo esortava a riprendere la sua sposa, lo lasciarono insensibile. La morte del duca, tanto triste quanto lo era stata la sua vita, fu inoltre fatale alla città complice delle sue infedeltà: appena ebbe reso l'ultimo respiro, il popolo, impaziente di farsi giustizia da sé, invase la residenza ducale e ne strappò a viva forza la cortigiana che aveva troppo a lungo profanato i gradini del trono; spogliata dei suoi sontuosi abiti e rivestita dei suoi primi indumenti, la disgraziata fu trascinata su un carro attraverso gli incroci di Nancy, in mezzo alle maledizioni e agli oltraggi della moltitudine; per un residuo di rispetto verso il duca, la si mise segretamente a morte. La duchessa, che il popolo venerava come una santa e aveva così crudelmente vendicato, non aveva avuto il tempo di prevenire questo atto sanguinario; si affrettò almeno a vegliare sul futuro dei figli nati da rapporti così oltraggiosi per lei, senza mai venir meno nei loro confronti alla sua consueta mansuetudine. Per colmo di sventura, era ancora intenta a deplorare la morte lamentabile di Carlo II, quando scoppiò la guerra d i succession René d'Anjou Genero di Margherita ed erede del trono di Lorena. e al trono di Lorena e l'erede legittimo, Renato d'Angiò, fatto prigioniero fin dal primo scontro, fu gettato in catene dal duca di Borgogna, l'ambizioso alleato del pretendente, Antonio, conte di Vaudémont. Sottomessa e rassegnata alla volontà del Signore, che umiliava così profondamente la corona di sua figlia, Isabella di Lorena, ma al contempo piena di fiducia nella giustizia del suo diritto, la duchessa vedova non si risparmiò alcuna pena per restituire Renato d'Angiò ai suoi sudditi: strappando tregua su tregua al conte di Vaudémont, affiancando alla giovane duchessa consiglieri abili, come i vescovi di Metz e di Toul, per andare a piegare il duca di Borgogna, portando infine la causa al tribunale dell'imperatore Sigismondo, che risolse la questione di principio, durante il concilio di Basilea, e rese, il 24 aprile 1434, una sentenza favorevole al buon diritto di Isabella e di Renato. Così si provava ancora una volta che la pietà, pur salvaguardando gli interessi eterni, sa in giusta misura vegliare su quelli temporali. In mezzo a tutto questo lutto, a tutte queste sventure e a tutte queste complicazioni disastrose, Margherita di Baviera, la cui conversazione interiore era nei cieli, portava a compimento altre conquiste più preziose dei troni della terra; fedele alla missione provvidenziale delle sante donne della sua epoca, riportava in folla all'ovile le pecore smarrite del buon Pastore. Il suo nome era divenuto oggetto della venerazione pubblica. Ogni giorno si vedevano accorrere verso di lei, non più soltanto gli infermi e i poveri, ma le persone delle condizioni più diverse, i grandi e i piccoli, gli ecclesiastici e i laici, i principi della Chiesa e i potenti del secolo. I religiosi, più degli altri, si affrettavano a visitarla per edificarsi ai suoi pii colloqui. Aveva raggiunto un alto grado nel dono di toccare i cuori: appena una conversazione era iniziata, essa ne dirigeva subito il corso verso Dio e la scienza dei Santi traboccava a fiotti dalle sue labbra benedette. Poiché era debitrice di molto alla devozione al santo Rosario, non temeva di raccomandare questa salutare pratica a ciascuno, ai suoi signori e ai suoi baroni così come agli ecclesiastici e ai più umili dei suoi sudditi. Era raro che uno dei suoi uditori resistesse alle sue pie istanze; la maggior parte ne divenne migliore, così come le loro famiglie; il ricordo sacro ne fu trasmesso a più di una generazione, e non sarebbe temerario credere che questi colloqui della nostra Beata, tanto quanto la spada dei duchi suoi nipoti, misero, un secolo più tardi, la Lorena al riparo dalle insidie del protestantesimo.
Ritiro a Einville e posterità
Muore nel 1434 a Einville-aux-Jarres dopo aver fondato un ospedale. I suoi resti riposano a Nancy nonostante le profanazioni rivoluzionarie.
