Dodicesimo vescovo di Antiochia dopo san Pietro, Babila si distinse per la sua fermezza sacerdotale imponendo una penitenza pubblica all'imperatore Filippo. Arrestato sotto Decio nel 250, morì in prigione carico di catene. Le sue reliquie, celebri per aver ridotto al silenzio l'oracolo di Apollo a Dafne, furono oggetto di un conflitto maggiore con Giuliano l'Apostata.
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SAN BABILA, VESCOVO DI ANTIOCHIA E MARTIRE
Introduzione e ascesa alla sede di Antiochia
San Babila divenne il dodicesimo vescovo di Antiochia nel 237, succedendo a Zebino sotto il regno di Gordiano.
La fermezza è la verga che non si piega, il ferro che non si spezza e la pietra che non si scioglie. San Girolamo sull'ep. a Tito. Diatribe, II, c. 7. Sa n Babila, uno Saint Babylas Santo la cui festa precede quella di Gioventino e Massimino. dei più grandi modelli che la Chiesa possa proporre ai suoi ministri per la fermezza sacerdotale, salì sulla sede di Antiochia nel siège d'Antioche Antica città dove risiedeva santa Publia con la sua comunità. l'anno 237 di Gesù Cristo. Succedette a Zebino e fu il dodicesimo pastore di questa celebre chiesa dopo san Pietro. Di tutte le azioni del suo episcopato, che durò per lo spazio di tredici anni, sotto gli imperatori Gordiano, Filippo e Decio, ne riferiremo solo una, quella che è stata rilevata da s an Crisostomo e d saint Chrysostome Patriarca di Costantinopoli il cui sostegno causò l'esilio di Anatolio. a tanti altri, e che ha reso la sua gloria immortale.
La fermezza di fronte all'imperatore Filippo
Babila rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Filippo l'Arabo finché questi non abbia fatto penitenza per i suoi crimini.
L'imperatore Filipp L'empereur Philippe Imperatore romano che intrattenne una corrispondenza con Origene. o era nato nella provincia araba della Traconitide, nel piccolo villaggio di Pulpuden, non lontano dalla città di Bosra. Elevato per i suoi servizi ai gradi più importanti della gerarchia militare, fu nominato da Gordiano il Pio prefetto del pretorio, in sostituzione di Misiteo, suocero dell'imperatore avvelenato, si dice, da Filippo. Questi fu imposto come Cesare a Gordiano, che lo associò all'impero. I sostenitori di Filippo vollero di più; scoppiò la guerra, Gordiano il Pio fu ucciso nel combattimento e Filippo regnò da solo (244). Avendo concluso con Sapore I, re di Persia, una pace senza gloria, il nuovo Augusto partì per Roma. La testimonianza dell'antichità ecclesiastica ci afferma che Filippo era cristiano, così come l'imperatrice Severa, sua moglie. Se praticò il culto della religione vera, ciò riguarda la sua coscienza privata; ma come imperatore e ufficialmente non fece nulla per il trionfo della verità. Prima di tornare a Roma con il suo esercito, Filippo mise a morte un figlio di Gordiano il Pio che questi gli aveva fatto consegnare come pegno di unione e di pace associando all'impero il suo prefetto del pretorio. Era un attentato notorio, un crimine accertato. Quando l'imperatore arrivò ad Antiochia, «si era, dice Eusebio, alla vigilia della grande solennità di Pasqua. Il vescovo Babila celebrava, con tutti i fedeli, la notte famosa della risurrezione, quando Filippo si presentò all'assemblea e chiese di essere ammesso alle preghiere, perché era cristiano. Ma il pontefice, con un coraggio veramente episcopale, non gli permise affatto l'ingresso nel luogo santo. Esigette da lui che facesse preliminarmente la confessione dei suoi crimini, e lo collocò tra gli altri penitenti che attendevano l'assoluzione in questa festa pasquale. Senza questa riparazione, il santo vescovo lo avrebbe inflessibilmente bandito dall'assemblea. Si dice che l'imperatore si sottomise umilmente a questa riparazione». Ciò che questa umiliazione piamente accettata racchiudeva di espiazioni salutari per il colpevole, è il segreto di Dio.
Martirio sotto l'imperatore Decio
Arrestato durante la settima persecuzione nel 250, Babila muore in prigione a causa dei maltrattamenti, chiedendo di essere sepolto con le sue catene.
Durante il breve regno di Filippo (244-249), il numero dei cristiani si moltiplicò; intere città si convertirono; da ogni parte sorgevano templi dove si adorava pubblicamente Gesù Cristo. Ma vediamo anche nelle opere di san Cipriano e nella vita di san Gregorio il Taumaturgo che questa pace fu, per un gran numero di fedeli, un'occasione di rilassamento. Dio permise una persecuzione generale, che fu la settima, per purificare i suoi Santi e risvegliare il fervore delle anime tiepide. Essa fu accesa nel 250 dall'imperatore Decio, che rovesciò dal trono i du l'empereur Dèce Imperatore romano responsabile della persecuzione dei cristiani nel 250. e Filippo, padre e figlio, così come vi erano saliti: con la rivolta. Si attaccarono dapprima i pastori delle Chiese; san Babila, che era uno dei più considerati tra loro, sia per la dignità della sua sede, sia per il merito della sua persona, fu arrestato verso la fine dell'anno 250 e gettato in una prigione, dove morì a causa dei maltrattamenti che gli furono inflitti. Prima di morire, chiese di essere sepolto con le catene che considerava lo strumento del suo trionfo. I cristiani costruirono una chiesa sulla sua tomba.
Traslazione delle reliquie a Dafne
Il cesare Gallo trasferisce le reliquie a Dafne per purificare il luogo dal paganesimo, il che riduce al silenzio l'oracolo di Apollo.
Il cesare Gallo, fratello di Giuliano l'Apostata, risiedeva abitualmente ad Antiochia: questo principe molto religioso, che nutriva una venerazione particolare per i santi Martiri, col proposito di purificare un luogo famoso per le superstizioni del paganes imo, D Daphné Sobborgo di Antiochia che ospitava un tempio di Apollo. afne, che era considerata un sobborgo di Antiochia, sebbene ne distasse due leghe, consacrò di fronte al tempio di Apollo una chiesa al vero Dio, sotto l'invocazione di san Babila, e vi ripose le reliquie del Santo racchiuse in un'arca sollevata da terra. Immediatamente il demone rimase muto nel suo tempio. I pagani attribuirono il silenzio del loro dio al fatto che, dalla presenza di Gallo in quella regione, erano cessati i sacrifici e le cerimonie del loro culto.
Conflitto con Giuliano l'Apostata
Giuliano l'Apostata ordina la rimozione delle reliquie; la loro partenza è seguita dalla distruzione miracolosa del tempio di Apollo per mezzo di un fulmine.
Giuliano l'Apost Julien l'Apostat Imperatore romano persecutore dei cristiani. ata, giunto ad Antiochia nel 362, ristabilì con grande sfarzo il culto di Apollo. Sgozzò centinaia di vittime, scongiurando il dio di continuare i suoi oracoli, di rivelare almeno la causa del suo silenzio. Il demone si guardò bene dall'ammettere la virtù delle reliquie di san Babila: disse soltanto che il borgo di Dafne era pieno di cadaveri e che avrebbe parlato se fossero stati rimossi. Giuliano comprese a mezza parola, come osserva san Giovanni Crisostomo, che era presente (all'età di soli otto anni). Invece di far dissotterrare tutti i morti sepolti nel sobborgo, ordinò ai cristiani di rimuovere l'urna in cui era racchiuso il corpo di san Babila. Ciò fu fatto con grande solennità. Si pose su un carro l'urna del santo martire, che fu condotta come in trionfo ad Antiochia. Durante il cammino si cantavano i salmi che descrivono l'inanità e l'impotenza degli idoli, e la folla dei fedeli ripeteva come ritornello dopo ogni versetto: «Siano confusi tutti coloro che adorano le opere di scultura e si gloriano dei loro idoli!». Tre mesi dopo, il fulmine del cielo cadde su quel famoso tempio di Apollo e lo incendiò, proprio nel momento in cui Giuliano aveva inviato a consultare l'oracolo sull'esito della guerra persiana, alla quale si stava preparando. Un terremoto, succeduto al tuono, finì di rovinare quel bell'edificio: gli ornamenti e l'idolo scomparvero; non rimasero che le mura a servire da monumento alla vendetta divina.
A questa notizia, Giuliano, zio dell'imperatore e governatore d'Oriente, accorse a Dafne e fece subire crudeli torture ai sacerdoti per scoprire se l'incendio fosse dovuto alla loro negligenza o ai cristiani. Essi dissero costantemente che non si doveva incolpare altro che il fuoco del cielo; e giunsero contadini dei dintorni ad attestare di aver visto cadere il fulmine.
L'Apostata era furioso contro gli abitanti di Antiochia, fece chiudere la grande chiesa della città e sottoporre a tortura alcuni privati. Ma la morte improvvisa di suo zio Giuliano e di Felice, tesoriere generale delle finanze, suoi ministri nelle profanazioni così come nell'amministrazione, lo spaventò: non osò far bruciare le ossa di san Babila, come aveva deciso.
Culto e rappresentazioni
Il santo è onorato il 4 settembre dai Greci e le sue reliquie riposerebbero a Cremona. È rappresentato con tre giovani discepoli.
I Greci onorano san Babila il 4 settembre. Si dice che il suo corpo si trovi attualmen te a Cr Crémone Città di formazione monastica e primo luogo di esilio. emona, dove fu portato dall'Oriente durante le crociate; questo santo è patrono di diverse chiese in Francia, in Spagna e in Italia.
Viene rappresentato decapitato con tre giovani fanciulli suoi discepoli: il più giovane aveva dodici anni.
Nota su Giuliano l'Apostata
Dettaglio della vita di Giuliano, la sua abiura del cristianesimo, i suoi tentativi di restaurare il paganesimo e la sua politica anticristiana.
[APPENDICE: NOTA SU GIULIANO L'APOSTATA.]
Giuliano l'Apostata fu così soprannominato perché abiurò la religione cristiana per abbracciare il paganesimo. Il suo vero nome era Flavius Claudius Julianus. Figlio di Giulio Costanzo e nipote di Costantino il Grande, nacque a Costantinopoli il 6 novembre 331. Ebbe la fortuna di scampare, insieme a suo fratello Gallo, al massacro che fece perire tutta la sua famiglia dopo la morte di Costantino. La cura della sua educazione fu affidata al famoso Eusebio di Nicomedia. Mardonio, il suo precettore, lavorò ugualmente a formargli lo spirito e il cuore. I suoi progressi scientifici furono molto rapidi; entrò nel clero ed esercitò nella Chiesa la funzione di lettore. Fece un viaggio ad Atene, dove si applicò all'astrologia, alla magia e a tutte le vane illusioni del paganesimo; si legò soprattutto al filosofo Massimo, che fu la causa principale della sua rovina. Fu fatto Cesare nel 355 e incaricato del comando delle truppe nelle Gallie. Le numerose vittorie che riportò sui nemici dell'impero provarono la sua grande capacità per il mestiere delle armi. Dopo la morte di Costanzo, avvenuta il 3 novembre 361, andò in Oriente, dove fu riconosciuto imperatore, così come lo era già stato in Occidente. Poiché aveva sempre avuto una violenta inclinazione all'idolatria, non dissimulò più: ordinò che si riaprissero i templi degli idoli, li adorò pubblicamente e, con un tratto di fanatismo che fa orrore, intraprese di cancellare in sé il carattere del battesimo, ricevendo su tutte le parti del suo corpo il sangue impuro delle vittime.
Tutta la vita dell'Apostata non fu che un commercio intimo, effettivo, reale, con ciò che egli chiamava i suoi dei, vale a dire con ciò che lo spiritismo moderno chiama gli spiriti e ciò che le Sacre Scritture chiamano i demoni. Si abbandonò a tutte le stravaganze e le crudeltà degli aruspici, fino a immolare più volte vittime umane per interrogarne le viscere. Tutti questi fatti sono riportati da san Gregorio di Nazianzo e da Ammiano Marcellino, storico pagano, grande ammiratore del principe. Il mago Massimo e altri uomini altrettanto spregevoli erano i suoi principali confidenti.
Tuttavia, i miracoli di Gesù Cristo lo infastidivano molto e non era facile togliere ai cristiani la prova che ne traevano a favore della loro religione. Invece dunque di attaccarne la verità, cercò, per mezzo della magia, di procurarne di simili al paganesimo: tutti i suoi sforzi si volsero a sua confusione.
Nel disegno di annientare la religione di Gesù Cristo, scelse una via differente da quella degli antichi persecutori. Non volle spargere personalmente sangue, sebbene i suoi governatori di provincia non si facessero sempre scrupoli a questo riguardo; per quanto lo riguardava, si accontentò di dichiarare i cristiani inabili a possedere le cariche dello Stato, proibì loro di insegnare e di studiare le belle lettere, la cui conoscenza forniva loro armi contro il paganesimo. I pagani stessi, tra gli altri Ammiano Marcellino, hanno disapprovato questa misura, la cui impazienza si nota facilmente. Giuliano non si fermò qui; ordinò con un editto che i discepoli di Gesù Cristo non portassero più il nome di Cristiani, ma quello di Galilei. Li opprimeva con tasse e li spogliava dei loro beni, dicendo per derisione che bisognava far loro praticare la povertà raccomandata dal Vangelo. Altre volte ricorreva a trappole e carezze. Sebbene facesse professione di tolleranza, non mancò di condannare diversi cristiani a morte, ma segretamente e sotto altri pretesti che quello della religione. Il suo scopo in ciò era di rapire loro la gloria del martirio. Questo artificio avrebbe potuto servire al suo progetto, se si fosse trattato di quei filosofi orgogliosi che cercano solo di soddisfare il proprio amor proprio, ma i discepoli di Gesù Cristo non hanno bisogno di testimoni; essi amano soprattutto le sofferenze di cui la vista e i motivi sono nascosti agli uomini. Questa osservazione è di san Gregorio di Nazianzo. Bisogna tuttavia confessare che la condotta di Giuliano fu molto pregiudizievole per un gran numero di cristiani, che si lasciarono sedurre dal timore di incorrere nella disgrazia dell'imperatore, di essere esclusi dalle cariche e di perdere la loro fortuna.
Fallimento e morte di Giuliano
Dopo il fallimento della ricostruzione del tempio di Gerusalemme, Giuliano muore durante la guerra in Persia nel 363.
Infine, immaginò di poter infliggere un duro colpo al cristianesimo se fosse riuscito a dimostrare falsa la predizione di Gesù Cristo sul tempio di Gerusalemme. Intraprese dunque di farlo ricostruire circa trecento anni dopo la sua demolizione da parte di Tito: ma non appena gli operai ne ebbero scavato le fondamenta, ne uscirono vortici di fiamme dai quali furono consumati. Questo fatto è attestato da tutti gli autori del tempo, e persino da Ammiano Marcellino, che era pagano e che si sa essere stato interamente devoto a Giuliano. Si può vedere l'eccellente dissertazione di Warburton sul progetto formato dall'imperatore Giuliano di ricostruire il tempio di Gerusalemme. Ne è stata data una buona traduzione francese stampata a Parigi nel 1754.
Giuliano, trovandosi ad Antiochia, non vi trovò tutto lo zelo che avrebbe desiderato per il ristabilimento del paganesimo; vi si fecero persino scherni sulla sua bassa statura, sulla sua barba e sui suoi sacrifici. Risolse di vendicarsene dopo il suo ritorno dalla guerra di Persia. Si lusingava di riuscire in questa impresa sulla fede degli oracoli di Delo, di Delfi, di Dodona, ecc., ecc., come apprendiamo da Teodoreto, da san Gregorio Nazianzeno, da Filostorgio e da Libanio. Questo principe dice lui stesso, nella sua seconda lettera, che le divinità di tutti i luoghi per i quali passò gli avevano promesso un felice successo; ma ebbe presto occasione di conoscere il poco potere di questi dei. In effetti, il suo esercito, che aveva avuto l'imprudenza di impegnare nei deserti, fu fatto a pezzi nel mese di giugno dell'anno 363; egli stesso perse la vita sul campo di battaglia. Ammiano Marcellino dice che, essendo stato ferito pericolosamente, lo portarono nella sua tenda, dove morì lo stesso giorno prima di mezzogiorno (26 giugno 363). Si legge in Teodoreto, in Sozomeno e negli Atti del santo martire Teodoreto, che Giuliano, sentendosi ferito a morte, riempì le sue mani del suo sangue e lo gettò verso il cielo, vomitando questo blasfemo: Hai vinto, Galileo, hai vinto. Molti santi solitari appresero per rivelazione che Dio aveva liberato il mondo da questo apostata, al fine di rendere la pace alla sua Chiesa. Tale fu la fine dello sventurato Giuliano. Il suo carattere era un composto mostruoso di artificio, di leggerezza, di incostanza, di piccolezza, di fanatismo, di ipocrisia e di alcune buone qualità. San Gregorio Nazianzeno, avendolo visto ad Atene nel 355, fu estremamente colpito dalla sua andatura poco sicura, dall'inquietudine e dallo smarrimento dei suoi occhi, dalle sue domande fuori luogo e dalle sue risposte senza precisione. Presagì fin da allora che l'impero nutriva un mostro nel suo s Missopogon Satira scritta da Giuliano l'Apostata contro gli abitanti di Antiochia. eno.
Ci restano alcuni scritti di Giuliano: 1° il Misopogon o il Nemico della barba; è una satira contro gli abitanti di Antiochia che lo avevano schernito; 2° discorsi e lettere; 3° la satira dei Cesari. Giuliano compose quest'opera per criticare i suoi predecessori nell'impero e per farsi guardare come il solo grande principe; 4° molti altri pezzi pubblicati in greco e in latino dal P. Pétau, nel 1630, in-4°. Ezechiel Spanheim diede una bella edizione delle opere di Giuliano, nel 1696, in-fol. L'abate de la Bletterie ne ha tradotto una parte: ha dato anche un'eccellente vita dell'imperatore Giuliano.
Consultare su Giuliano l'Apostata M. de Broglie: l'Église et l'empire romain au XVᵉ siècle; e M. Darras: Histoire générale de l'Église.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Ascesa alla sede di Antiochia nel 237
- Rifiuto di ingresso in chiesa all'imperatore Filippo per i suoi crimini
- Arresto durante la persecuzione di Decio nel 250
- Morte in prigione a causa dei maltrattamenti
- Traslazione delle reliquie a Dafne per opera del cesare Gallo
- Traslazione forzata delle reliquie ad Antiochia sotto Giuliano l'Apostata nel 362
Miracoli
- Silenzio imposto al demone del tempio di Apollo dalla presenza delle sue reliquie
- Distruzione del tempio di Apollo causata da un fulmine dopo la rimozione delle sue reliquie
Citazioni
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Siano confusi tutti coloro che adorano le sculture e si vantano dei loro idoli!
Salmo cantato durante la traslazione delle reliquie