Beato Carlo Spinola
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, E I SUOI COMPAGNI, MARTIRI IN GIAPPONE
Sacerdote della Compagnia di Gesù e Martire
Gesuita italiano inviato in missione in Giappone all'inizio del XVII secolo, Carlo Spinola vi esercitò le funzioni di missionario e procuratore. Arrestato durante le persecuzioni dello Shogun, subì una prigionia eroica di quattro anni in condizioni disumane. Morì bruciato vivo a Nagasaki nel 1622 con numerosi compagni, offrendo la sua vita per la fede cristiana.
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IL BEATO CARLO SPINOLA,
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ, E I SUOI COMPAGNI, MARTIRI IN GIAPPONE
Giovinezza e risveglio della vocazione
Proveniente dalla nobiltà, Carlo Spinola rinuncia agli onori mondani dopo essere stato colpito dal martirio di Rodolfo Acquaviva, decidendo di unirsi ai Gesuiti per le missioni lontane.
un giovane gentiluomo. Ma il Signore aveva prevenuto la sua anima con le dolcezze della sua benedizione. Il cielo lo aveva scelto per un destino più grande, migliore. Mentre gli uomini presagivano al brillante adolescente le più alte fortune della terra, la grazia invadeva dolcemente il suo cuore, e presto quest'anima pura, dove raggiava senza ostacoli la luce divina, comprese il nulla delle grandezze umane, abiurò ogni affetto terreno e volse le sue aspirazioni verso beni più solidi. Spesso, nel silenzio del suo cuore, rifletteva sulla brevità della vita, sull'incertezza del giorno del nostro passaggio dal tempo all'eternità, sull'instabilità delle ricchezze e degli onori che non hanno Dio per sostegno e fondamento. Considerava con nobile disprezzo queste dignità effimere del secolo, che, appena possedute, svaniscono, che riempiono il loro possessore di amare inquietudini e lo sfortunato che le perde di un inconsolabile dolore.
Questi gravi pensieri lo occupavano, quando si diffuse la notizia del martirio del Padre Rodolfo Acq uaviva, membro della C Père Rodolphe Aquaviva Missionario gesuita il cui martirio ispirò la vocazione di Carlo Spinola. ompagnia di Ges ù. Il massacro di Compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. questo zelante missionario fece una profonda impressione sul nobile cuore del giovane Spinola. Questo trionfo dell'amore devoto fino all'immolazione eccitò la sua emulazione, e presto si sentì invaso dal desiderio di subire una morte simile per la causa della fede. Dopo aver raccomandato a Dio nella preghiera questa nuova aspirazione della sua anima, risolse di entrare nella Compagnia di Gesù e, dopo la sua ammissione, di sollecitare il favore di essere inviato nelle Indie.
Formazione religiosa e primi ministeri
Entrato nel noviziato di Nola nel 1584, prosegue gli studi a Lecce, Napoli, Roma e Milano prima di essere ordinato sacerdote ed esercitare un ministero zelante a Cremona.
Dopo aver comunicato questo progetto a suo zio, questi, riconoscendo nel nipote i segni certi di una vocazione divina, acconsentì pienamente ai suoi desideri. Da quel momento il giovane Carlo, che era nel suo ventesimo anno, non esitò un solo istante; andò a presentarsi al noviziato dei Gesuiti a Nola, dove fu accolto il 23 dicembre 1584. Il maestro dei novizi, incaricato di formarlo alle virtù che rendono il fervente religioso, fu il P adre Bartolomeo Ricci Père Barthélemy Ricci Maestro dei novizi di Carlo Spinola a Nola. . Carlo fu degno di un tale maestro. Il seme caduto in buona terra rese il centuplo, poiché i suoi inizi nella via della rinuncia e del sacrificio risposero al termine glorioso della sua carriera. Dopo un anno di noviziato, i suoi superiori lo inviarono al collegio di Lecce, per proseguirvi il corso degli esercizi della vita contemplativa, pur prendendo parte alla vita attiva dei religiosi incaricati dell'istruzione della gioventù. Di là fu inviato a Napoli, nel 1586, per seguirvi il corso di filosofia. Dopo i suoi due anni di noviziato, pronunciò i voti semplici di religione, e in questo impegno mise tutta la generosità della sua anima.
Soggiornò qualche tempo a Roma, dove studiò matematica, poi andò a terminare il suo corso di filosofia al collegio di Brera, a Milano, dove, dopo aver insegnato per un anno grammatica, studiò teologia. Ma tra questi studi diversi, nel mezzo delle fatiche di un lavoro sostenuto, il suo ardore per le cose spirituali non si intiepidì. La sua pietà, la sua virtù lo resero un modello per i religiosi e un soggetto di ammirazione per le persone del mondo.
Aveva una santa avidità per la preghiera, soprattutto per l'orazione, quel colloquio familiare e intimo dell'anima con Dio. Perciò, di giorno in giorno, vi impiegava più tempo. Le ore segnate per gli esercizi di devozione erano osservate con uno scrupolo meticoloso, e al primo segnale della campana cadeva in ginocchio e rimaneva immobile fino alla fine della meditazione. Ogni giorno, recitava diverse preghiere particolari, che mostravano bene i suoi desideri veementi di martirio. La sua pietà gli ispirava per la santa Eucaristia le testimonianze più toccanti di rispetto e di amore. Amava visitare il Dio nascosto del tabernacolo, e, nei giorni di vacanza, le sue delizie erano di restare quanto più poteva accanto al suo divino Maestro.
La vita del suo cuore era la carità, e impiegava le ore di ricreazione a intrattenersi, con i suoi fratelli in religione, di Dio o delle questioni che vi si riferivano. Per ricreare il suo spirito, non voleva altri discorsi. Quando gli capitava di parlare dei martiri, di quelli soprattutto che erano morti attaccati a una croce, allora le sue parole brucianti, i suoi gesti animati infiammavano i suoi ascoltatori dell'ardore del martirio: aveva l'eloquenza della passione e la poesia dell'entusiasmo. Nutriva una tenerezza filiale per la beata Vergine Maria, e, in privato come in pubblico, i suoi discorsi manifestavano l'amore e la fiducia di un figlio per la più tenera e la più amorevole delle Madri. Durante i quattro anni in cui fu incaricato di dirigere la congregazione degli allievi, seppe accendere nel cuore di quei giovani una devozione profonda verso la Madre di Dio. Fu lui a inventare quella pratica di devozione che consiste nel ripetere nove volte il saluto angelico in onore dei nove mesi della dimora del Verbo Incarnato nel seno della Vergine Immacolata.