Questo proselitismo si univa soprattutto in modo ammirevole al genere di vita al quale la duchessa si costrinse dopo la morte del duca Carlo II, e nel mezzo del quale raccolse presto l'incomparabile palma della vita eterna. Poiché il monastero iniziato da santa Coletta era ancora assai poco avanzato, e le circostanze non erano affatto favorevoli all'ingresso in religione della santa vedova, ella volle almeno mettere in atto un progetto di cui si era spesso compiaciuta di intrattenere il venerabile Padre Adolfo. Lasciò la corte non appena la sua presenza non vi fu più necessaria, si ritirò nel suo appannaggio di Einville-aux-Jarres (vicino a Lunéville), e costruì, in prossimità della sua residenza, un ospedale per servirvi fino alla morte Nostro Signore nelle sue membra sofferenti, così come avevano praticato le sue sante parenti di Turingia e del Portogallo. Lì, sotto un abito semplice e grossolano, forse l'abito del Terz'Ordine di San Francesco, al quale era molto probabilmente affiliata, donava il suo tempo alle sue opere di predilezione: accogliendo i poveri e i viaggiatori sulla pubblica via, lavando loro i piedi per asciugarli con i suoi capelli e applicarvi le sue labbra infiammate dall'amore di Cristo; servendo i suoi ospiti a tavola con una squisita dolcezza, e non lasciando partire i bisognosi se non dopo aver fatto loro una generosa elemosina; superandosi infine nella cura dei malati, per i quali era pronta a sacrificare la sua salute, la sua vita stessa. Un tale ministero l'aveva ammirevolmente preparata alla morte; sentendosi mancare, si affrettò a dettare il suo testamento, il 24 agosto 1434. Vi esaurì un'ultima volta i suoi risparmi in opere di religione e di misericordia: non si dimenticò del suo ospedale di Einville, né dei Certosini di Sierck, né delle persone che aveva conservato al suo servizio; alle due principesse sue figlie lasciò ciò che le restava di gioielli e tutti i suoi libri. Tre giorni dopo questo testamento fatto a Einville, rese la sua bella anima a Dio, all'età di cinquantotto anni.
## CULTO E RELIQUIE.
Il suo prezioso corpo Nancy Capitale del ducato di Lorena dove riposano i duchi. fu trasportato a Nancy per essere inumato nella chiesa collegiata di San Giorgio, dove si trovavano le sepolture della casa di Lorena. Secondo lo storico Wasselbourg e il Padre Guinet, dell'Ordine dei Premostratensi, numerosi miracoli ebbero luogo alla sua tomba. Allo stesso modo, quando, nel 1743, i suoi resti venerati furono trasferiti, insieme alle ceneri delle altre sepolture principesche, nel nuovo sepolcro della chiesa dei Cordeliers, situato sotto la Chapelle-Ronde, ancora esistente oggi, diversi malati recuperarono la salute, così come assicurarono, per il solo contatto del velluto che aveva in quell'occasione ricoperto i suoi resti mortali. Essi esistono ancora, ma profanati, in quello stesso sepolcro dove il vandalismo rivoluzionario li ha mescolati alle ceneri estratte dalle sepolture vicine. Una semplice iscrizione della Chapelle-Ronde, ecco tutto ciò che ricorda, fino ad oggi, nell'antica capitale della Lorena, accanto al palazzo ducale, il ricordo tuttavia così puro e così glorioso della beata Margherita di Baviera, soprannominata la miracolosa Duchessa.
Esiste un ritratto autentico, crediamo, della nostra Beata. Lo si trova al tomo III, libro XXVII, della Storia di Lorena, di Dom Calmet, in testa al regno di Carlo II, e di fronte al busto di questo principe.
Abbiamo già citato la sua biografia scritta dal venerabile Padre Adolfo, certosino di Treviri; il Padre Rader, S. J., al tomo III della sua *Bavaria Sancta*, stampato nel 1627, le ha consacrato diverse pagine, sotto il titolo di *Beata Margarita*; il Padre Arthur de Moustier, recolletto, la pone, come il Padre Rader, al 27 agosto, con il titolo di Beata, nel suo *Saurum Gynecaem*; i Bollandisti ne dicono una parola alla stessa data, con l'osservazione, che rinnoviamo qui dopo di loro, che nessuna traccia di culto pubblico ci è tuttavia pervenuta al suo riguardo. Questo titolo di Beata, che le abbiamo conservato sull'esempio degli autori precitati, non è dunque che l'espressione di un'opinione personale, senza pregiudizio del giudizio definitivo della santa Chiesa, che invochiamo con tutti i nostri voti, sulla causa dell'illustre duchessa.
Questa biografia è dovuta all'abate J.-M. Curioque, sacerdote di Sierck, nella diocesi di Metz, che prepara in questo momento una Vita della beata Margherita di Baviera.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita nell'Alto Palatinato nel 1376
- Matrimonio con Carlo II di Lorena nel 1393
- Conversione spirituale attraverso il Rosario e i Certosini
- Visione di bilocazione durante una battaglia nel 1409
- Vedovanza e fondazione di un ospedale a Einville-aux-Jarres
- Morta all'età di 58 anni
Miracoli
- Apparizione sul campo di battaglia di Pont-à-Mousson per bilocazione
- Guarigioni istantanee tramite il segno della croce
- Comunione miracolosa in cui l'ostia scompare dalle mani del sacerdote per giungere a lei
Citazioni
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Mio Dio, che avvenga tuttavia non come voglio io, ma come vuoi tu
Parole riportate da Padre Adolphe