4 settembre 13° secolo

Santa Rosa da Viterbo

DEL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO

Vergine del Terz'Ordine di San Francesco

Festa
4 settembre
Morte
6 mars 1252 (naturelle)
Epoca
13° secolo

Nata a Viterbo nel 1235, Rosa si consacra a Dio fin dall'infanzia e si unisce al Terz'Ordine francescano. Gira le città per predicare la fede cattolica contro i sostenitori dell'imperatore Federico II, compiendo numerosi miracoli tra cui quello del rogo. Muore a diciassette anni, lasciando un corpo che rimane miracolosamente intatto.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

SANTA ROSA DA VITERBO, VERGINE.

DEL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO

Vita 01 / 08

Infanzia e precocità spirituale

Nascita a Viterbo nel 1235 da genitori virtuosi e precoce manifestazione di una pietà straordinaria fin dalla culla.

Santa Rosa nacque nel 1235, a Viterbo Viterbe Città d'Italia dove Gerardo si ammalò. , capitale del Patrimonio di San Pietro, da genitori più ragguardevoli per le loro virtù che per la loro fortuna o per lo splendore della loro origine. Suo padre, che si chiamava Giovanni, fu un uomo stimato per la sua incomparabile rettitudine; Caterina, sua madre, era un modello di saggezza, di modestia e di incrollabile fedeltà ai suoi doveri religiosi.

Appena venuta al mondo, fu portata al fonte battesimale, dove ricevette il nome di Rosa. Fin dai primi momenti della sua vita, diede alcuni segni della sua futura grandezza. Mai chiese il seno di sua madre, mai la si sentì vagire o gridare, mai la si vide piangere. È per un uso migliore senza dubbio che riservava le sue lacrime e

VIES DES SAINTS. — TOME X. 30

i suoi gridi. Il suo volto sempre calmo, tranquillo e dolce, si illuminava talvolta di un intelligente e grazioso sorriso; e presto il suo sguardo, che si elevava e si fissava angelicamente verso il cielo, lasciava sotto la potenza e il fascino di una religiosa ammirazione le persone stupite che l'avvicinavano. Non si è mai dubitato che Dio le avesse anticipato l'uso della ragione.

I suoi genitori non tardarono a riconoscere il pregio e la bellezza del tesoro che il cielo aveva loro affidato; perciò impiegarono tutto ciò che il loro amore e la loro fede potevano suggerire per mettere questa bambina sulla via dei suoi destini. La sua lingua non era ancora sciolta che già le insegnavano a pronunciare i santi nomi di Gesù e di Maria. Non avrebbero voluto che altre parole uscissero per prime dalla sua bocca. E poiché le prime azioni sono anche quelle che formano la piega dell'anima, diressero le sue verso la pietà. Tuttavia non ebbero bisogno di molti sforzi per formarla alla virtù. Vivamente eccitata dalla grazia, la sua natura vi si portava con ardore. Non aveva gusto che per le cose di Dio. Dall'età di due anni, ascoltava con insaziabile avidità le istruzioni sulle verità eterne che suo padre e sua madre le rivolgevano con una toccante e ingenua semplicità. Invece di divertirsi come tutti i bambini della sua età, passava la maggior parte del suo tempo davanti alle sante immagini che adornavano le pareti della sua modesta dimora, particolarmente davanti a quelle della santissima Vergine e del divino Precursore; e lì, immobile, in ginocchio, le mani giunte, esprimeva ancor più con la vivacità del suo sguardo che con i movimenti della sua lingua, i sentimenti di venerazione, di tenerezza e di filiale fiducia di cui la sua anima era penetrata.

Quando fu capace di camminare, usciva con piacere solo per andare in chiesa. Vi si teneva in una postura così modesta e raccolta, che gli astanti ne erano tutti edificati. Le auguste cerimonie della nostra santa religione producevano una profonda impressione sul suo cuore. La parola divina, che sembrava ascoltare con l'orecchio e con gli occhi, la riempiva delle più tenere emozioni. Di ritorno a casa, ripeteva i discorsi più lunghi, riproduceva gli accenti e imitava i gesti dei predicatori con tanta naturalezza, grazia, convinzione e fuoco, che incantava, inteneriva e spesso riconduceva a Dio coloro tra i suoi ascoltatori che avevano avuto la sventura di allontanarsene.

Vita 02 / 08

Ascetismo e carità verso i poveri

Rosa adotta una vita di privazioni estreme e consacra il suo tempo alla chiesa e al soccorso dei bisognosi.

Rosa avanzava meno in età che in virtù. Aveva il cuore talmente colmo del suo Dio, che non pensava che a lui e non amava che sentir parlare di lui. Da qui deriva quel grande gusto che provava per il ritiro e quel piacere così vivo che sperimentava nell'andare in chiesa, specialmente in quella di San Francesco, pe Saint François Fondatore dell'ordine dei Frati Minori. r il quale nutriva una singolare devozione.

Quando assisteva alla celebrazione dei divini misteri, si vedeva che il suo raccoglimento e i suoi trasporti raddoppiavano man mano che ne apprezzava maggiormente la santità e la grandezza. Talvolta, pienamente assorta nell'adorazione della sovrana Maestà presente, appariva come annientata: tutto taceva nelle sue membra, sulle sue labbra e nei suoi tratti. Talvolta, col petto ansimante, lo sguardo vivamente fissato sull'altare, il volto ardente, la bocca socchiusa, sembrava che la sua anima, incapace di resistere al fuoco che la divorava, fosse sul punto di lasciare il corpo per slanciarsi verso il divino oggetto del suo amore.

Non appena questa pia fanciulla fu capace di compiere atti di virtù, la prima cura del Padre celeste fu di portarla a rendersi in tutto conforme a Gesù, suo divino modello. Così prese di buon'ora la risoluzione di imitarlo nella sua umiltà, nel suo silenzio, nel suo spirito di povertà, nell'amore per le sofferenze, nell'obbedienza ai suoi genitori. Fin dall'età più tenera, manifestò un grande distacco dal mondo, dalle sue conversazioni, dai suoi divertimenti e dalle sue vanità. Se fuggiva persino la compagnia delle bambine della sua età, non era certo per orgoglio. Non trovando, al contrario, nulla in sé che non avesse ricevuto, si considerava come un verme di terra degno del disprezzo e della riprovazione di tutti.

Sebbene i suoi genitori non fossero in una posizione tale da darle del superfluo, lei si lamentava sempre di una troppa grande abbondanza. Arrivò dunque a costituirsi ben povera nel seno stesso della sua povertà. Coperta da una semplice veste di lana molto ruvida e molto grossolana, che serviva meno a conservare la decenza che a lacerare le sue carni, camminava, inverno ed estate, a piedi nudi, a capo scoperto e con i capelli in disordine abbandonati al capriccio dei venti. Questa semplicità più che ordinaria nell'abbigliamento era accompagnata da una semplicità non meno sorprendente nel nutrimento. Poiché non accettava mai alimenti più adatti a lusingare il gusto che a sostenere le forze, si era obbligati a ricorrere alla violenza per farle prendere il necessario. Si accontentava il più delle volte di un po' di pane per la sua giornata, preludendo così a quelle mortificazioni severe, a quei digiuni incredibili ai quali si sarebbe dovuta dedicare in seguito. «Coloro che sono di Gesù Cristo», dice san Paolo, «crocifiggono la loro carne». Non sarà dunque abbastanza per la nostra santa fanciulla umiliarla agli occhi di tutti e privarla di tutto, bisognerà che la torturi flagellandola. Al cilicio aggiunge di conseguenza la disciplina.

Ma se è colma di una santa crudeltà contro se stessa, la sua anima compassionevole e sensibile si commuove della più toccante tenerezza riguardo alle membra sofferenti di Gesù Cristo. La minima pena, il più leggero dolore nel suo prossimo, basta per farla impallidire o per farle versare lacrime. Per alleviarlo, comincia sempre con l'implorare su di sé il soccorso dell'Onnipotente, e gli rivolge poi le parole più affettuose e più consolanti. Sebbene fosse molto piccola, le persone anziane l'ascoltavano con piacere, perché si sentiva che era più dell'anima di una bambina che parlava per la sua bocca. Ma si può dire che, se è riuscita a guarire molte ferite e a far rinascere la gioia e la speranza nei cuori afflitti, è perché, fin dal primo approccio, diventava inferma con gli infermi, sofferente con coloro che soffrivano.

È ancora riguardo ai poveri che esplodeva la sua incomprensibile carità. Considerando il suo divino Gesù nella loro persona, li amava più di se stessa. Nonostante la sua povertà, trovò sempre il modo di soccorrerli. Coloro che non potevano andare a implorare la carità pubblica, perché trattenuti in casa da qualche infermità, eccitavano più particolarmente la sua compassione. Si faceva indicare la loro dimora, e portava loro, con qualsiasi tempo, sempre a piedi nudi e a capo scoperto, attraverso la pioggia, il ghiaccio e le nevi, tutto ciò che era riuscita a procurarsi. Quando ne scorgeva per le strade, senza attendere che venissero a umiliarsi tendendole una mano supplichevole, correva loro incontro, li avvicinava con aria affabile, e dopo aver rivolto loro qualche parola intrisa della più rispettosa tenerezza, scivolava furtivamente tutto ciò che possedeva. Il più delle volte, non era che il piccolo pezzo di pane che aveva accettato per la sua giornata, e di cui nascondeva accuratamente a sua madre il pio impiego che ne aveva fatto. Poiché i bisognosi conoscevano la sua estrema bontà, si recavano ogni giorno in buon numero davanti alla sua porta. Quando i suoi genitori erano assenti, si impossessava di tutte le provviste e le distribuiva loro con tanto piacere e gioia come se avesse ricevuto lei stessa i più preziosi tesori. Ma quando suo padre o sua madre si trovavano in casa, la porzione era naturalmente molto meno abbondante. Allora, accompagnava la sua offerta con parole così cordiali e così tenere, il sentimento che si dipingeva sui suoi tratti era talmente colmo di tristezza e di dolore, che gli sventurati, stupiti, si ritiravano tutti soddisfatti e molto contenti. La celebravano ovunque come la carità stessa personificata nell'anima di una bambina.

