5 settembre 15° secolo

San Lorenzo Giustiniani

PRIMO PATRIARCA DI VENEZIA E CONFESSORE

Primo Patriarca di Venezia e Confessore

Festa
5 settembre
Morte
8 janvier 1455 (naturelle)
Epoca
15° secolo

Nato nella nobiltà veneziana, Lorenzo Giustiniani rinunciò al mondo per unirsi ai canonici di San Giorgio in Alga. Divenuto primo patriarca di Venezia, si distinse per la sua umiltà eroica, la sua povertà volontaria e il suo zelo per la riforma della Chiesa. Lasciò importanti scritti spirituali e morì nel 1455 rifiutando ogni conforto, fedele allo spirito della croce.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 5

SAN LORENZO GIUSTINIANI,

PRIMO PATRIARCA DI VENEZIA E CONFESSORE

Conversione 01 / 05

Origini e vocazione mistica

Nato nella nobiltà veneziana, Lorenzo viene educato alla pietà dalla madre vedova prima di ricevere una visione della Sapienza eterna all'età di diciannove anni.

Il primo sacrificio di giustizia che l'uomo deve offrire a Dio, quello che gli è più gradito e che lo fa avanzare maggiormente nella perfezione, è il sacrificio di un cuore contrito a causa dei suoi peccati passati. Spirito di san Lorenzo Giustiniani.

San Lorenzo Giustiniani, nato a Venez Venise Luogo finale del trasferimento delle reliquie nel 1200. ia nel 1381, era figlio di Bernardo Giustiniani, che occupava un rango distinto tra la prima nobiltà signorile. Sua madre si chiamava Querini, e proveniva da una casata non meno illustre di quella del padre. Ella rimase vedova precocemente, con diversi figli in tenera età. Nonostante la sua giovinezza, pensò solo a santificarsi nel suo stato, risoluta a non cambiarlo mai. Si considerò dedita alla penitenza e al ritiro, e non si occupò d'altro che del digiuno, della preghiera e delle altre buone opere. L'educazione dei suoi figli fu anche una delle sue principali premure.

Si notò in Lorenzo, fin dalla culla per così dire, una docilità non comune e una grandezza d'animo straordinaria. Non perdeva affatto il suo tempo come i suoi coetanei; amava intrattenersi con persone ragionevoli o occuparsi di cose serie. Sua madre lo rimproverava talvolta, per preservarlo dall'orgoglio, tenerlo nell'umiltà, e lo spingeva verso ciò che vi era di più perfetto. Egli rispondeva allora che avrebbe cercato di fare meglio e che non desiderava altro che diventare un santo. Persuaso che non fosse sulla terra se non per servire Dio al fine di regnare eternamente con lui, a lui riferiva tutti i suoi pensieri e tutte le sue azioni. All'età di diciannove anni, si sentì interiormente chiamato a consacrarsi al servizio del Signore in modo particolare. In una visione che ebbe, gli sembrò di vedere la Sapienza eterna sotto la forma di una donna rispettabile e circondata da una luce più splendente di quella del sole; credette allo stesso tempo di udire queste parole: «Perché, errando da oggetto a oggetto, cercate il vostro riposo fuori di me? Non troverete che con me ciò che desiderate; eccolo nelle vostre mani. Cercatelo in me che sono la Sapienza di Dio. Prendendomi come vostra sposa e come vostra parte, possederete un tesoro inestimabile». Fu così toccato dall'onore e dal vantaggio che racchiudeva questo invito della grazia, che si sentì infiammato di un nuovo ardore di dedicarsi interamente alla ricerca della conoscenza e dell'amore di Dio.

Vita 02 / 05

L'ascesi a San Giorgio d'Alga

Sotto i consigli dello zio, entra tra i canonici regolari di San Giorgio d'Alga, dove si distingue per mortificazioni estreme e una profonda umiltà.