Il suo desiderio di salvare le anime era immenso; anche prima di essere onorato del carattere sacerdotale, percorreva i villaggi e le frazioni durante le vacanze autunnali, per spargere il seme della parola evangelica e dare a quegli spiriti rozzi e ignoranti gli insegnamenti che dovevano condurli a una vita più cristiana. Si applicava a questo lavoro con tanto entusiasmo e piacere, che se non avesse ottenuto la missione delle Indie, avrebbe volentieri consacrato tutta la sua vita a catechizzare le popolazioni delle campagne. Questo zelo lo seguiva ovunque; in lui il professore era anche un apostolo che si sforzava di formare i suoi allievi alla virtù, ed è per questo che aveva una cura del tutto particolare dei congregati. Aveva distribuito il suo tempo in modo tale che ognuno di loro avesse a turno un colloquio particolare con lui, e allora, parlava a quello della cosa necessaria tra tutte, quella della salvezza; a quell'altro, insegnava il modo di meditare; talvolta esortava quelle anime ardenti all'amore della purezza; sempre depositava i semi preziosi del timore di Dio, in quei giovani cuori aperti a tutte le influenze della virtù.
Carlo Spinola camminava con passo fermo nella via della perfezione religiosa. Sempre applicato a vincere se stesso, non lasciando mai sfuggire un'occasione di praticare la virtù e di soffrire per l'amore di Gesù Cristo, non voleva alcun privilegio, alcuna esenzione, anche quando, indebolito dagli sputi di sangue e dall'attacco di una malattia dolorosa, poteva in tutta giustizia reclamare cure particolari e la dispensa da alcuni obblighi imposti dalla regola. Temeva d'altronde che ci si servisse del pretesto della sua cattiva salute per impedirgli di andare nelle missioni straniere. Sebbene di costituzione delicata, aveva il coraggio di macerare rigorosamente il suo corpo con austerità volontarie, come il cilicio, la disciplina e digiuni di supererogazione. Andava a servire i malati negli ospedali e vi conduceva i congregati; là, quella truppa giovane e valorosa sotto la guida del suo capo rivaleggiava in zelo e ardore nelle cure corporali che prodigava alle membra sofferenti di Gesù Cristo.
Fedele alla legge del progresso spirituale che il santo Fondatore della Compagnia di Gesù raccomanda e impone a tutti i religiosi del suo Ordine, non trascurava quel lavoro interiore dell'anima attraverso il quale essa tende a liberarsi dalle sue inclinazioni cattive e dalle sue imperfezioni. Avanzava sempre più nella conoscenza e nel disprezzo di se stesso, non temeva di accusare pubblicamente le sue colpe, e si applicava seriamente a correggersene. La sua felicità era di mendicare per i poveri, le sue delizie di sentire la privazione, la sua gioia di rinunciare a tutto ciò che poteva essergli gradevole.
Era nemico di tutto ciò che poteva conciliargli la stima, e sebbene fosse dotato di grandi talenti e ornato di molte conoscenze, non mostrò mai la minima fierezza, non diede mai il minimo segno che si preferisse agli altri; trattava ognuno con riguardi pieni di modestia e di affabilità. Poiché disprezzava sinceramente se stesso, le ingiurie e il disprezzo non gli causavano alcuna pena: ne avrebbe sentito piuttosto gioia che tristezza. Tale era il carattere della sua virtù, il cui tratto più saliente è la generosità di un'anima elevata che si dona a Dio senza riserve e vuole imitare il grande modello di ogni santità, Nostro Signore Gesù Cristo.
Terminati i suoi studi teologici, ricevette l'unzione sacerdotale nel 1594. Fu per lui un nuovo motivo per portarsi con più ardore alla virtù e agli esercizi della pietà cristiana. Cominciò da allora a recitare in ginocchio le ore canoniche, e mantenne questa pia consuetudine anche nel mezzo delle dure fatiche della sua vita di missionario. Ordinariamente, si confessava diverse volte la settimana, e si accostava a questo sacramento con tanta devozione, versando lacrime così abbondanti, emettendo gemiti così forti che lo si sentiva dalle stanze vicine.
Non aveva mai cessato di chiedere la missione delle Indie; allora cercò con lettere pressanti di ottenere la realizzazione di questo desiderio. In attesa della determinazione dei superiori, fu inviato con un altro religioso a Cremona, per esercitarvi il santo ministero. Vi arrivò tutto bruciante di zelo e pronto a ogni dedizione. Predicò dapprima tutti i giorni di festa nelle chiese e persino nelle piazze pubbliche, cosa che allora era poco usata in Italia. Ristabilì l'uso dei catechismi facendolo lui stesso nelle parrocchie; ma, al fine di mantenere questo metodo così utile di insegnare la dottrina cristiana, istituì una confraternita che si dedicava a questo genere di ministero; e affinché le giovani ragazze non fossero private di questo vantaggio, impegnò alcune nobili dame a patrocinare quest'opera con il loro nome e il loro esempio. Nei monasteri, esortava le religiose alla perfezione o si occupava della loro direzione spirituale. Contribuì efficacemente alla riforma di una comunità nella quale ogni religiosa, dimenticando la pratica della vita comune, viveva dei propri redditi; d'ora in poi, grazie agli sforzi del suo zelo, vissero in modo conforme allo spirito della loro vocazione.
Un viaggio lungo e pericoloso
Partito da Lisbona nel 1596, il suo viaggio verso il Giappone è segnato da scali in Brasile e a Porto Rico, oltre che da una cattura da parte di navi inglesi prima di raggiungere finalmente Nagasaki nel 1602.
Mentre si occupava di evangelizzare Cremona, arrivò la tanto desiderata lettera che gli permetteva di partire per le Indie. Era per lui l'ordine del cielo; si recò subito a Milano, per disporsi alla partenza. Bisognava dire addio alla sua famiglia e forse lottare contro gli allarmi e i timori di un affetto troppo naturale. Invano i suoi genitori cercarono con le loro preghiere e i loro rimproveri di distoglierlo dalla sua risoluzione, egli rimase fermo e incrollabile. Aveva, diceva, tre motivi per lasciare la sua patria: innanzitutto il suo desiderio di predicare la fede alle nazioni barbare; poi la sua volontà di rinunciare a tutti i piaceri che poteva trovare nella sua famiglia; infine, quella di precludersi ogni accesso alle dignità e agli incarichi che i superiori avrebbero potuto imporgli. I suoi addii furono brevi, e si affrettò ad andare a
Genova dove trovò una nave che doveva salpare di lì a pochi giorni.
La nave, avendolo depositato a Barcellona, si recò via terra a Lis bona dov Lisbonne Porto di partenza per le missioni in Oriente. e si imbarcò per le Indie, il 10 aprile 1596, con altri sette missionari della Compagnia. La navigazione fu lunga e pericolosa; il 15 luglio, entrarono felicemente nel porto di Bahia, o della Baia di tutti i Santi, e cinque mesi dopo si rimisero in mare. Il 25 marzo 1597, arrivarono a Porto Rico, capitale dell'isola omonima; il 21 agosto, si imbarcarono su una nave mercantile che fu catturata da una nave inglese, vicino alle isole Azzorre, il 17 ottobre. I prigionieri furono condotti in Inghilterra; messi in libertà, si imbarcarono l'8 gennaio 1598 per Lisbona, dove furono accolti con una gioia tanto più viva quanto più a lungo si era rimasti senza avere loro notizie. Rimase un anno in Portogallo, dove si preparò, nella preghiera e nell'umiltà, a pronunciare la professione solenne dei quattro voti.
L'apostolato in terra giapponese
Opera successivamente ad Arima, Aria e Kyoto (Miyako), distinguendosi per l'apprendimento della lingua, la carità verso i poveri e le sue austerità personali.
Alla fine di marzo dell'anno 1599, si imbarcò con il Padre Girolamo de Angelis e alcuni altri religiosi, di cui fu nominato superiore. Dopo una traversata felice, arrivò a Goa, dove soggiornò per qualche tempo, poi a Malacca, a Macao e infine a Nagasaki , nel 160 Nangasaki Città del Giappone, centro della persecuzione anticristiana. 2. Si recò subito al collegio di Arima per imparare la lingua giapponese e, durante quell'anno consacrato allo studio, diresse la congregazione della santa Vergine che vi era stata appena istituita. Poiché possedeva abbastanza la lingua giapponese per esercitare il ministero sacro, gli furono affidate le funzioni di missionario ad Aria, città poco distante da Arima. Un centinaio di villaggi appartenevano a questa missione di cui Aria era il centro principale. Poté da allora dare libero sfogo alla sua dedizione per la causa di Dio, e mostrò bene di non risparmiare alcuna fatica per mantenere lo stato fiorente di quella cristianità e per accrescerlo, se possibile. Fu un pastore tutto dedito al suo gregge e si dimenticava per gli altri.
Era il padre dei cristiani affidati alla sua sollecitudine; non contento di provvedere ai loro bisogni spirituali con i mezzi ordinari, soccorreva anche la loro indigenza con elemosine che otteneva dai portoghesi o dai giapponesi cristiani più favoriti dalla fortuna. Ma poteva vedere senza essere mosso a compassione e senza tentare di illuminarli gli infedeli immersi nelle tenebre dell'idolatria? Sarebbe costato troppo alla carità di cui era infiammato non tentare la loro conversione. Perciò cercava di catechizzare quegli sfortunati adoratori degli idoli. Studiava i loro usi, i loro costumi, i loro modi, le cerimonie del loro culto, al fine di essere più in grado di far brillare la verità e di trovare un più facile accesso nei loro spiriti. Dio benedisse le cure del suo zelo.
Ma, pur lavorando e pur dedicandosi senza misura, l'infaticabile operaio del Signore non trascurava la cura della propria perfezione. La santità personale del ministro della parola e dei sacramenti non è senza dubbio necessaria per permettere alla grazia di agire sulle anime sottomesse in ogni tempo alla sua celeste influenza; ma è vero anche che la pietà e le virtù del sacerdote attirano sulla sua opera benedizioni speciali e diventano come un mezzo esteriore che dà alla forza soprannaturale un ingresso più facile nei cuori. È dunque utile che lo strumento delle meraviglie divine rimanga unito a Dio da una preghiera incessante e un'ardente carità.
È ciò che aveva compreso il santo missionario; per conservare e aumentare la sua unione con Dio, faceva ricorso alla solitudine e al silenzio della ritirata. Ogni mese veniva al collegio di Arima e, attraverso l'orazione, i colloqui spirituali, il raccoglimento, ricreava la sua anima; poi tornava al lavoro, rinnovato e come ringiovanito dal fervore. Dopo essersi così dedicato alla salvezza delle anime per due anni, l'obbedienza lo tolse alla sua cara missione di Aria e lo inviò al collegio di Kyoto, o Miyako, città importante del Giappone. Lì, do vette adempiere Kioto, ou Miyako Importante città del Giappone dove Spinola fu superiore di collegio. per sette anni alle funzioni di ministro o secondo superiore. Si fece ammirare per le sue virtù e amare per la sua carità, la sua affabilità e la sua dolcezza. Giustificò di nuovo la reputazione che aveva acquisito di essere un eccellente religioso degno di essere proposto a tutti come modello. Non era duro e severo che con se stesso. Ogni giorno si sottoponeva a una dura disciplina e, durante la Quaresima, non smetteva di colpirsi se non quando aveva fatto scorrere il suo sangue.
Al collegio di Miyako, come nella missione di Aria, si sforzava di vivere senza sosta con Dio e per Dio. Perciò, ogni anno passava un mese in un raccoglimento profondo, unicamente occupato da esercizi spirituali e in comunicazioni intime con il Signore. Durante queste settimane di ritiro, era talmente inondato dalle dolcezze e dalle delizie della contemplazione che non poteva trattenere le lacrime, che scorrevano abbondanti soprattutto durante la celebrazione della santa Messa. In queste relazioni della sua anima con Dio, attingeva quella forza d'animo veramente sovrumana che gli faceva disprezzare la vita e quella disposizione generosa a cogliere tutte le occasioni di soffrire. Nessuno sapeva come lui risollevare i coraggi abbattuti dall'aspetto dei pericoli e animare, fino all'entusiasmo del martirio, coloro stessi che le sole minacce costernavano. Mentre abitava il collegio di Miyako, fu incaricato di dirigere la congregazione dei catechisti, e li formava alla virtù tanto con le sue parole quanto con i suoi esempi. Uomo di una umiltà sincera, non disdegnava nessuno; i più piccoli, i più miserabili, i più degradati, non erano al di sotto delle attenzioni della sua carità. Non era abbastanza per lui sollevare i poveri facendo loro l'elemosina, li serviva con le proprie mani. Ma questi abbassamenti volontari non facevano che volgere a suo onore e aumentavano la venerazione che si aveva per lui. Non lo si sentì mai parlare delle sue azioni o dell'illustrazione della sua famiglia: pensava a una sola cosa: disprezzare se stesso e umiliarsi. Deve essergli costato essere trattenuto nel recinto di un collegio e non poter dare al suo zelo un libero sfogo. Figlio dell'obbedienza, non reclamò punto contro questa decisione dell'autorità. Colse tutte le occasioni di praticare lo zelo, soprattutto attraverso il ministero della confessione. Era sempre pronto a ricevere coloro che si presentavano a lui; e mai si notò sui suoi tratti un segno di noia, mai lo si sentì scusarsi sotto qualche pretesto, quando lo si chiamava per esercitare questo genere di ministero. Fece anche alcune escursioni apostoliche nei dintorni di Miyako. Fu in una di queste corse che fu miracolosamente salvato da un pericolo imminente. Mentre attraversava un fiume, essendosi rovesciata la barca su cui si trovava, fu precipitato al fondo dell'acqua dove rimase qualche tempo, il che gli causò una grave malattia.
Procuratore e Vicario Generale sotto la persecuzione
Nominato procuratore della missione e poi vicario generale del Ximo, deve vivere in clandestinità sotto il nome di Giuseppe della Croce in seguito agli editti di proscrizione del 1614.
Dopo sette anni trascorsi al collegio di Miyako, Padre Spinola fu nominato procuratore della provincia del Giappone. Questo incarico era della massima importanza. Colui che ne era investito vedeva, per così dire, affidati alla sua sollecitudine tutti gli interessi della missione. Per esercitare bene tali funzioni, occorre una carità immensa che abbracci tutti i missionari sparsi su un vasto territorio; che dia loro ciò che è necessario per il nutrimento, il vestiario, l'esercizio del ministero e i viaggi; che accolga con bontà tutte le richieste e le prevenga spesso con delicate attenzioni. Si era scelto bene nominando Padre Spinola, spirito largo, cuore magnanimo, anima generosa e compassionevole. Egli obbedì e lasciò Miyako per recarsi a Nangasaki, città importante il cui porto, frequentato dalle navi dei mercanti europei, facilitava al procuratore della missione i rapporti con le nazioni cattoliche. La notizia della sua partenza rattristò vivamente i cristiani che lo amavano e lo veneravano. Aveva già acquisito sui giapponesi quell'ascendente del merito e della virtù che questo popolo intelligente, dal giudizio retto e dall'anima elevata, aveva riconosciuto in lui.
Padre Spinola esercitò questo impiego per sette anni, vale a dire fino al giorno in cui fu arrestato. È impossibile ripercorrere tutto il bene che la sua carità compì nell'esercizio di questo incarico. Provvide a tutti i bisogni dei missionari; cosa tanto più rimarchevole in quanto la persecuzione, sollevata contro il Cristianesimo, era più violenta e rendeva più penoso il compito di far arrivare e distribuire gli oggetti necessari.
La persecuzione, iniziata da alcuni anni, doveva assumere proporzioni terribili. Nel 1614, Xogun-Sama lanciò un nuovo editto di proscrizione e di bando contro tutti i predicatori del Vangelo, minacciando del supplizio del fuoco tutti coloro che non avessero obbedito ai suoi ordini. Già diverse persone di diverse condizioni erano state condannate a morire per il nome di Gesù Cristo, quando Padre Spinola, che era rimasto segretamente nel regno con alcuni altri gesuiti, fu incaricato di esercitare le funzioni di vicario generale nel Ximo, una delle grandi isole del Giappone, che i geografi moderni chiamano Kiousiou. Il vescovo del Giappone era appena morto e Padre Valentin Carvalho, allora provinciale dei Gesuiti, era, secondo gli ordini del sovrano Pontefice, amministratore di questo vasto diocesi. Poiché era egli stesso obbligato a nascondersi, dovette affidare una parte della sua autorità a un uomo fedele e devoto: scelse Padre Spinola.
Fu in qualità di vicario generale del vescovo del Giappone che, nel 1615, compì le ricerche ufficiali e le informazioni giuridiche sulle azioni e la morte dei martiri che avevano combattuto e trionfato ad Arima. Si concepisce facilmente la santa invidia che nutriva per questi gloriosi atleti, quando si ricorda il pensiero che coltivava da tempo di dare la sua vita per Gesù Cristo. Per essere meno conosciuto e per sottrarsi più facilmente alle ricerche degli emissari della polizia giapponese, Padre Spinola cambiò nome. Per allusione alla morte che desiderava soffrire, si fece chiamare Giuseppe della Croce. Abbiamo pochi dettagli sui lavori e le fatiche del suo apostolato durante questo periodo. Il tempo stringeva; bisognava combattere, esortare, rafforzare i coraggi, purificare le coscienze, distribuire il pane dei forti, tenersi sulla breccia e vegliare per non essere sorpresi dai satelliti accaniti all'inseguimento dei missionari.
Ciò che aumentava il pericolo era la cura degli affari della provincia di cui rimaneva sempre incaricato. Doveva essere meno nascosto degli altri, perché era colui al quale tutti facevano ricorso. D'altronde, il desiderio di portare catene e di versare il suo sangue per Gesù Cristo lo aveva reso così intrepido che tutti ammiravano il coraggio e la freddezza con cui sfidava mille volte la morte. Aveva appreso, per una conoscenza soprannaturale, che sarebbe caduto un giorno nelle mani dei persecutori; ma non conosceva l'ora segnata nei consigli di Dio. Poteva solo dire: *Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum*: «Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto». Quaranta giorni prima di essere arrestato, coloro che lo vedevano familiarmente osservavano in lui segni di un fervore straordinario. Celebrava più lentamente il divino sacrificio, dava più tempo all'orazione, si mostrava più lieto e più affabile nell'intimità.
La furia dei nemici del nome cristiano aumentava ogni giorno; essi conoscevano, per le rivelazioni di alcuni apostati, i nomi dei missionari che si nascondevano. Gonzoco, governatore di Nangasaki, desiderava da tempo impadronirsi dei Padri de Couros e Spinola, la cui attività e l'en ergia t Gonzoco Governatore di Nagasaki responsabile dell'arresto e dell'esecuzione dei cristiani. utta apostolica sostenevano i cristiani di quella città. Non risparmiava nulla per scoprire il loro rifugio.
Quattro anni di prigionia a Suzutat
Arrestato nel 1618, sopporta quattro anni di privazioni estreme in una gabbia di legno a Suzutat, trasformando la sua prigione in un luogo di preghiera e di preparazione al martirio.
Dopo alcune ricerche, Padre Spinola fu arrestato nella casa di un portoghese di nome Domenico Giorgio, insieme al fratello Ambrogio Fernandez. Gli legarono subito il collo, le mani e i piedi così strettamente che la carne, lacerata dalle corde, conservò sempre da allora le livide cicatrici di quelle contusioni. I due prigionieri furono condotti immediatamente dal governatore, dove altri due prigionieri, appartenenti all'Ordine di San Domenico, furono portati poche ore dopo. I quattro religiosi furono relegati in un cortile, dove furono lasciati tutta la notte e il giorno seguente esposti alle intemperie, tormentati dal freddo e sofferenti molto per i legami che stringevano crudelmente i loro arti. La sera del secondo giorno, alcuni servitori cristiani del governatore, mossi a compassione, allentarono un po' i legami dei prigionieri. Durante la notte, Padre Spinola ascoltò la confessione di questi cristiani e chiese per sé e per Padre Fernandez degli abiti religiosi.
I missionari di Nangasaki si erano vestiti come i portoghesi, per sottrarsi più facilmente alle ricerche degli ufficiali e delle spie del governatore. Sotto questo travestimento non si potevano dunque riconoscere il sacerdote e il religioso; Padre Spinola si fece portare gli abiti che i Gesuiti usavano nel paese, ed è con il suo costume da religioso che fu presentato al governatore e che subì un primo interrogatorio. Non ebbe timore di spingere Gonzoco a riconoscere la legge del vero Dio. Mostrava che i legami che gli toglievano l'uso dei suoi arti non avevano minimamente diminuito in lui la libertà dello spirito. Le anime non sono mai prigioniere; questa nobile indipendenza della parte superiore dell'essere umano è ciò che costituisce la sua dignità.
Ragionare con la giustizia umana, quando essa si dispone a commettere l'iniquità, significa condannare se stessi. Padre Spinola lo sapeva; ma non era per i suoi giudici che pronunciava questa difesa così moderata nelle espressioni e così forte nel pensiero. C'erano lì dei cristiani che lo ascoltavano; il Gesuita li rassicurava riducendo al silenzio i suoi accusatori. Dopo l'interrogatorio degli altri prigionieri, fatto con l'aiuto di un interprete, furono riportati in prigione. Il governatore, temendo che se avesse lasciato i prigionieri a Nangasaki, si sarebbe fatto verso di loro un troppo grande concorso di fedeli, li collocò nella prigione di Suzutat, vicino a Omura , dove Suzutat Luogo della prigione di massima sicurezza in cui Spinola fu rinchiuso per quattro anni. erano rinchiusi altri cristiani. Gonzoco non si sbagliava. C'era a Nangasaki un numero abbastanza considerevole di fedeli. I prigionieri di Gesù Cristo trovarono, lasciando la città, le strade bordate di pii cristiani che testimoniavano loro la loro venerazione e la loro afflizione.
Padre Spinola, legato come un malfattore, scortato da soldati, camminava il primo, avendo al suo fianco un satellite che teneva la corda attaccata al collo del santo missionario. Gli altri prigionieri seguivano, condotti e legati allo stesso modo. Il corteo si apriva a fatica un passaggio attraverso la folla. I cristiani si accalcavano da ogni parte per toccare le vesti dei confessori della fede, o per rivolgere loro un addio pieno di tristezza. Padre Spinola li consolava con parole affettuose e piene di rassegnazione. Lasciando Gonzoco, gli disse: «Vi ringrazio di avermi fatto prigioniero, e sono ben lontano dal rimproverarvelo». Camminava meditando con i suoi compagni sulla prigionia di Nostro Signore o cantando salmi, pieno di gioia per essere stato giudicato degno di soffrire qualche oltraggio per il nome di Gesù. Arrivarono abbastanza tardi nel luogo dove dovevano passare la notte. Lì, alcuni cristiani approfittarono della presenza dei confessori della fede per purificare la loro coscienza. Padre Spinola rifiutò per umiltà un cavallo che gli veniva offerto, preferendo andare a piedi fino alla riva, dove doveva imbarcarsi per fare un brevissimo tragitto fino a Suzutat. Non appena si avvicinarono alla prigione, intonarono inni e cantici, e a questo segnale i prigionieri che vi si trovavano risposero a questi canti di allegrezza, salutando così l'arrivo dei loro nuovi compagni.
Padre Spinola era stato arrestato nel mese di dicembre 1618; doveva vedere la sua prigionia prolungarsi per quasi quattro anni, ascoltare il racconto dei terribili flagelli che avrebbero desolato la Chiesa del Giappone e assistere a molte rovine. Tuttavia ringraziava il Signore per aver risparmiato la presenza di diversi missionari e permesso che sfuggissero alle ricerche dei persecutori.
Il 7 aprile 1619, i confessori della fede furono condotti a Suzutat, in una prigione che faceva onore al genio barbaro del suo inventore. Costruita di pali posti a due dita di distanza, aveva due metri e sette centimetri di larghezza e cinque metri e venti centimetri di lunghezza. Delle travi sulle quali erano poste assi grossolane formavano il pavimento, e la porta era così stretta che a stento dava passaggio a un corpo d'uomo. Da un lato si apriva una piccola finestra attraverso la quale si faceva passare il cibo. C'era attorno alla prigione uno spazio largo quasi due metri, che racchiudeva un doppio rango di pali lunghi e serrati, terminati in punte e guarniti di spine; infine, una terza cinta palizzata dove si trovava la porta principale e il passaggio che conduceva alla prigione interna. Così, era una sorta di gabbia esposta a tutti i venti, che non preservava né dai fuochi del sole, né dai rigori dell'inverno, dove non ci si poteva distendere per riposare; un luogo di torture dove i confessori di Gesù Cristo andavano a consumarsi lentamente, abbandonati agli orrori della fame, della nudità e dell'infezione... L'amore di Dio che riempie i loro cuori sarà più forte di questi tormenti. Eccoli che avanzano, e, scorgendo questa dimora che è loro destinata, cantano con il Salmista: *Læatus sum in his quæ dicta sunt mihi : in domum Domini ibimus*: «Mi sono rallegrato per le parole che mi sono state dette: andremo nella casa del Signore».
Padre Spinola uscì solo due volte da questa prigione: la prima volta per andare a Pirando, e la seconda per camminare verso la morte. Ciò che dovette soffrire, così come i suoi compagni, durante questi quattro anni di prigionia, supera l'immaginazione. Si dava loro così poco cibo che la loro vita era un digiuno perpetuo e così rigoroso che c'era appena abbastanza per allontanare la morte, ma mai abbastanza per placare la fame. Queste privazioni prolungate avevano talmente indebolito Padre Spinola che si chiedeva spesso se una morte causata dal totale esaurimento delle forze non venisse a portarlo via improvvisamente; ma Dio compensava ampiamente questa indigenza con le delizie della sua presenza nel profondo dei loro cuori. La loro più grande consolazione era di poter celebrare la santa Messa, e, per un segno particolare della bontà divina, mai mancarono di ostie, vino, ceri e altri oggetti necessari al santo sacrificio. Gli sfortunati prigionieri, nella loro prigione aperta a tutti i venti, erano esposti, durante l'estate, a tutti gli ardori di un sole bruciante, e durante l'inverno, all'aria fredda, alla pioggia e alla neve, senza potersene garantire. Non si permetteva loro né di cambiare la biancheria usata, né di lavarla quando era sporca, di modo che, dalla testa ai piedi, erano coperti di parassiti. Le loro figure emaciate e livide, i loro capelli in disordine e la loro barba lunga e irsuta davano un'idea delle sofferenze atroci che sopportavano, e contro tutte queste torture fisiche e morali, non avevano altro rimedio che la pazienza e la loro ferma speranza in Dio.
La pazienza invincibile di Padre Spinola nel sopportare le lunghe torture della sua prigione, e il suo coraggio incrollabile che sembrava avido di nuove sofferenze, eccitavano una giusta ammirazione. Fu una lotta sostenuta per quasi quattro anni. Queste lente torture che avevano bevuto il sangue delle sue vene, lo avevano talmente sfigurato che era diventato irriconoscibile ai suoi amici. Tuttavia, i tormenti della sua prigionia non placavano ancora la sua sete di sofferenze. Vi aggiungeva penitenze volontarie. Nel mezzo delle privazioni che sopportava, si imponeva, diverse volte alla settimana, un digiuno più rigoroso di quello a cui il regime della prigione li sottoponeva abitualmente. Portava quasi continuamente il cilicio. Ogni giorno, ad eccezione dei giorni di festa, prendeva la disciplina con i suoi compagni di prigionia. La carità univa tutti i cuori dei confessori della fede, e per meglio conservarla, l'autorità di superiore era deferita a turno ogni settimana a uno di loro.
Le gravi malattie alle quali Padre Spinola fu soggetto, lo misero spesso alle porte della tomba. Non aveva nemmeno un po' d'acqua per placare la sete che lo divorava negli ardori della febbre, e le guardie, la cui crudeltà accumulava le privazioni, non permettevano che si portasse acqua fuori dagli orari dei pasti. Tuttavia, nel mezzo di questa angoscia universale, la sua anima godeva di incredibili delizie nella preghiera. Il suo unico dolore nel mezzo delle sue sofferenze fu di vedersi, per la perdita delle sue forze e l'indebolimento della sua testa, nell'impossibilità di applicarsi come un tempo al raccoglimento o all'unione abituale della sua anima con Dio. Cercò di attingere da questa debolezza un nuovo motivo di gioia, pensando che fosse il sintomo di una prossima dissoluzione del suo corpo. Ma non doveva morire nelle catene. Fu il fratello Ambrogio Fernandez che pagò questo tributo alle torture della prigione. Arrestato insieme a Padre Spinola, condivise la sua prigionia; ma, indebolito dall'età (aveva sessantanove anni), non poté resist ere a tante sofferenze. frère Ambroise Fernandez Fratello gesuita e compagno di prigionia di Spinola, morto in carcere. Morì per le conseguenze di questo accumulo di mali, il 7 gennaio 1620, e fu beatificato il 7 luglio 1867, da Papa Pio IX. La morte aveva un bel fare il vuoto nei ranghi dei confessori, il loro numero aumentava con l'aggiunta di nuovi prigionieri.
Padre Spinola si vedeva circondato da una piccola truppa di generosi soldati che lo guardavano a ragione come loro capo, e si preparavano al martirio in questo rude noviziato della prigione. Si era voluto farne un inferno per gli sfortunati prigionieri: era diventata il vestibolo del cielo. Ecco uno di quei prodigiosi cambiamenti che opera la fede; ecco come, ponendo le sue speranze nelle regioni soprannaturali e invisibili, il cristiano si eleva al di sopra delle prove della terra e prende proporzioni sovrumane. Dio è vicino all'uomo giusto nelle sue tribolazioni. La grazia sostiene la natura che da se stessa soccomberebbe alla pena, e il cristiano trionfa. È la fede che ci fa vincere il mondo.
Il Grande Martirio di Nagasaki
Il 10 settembre 1622, viene bruciato vivo a fuoco lento sulla Collina Santa di Nagasaki insieme a numerosi compagni, cantando salmi fino al suo ultimo respiro.
Il governatore, Gonzoco, avendo ricevuto l'ordine dall'imperatore di far morire tutti i prigionieri, li fece condurre a Nagasaki. I confessori di Gesù Cristo uscirono finalmente dal ridotto dove avevano tanto sofferto, e furono imbarcati a Suzutat stesso, su una piccola imbarcazione che li portò in poche ore a Nagoya. Li fecero poi montare a cavallo; il Padre Spinola camminava in testa alla truppa; ognuno di loro aveva la corda al collo e un carnefice al suo fianco. Percorsero così due leghe. Soldati in gran numero li circondavano e avevano l'ordine di allontanare tutti coloro che tentassero di parlare loro. La notte li sorprese in un luogo chiamato Ouracan, dove si fu costretti a fermarsi.
I prigionieri furono rinchiusi in un recinto guarnito di palizzate, come un vile gregge, e furono lasciati così senza riparo; ma essendo sopraggiunta un'abbondante pioggia, furono ammassati in una capanna. Allo spuntar del giorno molti cristiani accorsero; solo tre poterono intrattenersi con i confessori della fede. Tra loro c'era il catechista del Padre Spinola. Fu tramite questo fedele discepolo che il missionario apprese che doveva essere bruciato vivo. Non era stato ancora annunciato con certezza ai prigionieri il genere di morte che era loro preparato. Inutile dire l'immensa gioia del santo missionario nell'apprendere questa buona notizia. Per ringraziare il suo catechista, volle dargli un ricordo; non avendo più che la sua disciplina, gliela offrì.
Il giorno seguente, verso mezzogiorno, fecero montare a cavallo i prigionieri e li condussero al luogo del supplizio nello stesso ordine in cui erano venuti. Era una piccola collina situata vicino a Nagasaki, i n riva al Nangasaki Città del Giappone, centro della persecuzione anticristiana. mare, a cinquecento passi da quella dove, venticinque anni prima, ventisei martiri erano stati crocifissi, e che da allora veniva chiamata la Collina Santa o il Monte dei Martiri. Quasi tutta la popolazione di Nagasaki era accorsa sulla montagna o sulla riva. Le strade della città erano diventate silenziose e deserte, in modo tale che i religiosi poterono circolare liberamente in pieno giorno, con più sicurezza di quanto avrebbero fatto durante le tenebre della notte.
Quando i confessori della fede apparvero, si levò in seno alla folla un'immensa clamore: era un rumore confuso di grida, di gemiti e di parole. Oltre agli infedeli, si porta a trentamila il numero dei cristiani accorsi per assistere alla morte eroica dei confessori della fede. Le strade dove passavano erano bordate da una moltitudine di fedeli che, in lacrime, si gettavano in ginocchio, chiedevano la loro benedizione, o si raccomandavano alle loro preghiere. I confessori della fede li consolavano dicendo loro: «Abbiate fiducia; dal cielo, dove con l'aiuto della grazia speriamo di essere presto, pregheremo per voi. Conservate fino alla morte la fede che vi abbiamo insegnato, e credete che Dio, nella sua bontà, non abbandonerà la sua causa in mezzo a questi grandi pericoli».
Non appena scorsero i preparativi fatti per il loro supplizio, testimoniarono la loro gioia con il loro atteggiamento e con le loro parole. Dovettero attendere quasi un'ora l'arrivo della seconda truppa dei confessori. Questi, che dovevano venire dalla prigione di Nagasaki, erano destinati a perire di spada. Tra questi atleti di Gesù Cristo, alcuni erano stati condannati per aver dato ospitalità ai religiosi. Le loro mogli, i loro figli e i loro vicini dovevano condividere la loro sorte. Tra loro si trovavano le spose e i figli di quattro martiri che, pochi anni prima, erano stati bruciati vivi per l'amore di Cristo. Alcuni giorni prima dell'esecuzione, Gonzoco li aveva fatti venire davanti a sé per tentare di scuotere la loro convinzione. Li trassero dal carcere dove erano sepolti da due anni; attraversarono la città carichi di catene, e in uno stato così miserabile, che eccitavano la pietà di tutti gli astanti. Gonzoco, vedendoli pallidi, smunti, incapaci di reggersi, aveva creduto che non sarebbe stato difficile ricondurli al culto nazionale dei Kami; ma aveva a che fare con cristiani preparati al combattimento dalla penitenza e dalla preghiera, due armi che rendono invincibili. Si accorse presto del suo errore, non uno solo si lasciò sedurre e dovette rimandarli nella loro prigione.
Il giorno seguente, uscirono tutti insieme per essere riuniti ai prigionieri di Suzutat e consumare la loro sanguinosa immolazione. Le due truppe dei soldati di Gesù Cristo si salutarono con le dimostrazioni della più tenera carità, e subito un distaccamento militare fu disposto attorno al recinto per contenere la moltitudine. Un ufficiale di Gonzoco, chiamato Xuquendalu, apparve su una specie di palco, e appena vi fu piazzato diede il segnale di iniziare l'esecuzione. Allora si assegnò a ciascuno di coloro che erano destinati al supplizio del fuoco il palo al quale doveva essere legato.
Venticinque pali erano piantati in fila in linea retta. Il primo guardava il mare, l'ultimo la montagna. In cima a ogni palo pendeva una corda: tutto attorno era piazzato un ammasso di legna, che si estendeva da un capo all'altro dello spazio e circondava i venticinque pali. Questo immenso rogo era circondato da una recinzione di grosse e forti canne di bambù, disposte in forma di graticcio. Si entrava nel recinto da una porta che si apriva dal lato della montagna.
Il Padre Spinola si prostrò davanti all'albero del suo martirio, e abbracciandolo a più riprese ringraziò Dio di questa grazia. Quando furono tutti legati al loro palo e si furono condotti davanti a loro i cristiani indigeni condannati a perire di spada, il Padre Spinola intonò a voce alta il salmo Laudate Dominum, omnes gentes, e tutti i confessori di Gesù Cristo, così come i cristiani che nella folla si onoravano della loro amicizia, della loro parentela o della loro costanza, continuarono questo cantico di ringraziamento con un entusiasmo e una gioia che commossero gli spettatori fino alle lacrime.
Mentre i carnefici preparavano le loro spade, i confessori erano in ginocchio, attendendo il colpo mortale. Presto l'esecuzione iniziò, e si videro volare due o tre teste che andarono a cadere ai piedi di un bambino, a stento di quattro anni, che era accanto a sua madre, anch'essa condannata a morte. Vide rotolare la testa di sua madre senza cambiare colore, e ricevette lui stesso il colpo della morte con un'intrepidezza che non si poteva attendere in un'età così tenera. Non appena questa prima truppa di martiri ebbe consumato il suo sacrificio, si piazzarono le loro teste di fronte a coloro che stavano per essere bruciati; poi si diede fuoco ai roghi.
Si erano piazzate le materie infiammabili a circa due metri e mezzo dai pali, dove erano legati i confessori della fede, affinché il supplizio fosse più lento e più crudele, e che, per torture prolungate, gli atleti di Cristo fossero sollecitati più fortemente a disertare il loro posto. Questa disposizione di una crudeltà ingegnosa doveva produrre questo risultato terribile, di non portare la morte dei martiri che dopo una sorta di torrefazione interiore. Se la fiamma tendeva a levarsi o se il fuoco diventava troppo ardente, i carnefici avevano cura di moderarlo. Durante questi minuti che dovevano sembrare anni, in mezzo a questi dolori atroci che, simili a dardi di fuoco penetravano le loro viscere, i martiri erano calmi e raccolti; il corpo immobile, gli occhi levati al cielo, offrivano a Dio il loro corpo in olocausto, come vittime sante poste sull'altare della carità.
Il Padre Spinola, tutto assorbito in Dio, sembrava non avere più alcun sentimento. Il vento soffiava le fiamme dal suo lato, fu dunque uno dei primi a risentire le più vive e le più mortali offese. Delle scintille misero il fuoco ai suoi vestiti, apparve tutto a un tratto circondato da fiamme, e, non potendo resistere oltre a questi ardori divoranti, cadde e rese presto l'ultimo respiro. I suoi compagni non tardarono a seguirlo nella morte come anche nel trionfo, il 10 settembre 1622, secondo l'opinione più seguita e la meglio autorizzata. Ecco i nomi di tutti questi gloriosi martiri:
Francesco Morales, sacerdote dell'Ordine dei Frati Predicatori, Spagnolo; — Angelo Orsucci, sacerdote dell'Ordine dei Frati Predicatori, Italiano; — Alfonso de Mena, sacerdote dello stesso Ordine, Spagnolo; — Giuseppe di San Giacinto, sacerdote dello stesso Ordine, Spagnolo; — Giacinto Orfanel, sacerdote dello stesso Ordine, Spagnolo; — Alessio, corista professo dell'Ordine dei Frati Predicatori, Giapponese; — Tommaso del Rosario, corista professo dell'Ordine dei Frati Predicatori, Giapponese; — Domenico del Rosario, corista professo dell'Ordine dei Frati Predicatori, Giapponese; — Riccardo di Sant'Anna, sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori, Belga; — Pietro d'Avila, sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori, Spagnolo; — Vincenzo di San Giuseppe, laico professo dell'Ordine dei Frati Minori, Spagnolo; — Carlo Spinola, sacerdote della Compagnia di Gesù, Italiano; — Sebastiano Kimura, sacerdote della Compagnia di Gesù, Giapponese; — Gonzales Fusai; — Antonio Kiouni; — Pietro Sampo; — Michele Xumpo; — Giovanni Kiongocu; — Giovanni Acafoci; — Luigi Cavara, tutti e sette scolastici della Compagnia di Gesù e Giapponesi; — Leone di Satzuma, del Terz'Ordine di San Francesco, Giapponese; — Lucia di Freites, del Terz'Ordine di San Francesco, Giapponese, ottuagenaria; — Antonio Sanga, catechista dei Padri della Compagnia di Gesù, Giapponese; — Maddalena, sua sposa, Giapponese; — Antonio, catechista dei Padri della Compagnia di Gesù, Coreano; — Maria, sua sposa, Giapponese; — Giovanni, di dodici anni; — Pietro, di tre anni, loro figli; — Paolo Nangaci, Giapponese; — Tecla, sua sposa; — Pietro, di sette anni, loro figlio; — Paolo Tanaco, Giapponese; — Maria, sua sposa; — Isabella Fernandez, sposa del martire Domenico Georgi; — Ignazio, di quattro anni, loro figlio; — Apollonia, vedova e zia del martire Gaspare Cotenda, Giapponese; — Domenico Xamada, Giapponese; — Chiara, sua sposa; — Maria, sposa del martire Andrea Tocuan, Giapponese; — Agnese, sposa del martire Cosma Taquea; — Domenico Nacano, figlio del martire Mattia Nacano; — Bartolomeo Xikiemon, Giapponese; — Damiano Samihi, Giapponese; — Michele, di cinque anni, suo figlio; — Tommaso Xiquiro, di settant'anni, Giapponese; — Rufo Iscimola, di settant'anni, Giapponese; — Maria, sposa del martire Giovanni Xoum, Giapponese; — Clemente Vom, Giapponese; — Antonio, suo figlio; — Domenico Ongatid, Giapponese; — Caterina, vedova, Giapponese;
Maria Tanaura, Giapponese, membri della confraternita del Santo Rosario. I martiri non dando più segno di vita, si fece guardare tutti gli accessi che conducevano al luogo del supplizio. I corpi rimasero così esposti tre giorni al termine dei quali li si gettò in un grande rogo. Le loro ceneri e la terra stessa che era stata bagnata dal sangue furono messe in sacchi e gettate in mare. Il 17 settembre 1627, il papa Urbano VIII introdusse la causa della canonizzazione del Padre Spinola davanti alla Congregazione dei Riti, e il sovrano pontefice Pio IX, con un breve del 7 maggio 1867, li dichiarò Beati.
Estratto dalla Vita del b eato C Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. arlo Spinola, della Compagnia di Gesù, dal P. Eugenio Séguin, della stessa Compagnia. Tournai, 1566.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Ingresso nel noviziato dei Gesuiti a Nola il 23 dicembre 1584
- Ordinazione sacerdotale nel 1594
- Partenza per le Indie il 10 aprile 1596
- Arrivo a Nagasaki in Giappone nel 1602
- Nomina a procuratore della provincia del Giappone
- Arresto nel dicembre 1618 nella casa di Domenico Giorgio
- Quattro anni di prigionia nel carcere di Suzutat
- Martirio sul rogo sulla Collina Santa di Nagasaki
Miracoli
- Salvato miracolosamente dall'annegamento durante l'attraversamento di un fiume vicino a Miyako
- Conoscenza soprannaturale del suo futuro arresto
Citazioni
-
Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum
Salmi (citato dal testo) -
Vi ringrazio per avermi fatto prigioniero, e sono ben lontano dal rimproverarvelo
Parole rivolte al governatore Gonzoco