18 settembre 17° secolo

San Giuseppe da Copertino

Giuseppe Desa

dell'Ordine dei Frati Minori

Festa
18 settembre
Morte
18 septembre 1663 (naturelle)
Categorie
religioso , sacerdote , mistico
Epoca
17° secolo

Nato in una stalla nel 1603, Giuseppe Desa divenne sacerdote francescano nonostante le sue difficoltà intellettuali grazie a una protezione divina manifesta. Celebre per le sue estasi e le sue levitazioni spettacolari, visse una vita di umiltà eroica e di penitenza, spesso nascosto dall'Inquisizione. Morì a Osimo nel 1663 dopo aver manifestato numerosi doni di chiaroveggenza e di guarigione.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 10

SAN GIUSEPPE DA COPERTINO,

DELL'ORDINE DEI FRATI MINORI.

Vita 01 / 10

Origini e infanzia

Giuseppe Desa nasce nel 1603 a Copertino in una stalla e manifesta fin dalla più tenera età una pietà eccezionale e tendenze estatiche.

Si rectum vivendi rationem expetis, te in humilitate exerce, sine qua recta vita ratio consistere nequit.

Se desiderate condurre una vita santa, esercitatevi nell'umiltà, senza la quale ogni santità di vita è impossibile.

S. Ephrem, *De recta viv. rat.*

Le genti del secolo sono abbagliate dallo splendore celeste di cui Nostro Signore ha circondato questo Santo sulla terra; ma i pii fedeli, abitanti di un regno che non è di questo mondo, e avvezzi alla sua luce, ameranno vederla senza nubi; è per loro che ci accingiamo a svelarla.

Copertino, piccola città della diocesi di Nardò, situata tra Brindisi e Otranto e a sei miglia dalla costa del golfo di Taranto, vedrà tutti i secoli tramandare il suo nome e venerarlo, perché è diventato il soprannome di Giuseppe De sa. Vi nacq Joseph Desa Frate minore conventuale celebre per le sue estasi e le sue levitazioni. ue il 17 giugno 1603, in una stalla dove la sua povera madre, Francesca Zanara, si era rifugiata contro gli insulti degli agenti della giustizia che la perseguitavano per alcuni debiti contratti dal padre, falegname di professione.

Fu battezzato nella chiesa madre di Copertino, consacrata a Nostra Signora della Neve, ricevette poco più tardi la cresima e, non appena l'età lo permise, fu applicato allo studio degli elementi della religione e delle lettere. Ma si mostrò più preso dalle cose di Dio che da quelle del mondo, dalla scienza dei Santi che da quella degli uomini. È in santità che doveva un giorno crescere; e, nei ranghi dell'Ordine serafico, così come sulla scena del mondo, fu in effetti meno ammirato per lo splendore della sua dottrina che per le sue virtù eroiche. «Fin dalla sua più tenera infanzia, all'età di cinque anni», dicono gli atti del processo di canonizzazione, «diede tali segni di santità che, per essere già venerato come un uomo perfetto, gli mancava solo l'età». Dio, creatore di quest'anima eccellente, sembrava riposarvi con compiacenza, per elevarla presto alle contemplazioni sublimi che, per sessant'anni, lo tennero assorbito in Dio come un abitante del cielo. Meravigliosi rapimenti lo strapparono così bene alla terra che si può affermare che, durante la metà forse della sua vita, i suoi piedi non abbiano toccato il suolo.

Le chiese di Copertino erano il teatro dei divertimenti di questo fanciullo privilegiato. Amava visitarne gli altari e adornarli di fiori. Sotto le volte sacre, il suo cuore si infiammava di un santo ardore. Per avere più vicino a sé l'immagine del divino Maestro, costruì in un angolo della sua povera dimora un piccolo altare dal quale non seppe più allontanarsi, e davanti al quale, durante una parte dei giorni e delle notti, recitava il rosario e le litanie, preparando così la sua anima alla rugiada divina che già il cielo faceva piovere su di lui in abbondanza. A un'età così tenera, a otto anni, comprendendo a stento cosa potessero essere i doni soprannaturali, provava, sotto l'impulso della grazia, movimenti estatici che lo attiravano dolcemente alla contemplazione delle cose del cielo. Spesso, a scuola, tra gli altri bambini, gli accordi dell'organo e del canto che si insegnava agli scolari più avanzati, bastavano per fargli cadere il libro dalle mani. Il suo spirito si elevava allora alle cose invisibili: restava immobile, l'occhio fissato verso il cielo, la bocca socchiusa, tanto che i suoi compagni gli applicarono il soprannome di bocca aperta, che gli è rimasto a lungo.

Ma Dio crocifigge mirabilmente i servi che ama; mescola di buon'ora al latte delle consolazioni il nutrimento più solido delle sofferenze: il nostro giovane Santo dovette dapprima sopportare la severità e persino le bruscherie di sua madre, pia, ma molto dura, e che puniva come colpe le minime sbadataggini dell'infanzia. In seguito, quando ebbe poco più di sette anni, un ascesso interno, che estese presto i suoi danni all'esterno, lo obbligò a stare a letto e sembrò non lasciargli forza che per soffrire. Tutti i rimedi furono inutili. Infine, ottenne la sua guarigione dalla santa Vergine e, reso così alla vita, volle consacrarla a Dio con una condotta tutta esemplare, tutta pia. Ricominciò a frequentare le chiese e ad assistere regolarmente al santo sacrificio della messa. Per guadagnarsi da vivere, e anche per fuggire l'ozio, imparava il mestiere di calzolaio. L'applicazione persistente del suo pensiero a Dio durante il lavoro dava abbastanza a intendere che non era nato per la terra. Alle elevazioni di spirito, unì le mortificazioni della carne, e trattò il suo corpo con singolare rigore. Fra Lorenzo, cardinale di Lauria, che ebbe con Giuseppe lung he e strette relazioni, dichiar Fra Lorenzo, cardinal de Lauria Cardinale e amico di Giuseppe, testimone delle sue virtù. a che portava fin d'allora sulla carne un cilicio di peli molto ruvidi, e che si asteneva da alimenti grassi. Si accontentava di frutta e pane. Se talvolta prendeva una minestra di erbaggi e di legumi, condiva sempre quella minestra con una polvere di assenzio essiccato molto amara. Digiunava abitualmente, passava talvolta tre giorni di seguito senza mangiare, e se qualcuno lo rimproverava, rispondeva sorridendo: «Ho dimenticato». Il suo modo di fare orazione, illetterato come era e formato solo alla scuola di Dio, fu ammirevole. Prendeva in un libro il suo soggetto di meditazione, che ruotava sulla santa Trinità, sulla Vita o la Passione del Salvatore. La sua volontà si animava allora; si identificava per così dire alle persone divine, e queste comunicazioni tutte celesti, che la grazia degnava operare in lui, si prolungavano tanto a lungo quanto le sue orazioni.

Vita 02 / 10

Vocazione e primi fallimenti

Rifiutato da diversi ordini a causa della sua mancanza di istruzione e della sua goffaggine, finì per essere ammesso come oblato presso i Francescani della Grotella.

Quando ebbe raggiunto l'età di diciassette anni, Giuseppe si presentò per essere accolto tra i Francescani conve Franciscains conventuels Ordine religioso a cui apparteneva san Giuseppe. ntuali: aveva due zii illustri in quell'Ordine; fu tuttavia rifiutato perché non aveva compiuto studi; tutto ciò che riuscì a ottenere fu di entrare tra i Cappuccini in qualità di fratello converso; ma anche lì dovette subire dei rifiuti: le grazie stesse di cui Dio sembrava colmarlo dovevano attirargli il disprezzo. Assorto in un'incessante contemplazione delle cose divine, in estasi in chiesa, in estasi a casa, vivendo unicamente in Dio, appariva morto a tutto il resto. Se i superiori gli affidavano la cura del refettorio, lasciava cadere piatti e stoviglie, i cui frammenti si vedevano poi attaccati sul suo petto o sulle sue spalle in segno di penitenza. Rimproverato per aver, a più riprese, messo del pane nero al posto del pane bianco, dichiarava di non saper distinguere l'uno dall'altro. Per mettere alla prova la sua obbedienza, il Padre maestro lo incaricò di trasportare dell'acqua da un luogo all'altro: il nostro postulante obbedì con una pazienza inalterabile; ma, per eseguire questo piccolo lavoro, gli occorse un mese intero. In qualunque luogo avvertisse i movimenti della grazia divina, nel coro, sotto i chiostri, in giardino, si fermava e si inginocchiava. Le sue lunghe soste in ginocchio, in luoghi talvolta scomodi e pieni di pietre, determinarono in lui un tumore al ginocchio molto doloroso.