Non dubitò più di essere chiamato allo stato religioso, dove avrebbe trovato con maggiore sicurezza tutti i mezzi atti a fargli raggiungere il grande fine che si proponeva. Ma non volle decidersi senza aver prima consultato Dio con un'umile preghiera. Chiese consiglio anche a Marino Querini, suo zio materno. Era un santo e dotto sacerdote, canonico regolare della congregazio ne di San Giorgio, detta d'Alga, perché il monastero si trovava i chanoine régulier de la congrégation de Saint-George, dite d'Alga Congregazione religiosa in cui Lorenzo emise la professione. n una piccola isola con questo nome, distante un miglio da Venezia. (Il convento e la chiesa sono oggi nelle mani di una comunità di Carmelitani riformati.) Questo saggio direttore, vedendo che Giustiniano aveva una forte inclinazione per lo stato religioso, gli consigliò di provare prima le sue forze abituandosi a poco a poco alla pratica delle austerità. Egli obbedì e cominciò a dormire durante la notte su pezzi di legno o sulla terra nuda. Essendosi un giorno rappresentato da un lato gli onori, le ricchezze e i piaceri del mondo, e dall'altro i rigori della povertà, dei digiuni, delle veglie e della rinuncia, disse a se stesso: «Anima mia, sei abbastanza coraggiosa da disprezzare queste delizie e da camminare senza interruzione nelle vie della penitenza e della mortificazione?». Poi, dopo aver fatto una pausa di qualche istante, gettò gli occhi su un crocifisso e continuò in questo modo: «Voi siete la mia speranza, o mio Dio! In voi si trovano la consolazione e la forza». Lo si vide da quel momento macerare la sua carne con le austerità della penitenza e dedicarsi con un ardore infaticabile a tutti gli esercizi della religione. Sua madre e i suoi amici, temendo che rovinasse la sua salute, vollero distoglierlo dal proposito che aveva risolto di eseguire e gli proposero una sistemazione onorevole nel mondo. Non sapendo come evitare le trappole che gli tendeva una falsa tenerezza, fuggì segretamente e andò a prendere l'abito presso i canonici regolari della congregazione di San Giorgio d'Alga.

Non trovò nella comunità austerità che non avesse già praticato, e i suoi superiori furono costretti a moderare l'attività del suo zelo a questo riguardo. Nonostante la sua giovinezza, superava tutti i confratelli per il rigore dei suoi digiuni e per la lunghezza delle sue veglie. Non si permetteva mai alcuna ricreazione che non fosse utile; faceva severe discipline; non si riscaldava mai, nemmeno nei freddi più intensi; mangiava solo per sostenere il suo corpo e non beveva mai fuori dai pasti. Quando gli si proponeva di bere, con il pretesto che il caldo era eccessivo o che era sopraffatto dalla fatica, era solito rispondere: «Se non possiamo sopportare la sete, come potremo soffrire il fuoco del purgatorio?». Questa disposizione a soffrire produceva in lui una pazienza invincibile in tutte le prove. Durante il suo noviziato, gli venne al collo un male per la cui guarigione fu necessario impiegare il ferro e il fuoco. Giunto il momento dell'operazione, rassicurava così gli spettatori che tremavano: «Perché temete? Pensate che io non possa ricevere la costanza di cui ho bisogno da Colui che seppe non solo consolare, ma liberare persino dalle fiamme i tre fanciulli gettati nella fornace?». Sopportò l'operazione senza lasciar sfuggire alcun sospiro e pronunciando solo il sacro nome di Gesù. Mostrò in seguito lo stesso coraggio quando gli fu fatta un'incisione dolorosa. «Tagliate arditamente», diceva al chirurgo che tremava; «il vostro strumento non si avvicina alle unghie di ferro con cui furono straziati i martiri».

