Nato a Toledo nel 606, Ildefonso fu un monaco di Agali e l'illustre discepolo di sant'Isidoro prima di diventare arcivescovo di Toledo nel 657. Grande difensore della verginità perpetua di Maria, ricevette da lei una casula miracolosa durante un'apparizione celeste. Morì nel 669, lasciando un'opera teologica maggiore e una devozione profonda in Spagna.
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SANT'ILDEFONSO O ALONZO,
ARCIVESCOVO DI TOLEDO
Ildefonso: Origini e vita monastica
Nato a Toledo nel 606, Ildefonso divenne monaco nel monastero di Agali dopo essere stato formato da sant'Isidoro di Siviglia.
La vita di Ildefonso e Nostra Signora, la buona Vergine. Calende, la Vergine del santuario. Alle porte di Toledo, capitale del regno dei Visigoti di Spagna, sorgeva nel settimo secolo il monastero di Agali, un vero vivaio di santi e di dottori. È lì che si fece monaco, nonostante le violente resistenze della sua famiglia, I ldefonso, Ildefonse Successore di Elladio e autore della testimonianza sulla sua vita. che inseriamo con tanto maggior piacere nella nostra raccolta dei fiori dei Santi in quanto fu più caro a Maria, la Regina degli angeli e degli uomini. Ildefonso, il più illustre dei discepoli di s ant'Isidoro di Siviglia, saint Isidore de Séville Fratello di Fiorentina, grande dottore della Chiesa. il più popolare dei santi di Spagna, era nato in quella stessa città di Toledo, da una famiglia imparentata con il sangue reale, l'8 dicembre 606, giorno che è stato da allora consacrato all'Immacolata Concezione della santa Vergine: e fu per l'intercessione di Maria che Stefano, suo padre, e Lucia, sua madre, ottennero dal cielo questo bambino di benedizione. Ricevette dapprima a Siviglia, per dodici anni, le lezioni di Isidoro, poi, tornato vicino alla sua culla, si fece monaco ad Agali e vi terminò i suoi studi. La morte dei suoi genitori, avendogli lasciato la libera disposizione dei suoi beni, li consacrò alla fondazione di un monastero di religiose.
Ildefonso: Arcivescovo e favori mariani
Divenuto arcivescovo di Toledo nel 657, difende la verginità di Maria e riceve da lei una casula celeste durante un'apparizione.
Eugenio II, arcivescovo di Toledo, avendo lasciato questa vita (657), la voce unanime del clero e del popolo pose Ildefonso sul seggio metropolitano; — e allora, compiendo l'ufficio del buon pastore, illuminò, come un sole mistico, tutte le chiese di Spagna con la sua scienza tanto quanto con la sua virtù.
«Ma ciò che gli valse soprattutto il primo posto nell'amore e nella memoria del popolo spagnolo, fu la sua ardente devozione per la santa Vergine, di cui difese la verginità contro i Belvidiani. Le visioni miracolose che testimoniano la riconoscenza di Maria per gli sforzi del suo zelante difensore e le reliquie che egli ne ha lasciato alla chiesa di Toledo hanno a lungo infiammato la devozione degli spagnoli per il loro gran de san Alonzo Successore di Elladio e autore della testimonianza sulla sua vita. to Alonzo». Queste insigni meraviglie meritano di essere conosciute.
Il gio rno della festa sainte Léocadie Martire di Toledo apparsa a sant'Ildefonso. di santa Leocadia, questa illustre e celebre martire uscì dal suo sepolcro, vicino al quale pregava Ildefonso, e gli scoprì anche le sue reliquie, da lungo tempo dimenticate, che il santo arcivescovo desiderava ardentemente ritrovare. Poi, prendendolo per mano, gli disse davanti a tutti i presenti: «Ildefonso, per mezzo tuo è mantenuta la mia Sovrana che regna nell'alto dei cieli», volendo dire che egli aveva difeso l'onore di Maria contro gli eretici. Per avere un pegno palpabile di questa visione, egli afferrò la spada del re Recesvindo che lo accompagnava e tagliò una porzione del velo della Santa, prima che ella chiudesse il suo sepolcro: questa particella di velo divenne una reliquia molto venerata, conservata nella chiesa di Toledo. San Ildefonso istituì o almeno celebrò e propagò con zelo la festa dell'Aspettazione del parto della B. V. Maria. Ora, prima del Mattutino di quel giorno, Ildefonso si alzò all'ora in cui era solito andare a cantare le lodi di Maria. Era accompagnato dai suoi chierici e da un gran numero di persone. Si portavano davanti brillanti torce di cera. Arrivate alla porta, le persone che componevano il corteo scorsero nella chiesa una chiarezza che i loro occhi non poterono sopportare: tutte presero la fuga. Ildefonso fece aprire e si avanzò verso l'altare accompagnato da un diacono e da un suddiacono soltanto. Si prostrò e nello stesso istante gli apparve la Vergine Maria seduta sul trono episcopale, circondata da una schiera di Vergini che eseguivano sulla terra i canti del Paradiso. Maria fece segno al suo servitore di avvicinarsi e, fissando su di lui il suo sguardo divino, disse: «Voi siete il mio cappellano e il mio fedele notaio, ricevete questa casula che mio Figlio vi invia dai suoi tesori». In seguito ella lo ne rivestì con le sue proprie mani e gli ordinò di non servirsene se non nelle feste celebrate in suo onore. Questa apparizione è così certa che un concilio di Toledo ordinò che, per perpetuarne la memoria, una festa fosse celebrata ogni anno, con ufficio e sotto il rito doppio: essa si celebra ancora oggi il 21 gennaio sotto il titolo di Discesa della santa Vergine e della sua apparizione a sant'Ildefonso, e, cosa notevole, questa stessa festa è solennizzata in Egitto presso i Copti.
Ildefonso: trapasso ed eredità letteraria
Dopo la sua morte nel 669, i suoi resti furono trasferiti a Zamora; egli lasciò un'opera teologica incentrata sulla Vergine e sul battesimo.
Questi favori con cui piacque a Nostro Signore e alla sua santa Madre di onorare il loro servitore furono un degno preludio della felicità eterna di cui andò a godere il 23 gennaio dell'anno 669. Aveva vissuto sessantatré anni e ne aveva trascorsi dieci sulla cattedra di Toledo.
Fu dapprima inumato nella chiesa di Santa Leocadia; più tardi, il timore dei Mori di Spagna lo fece trasportare a Zamora nelle Asturie, dove si celebra ancora la traslazione delle sue reliquie.
La casa dove san Ildefonso era venuto al mondo fu donata ai Padri Gesuiti, dopo essere appartenuta a lungo ai conti di Orgaz. Questi religiosi fecero erigere una chiesa magnifica sul luogo di questa casa e riportarono in onore la sua memoria che gli abitanti di Toledo avevano a poco a poco perduto di vista.
Nelle immagini che sono state fatte di san Ildefonso, la santa Vergine lo riveste di una casula più bianca della neve; egli taglia un pezzo del velo di santa Leocadia che esce dal suo sepolcro.
[APPENDICE: NOTA SULLE OPERE DI SAN ILDEFONSO.]
Nel tomo XCVI della Patrologia di M. Migne, troviamo le seguenti opere di san Ildefonso:
1° Il suo libr o della Verginità perpetua dell'a livre de la Virginité perpétuelle Opera maggiore di Ildefonso a difesa del dogma mariano. ugusta Maria, contro tre empi, Gioviniano, Elvidio, antichi eretici del tempo, sant'Ambrogio e san Girolamo, i cui errori empi regnavano senza dubbio in quell'epoca in Spagna, e un Ebreo, nella persona del quale il nostro Santo tenta di formare la bocca a tutta la nazione ebrea che bestemmiava contro la santa Madre di Dio.
Egli attacca dapprima i suoi nemici uno ad uno: fa vedere contro Gioviniano che Maria, che concepì senza cessare di essere vergine, partorì anche senza perdere la sua verginità; contro Elvidio, che dopo aver partorito Gesù Cristo, rimase vergine per tutto il resto della sua vita; e, contro gli Ebrei, che ella ha concepito senza perdere nulla della sua verginità. Combattendo questi ultimi, colpisce di nuovo i primi, che aveva già abbattuto separatamente, e li opprime sotto le testimonianze della Scrittura.
Si rimprovera al nostro Santo di non aver impiegato, in questo trattato, uno stile più regolare, più semplice, più naturale, di aver ripetuto cento volte ogni idea sotto parole sinonime. Ma bisogna fare attenzione a due cose: dapprima che era un po' il gusto del secolo, molto lontano in tutto da quello di Augusto; poi che il soggetto e la maniera in cui lo tratta comportano abbastanza questo genere di stile: il suo amore per Maria va fino a un pio delirio; il suo orrore dell'eresia fino a una santa furia. Questi sentimenti che traboccano, sfuggono in un torrente di parole che sommerge i suoi avversari e solleva il suo cuore. Ecco un esempio di questo linguaggio appassionato, impetuoso, ridondante, impossibile da tradurre: « O Domino meo, dominatrix mea, dominans mihi, mater Domini mei, concilio filii tui, genitrix factoris mundi, te rogo, te oro, te quæso, habeam spiritum Domini tui, habeam spiritum filii tui, habeam spiritum redemptoris mei, ut de te vera et digna sapiat, de te vera et digna loquar, de te vera et digna quæcumque dicenda sunt dicam. Tu enim es electa a Deo, assumpta a Deo, advocata a Deo, proxima Deo, adhærens Deo, conjuncta Deo, salutata ab angelo, turbata in sermone, attonita in cogitatione, stupefacta in salutatione, admirata in dictorum enuntiatione. Invenisse te apud Deum gratiam audis, et ne timeas juberis, fiducia roboraris, cognitione miraculorum instrueris ad novitatem inauditæ gloriæ proveberis... »
2° Libro della Conoscenza del Battesimo. Vi esamina tutte le questioni che riguardano questo sacramento, e le risolve, non di sua propria autorità, ma appoggiandosi sui santi Padri, di cui ha raccolto i sentimenti su questo soggetto. Questo libro si compone dunque, a rigor di termini, di note che ha preso leggendo i Padri, ed è questo il suo titolo: Libro di Note sulla conoscenza del Battesimo. Bisogna dire altrettanto dell'opuscolo che segue e che si compone anch'esso di una folla di piccoli capitoli.
3° Il Libro del Cammino attraverso il Deserto dove ci si avanza dopo il Battesimo. Le acque del battesimo sono come quelle del Mar Rosso che ci separano dalla servitù; il resto della nostra vita è un viaggio, come quello degli Ebrei nel deserto; se ci lasciamo ben condurre da Dio, arriveremo alla terra promessa. San Ildefonso ci guida, lungo tutto il suo viaggio, se posso parlare così, ci suggerisce mille pensieri salutari, ci spiega parole mistiche. Lo ripeto, è piuttosto una raccolta di sentenze che un trattato.
4° Delle Lettere, le sole che ci restano di san Ildefonso. Esse sono precedute da due lettere di Quirico, vescovo di Barcellona, che ringrazia il nostro Santo del bene che gli ha fatto il suo libro della Verginità. Questo meraviglioso libro ha non solo rallegrato la sua anima, ma il suo corpo vecchio e infermo ne è stato come rianimato, il che gli ha permesso di riprendere le sue funzioni episcopali. L'arcivescovo di Toledo si umilia nelle sue risposte e rinvia tutta la gloria a Dio.
5° Il Libro degli Uomini illustri, per fare seguito a quello di sant'Isidoro, è una lista di quattordici uomini illustri; essa comincia con san Gregorio Magno, papa, e finisce con Eugenio II, vescovo di Toledo. Ildefonso consacra a ciascuno una breve nota.
Le opere che seguono, nella Patrologia di M. Migne, e che si attribuiscono con più o meno incertezza al nostro Santo, sono:
Un opuscolo sul parto della Vergine, che è più probabilmente di Pascasio Radberto, abate di Corbie;
Dei Frammenti sullo stesso soggetto;
Quattordici sermoni, di cui i sette primi e il nono sull'Assunzione della santa Vergine, l'ottavo alla lode di questa stessa Vergine, il decimo sulla sua Purificazione, l'undicesimo sulla sua Natività, e gli altri ancora sulla santa Vergine;
Un piccolo libro sulla Corona della Vergine Maria;
Una continuazione delle Cronache di sant'Isidoro;
Infine, Tredici Epitaffi in versi.
Barnardo: Dalla corte di Carlo Magno al chiostro
Nobile guerriero sotto Carlo Magno, Barnardo abbandona la vita mondana dopo la morte dei genitori per abbracciare la vita religiosa.
778-842. Papi: Adriano I; Gregorio IV. — Re di Francia: Carlo Magno; Carlo II, il Calvo.
Diventare vescovo non è una cosa sorprendente; ma vivere da vescovo povero, ecco una grande cosa, una cosa ammirevole!
San Barnardo, Lettera XXIV, a Gilberto, vescovo di Londra.
La Chiesa aveva bisogno di apostoli nel IX secolo: i Saraceni la cingevano da ogni parte. I barbari domati da Carlo Magno e convertiti al cristianesimo vi conservavano qualcosa dei loro costumi e delle loro superstizioni. Gli errori dei Nestoriani e degli Iconoclasti invadevano l'Occidente. Aggiungete a ciò l'ignoranza di quei tempi e i disordini inseparabili da un regno debole come quello di Ludovico il Pio: bisognava opporre molta luce e virtù a queste tenebre e a questi vizi. Dio, la cui Provvidenza è sempre attenta al bene della Chiesa, suscitò il nostro santo Barnardo per esserne l'angelo tutelare in Francia.
Si crede che sia nato a Izernore, allora nella diocesi di Lione, l'anno di Nostro Signore 778, da genitori nobili, ricchi e virtuosi. Poiché era il più giovane dei suoi fratelli, fu oggetto delle più tenere cure; all'età di dieci anni, i suoi genitori lo inviarono in un collegio tenuto da santi sacerdoti che formavano i giovani per la religione e la patria, mettendo nel loro spirito le scienze profane, e nel loro cuore il timore di Dio e l'amore per la virtù. Barnardo divenne la gloria della loro casa: riusciva in tutto, ma principalmente nell'obbedienza e nell'umiltà; la sua modestia gli insegnava già i mezzi per umiliarsi o almeno per sviare abilmente le lodi che si prodigavano al suo merito. Un triste evento lo strappò da quella casa all'età di diciotto anni: la morte, entrando nella sua famiglia, colpì quasi nello stesso momento tutti i suoi fratelli; dovette tornare dai suoi genitori per consolarli. «Quanto siete felici», disse partendo ai suoi compagni di studio, «quanto siete felici di essere qui al riparo dalle tempeste alle quali sto per essere esposto! Pregate il Signore di fortificare il mio cuore contro i rudi assalti che il mondo sta per sferrargli». Ispirò presto grandi timori ai suoi genitori; lo vedevano quasi sempre in preghiera, raccolto, ritirato nella sua stanza, fuggendo le assemblee mondane dove si recava solo per obbedienza, tanto che si attirava gli scherzi dei giovani della sua età. Un giorno, il padre di Barnardo andò a trovare sua moglie tutto disperato, e le disse: «È finita, saremo presto senza figli; la morte ci ha tolto i primi, il chiostro ci toglierà il solo che ci resta». Questa tenera madre rispose solo con dei singhiozzi; si pentì quasi di aver ispirato fin dall'infanzia a suo figlio quella pietà che minacciava di portarglielo via. Lo fece venire, e abbracciandolo con trasporto, lo scongiurò di non abbandonarla, di essere la consolazione della sua vecchiaia, poiché lei era stata la custode della sua infanzia; di non ucciderla privandola dell'ultimo oggetto del suo amore. Le lacrime con cui innaffiò quel caro figlio dissero ancora più delle sue parole. Egli pianse a sua volta, e promise di non precipitare nulla, di conciliare, per quanto potesse, la volontà di Dio con quella dei suoi genitori.
È per questa dolce inclinazione all'obbedienza, unico punto vulnerabile del suo cuore, che il padre lo attaccò. Disse a suo figlio che Dio non faceva miracoli per dichiarare le sue volontà, che le faceva conoscere naturalmente attraverso i desideri e gli ordini di genitori cristiani. Questi combattimenti, ripetuti ogni giorno, e soprattutto i rimproveri di alcuni sacerdoti che si fecero intervenire, fermarono il giovane Barnardo. Si riuscì persino a impegnarlo nel matrimonio, poi lo si inviò alla corte di Carlo Magno, nella speranza che le armi, gli onori, le delizie gli fa cessero fin Charlemagne Imperatore dei Franchi e zio di San Folchino. almente amare il mondo. Ma il suo cuore, rapito dal cielo, rimase sempre insensibile alla terra. Ne adempiva solo con più esattezza i doveri del suo stato. Si distinse nella guerra contro i Sassoni. Fu affascinato dalla disciplina che regnava nell'esercito, dal modo in cui Carlo Magno faceva osservare alle sue truppe le leggi del Cristianesimo. Ammirava soprattutto l'eroismo con cui il soldato sopportava le privazioni. Spesso, d'inverno, il campo era inondato dalla pioggia e le tende tutte coperte di neve, tanto che si trovavano talvolta distesi e a mezzo morti, al loro posto, i soldati che avevano passato la notte di sentinella. «Ahimè!» diceva Barnardo tra sé, «se si facesse per Dio una parte di ciò che si fa per gli uomini!». Altre volte, conversando familiarmente con vecchi ufficiali tutti coperti di ferite e più curvi sotto il peso delle fatiche militari che sotto quello degli anni: «Convengo», diceva, «che è giusto e persino glorioso marciare sotto gli ordini del principe; ma ammettete che vale ancora meglio servire un padrone a cui nulla sfugge e che ricompensa così liberalmente». Questi vecchi guerrieri ricevevano tanto meglio le lezioni del giovane capitano, in quanto erano l'effetto della pietà, ma non della timidezza; lo avevano sempre visto correre tra i primi al pericolo e dare ovunque segni di un valore provato. Non ne diremo nulla qui: parliamo solo delle virtù che il cielo corona. Il nostro Santo passò sette anni sotto le armi, ma veniva quasi ogni anno, durante l'inverno, a vegliare sull'educazione dei suoi figli e a fare le delizie della sua famiglia. Aveva per sua moglie un'estrema tenerezza e si applicava a ispirarle sentimenti cristiani. «È più per il cielo che per la terra, che siamo uniti», le diceva spesso; «facciamo in modo che tutte le nostre azioni rispondano alla santità del sacramento che ha formato questo nodo. Che sventura se, dopo aver vissuto insieme in questo mondo, fossimo separati nell'altro, o se non ci incontrassimo insieme che nei tormenti eterni!».
Mentre era, per il settimo anno, occupato in una spedizione militare, ricevette la notizia della morte di sua madre, e qualche giorno dopo, quella della malattia pericolosa di suo padre che non sopravvisse a lungo. Versò sull'uno e sull'altra lacrime amare, e si consolò solo con il ricordo delle loro virtù e la speranza della loro felicità eterna.
Barnardo: La fondazione di Ambronay
Fonda il monastero di Ambronay nell'803, dove conduce una vita di austerità e carità prima di diventarne l'abate.
Approfittò di questa sventura per lasciare la corte e le armi. Carlo Magno gliene concesse il permesso a malincuore, e tutti furono tristi per la sua partenza. Appena tornato in famiglia, pensò ai mezzi per rinunciarvi per Gesù Cristo. Non appena i suoi parenti poterono intuire le sue intenzioni, gli esposero che la sua devozione era indiscreta, che egli non era che il depositario e non il padrone del suo patrimonio, per dividerlo come stava per fare, tra la Chiesa, i poveri e i suoi figli ai quali apparteneva interamente; che gli impegni del matrimonio non potevano essere sciolti così. Infine sua moglie, vestita a lutto, si gettò ai suoi piedi e, presentandogli i figli, lo pregò di averne pietà. Uno spettacolo così toccante lo scosse fino in fondo all'anima; ma la grazia venendo in soccorso alla natura, ebbe la forza di rivolgere alla moglie questo bel discorso: «Una parte dei miei beni, che sono considerevoli, basterà ai miei cari figli; ne avranno abbastanza se avranno probità, e troppi se avessero la sventura di non essere saggi; provvederò alla loro educazione e a un tenore degno della vostra condizione. Del resto, ho contato più, per l'esecuzione del mio disegno, sulla vostra pietà che su me stesso; forse è ad essa e ai vostri rari esempi che ne devo il pensiero. Ah! com'è dolce non separarsi in questo mondo se non per ricongiungersi più felicemente nell'altro! Ma, dopo tutto, poiché vi ho impegnato la mia fede, siate certa che non farò nulla senza aver prima preso consiglio da voi e consultato le regole della prudenza e della carità; la mia ritirata non è irrevocabile; non voglio dunque abusare della vostra tenerezza per me e strapparvi il vostro consenso. Seguite la vostra inclinazione; che una deferenza troppo rispettosa non vi chiuda la bocca se avete disegni contrari ai miei». Dicendo ciò, era sicuro del successo, poiché conosceva la pietà della sua sposa che sospirava essa stessa per il chiostro, se la sua tenerezza materna non le avesse fatto un dovere di restare accanto ai figli. Essa cessò dunque di opporsi al pio desiderio del suo sposo. Questi, dopo aver messo ordine ai suoi affari domestici e fondato un ospedale con grandi rendite, abbracciò la sposa, i figli e partì, potendo ben dire come quel Santo che lasciava così patria e parenti, il Vangelo alla mano: «È questo libro che mi ha spogliato di tutto». Camminava senza una strada certa, ma lo Spirito di Dio lo guidava. Entrò nel Basso Bugey, circa l'anno di Nostro Signore 803, e incantato da quella solitudine, si fermò ad Ambronay. Non era allora che un piccolo borgo, conosciu Ambronay Primo monastero fondato da Barnard nel Bugey. to solo per un monastero dipendente da Luxeuil, e per una chiesa della santa Vergine rovinata nelle guerre.
Barnardo acquistò dunque Ambronay dall'abate di Luxeuil, fece rialzare la chiesa e costruire un grande monastero, gli assegnò rendite considerevoli e lo rimise nelle mani di religiosi che, sotto la guida di un santo abate, diedero l'esempio di tutte le virtù. Si rinchiuse egli stesso in una piccola cella accanto al monastero. La lasciava spesso per la chiesa dove passava le notti nella preghiera e nelle lacrime, o bene per la campagna dove meditava, vedendo le vestigia di Dio nei cieli, nelle bellezze della natura. Tutti gli oggetti gli ricordavano santi pensieri: alla vista di un ruscello che si precipitava da una montagna verso la prateria, si diceva: «Ecco l'immagine dell'agitazione e della brevità della vita». Considerava il canto degli uccelli come un inno a Dio, e vi prendeva parte. Il ricordo di sua moglie e dei suoi figli gli tornava spesso; rimproverandosi di non condividere con loro le delizie della solitudine, li fece venire, ed essi alloggiarono accanto a lui, e presero parte alle sue buone opere, soprattutto alle cure dell'ospitalità, che prodigava a tutti. Barnardo acquisì una così grande reputazione, che divenne l'arbitro di tutte le controversie; non appena sorgeva qualche disputa, si finiva col dirsi: «Andiamo a trovare il Santo».
Non si accontentava dell'elemosina fatta ai mendicanti, di tutte la più rischiosa, se oso parlare così, andava a visitare le capanne, dalle quali scacciava la miseria e l'ignoranza. Tuttavia non si considerava ancora che sul bordo della felicità, non vivendo nell'interno del chiostro. Risolse di entrarvi. Dopo aver regolato i suoi affari, provveduto allo stabilimento dei suoi figli, ottenuto il consenso di sua moglie che si ritirò senza dubbio, anche lei, in un monastero, si fece religioso nella sua abbazia di Ambronay. Non si poté mai fargli accettare un appartamento comodo; andò ad alloggiarsi in una cella che non si sarebbe osato presentare all'ultimo dei novizi. Era quasi sempre in contemplazione, dormiva poco, pregava e si mortificava molto. «Non mi conforto», diceva, «se non perché sono ora al riparo dalle tempeste del secolo e in uno stato adatto a riparare le colpe della mia vita passata». Animato da questo spirito di penitenza, si caricava di catene guarnite di punte, camminava tutto curvo sotto il cilicio, si lacerava il corpo così spietatamente che, zampillando sotto i colpi della sua disciplina, il suo sangue tingeva il pavimento. Poi, invece di riparare le sue forze, faceva succedere le veglie all'astinenza. Combatteva le tentazioni del demonio tanto col lavoro quanto con la preghiera, coltivando la terra, intrecciando cesti e stuoie, come i primi solitari, esercitandosi anche negli impieghi più bassi e più umilianti; dopo il lavoro delle mani, si applicava allo studio della Sacra Scrittura e dei Padri.
Ecco come intratteneva la sua anima nella pace; non si poteva turbare la serenità del suo volto se non ricordandogli la sua nascita, le sue virtù o i suoi benefici. Andava mal vestito e ostentava maniere grossolane, affinché le persone attirate dalla sua reputazione non potessero riconoscerlo. La vista di un così grande Santo e di un così illustre monastero facendo l'ammirazione di tutti i visitatori: «Ecco coloro», dicevano, «che le idee del mondo profano ci fanno guardare come degli insensati. Ahimè! essi ci superano forse tanto in nascita quanto in probità. Se sono poveri, lo sono per scelta, come Barnardo; sono nel disprezzo, perché hanno rifiutato i primi posti, e nascondono spesso, per l'amore di Gesù Cristo, talenti che farebbero la nostra ammirazione e la confusione di coloro che li disprezzano. Noi li crediamo inutili o di peso, loro che hanno riempito le biblioteche dei loro scritti e arricchito il secolo delle loro conquiste, e che, con le loro lacrime e le loro preghiere, hanno cento volte piegato l'ira del cielo. Che ingratitudine! Ma anche come il Signore sa bene ricompensarli dell'ingiustizia dei nostri giudizi. Che gioia! che consolazione! quanta stima da parte dei veri saggi! E cos'è ancora tutto ciò in confronto alla gloria e alla felicità che il cielo prepara loro?»
Morto l'abate, tutti i monaci gettarono gli occhi su Barnardo per sostituirlo. Ebbe un bel pregare, gemere, rappresentare, tutto fu inutile, dovette cedere alle importunità dei suoi fratelli. Vide d'altronde in questa carica la facoltà di essere più libero nelle sue austerità e nella sua devozione. Fu sempre il primo al coro e a tutti gli altri esercizi. Non si riconosceva l'abate se non per il suo aspetto più mortificato, per una più tenera devozione, una carità più ardente. Era pieno di dolcezza verso i suoi monaci, avendo per massima che lo stato religioso non è uno stato di conquista e di tirannia, ma di obbedienza volontaria. Raccomandava loro principalmente l'allontanamento dal mondo: «Il mondo non deve conoscere i solitari», diceva spesso, «se non per il racconto delle loro virtù». Dio benedisse in tal modo una così saggia amministrazione, che in meno di tre anni (dall'anno 807), il monastero si accrebbe in ogni modo, in regolarità, in numero di religiosi, in rendite, in edifici e in reputazione.
Barnardo: L'episcopato a Vienne
Eletto miracolosamente arcivescovo di Vienne nell'810, riforma il suo clero e si dedica ai poveri e ai malati.
Nell'anno 810, morto Volfero, arc ivesco Vienne Sede episcopale e città principale dell'azione del santo. vo di Vienne, ci si riunì per scegliergli un successore; i suffragi erano divisi. Improvvisamente, un bambino di dieci o dodici anni alzò la voce in mezzo all'assemblea ed esclamò: «Il Signore ha eletto arcivescovo di Vienne Barnardo, abate di Ambronay». A questa voce, ci si guardò in silenzio e con ammirazione; presto non vi fu che un grido per applaudire a questa elezione. Dei deputati vennero ad annunciarlo a Barnardo. Dapprima egli si turbò e non poté credere alle proprie orecchie. Poi rispose loro che, se parlavano seriamente, protestava che non avrebbe mai accettato. Invano si gettarono ai suoi piedi e lo supplicarono con lacrime di arrendersi alla loro felicità. Egli rifiutò. Si fece ricorso a Carlo Magno che scrisse a Barnardo. Egli rifiutò. Carlo Magno im piegò l'autor pape Léon III Papa che donò le reliquie di Ippolito a Carlo Magno. ità di papa Leone III, che inviò a Vienne un ecclesiastico di nome Gregorio, lo incaricò del suo potere e lo munì di una lettera per Barnardo. Gregorio riunì a Vienne i vescovi della provincia, fece comparire l'abate di Ambronay e gli notificò la sua elezione canonica. Fu necessario obbedire. Egli raddoppiò le austerità, le preghiere e le lacrime per prepararsi alla sua consacrazione. Fu consacrato da Leidrado, arcivescovo di Lione, nell'anno 810, all'età di trentadue anni. Da quel momento, fu per così dire diviso in tante cure quante erano le anime nella sua diocesi. «Un tempo», diceva a coloro che gli facevano osservazioni sulle sue austerità, «avevo solo le mie colpe da espiare, oggi ho quelle di tutto un popolo». La riforma della sua diocesi, che intraprese con zelo, iniziò dal suo clero: proibì loro i giochi d'azzardo, i banchetti frequenti o eccessivi, le visite sospette, dicendo che basta a un laico essere irreprensibile, ma che un ecclesiastico deve, per il successo del suo ministero, essere esente da sospetti. Faceva lui stesso il catechismo in cattedrale, per risollevare una funzione che avrebbe dovuto essere sempre in onore, da quando è stata consacrata dall'esempio di Gesù Cristo. Andava a trovare nelle loro case i peccatori incalliti, poi, quando aveva guadagnato la loro fiducia, esponeva loro con bontà le sofferenze di Gesù Cristo, la misericordia di Dio, li abbracciava teneramente e li determinava a fare la loro confessione, durante la quale versava tante lacrime come se fosse stato lui il criminale. Visitava i malati nei loro letti, pagava i debiti dei poveri, percorreva le pianure nonostante l'ardore dell'estate che le brucia nel Delfinato, scalava le montagne del Vivarais nonostante le nevi di dicembre. Si poteva non intenerirsi di compassione quando si vedeva questo Santo, mezzo gelato, aiutarsi con i piedi e con le mani per raggiungere una roccia scoscesa dove andava spesso a cercare alcune delle sue pecorelle; alloggiava nelle loro capanne coperte di foglie, condivideva i loro cibi grossolani. Quando le chiese erano troppo piccole per contenere la folla avida di vederlo e di ascoltarlo, saliva su un tumulo coperto d'erba e annunciava loro, sull'esempio di Gesù Cristo, il regno dei cieli in un modo così toccante che scoppiavano tutti in lacrime. Un giorno che ci si riuniva per l'arrivo del santo vescovo, un cieco venne come gli altri, dicendo che voleva vederlo anche lui. Si rise della sua semplicità. Egli, senza curarsi di queste derisioni, si posizionò sui gradini della scala di una cappella, dicendo tra sé e sé quasi come la donna del Vangelo: «Se posso avvicinarmi e toccarlo, mi farà vedere bene come gli altri». In quel momento le grida di gioia annunciarono l'arrivo di Barnardo; il cieco corse a gettarsi ai suoi piedi. Il Santo, alzando gli occhi al cielo, gli disse: «La tua fede ti ha dato la vista; rendine gloria a Dio». E subito il cieco vide chiaramente il suo beneficio. Questi, voltandosi verso gli ecclesiastici che lo seguivano, disse loro, come per cancellare l'impressione prodotta da quel prodigio: «I poveri e i semplici rapiscono le grazie del cielo, e noi, noi le lasciamo sfuggire».
Barnardo: Ruolo politico e teologico
Partecipa ai grandi dibattiti del suo tempo, in particolare sul Filioque, sulle immagini e sulle tensioni tra Ludovico il Pio e i suoi figli.
Ma è tempo di vedere un altro aspetto di questa santa vita, e quali furono le azioni di Barnardo, al di fuori della sua diocesi, negli affari comuni delle Chiese di Francia. I vescovi di Francia, riuniti in concilio, avevano giudicato opportuno aggiungere al simbolo di Costantinopoli che lo Spirito Santo procede anche dal Figlio come dal Padre, al fine di combattere meglio i Greci, che negavano questa processione. Carlo Magno inviò a Roma Adelardo, abate di Corbie; Iesse, vescovo di Amiens, e secondo alcuni, Barnardo, vescovo di Worms; secondo altri, Barnardo, vescovo di Vienne. Ebbero diverse conferenze con il papa Leone III; egli disse loro: «Che era di fede che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, ma che i canoni vietano di innovare alcunché; che dunque bisognava ritirare l'aggiunta che la Chiesa di Francia aveva fatto al simbolo di Costantinopoli. — Poiché è di fede», riprese allora Barnardo, «che lo Spirito Santo procede dal Figlio come dal Padre, bisogna dunque istruirne i popoli. — Sì», rispose Leone. — «E di conseguenza», aggiunse Barnardo, «non bisogna fare una soppressione che distruggerebbe questa credenza piuttosto che stabilirla». Il parere parve saggio e obbligò il Papa a cercare un altro temperamento per conciliare su questo punto le Chiese di Francia e la Chiesa romana. L'eloquenza e l'erudizione del nostro Santo non si distinsero meno nella parte che ebbe nella composizione dei Capitolari, quella raccolta di leggi, metà civili, metà ecclesiastiche, fatta dai re della seconda stirpe, e soprattutto da Carlo Magno negli Stati generali e nei concili. «Tra i vescovi che si distinsero allora in questo genere di assemblee, si nota soprattutto», dice Mabillon, «Barnardo, vescovo di Vienne, e Agobardo, vescovo di Lione, che s Agobard, évêque de Lyon Vescovo di Lione nel IX secolo che lodò Viventiolo. ostenevano la fede tanto con la santità dei loro esempi quanto con la profondità della loro dottrina».
Questo Agobardo è lo stesso che fu l'occasione di un grande temporale che subì Barnardo. Leidrado, arcivescovo di Lione, avendo risolto di ritirarsi nel monastero di Saint-Médard di Soissons e di passarvi il resto dei suoi giorni nell'esercizio della penitenza, prese consiglio da Barnardo che approvò il suo disegno e gli propose, come soggetto degno di sostituirlo sulla sede di Lione, Agobardo, già corepiscopo di quella Chiesa. L'imperatore applaudì a questa scelta. Alcuni vescovi a cui fu comunicata questa ordinazione l'autorizzarono con la loro presenza. Così Agobardo fu consacrato arcivescovo di Lione da Barnardo, arcivescovo di Vienne. Ma non appena questa notizia si diffuse in Francia, i vescovi che non erano stati consultati fecero sentire vive rimostranze; accusarono Barnardo di aver violato i santi canoni degli Apostoli, che vietano di collocare contemporaneamente due vescovi sulla stessa sede. La questione fu risolta nel successivo concilio di Arles. Barnardo vi si difese con tanta scienza, mostrando che i canoni degli Apostoli invocati contro Agobardo non riguardano i corepiscopi, che vinse la sua causa. Agobardo non fu affatto degradato né Leidrado ristabilito nella sua sede, come alcuni autori hanno scritto. Soltanto, per evitare in futuro simili contestazioni, si decise che non si sarebbero più ordinati corepiscopi nelle Chiese di Francia, uso che è giunto fino a noi senza interruzione. Da allora regnò tra il vescovo di Lione e quello di Vienne la più stretta amicizia. Si recavano regolarmente in una casa di campagna sui limiti delle loro diocesi, e là si rilassavano, si edificavano, si istruivano a vicenda. È a questi pii e dotti colloqui che dobbiamo le dotte opere di Agobardo contro l'eresia di Felice di Urgel e il famoso Libro delle Superstizioni giudaiche che Barnardo, Agobardo ed Eaof, anch'egli vescovo, composero insieme, per preparare armi contro gli ebrei stabiliti in Francia, che seducevano la semplicità di molti cristiani.
Lo indirizzarono a Ludovico il Pio, per invitarlo a unire l'autorità reale alla voce della Chiesa. Questo principe era imperatore dalla morte di Carlo Magno (28 gennaio 814). Per impegnarlo anche a rendere, attraverso il ristabilimento della disciplina, il suo primo splendore alle Chiese di Francia dove regnavano gravi disordini, Agobardo compose il suo T rattato del Sacerdo Traité du Sacerdoce Opera di Agobardo dedicata a Bernardo sulla dignità del ministero. zio, dedicato a Barnardo, e fatto sulla base dei colloqui che avevano avuto insieme a questo proposito.
Lo zelo e la scienza di Barnardo ricevettero un'insigne ricompensa. Il Papa gli inviò il pallio con una lettera molto lusinghiera. Ebbe presto una nuova occasione di mostrare la sua ortodossia e la sua eloquenza. Il secondo concilio di Nicea aveva condannato gli Iconoclasti e regolato il genere di culto che bisogna rendere alle immagini dei Santi. I vescovi francesi, avendo mal compreso il senso di questo decreto, fatto in lingua greca, lo respinsero al concilio di Francoforte (794), come se ordinasse di rendere alle immagini l'adorazione che è dovuta solo a Dio. Ludovico il Pio, su invito del papa Eugenio, cercò di riconciliare le Chiese di Francia con quella d'Oriente su questo argomento, nel concilio di Parigi (824). Vi regnò lo stesso spirito di Francoforte. Invano Barnardo vi fece sentire la sua voce e cercò di mostrare che ci si sbagliava sui termini, che il culto delle immagini ordinato dalla Chiesa di Roma e dal concilio di Nicea era ben inferiore a quello che è dovuto solo a Dio; non poté trionfare sui pregiudizi, né guadagnare il suo amico Agobardo che, in un libro sulle immagini, difese ugualmente di insultarle e di rendere loro alcun culto. Il nostro Santo non rimase meno attaccato al pensiero della Chiesa romana, il che gli meritò dal Papa una lettera molto affettuosa. Si distinse ancora in molti altri concili. Ma la sua condotta fu infelice nei torbidi civili che agitarono la Francia in quell'epoca. Nell'813, Ludovico il Pio aveva dato ai suoi tre figli una parte dei suoi Stati: a Pipino l'Aquitania, a Ludovico la Baviera, a Lotario l'Italia. Ma, essendosi poi risposato e avendo avuto dalla seconda moglie un quarto figlio, Carlo il Calvo, volle, per dotare questo principe, tornare sulla prima spartizione (823). I tre figli del primo letto si rivoltarono. Gregorio IV essendo venuto in Francia per riconciliare il padre e i figli, l'astuto Lotario lo trattenne nel suo campo e fece credere così che approvasse la loro impresa. Agobardo e Barnardo presero il partito di Lotario; furono tra i vescovi che, a Compiègne, pronunciarono la decadenza dell'imperatore e lo condannarono a una penitenza pubblica. Fu presto ristabilito sul suo trono, e una nuova assemblea di vescovi a Saint-Denis condannò quella di Compiègne. Ebbo, arcivescovo di Reims, che l'aveva presieduta, fu deposto. Agobardo e Barnardo furono anche deposti al concilio di Tramoye, nel Lionese. Ma Lotario ottenne che non si conoscessero loro successori; li riconciliò persino con suo padre, e rientrarono nelle loro diocesi dopo un'assenza di quasi quattro anni.
Barnardo: Fondazione di Romans e fine vita
Fonda l'abbazia di Romans verso l'839 e vi si ritira per morire nell'842 dopo trent'anni di episcopato.
Da quel momento il nostro Santo non si occupò che della cura della sua salvezza e della sua diocesi. Il disordine, il rilassamento, l'ignoranza, conseguenze delle guerre civili e dell'assenza del pastore, regnavano ovunque. Evangelizzò di nuovo questa contrada con tale ardore che i suoi amici temettero per la sua salute. Rispose loro con umiltà che la legge della restituzione lo obbligava a riparare il male di cui la sua assenza era stata causa. Dopo aver ristabilito la pace e la pietà nella sua città episcopale, visitò la campagna, dove l'omicidio e l'incendio avevano tutto devastato, dove si udivano ancora le grida di coloro che venivano spogliati o maltrattati. Alla vista di queste funeste conseguenze della guerra civile, versava lacrime continue; si condannò a visitare ogni borgo, ogni capanna. Queste penose funzioni dell'episcopato, il peso degli anni, il ricordo dell'abbazia di Ambronay gli fecero sentire il bisogno di una solitudine dove potesse riposarsi di tanto in tanto e infine prepararsi alla morte. Rimuginava questo disegno nella sua mente quando arrivò nel luogo dove e siste Romans Città fondata da Barnard attorno alla sua abbazia. oggi la chiesa di Romans. Affascinato da queste solitudini, da questa posizione sulle rive dell'Isère, la scelse. Una ricca vedova lo aiutò ad acquistare il campo, egli fece estirpare i rovi e gli arbusti di cui era coperto, gettò le fondamenta della superba chiesa che vi si vede ancora oggi e vi fondò un monastero di Benedettini, e attorno nacque presto la bella e grande città di Romans, il cui nome deriva forse dal fatto che Barnardo la rese figlia di Roma, e il cui aspetto somiglia talmente a quello di Gerusalemme che vi si è fatto costruire, diversi secoli fa, un calvario in tutto simile a quello dei Luoghi Santi. I fedeli vi accorrono in folla ancora oggi, soprattutto durante la Quaresima, per meglio meditare sulla passione del Salvatore. Al fine di dare più rilievo al suo nuovo stabilimento, Barnardo riunì un gran numero di vescovi e consacrò con molta pompa e solennità la nuova chiesa in onore di san Pietro, degli altri Apostoli e dei tre martiri Severino, Esuperio e Feliciano, originari di Vienne. I corpi di questi santi giacevano senza onore alla porta di Vienne; per ordine di Barnardo ne furono estratti e trasportati solennemente nella sua nuova chiesa. «Questo stabilimento, che non fu nella sua perfezione che verso l'anno 839, aveva», dice Mabillon, «un attrattiva particolare per Barnardo. Senza sosta occupato ad abbellire la nuova chiesa, vi consacrava volentieri tutte le larghezze di cui i principi lo favorivano. Non appena gli affari pubblici gli facevano temere di essere chiamato fuori dalla sua diocesi, si ritirava nella sua cara abbazia di Romans, simile alla colomba che si rifugia nel suo nido per evitare la tempesta». È là anche che andava a rilassarsi dai lavori dell'episcopato e ad attingere nuove forze. Vi meditava lontano dal mondo, in folti boschetti o sulle rive del fiume. Voleva che i monaci lo trattassero come uno di loro; seguiva tutti i loro esercizi ed esercitava sul suo corpo sante rigidezze che davano un vigore celeste alla sua anima. Più avanzava in santità, più tremava vedendo quanto è terribile il conto che un vescovo deve rendere a Dio dopo la sua morte. Si figurava talvolta di udire la voce minacciosa del giudice supremo; allora chiedeva perdono, non solo delle sue colpe, ma anche di quelle delle sue pecorelle, come se ne avesse dovuto rispondere. Usciva da queste meditazioni tutto infiammato di zelo, pregando per ogni anima della sua diocesi, istruendo, esortando, riprendendo. Cercava di rimediare a tutto; visitava le prigioni e gli ospedali più spesso dell'ordinario; percorreva la città e la campagna, consumando i resti della sua vita in carità, in zelo, in buone opere.
Dio avendogli fatto conoscere più chiaramente che la sua fine era vicina, fece riunire il clero e il popolo di Vienne nella sua cattedrale, rivolse loro un discorso toccante dove li esortava a vivere nella pace e nell'unione, e a servire Dio. Prese poi congedo da loro, chiedendo perdono delle colpe che aveva commesso e assicurandoli della sua tenera amicizia. «Prendo queste precauzioni», disse loro, «perché sono sul punto di intraprendere un lungo viaggio che mi priverà a lungo della felicità di vedervi. Preghiamo solo il cielo di riunirci tutti un giorno». I suoi cari diocesani compresero questo linguaggio, risposero con singhiozzi. Quando partì per la sua abbazia di Romans, fu circondato da ogni parte: le madri gli portavano i loro figli per ricevere un'ultima volta la sua benedizione. Tutti gli abitanti di Vienne lo accompagnarono fuori dalla città: molti piangevano; piangeva anche lui e si affrettò a strapparsi dai loro abbracci. Arrivato a Romans, si rinchiuse in una grotta profonda e vi passò tre giorni e tre notti in contemplazione, la faccia prostrata contro terra. Il quarto giorno, si vide circondato da una grande luce e udì una voce che gli disse: «Venite, vi si attende». Questa parola lo riempì di consolazione. I religiosi, allarmati, inviarono qualcuno che lo invitò a prendere qualche nutrimento e a non continuare più questo digiuno indiscreto. «Avete ragione, padre mio», rispose il Santo, «ho bisogno di nutrimento: portatemi il pane che è disceso dal cielo, poiché devo prendere forze per il grande viaggio dell'eternità». Essendo venuti i suoi religiosi, iniziò il Salterio che essi continuarono, e ricevette Nostro Signore. Essendo suonata l'ora del Mattutino, inviò i suoi religiosi al coro e ne trattenne solo alcuni, con i quali continuò a cantare le lodi di Dio. Dopo il Mattutino, la comunità tornò verso di lui, e subito quel luogo fu riempito di un grande chiarore e di un odore soavissimo. Barnardo riposava su un cilicio, «l'unico modo di morire», diceva, «che convenga a un così grande peccatore». Quando il giorno cominciò ad apparire, rese lo spirito ed entrò come egli stesso disse, «nel grande giorno della gloria e dell'eternità». Era la domenica 23 gennaio dell'anno 842, il 64° della sua età, il 31° del suo episcopato. Non appena ebbe spirato, la luce di cui abbiamo parlato scomparve, ma il soave odore rimase fino a quando non si ebbe messo il suo santo corpo nella tomba. Una folla immensa si riunì per vederlo e per assistere alle sue esequie, che si fecero fin dal giorno seguente per evitare un più grande concorso. Doctranus, vescovo di Valence, arrivò per rendere gli onori funebri al suo metropolita e al suo amico; ma fu molto sorpreso di trovare la cerimonia terminata e il Santo inumato, non nel santuario, ma in basso alla chiesa, nel luogo dove era solito fare orazione. Ne fece dei rimproveri all'abate. Questi rispose che aveva seguito gli ordini formali di Barnardo e voluto evitare una troppo grande affluenza. In effetti, arrivò una folla così considerevole, che si disputava le minime particelle di ciò che era appartenuto al Santo, che non si sa a quali eccessi il popolo si sarebbe spinto per avere delle reliquie, se il corpo non fosse stato sepolto.
1 M. Girand, antico deputato della Drôme, che ha pubblicato il Cartulario di San Barnardo di Romans, stabilisce in una dissertazione speciale, conformemente ai breviari delle abbazie di San Barnardo e di Sant'Antonio, che questo nome di Romans o Romans era il nome del proprietario anteriore del suolo.
Barnard: Culto e posterità
Onorato come patrono degli agricoltori, le sue reliquie sono sopravvissute ai saccheggi calvinisti e rivoluzionari a Romans.
Fu esumato il 23 aprile 944 e collocato in un reliquiario arricchito d'oro e pietre preziose. Numerosi miracoli avvennero durante questa traslazione; essi si moltiplicarono in seguito con i pellegrini.
San Barnard è il patrono degli agricoltori. È particolarmente onorato a Romans.
## RELIQUIE E MONUMENTI.
Nel XVII secolo, i calvinisti, impadronitisi della città e dell'abbazia di Romans, saccheggiarono questa casa, ruppero il reliquiario di san Barnard, bruciarono o gettarono via le sue reliquie. I fedeli riuscirono a salvare solo una parte delle vertebre, una rotula e l'osso del femore. Gli empi del 1792 vollero completare quest'opera sacrilega, ma alcuni membri ferventi della confraternita dei Penitenti si impossessarono delle reliquie di san Barnard e le nascosero nella cappella detta del Santissimo Sacramento; esse rimasero in tale stato fino al ristabilimento del culto cattolico; allora, su richiesta del parroco di Romans, monsignor Décherel, vescovo di Valence, fece riconoscere l'autenticità della reliquia, e da allora essa è stata esposta alla venerazione dei fedeli, nel giorno della festa di san Barnard, come si era soliti fare prima del 1792.
L'arcidiocesi di Vienne non esiste più dalla Rivoluzione francese; ma le diocesi di Grenoble, Valence e Viviers, che hanno conservato il breviario di questa antica e venerabile metropoli, celebrano ancora oggi l'ufficio di san Barnard. La sua festa è segnata anche al 23 gennaio nel rituale di Belley, pubblicato nel 1530-1531, da monsignor Devie. Vicino a Trévoux, una parrocchia porta il nome di Saint-Barnard. Si assicura che possedesse non lontano da lì il castello di la Bruyère e terre considerevoli.
L'abbazia di Ambronay fu unita alla mensa episcopale di Belley con una bolla del 14 gennaio 1781. Possedeva una bella biblioteca, di cui una parte fu trasportata a Bourg quando il governo soppresse gli ordini religiosi e vendette i loro beni. La vasta chiesa di Notre-Dame, uno dei più bei monumenti del dipartimento, è oggi chiesa parrocchiale. La facciata e una delle navate portano il segno del IX secolo. Il resto, essendo stato bruciato, fu ricostruito in uno stile differente. Le vetrate, la sacrestia, l'altare e una scala a chiocciola attirano l'attenzione dei visitatori.
Quanto agli edifici, furono acquistati nel 1792 da diverse persone che ne distrussero una parte e trasformarono il resto in abitazioni private.
Barnardo e Agobardo: Dottrina e scritti
Analisi dei trattati co-scritti con Agobardo sul sacerdozio, le superstizioni e la disciplina ecclesiastica.
## SCRITTI DI SAN BARNARDO, DI AGOBARDO E DI EAOF.
I nostri tre autori mostrano, secondo i santi Padri:
1. Che bisogna vietare ai chierici, sotto gravi pene, di sedersi alla stessa tavola degli Ebrei; 2. Che non bisogna permettere a questi ultimi di passeggiare nelle piazze pubbliche dal giovedì santo fino alla domenica di Pasqua; 3. Che nessun cristiano può rimanere schiavo di un ebreo, che deve riscattarsi mediante dodici pezzi di moneta (che chiamano *s-Jidi*); 4. Se qualcuno attira uno schiavo cristiano nella religione ebraica, deve essere perseguito giuridicamente e condannato; 5. Divieto agli Ebrei di avvicinare i cristiani nel tempo passato.
Essi danno come ragione di questa severità che la fede, i costumi, la civiltà corrono i più grandi pericoli da parte delle credenze e dei riti ebraici che, a quell'epoca, erano un orribile miscuglio di superstizione, di immoralità e di crudeltà.
De jure sacerdotii. L'autore vi si appoggia molto sui santi Padri e ancora di più sulla Scrittura, e vi insegna:
1. Che, nel senso lato, tutti i fedeli sono sacerdoti, essendo i membri del sommo sacerdote Gesù Cristo; 2. Ma che, in un senso più ristretto, nel senso ordinario, il sacerdozio è un ministero per il quale bisogna essere designati, come la tribù di Levi, senza distinzione tra buoni e cattivi; 3. In effetti, nel sacerdote, bisogna vedere non il merito ma la forza del ministero; non la persona, ma la dignità della persona; bisogna chiedersi non se tale persona sia virtuosa, ma se sia ordinata sacerdote; 4. Così, il più santo laico non potrebbe fare ciò che può il più indegno dei vescovi, come amministrare il sacramento della confermazione, conferire gli ordini sacri; 5. I sacramenti del battesimo, dell'eucaristia, ecc., non traggono affatto il loro valore, la loro validità da colui che li amministra. I meriti e i demeriti di un ministro non possono né renderli migliori, né renderli meno buoni, poiché è per la virtù dello Spirito Santo che essi si compiono. Bisogna dunque onorare ugualmente i sacramenti, che siano amministrati da un cattivo sacerdote o da un buono.
Vi sono quattro classi di sacerdoti, con i quali dobbiamo avere una condotta particolare:
- Bisogna amare i sacerdoti che vivono e insegnano bene; - Tollerare quelli che insegnano bene e vivono male: bisogna ascoltarli, non imitarli; - Disprezzare quelli che vivono male e sono ignoranti; - Anatematizzare quelli che insegnano male.
Qualunque sia la loro condotta, buona o cattiva, si devono lasciare completamente questi ultimi da parte.
Ecco la lista completa delle opere di Agobardo, così come si trovano nel tomo CIV della *Patrologia* di M. Migne, con le eccellenti note di Baluze:
2° Il libro sull'insolenza degli Ebrei. Abietta nella diversità, questa nazione diventa insolente per la prosperità. L'imperatore avendoli lasciati stabilire in pace e in libertà in Francia, e soprattutto verso Lione, essi blandirono i grandi, li tirarono, con il denaro che prestarono loro, come in delle reti; cercarono di attirare i cristiani nelle loro sinagoghe; comprarono schiavi, sebbene la schiavitù fosse abolita nei regni cristiani. Agobardo denunciò all'imperatore queste manovre e questi delitti.
3° I tre libri sulle superstizioni degli Ebrei, di cui abbiamo parlato qui sopra.
4° Una Lettera ad Adolardo, Wala e altri vescovi che consulta su ciò che deve fare riguardo agli schiavi degli Ebrei che chiedono il battesimo: se deve riceverli o respingerli.
5° Un'Epistola a Nibridio, vescovo di Narbona, dove prova che bisogna fuggire la società degli Ebrei.
6° Un Libro contro la legge di Gundobado, re di Borgogna, la quale ordinava i duelli giudiziari. Questa legge, pubblicata nel VII secolo, era ancora in vigore nel IX. San Avito aveva cercato di convincere Gundobado che queste specie di combattimenti erano ingiuste e superstiziose; ma non aveva potuto ottenere nulla. Agobardo sollecitò l'imperatore ad abolire questi duelli che né la Scrittura né la ragione autorizzano: «È con dei testimoni», dice, «e non con il ferro, che si prova la propria innocenza».
7° Il Libro dei Privilegi e dei Diritti del Sacerdozio, che abbiamo analizzato qui sopra.
8° Il Libro sul Tuono e sulla Grandine, dove combatte l'errore superstizioso del popolo che attribuisce ai sortilegi i fenomeni di cui le leggi della natura e la potenza di Dio possono solo essere causa.
9° Libro contro l'abate Frédéyise, dove confuta sei proposizioni che quest'ultimo avanzava sulla Scrittura santa, l'ispirazione dei profeti, l'anima umana, Dio e il corpo di Gesù Cristo.
10° Lettera a Hilduino, arcicappellano di palazzo, e a Wala, abate, sul battesimo che gli Ebrei non volevano permettere di dare ai loro schiavi.
11° Lettera sull'illusione di certi segni, in risposta a Bartolomeo, arcivescovo di Narbona; quest'ultimo aveva consultato Agobardo per sapere cosa si dovesse pensare di certe persone, di cui alcune cadevano come in epilessia sulla tomba di san Firmino, a Uzès, e altre erano agitate alla maniera di coloro che si chiamano volgarmente indemoniati. Agobardo risponde che attribuisce questi effetti ai giudizi che Dio esercita sulle persone in questione, e che li guarda come una specie di flagello tutto opposto alle guarigioni miracolose che Dio accorda per i meriti dei suoi Santi.
12° Lettera a Muffreide, uno dei grandi della corte, sui disordini eccitati dagli Ebrei.
13° Lettera alle Cattedre e ai Monaci di Lione, sul modo di governare la Chiesa.
14° Libro sulle Immagini.
15° Libro della dispensa dei beni ecclesiastici, dove tratta della percezione delle decime, dell'inalienabilità dei beni ecclesiastici, della simonia, ecc.
16° Il Libro dei Giudizi di Dio. Vi fa vedere la superstizione e l'impotenza delle prove del fuoco e dell'acqua, autorizzate dalle leggi dei Burgundi. Abbraccia a questo proposito quasi tutta l'etica cristiana.
17° Un Sermone sulla verità della fede.
18° Una Lettera a Ludovico il Pio sulla divisione che questo principe aveva fatto del suo impero ai suoi figli.
19° Due Lettere, una all'imperatore Ludovico il Pio, l'altra ai vescovi delle Gallie, dove confronta le due potenze, e conclude che l'imperatore deve sottomettersi al Papa e sceglierlo come arbitro tra lui e i suoi figli. Combatte sette libertà gallicane che dei vescovi gallici avevano appena decretato in un concilio.
20° Un'Apologia dei figli di Ludovico il Pio rivoltati contro il loro padre.
21° La Carta che rimette a Lotario per constatare, come tutti i membri del concilio di Compiègne, che avevano condannato Ludovico il Pio alla penitenza canonica, e che egli vi si era sottomesso.
22° Un Libro sulla divina Salmodia.
23° Un Libro sulla correzione dell'antifonario.
24° Due pezzi di Versi latini.
Queste diverse opere occupano cinquantuno pagine del tomo CIV della Patrologia.
Questa nota è un compendio della vita di san Barnardo pubblicata da Mons. Depéry nella Histoire hagiologique du diocèse de Belley. — Vedere anche la Histoire hagiologique du diocèse de Valence, dell'abate Nadal.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Toledo l'8 dicembre 606
- Studi a Siviglia sotto la guida di sant'Isidoro
- Professione monastica nel monastero di Agali
- Elezione alla sede metropolitana di Toledo nel 657
- Difesa della verginità di Maria contro i Belvidiani
- Apparizione di santa Leocadia e ritrovamento delle sue reliquie
- Apparizione della Vergine Maria e dono della casula miracolosa
Miracoli
- Apparizione di santa Leocadia che esce dal suo sepolcro
- Apparizione della Vergine Maria che gli dona una casula celeste
- Luce insopportabile nella chiesa durante l'apparizione
Citazioni
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O Domino meo, dominatrix mea, dominans mihi, mater Domini mei...
Libro della verginità perpetua dell'augusta Maria