Ma se Rosa era piena di tenerezza e di carità per i poveri, possiamo dire che portava al sommo grado l'amore, il rispetto e l'obbedienza che una bambina deve ai suoi genitori. Vivamente convinta che essi fossero presso di lei i più augusti rappresentanti di Dio sulla terra, manifestava loro con le sue parole e le sue azioni quei sentimenti di pia deferenza, di sincera stima e di venerazione perfetta che nutriva per loro dal fondo dell'anima. Con quanta perspicacia non intuiva i loro bisogni per supplirvi! con quanta prontezza, quanta buona grazia, non eseguiva i loro ordini, non preveniva i loro desideri! Effusioni di cuore, dolci parole, maniere amabili, arie sorridenti, ricorreva a tutti i mezzi per testimoniare loro quell'affetto grande, vasto, profondo di cui era penetrata nei loro riguardi.

Vita 03 / 08

Ritiro forzato e prova della malattia

Rifiutata dal convento, si rinchiude in casa dei genitori a sette anni, pratica penitenze sanguinose e subisce una lunga malattia.

L'esempio di tante virtù la faceva già venerare come una santa. Da ogni parte ci si riuniva sulle strade che doveva percorrere per vederla o ascoltarla. Questo zelo non le causava né confusione né vana gloria, ma le procurava dolore perché interrompeva la continuità dei suoi colloqui con il suo Dio. Il potente richiamo che provava per la vita contemplativa la spingeva verso il ritiro; fin dall'età di sette anni, prese la decisione di rinchiudersi.

Non c'era a quell'epoca a Viterbo che un solo convento: quello dove suo padre e sua madre erano impiegati come servitori. Le religiose che lo abitavano non erano originariamente che giovani fanciulle che si erano riunite sotto la guida di una pia dama per edificarsi a vicenda con la pratica delle virtù. Ma sempre più desiderose di elevarsi alla perfezione, si impegnarono a osservare la clausura, si costrinsero a una vita povera e adottarono la Regola di san Damiano, religioso dell'Ordine di San Benedetto. È per questo che, confermando il loro istituto, il papa Gregorio IX diede loro il titolo di Religiose di San Damiano. I viterbesi furono talmente impressionati dalla vita calma e santa di queste buone Suore, che nel timore che fossero costrette a disperdersi, per mancanza di spazio e d'aria, costruirono loro, a spese della città, un monastero e una chiesa nota sotto il nome di Santa Maria delle Rose.

La nostra piccola fanciulla fece sforzi incredibili per entr are in questo pio riti Sainte-Marie des Roses Convento di Viterbo in cui Rosa desiderava entrare. ro; ma Dio, che voleva farla passare attraverso uno stato di pura contemplazione per inviarla poi nel mondo a lavorare per la conversione delle anime, non permise che vi fosse ammessa. La superiora le obiettò la sua età ancora troppo tenera e la completa assenza di risorse che poteva offrire a una comunità, i cui membri sussistevano solo grazie ai pochi beni che ogni novizia portava al suo ingresso. Questo rifiuto non fece che aumentare la sua inclinazione per la solitudine. Se ne creò una nella casa di suo padre, dove si rinchiuse fin dall'età di sette anni, ben risoluta a passarvi tutti i giorni e tutti i momenti della sua vita.

Appena vi fu entrata, seguendo i trasporti del suo amore per Gesù sofferente, si abbandonò, per imitarlo e piacergli, a tutti gli esercizi della più austera penitenza e dell'unione più intima con il suo Dio. Senza sosta rivestita del cilicio che portava direttamente applicato sulla carne, ogni giorno si dava più volte la disciplina, ma così a lungo e con tanta forza che, esausta per la fatica, cadeva senza conoscenza sul pavimento in mezzo a una vera pozza di sangue. A parte i tre e i sette giorni di seguito che passava spesso senza prendere alcun tipo di nutrimento, non si permetteva mai che pane e acqua, e ancora in quantità così minima che non poteva evidentemente sussistere che per un soccorso straordinario della Divinità. Quando era vinta dal sonno, si gettava tutta vestita sul suo misero letto, e al primo risveglio, affrettato senza dubbio dai suoi brucianti dolori, si alzava per ricominciare il corso di nuove torture. Spaventati alla vista di questi incredibili eccessi, i suoi genitori fecero, fin dal principio, gli sforzi più energici per ritirarla dal suo infetto e tenebroso nascondiglio, e ottenere da lei un'altra linea di condotta. Ma lei mostrò loro, con gli occhi in lacrime, che la gloria di Dio e l'interesse della sua povera anima reclamavano una vita ben austera, e raddoppiò il numero dei suoi digiuni, l'asprezza dei suoi cilici e il rigore delle sue macerazioni.

Ora, la sofferenza voluta, amata, ricercata, purifica il cuore, nobilita i sentimenti, eleva i pensieri, distacca lo spirito dalla terra e lo porta verso il cielo. Da qui deriva che questa amabile fanciulla aveva tanta facilità per la preghiera. Vi passava tutta la giornata e la maggior parte delle notti, e la sua anima vi si assorbiva talmente che i rumori più forti sembravano non giungerle. Nulla poteva distrarla. I suoi genitori e le persone estranee che si recavano presso la sua cella per contemplare, attraverso la porta che socchiudeva dolcemente la loro pia indiscrezione, lo spettacolo ammirevole del suo angelico fervore, la trovavano spesso immersa in una meditazione così profonda che il suo corpo insensibile e fisso la faceva guardare come morta o svenuta. È invano che ci si affrettava per farle riprendere i sensi. Non era che dopo diverse ore e talvolta al termine di una giornata intera, che, uscendo dal suo rapimento e dalla sua estasi, tornava al movimento e alla vita.

Questi colloqui intimi e continui con Dio erano per lei la fonte di una scienza, di una forza e di una felicità che lo Spirito Santo può ben comunicare, ma che tutta l'attività umana non saprebbe acquisire. Così, quando per rispondere alle diverse domande che le venivano rivolte, si metteva a parlare della Potenza, della Misericordia, della Giustizia, della Bellezza, della Gloria e di tutte le perfezioni di Dio, lo faceva con sentimenti così teneri e così elevati, espressioni così semplici ma così ardenti, movimenti così trascinanti e così vivi, una fecondità così improvvisa e così inesauribile, che tutti coloro che l'ascoltavano proclamavano ben altamente che era nel seno stesso dell'eterna Verità che attingeva conoscenze così straordinarie e così sublimi, che era colui stesso che aveva ispirato i Profeti e tutti gli scrittori sacri che si esprimeva attraverso le sue labbra. Allo stesso modo, quando i visitatori, impietosendosi per la sua età e il rigore delle sue penitenze, le raccomandavano di apportare qualche addolcimento alle sue dure pratiche, esponeva la felicità che c'è nella sofferenza con tanto fascino ed eloquenza, che non si tardava ad accorgersi che era una vera felicità per lei soffrire. E, in effetti, il più grande dei suoi dolori era di non averne. Non è certo che non sentisse tutto ciò che il dolore ha di penoso e di struggente, ma sapendo che la sofferenza contribuisce a renderci più conformi al nostro divino Modello, non solo si compiaceva nei tormenti, ma ricorreva anche a mille mezzi per crearsene di più.

Tuttavia queste privazioni rigide, queste flagellazioni così spesso ripetute, questa clausura severa in un luogo stretto e poco aerato, unite all'occupazione costante del suo spirito e del suo cuore, le causarono, all'età di otto anni, una malattia seria che durò quasi quindici mesi, e rischiò a più riprese di condurla alla tomba. Si dichiarò con una debolezza eccessiva che degenerò presto in consunzione. Che spettacolo toccante quello di questa piccola vergine, distesa sulla sua povera brandina, continuamente bruciata dalla febbre, non esalando mai un solo lamento, non aprendo mai la bocca che per benedire il Signore, non conservando il silenzio che per occuparsi nella preghiera con tanta calma e applicazione come se fosse stata in perfetta salute! Ciò che l'affliggeva di più era di essere obbligata a mantenere il riposo senza che le fosse permesso di macerarsi come d'abitudine. Così si lamentava presso i suoi genitori, i suoi amici e le persone estranee, della sua troppa delicatezza, e chiedeva a tutti loro con le più pressanti istanze che, poiché il suo braccio era troppo debole per farle espiare i suoi peccati con pene volontarie, volessero supplire alla sua fastidiosa impotenza fustigandola con tutta la loro forza per l'amore del suo adorabile Gesù che era stato così rudemente flagellato per lei. Lacrime scorrevano su tutti i volti, singhiozzi sfuggivano da tutti i petti, quando si vedeva questa povera fanciulla esausta per lunghi dolori, non avendo quasi più che un soffio di vita, rialzarsi penosamente sul suo giaciglio, e chiedere a mani giunte, con gli occhi in pianto e con una voce più che struggente, che si aggiungessero nuovi tormenti a quelli che sopportava. Ma se gli uomini rifiutavano di accedere ai suoi desideri, il cielo li compiva nella maniera più pronta e più rigorosa: i suoi dolori divenivano sempre più vivi, e arrivò un momento in cui, essendo la febbre calata, la sua debolezza fu talmente grande, che tutta pallida e interamente esausta, parve non esistere più.

Missione 04 / 08

La visione della Vergine e la chiamata alla missione

La Vergine Maria le appare, le ordina di indossare l'abito del Terz'Ordine francescano e di predicare la conversione.