Arrivava sempre per primo agli esercizi pubblici e ne usciva per ultimo. Finite le mattutine, non seguiva i confratelli che andavano a riposare, ma restava in chiesa fino a Prima, che si recitava al sorgere del sole. Nulla lo gratificava più che poter praticare l'umiltà; i bassi uffici erano quelli che sceglieva di preferenza e portava sempre gli abiti più logori della comunità. Obbediva non appena il minimo segno gli manifestava la volontà del superiore. Nei colloqui privati, sacrificava il proprio giudizio a quello degli altri e cercava in tutto l'ultimo posto, per quanto potesse farlo senza affettazione. Quando andava a chiedere l'elemosina per le strade, cercava ogni occasione per attirarsi il disprezzo e le derisioni della gente del mondo. Essendo andato un giorno in un luogo dove non si poteva mancare di ridicolizzarlo, il suo compagno glielo fece notare; ma egli rispose con tranquillità: «Andiamo arditamente a chiedere disprezzi. Non abbiamo fatto nulla se abbiamo rinunciato al mondo solo a parole; bisogna trionfare oggi con i nostri sacchi e le nostre croci». Sapeva che le umiliazioni accettate e sofferte con gioia sono il mezzo più sicuro per riportare una vittoria completa su se stessi e distruggere quel fondo di orgoglio che è in noi uno dei principali ostacoli alla virtù. Comprendeva inoltre quanto sia vantaggioso non accontentarsi di quelle che la Provvidenza invia e aggiungerne di volontarie, purché lo si faccia con prudenza e si eviti tutto ciò che potrebbe sembrare affettazione. Nel corso delle sue questue, si presentava spesso alla casa dove era nato; ma non vi entrava: restava in strada e chiedeva l'elemosina alla porta. Sua madre non sentiva mai la sua voce senza commuoversi. Aveva un bel raccomandare ai suoi domestici di dargli con prodigalità, egli riceveva solo due pani; dopo di che, augurava la pace a coloro che lo avevano assistito e si ritirava come se fosse stato un estraneo. Essendo bruciato il magazzino dove si trovava la provvista annuale della comunità, disse a un confratello che si lamentava: «Perché abbiamo fatto voto di vivere in povertà? Dio ci ha fatto questa grazia affinché possiamo sentirla!». Era così che rivelava il suo amore per le umiliazioni e le sofferenze, e che praticava tutte le virtù che ne sono le conseguenze e che ne costituiscono il merito principale.

Non appena ebbe rinunciato al mondo, si abituò talmente a rendersi padrone della propria lingua, che non diceva mai nulla per giustificarsi o scusarsi. Essendo stato un giorno accusato nel capitolo di aver trasgredito un punto della regola, mantenne il silenzio, nonostante la falsità dell'accusa. Si deve ancora notare che egli era allora superiore; lasciò il suo posto; poi, dopo aver fatto alcuni passi con gli occhi bassi, si mise in ginocchio, chiese perdono ai confratelli e pregò che gli venisse imposta una penitenza. L'accusatore ne ebbe tanta confusione che andò a gettarsi ai piedi del Santo, dichiarando che era innocente, e si condannò altamente da solo. Lorenzo temeva così tanto la dissipazione che dal giorno del suo ingresso nel monastero fino a quello della sua morte non entrò nella casa paterna se non per assistere sua madre nei suoi ultimi momenti.

Qualche tempo dopo il suo ritiro, fu esposto a una dura prova da parte di uno dei suoi antichi amici che occupava uno dei primi posti della repubblica e che era arrivato da poco dall'Oriente. Costui si immaginò che sarebbe riuscito a fargli cambiare proposito e risolse di impiegare tutti i mezzi possibili per riuscirvi. Prese dunque la strada del monastero di San Giorgio, accompagnato da una schiera di musicisti, e gli fu permesso di entrare a causa della sua dignità. Quando scorse Lorenzo, fu estremamente colpito dalla sua modestia e dalla sua gravità; e lo stupore in cui si trovava gli fece mantenere per qualche tempo il silenzio. Essendosi alla fine fatto violenza, gli disse tutto ciò che l'amicizia può ispirare di più tenero per impegnarlo a entrare nelle sue vedute. Poiché questi mezzi non gli riuscivano, ricorse ai rimproveri e alle invettive che non ebbero maggior successo. Quando ebbe finito di parlare, il Santo fece un discorso così toccante sulla morte e sulle vanità del mondo, che il suo amico, toccato da una viva compunzione, era fuori di sé. Giunse al punto che, avendo rotto senza indugio tutti i legami che lo trattenevano nel secolo, risolse di abbracciare lo stato per il quale non aveva avuto che disprezzo. Prese l'abito a San Giorgio, fece il suo noviziato con un fervore che non venne meno in seguito, divenne oggetto dell'ammirazione e dell'edificazione di tutta la città e morì infine della morte dei giusti.

