San Fausto di Riez
TERZO ABATE DI LERINO E VESCOVO DELL'ANTICA SEDE DI RIEZ.
Terzo abate di Lerino e vescovo di Riez
Originario della Gran Bretagna, Fausto fu il terzo abate di Lerino prima di diventare vescovo di Riez nel 461. Grande teologo e difensore della fede contro l'arianesimo e il predestinazionismo, fu esiliato dal re Eurico prima di morire centenario. È riconosciuto per il suo rigoroso ascetismo e la sua carità verso i poveri.
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SAN FAUSTO,
TERZO ABATE DI LERINO E VESCOVO DELL'ANTICA SEDE DI RIEZ.
Giovinezza e ingresso a Lerino
Originario della Gran Bretagna, Fausto intraprende una brillante carriera forense prima di ritirarsi nel monastero di Lerino verso il 420 sotto la guida di sant'Onorato.
San Fausto, Saint Fauste Discepolo e biografo di Massimo. uno degli uomini più notevoli del suo secolo, era originario della Gran Bretagna. Venne al mondo verso l'anno 390. I suoi genitori lo fecero educare con molta cura e non tralasciarono nulla per sviluppare le felici disposizioni che manifestava per lo studio e il lavoro. Dotato di uno spirito sottile e penetrante, di una concezione facile, Fausto fece rapidi progressi nelle scienze; si dedicò soprattutto allo studio della filosofia, che fu sempre la sua scienza prediletta. A una solida e varia istruzione, univa la conoscenza e la pratica delle virtù cristiane. Aveva compreso che, per non essere dannosa all'uomo, la scienza deve appoggiarsi su Dio, non avere che lui per oggetto e per fine. Fausto seguì dapprima la carriera forense e la esercitò con onore e distinzione. La sua eloquenza, la sua dialettica incalzante, le sue conoscenze in materia di diritto, gli procurarono una meritata reputazione.
Nonostante tutti i vantaggi che il mondo poteva procurargli, Fausto seppe tenersi in guardia contro le sue illusioni e le tentazioni della vana gloria. Fedele ai precetti del divino Salvatore, ambiva, sopra ogni cosa, al regno di Dio e alla sua giustizia. Fu in questa disposizione d'animo che formò il generoso progetto di abbandonare il secolo e di seppellire i suoi talenti nella solitudine. Dopo aver a lungo meditato questo disegno nel silenzio e nella preghiera, si allontanò per sempre dalla sua patria, dalla sua famiglia, e diresse i suoi passi verso la solitudine di Lerino. L 'alta reputazione solitude de Lérins Celebre monastero dove soggiornò Domiziano. di cui godeva già questo celebre monastero, il desiderio soprattutto di formarsi alla perfezione evangelica sotto la direzione di maestri tanto santi quanto perfetti, lo spinsero verso quest'isola. Sollecitò dunque, con tanta insistenza quanta umiltà, il favore di essere ammesso nel numero dei semplici religiosi. Il santo abate Onorato, avendo riconosciuto in lui tutti i segni di una vocazione divina, gli diede l'abito monastico, verso l'anno 420. Sotto la guida di Onorato, di M assimo Maxime Abate di Lerino e successivamente vescovo di Riez nel V secolo. e del santo vecchio Caprasio, considerato come il padre spirituale della comunità di Lerino, Fausto, già religioso nel cuore, si formò rapidamente alla pratica di tutte le virtù monastiche. La sua umiltà, la sua dolcezza, la sua obbedienza suscitavano l'ammirazione dei suoi fratelli. Si sforzava sempre, per quanto era in lui, di evitare ciò che avrebbe potuto mostrarlo superiore ai semplici monaci, in scienza, in lumi e in talenti. Si stimava molto felice e molto onorato di vivere in mezzo a questa società di Santi, in un luogo al riparo da tutte le tempeste del secolo e dalle passioni umane. Il suo ardore per la penitenza e la mortificazione era tale, che fu spesso necessario moderarlo, contenerlo con il freno salutare dell'obbedienza. Una condotta così edificante e così atta a conciliargli la stima e l'affetto dei suoi fratelli, non poteva sfuggire allo sguardo del santo abate Massimo; egli seppe scorgere, attraverso questa umiltà, tutti i tesori di scienza, tutte le risorse di cui il suo spirito era dotato, così come il suo cuore. Previde fin da allora di quale utilità questo semplice monaco avrebbe potuto essere per la sua comunità e per la Chiesa. Lo prepose dunque alla direzione degli studi del monastero, e gli votò per sempre un affetto del tutto speciale.
Abate di Lerino e concilio di Arles
Eletto abate nel 434, difese l'indipendenza del suo monastero di fronte al vescovo di Fréjus, conflitto risolto dal concilio di Arles nel 453.
Ma ciò che costituisce il più bell'elogio di Fausto è la testimonianza luminosa resa alle sue virtù e ai suoi meriti dal beato Massimo, quando, costretto ad accettare il vescovado di Riez, scelse un successore nell'abbazia di Lerino. Fausto fu designato ai suoi fratelli come il più degno e il più capace per il governo del monastero; e tutti, di comune accordo, lo proclamarono abate di Lerino (gennaio 434). Eletto a questa alta dignità, Fausto si mostrò umile, zelante e penitente quanto lo era stato in precedenza. Durante i ventisette anni in cui governò questo monastero, ne sostenne degnamente la reputazione e la regolarità con la sua vigilanza e con i suoi esempi. Ma se fu zelante per l'osservanza della disciplina, non lo fu di meno per la difesa dei diritti del suo monastero. Un conflitto di giurisdizione sorse tra l'abate di Lerino e il vescovo di Fréjus. Quest'ultimo, basandosi sul fatto che le isole di Lerino dipendevano dalla sua diocesi, volle arrogarsi una piena e intera giurisdizione sui monaci. Fausto sostenne i diritti del suo ufficio con molta forza ed energia: questa condotta dispiacque al vescovo, che lo interdisse dall'esercizio della sua dignità. Questo atto di rigore causò un certo scandalo e turbò la pace di quella solitudine. Si vide allora il santo abate mostrarsi pieno di rispetto e di umiltà: si sottomise senza resistenza all'ingiunzione che lo spossessava delle sue prerogative e attese con fiducia la decisione del concilio che si riunì ad Arles per dirimere la questione. Il concilio si aprì effettivamente il 4 dicembre 453. Tredici prelati vi si trovarono riuniti sotto la presidenza del metropolita Ravennio. Due di loro, Massimo di Riez e Valeriano di Cimiez, perorarono la causa dell'abate di Lerino. Il concilio ordinò che il vescovo di Fréjus si accontentasse delle soddisfazioni che gli avrebbe dato Fausto e che quest'ultimo fosse ristabilito al più presto nel governo del suo monastero. Stabilì inoltre che i monaci che non erano negli ordini sacri dipendessero unicamente dall'abate incaricato di governarli, ma che i religiosi destinati agli ordini sacri sarebbero stati ordinati e confermati solo dal vescovo diocesano. Questa saggia decisione ristabilì la buona armonia tra le due parti.
Episcopato e vita ascetica
Succedendo a san Massimo sulla cattedra di Riez nel 461, mantenne una rigorosa disciplina monastica dedicandosi al contempo ai poveri e ai malati.
Ritornato al suo monastero, il beato Fausto continuò ad essere per i suoi religiosi il modello di tutte le virtù. Ad imitazione del suo santo predecessore, rivolgeva frequenti istruzioni che, sostenute dal suo esempio e ancora dall'unzione e dall'eloquenza della sua parola, facevano germogliare nelle loro anime la radice di tutte le virtù evangeliche. Fu nel mezzo di queste sante occupazioni che il santo abate si vide chiamato all'episcopato. Dopo la morte del beato Massimo, il clero e il popolo di Riez gi udic Riez Sede episcopale del santo. arono che nessun altro fosse più degno di occupare quella sede di colui che il nostro Santo aveva scelto come successore nell'abbazia di Lerino. Fausto accettò tremando questa dignità, della quale è stato detto che è un fardello temibile persino per gli angeli. La sua elezione all'episcopato era stata preparata da san Massimo stesso, e la sua accettazione fu comandata dall'obbedienza alla volontà del suo predecessore e del suo padre.
Fausto prese possesso della sua sede il 16 gennaio 461, e vi portò tutte le virtù che erano state ammirate in lui nel chiostro. Sempre fedele osservatore della disciplina monastica, vi aggiungeva ancora nuove austerità, non bevendo mai vino e non prendendo di solito altro nutrimento che frutta e verdure crude. Stabilì nella sua chiesa le preghiere in uso a Lerino, vale a dire che regolò l'ufficio divino secondo gli usi di quella comunità. Senza sosta occupato della salvezza del suo gregge, dedicava tutte le sue cure all'istruzione del suo popolo, alla visita dei prigionieri, a procurare ai poveri il cibo e gli indumenti necessari, ad assistere infine i malati nei loro ultimi momenti. La sepoltura dei morti faceva ancora parte delle sue buone opere: lo si vide più volte caricare sulle proprie spalle cadaveri a metà putrefatti, dai quali ognuno si allontanava con orrore, portarli fino alla fossa e rendere loro tutti i doveri religiosi. Nulla nei suoi abiti lo distingueva dai suoi sacerdoti; la sua attività, il suo fervore, la sua carità lo facevano solo notare nell'adempimento delle sante funzioni del sacerdozio. Consacrando appena qualche ora al sonno, sulla terra nuda o sul pavimento della sua camera, spaventava i più ferventi anacoreti con le sue austerità. Duro verso se stesso fino alla crudeltà, non respirava che dolcezza, affabilità, compassione per gli altri: così guadagnava facilmente tutti i cuori. Pastore vigilante e fedele, non ometteva mai alcun dovere del suo incarico, percorrendo la sua diocesi per riconoscere le sue pecore, distribuendo loro il pane della parola e riportandole all'ovile, se avessero avuto la sventura di allontanarsene.
Missioni diplomatiche e amicizie
Fausto partecipa a concili a Roma e Lione, stringendo amicizia con Sidonio Apollinare e il re burgundo Gundobado.
Non fu solo nella sua diocesi che Fausto ebbe occasione di dispiegare l'attività del suo zelo per il bene della Chiesa e la gloria della religione. Lo si vide presto coinvolto in tutti gli affari maggiori che sorsero al suo tempo, prendervi parte attiva e risolverli. È così che nel 462 lo troviamo deputato dal concilio di Arles per andare a perseguire a Roma, con il suo collega Ausonio, l'intrusione di Ermete di Narbona. Il papa Ilario VIII occupava allora la Santa Sede. Ilario li ricevette con tutti i riguardi dovuti alla loro dignità e, appreso il soggetto della loro missione, convocò a Roma un concilio di varie province dell'Italia. Fausto assistette a questo concilio, non come semplice giudice, ma come rappresentante dei suoi colleghi delle Gallie. Vi fu inoltre scelto, con Ausonio, come giudice e arbitro nell'affare di Leonzio di Arles e di Mamerto di Vienne, essendosi quest'ultimo permesso di dare la consacrazione episcopale al vescovo di Die, senza esservi autorizzato dal metropolita di Arles che aveva l'ispezione su quattro province. Il Papa approvò gli atti del concilio e li notificò ai vescovi delle province Lionese, Viennese, delle due Narbonensi e delle Alpi Marittime, con la sua lettera del 3 dicembre 462. Di ritorno nella sua diocesi, Fausto riprese con un ardore nuovo i suoi esercizi ordinari di carità. Per rinnovarsi meglio ancora nel fervore, andava spesso a visitare le grotte di Moustiers e gli altri luoghi del vicinato che Massimo aveva popolato di monaci e anacoreti. Più volte anche si recò a Lerino: là, deponendo in qualche modo il peso della sua dignità, si confondeva tra i religiosi, si associava a tutti i loro esercizi, rendeva loro i doveri più umili e più umilianti, e li serviva con le sue stesse mani. Si sarebbe detto, vedendolo macerare il suo corpo estenuato, che avesse da espiare grandi crimini, o che iniziasse appena a servire Dio. Le sue visite ai religiosi erano così una predicazione continua di umiltà, di abnegazione, di rinuncia a se stessi.
Nell'anno 470 e nel mese di luglio, Fausto ricevette nella sua città episcopale la visita del celebre Sidonio Apollinare, che, da prefetto di Roma, era divenut o patrizio, genero Sidoine Apollinaire Vescovo di Clermont e scrittore gallo-romano. dell'imperatore Avito e infine vescovo di Clermont, in Alvernia. Quest'uomo illustre professava una profonda ammirazione per le virtù e gli scritti di Fausto. Fece espressamente il viaggio a Riez per intrattenersi con lui e riversare nel suo cuore i sentimenti che traboccavano dal suo. Fausto, giusto apprezzatore dei meriti e delle virtù di Sidonio, prodigò al suo ospite tutti i doveri dell'ospitalità più generosa e rispettosa. Lo condusse nei principali luoghi del vicinato e in particolare a Moustiers, per visitare i monaci e la chiesa che avevano costruito in quel luogo in onore della Vergine Madre di Dio. Fu in occasione di questa visita e in ringraziamento di tutte le cure pie del suo ospite che Sidonio compose il suo *Carmen Eucharisticum*, dove, in uno stile conciso ma pomposo, canta le virtù del vescovo di Riez. «Sia che tu viva nelle sirti brucianti, in luoghi inaccessibili», scrive, «sia che, sulla vetta scoscesa delle Alpi, soggiorno di un freddo glaciale, che tuttavia non può smorzare nel tuo cuore l'ardente amore che porti a Cristo, io ti veda prendere solo poche ore di sonno su una terra nuda, spaventare gli anacoreti con le tue austerità, e seguire il cammino dove ti chiamano Elia, Giovanni, i due Macario, Pafnuzio, Ilarione; sia che tu renda a Lerino il suo primo padre, Lerino dove vai spesso, sebbene fiaccato dalla vecchiaia, a ritemprarti servendo i tuoi discepoli; dove consacri appena pochi momenti al sonno, evitando di prendere alimenti cotti, non bevendo vino, digiunando senza sosta e cantando salmi, ricordando ai tuoi fratelli quante montagne si slanciarono fino ai cieli dal fondo di quest'isola; quale fu la vita santa del vecchio Caprasio; di quali grazie fu dotato Onorato, loro padre; quali virtù praticò quel Massimo di cui sei il successore a doppio titolo, poiché governi la sua Chiesa in qualità di pontefice, e governasti i suoi monaci in qualità di abate; sia che io ti contempli in mezzo al popolo affidato alle tue cure, e che si prende, secondo le tue esortazioni, a disprezzare i costumi dei suoi antenati; sia che io consideri la tua premura nel provvedere ai bisogni degli infermi, dei pellegrini e di coloro le cui gambe smagrite flettono sotto il peso delle catene; sia che, applicato tutto intero a rendere ai morti gli ultimi doveri, tu non disdegni di portare tu stesso i resti lividi e infetti del povero; sia che, posto sui gradini dei santi altari, tu parli davanti al popolo, che si stringe attorno a te per ascoltare la legge di Dio, e attingere i rimedi salutari che essa racchiude; qualunque cosa tu faccia, in qualunque luogo tu ti trovi, sarai sempre per me Fausto, Onorato e Massimo». Quest'ultimo tratto caratterizza, molto meglio di quanto potremmo fare noi, l'alta opinione di santità che Sidonio professava per il pio vescovo di Riez.
Verso la fine dell'anno 470, Fausto si recò a Lione su invito di san Paziente, per assistere alla dedicazione della chiesa che si era appena costruita. Un gran numero di vescovi vi si trovarono riuniti per lo stesso oggetto, e per otto giorni questa solennità fu celebrata con una pompa straordinaria. Fausto fu invitato a pronunciare i discorsi d'uso: cosa che fece tra gli applausi di tutta l'assistenza. Fu durante il suo soggiorno a Lione che strinse conoscenza e amicizia con Gundobado, re dei Burgundi, che gli diede in molte occasioni testimonianze di stima e di rispetto.
La carestia del 474 e le Rogazioni
Durante una grave carestia, organizza i soccorsi con l'aiuto di san Paziente e istituisce le preghiere delle Rogazioni a Riez.
La carità del santo vescovo fu messa a dura prova nell'anno 474. La città e la diocesi di Riez erano oppresse dalla morsa di un'orribile carestia. In questa calamità, il pontefice, facendosi tutto a tutti, prodigò ai suoi figli affamati tutti i soccorsi che la carità più ingegnosa poteva suggerirgli. Povero egli stesso, si spogliò ancora del poco che possedeva, per procurare al suo popolo gli alimenti necessari. Fece venire dalle province vicine, e in particolare da Lione, grandi quantità di grano che san Paziente metteva a sua disposizione e che distribuì generosamente ai suoi diocesani. A questi soccorsi unì quelli delle sue esortazioni, dei suoi esempi, delle sue austerità per scongiurare il flagello e ottenere da Dio la sua cessazione. Fu in questa occasione anche che istituì nella sua chiesa i tre giorni di suppliche solenni, conosciute sotto il nome di *Rogazioni*; supplic he che si Rogations Preghiere liturgiche istituite da Fausto di Riez. perpetuano ancora ai nostri giorni, e che, per questo stesso motivo, devono essere per noi più sante e più rispettabili. Il Signore esaudì il suo servo, e il ricordo del terribile flagello non fece che rendere il pastore più caro al suo gregge.
Difesa della fede contro Lucido
Combatte l'eresia della predestinazione sostenuta dal sacerdote Lucido e redige un trattato fondamentale sulla grazia e il libero arbitrio.
L'anno seguente (475), Fausto ebbe l'occasione di manifestare il suo zelo per la difesa della fede e la conversione dei novatori. Il sacerdote Lucido, legato a ciò che si credeva nella chiesa di Marsiglia, ave va propagato l'eresia della hérésie de la prédestination Dibattito teologico centrale sulla salvezza e sulla volontà divina. predestinazione negando la cooperazione del libero arbitrio con la grazia. Fausto cercò di ricondurlo sulla retta via nelle lettere che gli scrisse e nelle conferenze che ebbe con lui; poi, vedendo l'inutilità dei suoi sforzi, lo denunciò al concilio della Provincia, che il metropolita Leonzio convocò ad Arles, e al quale presenziarono trenta vescovi, tra i quali san Eufronio di Autun, san Paziente di Lione e san Mamerto di Vienne. Il concilio condannò l'errore, ma sospese i procedimenti contro Lucido, su reiterate istanze di Fausto che sperava ancora di riportare il novatore alla fede cattolica. Il nostro pio prelato si incontrò di nuovo con Lucido e si sforzò di far entrare la verità nel suo cuore attraverso le vie della dolcezza e della bontà, sostenute dall'eloquenza della sua parola e dalla forza dei suoi ragionamenti. Il novatore, già scosso da una carità così perseverante, chiese allora di essere istruito tramite qualche scritto. Fausto si fece carico anche di questo compito, redigendo, durante lo svolgimento stesso del concilio, una lunga epistola che fu firmata da undici vescovi per conferirle maggiore autorità. Questa epistola fece un'impressione così viva sullo spirito di Lucido, che egli vi appose la sua firma e, chiamato in seguito davanti al concilio, ritrattò solennemente a voce e per iscritto l'eresia della predestinazione.
Poiché, dopo il Signore, si attribuì la soluzione di questa vicenda allo zelo di Fausto e alla sua lettera, i Padri del concilio di Arles lo sollecitarono a scrivere contro l'eresia predestinazionista e a ordinare sistematicamente le ragioni che vi erano state opposte. Fausto acconsentì volentieri ai loro desideri: compose un'opera divisa in due volumi, sulla *grazia e il libero arbitrio*. Prima che la rendesse pubblica, un secondo concilio fu convocato a Lione contro i predestinazionisti. Questo concilio confermò il giudizio reso da quello di Arles e condannò i nuovi errori che erano stati scoperti in quei settari. Fausto, che era tra i Padri di Lione, fu nuovamente pregato di pubblicare la sua opera e di aggiungervi la confutazione dei nuovi errori. Questi dettagli si trovano registrati nella prefazione stessa dell'opera di Fausto, che l'autore dedicò a Leonzio di Arles, suo metropolita.
Conflitto con i Visigoti ed esilio
Oppostosi all'arianesimo del re Eurico, Fausto viene esiliato a Limoges dove stringe amicizia con il vescovo Ruricio.
Non è solo negli affari della religione o della Chiesa che troviamo mescolato il nome di Fausto. L'alta stima di cui godeva presso i principi della terra lo designò alla loro scelta per la difesa dei loro interessi temporali. L'impero, che aveva spesso cambiato padrone in poco tempo, era allora governato da Giulio Nepote. I Visigoti, usciti dai confini della Spagna e già stabilitisi sotto la guida di Eurico nella Novempopola nia e Evaric Re dei Visigoti che perseguitò i cattolici. a Narbona, credettero che l'occasione fosse loro favorevole per estendere la loro conquista. Andarono dunque ad assediare la città degli Arverni e di lì minacciavano la provincia di Vienne e le altre province vicine. In questa congiuntura, Giulio Nepote, che non era in grado di resistere a Eurico, ricorse alla negoziazione e ne incaricò quattro vescovi: Leonzio di Arles, Grecio di Marsiglia, Basilio di Aix e Fausto di Riez. I deputati si recarono presso il re barbaro con la missione di trattare la pace; ma la negoziazione non fu felice. Eurico proseguì le sue conquiste. Si rese dapprima padrone di Arles e di Marsiglia e di lì, spargendosi come un torrente devastatore, sottomise alle sue leggi tutta la parte della Provenza al di qua della Durance. La Guascogna e le due Aquitanie furono soprattutto in preda ai suoi saccheggi. La Provenza fu meno maltrattata, ma ebbe molto a soffrire per le astuzie e le violenze impiegate per impiantare la perniciosa eresia di Ario.
In questa estremità, lo zelo di Fausto per la fede cattolica si manifestò con più splendore che in precedenza. Pensò dapprima a premunire le sue pecorelle. Lo si vide percorrere le città e i borghi della sua diocesi, predicando con un ardore straordinario, dimostrando con tanta eloquenza quanta lucidità la verità cattolica snaturata dai settari, ispirando a tutti un vivo orrore dell'eresia. Ma fu soprattutto nella sua città episcopale che fece scoppiare il suo zelo, riunendo ogni giorno il suo popolo e il suo clero, imponendosi nuove austerità e sospirando dopo la palma del martirio affinché il suo sangue allontanasse il contagio dal gregge affidato alle sue cure. Non era abbastanza per lui. Pontefice della Chiesa e custode del deposito della fede, volle provvedere ancora ai bisogni di tutti i fedeli. Pubblicò a tal fine un gran numero di lettere contro gli Ariani e la sua opera contro le eresie di Ario e di Macedonio. Vi aggiunse un trattato speciale sullo Spirito Santo. Questo zelo non poteva che dispiacere al tiranno: minacciò, ma invano; il santo vescovo non era che più ardente nella difesa della vera fede. Eurico ordinò allora di impossessarsi della sua persona e, esiliandolo dalla sua diocesi, gli assegnò la città di Limoges come prigione.
La pers ecuzion Limoges Possibile luogo di nascita del santo e origine della donna miracolata. e è la pietra di paragone della santità. Fausto non si rilassò né nel suo zelo né nelle sue austerità. Coloro in mezzo ai quali era condannato a vivere, testimoni dei suoi esempi, ammirarono la sua grandezza d'animo, si ritemprarono nella fede e nella pratica delle virtù cristiane. La terra d'esilio fu un nuovo teatro, preparato dalla divina Provvidenza per questo generoso confessore della fede. Ruricio, vescovo di Limoges, venne a visitarlo spesso e gli addolcì con i suoi buoni uffici il rigore dell'esilio. Aveva per Fausto una pietà filiale, una tenera venerazione, una fiducia cieca, dirigendosi secondo i suoi consigli e lasciandogli la direzione della sua coscienza.
Ritorno, morte e posterità
Di ritorno dall'esilio nel 484, muore centenario nel 493. Il suo corpo viene in seguito trasferito a Cavaillon, mentre le sue reliquie a Riez vengono distrutte dagli Ugonotti.
Morto il re Eurico, Fausto vide terminare il suo esilio e poté ritornare nella sua chiesa nel 484. Vi fu accolto con trasporto e con tutti gli onori dovuti a un generoso confessore della fede. La sua tarda età non aveva affatto indebolito il suo zelo e la sua mortificazione. La lontananza non aveva fatto altro che rendergli più caro il gregge affidato alle sue cure. Il suo ingresso fu un vero trionfo e dolci lacrime scesero da tutti gli occhi. Sentendo avvicinarsi la sua ultima ora, si preparò con tutto il fervore possibile a sostenere l'ultimo combattimento, attendendo con giusta fiducia la ricompensa promessa alle sue fatiche e alle sue virtù. Infine, dopo più di 33 anni di episcopato trascorsi in tutti i rigori della vita monastica, morì in pace nella sua chiesa il 25 gennaio dell'anno 493, all'età di oltre cento anni.
[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE. — SCRITTI.]
Fausto fu inumato nella sua chiesa cattedrale; ma il suo corpo fu trasportato in seguito, senza che s e ne cono Cavaillon Città natale e luogo del ministero principale del santo. sca il motivo, a Cavaillon, dove è esposto alla venerazione dei fedeli sotto il nome del beato Fausto, abate di Lerino. A Riez non si possedeva più, come reliquia, che i suoi abiti e la cattedra dall'alto della quale annunciava la parola santa, e pronunciò, tra gli altri sermoni, il panegirico del suo santo predecessore Massimo. Questi preziosi resti erano conservati nell'antica basilica di Sant'Albino, detta poi di San Massimo. Perirono con tutto l'arredo di questa chiesa, nell'incendio e nel saccheggio che vi commisero gli Ugonotti nell'anno 1574.
Il culto pubblico reso a Fausto risale alla più alta antichità e data dalla sua morte. Troviamo la sua festa segnata con ottava, e iscritta in caratteri grandi e con inchiostro rosso, nel più antico calendario manoscritto della Chiesa di Riez, e la messa in suo onore in un vecchio messale manoscritto. Nell'antica basilica di San Massimo, che fu la chiesa cattedrale per diversi secoli, vi era una cappella sotto il titolo di san Fausto. I dotti Bollandisti, alla data del 17 gennaio, e lo stesso Baronio, sono in errore quando dicono che esiste nella città di Riez una basilica eretta in suo onore. Non vi è mai stata una basilica, bensì una cappella nella basilica di San Massimo.
La Chiesa di Riez ha sempre celebrato la sua festa il 28 del mese di settembre, sotto il rito doppio di seconda classe con ottava. Quella di Cavaillon la celebra il 21 maggio, sotto il rito doppio maggiore. A Lerino e nelle chiese dell'Ordine, essa si faceva il 17 gennaio, che si crede essere il giorno della sua elevazione all'episcopato e della sua consacrazione.
Catalogo delle opere
Il testo censisce i numerosi trattati teologici e le omelie di Fausto, notando alcune controversie sulle sue posizioni semi-pelagiane.
Tra le opere di Fausto che sono sopravvissute all'ingiuria del tempo, dobbiamo distinguere: 1° *Homilia de sancto Maximo*, che Doni d'Attichi, vescovo di Riez, fece ristampare in latino e in francese nel 1614, sotto questo titolo: *Riegium de sancto Maximo*; — 2° *Liber de Spiritu Sancto*, o trattato dello Spirito Santo contro i Macedoniani. L'autore prova la divinità, la consustanzialità e la coeternità della terza persona della santa Trinità. È stato spesso stampato sotto il nome di Pascasio, che fu diacono della Chiesa romana sotto i papi Anastasio e Simmaco. Si trova nella Biblioteca dei Padri; — 3° *De gratia Dei et humanæ mentis libero arbitrio libri duo*. È in quest'opera diretta contro i Predestinazionisti, e così diversamente giudicata dagli autori, che Fausto avrebbe espresso sentimenti favorevoli agli errori dei Semi-pelagiani. È per questo che fu censurato dai papi Gelasio e Ormisda, confutato da sant'Isidoro e altri Padri, e infine classificato tra i libri apocrifi da un Concilio di Roma; — 4° *Ad Lucidum epistola*; si trova questa lettera nella Collezione dei Concili della Chiesa gallicana; — 5° *Professio fidei ad Leontium episcopum Arciutensem de Gratia Dei et humanæ mentis arbitrio libero*; — 6° *Libellus de creaturis*. Questo trattato ha per oggetto di provare contro alcuni eretici che Dio solo è incorporeo o non ha alcun corpo, e che le creature non sono affatto incorporee; — 7° *Adversus Arienos et Macedonianos libellus*, o trattato dell'unità di natura delle tre persone divine; — 8° *Ad Graecum diaconum responsio contra Nestorii errorem*. In questa lettera Fausto combatte l'eresia di Nestorio, e fa professione di credere che la santa Vergine Maria non abbia messo al mondo un semplice uomo che, in seguito, si sarebbe unito o rivestito della divinità, ma un vero Dio in un vero uomo; — 9° *De variis questionibus ad Paulinum*; — 10° *De Pœnitentia ad Felicem*, o esortazione al timore di Dio e alla penitenza; — 11° *Epistola ad diversos*; — 12° *Ad Ruricum epistola*; — 13° *Sermo ad Monachos*; — 14° *Sei sermoni su vari soggetti*, che sono stati pubblicati per la prima volta dai Padri Martenne e Durand, nel tomo IX della Collection amplissima veterum monumentorum; — 15° Savaron, nei suoi Commentari su san Sidonio, e Bellarmino, nei suoi Scrittori ecclesiastici, attribuiscono ancora a Fausto di Riez le cinquanta omelie che sono state falsamente pubblicate sotto il nome di Eusebio di Emesa e che si ritrovano nella Biblioteca dei Padri. Questo sentimento è condiviso dai Padri Stilting, Martenne, Rivet, Ceillier, Cave, ecc., con questa modifica tuttavia che alcune delle cinquanta omelie sono incontestabilmente di san Massimo di Riez. Estratto dai Santi titolari della Chiesa di Riez, dell'abate Férand. — Cfr. (Opere di san Sidonio ad Apollinare; Simon Bartel, *Nomenclature des évêques de Riez*, e *Apologie de saint Fauste*; Longuerat, *Histoire de l'Église Gallicane*; Gallia Christiana; Acta Sanctorum, sotto il 28 settembre; Godescard, sotto il 27 novembre; Tillemont, Baronius, Ceillier, Rivet, ecc., ecc.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita in Gran Bretagna verso il 390
- Ingresso nel monastero di Lerino verso il 420
- Elezione ad abate di Lerino nel 434
- Consacrato vescovo di Riez il 16 gennaio 461
- Partecipazione al concilio di Arles nel 453 e 475
- Esilio a Limoges per ordine del re Evarico
- Ritorno dall'esilio nel 484
Citazioni
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Quale uomo potrebbe seguirti con passo uguale, tu a cui solo è stato dato di parlare meglio di quanto hai imparato, di vivere meglio di quanto parli!
San Sidonio, Ep. IX, lib. IX