La vigilia di San Giovanni Battista, ebbe una visione assai dolce che non possiamo fare a meno di raccontare, poiché fu di somma importanza per tutto il resto della sua vita. Poiché le sue forze venivano meno e da qualche tempo si attendeva di ora in ora il suo ultimo respiro, la sua cella e tutta la casa erano piene di fanciulle e pie donne, sue amiche, che volevano assisterla in quell'istante supremo. Ora, nel momento in cui, immobile e senza polso, la si considerava già trapassata, d'un tratto le sue palpebre si aprirono, il suo sguardo si fissò, il suo volto brillò di gioia, un vigore straordinario si diffuse in tutte le sue membra e, drizzandosi precipitosamente sul suo giaciglio, esclamò: «Voi tutte che siete qui, perché non salutate la Regina del mondo? Non vedete Maria, l'augusta Madre del mio Dio, che avanza? Affrettiamoci ad andarle incontro: prostriamoci davanti alla sua maestà». Si alzò a queste parole, si diresse con passo rapido e fermo verso la porta della sua cella, cadde in ginocchio con tutte le persone presenti e, mentre l'umiltà, la modestia, la devozione più tenera e l'amore più vivo erano dipinti su tutti i suoi tratti, il suo sguardo restava costantemente attaccato all'oggetto che l'attirava. Non pronunciò una sola parola. Sembrava che la sua anima, completamente assorta nella contemplazione del grande spettacolo che si offriva ai suoi occhi, fosse incapace di far uscire il suo corpo dall'immobilità completa in cui era immerso.

La celeste Regina le appariva in tutto lo splendore delle sue grazie e il fascino della sua bontà. Era rivestita degli ornamenti più magnifici, e la luce viva, immensa, di cui era circondata e che la penetrava tutta, non aveva tuttavia nulla che di molto gradevole e molto dolce. La potenza e la grandezza, che si rivelavano nel suo portamento maestoso e sulla sua risplendente figura, erano mirabilmente esaltate dal fascino di quella misericordiosa tenerezza che forma il fondo della sua natura. Attorno a lei si tenevano in corone brillanti diversi gruppi di gloriose amanti di Gesù. Erano meno grandi, meno luminose e meno belle della loro divina Sovrana. Il loro volto, tutto raggiante di innocenza e d'amore, di felicità e di gioia, si mostrava incorniciato in bande di lunghi e folgoranti capelli che scorrevano in ruscelli d'oro sulle loro virginali spalle.

Non appena questa beata fanciulla ebbe recuperato il respiro e la parola che le avevano fatto perdere il rapimento dei suoi sensi e la sovrabbondanza della sua felicità, ruppe tutto a un tratto il silenzio ed esclamò: «O mia Regina, o mia gioia, o mia consolazione, o mia felicità! Avete qualche raccomandazione da farmi, qualche ordine da darmi; parlate, parlate, perché la vostra serva vi ascolta».

Allora la Madre di Dio si avvicina, l'abbraccia con la più affettuosa tenerezza e, con quella voce calma, deliziosa, ravvivante che porterebbe la serenità, la forza e la felicità nei cuori più deboli e più turbati, le dice: «Rosa purissima, il cui stelo che riposa nel seno stesso del più brillante dei gigli si è incoronato della più bella e profumata dei fiori, voi mi vedete pomposamente adornata, come la sposa di un grande re, ornata di gioielli preziosi, circondata da vergini innocenti e riccamente vestite. Prendete a nostro esempio gli ornamenti più sontuosi che potrete trovare e, dopo aver visitato le chiese di San Giovanni Battista e del mio amato servitore, il povero Francesco, andrete in quella di Santa Maria del Poggio, dove vi taglieranno i capelli. Vi spoglierete poi di tutte queste futili livree del mondo e Donna Sita vi imporrà il santo abito della penitenza. Per la corda, prenderete quella del vostro asinello. Dopo aver così celebrato le vostre nozze con il grande Re della gloria e reso le vostre azioni di grazie all'Altissimo, ritornerete nella vostra cella dove, rivestita dell'abito del Terz'Ordine di San Francesco, vi applicherete a pregare e a lodare il vostro Dio. Più tardi, quando il momento sarà giunto, vi armerete di fiduci a e di coraggio e, con tutto Tiers Ordre de Saint-François Ordine secolare a cui Giovanna si unì prima della fondazione della Visitazione. lo zelo di cui sarete capace, percorrerete le città per riprendere, convincere, esortare e ricondurre gli smarriti nei sentieri della salvezza. Se una tale condotta vi attirerà sarcasmi e scherni, persecuzioni e pene, le sopporterete con pazienza, poiché saranno per voi una fonte di meriti e un soggetto di preziose ricompense. Ma guai a coloro che vi faranno opposizione e si ostineranno a ostacolarvi nel compimento della vostra missione! Saranno in preda alle più tristi calamità, mentre coloro che vi secondano nei vostri pii sforzi si vedranno arricchiti di tutte le grazie del Signore». Dopo aver detto queste parole, la benedice e si ritira, lasciandola come immersa in un oceano di felicità e di gioia.

Rosa, accompagnata da una folla immensa accorsa alla prima notizia di ciò che accadeva, si recò nelle chiese di San Giovanni Battista e di San Francesco, dove versò molte lacrime d'amore, di riconoscenza e di gioia; ma è soprattutto in quella di Santa Maria del Poggio che fu obbligata a lasciare un libero corso ai suoi ardori e ai suoi trasporti. Dopo la messa che fu celebrata solennemente a sua intenzione, si spogliò di tutti i suoi ornamenti mondani, si prostrò ai piedi dell'altare e fece ad alta voce, tra le mani del sacerdote e alla presenza di tutto il popolo, i tre voti di povertà, obbedienza e perpetua verginità. Voltandosi poi verso la dama Sita, la pregò di terminare la cerimonia iniziata dal ministro del Signore. Costei si credeva troppo indegna di renderle un simile ufficio: «Tale è la volontà di Maria, nostra Madre Immacolata», replicò la fanciulla: «rifiutereste di compiere un così santo dovere?» Sita si sottomise: le tagliò i capelli e la rivestì dell'abito del Terz'Ordine della Penitenza, che il sacerdote le aveva imposto.

Quando dopo la cerimonia si voltò verso il popolo per tornare al suo posto, un grido di ammirazione scappò da tutti i petti, lacrime di tenerezza colarono da tutti gli occhi. Un fremito istantaneo si produsse in quell a folla immensa. Ognuno vol Tiers-Ordre de la Pénitence Ordine secolare a cui Giovanna si unì prima della fondazione della Visitazione. eva avvicinarla per vederla, per toccarla. C'è nella santità come una virtù potente che assedia i cuori e li attira. Come d'altronde non essere commossi all'aspetto di una bambina di dieci anni che, con una conoscenza piena e intera, viene a darsi a Dio senza riserva e per sempre? I suoi piedi nudi, il suo corpo minato dalle privazioni, i suoi occhi amorosamente incollati su un crocifisso che stringeva nelle sue mani, la sua fronte dove, con una celeste serenità, raggiava la più amabile candore, il suo volto d'angelo che si staccava radioso e tenero dalle pieghe informi di una grossolana tunica, come farebbe un giglio delicato e puro in mezzo alle spine, producevano un effetto meraviglioso nelle anime.

Quando fu fuori dalla chiesa, la si volle ascoltare. La parola si slanciò dalle sue labbra abbondante, maestosa, infiammata. Parlò con tanta veemenza e sentimento della sventura di coloro che vivono lontano da Dio; fece sul suo crocifisso, che inondava di pianti, un quadro così patetico, così straziante e così vivo dello stato deplorevole in cui il peccato aveva ridotto il suo amabile Gesù; impiegò per portare i colpevoli al pentimento, ragioni così energiche e così trascinanti, che non ci fu cuore che non fosse atterrito, che non si dichiarasse vinto. I singhiozzi fecero irruzione ovunque; da tutti i lati non fu che un'immensa esplosione di voci che si elevavano verso il cielo per implorare misericordia e perdono. Mai forse la parola di Dio, così efficace, così penetrante quando è maneggiata da un'anima innocente e pura, aveva agito con tanta potenza e superiorità, sulla massa di un grande popolo, per la bocca di una semplice bambina.

Missione 05 / 08

Predicazione pubblica ed esilio politico

Rosa si oppone ai sostenitori dell'imperatore Federico II a Viterbo, il che le costa l'esilio insieme alla sua famiglia.

Non appena ebbe finito di parlare, Rosa si affrettò a tornare alla sua dimora. Un'ispirazione segreta la spingeva a ritrovarsi sola con Dio soltanto. Sottraendosi dunque al più presto alla folla serrata che l'accompagnava, si rinchiuse nel silenzio della sua cella e si mise a effondere davanti al suo celeste Sposo i sentimenti di gioia, umiltà, confusione, riconoscenza, amore, abbandono completo di sé stessa, di cui la sua anima traboccava. Ma Gesù non l'aveva richiamata alla solitudine se non per parlarle più intimamente al cuore. Le fece intravedere che, se l'aveva sposata nell'Ordine della Penitenza, era perché si assimilasse più perfettamente a lui attraverso il dolore.

Da quel momento la si vede moltiplicare le sue privazioni e aggravare le sue torture. Si percuote il petto con una grossa pietra che si è preparata a tale scopo. Ogni giorno, e più volte al giorno, si lacera il corpo con rudi flagellazioni, che si infligge per ore intere. Poco le importa che il sangue sgorghi a fiotti e inondi il pavimento; quando i lembi grossolani della sua veste di lana si sono fortemente incollati sulle sue larghe piaghe, li strappa violentemente per portar via brandelli di carne.

Un giorno, mentre la sua anima si effondeva come d'abitudine nei sentimenti della compassione più ardente, Gesù Cristo le apparve sospeso alla croce, le mani e i piedi inchiodati, la testa coronata di spine, il volto contuso, sfigurato, le membra orribilmente tese e slogate, le carni lacerate fino alle ossa, tutto il corpo inondato da un sangue schiumante che sgorgava dalle piaghe larghe e profonde che aveva ricevuto dai suoi carnefici.

A questa vista, un grido acuto sfugge dalle sue labbra: un dolore acuto, vivo, devastante la coglie in tutte le membra; cade svenuta con la faccia a terra. Quando si rialza, il suo petto è troppo oppresso, la sua bocca non può proferire una sola parola; ma mentre il suo sguardo si fissa con struggente avidità sulla grande e muta Vittima, un lavoro sconosciuto si compie in tutto il suo essere: le sue vene si gonfiano, i suoi nervi si irritano, la sua sensibilità si acuisce, e il suo cuore, che si allarga e si scava, diventa come un abisso dove, dal seno di Gesù, si precipitano con eccesso tutte le amarezze, tutte le angosce, tutti i dolori. Eccitata da tanti mali, e simile a quella sposa sfortunata che, vedendo all'improvviso l'oggetto delle sue tenerezze insanguinato, straziato, spirante in qualche terribile catastrofe, porta istintivamente un braccio nervoso contro sé stessa e sembra, tormentandosi, addolcire e persino scongiurare il rigore di un troppo funesto destino, Rosa si strappa i capelli, afferra con una mano contratta la grossa pietra che giace al suo fianco, si dà colpi tremendi sulle spalle e sul petto, e quando i flutti di sangue che scappano dalla sua bocca hanno aperto un libero passaggio alla sua voce, esclama: «O mio Gesù, chi vi ha dunque ridotto a questo lamentevole stato? chi vi ha così inumanamente percosso, lacerato? chi vi ha così crudelmente trafitto e attaccato a questo orribile legno?» — «È il mio amore, il mio ardente amore per gli uomini», risponde il Salvatore; «è il peccato di cui si rendono colpevoli» — «Il vostro amore per gli uomini!» riprende questa ammirevole fanciulla, «è dunque per me che avete tanto sofferto!!... Il peccato degli uomini! sono dunque io, misera peccatrice, che vi ho causato tutti questi tormenti!» Allora, trasportata da tutte le furie di una santa disperazione, spinge le grida più lamentevoli, versa a torrenti le lacrime più amare, e si lacera, si tortura, si percuote fino a rompersi le ossa.

Considerando poi che non sono soltanto i suoi peccati, ma quelli di tutti gli uomini, ad aver causato tante sofferenze al suo Dio, e ad armare ogni giorno la sua giustizia contro la terra, ella si interpone tra il cielo irritato e il mondo colpevole. Scongiura il Signore di far cadere sulla sua testa tutti i dardi della sua collera, e di chiudere gli occhi sui crimini di tanti uomini che non sanno quello che fanno. Per ottenere, su Viterbo soprattutto, quei tesori di misericordia che implora con tanto ardore, cerca di commuovere il suo divino Sposo associandosi sempre più alle sue sofferenze, e strappandosi la pelle e pezzi di carne con le unghie o con un coltello. Incapace di lottare a lungo contro i dolori inesprimibili che prova, cade una seconda volta senza conoscenza sul pavimento, e non si rialza se non per continuare a percuotersi contemplando il suo Gesù crocifisso.

Tuttavia la visione scompare. Ma ritirandosi, il Salvatore non calma affatto le sue sofferenze. Le lascia soltanto una sete bruciante per la salvezza delle anime, che trionfa un istante sulla sua eccessiva debolezza, e la porta a percorrere tutte le vie della città per ricondurre il popolo a sentimenti di virtù. Lo convoca a gran voce sulle principali piazze; e là, per farsi sentire dalla folla numerosa che, spinta dalla curiosità, dallo spirito di fede e dal soffio dell'Onnipotente, sbuca da ogni via, si abbandona alle celesti ispirazioni del suo cuore. Il crocifisso che tiene tra le mani, il fuoco divino che brilla nei suoi occhi, l'espressione toccante che riveste il suo volto insanguinato, la pittura viva, energica e vera che presenta dei terribili disordini in cui si vive, e dei castighi terribili di cui si è minacciati, fanno un'impressione così profonda sugli spiriti che alcuni persino, che erano venuti solo con lo scopo dichiarato di contraddire e di schernire, se ne tornano tutti silenziosi e commossi. Rinnova più volte le sue istruzioni sulle diverse piazze; e quando giunge la sera, si reca nella chiesa di Santa Maria del Poggio per terminarvi pubblicamente davanti a Dio, con le sue preghiere, i suoi gemiti e le sue lacrime, ciò che le sue prediche hanno così felicemente iniziato. Ma appena si è prostrata davanti al Santissimo Sacramento e ha, percuotendosi il petto, elevato verso il suo celeste Sposo una voce supplice, che esausta di sollecitudini, di tormenti e di fatica, si accascia e sviene per la terza volta.

La trasportano nella sua dimora; ma non appena ha ripreso i sensi, il fuoco divino la riafferra e l'infiamma. Si libera dalle braccia di coloro che vogliono trattenerla, e va di nuovo a percorrere tutte le vie della città gridando al popolo, con voce lamentevole, di convertirsi e di allontanare con ferventi suppliche i colpi vendicatori di cui il cielo sta per colpirlo. La città intera si commuove. I cattolici fanno degni frutti di penitenza, e molti di coloro che si erano lasciati andare all'errore, aprono gli occhi alla fede e il cuore al pentimento. Ma i principali capi del partito imperiale, temendo che, in seguito alle sue prediche, i viterbesi scuotano il giogo di Federico II per rientrare nell'obbedienza del Santo Padre, concepiscono il disegno di perderla. I pericoli non l'intimidiranno. La gloria di Dio, la cura della sua perfezione , la salvez Frédéric II Imperatore del Sacro Romano Impero. za delle anime sono i soli principi che consulterà la sua coscienza e di cui seguirà, senza fasto come senza debolezza, le imperiose leggi.

Così, pochi mesi erano appena trascorsi, che un cambiamento notevole si era già prodotto in tutti i quartieri di Viterbo. Non si parlava più di omicidi, rapine, vendette, ingiurie e odi. Il crimine aveva fatto posto alla virtù; la religione si elevava ovunque trionfante; e la fede, ridivenuta la regola delle credenze e dei costumi, apportava ogni giorno nuove ricchezze alla corona di gloria che ciascuno si intrecciava per l'eternità.

Erano già quasi quattro anni che, con il buon odore delle sue virtù, la piccola Rosa spandeva, nel seno di Viterbo, il fascino sempre crescente della sua parola, dei suoi miracoli e dei suoi benefici. L'impero che vi aveva acquisito era talmente potente, che sembrava tenere nelle sue mani la molla di tutte le anime, dirigere le aspirazioni di tutti i cuori, comunicare a tutte le volontà il movimento e l'energia. Rosa vedeva con un sentimento di inesprimibile soddisfazione il ravvivante spettacolo che offriva questa felice città; ma lungi dall'attribuirne la causa ai suoi buoni esempi, alle sue prediche e al suo zelo, levava senza sosta le sue mani verso il cielo per ringraziare il Signore di aver aperto il tesoro delle sue misericordie sulla sua cara patria, e ricondotto nei sentieri della salvezza tanti infelici che correvano alla cieca verso gli abissi della perdizione. Conoscendo, infatti, il prezzo delle anime attraverso i tormenti orribili ai quali Gesù si è assoggettato per salvarle, provava le pene più strazianti, in presenza dei perniciosi sforzi che facevano i cortigiani di Federico II per arrestare il torrente che portava la popolazione intera verso la pietà. Non c'erano ingiurie, derisioni, sarcasmi, calunnie, persecuzioni, che non impiegassero per scoraggiare e far ricadere nell'empietà coloro che si dedicavano al servizio del Signore. Ma più la malizia di questi nemici diventava formidabile, più la nostra ammirevole fanciulla si mostrava vigilante e attiva per paralizzarne i cattivi effetti. Mentre, nel silenzio del suo ritiro, raddoppiava le sue preghiere, i suoi digiuni, le sue macerazioni e le sue veglie, la si vedeva moltiplicare all'esterno le sue corse e le sue istruzioni per incoraggiare i deboli e sostenere i forti.

Ma gli eretici, umiliati e vinti, divennero solo più ostinati, più ardenti e più furiosi. Si concertarono; e, per impedirle di combatterli e di mettere a nudo l'odiosa trama della loro condotta, per impedirle soprattutto di diminuire la simpatia dei viterbesi per Federico, attivando il loro amore per la religione e il sovrano Pontefice, le notificarono che, se fosse apparsa ancora in pubblico per continuare le sue prediche, non avrebbe tardato a ricevere il castigo della sua imprudenza e della sua temerarietà.

Rosa non si lasciò intimidire. Rispose che quaggiù non c'era che un solo Essere di cui portava il timore nel suo cuore: colui da cui dipendeva l'universo intero, colui che avrebbe giudicato loro stessi un giorno, colui che dobbiamo amare sopra ogni cosa, perché ci ha creati e riscattati, colui di conseguenza a cui dobbiamo obbedire preferibilmente a tutti, il Dio del cielo e della terra; che questo Dio le aveva comandato di far conoscere, rispettare, praticare la religione che era venuto a fondare; di reprimere la colpevole audacia degli uomini ciechi o pervertiti, che, eccitati dal nemico di ogni bene e condotti dal misero allettamento di qualche vantaggio temporale, si applicano a rendere infruttuoso il lavoro e le sofferenze del loro Salvatore. Disse che il Signore, avendole prescritto di esercitare il suo ministero nonostante le contraddizioni e i pericoli personali ai quali avrebbe potuto esporla l'adempimento della sua suprema volontà, avrebbe proseguito la sua missione con ardore, in tutta l'estensione e fino al tempo che gli era piaciuto determinare. Aggiunse che la potenza su cui si appoggiavano non le imponeva nulla; che le loro minacce e i loro cattivi disegni non le avrebbero fatto modificare in nulla le vie in cui era entrata da diversi anni; che lungi dal tremare davanti alla prigione, all'esilio, alle torture e alla morte più violenta, si sarebbe stimata troppo felice di doverle subire per l'amore di un Dio che aveva tanto sofferto per lei, e che le mostrava già dall'alto del cielo il posto riservato alla sua costanza e alla sua fedeltà; che potevano dunque eseguire i loro progetti facendo cadere sulla sua testa i colpi più moltiplicati della loro furia: poiché finché Dio non avesse fissato il termine del suo celeste mandato, e le fosse rimasto un soffio nel petto, un movimento nel cuore, un filo di voce sulle labbra, se ne sarebbe andata, armata di fiducia e di coraggio, ad annunciare al popolo, con tutto lo zelo di cui era capace, le verità così importanti della fede.

A questa protesta così energica e così ferma, la collera degli eretici si esaltò fino alla rabbia; andarono a trovare il Prefetto, gli fecero una falsa e nerissima pittura degli eccessi pretesi ai quali Rosa si abbandonava contro il governo dell'Imperatore; gli dissero che, eccitati dai suoi discorsi sovversivi, i viterbesi, che non avevano già che una fredda noncuranza per Federico, erano sul punto di sollevarsi per rimettersi sotto la protezione del Santo Padre; che se voleva prevenire il pericolo di questa imminente rivolta, e far rivivere nella città e nella provincia di Viterbo lo spirito di attaccamento e di sottomissione al Cesare, loro padrone, non aveva che una sola parte da prendere: quella di sbarazzarsi di Rosa facendola immediatamente uscire dalla città. Il conte di Chieti fu sconvolto alla sola parola di sollevamento; manda subito a chiamare Rosa e i suoi genitori, e senza darsi il tempo di accusarli o di ascoltarli, fulmina contro di loro la sentenza di un esilio immediato. Rosa uscì subito dalla città con i suoi genitori; ma quando si trovarono in campagna, la loro perplessità divenne estrema. Nuvole scure e agitate rotolavano nel cielo; la notte era umida e nera; un vento acuto, glaciale, soffiava senza interruzione dal lato del Nord; e la neve che cominciava a cadere a grossi fiocchi, ebbe, in pochi istanti, coperto la pianura, cancellato la traccia dei sentieri, colmato tutti gli avvallamenti del suolo, e fatto scomparire, sotto una coltre immensa, la sottile lama di ghiaccio che si era formata sui ruscelli, le paludi e gli stagni.

Dopo diverse ore di fatica, arrivarono intirizziti, a mezzo morti, all'estremità di una delle gole della montagna dove si erano inoltrati. Obbligati ad andare sempre avanti, dovettero guadagnare le alture. Le loro forze erano esaurite, le tenebre erano orribili, e a mano a mano che salivano, il terreno diventava più scosceso, il vento più impetuoso, il freddo più intenso, la neve più spessa. Si rannicchiarono dunque contro una roccia; e per non lasciarsi sorprendere da un sonno funesto, attesero in piedi l'arrivo del giorno. Non appena apparve l'aurora, si rimisero in cammino, e dopo aver errato a lungo, arrivarono a un'ora abbastanza avanzata della mattinata di fronte alla fortezza di Soriano che si mostrava con il suo stendardo su una delle rocce opposte. Non fu che verso mezzogiorno che entrarono nella città, e che ricevettero dalla carità di uno dei suoi abitanti un pezzo di pane per sostenere la loro fragile esistenza, così come un povero giaciglio per riposare le loro membra Soriano Luogo del primo esilio della santa. stanche. Alla vista di tutti gli spaventosi disordini di cui questa infelice città era il teatro, Rosa sentì il suo cuore lacerarsi. Per diversi giorni non poté prendere alcun tipo di nutrimento, né gustare un solo istante di riposo. Gli oltraggi che riceveva il suo Beneamato si ripercuotevano nella sua anima e vi producevano un'indefinibile tristezza, un'afflizione suprema che le sue forze sembravano incapaci di sopportare.

Miracolo 06 / 08

La prova del fuoco a Vitorchiano

In esilio, converte le popolazioni e trionfa su una maga rimanendo illesa in mezzo a un rogo ardente.

Erano trascorsi appena pochi mesi dall'arrivo di Rosa in quella città, quando, toccati nel profondo dell'anima dal fervore, dallo zelo e dall'alta santità di cui questa fanciulla dava così costanti prove, incapaci di resistere alla luce della verità che scaturiva dalle sue parole, trascinati inoltre dalla forza dei numerosi e sorprendenti prodigi che seminava ogni giorno sotto i suoi passi, tutti gli abitanti, ricchi o poveri, finirono per arrendersi alle sue esortazioni, abbandonarono i loro errori, rinunciarono alla loro vita di disordine e si consegnarono interamente e per sempre alla pratica della loro santa religione. Non erano solo gli abitanti di Soriano a trarre così preziosi frutti di salvezza dalle predicazioni di questa ammirevole fanciulla. Da tutti i villaggi circostanti si vedevano ancora accorrere uomini e donne che, sorpresi dalle sbalorditive meraviglie di cui sentivano raccontare, le portavano i loro malati, si raccomandavano alle sue preghiere, prestavano orecchio attento alle sue esortazioni e ritornavano alle loro dimore, tanto risoluti a cambiare vita quanto vivamente contenti delle guarigioni e degli altri benefici che avevano ottenuto.

Avendo Rosa appreso che gli abitanti di Vitorchiano, sviati da una maga p rezzolata d Vitorchiano Luogo del miracolo del rogo. al governo dell'imperatore, avevano concepito un odio profondo contro gli insegnamenti e le pratiche della religione, si erano separati dalla Santa Sede e vivevano in un pauroso cumulo di iniquità, non ci volle altro per attirarla in questo nuovo centro di incessanti fatiche e di pericolosi combattimenti. Raduna dunque il popolo di Soriano, si rallegra con esso delle numerose grazie che ha ricevuto dal cielo nel corso di quell'anno, lo scongiura di restare fedele alle promesse fatte al Signore e, dopo avergli detto che, per obbedire alle ispirazioni del suo cuore così come agli ordini dell'Altissimo, non lo dimenticherà mai nelle sue umili preghiere, annuncia che la sua missione la chiama altrove e che sta per lasciarlo. A queste parole, un grido di dolore sfugge da tutti i petti, i singhiozzi scoppiano da ogni parte, le lacrime scorrono su tutti i volti, tutte le braccia si tendono per trattenerla: non c'è nessuno che non senta vivamente la grandezza della perdita che si sta per subire. I poveri ricordano che li ha nutriti; i malati, che le devono la loro salute; i peccatori, la loro conversione; i giusti, il loro progresso nella conoscenza e nell'amore di Dio; tutti, di averne ottenuto qualche segnalato beneficio: sembra loro che questa fanciulla sia la loro speranza, la loro felicità, la loro vita che sta per fuggire. Rosa cerca di consolarli ricordando loro che hanno nel cielo un Padre tenero, una Madre devota che veglieranno su di loro, li soccorreranno nei loro bisogni, li colmeranno dei loro favori; e per sottrarsi alle emozioni che guadagnano sempre più la sua anima, si affretta ad aprirsi un varco attraverso quella folla desolata e a prendere con i suoi amati genitori la strada di Vitorchiano. Dopo essersi raccomandata alla santissima Vergine, al suo buon Angelo, al divino Precursore, al suo serafico Padre, avanza nel nome di Dio, entra in città e inizia la sua missione.

I vitorchianesi conoscevano già Rosa, se non di vista, almeno di fama. La maggior parte aveva assistito alle sue predicazioni a Viterbo o a Soriano, e tutti ne avevano sentito parlare come di una fanciulla straordinaria per la sua eloquenza, i suoi miracoli e le sue virtù. Così, appena apparve in città, la notizia del suo arrivo si diffuse con la rapidità del fulmine fino alle campagne circostanti. Da ogni parte si vide accorrere una moltitudine di uomini, di donne, di persone di ogni età e di ogni condizione, che si raggrupparono in massa ardente e compatta attorno a lei, bramosi di vederla e di ascoltarla. Non aveva ancora aperto bocca per parlare, che un fremito improvviso si era prodotto in quella vasta assemblea: l'emozione aveva conquistato tutte le anime, le lacrime erano sorte in tutti gli occhi. I suoi piedi nudi; il capo scoperto; la sua posa modesta e calma; lo sguardo umilmente abbassato; il suo crocifisso che con mano amorosamente tremante premeva sul cuore; il suo volto pallido, angelico, animato ma tranquillo, sul quale, attraverso il carattere sacro della sofferenza, sembrava dipingersi la dolce e ravvivante candidezza di un'anima divinizzata; la sua veste grossolana, logora, sostenuta da una corda ancora più povera, il cui colore scuro risaltava così bene l'ammirabile serenità della sua fronte, simile a quella nube oscura che, lasciandoci intravedere attraverso una leggera fessura l'astro pacifico delle notti, sembra rivestirlo di uno splendore più radioso e più puro: tutto ciò conferiva a questa interessante fanciullina un'aria di pietà tenera, di grandezza amabile, di attraente e sublime maestà, che, conquistando i cuori, li portava a sposare i suoi sentimenti, a sottomettersi alle sue volontà prima ancora che le avesse manifestate. Quando la folla ebbe cessato di crescere, Rosa levò un istante verso il cielo lo sguardo bagnato di pianto e poi, con voce interrotta dai singhiozzi, lasciò cadere su quel popolo intenerito i grandi e dolorosi pensieri che riempivano la sua anima. Espose le calamità terribili e numerose di cui il demonio, sempre ingrato verso coloro che lo servono, aveva gravato quella città un tempo benedetta dal cielo; mostrò le insigne furberie di cui si era servito per sedurli e trascinarli; e dopo aver mostrato loro il torto che avevano avuto nel rinunciare alla loro antica fede per gettarsi in un partito che, pervertendo gli spiriti con la menzogna e il cuore con l'eccitazione a ogni disordine, li conduceva alla loro eterna rovina, li scongiurò di tornare a un Dio la cui giustizia è sempre disarmata dalle lacrime di una sincera penitenza. Non era ancora trascorsa una settimana che si vedevano i più notabili abitanti del paese vivere in modo conforme ai suoi desideri e non temere, per meglio soddisfare il Signore, di consegnarsi pubblicamente agli esercizi della penitenza più austera. Di tutti gli eretici, indifferenti, empi, che si contavano a migliaia nella città e nel territorio di Vitorchiano, ve ne furono solo alcuni che, catturati dai piaceri di una vita licenziosa, rifiutarono ostinatamente di aprire gli occhi alla luce.