Predicazione 03 / 05

Sacerdozio e governo dell'Ordine

Divenuto sacerdote e poi generale del suo ordine, riformò la disciplina monastica e insegnò l'importanza dell'umiltà infusa e della carità.

San Lorenzo fu elevato al sacerdozio, del quale era così degno per le sue virtù. Lo spirito di preghiera e di compunzione di cui era dotato in così alto grado, la conoscenza che aveva delle cose spirituali e delle vie interiori della pietà, lo mettevano in grado di lavorare con molto frutto alla santificazione delle anime. Le lacrime che gli sfuggivano nei suoi esercizi, e soprattutto durante la celebrazione della messa, facevano una viva impressione sugli assistenti e risvegliavano la loro fede; fu anche favorito da diverse estasi.

Essendo stato eletto suo malgrado generale del suo Ordine, lo governò con una saggezza ammirevole. Ne riformò la disciplina al punto che ne fu in seguito considerato il fondatore. Nei suoi discorsi, tanto pubblici quanto privati, parlava della virtù con tale unzione che tutti i cuori ne erano inteneriti. Rianimava i tiepidi, riempiva i presuntuosi di un timore salutare, ispirava fiducia ai pusillanimi e li portava tutti al fervore. La sua massima ordinaria era che un religioso deve tremare al nome della minima trasgressione. Riceveva pochi soggetti nel suo Ordine e metteva a dura prova per lungo tempo coloro che giudicava degni di essere ammessi. Si basava sul fatto che la perfezione e i doveri dello stato religioso sono per poche persone, e che non sempre nel gran numero si trovano il fervore e lo spirito essenziale alla religione. È facile comprendere che, essendosi fatto tali principi, esaminava scrupolosamente tutti i postulanti. La prima cosa che esigeva dai suoi discepoli era una profonda umiltà; insegnava loro che questa virtù purifica non solo l'anima da ogni orgoglio, ma che le ispira anche il vero coraggio insegnandole a non riporre la sua fiducia che in Dio. La paragonava a un fiume che è basso e tranquillo in estate, ma che è alto e profondo in inverno. «L'umiltà», diceva seguendo lo stesso paragone, «tace e non si eleva affatto nella prosperità, mentre nell'avversità è alta, magnanima, colma di gioia e di un coraggio invincibile. Non c'è nulla», continuava, «in cui gli uomini siano più esposti a sbagliare; pochi conoscono cosa sia questa virtù; essa è posseduta solo da coloro ai quali Dio l'ha data per infusione in ricompensa dei loro sforzi redoppiati e dello spirito di preghiera che era in loro. L'umiltà che si acquisisce con atti ripetuti è solo una preparazione a questa, sebbene necessaria e indispensabile; perciò è sempre cieca e imperfetta. L'umiltà infusa illumina l'anima in tutte le sue vedute; le fa vedere chiaramente tutte le sue miserie e le ne dà il sentimento; le comunica quella vera scienza che consiste nel conoscere che Dio solo è tutto e che noi non siamo nulla». Durante le guerre e le altre calamità pubbliche, esortava i magistrati e i senatori a penetrarsi bene della loro bassezza, perché questa disposizione era la più adatta ad attirare su di loro gli sguardi della misericordia divina.

Dal tempo in cui ricevette il sacerdozio fino alla sua morte, non mancò mai di celebrare la messa ogni giorno, a meno che non ne fosse impedito dalla malattia. Diceva a questo proposito che si ha ben poco amore per Gesù Cristo quando non si cerca di unirsi a lui il più spesso possibile. Inculcava frequentemente questa massima, che ci sarebbe tanta follia nel pretendere la castità conducendo una vita molle, oziosa e sensuale, quanta ce ne sarebbe nel voler spegnere il fuoco gettandovi sopra dell'olio. Non cessava di ricordare ai ricchi l'obbligo in cui sono di fare l'elemosina se vogliono salvarsi. Non si trovavano nei suoi discorsi pensieri studiati; ma vi regnava un'unzione alla quale non si poteva resistere.

Missione 04 / 05

Vescovo e primo Patriarca di Venezia

Nominato vescovo nel 1433 e poi primo patriarca di Venezia nel 1451, trasforma la sua diocesi con la sua carità verso i poveri e la sua semplicità di vita.

Papa Eugenio IV, che conosceva l'eminente virtù di Lorenzo, lo nominò ves covo di Venezia évêque de Venise Luogo finale del trasferimento delle reliquie nel 1200. nel 1433. Il Santo impiegò ogni mezzo possibile per non accettare tale dignità; arrivò persino a spingere i membri del suo Ordine a scrivere al Papa per pregarlo di lasciarlo nella sua solitudine: ma tutto fu inutile; dovette obbedire. Prese possesso della sua Chiesa con tale semplicità e così segretamente che i suoi stessi amici lo seppero solo quando la cerimonia fu compiuta. Passò tutta la notte seguente in preghiera davanti a un altare, per attirare su di sé le grazie del cielo; fece lo stesso la notte che precedette la sua consacrazione. Fu ammirevole per la sua sincera pietà verso Dio, per l'ardore del suo zelo per la gloria del Signore, per la sua straordinaria carità verso i poveri. Non diminuì nulla delle austerità che aveva praticato nel chiostro. La sua assiduità nella preghiera gli meritò lumi celesti, quella fermezza invincibile, quell'attività infaticabile di cui tutta la sua condotta portava l'impronta; seppe pacificare le dissensioni intestine che agitavano lo Stato e governare la sua diocesi nei tempi più tempestosi con la stessa facilità con cui avrebbe governato un monastero. Il suo modo di vivere risentiva del suo amore per la semplicità e per la povertà: e quando gli si faceva notare che doveva qualcosa alla sua nascita, alla dignità della sua sede e alla repubblica, rispondeva che la virtù era l'unico ornamento del carattere episcopale e che un vescovo non deve avere altra famiglia che i poveri della sua diocesi. La sua casa era composta solo da cinque persone; mangiava su stoviglie di terra; non aveva per letto che un pagliericcio coperto di stracci e non aveva che una povera tonaca per vestito. La sua severità verso se stesso, unita a un grande fondo di affabilità e dolcezza verso gli altri, lo faceva universalmente rispettare. Acquisì un tale ascendente su tutti gli spiriti e su tutti i cuori che riuscì facilmente a riformare diversi abusi che si erano insinuati nel clero e principalmente tra i laici. Il suo gregge lo amava e lo rispettava, e non vi era nessuno che non si sottomettesse con docilità a tutte le sue ordinanze. Se l'esecuzione dei suoi pii disegni incontrava inizialmente qualche difficoltà, sapeva trionfare su di esse con la sua dolcezza e la sua pazienza.

Il suo zelo contro i teatri gli suscitò alcuni nemici. Uno di loro, che era potente, si scagliò con molta indecenza contro un mandato che egli aveva emanato a tale riguardo; faceva passare il santo vescovo per un uomo che voleva portare nel mondo la rigidità del chiostro, per un monaco minuzioso agitato da vani scrupoli, e fece ogni sforzo per sollevare il popolo contro di lui. Un'altra volta, Giustiniani fu insultato pubblicamente per le strade e trattato da ipocrita. Ascoltò gli insulti di cui lo caricavano senza cambiare espressione e senza perdere nulla della sua tranquillità. Non era meno insensibile alle lodi e agli applausi che gli venivano rivolti: non si notava in lui alcun movimento di tristezza né di alcuna passione; godeva di un'uguaglianza d'animo che nulla era capace di alterare.