Si finì per giudicare che Giuseppe mancasse di spirito, di attitudine, e persino di salute per i lavori materiali della casa, e, senza altro motivo, fu congedato. Quale umiliazione, o piuttosto quale dolore mortale per questo povero servo di Dio, vedersi così chiudere vergognosamente e irrevocabilmente la porta di tutti i monasteri! Raccontò in seguito che in quel momento si era sentito come strappare la pelle dalla carne. Nessuno dei suoi parenti voleva offrirgli la propria casa; lo si considerava un vagabondo, un folle, che disonorava i suoi. Sua madre si abbandonò verso di lui alle sue solite violenze. Tuttavia andò a esporre il suo deplorevole stato ai Francescani conventuali. Frate Giovanni Donato, zio materno del giovane, resistette alle suppliche. Tutto ciò che poté ottenere fu che Giuseppe portasse l'abito del Terz'Ordine di San Francesco, sotto il titolo di oblato, e fosse in tale qualità addetto al servizio della stalla e incaricato della cura del mulo.

Ma Dio, che due volte prese dei pastori di greggi per metterli a capo del suo popolo e affidare loro la guida degli eserciti d'Israele, stava per levarsi in difesa del suo servo. Questo Dio, che aveva già tratto Giuseppe bambino da una stalla, si apprestava a trarlo da quella in cui si relegava la sua giovinezza.

Ammesso così al convento della Grotella, in qualità di oblato , il servo di Dio vi d couvent de la Grotella Santuario mariano e convento dove Giuseppe trascorse sedici anni. iede tali segni di umiltà, di obbedienza, di vera mortificazione, che attirò a sé, secondo l'effetto ordinario della virtù, dapprima tutti gli sguardi e poi tutti i cuori. Andava a piedi nudi a chiedere l'elemosina per il convento. Meno preoccupato di ottenere pane che di guadagnare anime, lasciava cadere dalle sue labbra parole semplici, ma penetranti, che persuadevano a fuggire il vizio e a praticare quella vita cristiana di cui offriva nella sua persona un così perfetto modello. Alla nudità dei piedi, alla rudezza del cilicio, aggiungeva una stretta catena di ferro che cingeva i suoi fianchi e le sue spalle; digiunava tutti i giorni, e dormiva appena qualche ora, consacrando il resto della notte all'orazione o allo studio degli elementi della lingua latina. Il sonno stesso gli diventava una sofferenza, poiché il suo giaciglio si componeva solo di tre assi. Una pelle d'orso gli serviva da materasso, e un sacco di paglia da cuscino. Del resto, sempre allegro, sempre ridente, il suo linguaggio rivelava in una toccante semplicità la finezza del suo spirito e la rettitudine del suo giudizio. Obbediva al minimo cenno, caricandosi con piacere dei più duri, dei più vili lavori, e mostrandovisi instancabile. Tanta virtù non poteva restare a lungo sconosciuta o ignorata. La bontà del suo cuore, e soprattutto la sua eminente pietà, gli conciliarono presto tutti i suffragi. Dio, che lo voleva nella Congregazione dei Minori conventuali, lavorava segretamente a sbozzare questo blocco e a scolpirvi l'immagine ammirevole che è diventata l'oggetto della venerazione della Chiesa.

Vita 03 / 10

Un miracoloso accesso al sacerdozio

Nonostante le sue difficoltà di apprendimento, accede al sacerdozio nel 1628 grazie a circostanze provvidenziali durante i suoi esami.

Su richiesta dei suoi zii, che avevano superato i loro pregiudizi, Giuseppe fu condotto ad Altamura nel mese di giugno dell'anno 1625; vi era riunita una Congregazione provinciale. Lì fu esaminato; la sua attitudine al chiericato fu riconosciuta; gli fu dato l'abito religioso con il nome di fra Giuseppe, e si vide così aggregato ai figli del convento della Grotella.

Avrebbe voluto, ma non poteva, per mancanza di istruzione, giungere al sacerdozio. I suoi sforzi per imparare furono costantemente sterili. Credeva di aver fatto molto quando, a gran fatica, riusciva a pronunciare correttamente qualche sillaba. Tutta la sua scienza si limitava a leggere piuttosto male e a scrivere ancora peggio. Non poté mai spiegare nessuno dei Vangeli dell'anno, eccetto quello che inizia con le parole: *Beatus venter qui te portavit*: «Beato il grembo che ti ha portato».

La Madre di Dio, che voleva elevare così in alto l'intelligenza del suo servo, sembrava prendere piacere nel dargli il senso di un Vangelo di cui lei è l'oggetto, e nell'introdurlo lei stessa nel santuario. Giuseppe imparò dunque a memoria le parole di questo Vangelo, il loro significato, la loro forza, e, armato della sua scienza come di uno scudo, si presentò audacemente all'esame. Per una segreta disposizione della Provvidenza, il vescovo di Nardò, Girolamo de Franchis, che lo conosceva e aveva un'alta opinione della sua virtù, gli conferì senza difficoltà gli ordini minori il 3 gennaio 1627, e il suddiaconato il 27 febbraio seguente. Era altrettanto disposto a conferirgli il diaconato; ma una persona della sua casa gli ricordò che, secondo i canoni, l'esame preliminare era d'obbligo. Giuseppe dovette dunque sostenere questo esame. Pieno di fiducia in Dio, e interiormente assicurato della protezione della santissima Vergine, vi si presentò con la sicurezza di un dottore consumato nello studio delle scienze sacre. Il vescovo prese il libro dei Vangeli e lo aprì; un angelo sembrò dirigere la sua mano; poiché il passo che incontrò fu precisamente quello che inizia con le parole: *Beatus venter*. Ordinò a Giuseppe di spiegare il passo. Il servo di Dio lasciò sfuggire un sorriso e, con gli occhi fissi al cielo più che sul libro, raccolto in Dio e nella sua divina Madre, lesse, spiegò e commentò il passo correntemente, come avrebbe potuto fare un maestro in teologia. Di conseguenza, Giuseppe, con sua grandissima gioia, ricevette il diaconato il 20 marzo 1627. Restava la promozione al sacerdozio, il cui esame doveva svolgersi a Bogiardo, nel capo di Otranto, da parte di Battista Deti, vescovo di Castro, prelato severo, temibile per gli ordinandi. Giuseppe si recò a Bogiardo in compagnia di diversi giovani studenti, suoi confratelli del convento di Lecce, tutti soggetti d'élite. I primi interrogati risposero così bene che il prelato giudicò inutile interrogare gli altri; ammise indistintamente tutti i candidati, compreso il nostro Santo, che fu così fatto sacerdote di Dio in qualche modo da Dio stesso, il 4 marzo 1628. Di ritorno al convento della Grotella, risolse di morire sempre più a se stesso e di vivere in Dio attraverso la contemplazione. Considerandosi come esiliato dal paradiso e come condannato ad abitare una terra di nemici, si proponeva di combattere e per questo di conquistare il cielo. Per trionfare sul mondo, si separò dal mondo, al punto da sembrare non farne più parte. La sua cella, vicina a quelle degli altri religiosi, lo esponeva alla curiosità e alle pie indiscrezioni dei suoi fratelli. Sebbene questa cella somigliasse più a una tomba che all'abitazione di un uomo vivo, la lasciava spesso per un ridotto ancora più solitario. I suoi ritiri preferiti erano una loggia della volta della chiesa e una piccola cappella dedicata a santa Barbara, situata in un uliveto vicino al convento. Nascosto e perduto, piuttosto che ritirato in quei luoghi, vi passava giorni interi in contemplazione o in estasi, o dedito all'esercizio delle terribili penitenze di cui parleremo.

Teologia 04 / 10

Ascetismo e umiltà eroica

Il santo conduce una vita di privazioni estreme, praticando digiuni rigorosi e ricercando i compiti più umili per spirito di umiltà.

Si spogliò di tutto ciò che gli era concesso dalla Regola, non conservando nulla al mondo, se non la tunica che lo copriva. Allora si gettò ai piedi del crocifisso ed esclamò: «Eccomi, Signore, solo, privo di tutto, completamente povero, siate il mio unico bene; ogni altra ricchezza mi è pericolo e rovina, scoglio e naufragio». Così liberato da tutto e ormai più agile per il cielo, così immerso nelle braccia della divina Provvidenza, andava ovunque piacesse al superiore di inviarlo. Portava semplici sandali e una tunica logora di cui spesso, al ritorno, mancava una parte. Il popolo, nella sua venerazione, sottraeva al Santo lembi del suo abito, il suo cordone e persino il suo rosario, per farne reliquie. Giuseppe non si accorgeva di questi furti, o, se se ne accorgeva, li spiegava in modo da attirarsi severe rimproveri. Gli si rimproverava la sua sbadataggine, la sua mancanza di cura: il convento, si diceva, non era abbastanza ricco per dargli ogni giorno una tunica nuova. Accettava come meritati questi rimproveri, destinati a esercitare la sua umiltà: «Padre mio», diceva, «non mi mandate più fuori; non mi mandate mai; lasciatemi vegetare nella mia cella». In una di queste circostanze in cui il Santo mancava del necessario, Dio, i cui occhi sono sempre fissi sui suoi servi, gli fece dare, da un abitante di Lecce, una tunica, un cordone, delle scarpe e un cappello. Giuseppe amava ricordare questa circostanza e se ne serviva molto tempo dopo per spingere i suoi fratelli a confidare nella divina Provvidenza. Tutto il suo affetto si concentrava nella sua cella; vi si teneva ritirato e vuoto di tutto. Con la povertà, aveva appena vinto il mondo e le sue pompe; intraprese anche di vincere il demonio, e si armò contro questo formidabile nemico di due spade: l'obbedienza e l'umiltà. La sua obbedienza indovinava e preveniva il comando. Nelle estasi di cui fu così spesso favorito, bastava, per richiamarlo a sé e al mondo, una parola del superiore. Questa parola era la catena che dal cielo lo riportava alla terra. Mai usciva dalla sua cella o dal convento, mai mangiava carne se non su ordine espresso del superiore. «L'obbedienza», diceva, «fa il tormento del demonio, e di tutti gli esorcismi, è il più potente». La sua umiltà fu eroica. Giuseppe si annullava nel sentimento del suo nulla. Non si era mai creduto più indegno del sacerdozio che da quando ne adempiva le funzioni. Provava, toccando il santissimo corpo di Nostro Signore, un inesprimibile turbamento. Avrebbe voluto, diceva, avere per ogni mano un pollice e un indice di ricambio, di cui si fosse servito solo al santo sacrificio della Messa, e che avesse poi rinchiuso in una cassetta, per non impiegarli in nessun altro uso. A sentirlo, era il più grande peccatore del mondo, un reprobo, la causa di tutti i mali. In convento e fuori dal convento, si faceva chiamare il peccatore, il che diede luogo alla meravigliosa storia che stiamo per raccontare:

Si trovava un giorno, per non sappiamo quale affare, presso una sorella del Terz'Ordine, chiamata Chiara Margioti. Sopraggiunge un'altra sorella accompagnata da un bambino di tre anni. Giuseppe si china per accarezzare il bambino e gli dice: «Piccolo mio, di' come me: Frate Giuseppe è un grande peccatore, degno dell'inferno». Il bambino, che balbettava appena, articolò con voce molto chiara la seguente frase: «Frate Giuseppe è un grande santo, degno del paradiso». Giuseppe, tirando graziosamente l'orecchio al piccolo bambino, fece la voce grossa e di nuovo lo avvertì di dire come lui. Ma il bambino ripeté tre volte di seguito la stessa frase. Questa particolarità colpì lo spirito degli astanti, che, come testimoni, l'hanno segnalata nell'inchiesta giudiziaria.

L'umile frate teneva a passare per essere ciò che diceva di essere. Ambiva ai più vili impieghi, lavava i piatti, puliva le stoviglie, spazzava i dormitori, portava via le immondizie. Essendo allora la chiesa in costruzione, trasportava i materiali sulle sue spalle e diceva di essere il fratello Aue. In inverno, in estate, sotto il sole, sotto la pioggia, andava, vestito di una tunica logora, le gambe nude, i piedi nudi, a chiedere l'elemosina per la comunità. In chiesa era sacerdote; ovunque altrove, non era che un povero frate umiliato e curvo sotto il peso del lavoro.

Trattò la natura e la carne come i suoi più formidabili nemici. Trent'anni dopo la sua morte, le tracce del suo sangue si vedevano ancora sulle pareti della sua cella così come sulle pareti della piccola cappella di Santa Barbara. Se un'immagine sensuale, un pensiero di vanagloria, una distrazione, venissero ad assalirlo, castigava il suo corpo come uno schiavo e voleva non lasciare dominare che lo spirito. Gli strumenti di queste incessanti penitenze erano corde armate di uncini che colpivano, laceravano la carne e la rendevano come un cadavere.

Ebbe ancora strumenti di penitenza più crudeli, finché il superiore credette di dover fermare questa passione per le sofferenze. Alle macerazioni sanguinanti, frate Giuseppe univa digiuni quasi continui. Passò cinque anni senza mangiare pane e quindici senza bere una sola goccia di vino. Erbe, qualche frutto secco, delle fave, componevano tutto il suo regime. Condiva questi umili cibi con una polvere amara che fu presa dapprima per pepe a causa del suo colore. Alcuni religiosi avendo avuto la curiosità di assaggiare questa sostanza, il preteso pepe si rivelò essere una polvere della specie di quella che Davide avrebbe chiamato *pulverem mortis*, «la polvere di morte». Il venerdì, si nutriva di un'erba amara e nauseabonda di cui nessun altro che lui poteva sopportare il gusto. Durante la Quaresima di trentasei giorni, detta presso i Francescani *Quaresima benedetta*, che inizia il 6 gennaio e finisce il 10 febbraio, mangiava solo una volta alla settimana. Durante le altre sei Quaresime francescane, mangiava, la domenica e il giovedì, erbe amare, qualche fava o frutto, e non prendeva nulla gli altri cinque giorni della settimana. Ciò che lo sosteneva in questa astinenza da alimenti materiali era l'alimento eucaristico; si nutriva del santo sacrificio che celebrava tutti i giorni. Si è notato più di una volta che estenuato, pallido e quasi morente prima della messa, appariva, lasciando l'altare, agile, animato e pieno di vigore. Non è dunque di pane che viveva; aveva il segreto di un alimento migliore e più sostanzioso. Gli alimenti materiali, che sostentano gli altri uomini, sembravano essergli diventati precisamente dannosi. Costretto un giorno dal superiore a mangiare carne, obbedì allo stesso tempo al superiore che voleva questa manducazione, e a Dio, che non la voleva; perché, quando ebbe ingoiato la carne, una improvvisa irritazione di stomaco gliela fece rigettare subito.

Miracolo 05 / 10

Levitazioni ed estasi

Giuseppe divenne celebre per i suoi numerosi rapimenti e i suoi voli miracolosi nello spazio, osservati dai suoi confratelli e da testimoni esterni.

Domando così coraggiosamente le sue passioni, sottomettendo così costantemente la sua volontà a quella di Dio, corrispondeva fedelmente alla grazia preveniente. Questa grazia che, in lui, non cadeva mai a vuoto, dovette prepararlo alle virtù della sua adolescenza e alle sublimi contemplazioni alle quali fu più tardi elevato. Il cardinale di Lauria dichiara che, nel periodo successivo alla sua ammissione al sacerdozio, «Giuseppe, non appena iniziava a meditare, era rapito fuori di sé ed elevato dalla grazia alla contemplazione». Il cardinale aggiunge: «È da lui, lo confesso, che ho imparato ciò che fanno, vedono e ascoltano le anime spirituali nella contemplazione, e gli devo tutto ciò che ne ho detto nel mio *Trattato dell'Orazione*».

Gli atti del processo di canonizzazione constatano che, nel convento della Grotella, dove visse sedici anni, il Santo fu così abitualmente rapito in estasi che la vita naturale e le occupazioni correnti della comunità impegnavano la minima parte del suo tempo. Entrava in estasi con facilità e ne veniva tratto solo con difficoltà. La santa obbedienza era, nei suoi confronti, il mezzo di distrazione più efficace. Il superiore gli intimava l'ordine di tornare dal mondo soprannaturale al mondo reale, ed egli vi tornava pieno di obbedienza, dovremmo dire di confusione. Le sue guance si coprivano di un pio rossore e talvolta di lacrime. Si sentiva confuso all'idea dell'effetto che doveva produrre sugli astanti un fenomeno così straordinario come quello di un uomo che passava così dal cielo alla terra, e dalla morte alla vita; poiché, durante l'estasi, l'azione dei sensi e il movimento degli arti cessavano completamente. Il Santo restava invariabilmente nella posizione in cui l'estasi lo aveva sorpreso e la luce divina avvolto, vale a dire con le braccia distese o in croce, gli occhi rivolti al cielo, talvolta seduto, talvolta nella posizione di un uomo che cammina; e nulla poteva strapparlo a questa posizione, né l'astuzia, né la forza. Si pungeva il Santo con degli aghi, lo si colpiva con del ferro, lo si bruciava con delle candele, e nessuna di queste cose poteva strapparlo alla vita estatica. Dopo l'estasi, vedendo ciò che era stato fatto per richiamarlo a sé, provava il moto di confusione di cui abbiamo parlato. L'umile servitore di Dio aveva l'abitudine di attribuire a un'infermità naturale queste alte operazioni di Dio in lui, e le chiamava i suoi stordimenti. È in questo spirito di umiltà che un giorno disse al cardinale di Lauria: «Compatriota, sai cosa mi fanno i frati quando mi vengono i miei stordimenti? Mi bruciano le mani e mi rompono le dita». E, mostrandogli il pollice coperto di vesciche, aggiunse: «Ecco la loro opera», e si mise a ridere.

Avendo il cardinale di Lauria domandato cosa vedano gli estatici nell'estasi, il servitore di Dio rispose: «Gli estatici si sentono come trasportati in una galleria che risplende di cose nuove e belle, davanti a uno specchio dove, con uno sguardo, abbracciano le meraviglie che in questa ammirabile visione piace a Dio di mostrare loro».

La sua anima, avida di unirsi alla bellezza eterna, volava sulle ali dell'amore divino, staccava dalla terra e trascinava nello spazio il corpo stesso per associarlo alla felicità dei beati. Queste specie di rapimenti nello spazio furono così prodigiosi, così frequenti, che occorrerebbe un libro per descriverli. Erano iniziati immediatamente dopo la promozione di Giuseppe al sacerdozio; durarono fino alla sua morte. Durante i sedici anni del suo soggiorno alla Grotella, furono quasi continui. Lo si vede, in chiesa, slanciarsi con un balzo sulla piattaforma dell'altare e, il giorno del giovedì santo, volare dal pavimento della chiesa al sepolcro di Nostro Signore. Il giorno della festa di san Francesco, lo si vede volare sull'altare del santo patriarca, e il giorno della festa di Nostra Signora del Carmelo, sull'altare principale della Madonna. Lo si è visto, nella sua cella, se qualche parola veniva ad infiammare la sua devozione, volare nello spazio in stato di contemplazione; e talvolta, in questa ascensione, tenere un carbone ardente, senza che la sua mano ne fosse offesa. Nel refettorio, in mezzo ai suoi confratelli gelati da un santo timore, lo si è visto sollevarsi sul suo seggio e volare nello spazio, portando con sé un riccio di mare. Infine, nelle campagne vicine a Copertino, lo si è visto elevarsi volando, una volta su un ulivo, e un'altra volta su una grande croce che aveva miracolosamente piantato nel luogo in cui si trovava. Un sentimento di ammirazione per l'onnipotente Creatore di quel riccio di mare, la bellezza del cielo, la vista degli strumenti della Passione del Salvatore figurati sulla croce, bastavano per determinare questi rapimenti.

Miracolo 06 / 10

Miracoli e dominio sulla natura

Moltiplica le guarigioni e manifesta un potere singolare sugli elementi e sugli animali, in particolare sugli uccelli e sulle pecore.

I miracoli che operò durante il suo soggiorno alla Grotella suscitarono l'ammirazione di tutto il paese e di tutta la provincia; il suo nome si diffuse ovunque, e ovunque lo si considerava un miracolo di santità. Sul territorio di Copertino non si vedevano più malati, o, se ne appariva qualcuno, il Santo andava a trovarlo e, con il segno della croce, lo guariva all'istante. Ne seguì che la sua persona divenne oggetto di un fervore generale. I fedeli venivano da lontano a chiedergli grazie e miracoli; e le grazie e i miracoli venivano da lui distribuiti come il medico distribuisce le sue prescrizioni. Diceva ai fedeli: «Figli miei, fiducia in Dio!». Ad alcuni dava, scritta di sua mano, la benedizione di san Francesco; ad altri faceva unzioni con l'olio della lampada del Santo, e tutti venivano guariti. Un giorno, mentre visitava un malato, una madre gli presentò la figlia storpia, impotente e colpita dal vaiolo. Il Santo, sedendosi, trasse un crocifisso dal petto e disse alla ragazza: «Vieni, bacia questo crocifisso e vai a farlo baciare a tuo padre e a tua madre». La giovane obbedì e fu guarita. Dom Pomponio Imbeni, afflitto da diverse ulcere, era costretto a letto. Frate Giuseppe va a visitarlo: «Fiducia», dice al malato; «da quanto tempo non vai alla Grotella a visitare tua madre?». Questa parola madre significava la santissima Vergine. «Frate Giuseppe», risponde il malato, «vedete bene che non posso muovermi». — «Abbi fiducia in tua madre», replica Giuseppe. Allo stesso tempo il Santo toccava una ad una le ulcere, che si cicatrizzavano come se la guarigione fosse uscita dalle sue dita. Onofrio Rizzo sembrava essere in agonia. Le sue labbra erano così serrate che non si riusciva ad aprirgli la bocca; Giuseppe si avvicina al moribondo, gli socchiude dolcemente le labbra, gli fa ingoiare non sappiamo quale sostanza e, guarendolo istantaneamente, gli dice: «Come ti senti?». — «Bene», rispose Onofrio. — «Non parlerai di me», replicò Giuseppe, «ma dirai che la santa Vergine ti ha guarito». Le pagine del processo di canonizzazione sono piene di simili miracoli. La sua carità verso i confratelli e i suoi compatrioti si manifestò più di una volta con prodigi. Un giorno, mentre la tempesta scuoteva il convento della Grotella e colpiva da lontano il paese di terrore, frate Giuseppe si inginocchia davanti all'altare della Madonna: «Fede! fede!», esclama. E, uscendo dalla chiesa, rimproverò la tempesta, che si dissipò al suo passaggio. Una siccità desolava le campagne: «Abbiamo fede in Dio», diceva il Santo ai suoi compatrioti; «facciamo una processione alla santissima Madonna, e prima che la processione sia finita, avrete l'acqua». La processione fu fatta, e l'acqua arrivò davvero. Il convento della Grotella, finché vi risiedette, non mancò di nulla. I miracoli, quando chiedeva l'elemosina, sembravano seguirlo ancora più di quanto lui seguisse le elemosine. I rifornimenti arrivavano con un'abbondanza che non poteva essere attribuita che alle intercessioni del Santo e all'immensa liberalità di Dio. Un giorno, per suo ordine, una suora di nome Chiara era andata nella famiglia Giuli a chiedere un po' di miele per il convento. Giuseppe, sopraggiungendo, tocca il vaso, e, sotto le sue miracolose mani, il miele, aumentando di quantità e volume, trabocca e riempie un altro bacino. Il giorno dopo, Giuseppe, avendo incontrato suor Chiara, le disse sorridendo: «Quel miele che i nostri benefattori ci hanno dato, io l'ho fedelmente restituito loro». Una decina di pellegrini di Narbo chiedevano al convento del vino per rinfrescarsi; ne restava solo per la cena dei religiosi; ci si scusava; ma pieno di fede nella divina Provvidenza, frate Giuseppe trasse dall'otre tanto vino quanto i viaggiatori ne poterono bere, e ce ne fu poi abbastanza per provvedere ai bisogni della comunità per diversi giorni. Sua madre, Francesca Panara, sempre povera, ma sempre rassegnata nella sua povertà, mancava di pane. Ne chiedeva spesso al figlio, e invocava presso di lui il suo titolo di madre. «Nostra madre», rispondeva Giuseppe, «è la Madonna; io non ho nulla, sono povero; raccomandati alla Madonna, la Madonna ti aiuterà». È in questi termini che Giuseppe la congedava ogni volta, e ogni volta, rientrando a casa, la povera donna vi trovava il pane necessario ai bisogni della giornata. È ben vero che nulla è impossibile alla preghiera e alla fede, e che la grazia può dare all'uomo sulla natura un impero ancora più grande di quello che ha perduto per la colpa di Adamo. Il nostro Santo dispiegava con una specie di lusso, se possiamo parlare così, gli effetti della onnipotenza divina. Era spesso chiamato al convento delle religiose di Santa Chiara di Copertino, o per le sue questue, o per i bisogni spirituali di quella casa. Un giorno, disse ridendo alle religiose di recitare bene l'ufficio, che avrebbe mandato un uccellino a stimolare il loro zelo. Alla prima riunione delle religiose, si vide apparire infatti sulla finestra del coro un grazioso passero solitario. L'uccello si mostrava così ogni giorno agli uffici del mattino e della sera. Il suo canto precedeva quello delle religiose e, con accordi di una melodia straordinaria, il passero sembrava invitare le serve di Dio a celebrare le lodi del loro comune Maestro. L'ufficio terminato, l'uccello spariva. Il passero tornò così ogni giorno, alle stesse ore, senza mai mancare, per cinque anni. Un insulto che gli fu fatto da una religiosa lo fece allontanare. Le suore se ne lamentarono. «Il passero è partito, e ha fatto bene», disse Giuseppe; «perché minacciarlo e insultarlo?». Il Santo promise tuttavia che il fuggitivo sarebbe tornato, e la sua parola fu un oracolo. Sia che l'uccello avesse dimenticato l'ingiuria, sia che l'avesse perdonata, riapparve. Non solo si mostrò al coro, ma questa volta stabilì la sua dimora tra le serve di Dio. Si appollaiava, ora su un sedile, ora su un quadro, e si lasciava accarezzare. Una delle suore, avendogli attaccato un campanellino alla zampa, restò ancora due mesi nel convento trascinando quel campanellino; ma il giovedì santo, sparì, e non si mostrò né il venerdì né il sabato. Nuove lamentele a frate Giuseppe. Il Santo rispose: «Ve l'ho dato come musicista, non bisognava farne un suonatore di campane. È andato a vegliare vicino al sepolcro di Nostro Signore; ma lo farò tornare». Il passero tornò infatti, riprese le sue abitudini, e non abbandonò il convento se non quando il Servo di Dio, lasciando lui stesso Copertino, portò altrove il segreto dei suoi miracoli. Un giorno, salvò miracolosamente due lepri, che, inseguite dai cacciatori, vennero a gettarsi, l'una tra le sue braccia, l'altra tra le pieghe della sua veste. Dopo un violento temporale, dei pastori desolati, vedendo la pianura coperta dai cadaveri delle loro pecore, vennero piangendo a implorare il soccorso delle sue preghiere. Il nostro Santo li consolò e, recandosi sul teatro del sinistro, resuscitò una ad una tutte le pecore, dicendo: «Nel nome di Dio, alzati!». Ma ecco un fatto più sorprendente. Ogni sabato Giuseppe recitava le litanie nella piccola cappella di Santa Barbara. I pastori e gli abitanti dei villaggi vicini assistevano a questo esercizio. La riunione era solitamente molto numerosa. Un sabato Giuseppe viene alla cappella e non vi trova nessuno: i contadini erano occupati nei lavori della mietitura, che non ammettono né ritardi né interruzioni. Il Santo, a cui la validità della scusa non era ben dimostrata, si mise a gemere interiormente per la leggerezza degli uomini, che, per qualche interesse materiale, trascurano così spesso l'interesse ben altrimenti considerevole del servizio di Dio. Allo stesso tempo gettava lo sguardo lontano nella pianura; ma non vedeva da ogni parte che greggi e nessun pastore. Colto da un santo trasporto, si rivolge a quelle greggi sparse: «Pecore di Dio», esclamò, «venite qui, venite a onorare la Madre del mio Dio, che è anche il vostro». O prodigio dei prodigi! o meraviglia delle meraviglie! a queste parole dette da lontano a esseri che non potevano né udirle né comprenderle, le pecore di quei numerosi greggi, saltando oltre le barriere, lasciando i grassi pascoli, lasciandosi dietro i loro piccoli, si incamminano a bande, come esseri intelligenti, e si dirigono correndo, animate, sembra, da un solo spirito, verso la cappella. Invano i piccoli pastori tentano di trattenere le loro pecore, le richiamano, le minacciano con i loro bastoni; esse varcano lo spazio, balzano ai piedi della cappella, si raggruppano attorno a Giuseppe e rispondono con un belato prolungato alla recitazione di ciascuno dei versetti delle litanie. Quando questa recitazione fu terminata, le pecore, dopo aver ricevuto la benedizione di Giuseppe, tornarono ai loro pascoli, e l'uomo di Dio rientrò nella solitudine.

Vita 07 / 10

La prova dell'Inquisizione e Roma

Denunciato come impostore, compare davanti all'Inquisizione a Napoli prima di essere ricevuto da papa Urbano VIII a Roma.

Il provinciale dei Francescani della provincia di Otranto non volle che un così ricco tesoro rimanesse sempre chiuso nello stesso convento; concepì il generoso disegno di esporre allo sguardo di tutti i religiosi della provincia questo modello in cui ognuno avrebbe visto, come in uno specchio, quale debba essere un vero figlio di san Francesco d'Assisi. Ordinò dunque a Giuseppe di visitare, uno dopo l'altro, tutti i conventi della provincia, e di soggiornare in ogni casa per tre o quattro giorni. Era ben poco secondo il desiderio delle case che avrebbero accolto un tale ospite; ma questo tempo doveva bastare a occhi esperti per apprezzare la santità dell'illustre religioso. Ogni suo passo, in questo viaggio, fu segnato da miracoli, estasi, rapimenti o atti di virtù. La sua umiltà non era meno grande dei suoi doni soprannaturali. Un giorno, un cieco lo prega di ridargli la vista: «Va', va'», dice il Santo, «con i miei peccati non farei che renderti ancora più cieco». E, voltandosi verso il suo compagno: «Io, dei miracoli!» esclamò. Talvolta interrogato riguardo a fatti in cui il miracolo era evidente, rispondeva con semplicità: «Ciò è vero, Dio ha fatto tale cosa». Essendo gli applausi inseparabili dalle azioni miracolose, Giuseppe, quando lo si lodava, era solito dire: Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam: «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà gloria». Ebbe un bel gettare il velo dell'umiltà sullo splendore della sua fama, degli occhi che probabilmente erano già malati ne furono turbati. Un vicario generale denunciò san Giuseppe come impostore agli inquisitori di Napoli. Il Santo fu obbligato a comparire; ma, esaminati i capi d'accusa, fu dichiarato innocente e rimandato. Celebrò la messa a Napoli nella chiesa di San Gregorio Armeno, che apparteneva a un monastero di religiose; terminato il sacrificio, fu rapito in estasi, come diversi testimoni oculari attestarono nel processo di canonizzazione. Gli inquisitori lo inviarono a Roma dal suo generale, che lo ricevette dapprima con durezza; ma presto, penetrato di ammirazione per le sue virtù, volle portarlo con sé a baciare i piedi di papa Urbano VIII. L'umile servo di Dio andò all'udienza pontificia e superò in qualche modo la sua stessa reputazione; poiché, nel momento Urbain VIII Papa che ha beatificato Giosafat. in cui baciava i piedi di Sua Santità, avendo considerato che era davanti al vicario di Gesù Cristo, entrò in estasi e fu sollevato in aria in un rapimento che durò fino al momento in cui il generale credette di doverlo richiamare alla vita reale. Penetrato da un religioso terrore, il Pontefice si voltò verso il generale e gli disse che «se frate Giuseppe morisse sotto il suo pontificato, vorrebbe deporre del prodigio di cui era appena stato testimone». Il Papa, allo stesso tempo, ordinò al generale di collocare Giuseppe in un convento dell'Osservanza. Il cielo aveva già designato a Giuseppe con segni molto sensibili quale dovesse essere questo convento. Era quello di Assisi, dove lo chiamavano da tempo i due profumi lasciati in quel luogo sacro da Nostra Signor a degl Assise Luogo dell'arresto di San Sabino. i Angeli e dal serafico san Francesco. Vi fu inviato dal suo generale. Il guardiano del convento lo trattò con alterigia e disdegno. Le pene interiori in cui Dio voleva purificare sempre più il suo servo furono croci ben più difficili da portare.

Vita 08 / 10

Notte oscura e doni di profezia

Ad Assisi, attraversa un periodo di aridità spirituale e tentazioni demoniache, manifestando al contempo doni di chiaroveggenza.

Tutte le consolazioni divine furono a poco a poco ritirate al Santo: niente più estasi, niente più rapimenti, nessuna delle dolcezze abituali che un tempo lo consolavano nelle sue pene. La Messa stessa non ebbe più gusto per lui. Quando celebrava, sembrava meno sacrificare la santa Vittima che immolare se stesso, vittima di un'aridità che non lo abbandonava più e di un intorpidimento dello spirito che non aveva mai provato. Chiese e ottenne la *Cronaca dell'Ordine di San Francesco* per leggervi le testimonianze del favore dell'Ordine fin dalla sua culla. Le pagine di questi gloriosi annali scorrevano sotto i suoi occhi, senza che lo spirito sembrasse soffermarvisi o gustarle. Egli

ricorreva a Dio; Dio lasciava i suoi gemiti senza risposta. Invocava il Signore; il Signore, che lo udiva, rimaneva come sordo alle sue preghiere, per essere invocato di nuovo. Una nera malinconia si impadronì allora del cuore di Giuseppe. Il dolore determinò in lui un'oftalmia che lo rendeva come incapace di alzare gli occhi. Sembrava non vivere più che nel ricordo. Ha spesso dichiarato di non aver mai sofferto tanto, né di essersi sentito perseguitato da fantasmi così terribili. Con la tristezza sopraggiunse l'angelo di Satana, che, con immagini sensibili e odiose, schiaffeggiando il Santo giorno e notte, lo attirava verso l'abisso dove sarebbe infallibilmente caduto se non avesse opposto una difesa vigorosa. Non erano solo illusioni, sogni; erano visioni corporee. Gli spiriti infernali, prendendo un corpo aereo, gli facevano vedere e udire, presentavano al suo spirito, sotto mille forme diverse, cose orribili e detestabili. Precipitato dal culmine delle contemplazioni divine nell'abisso delle persecuzioni, delle tristezze, delle aridità, delle tentazioni, il povero frate versava abbondanti lacrime. Vedeva come rovesciati i bastioni del suo spirito; la cittadella sola restava in piedi, sostenuta da una forza segreta, di cui non poteva chiaramente discernere la fonte, ma che veniva da Dio. Spesso, mentre il nemico lo attaccava, si volgeva verso il crocifisso, e il crocifisso sembrava non presentargli che un Dio sconosciuto. In mezzo alle tenebre e agli abbattimenti del suo spirito, Giuseppe, dal profondo del cuore, invocava, supplicava quel divino Salvatore di venirgli in aiuto; ma Dio, per provarlo maggiormente, non rispondeva alle sue preghiere e alle sue lacrime che con un silenzio atterrante.

Il Generale, informato dello stato di Giuseppe, lo mandò a Roma: in questo viaggio, sentì tornare le consolazioni celesti che Dio gli accordò con più abbondanza che mai. Al solo nome di Dio, di Gesù o di Maria, era come fuori di sé. Esclamava spesso: «Degnatevi, o mio Dio, di riempire e possedere tutto il mio cuore. Possa la mia anima essere affrancata dai legami del corpo ed essere unita a Gesù Cristo! Gesù, Gesù, attirami a te, non posso più restare sulla terra!». Lo si sentiva spesso esortare gli altri alla divina carità, dicendo loro: «Amate Dio; colui nel quale regna questo amore è ricco, sebbene non se ne accorga». I suoi rapimenti erano tanto frequenti quanto straordinari. Ne ebbe anche diversi in pubblico, di cui un gran numero di persone tra le più notabili furono testimoni oculari, e attestarono più tardi la verità con giuramento. Si annovera tra questi testimoni Giovanni Federico, duca di Brunswick e di Hannover. Questo principe, che era luterano, fu così colpito da ciò che aveva visto, che abiurò l'eresia e rientrò nel seno della Chiesa cattolica. Giuseppe aveva anche un talento singolare per convertire i peccatori più induriti e per tranquillizzare le anime che avevano pene interiori. Aveva l'abitudine di dire alle persone scrupolose che si rivolgevano a lui: «Non voglio né scrupoli né malinconia; che la vostra intenzione sia retta, e non temete nulla». Spiegava i più profondi misteri della fede con grande chiarezza, e li rendeva in qualche modo sensibili. Doveva le conoscenze sublimi che si notavano in lui alle comunicazioni intime che aveva con Dio nella preghiera.

La prudenza che mostrava nella guida delle anime attirava a lui un grande concorso di gente, e persino cardinali e principi. Predisse a Giovanni Casimiro, figlio di Sigismondo III, re di Polonia, che avrebbe reg nato un gior Jean Casimir Principe polacco a cui Giuseppe predisse il suo regno. no per il bene dei popoli e per la santificazione delle anime. Gli consigliò di non impegnarsi in alcun Ordine religioso. Questo principe, essendo poi entrato tra i Gesuiti, vi fece i voti degli scolastici della Compagnia; ma fu dichiarato cardinale dal papa Innocenzo X, nel 1646. Giuseppe lo dissuase dalla risoluzione in cui era di ricevere gli ordini sacri. La predizione del Santo si compì. Ladislao, figlio primogenito di Sigismondo, essendo morto nel 1648, Giovanni Casimiro fu eletto re di Polonia. Abdicò poi alla corona e si ritirò in Francia, dove morì nel 1672. È questo principe che ha fatto conoscere lui stesso tutte le circostanze del fatto che è stato appena riferito.

I miracoli del Santo ad Assisi furono così numerosi, così prodigiosi, che si crederebbe a stento alla storia, se la storia non fosse appoggiata dall'autorità di un'istruzione giuridica sancita dagli irrefragabili decreti della Sede apostolica. Solo abbracciando i malati, il Santo li guariva. Il suo compagno, Fra Ludovico Bracone, ne fece l'felice esperienza; era in preda a una febbre maligna: «Caro compagno», disse a Giuseppe, «non abbandonarmi». Giuseppe lo abbracciò, e la febbre scomparve.

Del resto, una semplice preghiera di Giuseppe bastava per operare grandi cose, anche a distanze lontane. Ottavio Aromatario e Girolamo Ferri, entrambi abbandonati dai medici, furono liberati dalla febbre nel momento in cui Giuseppe celebrava per loro il santo sacrificio della Messa. Un combattimento si era ingaggiato tra i soldati di Assisi e quelli della Bastia; il sangue era scorso; questo combattimento cessò senza alcuna mediazione, e nel modo più imprevisto, nell'ora stessa in cui Giuseppe, informato della lotta, supplicava il Signore di pacificare le parti. Uno sguardo di Giuseppe, accompagnato da non sappiamo quale saluto, bastò per decidere un giardiniere a rompere un commercio illegittimo e a condurre ad Assisi una vita esemplare. Con le sue segrete preghiere, il Santo liberò i suoi compatrioti da una guerra terribile e procurò loro una pace profonda.

Più i giusti sono favoriti da Dio, più il nemico di Dio li perseguita o interiormente con la tentazione, o esteriormente con assalti a volte terribili. Le vessazioni del demonio contro Giuseppe ne sono un esempio. Una notte, il Servo di Dio che pregava in chiesa, sente la porta aprirsi con violenza e vede apparire un uomo che trascinava ai piedi come dei sandali di ferro. Giuseppe lo guarda e lo segue con lo sguardo. Il personaggio si avvicina; man mano che avanza, le lampade sospese attorno all'altare di San Francesco cominciano a impallidire e si spengono una a una fino all'ultima. Rimasto solo nell'oscurità con quest'uomo calzato di ferro, Giuseppe si raccomanda a san Francesco. Già il demonio, precipitandosi su di lui e rovesciandolo, lo stringeva alla gola e lo soffocava, quando Giuseppe vede il serafico Padre uscire dalla sua tomba con una candela in mano e riaccendere le lampade; alla loro luce, il nemico scomparve. Da allora, Giuseppe ebbe l'abitudine di chiamare san Francesco il lampista della chiesa. Un'altra volta, era pure durante la notte, Giuseppe, chiuso in un confessionale, vede un uomo avanzare, inginocchiarsi e pregare. Prendendo quest'uomo per un buon servo di Dio, gli disse con pietà: «Fratello, prega per me». Ma l'orribile fratello, rizzandosi sui piedi e precipitandosi su Giuseppe: «Ipocrita», gridò, «fino a quando abiterai questa casa?». Giuseppe riconobbe solo allora di avere a che fare con il demonio.

Era ben consolato di queste terribili apparizioni dalle sue comunicazioni continue con gli angeli e con la divina Maestà. Il giorno in cui fece il suo ingresso ad Assisi, una grande serva di Dio vide due spiriti celesti accompagnarlo. Fu rivelato a un'altra serva di Dio, dal suo angelo custode, che l'angelo custode di Giuseppe apparteneva alla prima gerarchia degli spiriti beati. Il Santo non varcava mai la soglia della sua cella senza salutare il suo angelo custode e invitarlo a entrare per primo. La stessa serva di Dio, suor Cecilia de Nobili di Nocera, religiosa conversa, vide due volte l'anima di Giuseppe nel sacro costato di Nostro Signore. Un'altra volta, condotta in spirito su una montagna che le fu designata come quella della perfezione, riconobbe, tra diverse anime arrivate alla vetta, quella del nostro santo religioso.

Vita 09 / 10

Esili e segregazioni

Per limitare l'affluenza delle folle, le autorità ecclesiastiche lo trasferiscono successivamente in conventi isolati a Pietrarubbia e Fossombrone.

Tuttavia il tribunale dell'Inquisizione, che aveva constatato la santità di Giuseppe a Napoli, e papa Urbano VIII, che l'aveva constatata a Roma, avevano nella loro alta saggezza giudicato necessario nascondere a persone che avrebbero potuto offendersi una luce che Dio avrebbe saputo svelare se lo avesse ritenuto opportuno. Fra Vincenzo Maria Pellegrini, inquisitore di Perugia, ebbe ordine di condurre immediatamente, ma onorevolmente, fra Giuseppe al convento dei Cappuccini del territorio di Pietrarubbia, situato sulle pendici di una montagna scoscesa, e di consegnarlo nelle mani del padre guardiano, che doveva tenerlo in un ritiro assoluto. A questa notizia, il nostro Santo si turbò dapprima, impallidì: «Mi vogliono forse condurre in prigione?» disse. Ma la grazia, prendendo subito il sopravvento sulla natura, si chinò per baciare i piedi dell'inquisitore e balzò nella carrozza dove questi lo attendeva, obbedendo con la gioia sulla fronte e il sorriso sulle labbra.

Quando fu arrivato al convento dei Cappuccini di Pietrarubbia, il Padre inquisitore lo consegnò nelle mani del Padre guardiano, Giovanni Battista da Monte Grimano.

Per ordine del tribunale supremo, l'inquisitore fece proibire, sotto pena di scomunica, di lasciar parlare Giuseppe con chiunque, eccetto che con i religiosi del convento; gli era proibito inoltre di scrivere lettere, anche ai cardinali, di riceverne e di uscire dal recinto della comunità. In una parola, doveva restare privo di ogni commercio con i secolari. Il Servo di Dio udì leggere e lesse gli ordini in questione con una tranquillità di spirito imperturbabile, e sembrò gradire le sofferenze che gli venivano imposte. Non chiese mai quale potesse essere il motivo di tali ordini, né perché fosse stato tolto ai Conventuali di San Francesco per essere trasferito presso i Cappuccini. Soddisfatto di tutto, lodando Dio in ogni cosa, rassegnato, immutabile, somigliava allo scoglio dei mari che, battuto dal flutto, non ne è affatto scosso. A nostro avviso, questa impassibilità supera le forze naturali dell'uomo: «Per non essere affatto scosso da certe sofferenze», dice san Girolamo, «bisogna essere o roccia o Dio, Vel saxum, vel Deus». Fra Giuseppe non era né roccia né Dio; ma l'uomo, in lui, sembrava essere scomparso. Era giunto a non distinguere più il sapore degli alimenti. Interrogato se una pietanza fosse insipida o salata, dolce o acida, rispondeva vivamente: «È buono! è buono!». Mai ha detto: Questa cosa mi fa male, questo è insipido, questo mi dispiace. Trovava a stento il tempo di mangiare, inghiottiva piuttosto che assaporare qualche verdura o erbaggio, noci, un po' d'acqua colorata. Sembrava rifiutare il necessario a quel corpo il cui peso tendeva alla terra e vi tratteneva un'anima impaziente di slanciarsi verso i cieli.

Del resto, l'anima rompeva gli ostacoli, e incessanti e meravigliosi rapimenti la trasportavano verso le regioni celesti. La celebrazione del santo sacrificio non era per Giuseppe che una lunga estasi che non durava meno di due ore. Nel giardino del convento, dove il superiore esigeva che passeggiasse di tanto in tanto, si sollevava in aria, era rapito in estasi, o alla vista della pianta che gli diceva la bontà e la onnipotenza del Creatore, o alla vista dell'uccello il cui canto gli ricordava i concerti dei beati. Nella sua cella, se cessava di piangere sulle sofferenze del Salvatore, era per volare nello spazio e slanciarsi verso il cielo in estasi d'amore.

Una così viva luce non poteva rimanere nascosta. Invano si trae Giuseppe da Assisi per sottrarlo alle premure della folla; invano lo si fa trasferire con precauzione in un convento di Cappuccini remoto, situato tra precipizi, scarpate e montagne, dove dovrà vivere nascosto e ignorato; presto una folla immensa scala ogni giorno il convento per essere testimone dei rapimenti, dei miracoli di Giuseppe e assistere alla sua messa. Il concorso degli stranieri fu così considerevole che si dovettero costruire attorno al convento delle foresterie per la comodità dei visitatori. Mancando lo spazio per contenere la folla durante la messa, i fedeli salivano sul tetto e lo scoperchiavano, oppure praticavano aperture nelle mura della chiesa.

Il tribunale dell'Inquisizione, incaricato di sorvegliare ogni movimento pubblico di falsa devozione o di devozione straordinaria, credette di dover nascondere di nuovo il Servo di Dio. Lo si fece trasferire, sempre con le stesse precauzioni, al convento dei Cappuccini di Fossombrone. Ma come nascondere il sole? Dio solo poteva togliergli il suo splendore. Nel tragitto, che era considerevole, si contarono quasi tanti miracoli quante miglia, e più estasi e rapimenti che passi, e i miracoli che aveva fatto fino ad allora non erano nulla rispetto a quelli che fece durante un soggiorno di tre anni a Fossombrone. Un giorno che desiderava vivamente assistere alla processione del Corpus Domini, ebbe un rapimento e vide la processione nelle strade di Fossombrone, come se l'avesse seguita. La domenica del Buon Pastore, lo si vide rapito in aria nel giardino, e rimase in ginocchio nello spazio per più di due ore.

Rapimenti in Dio così continui produssero in Giuseppe una sorta di trasformazione in Dio, secondo questa parola del profeta Osea: Facti sunt sicut ea quæ dilexerunt: «Sono diventati come le cose che amarono». Così trasformato in Dio, il Santo dovette in ciascuno dei suoi atti manifestare una virtù divina. E poiché il proprio di Dio è conoscere tutto, penetrare ogni cosa segreta, Giuseppe arrivò a un tale grado di chiaroveggenza che si temeva di apparire davanti a lui in stato di peccato o di colpa. In ciascuna delle sue residenze, rivelava alle persone, a tutte indistintamente, i segreti del loro cuore. Fra Girolamo da Senigallia, cappuccino, e fra Giuseppe convennero un giorno di raccomandarsi reciprocamente a Dio. Giuseppe soddisfò l'impegno, fra Girolamo vi mancò. Dopo alcuni mesi, quest'ultimo disse affettuosamente al Servo di Dio: «Fra Giuseppe, vi siete ricordato di pregare Dio per la mia intenzione?» — «Ho pregato per te», rispose Giuseppe; «ma tu, hai trascurato di pregare per me». Il giovedì, 7 gennaio 1655, il nostro santo religioso uscì dalla sua cella verso le tre del mattino, per celebrare la messa nella piccola cappella vicina. Vedendo che si cercavano le vesti sacerdotali del colore voluto dalle rubriche, disse al servitore: «Dammi i paramenti della morte, perché, in questo momento, a Roma, il Papa è appena morto». Diceva il vero. La notizia dell'evento confermò presto le parole di Giuseppe, che predisse così la morte di due sovrani Pontefici, di Urbano VIII ad Assisi, e di Innocenzo X a Fossombrone.

Vita 10 / 10

Ultimi anni e morte a Osimo

Termina la sua vita in reclusione a Osimo, dove muore nel 1663 dopo un'ultima malattia vissuta nell'estasi.

Il 10 luglio 1657, il nostro Santo fu trasferito al convent o di Osimo Città natale e primo luogo di ministero del santo. Osimo, dove trascorse il resto della sua vita. Lì, come altrove, fu sottoposto a una severa segregazione. Fu relegato in un appartamento appartato. Gli furono assegnati una cappella e un giardino a parte e un compagno speciale. Fu così lasciato tutto a Dio, interamente libero da relazioni e affari. Il suo genere di vita di allora si trova descritto in modo superiore negli atti del processo di canonizzazione: «Al levar del sole», dice il testimone, «Giuseppe lasciava il suo giaciglio e passava nel suo oratorio, dove recitava l'ora canonica di Prima e altri uffici che specificherò più avanti, fino al momento in cui il suo padre spirituale veniva a confessarlo. Dopo essersi confessato e preparato al santo sacrificio, scendeva nella cappella particolare, dove doveva dire la messa solitariamente. Lì, si copriva con gli abiti sacerdotali, s'inginocchiava davanti all'altare e recitava con devozione le litanie della santissima Vergine; dopo di che celebrava il santo sacrificio con un fervore incomparabile. La sua messa durava circa un'ora, non compreso il tempo delle estasi, a volte più, a volte meno. Terminata la messa, restava nella cappella un momento, poi tornava all'oratorio a recitare le ore canoniche e molti altri uffici: questi uffici erano quelli della Madonna, dei Defunti, della Croce, dello Spirito Santo, i salmi della Penitenza seguiti dalle orazioni, e il rosario, se il tempo lo permetteva. Questi esercizi lo occupavano fino all'ora di pranzo; gli portavano da mangiare dopo il pasto dei religiosi. Non restava a tavola che un istante, andava a rendere grazie nel suo oratorio, e, se dei religiosi desideravano poi intrattenersi con lui, li ascoltava volentieri fino al momento in cui si rinchiudeva nella camera del riposo, per dormirvi un'ora o un'ora e mezza. Dopo il sonno, riprendeva le sue preghiere nell'oratorio fino al suono dell'Ave Maria, e restava persino nell'oratorio più a lungo, se dei religiosi dovevano intrattenerlo sui loro bisogni spirituali. Al suono dell'Ave Maria, il compagno di Giuseppe accendeva un cero, e il Servo di Dio dedicava diverse ore alla lettura spirituale. Leggeva la messa del giorno seguente, la vita del Santo di cui si celebrava la festa, qualche sermone sulle sacre Scritture. Immediatamente dopo la cena della comunità, il suo compagno gli presentava un po' di cibo. Mangiava e tornava all'oratorio, dove lo accompagnavano talvolta dei religiosi che venivano a conferire di materie spirituali o a cantare con lui dei cantici alla gloria di Dio. Questo svago durava un'ora o un'ora e mezza. I visitatori si ritiravano; quanto a lui, restava solo nell'oratorio fino a mezzanotte, che era il momento di dire Mattutino. Dopo Mattutino, andava a riposare fino al levar del sole. Tale fu il regime del servo di Dio dal suo arrivo al nostro convento fino alla sua ultima malattia. Non vi derogava che in caso di indisposizione. Per quanto riguarda il suo nutrimento, non usava, durante tutto l'anno, che alimenti di Quaresima. Era sobrio, sembrava non bere e non mangiare che per costrizione, e spesso, tanto era astratto, non sapeva ciò che mangiava né ciò che beveva. Portava sulla pelle, a guisa di camicia, una tunica di lana, e non usava mai biancheria. Camminava a piedi nudi, in sandali. La sua tunica, come quella degli altri religiosi, era di saia d'Assisi. L'inverno, aveva un mantello. Dormiva vestito, senza cambiare abiti, seduto piuttosto che disteso su tre assi guarnite di una pelle d'orso e di un capezzale coperto di tela. Il suo appartamento si componeva di due stanze, ovvero: un oratorio e una cella. Vi si teneva ritirato tutto l'anno. Questa specie di reclusione durò fino alla sua morte».

Aveva una tenera e particolare devozione per il mistero della Natività di Nostro Signore. Amava rappresentarsi Gesù Cristo sotto le sembianze di un bambino piccolo, e spandeva davanti a lui i più intimi desideri del suo cuore. Gli atti del processo di canonizzazione constatano che a Osimo, il bambino Gesù gli apparve diverse volte; Giuseppe prendeva il divino bambino tra le braccia, lo accarezzava e gli rivolgeva quelle parole infuocate che si concepiscono meglio di quanto si esprimano.

Ma il tempo si avvicinava in cui doveva unirsi per sempre all'oggetto del suo amore, verso il quale era così spesso rapito. Lo seppe per rivelazione. Appena arrivato al convento di Osimo, Giuseppe, le mani giunte, gli occhi rivolti al cielo, aveva esclamato: *Hæc requies mea*: «Questo è il mio riposo». — «Sappiate, fratelli miei», diceva ai religiosi, «che il giorno in cui mi sarà impossibile ricevere l'Agnello (cioè la santa Eucaristia), quello stesso giorno passerò a una vita migliore». Diceva il vero. Durante la sua ultima malattia, celebrava la santa messa o si comunicava tutti i giorni, a eccezione di quello in cui morì.

Il 10 agosto 1663, Giuseppe fu colpito da una febbre dapprima intermittente e subito dopo continua. Sul suo povero giaciglio, conservava la sua serenità e la sua allegria. Si sottomise ai medici e ai chirurghi, e lasciò loro, così come ai superiori, un potere assoluto sulla sua persona. La sua sola apprensione era di non abbandonarsi abbastanza completamente alla vista e alla volontà della divina provvidenza. Pensava più alla Chiesa, in quell'istante supremo, che a se stesso. A volte diceva alle persone che lo circondavano: «Pregate Dio per il sovrano Pontefice, per i cardinali, per l'unione dei principi cristiani, per gli Ordini religiosi e i loro superiori, e in particolare per il nostro Ordine di San Francesco; pregate per le anime del purgatorio, per i malati, per gli afflitti, per tutti coloro che pregano per noi». Finché la febbre fu solo intermittente, si alzò tutti i giorni e celebrò la santa messa nell'oratorio contiguo alla sua cella, con estasi e rapimenti simili a quelli di cui era stato favorito dal giorno della sua promozione al sacerdozio. L'ultima volta che celebrò, fu il giorno della festa dell'Assunzione; «ebbe estasi e rapimenti meravigliosi», dicono gli atti del processo di canonizzazione, e la sua persona stessa fu elevata nello spazio. Quando il progresso della malattia non gli permise più di stare in piedi, chiese con insistenza di assistere alla messa e di comunicarsi tutti i giorni. Nel momento in cui l'ostia santa si avvicinava alle sue labbra: «Ecco la gioia», esclamava, «ecco la gioia!» E come se il male fosse istantaneamente cessato, le sue guance si colorivano, il suo sguardo diventava pieno di fuoco. Dopo la comunione, chiudeva gli occhi, ridiventava pallido e restava privo di sentimento e come morto, assorbito in colloqui con Dio che sono rimasti un segreto per noi.

Ricevette il santo Viatico con una pietà profonda, tra le estasi e i trasporti d'amore. Sembrava che Dio penetrasse il suo essere e che egli penetrasse l'essere di Dio. Chiese poi l'Estrema Unzione. Quando l'olio santo toccò le sue membra, esclamò con una voce forte e sonora che contrastava con la debolezza della sua persona: «Quali canti, quale melodia del paradiso, quali odori, quali profumi, quali delizie del cielo, quale felicità!» Si fece poi leggere la professione di fede, e chiese a tutti i suoi fratelli perdono delle sue colpe. Allo stesso tempo supplicò Monsignor il vicario episcopale e il superiore della comunità di concedergli una grazia particolare: che dopo la sua morte il suo corpo fosse sepolto senza pompa in un luogo appartato, e che il mondo ignorasse per sempre l'angolo di terra dove il fratello Giuseppe avrebbe riposato. Monsignor il vicario episcopale chiese al malato la sua benedizione. Giuseppe si affrettò a benedirlo, e benedisse con lui tutti i religiosi presenti. Il vicario lesse allora una lettera del cardinale Chigi che gli prescriveva di dare al moribondo la benedizione papale. Stupito che un verme di terra come lui, che il più infimo dei religiosi fosse l'oggetto di una tale distinzione, Giuseppe esclamò: «Non è a letto che si ricevono tali grazie». Nonostante la sua debolezza, nonostante il male che lo opprimeva, si alzò e si fece condurre nel suo oratorio. Vi si lessero le litanie della santa Vergine; s'inginocchiò e ricevette la benedizione papale. Tornò poi a coricarsi tutto vestito, poiché non lasciò mai né la sua tunica né il suo cordone. Guardava il cielo e si preparava pacificamente al passaggio finale.

A poco a poco e lentamente l'agonia giunse. Con l'agonia crebbe, nel Santo, il desiderio di morire. Ripeté diverse volte le belle parole di san Paolo: *Cupio dissolvi et esse cum Christo*: «Desidero sciogliermi ed essere con Cristo». Un religioso avendogli detto: «Padre Giuseppe, è il momento di combattere e di atterrare il demonio», rispose con una voce gioiosa e molto intelligibile: «Vittoria! vittoria!» Gli si recitavano preghiere dei Santi piene di unzione; quando udì le parole *amore di Dio*, faceva segno come meglio poteva di ripetere queste parole, e con una voce spenta diceva: «Ridite, ridite ancora!» Allo stesso tempo posava la mano sul lato sinistro del petto, come se, nel venir meno della voce, avesse voluto far parlare il suo cuore. Le sue labbra spiranti mormoravano il dolce nome di Gesù, balbettavano diverse volte queste parole interrotte: «Lodato sia Dio! Benedetto sia Dio! Sia fatta la volontà di Dio!»

Si abbandonò poi a movimenti e a trasporti molto animati. Interrogato se fossero effetti dell'amore di Dio, rispose di sì e si mise a sorridere. La sua gioia si comunicò agli assistenti; uno splendore inusitato illuminò il suo volto, e, in quell'istante stesso, rese la sua grande anima al Creatore. Era poco prima di mezzanotte, il martedì 18 settembre dell'anno 1663. Il Santo aveva sessant'anni e tre mesi.

Si espose il suo corpo nella chiesa, e una folla immensa accorse da ogni parte per venerarlo; fu poi sepolto nella cappella della Concezione. L'eroismo delle sue virtù essendo stato provato e la verità dei suoi miracoli constatata, fu beatificato da Benedetto XIV nel 1753, e canonizzato da Clemente XIII, nel 1767. Clemente XIII ha fatto inserire il suo ufficio nel Breviario.

Lo si rappresenta: 1° elevato d a terra pubb Clément XIII Papa che concesse indulgenze per il culto di san Gregorio. licamente, durante un'estasi; 2° davanti a un'immagine della santa Vergine, nella chiesa d'Assisi; 3° mentre dà i suoi ordini a piccoli uccelli ai quali aveva ricevuto dal cielo il privilegio di farsi obbedire.

Questo compendio della sua vita è tratto da quella che è stata composta in italiano da Domenico Bernini, e tradotta ultimamente in francese da un religioso dell'Ordine dei Frati Minori.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita in una stalla a Copertino (1603)
  2. Guarigione miracolosa di un ascesso per intercessione della Vergine Maria
  3. Ingresso tra i Cappuccini come fratello converso e successiva espulsione
  4. Ammissione come oblato nel convento della Grotella
  5. Ordinazione sacerdotale il 4 marzo 1628 dopo esami miracolosi
  6. Molteplici estasi e levitazioni pubbliche
  7. Comparizione davanti all'Inquisizione a Napoli
  8. Udienza davanti a papa Urbano VIII
  9. Sequestro e trasferimenti successivi ad Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone e Osimo
  10. Morto a Osimo all'età di 60 anni

Miracoli

  1. Levitazioni e voli nelle chiese e nelle campagne
  2. Superamento dell'esame di diaconato sull'unico testo che conosceva
  3. Guarigioni multiple tramite il segno della croce o il tocco
  4. Obbedienza di un passero e di greggi di pecore
  5. Moltiplicazione del miele e del vino
  6. Resurrezione di pecore morte dopo un temporale

Citazioni

  • Se desideri condurre una vita santa, esercitati nell'umiltà, senza la quale ogni santità di vita è impossibile. S. Efrem (in epigrafe)
  • L'obbedienza è il tormento del demonio e, tra tutti gli esorcismi, è il più potente. San Giuseppe da Copertino

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo