San Pietro d'Arbués
INQUISITORE DELLA FEDE NEL REGNO D'ARAGONA E MARTIRE
Inquisitore della fede e martire
Canonico e primo inquisitore d'Aragona nel XV secolo, Pietro d'Arbués fu un modello di carità e di fermezza religiosa. Fu assassinato nella cattedrale di Saragozza da cospiratori contrari all'Inquisizione nel 1485. La sua morte fu seguita da miracoli, in particolare quello del suo sangue tornato liquido sul suolo della chiesa.
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SAN PIETRO D'ARBUÉS,
INQUISITORE DELLA FEDE NEL REGNO D'ARAGONA E MARTIRE
Contesto e nomina
I Re Cattolici riorganizzano l'Inquisizione per consolidare l'unità della Spagna, nominando Pietro d'Arbués come primo Inquisitore dell'Aragona.
Ferdinando e Isabella progettavano, dopo aver compiuto l'unità della Penisola, di completarne anche l'indipendenza. Ma, desiderosi di consolidare innanzitutto i risultati acquisiti, vollero ridurre all'impotenza i nemici interni, i Mori conquistati con le armi, ma sempre indomiti, e i loro ausiliari, gli Ebrei, prima di sferrare l'ultimo assalto a Granada, il baluardo del maomettismo al di qua dello stretto di Gibilterra. Pensarono dunque all'Inquisizione. La riorganizzarono, ne estesero le attribuzioni e ne aggravarono il codice penale, non senza opposizioni, su quest'ultimo punto, da parte di Sisto IV, che era spaventato da questo strumento troppo puramente politico nelle mani reali, e che non voleva autorizzare condanne capitali se non con riserva del diritto di appello a Roma. Le relazioni tra le due corti arrivarono persino, a questo proposito, a una tale tensione che gli ambasciatori furono richiamati da entrambe le parti e che Ferdinando ordinò a tutti i suoi sudditi di lasciare Roma. Il Papa cedette infine. Approva l'istituzione, pur mantenendo le sue riserve, e un antico confessore d'infanzia della regina Isabella, Tommaso di Torquemada, priore dei Domenicani di Segovia, fu nominato grande Inquisitore generale e incaricato di applicare la nuova istituzione, che diede fin dal principio eccellenti risultati. La sua missione non era priva né di difficoltà né di pericoli. Si aveva bisogno, per aiutarlo, di uomini audaci, fermi e incorruttibili, ma allo stesso tempo illuminati, dal giudizio sicuro, dal cuore intrepido. Non se ne trovò alcuno a Saragozza che paresse riunire tutte queste qualità a un g rado più elevato del can chanoine Pierre d'Arbuès Canonico e primo inquisitore d'Aragona, martire. onico Pietro d'Arbués. Gli fu dunque proposto l'incarico di primo Inquisitore dell'Aragona, incarico che doveva ricoprire congiuntamente con Padre Gaspare Inglario, domenicano.
Ministero e virtù sacerdotali
Pietro d'Arbués esercita il suo incarico con carità, privilegiando la persuasione e conducendo una vita di ascesi, preghiera e umiltà.
Il canonico vide in questa proposta non l'onore e il potere che essa gli conferiva, ma un'occasione per contribuire alla gloria di Dio e al bene del suo paese. Giudicò che la religione e l'eresia non permettessero di rifiutare; accettò. Assumendo le funzioni di Inquisitore, Pietro d'Arbués intendeva bene adempierle. Soltanto, per trarne tutto il frutto che ne sperava, contava meno sulla potenza di un'amministrazione sapientemente organizzata che sulla forza della persuasione e della carità. Ardente nel procurare conversioni, non era meno prudente nell'accettarne solo di sincere e provate, tanto per evitare la profanazione dei sacramenti quanto per diminuire il pericolo di defezioni che esponevano in seguito il colpevole a tutto il rigore delle leggi. Lo si vedeva spesso predicare in pubblico; lo si incontrava ovunque si trovasse un'anima scossa dalla grazia di Dio, ovunque un cuore vacillante e di una perseveranza dubbia gli venisse segnalato; nella capanna del povero e al banco del ricco, al capezzale dei malati, nelle prigioni dove erano rinchiusi i relapsi e gli apostati, e fino ai piedi dei roghi dove alcuni andavano a espiare tristemente la loro incostanza. Ma, poiché la predicazione più efficace è quella dell'esempio, Pietro teneva soprattutto a mostrare nella sua persona le virtù del sacerdote e dell'apostolo, e per questo si sforzava di possederle. Non contento di aver eliminato dalla sua casa e dalla sua tavola ogni lusso e ogni superfluo, si dedicava alle più rigorose privazioni. Povero volontario, era liberale verso i poveri e ricercava con amore le occasioni di esercitare le opere di carità tanto spirituali quanto temporali. Pregava con effusione e, anche nel mezzo dei lavori esteriori, teneva costantemente la sua anima elevata verso il cielo. Tale era la sua umiltà che, secondo l'espressione del suo biografo italiano, si comportava verso i suoi inferiori come un pari, verso i suoi pari come un inferiore. Uno spagnolo contemporaneo, Juan Gracia Salaverte, aggiunge che fu dotato del dono di profezia e che annunciò la caduta di Granada, caduta che nessuno osava ancora pre vedere, se non c chute de Grenade Città sotto dominazione mora di cui fu vescovo e dove subì il martirio. ome lontana.
Il complotto degli oppositori
Un gruppo di cospiratori, principalmente ebrei e mercanti, decide di assassinare l'Inquisitore per tentare di abolire il tribunale.
Tante opere e virtù, attirandogli la venerazione dei fedeli, non potevano che meritargli l'animosità dei nemici della Chiesa. Essendo morto il suo collega Gaspard Inglario nell'anno 1484, e non essendo stato sostituito, arrivarono a figurarsi che se Pietro d'Arbuès fosse scomparso a sua volta, il temuto tribunale sarebbe rimasto abolito? Tutto ciò che sappiamo è che un certo numero di ebrei tenne un conciliabolo notturno in cui fu risolta la sua morte.
A capo di questo complotto si trovavano un rabbino e tre ricchi mercanti chiamati Gaspard de Santa-Cruz, Matéo Ram e Pedro Sanchez. Non ebbero difficoltà a trovare complici per eseguire ciò che loro stessi erano disposti a pagare lautamente. Corruppero un certo Juan de Labadia, che trovarono già molto esasperato contro il Santo, perché una delle sue sorelle era stata condannata dall'Inquisizione; un francese di nome Vital Durant, e un altro, tolosano, chiamato Bernard Léofan; un Juan Sperandio; un Tristam, di León; e un Juan Sperandio Uno degli assassini diretti di Pietro d'Arbués. Gran, di Valencia; tutti di quella razza di avventurieri pronti a ogni misfatto e che non temono, in fatto di cattive azioni, che quelle che sono loro mal pagate.
Il segreto non fu tuttavia custodito così bene da non far trapelare qualcosa. Diversi amici dell'Inquisitore minacciato ne ebbero sospetto. Antonio Salverte, tra gli altri, consigliere delle Loro Maestà cattoliche e sposo di una delle sorelle di Pietro d'Arbuès, lo avvertì del pericolo e lo scongiurò di stare in guardia. «Se muoio per mano loro, morirò per la fede», rispose il Santo con un'aria che indicava abbastanza che questa prospettiva lo rallegrava invece di rattristarlo. E non cambiò nulla nella sua condotta.
I sicari fecero un tentativo per introdursi dalla finestra nella camera dove dormiva. Ma, spaventati dalle grida delle persone di casa, si ritirarono in fretta e andarono alla cattedrale, dove speravano di trovarlo a cantare i Mattutini. Non avendolo incontrato, rimandarono il colpo a un'altra volta.
Il martirio nella cattedrale
Pietro d'Arbués viene colpito a morte da sicari mentre prega davanti all'altare della cattedrale di Saragozza durante l'ufficio notturno.
Nella notte tra martedì 14 e mercoledì 15 settembre, due di loro, Juan Spe randio e Sperandio Uno degli assassini diretti di Pietro d'Arbués. Vital Durant, penetrarono nella chiesa metropolitana nel momento in cui non c'era più nessuno e vi si nascosero. I canonici, all'ora dell'ufficio notturno, rientrarono l'uno dopo l'altro, e Pietro d'Arbués tra loro. Si fermò davanti all'altare maggiore, dal lato dell'epistola, e vi rimase per qualche tempo in ginocchio, il che permise ai due miserabili di riconoscerlo perfettamente mentre si avvicinavano a lui. Infine, nel momento in cui pronunciava a mezza voce queste parole del saluto angelico: «E Gesù, il frutto del vostro seno, è benedetto», e mentre il coro cantava questi versetti del Salmista: «Per quarant'anni sono stato vicino a loro, e tuttavia i loro cuori vagano sempre lontano da me», gli assassini si precipitarono. Uno, Durant, colpì il canonico alla testa con un pugnale e scappò; l'altro, Sperandio, gli sferrò due colpi alla gola e prese anch'egli la fuga. Il Santo cadde pronunciando queste sole parole: «Sia lodato Gesù Cristo! Muoio per il suo santo nome!» I canti cessarono; gli altri canonici accorsero. Lo sollevarono che respirava ancora, senza emettere un lamento e raggiante. Lo portarono a casa sua, turbati e con le più grandi precauzioni.
Tuttavia i due assassini, terrorizzati dalla dolcezza della loro vittima più che dal loro stesso misfatto, esitavano e si smarrivano nella vasta chiesa. Già si corre al loro inseguimento; si grida di chiudere le porte; ma i loro compagni, che li attendevano appostati all'ingresso e pronti a dar loro man forte, li afferrano e li trascinano via. Tuttavia il loro castigo era solo rimandato.
Ultimi istanti e perdono
Il martire sopravvive due giorni, consacrando la sua agonia al perdono dei suoi assassini e all'esortazione dei suoi cari prima di morire il 17 settembre 1485.
Giunto a casa e coricato, il ferito riacquistò la parola solo per placare il pianto dei suoi amici e compatire non se stesso, ma gli assassini, pregare per loro e perdonarli. Esortava chi gli stava attorno alla calma e alla rassegnazione, esattamente come se non fosse stato personalmente coinvolto in ciò che causava la loro commozione. La sua stanza era diventata un santuario. Vi si giungeva, a passo silenzioso, per contemplare il martire morente e ammirare la sua angelica serenità. Coloro che non potevano entrare si inginocchiavano alla porta e pregavano per lui, dicendosi che presto sarebbe stato lui, dall'alto del cielo, a pregare per loro. Visse due giorni, ricevette i sacramenti e spirò dolcemente, quarantotto ore dopo essere stato colpito, a mezzanotte, il 17 settembre 1485.
Il prodigio del sangue
Durante la sua sepoltura, il sangue essiccato del martire torna liquido e abbondante, un fenomeno documentato da notai e testimoni oculari.
Si immaginerà facilmente quale dovette essere dapprima la costernazione, poi l'irritazione degli abitanti di Saragozza alla notizia di questo tragico evento. Gli ebrei non osavano più apparire nelle strade. Senza l'intervento dei magistrati e in particolare dell'arcivescovo e viceré Ferdinando d'Aragona, sarebbero stati massacrati tutti, anche coloro che deploravano sinceramente il crimine commesso. In segno di lutto, il servizio divino fu interrotto per tre giorni, gli altari coperti di drappi neri; la cattedrale, che era stata profanata, solennemente riconciliata e ribenedetta. Per due anni, un officiante in abito da lutto vi recitava il Miserere, all'inizio dell'ufficio notturno, e gli assistenti rispondevano ad alta voce e in ginocchio. L'inumazione ebbe luogo il sabato, in mezzo al concorso dell'intera città, si può dire senza esagerazione. Il corteo fu accompagnato dall'arcivescovo viceré e da tutto il suo clero. Si depose il corpo in un sarcofago di pietra, nel luogo stesso in cui aveva ricevuto il colpo mortale. Si vide allora un fenomeno strano. Nel momento in cui il corpo toccò il suolo, tutto il sangue che vi era e che, per rispetto, nessuno aveva lavato, parve rivivere. Questo sangue, che era già essiccato e a malapena riconoscibile, divenne caldo, liquido, fumante, e cominciò a scorrere in larghe gocce, come se uscisse in quell'istante stesso dalle vene da cui era sgorgato. Aumentò persino in quantità e traboccò oltre lo spazio che aveva inizialmente arrossato. La popolazione si accalcava, meravigliata, tutto intorno. Vi si intingevano fazzoletti, carta, panni, reliquie preziose che furono poi conservate religiosamente; era a stento se si poteva fendere la folla e avvicinarsi a quel sangue miracoloso, e nonostante il numero di coloro che vollero portarne via, ce ne fu per tutti, e molto più di quanto ne possa contenere il corpo di un solo uomo. Questo prodigio si rinnovò quindici giorni dopo, il 29 settembre, all'inizio dei Mattutini. Gl i Acta Sanctor Acta Sanctorum Monumentale raccolta agiografica dei Bollandisti. um, che lo raccontano, non lo accettano alla leggera. Riproducono per intero i verbali che furono redatti su questo doppio fatto, sui luoghi stessi, dai notai pubblici Lalueza, Francès, Juan de Anellinos e Antico de Viagès, verbali firmati inoltre dal giureconsulto Bartolomeo del Molino e da altri sette cittadini di Saragozza. Quarantadue anni dopo, nel 1507, nell'inchiesta del processo di beatificazione, si trovarono ancora sei testimoni oculari che attestarono il fatto sotto giuramento.
Guarigioni e resurrezioni
Numerosi miracoli sono attribuiti alla sua intercessione, in particolare la resurrezione di due bambini a Villa-Major.
Da vivo, Pietro d'Arbuès era stato considerato un Santo; da morto, e morto assassinato nelle circostanze che abbiamo appena descritto, non poteva che essere venerato ancora di più. Il patriottismo vi contribuì tanto quanto la pietà, e il governo, che teneva ad alimentare l'animosità contro gli infedeli, finché questi avessero posseduto anche solo un pollice della terra di Spagna, diede naturalmente l'esempio. Ma ciò che vi contribuì maggiormente fu una cosa che non dipendeva né dalle passioni né dai calcoli degli uomini; fu la moltitudine dei miracoli che Dio operò sulla sua tomba o per sua intercessione, senza contare quello del sangue raccontato più sopra. I Bollandisti ne riportano parecchi, che sarebbe troppo lungo riprodurre qui. Tuttavia non resistiamo al piacere di tradurre da Salverte il ingenuo e toccante racconto seguente:
«Tra i miracoli sottoposti ai vescovi di Barbastro e di Turiazona, commissari della Santa Sede apostolica, e riconosciuti veri da loro, si trovano due resurrezioni di bambini morti. Il primo di questi bambini era morto a Villa-Major, borgo vicino a Saragozza. Già si suonavano le campane e lo si portava a seppellire. Ma la madre, che lo amava teneramente, come amano le madri, prese il cadavere e lo sollevò tra le sue braccia, dicendo, con grande angoscia e devozione, a Pietro d'Arbuès, per il quale nutriva una particolare pietà: Santo Mastrepita (si ricorda che tale è il nome popolare del santo canonico), ti offro questo frutto delle mie viscere; è tuo; resuscitalo, per favore, mio Santo! Nello stesso istante i freschi colori rosei che la morte aveva reso pallidi riapparvero sulle guance del bambino; gli occhi si aprirono, le labbra si mossero e sorrisero verso la madre. La folla, gioiosa e meravigliata, accompagnò la madre e il bambino al sepolcro del Mastrepila, e vi sospesero, tra gli altri ex-voto, il sudario in cui il piccolo morto era stato adagiato».
Lo si rappresenta in abiti da canonico regolare, con la palma e lo strumento del suo supplizio.
Riconoscimento della Chiesa
Dopo un lungo processo di beatificazione sotto Alessandro VII, Pietro d'Arbués viene canonizzato da Pio IX nel 1867.
## CULTO E RELIQUIE. Ferdinando e Isabella eressero all'Inquisitore martire, con la magnificenza che si addiceva a così grandi principi, una tomba di marmo sulla quale si vedeva la sua statua e che fecero circondare da iscrizioni commemorative. Nel 1490, la municipalità di Saragozza, in riconoscimento della cessazione di una peste, attribuita all'intercessione del martire, offrì alla sua tomba due lampade, di cui una d'argento massiccio, per bruciarvi notte e giorno a spese della città. La sua festa si celebrava da allora il 15 settembre con solennità, e quando il papa Urbano VIII, nel 1625 e 1634, ebbe proibito, in generale, tutti i culti aventi per oggetto servitori di Dio non ancora beatificati o canonizzati, il culto del venerabile Pietro d'Arbués fu annoverato formalmente tra le esenzioni, con un decreto della Sacra Congregazione dei Riti, in data 23 marzo 1652. Era impegnarsi in qualche modo a fare ancora di più e a istruire un giorno il processo della sua canonizzazione. Già l'imperatore Carlo V e i re Filippo III e Filippo V ne avevano indirizzato la richiesta formale alla corte di Roma. Il papa Paolo V iniziò, nel 1615, un'informazione regolare e rigorosa, che fu proseguita da tre Uditori di Rota e due Vescovi spagnoli, a Saragozza e in tutti i luoghi dove vivevano ricordi legati al martire. Infine, il 17 aprile 1664, sotto il papa Alessandro VII, la cerimonia solenne della beatificazione ebbe luogo con tutta la pompa romana e spagnola, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Quella della canonizzazione era riservata al glorioso pontificato di Pio IX che, il 29 giugno 1867, alla presenza di cinquecento vescovi, arcivescovi e patriarchi, ha conferito a Pietro d'Arbués il titolo di Santo. Le reliquie di Pietro d'Arbués sono state trasferite in una cappella laterale della Chiesa metropolitana di Saragozza, arricc hita di tutto ciò che la pietà dei Église métropolitaine de Saragosse Città natale e sede episcopale di Valerio. popoli ha potuto trovare di più prezioso. Vi si vede, sulla tomba, la sua celebre statua in marmo bianco. Abbiamo tratto questa vita dalla Revue du Monde catholique, numero di luglio 1867.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nomina a primo Inquisitore d'Aragona
- Morte del suo collega Gaspare Inglario nel 1484
- Complotto di morte ordito da un gruppo di ebrei e mercanti
- Aggressione nella cattedrale di Saragozza la notte tra il 14 e il 15 settembre 1485
- Decesso quarantotto ore dopo l'attentato
- Beatificazione il 17 aprile 1664 da parte di Alessandro VII
- Canonizzazione il 29 giugno 1867 da parte di Pio IX
Miracoli
- Liquefazione e ribollimento del sangue essiccato sul luogo del delitto
- Resurrezione di un bambino morto a Villa-Major
- Cessazione della peste a Saragozza nel 1490
Citazioni
-
Se muoio per mano loro, morirò per la fede
Risposta ad Antonio Salverte -
Sia lodato Gesù Cristo! Muoio per il suo santo nome!
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