Per trionfare sui loro pregiudizi e mostrare con grande evidenza la divinità della nostra santa religione, fa portare sulla piazza pubblica un'immensa quantità di legna e, dopo averne fatto costruire un rogo, fa segno di accenderlo. Le scintille e il fumo si levano, le frasche scoppiettano, l'incendio si allarga; il calore e lo spavento irradiano da ogni parte. Ora, mentre gli astanti si ritraggono vivamente all'indietro e le fiamme si slanciano verso il cielo in vortici impetuosi, Rosa avanza con volto calmo e, con passo fermo e sicuro, entra nel fuoco!... Un grido acuto, terribile, sfugge da tutti i petti; istintivamente, tutte le braccia si protendono in avanti per ritrarla. Ma quale non è lo stupore generale quando, attraverso lo spaventoso mantello di fiamme che la circondano, la si vede salire tranquillamente fino alla cima del rogo!!... Lì, se ne sta in piedi, incrocia le mani sul petto e, con lo sguardo amorosamente fissato verso il cielo, sembra intrattenersi con il suo Beneamato. Questa posa, quest'aria estatica, questa bocca che si socchiude deliziosamente sotto l'ispirazione della sua preghiera, questo volto sul quale comincia a sbocciare lo splendore di un serafico sorriso, questo trono di fuoco che la tiene elevata nello spazio e che, crollando a poco a poco sotto l'impero dell'elemento distruttore, sembra ridirle che un'anima, creata per Dio, deve distaccarsi dalle periture grandezze della terra per volare verso le eterne munificenze dei cieli; e queste fiamme che, arrivando ai suoi piedi, perdono la loro direzione ordinaria, si scostano con un apparente rispetto, l'avvolgono senza toccarla e si incurvano a volta sopra la sua testa per svanire poi in una freccia allungata in incommensurabili altezze: tutto ciò le conferisce un tale aspetto di grandezza e di maestà, che non assomiglia più a una semplice mortale. Presto il suo volto si illumina del più vivo entusiasmo, i suoi sentimenti traboccano e, come un tempo santa Crescenzia nella sua caldaia di piombo fuso, di resina e di pece bollenti, intona, con voce dolce ma forte, l'ammirabile cantico: «Siate benedetto, Signore, potente Dio dei nostri Padri», che i tre giovani Ebrei fecero per la prima volta udire nella fornace di Babilonia. Mentre invita così gli angeli e gli astri, la luce e le tenebre, il calore e il freddo, il tuono e il fulmine, le montagne e le valli, i fiumi e i mari, le piante e tutti gli esseri animati a benedire Colui che, assiso nelle altezze, si china per guardare in basso, nel cielo e sulla terra, tutto ciò che la sua mano ha tratto dal nulla, il popolo è lì, stupito, l'occhio fisso, la bocca spalancata, incapace di fare un solo movimento, di pronunciare una sola parola. Ma, quando giunge a queste parole: Benedicte, filii hominum, Domino, e rivolgendosi direttamente all'assemblea, esclama: «Figli degli uomini, benedite il Signore, lodatelo e glorificatelo in tutti i secoli»; un'esplosione immensa di voci si fa sentire. Tutti ripetono: «Figli degli uomini, benediciamo il Signore, lodiamolo e glorifichiamolo nei secoli dei secoli». Tuttavia il rogo scavato, divorato dal fuoco, si affossa, e la fanciulla precipitata tutt'a un tratto nelle vaste profondità di quella massa bruciante, scompare sotto una spessa nube di fiamme, di scintille e di fumo. Ma in un istante si rialza, risale in superficie e, la fronte serena, le mani posate sul cuore, va, viene, passeggia su quel piedistallo infuocato, come avrebbe fatto su un tappeto d'erba o in un giardino smaltato di fiori. Infine, quando la legna fu ridotta in cenere e il fuoco si fu spento, il popolo, incapace di dominare i pii movimenti del suo cuore, si precipitò verso la piccola Rosa per vederla da vicino, per toccarla, per abbracciarla. Colpito dall'aspetto umile, modesto, improntato al pensiero e all'amore di Dio, che questa cara fanciulla conservava in mezzo all'inesprimibile premura di cui era oggetto, provava una vera gioia nel proclamare la sua santità e nel ringraziare altamente il Signore per averla fatta entrare in una religione la cui divinità si manifestava con così grandi miracoli e così belle virtù.

Fondazione 07 / 08

Ritorno a Viterbo e vita comunitaria

Dopo la morte dell'imperatore, ritorna a Viterbo e forma una piccola comunità di compagne nonostante gli ostacoli ecclesiastici.

Qualche tempo dopo, Rosa lasciò Vitorchiano e percorse tutta la provincia, lasciando ovunque le tracce dei più segnalati benefici. Si trattava di una moltitudine di malati ai quali aveva ridato la salute, di peccatori che aveva convertito, di giusti che aveva infiammato dell'amore per la virtù, di ostilità sistematiche contro la religione e di odi inveterati tra cittadini che aveva fatto scomparire. Quando ebbe così ricondotto a Dio tutte le anime che aveva avuto la missione di evangelizzare, prese con i suoi genitori la via di Viterbo, dop o la mo Viterbe Città d'Italia dove Gerardo si ammalò. rte di Federico. Al la notiz Frédéric Imperatore del Sacro Romano Impero. ia del suo ritorno, gli abitanti di quella città entrarono in una giubilazione straordinaria e si riversarono in folla ad incontrarla. Avrebbe voluto raggiungere la sua dimora per le vie più solitarie e più tortuose; ma, trascinata dalla moltitudine che la premeva da ogni parte e le toglieva la libertà di movimento, fu obbligata a seguire la strada che le tracciavano le lunghe file di un popolo scaglionato in diversi ranghi sul cammino che conduceva alla sua casa. Nel rivedere, dopo sedici o diciotto mesi di una penosa separazione, la bambina benedetta che consideravano come la consolatrice degli afflitti, il soccorso dei poveri, la luce delle anime, la liberatrice della patria, quei buoni abitanti non potevano contenere le grida della loro gioia e dei loro trasporti.

Non appena fu arrivata nella sua cella, Rosa non pensò più che a mettere in esecuzione il progetto che aveva formato da così tanto tempo. Volle separarsi dal mondo per vivere sola con Dio solo. Uscendo solo una volta al giorno per andare ad ascoltare la santa messa o intrattenersi con il suo confessore, senza il consenso del quale non faceva né intraprendeva mai nulla, rientrava al più presto nella sua solitudine per continuare con il suo celeste Sposo, nella mortificazione e nella preghiera, quell'unione di pensieri e di cuore che ardeva di rendere ogni giorno più perfetta. Ma siccome la sua porta era continuamente assediata da una moltitudine di persone che venivano a chiedere i suoi consigli, o a raccomandarsi alla sua carità, ricercò una ritirata più profonda.

Il monastero di Santa Maria delle Rose fissò più che mai i suoi sguardi. La vita povera, innocente, ritirata, delle suore che lo abitavano, diede una nuova forza all'attrattiva potente che l'aveva sempre portata verso quella casa. Senza lasciarsi fermare dalla considerazione del rifiuto che aveva già provato, si raccomandò al suo divino Maestro, alla santissima Vergine, al suo serafico Padre san Francesco, e andò a gettarsi ai piedi della Superiora. Le fece una viva e toccante pittura degli ostacoli che trovava nella casa di suo padre per intrattenersi con il suo Beneamato, e la scongiurò, con le lacrime agli occhi, di volerla ammettere in seno a una comunità dove la chiamavano da così tanto tempo i bisogni della sua povera anima e tutti i più cari affetti del suo cuore. Per un'adorabile e benefica disposizione della Provvidenza, la Superiora non credette di dover accedere alla sua preghiera. Persuasa, senza dubbio, che questa angelica bambina avrebbe lavorato maggiormente alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime nella casa di suo padre che in un convento, invocò diversi pretesti per non riceverla. Per quanto penoso questo sacrificio dovesse essere al suo cuore, Rosa vi si sottomise istantaneamente, senza difficoltà, di buon grado.

Appena fu rientrata nella sua cella, il passo che vennero a fare presso di lei diverse giovani, sue antiche amiche, le svelò tutto a un tratto il segreto di questa doppia inclinazione per il ritiro e per la santificazione del prossimo, che non aveva mai cessato di sentire. Queste giovani compagne avevano conservato il loro fervore durante i diciotto mesi della sua assenza, e non ebbero nulla di più urgente, al suo ritorno, che di supplicarla di riprenderle sotto la sua guida. Il suo confessore, Pietro Capostoti, parroco di Santa Maria del Poggio, la incoraggiò fortemente ad accondiscendere al loro desiderio; e da allora la sua casa fu quasi trasformata in un vero convento. A parte i pochi momenti di ricreazione che seguivano il pasto principale, il loro silenzio non era interrotto che dalla recitazione del santo ufficio, il canto dei salmi e dei cantici, le letture spirituali, e le esortazioni brevi ma infiammate che la piccola Santa rivolgeva loro sulle virtù più proprie al loro sesso, alla loro età e alla loro condizione. Parlava loro dell'umiltà, che è il fondamento necessario di ogni perfezione; della modestia, che è la più potente salvaguardia dell'innocenza, il più bell'ornamento della verginità, e che, simile a quel profumo di cui si inebria il soffio del mattino, rivela con la sua sola presenza, nel cuore che adorna, un tesoro di meriti e di santità. «Ora, la fanciulla veramente modesta», aggiungeva, «è quella che, convinta dei pericoli che le offre il mondo, penetrata dalla propria debolezza, facendo le sue delizie di conversare interiormente con il suo divino Gesù, non ama effondersi all'esterno, vive sotto gli occhi di sua madre, evita la società degli uomini, parla poco e con circospezione, teme tanto di essere vista quanto di vedere». Le intratteneva sulla necessità della penitenza, dell'orazione, del lavoro. «Indebolendo gli appetiti disordinati della nostra natura», diceva loro, «le mortificazioni la rendono più atta a piegarsi alla legge di Dio e a seguire i movimenti della grazia. La preghiera, che eleva il nostro spirito e il nostro cuore verso Dio, scopre loro da questo alto punto di vista la vanità dei beni e dei piaceri di quaggiù, li riempie di luce, di forza, di consolazione, e fa loro presentire la calma e le felicità della celeste patria. Il lavoro ha le sue pene, ma ci procura ben grandi vantaggi. Non solo ci preserva dall'ozio, fonte funesta di tanti vizi, ma, trasformandosi in preghiera per l'offerta che se ne fa a Dio, ci arricchisce di meriti, e ci è un mezzo per soddisfare per i nostri peccati». Le incoraggiava anche ad obbedire ai loro genitori e ai loro superiori, chiunque essi fossero; a tenere senza sosta i loro occhi fissi su Nostro Signore Gesù Cristo e la sua santissima Madre, di cui dobbiamo ritracciare in noi una vivente immagine; a fuggire i divertimenti del secolo, il lusso degli ornamenti, e la moda degli abbigliamenti, frivolezze alle quali non dovrebbero attaccarsi i pensieri di un'anima fatta per Dio; a comportarsi come angeli di pace e di dolcezza in seno alle loro famiglie, soffrendo con rassegnazione il cattivo umore delle persone che le circondano, e ricevendo come un prezioso beneficio tutte le contrarietà che il cielo non cessa di inviarci. Ma il soggetto più ordinario dei suoi intrattenimenti era la fedeltà esatta e scrupolosa a tutti gli esercizi di pietà; l'amore di Dio, che deve sempre dominare nel nostro cuore, e che deve essere il principio come il fine dei nostri atti, dei nostri desideri, dei nostri pensieri; la devozione alla santissima Vergine, che, in seguito alle innumerevoli grazie di cui è la fonte, è un segno di predestinazione e di salvezza.

È in simili principi che Rosa si applicava ad educare le sue amate compagne. I suoi sforzi non tardarono ad essere coronati dal più felice successo. Esse fecero, infatti, progressi così rapidi nella virtù, che dopo pochi giorni soltanto, i Viterbesi le riconoscevano dalla semplicità del loro abbigliamento, dalla modestia dei loro sguardi, dalla graziosa candidezza dei loro tratti, dall'esemplare regolarità della loro vita, da quel qualcosa di puro, di indefinibile, di divino, che si effonde da un cuore che Dio solo possiede, dove Dio solo agisce. Sebbene la loro vita di raccoglimento e di preghiera le mettesse al riparo dalla maggior parte dei pericoli che offre il mondo, concepirono un vivo desiderio di immergersi in una ritirata assoluta. Pietro Capostoti fece per loro l'acquisto di un terreno attiguo al monastero di Santa Maria delle Rose, e adattò ai bisogni della loro comunità i pochi edifici che vi si trovavano. Appena furono stabilite in questo nuovo convento che, nonostante la debolezza del loro sesso e la loro giovinezza, si dedicarono all'esercizio delle più sublimi e delle più austere virtù. Si alzavano di buon mattino, recitavano l'ufficio, facevano lunghe meditazioni, cantavano salmi, si davano la disciplina, si imponevano continue privazioni, e, non contente di pregare e di mortificarsi così di giorno, consacravano a queste sante pratiche la maggior parte della notte. Per quanto severa sia in se stessa la Regola del Terz'Ordine di San Francesco che si erano affrettate ad adottare, la loro pietà le spingeva ben oltre le sue prescrizioni: bisogna ancora aggiungere che, per risparmiare la loro salute, Rosa fu costretta ad arrestare, con le sue parole, il troppo impetuoso slancio che imprimevano loro i suoi esempi.

Sebbene le sue forze andassero sempre indebolendosi, la si vedeva raddoppiare le sue preghiere, le sue macerazioni e i suoi digiuni. Unita senza sosta di spirito e di cuore al suo divino Gesù, viveva completamente assorbita in lui. Non avendo già più sonno, prendendo solo un po' di pane e d'acqua ogni otto o quindici giorni, non sembrava uscire dalle sue visioni e dalle sue estasi che per insanguinare, a colpi di fruste armate di punte e di nodi, quel sottile e livido strato di carne che copriva appena le sue ossa slogate, a metà spezzate. Le sue compagne avrebbero voluto, per prolungare un'esistenza che era loro così cara, sospendere il corso delle sue violenze e dei suoi trasporti. Ma potevano solo avvicinarla, fissare su di lei uno sguardo intenerito, cadere ai suoi piedi, e ritirarsi silenziose, commosse, tutte infiammate.

Attratte dal fascino di una vita così celeste e così pura, numerose fanciulle di Viterbo venivano ogni giorno ad implorare il favore di passare qualche tempo nella loro pia solitudine. Vi seguivano puntualmente la regola della comunità, prendevano parte a tutti gli esercizi pubblici, non facevano difficoltà ad entrare nella carriera delle mortificazioni e delle penitenze, e dopo essersi infiammate d'ardore per la perfezione al contatto di questi piccoli angeli della terra, andavano ad esalare all'esterno il delizioso profumo della loro pietà. Non era solo una condotta regolare, profondamente cristiana, che conducevano nel mondo, c'era nel loro portamento, la loro conversazione, tutto il loro modo di agire, qualcosa di così candido, di così ravvivante e di così dolce, che non si poteva vederle o ascoltarle senza provare il sentimento del dovere e l'amore della virtù. In presenza dei frutti meravigliosi che producevano simili ritiri, Pietro Capostoti si proponeva di allargare la sfera delle sue recenti costruzioni, quando, per una disposizione della Provvidenza, la piccola comunità fu soppressa dal papa Innocenzo IV, su richiesta delle suore di San Damiano, che temevano di essere private delle elemosine che ricevevano dall'esterno. Rosa e le sue compagne si so ttomisero t Innocent IV Papa del XIII secolo che testimoniò i miracoli del santo. utte con rassegnazione e amore alla volontà dell'Altissimo, ritornarono immediatamente, contente e felici, in seno alle loro famiglie, benedicendo Dio di averle tenute più a lungo di altre in un asilo dove avevano ricevuto tante grazie, promettendosi anche di seguire nel loro privato, per quanto possibile, la Regola che avevano adottato e di cui avevano raccolto così preziosi favori.

Vita 08 / 08

Transito e culto postumo

Rosa muore nel 1252; il suo corpo viene ritrovato intatto e diventa oggetto di un'immensa venerazione papale e popolare.

Appena Rosa fu rientrata nella sua cella, cadde gravemente malata. Le dure privazioni che avevano paralizzato e come disseccato i suoi organi; i colpi tremendi con i quali aveva straziato il suo corpo; l'amore divino che la divorava fino in fondo alle viscere e non le lasciava un istante di riposo, avevano finito per alterare la sua salute e aggiungere all'acuità delle sue sofferenze una malattia di languore che non poteva terminare che con la morte. «O terra», esclamava spesso nelle angosce del suo amore, «terra bagnata dal sangue del mio Dio, ma che avvolgono in troppo gran numero i funesti effetti della maledizione di cui ti ha colpita, quanto il tuo soggiorno è doloroso per la mia anima! Che non posso spezzare i legami che mi tengono prigioniera e prendere il volo verso l'eternità! Notte e giorno, Signore, elevo verso di voi la voce della mia preghiera, perché dunque sottrarre ai vostri abbracci un cuore che non aspira che a voi! Figlie di Gerusalemme, ve lo scongiuro, se vedete Colui che la mia anima ama, che il mio cuore adora, ditegli che abbattuta dalla tristezza, lontano da lui non saprei vivere, lontano da lui mi sento morire!». Mentre con accenti così infuocati e così puri, questa tenera sposa di Gesù faceva scorrere le lacrime di tutti coloro che si stringevano attorno a lei per addolcire, per mezzo di qualche parola consolante, le troppo vive amarezze dei suoi dolori, il cielo, che da lungo tempo invidiava un così bel fiore alla terra, si preparava a coglierlo. È il divino Maestro stesso che le fece conoscere il momento prossimo in cui doveva chiudersi il cerchio dei suoi giorni.

Non tenteremo di dipingere gli inebrianti trasporti che provò questa piccola Sorella nell'apprendere che stava per lasciare questo mondo per volare nei cieli. «Mi sono rallegrata di ciò che mi è stato detto», esclamò, «andrò presto nella casa del Signore»; e da quel momento la sua anima si slancia con tutte le sue aspirazioni verso il rapente oggetto dei suoi desideri, e sembra non ricadere sulla terra, che per rimbalzare ed elevarsi più in alto verso il suo Dio. Tutti i suoi atti, tutti i suoi affetti, tutti i suoi pensieri non tendono più che verso il cielo. Qualche ora prima di passare all'altra vita, volle ricevere, attraverso la partecipazione al corpo sacro del suo divino Sposo, un pegno di quell'unione molto più intima e mille volte più perfetta che stava per contrarre con lui nell'eternità. Appena il divino Maestro ebbe preso possesso della sua anima, che, immersa tutto a un tratto nella contemplazione più profonda, perse il sentimento degli oggetti esterni e restò qualche tempo senza dare alcun segno di vita. La respirazione si era spenta, il polso non batteva più, il pallore copriva i suoi tratti, le sue membra erano colpite da un'immobilità completa. Quando ebbe ripreso l'uso dei suoi sensi, le sue forze si trovarono talmente indebolite che fu obbligata a rimettersi a letto per ricevere l'Estrema Unzione. Dopo aver ringraziato il Signore di tutte le grazie che aveva appena accordato, Rosa disse un ultimo addio ai suoi buoni genitori così come alle sue giovani compagne; poi rientrò subito in se stessa per prepararsi sempre più al grande passaggio dell'eternità. Chiedeva perdono a Dio dei peccati della sua vita, lo ringraziava degli innumerevoli benefici di cui l'aveva colmata, gli faceva un sacrificio di tutto ciò che aveva di più caro. Non interruppe questi atti di contrizione, di riconoscenza e d'amore, se non per supplicare la divina Maria, l'augusto Precursore, il suo serafico Padre san Francesco, tutti i beati abitanti della celeste patria, di ricevere la sua anima e di presentarla al suo amabile Sposo; e mentre la sua lingua ripeteva con indicibile ardore questo grido di speranza e d'amore: «O Gesù! o Maria!» la sua anima ardente e pura prese il suo volo verso i cieli, il 6 marzo 1252.

Santa Rosa può servire da modello ai giovani fanciulli e a tutte le vergini cristiane per il suo affettuoso rispetto verso i genitori, per la sua profonda modestia e per la sua angelica purezza; agli uomini apostolici, per il suo zelo ardente e la sua inalterabile pazienza; ai penitenti più rigidi, per la continuità dei suoi digiuni e le acerbe macerazioni del suo corpo; agli anacoreti, per il suo amore per la solitudine e le occupazioni celesti del suo spirito; a tutti i cristiani, per la sua fedeltà costante ai doveri religiosi e per l'esercizio continuo di tutte le virtù.

La si rappresenta spesso tenendo delle rose in mano o nel suo grembiule. Un giorno che portava ai poveri dei pezzi di pane, fu incontrata da suo padre che volle vedere cosa portasse; lei aprì il suo grembiule, e, al posto del pane, non trovò che delle rose. — La si dipinge anche mentre riceve la comunione, o in ginocchio vicino a un altare e vedendo in sogno gli strumenti della passione di Gesù Cristo.

## CULTO E RELIQUIE.

Subito dopo la sua morte, il suo corpo divenne tutto risplendente di luce e non provò la più leggera alterazione; se ne esalò un odore così gradevole che tutta la casa ne fu imbalsamata. Fu inumata senza bara e con il suo abito religioso, fin dalla sera stessa, accanto al fonte battesimale, nella chiesa di Santa Maria del Poggio. Questa cerimonia ebbe luogo il più segretamente possibile e all'insaputa del popolo, di cui si temevano i pii furti. Una moltitudine immensa inondava ogni giorno i viali della sua dimora o della sua tomba: veniva a ringraziare la Santa dei suoi favori, a implorare la sua protezione, e a trasformare in preziose reliquie i differenti oggetti che faceva toccare ai suoi vestiti, al suo letto, ai muri della sua camera, al pavimento che avevano calpestato i suoi piedi, alla terra che copriva il suo corpo. Su richiesta del clero, dei magistrati e di tutto il popolo di Viterbo, il papa Innocenzo IV ordinò delle informazioni sulla vita e i miracoli di santa Rosa; ma morì prima della fine della procedura. Nel 1258, Rosa apparve al papa Alessandro IV , che era al Alexandre IV Papa che chiamò Alberto a Roma. lora a Viterbo, e gli disse di esumare il suo corpo e di trasportarlo nel convento di San Damiano. Quando fu levato da terra, lo si rinchiuse in una bella cassa di legno, riccamente ornata e coperta di drappi in velluto cremisi bordato d'oro; quattro cardinali caricarono sulle loro spalle questa preziosa spoglia, e, accompagnati dal Papa, da tutto il Sacro Collegio, da tutti i magistrati e da una folla immensa, la trasportarono solennemente nel monastero delle Sorelle di San Damiano, che prese da allora il nome di Santa Rosa.

Poiché i miracoli si moltiplicavano alla sua tomba, Alessandro IV permise ai viterbesi di celebrare solennemente la sua festa il 4 settembre, giorno anniversario della traslazione delle sue reliquie. Ne accordò loro anche una seconda che fissò al 6 marzo. I Pontefici che salirono dopo di lui sul Soglio apostolico, favorirono il pio movimento che portava i cuori a proclamare la santità di questa fanciulla. Il papa Eugenio IV, in una bolla che spedì contro gli usurpatori dei beni del convento di Santa Rosa, dopo aver altamente approvato la venerazione e il culto che tutto il mondo le rendeva, non fece difficoltà a darle il titolo di Santa. Niccolò V ordinò al consiglio della città di Viterbo di offrire ogni anno alla piccola Beata, durante la processione della Candelora, tre ceri di cera bianca, per onorare, con questo misterioso simbolo, la luce che aveva diffuso nelle anime, l'ardente amore di cui era stata consumata, la virginale innocenza che non aveva mai perduto. Infine, il papa Callisto III decretò che sarebbe stata iscritta nel catalogo dei Santi, e che la Chiesa universale le avrebbe reso il culto dei Santi. Appena questa decisione fu conosciuta che ci si affrettò a erigerle altari nelle chiese di Aracoeli e di Santa Caterina a Roma, di Santa Maria del Poggio e di San Sisto a Viterbo, così come in quelle di Vitorchiano, di Bolsena, di Tivoli, di Fabriano, di Foggia, ecc. Popolazioni intere si recarono alla sua tomba, e ancora ai nostri giorni, è innumerevole la moltitudine di coloro che vengono a mettersi sotto la sua protezione.

Tra i sovrani Pontefici che, dopo Alessandro IV, Innocenzo VII, Martino V, Eugenio IV, si sono fatti un punto di religione di visitare il suo santuario, citeremo Niccolò V, Pio II (1459, 1460, 1462), Alessandro VI (28 ottobre, 6 dicembre 1493), Giulio II, Leone X, Clemente VII, Giulio III, Gregorio XIII, Clemente VIII, Benedetto XIII, che elevò il suo ufficio al rito di dodicesima classe, Pio VI, Pio VII e l'immortale Pio IX.

I più illustri principi e principesse si sono anche stimati molto felici di poter curvare la loro fronte davanti alle sue sante spoglie. Basti nominare l'imperatore Sigismondo, che si recò al suo santuario alla testa di millecinquecento dei suoi signori; l'imperatore Federico III e la sua sposa Eleonora; il re di Francia Carlo VIII, che fu talmente colpito dal vedere il suo corpo in uno stato perfetto di conservazione, che chiamò Viterbo, la città di Rosa; il granduca di Toscana, Cosimo III; il re d'Inghilterra, Giacomo III e la sua sposa Clementina Sobieska; Iolanda Beatrice di Baviera; il re di Spagna, Carlo IV, l'infanta Maria Luisa, regina del Portogallo, e suo figlio; l'imperatore d'Austria, Francesco I, con la sua sposa Carolina e una delle sue figlie.

Quanto ai cardinali, vescovi o preti di tutti i paesi del mondo che vengono ogni anno a raccomandarsi ai suoi suffragi, sarebbe impossibile elencarli. Ciò che mantiene nei cuori la devozione verso santa Rosa, è la potenza senza confini di cui gode presso il Signore.

Nel 1357, un incendio essendosi dichiarato nella cappella dove riposavano le sue venerabili reliquie, la cassa e tutti i drappi di cui era coperta furono consumati; ma il corpo fu ritrovato intatto, e Dio permise solo che le carni della Santa, che fino allora avevano conservato tutta la loro bianchezza, prendessero un colore bruno quasi nerastro. Si fece fare una cassa simile a quella che il fuoco aveva distrutto, vi si pose il corpo e la si ricoprì di drappi della stessa natura e della stessa forma dei precedenti. Ma nel 1615, il cardinale Mutio, vescovo di Viterbo, fece sostituire i vestiti in velluto con una tunica grigia simile a quella delle Sorelle Clarisse. Nel 1658, 1675 e 1750, questa tunica provò nuove modifiche sotto il rapporto della materia, della forma e del colore; ma dal 1760, è in armoisine nera e del tutto simile a quella che portano in questo momento le Sorelle di Santa Chiara. Quanto alla cassa in legno, fu sostituita nel 1699 dalla bella urna trasparente dove la Santa riposa ora, e che, per maggiore facilità, si apre dal lato.

Da più di seicento anni che esiste, il prezioso corpo di santa Rosa non ha ancora provato altro cambiamento che quello del colore. Tutti coloro che l'hanno visto, toccato, concordano nel dire che è co sì intero, così morbido, così précieux corps de sainte Rose Spoglie della santa conservate intatte dal XIII secolo. flessibile come se fosse vivo. Il celebre Papebroch, che l'esaminò nel 1661, afferma nel suo Itinerario da Roma alle Fiandre, che non ne ha mai incontrato di così perfetto. Sua Eminenza Monsignor il cardinale Morlot, arcivescovo di Parigi (1857-1862), diversi preti, diversi religiosi che l'hanno considerato da molto vicino e che hanno fatto muovere la sua testa, le sue braccia, le sue mani, i suoi piedi, hanno affermato che a eccezione del grado di calore, è ancora tale quale doveva essere subito dopo il transito. Un simile stato di conservazione non può avere per causa che un miracoloso intervento dell'Onnipotente.

Estratto dalla Vita di santa Rosa da Viterbo, dall'abate Darnsond, cappellano del liceo Louis le Grand. — Cfr. Acta Sanctorum; Wadding.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Viterbo nel 1235
  2. Vocazione precoce e reclusione volontaria all'età di sette anni
  3. Visione della Vergine Maria e ricezione dell'abito del Terz'Ordine a dieci anni
  4. Predicazioni pubbliche contro gli eretici e il partito imperiale
  5. Esilio a Soriano e Vitorchiano per ordine del Prefetto di Viterbo
  6. Miracolo del rogo a Vitorchiano
  7. Ritorno a Viterbo dopo la morte di Federico II
  8. Morta all'età di 17 anni

Miracoli

  1. Trasformazione del pane in rose nel suo grembiule
  2. Sopravvivenza illesa in mezzo a un rogo ardente per tre ore
  3. Guarigioni di malati e appestati
  4. Incorruttibilità del corpo dopo la morte

Citazioni

  • Posso ogni cosa in colui che mi dà forza. Fil., iv, 13 (citato in epigrafe)
  • Mi sono rallegrata per ciò che mi è stato detto, andrò presto nella casa del Signore Parole della santa prima della sua morte

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo