Nobile poitevino del VII secolo, Aicardo rinunciò alla carriera delle armi per consacrarsi a Dio. Dopo trentacinque anni a Saint-Jouin, divenne abate di Quinçay e poi succedette a san Filiberto alla guida della grande abbazia di Jumièges. È celebre per la sua visione profetica della morte dei suoi monaci e il suo governo improntato alla carità fraterna.
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SAN AICARDO, ABATE DI JUMIÈGES,
NELLA DIOCESI DI ROUEN
Giovinezza e vocazione religiosa
Nato a Poitiers da genitori nobili, Achard riceve un'educazione pia a Saint-Hilaire prima di rinunciare a una carriera militare per consacrarsi a Dio.
Vi era, nella città di Poitiers, un signore assai ricco, chiamato Anschaire, che aveva sposato una donna altrettanto nobile e virtuosa, chiamata Ermène. La loro carità verso i poveri e i pellegrini li rendeva amabili a Dio e agli uomini. Ebbero un figlio che chiamarono Achard; si pres ero gr Achard Soggetto della biografia, abate di Quinçay e successivamente di Jumièges. ande cura della sua educazione e lo inviarono alla celebre scuola del monastero di Saint-Hilaire, dove ebbe come maestro Ansfroi, non meno raccomandabile per la sua scienza e il suo spirito che per la sua eminente pietà. Vi rimase fino all'età di sedici anni, avanzando nella scienza e nella pratica del bene, formando il suo cuore e la sua intelligenza che Dio disponeva segretamente a ciò che stava per esigere da lui.
Dal canto suo, il padre di Achard aveva altri pensieri: come la sua condizione comportava, pensò di introdurre il figlio a corte, per aprirgli un avvenire brillante. Achard vi passò due anni, nella più grande innocenza, malgrado i pericoli che vi si corrono. Anschaire lo destinava alla professione delle armi e al servizio del re. Ermène volle al contrario consacrarlo al servizio degli altari, poiché, vedendosi in pericolo di morte nel metterlo al mondo, aveva fatto voto, se avesse partorito felicemente, di dare il suo bambino al servizio di Dio: cosa che credeva di dover eseguire, per timore di attirare su di lui le maledizioni del cielo. Achard placò questo dissidio tra suo padre e sua madre; poiché, mosso dallo Spirito Santo, si presentò davanti a loro e disse che, risoluto a rinunciare a tutte le cose della terra, non aveva alcun disegno di abbracciare la vana pompa della milizia dei principi, ma di darsi tutto intero al servizio di Gesù Cristo, dal quale nulla era capace di separarlo. Suo padre, ammirando questa risoluzione, non volle opporvisi e gli lasciò la libertà di seguire la vocazione del cielo.
Trentacinque anni di vita monastica
Achard entra nell'abbazia di Saint-Jouin dove trascorse più di tre decenni, distinguendosi per la sua virtù e per i miracoli di guarigione.
Il nostro Santo entrò dunqu e nell'abbazia di Ansion o di Sai abbaye d'Ansion ou de Saint-Jouin Primo monastero in cui Achard visse per 35 anni. nt-Jouin, che fioriva allora ai confini del Poitou, tra Moncontour e Thouars. Aveva allora diciotto anni; rimase in questo santo ritiro per circa trentacinque anni. Già sapiente nella dottrina sacra e ancor più nella virtù, giunse presto a un grado di perfezione che rifulse attraverso i miracoli: restituiva la salute a tutti i malati che, per ispirazione divina, venivano a trovarlo per raccomandarsi alle sue preghiere.
Verso gli ultimi anni che trascorse a Saint-Jouin, una voce sconosciuta che risuonava alle sue orecchie molto distintamente, come quella di un angelo, gli parlava frequentemente, risvegliando in lui aspirazioni verso qualche opera che non riusciva a definire bene, e per la quale Dio sembrava aver bisogno di lui.
Collaborazione con san Filiberto e fondazione di Quinçay
A 64 anni, raggiunge san Filiberto per risollevare il monastero di Saint-Benoît, che diviene l'abbazia di Quinçay grazie alle donazioni dei suoi genitori.
Era il 677, e all'epoca in cui sa n Filiberto, ab saint Philibert Fondatore di Jumièges e di Noirmoutier, mentore di san Aicardo. ate di Jumièges, aveva appena fondato nel Poitou la celebre casa di Noirmoutiers. La reputazione di questo Santo si era diffusa fino ai confini del paese, e la voce misteriosa che perseguitava Achard lo persuase che avrebbe trovato vicino a lui ciò che il suo cuore cercava senza riuscire a spiegarselo troppo. Ma Filiberto, dopo il suo insediamento a Noirmoutiers, si occupava dell'abbazia di Saint-Benoît vicino a Poitiers, dove il vescovo Ansoaldo, divenuto suo amico, gli aveva affidato la cura di una riforma, o forse di un perfezionamento che ancora le mancava. Poiché, o questa casa iniziata sotto gli auspici di sant'Ilario da san Vivenzio, non era stata fino ad allora che una semplice aggregazione di solitari; o il monastero, distrutto fino a tre o quattro volte dai Barbari che inondarono il paese in questo spazio di quasi tre secoli, giaceva ancora sotto la sua ultima rovina; ed è al suo risollevamento che si applicava san Filiberto. Tra le sue mani esperte, l'opera dovette prosperare, e Achard la trovò in tale stato che, persuaso che fosse in favore di quest'opera che Dio aveva parlato al suo cuore, si sentì preso dal desiderio di consacrarvisi egli stesso e di porsi sotto la disciplina di questo secondo fondatore. Questi, da parte sua, si guardò bene dal non ammettere tra i suoi discepoli un uomo la cui capacità e virtù gli indicavano un maestro consumato nella vita spirituale. Achard aveva allora sessantaquattro anni. I suoi genitori, che avevano vissuto così a lungo senza di lui, dovettero sentirsi tanto più consolati dal suo ritorno nella contrada da loro abitata, poiché dovevano essere allora molto avanzati in età e probabilmente novantenni. Gioiosi di vedere il loro figlio contribuire alla rinascita di una casa già santificata da così pii ricordi, vollero assecondare i suoi generosi sforzi con nobili larghezze, e abbandonarono al monastero di Saint-Benoît una terra p atrimon Quinçay Monastero fondato su una terra patrimoniale di Achard. iale che possedevano a Quinçay. Il nome di questa terra passò all'abbazia.
San Filiberto ebbe appena osservato le abitudini di Achard, che comprese la sua alta capacità. Gli diede la guida dell'abbazia di Quinçay; il nostro Santo si disimpegnò mirabilmente da questo incarico, e il profumo della sua pietà attirò verso di lui un gran numero di persone che, unite a quindici monaci venuti da Jumièges per formare il nucleo della comunità e farvi nascere lo spirito della Regola, divennero per Poitiers un utile vicinato e fecero sentire a tutta la contrada la felice influenza di una vita tutta angelica.
Successione all'abbazia di Jumièges
Chiamato da una visione e da san Filiberto, Achardo assume la direzione della prestigiosa abbazia di Jumièges, guidando quasi 900 religiosi.
San Filiberto, alla morte di Ebroino, suo persecutore, ritornò a Jumièges: avrebbe potuto finirvi i suoi giorni tra i suoi cari religiosi, ma l'amore per la solitudine e il timore di governare gli altri lo portarono alla risoluzione di abbandonare la guida di questa grande abbazia a sant'Achardo; per questo si recò nel Poitou e pregò il vescovo Ansoaldo di aiutarlo a realizzare tale progetto. Convennero di andare insieme a proporre la cosa al Santo. E tuttavia sant'Achardo ebbe una visione: Ansoaldo e Filiberto gli apparvero durante il sonno. Il primo gli mostrava un bastone pastorale, il secondo la regola di San Benedetto, ed entrambi gli dicevano: «Alzati, fratello mio, e ricevi, per obbedienza, il giogo che ti viene imposto; prendi questo bastone pastorale per condurre i religiosi di Jumièges alla perfezione della disciplina regolare, e leggi questa Regola per far loro praticare tutto ciò che contiene». Il giorno seguente arrivarono entrambi al suo monastero e, dopo avergli esposto la loro deliberazione, lo convinsero ad andare a Jumièges.
Si recò subito a Rouen per ricevere la benedizione di sant'Ouen, che ne era arcivescovo; poi andò a Jumièges, d ove trov Jumièges Luogo di esilio di Sturmio in Normandia. ò i religiosi immersi nell'amarezza per la perdita del loro santo abate; Achardo governò questo monastero, composto da novecento religiosi e da millecinquecento servitori e domestici, con una vigilanza veramente pastorale, e lo santificò con la forza delle sue parole, con la virtù dei suoi esempi e con lo splendore dei suoi miracoli. Un giorno, mentre era in orazione nella sua cella, scorse il demonio che, tenendo una scure di fuoco, tagliava un grande albero, sotto il quale i fratelli lavoravano in quel momento, al fine di schiacciarne una parte con la sua caduta; ma recatosi all'istante sul luogo, lo scacciò con il segno della croce e mostrò ai religiosi l'albero già bruciato alla base, che emanava un odore di zolfo insopportabile, e i frutti di cui era carico divenuti neri come carbone. Si riducevano anche in cenere quando venivano toccati. Gli chiesero se volesse che lo abbattessero, affinché il nemico non se ne servisse più per nuocere loro. «No, fratelli miei», disse il santo Abate, «non bisogna rimuoverlo; lasciamolo in piedi in memoria della grazia che Dio vi ha fatto preservandovi dalla malizia del demonio, e affinché, vedendolo in questo stato, ci avverta di essere sempre in guardia contro gli artifici dello spirito maligno».
La visione dell'angelo e la morte dei monaci
Una visione mistica annuncia ad Achard la morte imminente dei suoi monaci più ferventi, che spirano pacificamente dopo un'intensa preparazione spirituale.
Aveva l'abitudine, quando i religiosi si ritiravano nelle loro celle, di visitare i dormitori con la croce e l'acqua santa per scacciarne il demonio, che spesso trovava nascosto in quei luoghi santi, dove cercava l'occasione di tentare i religiosi durante il riposo notturno. Ebbe molte altre visioni di cui si servì molto utilmente per ispirare l'amore per la virtù e l'obbedienza, e imprimere l'orrore per i minimi peccati, e in particolare per la viltà nel servizio di Dio: la più memorabile, tanto per le moralità che racchiude quanto per l'evento che la seguì, è quella che ebbe poco tempo prima della sua morte. Temeva che i suoi figli, allevati con tanta cura nella perfezione e nel disprezzo di tutte le cose terrene, potessero rilassarsi dopo la sua morte; chiese a Dio di toglierli piuttosto da questo mondo, che permettere che cadessero in tale sventura; e, inoltre, che gli facesse conoscere ciò che doveva fare per il compimento della loro santificazione. La notte seguente, all'ora della divina salmodia, vide, da una parte, un angelo dallo sguardo amabile e affascinante, rivestito di un abito di luce, che teneva una bacchetta in mano; e, dall'altra, un demone di una nerezza spaventosa, che gettava fuoco e fiamme dagli occhi. Mentre li considerava attentamente, udì l'angelo che rivolgeva grandi rimproveri al demone perché osava apparire in quei luoghi sacri, visto che non c'era nulla da pretendere sui servitori di Dio che vi dimoravano, e che le sue insidie vi erano inutili, perché l'obbedienza vi era in vigore; che l'umiltà vi si praticava a gara, che la carità vi regnava in tutti i cuori, e che la regolarità vi era mirabilmente ben custodita. «Cerca dunque altrove», aggiunse, «di fare conquiste; Babilonia è il luogo dei tuoi trionfi, e non Gerusalemme, da dove la parola di Dio e il sangue di Gesù Cristo ti hanno bandito». Il demone sosteneva dal canto suo che non vi avrebbe perso tempo e che avrebbe preso così bene le sue misure, che vi avrebbe fatto buoni affari, avendo mille artifici per giungere al compimento dei suoi disegni. Dopo questa disputa, l'angelo, avvicinandosi ad Achard, gli disse di non stupirsi di ciò che aveva visto e udito, di rimanere sempre costante; lo assicurò che la sua preghiera era stata esaudita; che i suoi religiosi sarebbero stati chiamati alla gloria di Dio; che quelli che avrebbe toccato con la sua bacchetta sarebbero passati per primi; che, qualche tempo dopo, sarebbero tornati pieni di gloria, ad assistere al suo decesso e a portarlo con loro in cielo; che quelli che non avrebbe toccato non li avrebbero seguiti subito dopo, che lo si sarebbe lasciato ancora sulla terra, affinché finisse di confermarli nella virtù per renderli degni di apparire davanti alla maestà di Dio; e che non mancasse di avvertire coloro che erano stati toccati di prepararsi incessantemente alla morte con una confessione generale di tutti i loro peccati, con la ricezione della santa Eucaristia, e con esercizi di penitenza, finché non fossero stati chiamati al banchetto dell'Agnello.
Dopo ciò, l'angelo sembrò andarsene; ma il Santo, accorgendosi che il demone restava ancora, esclamò: «Voi ci abbandonate, o angelo del Signore! e soffrite che questo spirito sterminatore rimanga qui per perdere i servitori di Dio!» — «Non temete nulla», rispose l'angelo, «io non lascio questo santo monastero, che è sempre stato sotto la mia custodia fin dalla sua fondazione, e il demone, suo malgrado, non farà che del bene ai religiosi che devono presto morire. Dio gli ha solo permesso di mostrarsi visibilmente a loro, quando le loro anime saranno pronte a separarsi dai loro corpi, affinché una visione così terribile, imprimendo loro timore, abbiano più dolore dei loro peccati, e possano così espiare, fin da questa vita, ciò che ritarderebbe il loro godimento della felicità dei Santi».
Il mattino seguente, di buon'ora, il santo Abate riunì tutti i religiosi e, dopo aver raccontato la misteriosa visione che aveva avuto, esortò potentemente coloro che dovevano partire per primi a tenersi pronti quando il Signore li avrebbe chiamati; e coloro che dovevano restare, a lavorare con fervore per meritare la stessa grazia degli altri. Tutti trassero profitto da questo avvertimento; ma non si possono descrivere le lacrime di penitenza che versavano coloro che non avevano più che quattro giorni per prepararsi alla morte. Li si vedeva, col corpo prostrato a terra, implorare la misericordia di Dio, lacerarsi la carne a colpi di frusta, battersi rudemente il petto, chiedere con voce lamentevole perdono dei loro peccati, sospirare, emettere singhiozzi e dare tutti i segni di una perfetta contrizione. Dopo aver passato tre giorni nei digiuni, senza prendere alcun nutrimento, il quarto, non appena l'aurora cominciò ad apparire, si recarono tutti in chiesa, dove ricevettero il santo Viatico e l'ultima benedizione del loro abate. Avendo fortificato la loro anima con i divini Sacramenti, si abbracciarono tutti e si diedero un bacio di pace, poi si ritirarono al Capitolo per attendervi l'felice momento della loro liberazione. Nel frattempo il Santo fece cantare dei salmi agli altri religiosi, per raccomandare i loro confratelli alla divina clemenza. Durante questa pia cerimonia, i loro volti divennero tutti luminosi, come se avessero già goduto della presenza di Gesù Cristo. Verso le tre, ne morì una parte con tanta tranquillità come se fossero stati addormentati. Alle sei, un'altra, alzando le mani al cielo e raccomandandosi a Dio, rese l'anima con una dolcezza inconcepibile. Alle nove, gli altri continuarono a uscire da questa vita di miseria per possederne una infinitamente felice. Infine, verso sera, coloro che restavano spirarono nel fervore delle loro preghiere. Si impiegarono otto giorni interi per dare sepoltura a tutti questi santi religiosi. Quanto è felice questo monastero! quanto è ricca questa terra! quanto è prezioso questo campo, di possedere nel suo recinto questo tesoro inestimabile! Coloro che sopravvissero loro erano inconsolabili, non per la morte dei loro fratelli, che era troppo preziosa per rimpiangerla, ma perché restavano ancora sulla terra dopo un così bell'esempio della ricompensa che Dio dà ai suoi eletti. I vecchi, che avevano passato tanti anni nella penitenza, e gli infermi, che si vedevano sull'orlo della loro fossa, ne avevano una santa gelosia, e l'incertezza della loro sorte, nella quale vivevano ancora, causava loro un'afflizione che non può essere espressa. Il santo Abate cercò di rincuorarli, ispirando loro un'intera conformità alla volontà di Dio, di cui bisogna sempre adorare la condotta e attendere gli ordini con pazienza.
Ultimi insegnamenti e trapasso
Prima di morire nel 687, Achard esorta i suoi fratelli alla pace fraterna e alla vigilanza contro le insidie del demonio.
Qualche tempo dopo ebbe la rivelazione della morte di san Filiberto; apprese che egli stesso sarebbe stato presto liberato dalle fatiche di questo mondo. Nei sette giorni che precedettero il suo decesso, si occupò di esortare i suoi religiosi a una perfetta concordia tra loro e a una vigilanza continua su tutti i loro passi, per timore di dare al demonio occasione di tentarli. Insegnò loro anche dei rimedi per guarire le malattie dell'anima; raccomandò loro soprattutto di non lasciarsi ingannare sotto un pretesto specioso di virtù, che era la tentazione più pericolosa di cui il nemico si serviva per sedurre le persone religiose. Il giorno della sua morte, essendo straordinariamente tormentato da una febbre acuta che aveva nascosto fino ad allora, disse loro queste ultime parole: «Vi scongiuro, fratelli miei, di non dare mai ingresso nel vostro cuore alla minima avversione che possa rompere la pace fraterna che vi ho tanto raccomandato. L'avversione per il prossimo, come sapete, miei cari figli, ci separa da Dio e ci rende indegni del cielo, dove i Santi sono così ben uniti tra loro. Essa non può essere espiata dai rigori della penitenza; e nemmeno il martirio o l'effusione del sangue possono cancellarla se non la si bandisce dal proprio cuore. La grazia che chiederò a Dio sarà che vi preservi da questa peste, che rovina le comunità meglio stabilite». Terminando queste parole, levò gli occhi al cielo e rese l'anima a Gesù Cristo, il 45 settembre 687.
Culto e traslazione delle reliquie
Inumato a Jumièges, le sue reliquie furono più tardi trasferite ad Haspres per proteggerle dai Normanni, mentre il suo culto perdura nel Poitou.
Il suo corpo fu inumato nella chiesa dell'abbazia, dove il suo culto non tardò a stabilirsi, e nel IX secolo una chiesa fu costruita in suo onore all'interno del recinto dell'abbazia. Il timore dei Normanni fece trasportare le su e reliq Haspres Luogo di traslazione delle reliquie vicino a Valenciennes. uie ad Haspres, nel Cambrésis, dove furono conservate. Alcune porzioni ne furono donate al monastero benedettino di Saint-Benoît de Quincay (Vienne), dove erano conservate prima della rivoluzione del 1789. Un sobborgo di Poitiers porta ancora il nome di sant'Achard. Lo si rappresenta con un angelo che tocca con una bacchetta diversi religiosi dell'abbazia. La sua vita è riportata in Surius. Fu scritta da un monaco di Rouen, chiamato Fulberto. È molto elegante e merita di essere letta integralmente nella sua lingua originale. Abbiamo completato e corretto, per questa biografia, il Padre Giry su diversi punti, soprattutto per la cronologia. — Cfr. Vies des Saints de l'Église de Poitiers, dell'abate Auber; Vies des Saints du Poitou, di Ch. de Chargé.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Educazione presso la scuola del monastero di Sant'Ilario di Poitiers
- Soggiorno di due anni presso la corte reale
- Ingresso nell'abbazia di Saint-Jouin all'età di 18 anni
- Incontro con san Filiberto e insediamento nell'abbazia di Saint-Benoît (Quinçay)
- Nomina ad abate di Jumièges
- Visione dell'angelo e del demone che annunciano la morte dei suoi religiosi
- Morte dopo sette giorni di febbre
Miracoli
- Guarigione di malati tramite la preghiera
- Espulsione del demonio da un albero in fiamme tramite il segno della croce
- Visione di un angelo che segna i monaci destinati a morire a breve
Citazioni
-
L'avversione verso il prossimo ci separa da Dio e ci rende indegni del cielo.
Ultime parole riportate nel testo