San Remaclo
FONDATORE DELLE ABBAZIE DI MALMEDY E DI STAVELOT
Vescovo di Maastricht, fondatore delle abbazie di Malmedy e di Stavelot
Originario del Berry e formato da sant'Eligio, san Remaclo divenne vescovo di Maastricht nel VII secolo dopo la partenza di sant'Amando. Grande consigliere del re Sigeberto, fondò le abbazie di Malmedy e di Stavelot nelle Ardenne. Terminò i suoi giorni come eremita a Stavelot, lasciando dietro di sé discepoli illustri come san Lamberto.
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SAN REMACLO, VESCOVO DI MAASTRICHT,
FONDATORE DELLE ABBAZIE DI MALMEDY E DI STAVELOT
Giovinezza e formazione monastica
Nato sotto Clotario II, Remaclo viene formato da san Sulpizio a Bourges e poi affidato a sant'Eligio nell'abbazia di Solignac per apprendervi la vita religiosa.
San Remaclo v Saint Rémacle Vescovo di Maastricht che fu consigliere di san Trudone. enne al mondo nel quarantesimo anno dell'impero di Eraclio e nel quattordicesimo del regno di Clotario II, figlio di Chilperico e padre di Dagoberto I. Ebbe per padre Albutio e per madre Matrime, entrambi di nobili natali, ai quali Dio aveva concesso un ampio patrimonio e ricchezze considerevoli. Il Berry fu la sua terra. Posto sotto la guida di san Sulpizio, allora arcidiacono di sant'Austregisilo e, in seguito, suo successore alla sede vescovile di Bourges, vi fece progressi così grandi nella pietà che appariva già ornato di tutte le virtù. San Sulpizio, vedendo in lui un giovane di così grande speranza, lo affidò a sant'E ligio, che saint Eloi Fondatore del monastero e consigliere spirituale di sant'Aura. aveva appena fondato l'abbazia di Solignac, a due leghe da Limoges, affinché lo facesse crescere tra i suoi religiosi, per essere un giorno un modello di santità in tutta la Francia. Il giovane mostrò in quel pacifico ritiro tanta modestia, obbedienza, umiltà, devozione e fervore, da essere oggetto di stupore e ammirazione per tutta la comunità. Sant'Eligio ne concepì una gioia estrema e, poiché non poteva assentarsi a lungo dalla corte, dove il re lo richiedeva con premura, ritenne di non poter mettere il suo gregge in mani migliori di quelle di questo servitore di Dio, che si faceva stimare e amare da tutti.
Consigliere reale e vescovo di Maastricht
Chiamato a corte dal re Sigeberto, viene in seguito scelto dal popolo e dal clero per succedere a sant'Amando sulla sede episcopale di Maastricht.
Questa nuova dignità non fece che accrescere la sua reputazione così come la sua virtù: fu rappresentato al re che sarebbe stato vantaggioso, per lui e per tutto il suo Stato, averlo al proprio fianco per avvalersi dei suoi consigli. Regnava allora Sigeberto: egli ascoltò volentieri questa proposta e, senza indugiare, ordinò al nostro Santo di recarsi al più presto presso la sua persona. Fu solo a malincuore che questo beato abate lasciò la sua cara solitudine per entrare negli affanni del mondo e soprattutto per vivere a corte, dove la vita è tanto diversa da quella del chiostro quanto il mare agitato dai venti e dalle tempeste è diverso dalla calma e dalla tranquillità del porto. Fu tuttavia costretto a obbedire e il re, che aveva già una così alta considerazione del suo merito, lo ricevette con ogni sorta di testimonianza di amicizia e di fiducia.
Rimase dunque presso questo principe, assistendolo con i suoi pareri nelle più importanti questioni del suo regno, senza altro disegno che quello di procurare la gloria di Dio, il sollievo dei popoli, la pace dello Stato e la conservazione della monarchi a. In quel Maëstricht Destinazione finale del pellegrinaggio di Evermaro. tempo, sant'Amando, vescovo di Maastricht, vedendo che, né con le sue preghiere, né con le sue minacce, né con la forza delle sue esortazioni, riusciva a ottenere nulla dai suoi diocesani per far loro abbandonare i propri disordini e vivere secondo le regole della disciplina cristiana, aveva scosso la polvere dai suoi piedi ed era partito per un altro paese per diffondervi la luce del Vangelo. Gli abitanti di Maastricht, dopo aver atteso a lungo il suo ritorno, stanchi di vedersi senza pastore e risoluti a cambiare vita, inviarono dei deputati presso il re per supplicarlo di dare loro Remaclo al suo posto. Era l'uomo al mondo che meritava meglio questa prelatura e che, solo, poteva compensare la perdita che quel popolo aveva subito del grande sant'Amando. Il re, toccato dalle loro preghiere, lo fece chiamare e, dopo avergli esposto il desiderio e le istanze di quel gregge abbandonato, lo supplicò di volersene prendere cura. Remaclo si scusò il più possibile da tale incarico, adducendo che superava di gran lunga le sue forze e che non era affatto capace delle funzioni legate all'episcopato; ma i principi e i grandi della corte, unendo le loro rimostranze a quelle del re, fecero tanto da obbligarlo a cedere all'elezione che il clero e il popolo di quella città avevano fatto unanimemente della sua persona.
Fondazioni monastiche nelle Ardenne
Remaclo fonda le abbazie di Malmedy e Stavelot, lottando contro le influenze demoniache e organizzando la vita religiosa nella foresta delle Ardenne.
Poiché aveva assorbito la santità e la dolcezza della vita monastica fin dall'infanzia, i religiosi erano i principali oggetti della sua venerazione e della sua tenerezza. Fondò diversi monasteri, di cui affidò la guida a santi personaggi. Il re Sigeberto fece anche costruire diverse abbazie su suo consiglio, tra le altre quella di Malmedy, nella diocesi di Colonia, e quella di Stavelo Stavelot Abbazia dove Lamberto si esiliò per sette anni. t, nell'estensione del proprio dominio: chiamò la prima Malmundarium, perché aveva precedentemente liberato il luogo dagli spiriti maligni, e, per la seconda, le lasciò il nome di Stabuletum, perché era un luogo dove gli animali si radunavano in precedenza, come in una stalla, per prendervi il loro pascolo. Il demonio si oppose principalmente allo stabilimento di quest'ultimo monastero, e faceva spesso giungere tutto intorno una grande quantità di bestie selvatiche che, con le loro grida, i loro ululati e i loro muggiti spaventosi, gettavano il terrore nello spirito dei religiosi. Ma il Santo li fortificò contro questi attacchi con le sue esortazioni piene di fuoco: «Non temete nulla, figli miei», diceva loro, «osservate inviolabilmente la legge di Dio; conservate l'innocenza della vostra anima, pregate senza sosta, cantate le lodi del vostro Creatore con fervore, vegliate la notte, leggete le sante Scritture, imprimete spesso sulla vostra fronte il segno salutare della croce, e vedrete svanire tutti i fantasmi che il vostro nemico fa apparire. È così che i nostri Padri, i primi abitanti del deserto, lo hanno scacciato dalle solitudini d'Egitto, della Tebaide e della Nitria, e non dovete dubitare che le stesse armi non producano un simile effetto tra le vostre mani».
L'incomparabile saggezza di questo grande prelato gli attirò discepoli di grandissimo merito: tra gli altri san Teodardo, san Lamberto e san Trone, i cui nomi sono in singolare venerazione in tutta la Fiandra. San Trone gli testimoniava il desiderio di donare i suoi beni, che erano molto considerevoli, a qualche chiesa; il Santo non gli propose la sua cattedrale, né alcuno dei suoi monasteri per essere i suoi donatari, ma gli consigliò di fare piuttosto le sue liberalità alla chiesa di Santo Stefano di Metz, che sapeva essere nell'indigenza. Notger esclama che egli ha senza dubbio, in questo, superato la virtù di tutti i sacerdoti e di tutti i vescovi del suo tempo, poiché chiunque altro avrebbe pregato e sollecitato per la propria chiesa, e ne avrebbe preferito l'interesse a tutte le altre case.
Quando san Remaclo ebbe riempito le vaste solitudini delle Ardenne di questa moltitudine di angeli terrestri, ritornò a prendersi cura del suo gregge a Maastricht. C'era molta differenza tra i costumi dei suoi diocesani e quelli di queste schiere innocenti di religiosi che lasciava in quei monasteri; ma sapeva di essere debitore verso i deboli e i forti, e che, sull'esempio di san Paolo, doveva farsi tutto a tutti per guadagnarli tutti; così, si applicò con uno zelo tutto nuovo a raffinare quegli spiriti che l'antica barbarie del paese rendeva poco trattabili: vi riuscì felicemente. Il re gli ordinò in seguito di andare a consacrare le chiese appena costruite, tanto della sua diocesi, quanto di quella di Colonia: cosa che fece in presenza del principe Grimoaldo, maestro di palazzo, dopo aver tuttavia ottenuto il permesso di san Cuniberto, arcivescovo di Colonia, per quelle che erano di sua competenza.
Ritiro e fine vita a Stavelot
Desideroso di solitudine, si dimise dal suo vescovado a favore di san Teodardo e si ritirò a Stavelot, dove terminò i suoi giorni circondato dai suoi discepoli.
Il desiderio del ritiro gli fece infine preferire la vita monastica alle funzioni episcopali. Ne ottenne il consenso dalla corte e propose al suo popolo san Teodardo, suo discepolo, per succedergli. L'addio che rivolse al suo gregge rischiò di sommergerlo nelle lacrime; si udirono grida e gemimenti da ogni parte e ognuno chiedeva misericordia al cielo, come se la città stesse per essere distrutta. Egli si sforzò invano di placarli, mostrando loro che avrebbe sempre pregato Dio per la loro conservazione e che, ben lungi dal perdere con il cambio di pastore, vi avrebbero guadagnato molto, poiché sarebbero stati governati da un Santo. Queste rimostranze non fecero che aumentare il loro dolore. I più saggi presero la parola e gli dissero: «Se il triste stato in cui ci vedete ridotti, santo sacerdote di Gesù Cristo, non ha abbastanza forza per farvi cambiare proposito, noi appelliamo da questa risoluzione al tribunale della vostra stessa giustizia. Giudicate voi stesso, giusto giudice, se sia lecito a un pastore abbandonare il suo gregge, quando Dio gli dà ancora abbastanza forza per guidarlo e quando esso vuole trarre profitto dai suoi insegnamenti. Coloro che sentiranno parlare del vostro ritiro vi condanneranno per viltà, per aver preferito il riposo al lavoro e la vostra inclinazione particolare alla salvezza delle vostre pecore, oppure, gettando la colpa su di noi, immagineranno che siamo dei ribelli che non possono sopportare la dominazione spirituale e che, dopo aver obbligato sant'Amando, vostro predecessore, a scuotere la polvere dai suoi piedi contro di noi, ci siamo resi colpevoli di tanti crimini che siete stato costretto a esercitare contro di noi la stessa vendetta». San Remaclo li interruppe per dire loro che il cielo e la terra erano testimoni del profitto che avevano tratto dalle sue cure e che nessuno ignorava che egli amava il suo popolo e ne era molto amato; ma li pregava di permettere che, dopo aver passato la maggior parte della sua vita al servizio altrui e nell'ufficio di Marta, egli impiegasse qualche resto alla sua soddisfazione e agli esercizi di Maria; la maggior parte dei vescovi, suoi predecessori, avevano agito in questo modo ed egli voleva imitare, almeno in questo, il loro esempio; non si sarebbe allontanato dalla diocesi, ma avrebbe scelto una solitudine per soccorrerli nei loro bisogni: Mosè non era inutile al suo popolo, stando ritirato sul monte, mentre Giosuè combatteva i suoi nemici. Infine, voleva ancora servire da padre spirituale a coloro che avessero avuto il coraggio di seguirlo e ai giovani chierici destinati alla Chiesa che sarebbero stati messi sotto la sua guida. Fu così che moderò il dolore dei suoi figli e che essi gli permisero infine di ritirarsi nel suo monastero di Stavelot.
Molte persone, toccate dal suo esempio e desiderose di vivere sotto un così eccellente direttore, abbandonarono allo stesso tempo il mondo per farsi religiosi: tra gli altri, san Babolino, che egli fece abate di Malmédy e che fu, in seguito, suo successore in questa stessa abbazia di Stavelot. Il re Sigeberto gli fece cessione di molte belle terre per il sostentamento del suo monastero: cessione confermata dopo la morte di questo principe dal re Childerico, suo nipote. Non si può esprimere la santità con cui si viveva in quella casa; fu lì che, in seguito, il grande san Lamberto, che salì sulla cattedra di Maastricht dopo san Teodardo, si ritirò quando fu cacciato dal suo trono per aver detto la verità.
Infine, san Remaclo, prevedendo l'ora della sua morte, chiamò attorno a sé i suoi religiosi che erano in gran numero e disse loro: «Santissimi Padri e carissimi fratelli, che porto nel mio cuore e che siete la metà della mia anima, sono sul punto di lasciarvi per non rivedervi più se non in cielo. La morte non ha nulla di spaventoso per me e non ne temo gli approcci: essa non è perniciosa per colui che ha riposto la sua fiducia in Dio; non è imprevista per colui che vi ha pensato tutta la vita e non può essere miserabile per colui che vi si è preparato da sempre. Voi siete la sola cosa al mondo che ho pena di lasciare, perché temo che il nemico della nostra salvezza vi faccia allentare il vostro primo fervore dopo la mia morte. Ma se le ultime parole di un padre che vi ama e che voi amate hanno qualche forza sul vostro spirito, vi prego e vi scongiuro di fuggire le minime apparenze del vizio e di praticare fedelmente tutte le virtù. Conservate la fede, la purezza di cuore e la concordia tra voi. Che i santi libri non escano quasi mai dalle vostre mani. Siate assidui alla preghiera e alla meditazione delle verità eterne. Respingete vigorosamente le tentazioni fin dal loro primo nascere. Confessate con umiltà i vostri peccati a Dio e ai vostri prelati. Amate la povertà, la castità, l'obbedienza e la temperanza. Addio, miei cari figli, che il dolore di cui sembrate toccati vi faccia meglio ritenere e praticare ciò che vi raccomando in punto di morte; ricordatevi che dovete tutti morire e che verrà un giorno in cui potreste rimpiangere i preziosi momenti che avreste perduto; poiché non siamo che cenere e polvere e i nostri anni fuggono quasi impercettibilmente».
Dopo questa ammirevole esortazione, ricevette il santo Viatico e morì nel bacio del Signore, tra le mani dei suoi discepoli. Il suo corpo fu sepolto in una cappella della sua abbazia dedicata a san Martino. Tutta la Chiesa di Stavelot lo ha ora come patrono. Si è verificata un'infinità di miracoli per sua intercessione, dei quali Notgero, che ci ha dato la sua vita, ha composto due grandi libri; Surio ne fa l'abbreviato che riporta in questo giorno 3 settembre. Basti dire che i ciechi, i sordi, i muti, i paralitici e ogni sorta di altri malati sono stati guariti alla sua tomba; che gli afflitti vi sono stati consolati, i penitenti assolti, i peccatori induriti e i libertini castigati in modo terribile.
La missione di Aigulfo a Montecassino
Il monaco Aigulfo viene incaricato dal suo abate di recuperare le reliquie di san Benedetto e santa Scolastica in Italia per riportarle in Francia.
Aigulfo, Aigulphe Abate di Lerino e martire, noto per la traslazione delle reliquie di san Benedetto. volgarmente chiamato Ayou, nacque a Blois verso l'anno 630 e abbracciò la vita monastica nell'abbazia benedettina di Fleury, o Saint-Benoît-sur-Loire (*Floriacum ad Ligerim*), nella diocesi di Orléans. Fu accolto tra gli altri religiosi da san Momble, secondo abate di quella casa, talvolta chiamato san Memmol o Memmolin. Questo superiore lo scelse per l'esecuzione del disegno che aveva formato da tempo, di far prelevare le reliquie di san Benedetto sepolte sotto le rovine dell'abbazia di Montecassino, nel regno di Napoli.
Ayou partì, accompagnato da alcune persone di Le Mans, e prese misure così efficaci che, dopo aver felicemente scoperto la tomba di san Benedetto e quella di santa Scolastica, sua sorella, ne estrasse le ossa e le trasportò in Francia. Quelle di san Benedetto furono poste nell'abbazia di Fleury, mentre quelle di santa Scolastica furono inviate a Le Mans.
Martirio di Aigulfo a Lerino
Divenuto abate di Lerino, Aigulfo viene assassinato dagli oppositori alla sua riforma disciplinare, diventando un martire onorato a Blois e Provins.
Chiamato in seguito a governare il monastero di Sant'Onorato di Lerino, in Provenza, Aigulfo tentò di ristabilirvi la disciplina; ma i suoi virtuosi sforzi gli attirarono l'animosità dei malvagi; alcuni uomini perversi, incoraggiati dal signore di Nizza, ordirono un complotto contro il santo abate e lo assassinarono nell'isola di Amatune. La Chiesa, e in particolare la diocesi di Blois, sua patria, lo onorano come martire, il 3 settembre.
Pie mani raccolsero i suoi resti mortali e li deposero a Lerino, dove diversi miracoli vennero a proclamare la loro santificazione. Nell'XI secolo, un priorato di Benedettini fu fondato nella città di Provins (nella Brie), sotto l'invocazione di Sant'Ayou, per la pietà di Tebaldo, conte di Blois, di Brie e di Champagne. Alcune parti del corpo vi furono portate da Lerino. La chiesa di Provins ha conservato, fino ad oggi, un'antica statua di sant'Ayou, con un reliquiario contenente le sue ossa. Ogni anno, il 4 settembre, si espone questo reliquiario; e i pellegrini continuano ad affluirvi, come nel passato.
Martirio e conversione a Valencia
Giovanni da Perugia e Pietro da Sassoferrato, inviati da san Francesco, subiscono il martirio a Valencia, portando in seguito alla conversione del principe moro Azote.
Nel desiderio di offrire ai popoli i mezzi per operare la loro salvezza e di propagare il suo Ordine, san Francesco d'Assisi inviò, nel 1219 e nel 1220, diversi suoi compagni nelle varie contrade d'Europa. La Spagna fu assegnata a Giovanni da Perugia, sac Jean de Pérouse Sacerdote francescano e martire in Spagna. erdote, e a Pietro da Sassoferrato, suo confratello. Arrivati a Teruel (*Turbula*), nel regno d'Aragona, si costruirono due povere celle vicino a una chiesa e iniziarono a percorrere il paese, che evangelizzarono ed edificarono con la loro santa vita. Si guadagnarono presto una grande reputazione di santità. Il loro zelo li condusse a Valencia, città occupata dai Mori. Lì regnava un accanito nemico del nome cristiano, chi amato Azote Principe moro di Valencia, inizialmente persecutore e poi convertito al cristianesimo. Azote. I due missionari non tardarono a essere arrestati. Questo principe fece di tutto per far loro abiurare la fede, ma, furioso nel vedere i suoi sforzi inutili, fece loro tagliare la testa (1230). I miracoli non tardarono a provare la santità dei due discepoli di san Francesco.
Azote era in guerra con i cristiani e, da quel momento, la fortuna delle armi gli fu costantemente sfavorevole; attribuendo questi rovesci alla protezione del Dio dei cristiani, si risolse a trattare con il re; gli offrì di cedergli il suo regno a condizione che gli fornisse i mezzi per vivere onorevolmente e per farsi cristiano. Il re d'Aragona accettò. Azote fu battezzato e il palazzo di Valencia gli fu assegnato come dimora. Fedele alle sue promesse, Azote bandì il maomettismo da Valencia, vi ristabilì il culto del vero Dio e vi chiamò i Frati Minori ai quali, con l'assenso del re d'Aragona, donò il suo palazzo per fondarvi un convento. È così che i Francescani furono stabiliti a Valencia dopo che Clemente XI e Benedetto XIV ebbero approvato il culto dei due martiri. Pio VI li beatificò il 2 a Pie VI Papa citato come colui che ha approvato il culto di Giulia nel 1821. prile 1783. Le loro reliquie sono conservate a Teruel.
*Acta Sanctorum.*
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita nel Berry sotto il regno di Clotario II
- Educazione sotto san Sulpizio a Bourges
- Formazione monastica presso l'abbazia di Solignac sotto sant'Eligio
- Nomina ad abate di Solignac
- Consigliere alla corte del re Sigeberto
- Elezione alla sede vescovile di Maastricht in seguito alla partenza di sant'Amando
- Fondazione delle abbazie di Malmedy e Stavelot
- Ritiro finale nel monastero di Stavelot
Miracoli
- Liberazione del luogo di Malmédy dagli spiriti maligni
- Dominio sulle bestie selvatiche e sui demoni a Stavelot
- Numerose guarigioni postume presso la sua tomba
Citazioni
-
Non temete nulla, figli miei, osservate inviolabilmente la legge di Dio; conservate l'innocenza della vostra anima, pregate senza sosta.
Esortazione ai religiosi di Stavelot