La prima visita che fece alla sua diocesi produsse frutti incredibili. Fondò quindici monasteri e un gran numero di chiese; riformò tutti gli abusi che si erano introdotti riguardo alla celebrazione dell'ufficio divino e all'amministrazione dei sacramenti. Stabilì un così bell'ordine nella sua cattedrale che essa divenne il modello di tutta la cristianità; vi fondò nuove prebende, affinché fosse servita con più decenza e dignità. Eresse dieci parrocchie a Venezia, e ve ne furono allora trenta in quella città, invece delle venti che vi erano prima. Si vedeva ogni giorno una moltitudine innumerevole di popolo nel suo palazzo: alcuni venivano a cercare consolazione nelle loro pene o soccorso nelle loro miserie; altri venivano a consultare il Santo nei loro dubbi. La sua porta non era mai chiusa ai poveri. Preferiva distribuire pane e vestiti, per far evitare il cattivo uso del denaro, che è fin troppo comune, anche tra gli indigenti; o se ne dava, era sempre in piccola quantità. Pie dame portavano le sue elemosine ai poveri vergognosi o a coloro che avevano subito perdite considerevoli. Nelle carità che faceva, non aveva riguardo né alla carne né al sangue. Qualcuno essendo venuto a trovarlo da parte di Leonardo suo fratello, lo rimandò dicendogli: «Ritornate da colui che vi ha mandato, e vi incarico di dirgli che è in grado di assistervi lui stesso». Nessuno portò mai più lontano di lui il disprezzo per il denaro. Affidò la cura del suo temporale a un economo fedele, e soleva dire a questo proposito: «È indegno di un pastore di anime impiegare una parte considerevole di un tempo che è così prezioso, per entrare nei piccoli dettagli che hanno il denaro come oggetto».

I Papi testimoniavano a Lorenzo molta venerazione. Eugenio IV, avendogli mandato a dire di venire a trovarlo a Bologna, il Santo Padre lo ricevette con grandi segni di distinzione e lo chiamò «l'ornamento dell'episcopato». Niccolò V, che nutriva per lui gli stessi sentimenti, cercava ogni occasione per dargli prove efficaci della sua stima. Infine ne trovò una alla morte di Domenico Miche li, patri Nicolas V Amico di Albergati, di cui predisse l'elezione al pontificato. arca di Grado, avvenuta nel 1451. Trasferì la dignità patriarcale alla sede di Venezia. Il senato di quella città, sempre geloso della sua libertà, sollevò grandi difficoltà; temeva che i suoi diritti patriarche de Grado Antica sede patriarcale la cui dignità fu trasferita a Venezia. e i suoi privilegi fossero lesi in qualche circostanza. Mentre si agitava questa f accenda con molta vivac Le sénat de cette ville Organo politico della Repubblica di Venezia coinvolto nelle nomine patriarcali. ità, Lorenzo si recò nel luogo in cui il senato era riunito e dichiarò che preferiva lasciare un posto per il quale non era adatto e che occupava da diciotto anni contro la sua volontà, piuttosto che aggravare, con l'aggiunta di una nuova dignità, il peso che aveva tanta difficoltà a portare. Il discorso che fece in quell'occasione segnava da parte sua un così grande fondo di carità e umiltà che il doge stesso non poté trattenere le lacrime; arrivò fino a pregare Lorenzo di non pensare alle sue dimissioni e di conformarsi al decreto del Papa, la cui esecuzione sarebbe stata utile alla Chiesa e onorevole per il loro paese. I senatori applaudirono il doge e la cerimonia dell'installazione del nuovo patriarca si svolse con grande soddisfazione di tutta la città.

Lorenzo si considerò come un uomo che aveva contratto un nuovo obbligo di lavorare con ardore all'accrescimento del regno di Gesù Cristo e alla santificazione delle anime affidate alle sue cure. Si vide allora nel modo più sensibile ciò che può un Santo nelle grandi cariche. Lorenzo trovava il tempo per santificare se stesso e per rendere servizio al prossimo. Mai si faceva attendere per sua colpa; lasciava tutto per dare udienza a coloro che volevano parlargli, senza distinzione di poveri o ricchi. Riceveva tutte le persone che si presentavano con tanta dolcezza e carità, le consolava in modo così toccante e appariva così perfettamente libero da ogni passione, che non si immaginava che avesse partecipato alla corruzione originale. Ognuno lo guardava come un angelo disceso sulla terra. I suoi consigli erano sempre proporzionati allo stato delle persone che si rivolgevano a lui. Si rendeva così universalmente giustizia alla sua virtù, alla sua saggezza e ai suoi lumi, che non si voleva più esaminare di nuovo a Roma le cause che egli aveva deciso, e che nel caso di appello, vi si confermavano sempre le sentenze che aveva pronunciato. Pieno di disprezzo per se stesso, era insensibile all'idea che ci si poteva formare della sua persona. Se qualcuno lo lodava, ne prendeva occasione per umiliarsi maggiormente davanti a Dio e davanti agli uomini. Nascondeva le sue buone opere quanto più gli era possibile. Quando gli sfuggivano quelle lacrime che avevano la loro fonte nell'amore divino o nella vivacità della sua compunzione, si accusava di debolezza e di un'eccessiva sensibilità d'animo. Era interamente morto a se stesso. Un domestico avendogli un giorno presentato a tavola dell'aceto invece del vino e dell'acqua, lo bevve senza dire nulla. Tutto, fino alla sua biblioteca, annunciava in lui l'amore per la povertà.

La repubblica fu agitata ai suoi tempi da violenti scosse e minacciata dai più grandi pericoli. Un santo eremita, che da più di trent'anni serviva Dio con fervore nell'isola di Corfù, assicurò di aver saputo in modo soprannaturale che lo Stato era stato salvato dalle preghiere del santo vescovo. Il nipote di Lorenzo, che ha scritto la sua vita in uno stile puro ed elegante, riferisce, come testimone oculare, che fu favorito dal dono dei miracoli e da quello di profezia.

Culto 05 / 05

Ultimi istanti e canonizzazione

Dopo aver redatto la sua ultima opera, muore nel 1455. Il suo culto si sviluppa rapidamente, portando alla sua canonizzazione ufficiale nel 1690.

Aveva settantaquattro anni quando compose la sua ultima opera, intitolata *I gra di della perfezione*. L' les Degrés de perfection Ultima opera composta dal santo prima della sua morte. ebbe appena terminata che fu colto da una febbre violenta. Vedendo i suoi domestici occupati a preparargli un letto, disse loro tutto turbato: «Cosa volete fare? State perdendo tempo. Il mio Signore è morto disteso su una croce. Non vi ricordate che san Martino diceva nella sua agonia, che un cristiano deve morire sulla cenere e sul cilicio?». Volle assolutamente che lo si coricasse sulla paglia. Mentre i suoi amici piangevano attorno a lui, esclamava in rapimenti di gioia: «Ecco lo Sposo: andiamogli incontro»; poi, alzando gli occhi al cielo, aggiungeva: «Signore Gesù, io vengo a te». Altre volte, si abbandonava ai sentimenti di quel santo timore che ispira il pensiero dei giudizi di Dio. Qualcuno dicendogli un giorno che doveva essere pervaso dalla gioia poiché stava per ricevere la corona, si turbò e rispose: «La corona è per i soldati coraggiosi, e non per dei codardi come me». La sua povertà era così grande che non aveva nulla di cui potesse disporre. Fece tuttavia testamento, e fu solo per esortare tutti gli uomini alla virtù, e per ordinare che lo si seppellisse come un semplice religioso nel convento di San Giorgio. Ma, dopo la sua morte, il senato non volle permettere che quest'ultima clausola fosse eseguita. Durante i due giorni che precedettero la sua morte, i diversi corpi della città vennero a ricevere la sua benedizione. L'ingresso della sua camera fu aperto ai poveri come ai ricchi, e rivolse a tutti istruzioni molto toccanti. Marcello, uno dei suoi discepoli prediletti, piangendo amaramente, fu da lui consolato con queste parole: «Io vi precederò: ma voi mi seguirete presto. Ci riuniremo alla prossima Pasqua». La predizione fu verificata dall'evento. Avendo chiuso gli occhi, spirò tranquillamente l'8 gennaio 1455, nel settantaquattresimo anno della sua età. Erano ventidue anni che era vescovo, e quattro che era patriarca. Non fu sepolto che il 17 marzo, a causa di una contestazione che sorse riguardo al luogo della sua sepoltura.

Spesso gli si mette la croce in mano, per segnare non solo la sua alta dignità, ma anche il ricordo dell'abnegazione che professò fin dalla sua prima giovinezza. — A volte viene dipinta vicino a lui la città di Venezia, da cui egli distoglie il fulmine che Nostro Signore si appresta a scagliare. È che le sue preghiere salvarono più di una volta questa città minacciata dai flagelli del cielo.

[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE. — I SUOI SCRITTI.]

La santità di san Lorenzo essendo stata attestata da diversi miracoli dopo la sua morte, il papa Sisto IV cominciò a far fare le procedure della sua canonizzazione, che furono continuate dai papi Leone X e Adriano VI. Infine, il papa Clemente VII diede il decreto della sua beatificazione nel 1524, con il permesso di celebrarne la festa e l'ufficio pubblico in tutte le chiese della repubblica di Venezia.

Molto tempo prima si era cominciato a erigere altari sotto il suo nome a Venezia, a collocare le sue statue nelle Chiese, a costruirgli cappelle e a invocarlo; lo si guardava già come il protettore, o il santo tutelare della città e di tutta la signoria, dopo san Marco.

Nel 1597, il cardinale Lorenzo Priuli, patriarca di Venezia, si disponeva a fare la traslazione solenne delle sue reliquie, in virtù di un decreto della sacra Congregazione dei Riti, in data 1° febbraio, quando la morte del patriarca ne fece sospendere l'esecuzione.

Il papa Clemente VIII accordò, con un breve apostolico, delle indulgenze a coloro che avessero visitato le chiese dei Canonici regolari della Congregazione di San Giorgio in Alga, in tutta l'Italia, il giorno della festa di san Lorenzo Giustiniani.

Il suo culto fu introdotto in Sicilia, e soprattutto a Palermo, che lo mise nel numero dei suoi santi patroni, perché fu garantita dalla peste, nel 1626, per sua intercessione. Questa devozione pubblica fu autorizzata da un decreto della Congregazione dei Riti, il 26 febbraio 1628.

San Lorenzo fu canonizzato il 1° novembre 1690 dal papa Alessandro VIII. La sua festa, eretta a semi-doppia nell'ufficio rom ano, fu rimessa al 5 s le pape Alexandre VIII Papa citato nel testo come colui che ha canonizzato il santo nel 1658. ettembre per ordine della Santa Sede e della Congregazione dei Riti.

Le sue reliquie sono conservate a Venezia nella chiesa cattedrale di San Pietro di Castello, e collocate sotto l'altare maggiore.

San Lorenzo Giustiniani ci ha lasciato un gran numero di trattati e di sermoni, raccolti in un grosso volume in-folio, stampato a Brescia nel 1560, e a Venezia nel 1755. La migliore edizione che ne abbiamo, è quella che apparve a Venezia nel 1751, 2 vol. in-fol. Vi si trova una vasta erudizione, una profonda saggezza, molta veemenza, forza e nobiltà nello stile.

Acta Sanctorum; Godescard, e Esprit des Saints, dell'abate Grimes.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Venezia nel 1381
  2. Visione della Sapienza eterna a 19 anni
  3. Ingresso tra i canonici regolari di San Giorgio in Alga
  4. Elezione a generale del suo Ordine
  5. Nomina a vescovo di Venezia nel 1433
  6. Elevazione al titolo di primo Patriarca di Venezia nel 1451
  7. Morto nel 1455 all'età di 74 anni

Miracoli

  1. Visione della Sapienza eterna
  2. Dono di profezia (predizione della morte di Marcello)
  3. Guarigione dalla peste a Palermo per sua intercessione
  4. Salvataggio soprannaturale dello Stato di Venezia grazie alle sue preghiere

Citazioni

  • Se non riusciamo a sopportare la sete, come potremo soffrire il fuoco del purgatorio? Risposta ai confratelli durante le sue austerità
  • Il mio Signore è morto disteso su una croce. Non vi ricordate forse che san Martino diceva nella sua agonia, che un cristiano deve morire sulla cenere e sul cilicio? Parole sul suo letto di morte

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo