Beato Giovanni di Montmirail
Giovanni l'Umile
Religioso dell'Ordine di Cîteaux
Signore di Montmirail e stretto confidente del re Filippo Augusto, Giovanni abbandona la gloria delle armi e della corte per abbracciare la vita monastica a Longpont. Soprannominato 'Giovanni l'Umile', si distingue per una carità eroica verso i lebbrosi e un'estrema austerità. Muore nel 1217, lasciando dietro di sé una reputazione di santità confermata da numerosi miracoli.
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IL BEATO GIOVANNI DI MONTMIRAIL,
RELIGIOSO DELL'ORDINE DI CÎTEAUX
Giovinezza e formazione di un nobile
Nato nel 1165, Giovanni di Montmirail riceve un'educazione cristiana curata dalla matrigna prima di studiare diritto e brillare a corte.
Il beato Giovan ni e Jean Signore di Montmirail divenuto monaco cistercense, celebre per la sua umiltà. ra figlio di Andrea, signore di Montmirail e di La Ferté-Gaucher, e di Hildiard d'Oisy, che era alleata dei conti di Fiandra e della casa di Béthune. Nacque nel 1165 nel castello di Montmirail. Mai si vide un bambino più bello, più amabile, più grazioso, più sottomesso, più rispettoso e dotato di un carattere più felice. Un sorriso di allegria, o piuttosto quello di un angelo, aleggiava senza sosta sulle sue labbra. Fin dalla più tenera età, le sue tenere mani erano sempre pronte a fare il bene e a donare ai poveri; il suo cuore era già sensibile a tutte le miserie. Giovanni era la consolazione, la gioia, la gloria, l'orgoglio, le delizie dei suoi genitori; ma questa felicità non fu di lunga durata. Essendo morta Hildiard, Andrea, vedendo il figlio privato delle cure di una madre, quando ne aveva più bisogno, sentendo tutta l'importanza dell'educazione fin dall'infanzia e non volendo affidarla a mani mercenarie, cercò di sostituire degnamente la sposa che il cielo gli aveva rapito. Prese in seconde nozze una donna di cui si ignora il nome, ma che era ricca di talenti e ancor più di virtù. Non avendo figli, amò il figlio di Hildiard come se fosse stato il proprio. Gli prodigò le cure più delicate, più assidue, più intelligenti, più tenere. Poiché aveva una vera pietà, si studiava, prima di tutto, di spargere nel suo cuore i semi di tutte le virtù. Con quale amore coltivava questa giovane pianta, destinata a produrre tanti frutti eccellenti! Questa pianta cresceva, per così dire, da sola. Giovanni aveva un'anima naturalmente cristiana, che si portava al bene per la sua stessa inclinazione. La contessa lo penetrò prima di tutto del timore del Signore, che è il principio della sapienza, gli ispirò un orrore sovrano del peccato e gli insegnò ad amare Dio con tutto il suo cuore. Gli diede spesso questa lezione che traeva dal Vangelo, che il suo figlio adottivo non dimenticò mai e che formò come il fondamento del suo carattere: «Figlio mio, la conquista del cielo è difficile per i ricchi; ma essi hanno una via sicura per arrivarvi: la povertà e l'elemosina». Queste parole si gravarono profondamente nella memoria e ancor più nel cuore del giovane Giovanni.
La fede agì potentemente su questo giovane signore fin dai primi anni della sua vita. Fu l'arca che lo salvò come un altro Noè dalle acque del diluvio, vale a dire dalla corruzione del mondo dove tante anime periscono ogni giorno. Il demonio, il mondo, le passioni ebbero un bel circondarlo di scogli e unire i loro sforzi per inghiottirlo nel naufragio. La fede lo ritrasse dall'abisso, dove cominciava ad affondare. La fede fu uno scudo con il quale respinse vigorosamente tutti i dardi infuocati dei suoi nemici. La fede lo elevò alle più alte virtù e gli fece trovare la felicità in tutto ciò che rivolta la delicatezza dell'uomo, nelle veglie, nei digiuni, nei lavori, nelle mortificazioni di ogni genere, nelle umiliazioni, nelle ingiurie, nelle calunnie, nelle persecuzioni. Di cosa non è capace un uomo di fede? «Egli può», dice Gesù Cristo, «trasportare persino le montagne». Dio aveva dato a Giovanni un cuore dotato delle più eccellenti qualità. Senza la fede, queste qualità sarebbero andate perdute e sarebbero persino diventate le fonti dei più grandi disordini, come si hanno senza sosta sotto gli occhi tristi esempi; ma, fecondate dalla fede, produssero frutti abbondanti di giustizia. Con quale docilità e quale santa avidità Giovanni raccoglieva tutte le lezioni che gli venivano date! Lo studio della religione, lungi dal nuocere allo studio delle lettere, lo favoriva al contrario, lo sviluppava, lo animava, lo infiammava, gli dava uno slancio davvero prodigioso.
Giovanni approfittò singolarmente delle lezioni dei suoi maestri. Senza essere un dotto profondo, possedeva tutte le conoscenze convenienti alla sua alta posizione nel mondo. Non fu affatto un oratore e non conobbe tutte le finezze dei retori di Atene e di Roma; ma parlava con disinvoltura, con nobiltà e con spirito. Fu obbligato a studiare un'altra scienza, che aveva meno attrattive per lui e che era più necessaria. I signori, come grandi giustizieri, erano incaricati di rendere giustizia. Andrea volle che suo figlio fosse istruito nel diritto romano, nel diritto consuetudinario di Cambrai e nel diritto consuetudinario di Vitry-en-Perthois, che reggeva Montmirail e una parte dei suoi vasti domini. Giovanni divenne presto un signore compiuto in ogni genere. Andrea non poté dunque dispensarsi dal presentare a corte suo figlio, che era della stessa età di Filippo, figlio di Luigi VII. Il giovane signore di Montmirail, che era allegro, vivace, frizzante di spirito, ardente nel gioco quanto nel lavoro, vi fu accolto con estrema benevolenza e persino con entusiasmo. Nonostante il suo umore marziale, Giovanni si faceva amare da tutti. I suoi tratti respiravano amabilità. Era retto, franco, liberale, premuroso, tenero e sensibile alle afflizioni dei suoi amici. Lo si trovava sempre pronto a rendere servizio ai grandi, e ancor più ai piccoli. Indovinava i desideri e si affrettava a soddisfarli, senza attendere che venissero espressi. Amava meglio dare che ricevere. Così Filippo Augusto, toccato dalla rara bontà che faceva il fondo del suo carattere, lo chia mava, non Giovan Philippe-Auguste Re di Francia, fondatore di un'abbazia dedicata al santo. ni di Montmirail, come i signori della sua corte, ma Giovanni Bontà, Joannes bonitas. Altri autori dicono: Joannes probitas.
Vita a corte e impegni mondani
Stretto confidente di Filippo Augusto, conduce una vita di sfarzo, sposa Helvide de Dampierre e si distingue per il suo valore militare, in particolare a Gisors.
Il suo credito era immenso. Lungi dall'abusarne, lo usava solo per rendere felici gli altri e ottenere grazie per i signori che ne apparivano degni. In tal modo, si faceva amare dal suo sovrano e ammirare dai grandi. Si può dire che fosse la gloria, la delizia e quasi l'idolo della corte. Ciò che deve essere considerato un prodigio è che non avesse invidiosi, tanto aveva saputo conquistare tutti i cuori. Con questa carità compassionevole, non solo si conciliava le buone grazie degli uomini, ma si assicurava ancor più quelle del cielo. Tutto ciò che si fa all'ultimo dei servitori di Dio, lo si fa a Dio stesso. Ma questo buon Maestro non si lascia mai vincere in generosità e rende sempre al centuplo. Giovanni si fece amare dal suo re molto più che dai cortigiani. Filippo lo aveva preso come suo confidente, lo rendeva partecipe di tutte le sue gioie e depositava nel suo petto tutti i suoi affanni.
I favori del mondo non possono mancare di produrre i loro effetti. Tutti i piaceri corrono incontro a Giovanni e seducono il suo cuore. Chi potrebbe resistere alle loro perfide lusinghe? Non si può trionfare su di essi se non con la fuga; ma il barone di Montmirail è trattenuto a corte da legami così dolci, così numerosi, così forti, che solo una mano divina potrà liberarlo. La contessa di La Ferté-Gaucher lo vede con spavento avvicinare le labbra alla coppa incantatrice di Babilonia. Vuole strapparlo ai pericoli che lo circondano e gli propone di contrarre alleanza con una donna degna di lui per nascita, per qualità e per educazione: si chiamava Hélvide de Dampierre ed era la terza so rella di Gui de Damp Hélvide de Dampierre Moglie di Jean de Montmirail. ierre e di Borbone. La speranza della contessa di La Ferté-Gaucher fu delusa. Questa alleanza, dando a Giovanni una maggiore considerazione a corte, non fece che legarlo maggiormente alle vanità del mondo.
Giovanni possedeva tutto ciò che era atto a farlo amare dal mondo: una stirpe antica, un'immensa fortuna, un'educazione brillante, una fama senza macchia, il valore e la liberalità. Giovane, alto, robusto, infaticabile nel lavoro, formato dai più abili maestri in tutti gli esercizi corporei, di spirito vivo, avido, penetrante, iniziato a tutte le conoscenze umane, Giovanni aveva una sola passione: la gloria. Poiché a corte regnava un lusso incredibile, il barone di Montmirail voleva superare tutti i signori in magnificenza. I suoi equipaggi erano di una ricchezza inaudita. L'oro e le pietre preziose scintillavano sui suoi abiti sontuosi.
Giovanni era il tipo per eccellenza del gran signore del Medioevo; si segnalò spesso negli eserciti al servizio del suo sovrano. Fece soprattutto meraviglie e ottenne il premio del valore nella giornata di Gisors, dove Filippo sbaragliò un fiorente esercito di inglesi che era venu to per sorprender journée de Gisors Conflitto militare in cui Giovanni si distinse contro gli inglesi. lo. Giovanni era giunto all'apice degli onori, della ricchezza e della gioia; tutto gli sorrideva. Il mondo lo affascinava con i suoi prestigi incantatori, lo circondava di tutte le sue pompe, lo inebriava di delizie. Ma Dio, nella sua misericordia, gli suscita un vero amico che, lungi dall'adularlo come i cortigiani di cui è circondato, non cessa di avvertirlo saggiamente della sua salvezza. Questo monitore vigile, disinteressato, coraggioso e prudente, è un canonico regolare di Saint-Jean des Vignes di
La conversione radicale
Sotto l'influenza del priore Jobert, Giovanni abbandona le vanità del mondo per abbracciare una vita di umiltà e di estrema penitenza.
VITE DEI SANTI. — TOME XI. 33 Soissons, priore di Saint-Étienne de Montmirail, chiamato Jober Jobert Priore di Saint-Étienne de Montmirail, iniziatore della conversione di Giovanni. t. La bontà naturale di Giovanni e l'educazione cristiana che ha ricevuto nella sua giovinezza danno al priore un facile accesso presso di lui. Questo eccellente pastore ne approfitta per rivolgergli alcune parole edificanti, per fargli sentire con molta abilità tutta la futilità delle grandezze del mondo, e per gettare nel suo cuore un turbamento salutare. Nonostante il suo umore guerriero e la sua passione per i piaceri rumorosi, Giovanni ascolta con benevolenza, con umiltà, con religiosa attenzione, e persino con la docilità di un discepolo, le sagge lezioni del suo medico spirituale; poi le esegue con la fedeltà di un servitore. Si strappa insensibilmente e in modo ammirevole alle sue antiche abitudini, scende dalla vetta delle grandezze mondane, si abbassa nel suo cuore davanti alla maestà suprema, concepisce di sé un profondo disprezzo, e si eleva attraverso i diversi gradi dell'umiltà di virtù in virtù. Questo progresso della grazia fu rapido in lui. Il rispetto con cui riceve gli avvertimenti salutari che il cielo gli dà per bocca del priore gli merita soccorsi talmente efficaci, che spezza le sue catene per sempre. Si compie in lui una trasformazione così meravigliosa, che non se ne trova esempio né nei saggi del paganesimo, né nei filosofi moderni, né nelle mille sette del protestantesimo, né nello scisma greco. La civiltà più avanzata e la scienza portata al suo ultimo stadio, non ne produrranno una simile. Il cattolicesimo solo è capace di operare questo miracolo; perché il cattolicesimo solo è la vera religione, e in esso scorre una linfa divina. La conversione di Giovanni fu così rapida, così intera, così solida, così sorprendente, che si deve riconoscere il dito di Dio. Non vi fu in lui alcuna incostanza. Dopo aver messo mano all'aratro, non guardò mai indietro. Una volta entrato nel sentiero così difficile della salvezza, vi corre, vi vola. Calpesta senza esitare tutti i rispetti umani, il che denota una forza d'animo prodigiosa. Si eleva al di sopra dei giudizi che il mondo potrà dare sulla sua condotta, cammina audacemente tra l'onore e l'ignominia, tra la cattiva e la buona fama, e non teme di immolarsi al pubblico ludibrio. I combattimenti che si prepara a sostenere contro l'amor proprio saranno infinitamente più eroici delle sue lotte incredibili contro i Turchi e gli Inglesi. Per comprendere quanto fu grande e quanto fu ammirevole questo cambiamento di costumi, riportiamo la testimonianza di Gaucher, che fu dapprima abate di Longpont, e poi di Cîteaux: «Era interamente distaccato da se stesso in mez zo al m Cîteaux Ordine monastico a cui appartengono Bernardo e l'abbazia di Grandselve. ondo. Non considerava più che come fango tutto ciò che possedeva, i suoi castelli, i suoi vasti domini, le sue case, le sue masserie, e tutte le pompe del secolo. Si applicava a imitare in tutto Gesù Cristo, la cui grazia lo aveva prevenuto, che lo aveva strappato alla vanità e allo sfarzo del secolo, che per la sua misericordia lo aveva reso un fedele osservatore dei suoi comandamenti, e gli aveva fatto intendere questa parola evangelica: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, e essere mio discepolo, rinneghi se stesso e porti la sua croce»». Mai si vide un tale prodigio di abnegazione, di disprezzo di sé, di amore per le mortificazioni. Giovanni passò tutto d'un tratto dal colmo dell'orgoglio al colmo dell'umiltà. Tanto ricercava gli onori, tanto e più ricerca le abiezioni; tanto voleva prevalere su tutti gli uomini, tanto si studia di essere l'ultimo di tutti. L'orgoglio era stato il suo vizio dominante. Ora l'umiltà diventerà la sua virtù capitale, la sua virtù propria, che costituirà tutto il fondo del suo carattere, che sarà il principio di tutte le sue azioni, che formerà la fonte da cui scaturiranno tutte le sue altre virtù, che lo distinguerà da tutti i grandi personaggi del medioevo, e gli meriterà un titolo unico.
Un signore giusto e protettore
Amministra le sue terre con una giustizia rigorosa verso i forti e tenera verso i deboli, illustrata dal miracolo dell'assedio di Oisy.
Mentre brillava a corte e ne era la delizia, incaricava i suoi balivi di adempiere alle sue funzioni nelle sue terre. Ma i balivi, non essendo sotto lo sguardo del padrone, non assolvevano sempre i loro doveri con esattezza. Quando fu toccato dalla grazia, comprese allora tutta la grandezza dei suoi obblighi. Con quale zelo si mette a percorrere i suoi domini, a raddrizzare ovunque i torti dei suoi ufficiali e a rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto! Tanto è buono per i deboli, quanto si arma di severità contro i forti, i malvagi e gli scellerati. Spiega uno zelo instancabile per prevenire gli scandali, per arrestare il corso degli abusi, per distruggere il male, per rovesciare il regno del demonio, per stabilire quello di Gesù Cristo nelle anime, per provvedere ai bisogni dei popoli affidati alle sue cure e per far fiorire ovunque la giustizia. La sua vigilanza è così grande che non conosce riposo. Come il Re Profeta, tiene sempre gli occhi aperti, affinché il nemico della salvezza, che veglia senza sosta alla perdita delle anime, non lo sorprenda.
Uno dei principali appannaggi dei signori era l'amministrazione della giustizia. Era questa una funzione molto importante, assai penosa ed estremamente delicata. Tra i signori che si fecero ammirare come grandi giustizieri, nessuno può essere paragonato a Giovanni. Questo principe dedicava tutte le sue cure a un impiego così difficile. Si può dire di lui che non fosse occupato che in ciò che riguardava il servizio dei suoi vassalli. In effetti, non trova il suo riposo, la sua gioia, le sue delizie, se non in ciò che concerne la loro felicità. Sa che sarà trattato come avrà trattato gli altri e che lo si misurerà con la stessa misura di cui si sarà servito; perciò è sempre con un santo terrore che sale sul suo tribunale. Come il sovrano giudice che rappresenta, non fa preferenza di persone. Tuttavia, presta un orecchio più attento alla vedova, all'orfano, al debole, all'innocente, soprattutto al povero. Ma si arma di un santo rigore contro i colpevoli audaci e i rapitori del bene altrui. Quanto sanguinava il suo cuore quando era obbligato ad applicare le leggi rigorose dell'epoca!
Giovanni estende su tutti la sua sollecitudine. Reprime con avvertimenti salutari le passioni di un'ardente giovinezza. Con quale tenerezza consola la sventura e solleva la miseria! Quale zelo dispiega per terminare le minime divergenze, impedire le divisioni nelle famiglie, riconciliare il padre con il figlio, lo sposo con la sposa, il vicino con il vicino! In una parola, dice a tutti ciò che san Paolo scriveva agli Ebrei: «Cercate, miei cari figli, di avere pace con tutti e di acquistare la santità, senza la quale nessuno vedrà Dio». È l'uomo della legge; non conosce che la legge. Tuttavia la applica con un così giusto temperamento che la dolcezza non incatena la giustizia, né lo zelo che lo anima per l'osservanza della legge supera i confini della moderazione. Sa che troppa indulgenza incoraggia il crimine e che troppa rigore irrita e non emenda il colpevole. Unisce così felicemente la dolcezza alla severità che si fa temere e amare allo stesso tempo. È veramente un padre in mezzo ai suoi figli. Perciò il suo nome è su tutte le labbra e ancora più in tutti i cuori. Tutti i suoi vassalli gli sono devoti, come dei figli lo sono all'autore dei loro giorni. Ha una fiducia senza limiti nelle bontà infinite del Signore, e la sua fiducia non sarà ingannata. Più gli ostacoli e i pericoli lo circondano, più spera nel Dio delle misericordie. Verso l'anno 1200, Baldovino, conte di Fiandra, che divenne più tardi imperatore di Costantinopoli, si era alleato agli inglesi contro i francesi. Assembla un esercito abbastanza considerevole e viene all'improvviso ad assediare il castello di Oisy. I soldati che Giovanni ha messo in quel forte per difenderlo so no presi dal t château d'Oisy Signoria di Jean, teatro di un miracolo durante un assedio. imore, perché il loro signore non può procurare loro alcun soccorso dagli altri suoi domini. L'esercito di Fiandra li avvolge da ogni parte. Ma l'uomo degno di Dio, armato della fede, esce dal forte con tre soldati e il suo cappellano, si reca all'abbazia di Vauxcelles, si rivolge all'abate e gli dice: «Signor abate, vi raccomando il mio castello di Oisy». L'abate, stupefatto a questa parola, gli risponde: «Signore, che dite? Voi non potete difenderlo, e io, come potrò farlo? Non posso nemmeno proteggere la mia casa contro gli attacchi dei nemici». Giovanni risponde: «Voglio che mi custodiate il mio castello». L'abate, non comprendendo ancora la sua fede, si stupisce sempre più delle sue parole. Giovanni, la cui fede si rafforza sempre di più, gli dice in ultimo: «So che, se volete, potete benissimo conservarmi il mio castello, e non potrà essere salvato che da voi». Infine l'abate, comprendendo ciò che la sua fede desidera, fa cantare il giorno seguente una messa dello Spirito Santo da ogni sacerdote. Si leva subito dalla terra una nebbia così fitta che gli uomini del conte non possono più vedersi tra loro. Per questo, nel loro stupore, pensano a prendere la fuga; ma il conte li trattiene e impedisce loro di eseguire il loro disegno, finché Dio, in ricompensa della fede del suo servitore, fa cadere una pioggia così abbondante che causa una grande inondazione. I nemici si salvano in tutta fretta e tremano per la loro vita.
Carità eroica e fondazioni religiose
Moltiplica le donazioni alle abbazie, fonda il Mont-Dieu per sua figlia e si dedica personalmente al servizio dei lebbrosi e dei poveri.
Giovanni, comprendendo l'utilità e persino la necessità delle comunità religiose nella società cristiana, l'opera di rigenerazione che esse sono chiamate a compiere, i vantaggi spirituali e persino temporali che procurano ai popoli, gli esempi salutari che offrono e le abbondanti benedizioni che attirano, si mostrò santamente prodigo, sia facendo donazioni alle comunità esistenti, sia fondando nuove case di preghiera. Poiché nutriva una tenera devozione per Maria, l'augusta Madre di Dio, fece, nel 1202, diverse donazioni alla chiesa della Beata Maria di Cantimpré. Si mostrò ugualmente generoso verso il priorato di Notre-Dame du Charme, dell'Ordine di Fontevrault, nella diocesi di Soissons. La sua munificenza si estese fino alla capitale della Francia. Avendo abitato a Parigi abbastanza a lungo durante la sua giovinezza e la sua vita mondana, volle contribuire a un istituto di carità che vi fu fondato verso il 1202. Nel 1203, fece ancora altre due donazioni: una al Val-Secret, abbazia dell'Ordine dei Premonstratensi, nella diocesi di Soissons; e l'altra a Jouy, abbazia dell'Ordine di Cîteaux, nella diocesi di Sens. Lo stesso anno, costruì a Montmirail, per la sua figlia maggiore Elisabetta, l'abbazia del Mont-Dieu, che prese più tardi il titolo dell'Amour- abbaye du Mont-Dieu Abbazia fondata da Jean per sua figlia Elisabeth. Dieu. Volle che fosse un monumento degno della sua potenza, della sua fortuna, della sua pietà, della sua tenerezza e della sua figlia diletta. Scelse un luogo molto favorevole nella città bassa ed elevò un edificio spazioso sulla piazza Champeaux, di fronte all'antica casa del balivo, non lontano dalla magnifica porta Pommesson, e su un punto culminante, da dove lo sguardo spazia con incanto nella valle occidentale del Petit-Morin.
La pietà fiorì in questa santa casa per diversi secoli, e san Vincenzo de' Paoli vi operò, abbastanza tempo dopo la sua morte, nel 1720, uno dei suoi più grandi miracoli. Conoscendo il prezzo delle anime e sapendo che sono costate tutto il sangue di un Dio, e che salvare un'anima vale più che guadagnare l'intero universo, Giovanni impose a sua figlia e alle sue compagne una missione sublime; volle che si dedicassero all'educazione delle giovani fanciulle.
Il beato Giovanni volle seguire in tutto i consigli di san Paolo. Questo grande Apostolo chiama i poveri i Santi: «Soccorrete», dice, «i bisogni dei santi». Non solo si affretta a provvedere alle loro necessità, ma dona loro anche il suo cuore; prende parte a tutte le loro pene, li consola nelle loro afflizioni, li rincuora nelle loro sventure, li visita nelle loro malattie, li ama come suoi figli, li venera come le membra più nobili di Gesù Cristo. L'elemosina che fa loro non è affatto un dono strappato all'avarizia, ma un effetto della più pura carità. Si sforza soprattutto di farla come san Paolo prescrive, cioè con semplicità. Non ricerca affatto le lodi degli uomini, ma unicamente la gloria di Dio e il sollievo degli sventurati. Fa in modo che la mano sinistra non sappia ciò che dona la mano destra. Il suo godimento più dolce è spargere le sue ricchezze nel seno dei bisognosi. Ciò che lo colma di consolazione è che acquista per questo in cielo un tesoro che non si esaurirà mai, che la ruggine non saprebbe rodere, che i ladri non potranno rapirgli e che la morte stessa non gli toglierà. Quando la fede anima la carità, quali prodigi devono scaturire da queste due fonti divine! La carità in Giovanni non conosce confini; essa diventa la pienezza della legge. Come l'Apostolo, si dedica e si immola tutto intero per i suoi cari malati, che sono per lui persone sacre, si mette in ginocchio davanti a loro, bacia loro la mano, posa le sue labbra sulle loro piaghe più ripugnanti.
Citiamo ora alcuni tratti che l'umiltà del servo di Dio non ha potuto avvolgere col suo velo. Amava conversare con i poveri e preferiva la loro compagnia a quella dei ricchi: li faceva persino mangiare con lui. Ricevette un giorno una singolare ricompensa per la sua carità. Mentre si trovava nella sua città, chiamata Crèvecœur, dove aveva riunito una grande moltitudine di signori alla sua tavola, aveva, secondo la sua abitudine, ammesso al pasto molti poveri. Quando furono sazi, uno di loro, che era cieco, si mise a rendere mille azioni di grazie per i benefici di cui Giovanni lo aveva colmato e, benedicendo Dio, diceva: «Voi meritate di ricevere la benedizione del sovrano Re, venerabile Giovanni, voi che oggi ci avete trattato così bene; poiché ho già ricevuto da voi tante altre grazie che non saprei raccontarle».
Un ufficiale della casa, stupito da queste parole del cieco, si avvicina a lui e gli chiede come il suo signore avesse potuto procurargli tanti beni. Il cieco gli risponde: «Poiché ero un ladro, un assassino, un adultero, un sacrilego, poiché ero macchiato di molti altri crimini e poiché ero disposto a commetterne di ancora più grandi, il vostro signore Giovanni, benedetto da Dio e giustissimo giudice, mi fece cavare gli occhi, che erano le guide ordinarie dei miei misfatti. Lo ringrazio ogni giorno, poiché, con questo atto di giustizia, ha ritirato la mia anima dalla via dell'inferno e l'ha liberata dalla morte eterna». L'ufficiale, che aveva udito questo discorso, si affrettò ad andare a riferirlo al suo signore. Il servo di Dio, molto contristato da ciò che ha appena appreso, si alza da tavola con tale prontezza che tutti i convitati ne sono sorpresi, si prostra ai piedi del cieco e gli chiede perdono con grande compunzione di cuore e versando lacrime. Il cieco, tutto confuso, gli risponde: «Non avete alcuna ragione, signore, di chiedermi perdono. Vi supplico di credere che vi sono infinitamente più obbligato di quanto possiate concepire per questo atto di giusta severità che avete esercitato nei miei confronti; poiché se mi aveste perdonato, quando i miei crimini vi strapparono dalle mani il castigo che vi mette in pena, è da molto tempo che sarei stato condannato alla forca e che il mio corpo essiccato si dondolerebbe nell'aria al capriccio dei venti». Questa risposta del cieco consolò ed edificò molto il servo di Dio, che sollevò la sua miseria con un'abbondante elemosina.
Nel 1207, fondò per gli sventurati un hôtel-Dieu che dotò riccamente. Era situato tra il grande ponte del Morin e il ponte del ruscello dei prati, nella Chaussée, sobborgo di Montmirail e della diocesi di Troyes. La chiesa, sotto il titolo di san Giovanni Evangelista, patrono del signore di Montmirail, occupava il lato di levante; era assai notevole per la sua costruzione. Il campanile fu demolito nel 1624 e sostituito da case private. Il coro delle fiamme è convertito in granaio. Non resta del convento che l'ala ovest; e anche l'interno è tutto modificato in modo deplorevole per alloggiarvi diverse famiglie. L'ala nord non esiste più; al suo posto sono state costruite alcune sale da bagno.
Il nostro Beato, dopo aver deposto lo scudo che era solito portare nella milizia del secolo, non arrossiva affatto, nel suo apprendistato della milizia di Cristo, di portare i morti e, come un altro Tobia, metteva ogni cura nel rendere loro gli ultimi doveri. Ma i vivi gli furono ancora più cari dei morti. Perciò compì nei loro confronti atti di carità molto più sorprendenti. Portava sulle proprie spalle i malati ovunque ciò fosse necessario e li serviva in tutto con la più pia affezione. Ciò che gli ispirava questo ardore incredibile, questa tenerezza più che materna, è che vedeva Gesù Cristo stesso in ogni malato. Non vi si avvicinava che con pia venerazione.
Poiché prendeva ogni giorno più in disgusto il mondo, rifletteva tra sé su ciò che doveva fare. Gli venne un pensiero, che credette un'ispirazione del cielo. A quell'epoca, gli Albigesi propagavano i loro errori nel sud della Francia con il ferro e con il fuoco. Per porre fine alle loro devastazioni, il papa Innocenzo III fu costretto a far predicare la crociata contro questi furiosi settari. La nobiltà francese si dava appuntamento nelle province desolate da questi eretici per versarvi il proprio sangue. Questa guerra iniziò verso il 1206. Il signore di Montmirail risolse di prendervi parte. Volendo portare con sé una grande somma di denaro, al fine di sovvenire più abbondantemente durante il suo viaggio ai bisogni dei poveri, partì per la provincia del Cambrésis. Pensava di procurarsi settemila lire dalla vendita di una certa porzione di bosco. Ma la divina Provvidenza permise che Giovanni non potesse compiere il suo pio disegno, perché lo destinava a una milizia molto più eccellente, e dove avrebbe riportato trionfi infinitamente più eclatanti.
Il coronamento della carità di Giovanni furono le cure che prodigò ai più abbandonati, ai più ripugnanti e agli ultimi dei miserabili, ai lebbrosi. Aprì loro tutti i tesori del suo cuore. Il venerabile servo di Dio, prima di prendere l'abito religioso, era venuto ad abitare il suo castello di Oisy. Lì si trovava riunita una grande moltitudine di gentiluomini, i suoi vassalli. Esce da questo castello, accompagnato da tutti questi cavalieri, per recarsi ad Aclimont, dove lo chiamava qualche affare che doveva trattare. Incontra sul suo cammino, presso il villaggio che chiamano Sancy, venticinque lebbrosi. Quando questi sventurati seppero che era lì, ne furono molto gioiosi e si misero a sollecitare i benefici della sua inesauribile carità. Giovanni salta subito giù da cavallo, prende con premura il suo denaro dalle mani dell'ufficiale che lo segue, lascia indietro tutta la sua scorta che è spaventata dall'odore infetto dei lebbrosi e, bruciando del fuoco dell'amore divino, si slancia con ardore in mezzo a questi miserabili. Allora flette il ginocchio davanti a ciascuno di loro, bacia devotamente la loro mano e dà a tutti l'elemosina.
Come, un giorno, percorreva i luoghi santi, cioè le capanne dei lebbrosi, incontra quasi un esercito di cavalieri che erano della sua famiglia. Vedendolo fare le sue pie genuflessioni davanti ai lebbrosi, si mettono tutti a biasimarlo. «Signore», gli dicono, «poiché siete capo di tutta la nostra stirpe e tenete il primo rango su tutti noi, per il numero delle vostre dignità, fate cose che non convengono; poiché, con la vostra condotta, degna di ogni disprezzo, siete una vergogna per noi che siamo il vostro sangue, e ci coprite di confusione». Il santo uomo risponde loro: «Piaccia a Dio, miei diletti parenti, che io possa giungere al possesso del Signore Gesù per la via di qualsiasi ignominia!». Oh, parole degne dell'ammirazione di tutti i secoli! Questo mondo, per cui la croce è un obbrobrio e una follia, questo mondo che non è che vanità, che non comprende affatto i misteri della carità, né tutto ciò che viene da Dio, né tutto ciò che conduce a Dio, questo mondo egoista, vile, corrotto e corruttore, non poteva che ispirare un sovrano disgusto a Giovanni. Perciò questo grande servo di Dio cercava sempre più i mezzi per lasciarlo. Ha udito la voce di Gesù Cristo che dice: «Se vuoi essere perfetto, seguimi». Giovanni vuole seguirlo, costi quel che costi. Non gli basta più essere un cristiano perfetto; vuole giungere al più alto grado di perfezione che l'uomo possa raggiungere; vuole essere un religioso perfetto.
L'ingresso nell'abbazia di Longpont
Nonostante l'opposizione della sua famiglia, diventa monaco a Cîteaux, praticando un'obbedienza assoluta e subendo gli oltraggi del proprio figlio.
La guerra contro gli Albigesi riaccendendosi da ogni parte, Giovanni coglie questa occasione e finge di volervi prendere parte. Mette ogni cura nel preparare il suo viaggio. Quanto gioisce nel suo cuore di poter fuggire le dignità passeggere della terra per meritare la gloria eterna del cielo! Raduna dunque i suoi vassalli per annunciare loro la sua partenza, parla loro della loro salvezza con unzione e li esorta a fare senza sosta progressi nella virtù. Dice loro addio e li abbraccia tutti con la più tenera affezione. Non si sentono ovunque che singhiozzi. Il buon signore prende con sé pochi compagni e si dirige verso Longpont, abbazia dell'Ordine di Cîteaux, per servirvi il Signore. Non fu ammesso inizialmente che come novizio. Abbandonò a sua moglie la terra di Montmirail e alcune altre. Ma conservò quella di Oisy, per riservarsi la facoltà di fare ancora alcune pie donazioni, e soprattutto per poter riparare tutti i torti, anche involontari, che lui e i suoi ufficiali avrebbero potuto commettere. Il suo noviziato durò due anni.
Il suo ingresso in religione fu considerato come una bassezza che disonorava la sua stirpe e che non aveva alcun esempio. Le sue pratiche di devozione e i suoi eccessi di carità gli avevano già meritato le censure dei suoi parenti e le derisioni dei mondani. Ma quando si seppe che, invece di andare a spiegare il suo coraggio contro gli Albigesi, aveva preso l'abito religioso, fu un sollevamento universale contro di lui. Sua moglie ne divenne furiosa, i suoi figli furono trasportati dalla collera e non poterono fargli abbastanza oltraggi. I suoi amici non lo considerarono più che come un folle. Gli scrittori del regno di Filippo Augusto, Rigord, Le Breton, Matteo Parigi non vollero nemmeno citare il suo nome nelle loro opere, sebbene parlassero molto ampiamente degli altri signori della corte di quell'epoca. Giovanni si era coperto di tanti obbrobri agli occhi dei suoi contemporanei, che si sarebbero creduti disonorati nel riportare anche le gloriose azioni dei suoi primi anni. È tutto ciò che desiderava. Voleva essere reputato per nulla, essere trattato da pazzo, rigettato come la spazzatura della terra, calpestato e dimenticato dal mondo intero. Lungi dall'essere scosso dai disprezzi, dice con il Re-Profeta: «Il mio cuore ha atteso obbrobri e miseria».
La prima virtù che Giovanni pratica è la mortificazione del corpo. Questo signore, che abitava castelli sontuosi, che era stato allevato con tanta delicatezza, la cui tavola era sempre carica delle vivande più squisite e che non si abbeverava che dei vini più fini, si impone un'astinenza così sorprendente che incatena il suo appetito anche negli alimenti più vili e rifiuta di mangiare quanto la natura può permettere. Non manca di versare acqua fredda nel suo cibo, per paura di provare la minima soddisfazione nel prenderlo. L'abate, avendo appreso che si infliggeva indiscretamente astinenze troppo rigorose, lo manda a chiamare, lo rimprovera fortemente e gli ordina espressamente di mangiare almeno del pane quanto potrebbe. Giovanni si vede tenuto da questo comandamento. Per paura di cadere nel peccato di disobbedienza, mangia, non senza una pena estrema, tutta la porzione di pane che gli viene presentata quel giorno, senza lasciarne nulla. Ma sentendo che non può sopportare più a lungo il rigore di questa prescrizione, va a trovare l'abate e lo prega con voce supplice di revocare quest'ordine che supera le sue forze, o di moderarlo in qualcosa per renderlo più facile da eseguire. L'abate gli risponde: «Come mi chiedete, mi limiterò a prescrivervi di non mangiare che un pane al giorno. Ma per il resto, se potete mangiarne di più, non mancate di farlo». Giovanni gli risponde: «Ve ne scongiuro, per quanto posso, non lasciatemi nelle mani della mia stessa volontà; ma comandate piuttosto in modo assoluto». L'abate, vinto dalla sua preghiera, regolò ciò che avrebbe fatto d'ora in poi, e Giovanni osservò tutto fedelmente. Tanto i mondani cercano di adulare i loro corpi, quanto il servitore di Dio si studia di mortificare il suo; impiega persino delle pie astuzie.
Sant'Agostino dice: «È qualcosa di grande essere fedeli a Dio nelle piccole cose, tanto più che l'amor proprio non può attaccarvisi, come a un grande sacrificio». Giovanni, penetrato da questa verità, coglieva tutte le occasioni di mortificare i suoi sensi. Se ne presentò una che fu molto utile sia per lui che per i religiosi. Vuole provare, come dice l'Apostolo, che, sebbene fosse ancora nella carne, non camminava secondo i desideri della carne. I religiosi escono un giorno dal convento per andare al lavoro; il servitore di Dio, Giovanni, era con loro. Incontrano sul loro cammino il cadavere di un animale morto, che spande lontano un'infezione insopportabile. Ognuno porta la sua mano o la sua manica davanti alle narici per preservarsene: il caritatevole Giovanni vuole rendere servizio alla comunità, si avanza verso la bestia morta e la trascina così lontano dal cammino che i suoi fratelli non possono più esserne incomodati. Questa azione, fatta da un signore nutrito nelle delizie, che si stima il servitore di tutti e che supera senza esitare tutte le ripugnanze della natura, mostra in lui un grande fondo di santità.
La sua pazienza negli obbrobri è ancora più ammirevole della sua umiltà. Dio lo trattò secondo le inclinazioni della sua grazia, lo nutrì del pane dell'angoscia e gli fece ricevere gli obbrobri nei luoghi dove era apparso con più magnificenza. Giovanni si trovava a Cambrai, di cui era stato un tempo signore. Aveva per compagno Gilon, cellerario del convento di Vaux-celles, dello stesso Ordine di Cîteaux, fondato dai signori di Oisy, suoi antenati. Ebbero la devozione di andare a visitare una reclusa. Cammin facendo, arrivano in un luogo dove un gran numero di manovali lavoravano nei fossati della città. Questi miserabili, vedendo passare i due religiosi, si mettono tutti a schernirli a una voce comune. Sorpreso da questo genere di saluto e tutto vergognoso, il cellerario affretta il passo. Ma Giovanni, disposto a soffrire tutti gli affronti per Gesù Cristo, si volge verso i beffatori e dice loro: «Io sono il miserabile Giovanni di Montmirail, un grande peccatore, che merita tutti gli obbrobri e che non si saprebbe mai abbastanza coprire di confusione. Ve ne scongiuro, ripetete a lungo contro di lui il vostro grido ingiurioso».
Questi insulti di gente sconosciuta lo prepararono a sopportare quelli dei suoi. Questi ultimi furono altrettanti dardi laceranti che penetrarono fino al fondo del suo cuore e gli divennero tanto più utili. Il servitore di Dio aveva dato in elemosina, al convento di Longpont, una casa situata nel borgo che si chiama Gandelus. L'usanza portava allora che i figli dovessero consentire a queste specie di donazioni dei padri e delle madri, per paura che dopo il decesso dei donatori, i donatari non fossero inquietati dagli eredi. Ora, Giovanni II, figlio Jean II Figlio primogenito di Giovanni, che si oppose violentemente alla sua vita religiosa. primogenito di Giovanni di Montmirail, aveva rifiutato il suo consenso alla donazione di questa casa di Gandelus, e quando suo padre si fu ritirato a Longpont, ebbe l'impudenza di ostacolare i religiosi nel loro possesso. Non permetteva loro di esercitare i loro diritti in quella casa, né nemmeno di farvi le riparazioni più urgenti. Quando il servitore di Dio apprese tutte queste vessazioni, ne risentì un grande dolore. Si reca lui stesso a Gandelus per riparare la casa, vi conduce con sé degli operai e si mette a lavorare con loro come loro compagno. Porta lui stesso umilmente sulle proprie spalle, fino alla sommità dell'edificio, le tegole necessarie per coprirlo. Il figlio volle vendicarsi; ciò che diede un nuovo splendore alla pazienza del padre. Giovanni aveva anche accordato le piccole decime alla chiesa di Longpont. Era allora l'epoca di riscuoterle. Ma il figlio primogenito di Giovanni ne impediva spesso la riscossione, tramite i suoi servitori, e tormentava i religiosi in mille modi. Giovanni ne è informato e viene di nuovo a Gandelus per riscuotere lui stesso la decima. Interponendosi come un muro tra i monaci, suoi fratelli, e suo figlio, vuole provare se, per rispetto verso un padre, Giovanni II si desisterà dalla sua impresa. Ama soprattutto meglio sopportare le ingiurie di suo figlio che lasciare molestare ingiustamente i religiosi. Si mette a percorrere le strade e le piazze pubbliche, va di casa in casa per riscuotere la decima e la porta lui stesso in una gerla sulle sue spalle.
Provò ancora un'altra mortificazione, che gli fu molto più sensibile. Avendo avuto occasione di venire a Montmirail in compagnia del priore di Longpont, si recò alla sua stessa casa per alloggiarvi, vi trovò i servitori di suo figlio primogenito e disse loro umilmente che voleva solo passarvi la notte. Ma questi ufficiali, cogliendo l'occasione, gli fanno mille scuse impertinenti e gli rifiutano l'ospitalità. Il priore che lo accompagna, vedendo questo affronto, presenta a Giovanni lo scudo della pazienza e gli dice: «Non vi commuovete per questo; il Signore è venuto tra i suoi, e i suoi non l'hanno ricevuto». Queste parole del Vangelo spargono un balsamo divino nell'anima del servitore di Dio, che gioisce di potersele applicare; ne rende grazie al Signore. I due religiosi si ritirano molto soddisfatti di aver fatto questo guadagno spirituale e sono ricevuti presso degli stranieri con grande venerazione. Essendo stato obbligato un altro giorno a venire a Montmirail per un affare, si presentò di nuovo alla sua stessa casa. Un servitore della dama del castello, un tempo sua sposa, lo vide venire e si affrettò ad avvertire la sua padrona. Avendo ricevuto una risposta dalla sua stessa bocca, torna dal servitore di Dio e gli dice: «La signora è al bagno, ecco perché non potete né vederla né parlarle». L'uomo di Dio gli risponde umilmente: «Piaccia al Signore che il bagno le sia salutare!». Cacciato con tanta insolenza dai suoi, Giovanni esce dal castello senza aprire bocca al mormorio e si ritira. Continua il suo cammino fino al forte, che si chiama la Ferté-Gaucher, e si presenta presso sua suocera, che lo riceve con onore e un volto gioioso.
Morte e posterità delle reliquie
Deceduto nel 1217, il suo corpo è oggetto di un culto costante e di molteplici traslazioni attraverso i secoli, protetto durante la Rivoluzione.
Giovanni era dotato di una costituzione talmente robusta che avrebbe potuto prolungare la sua vita oltre i limiti ordinari; ma, con i pii eccessi delle sue mortificazioni, abbreviò i giorni del suo esilio. In pochi anni, seguendo le parole della Sapienza, percorse un'immensa carriera e accumulò meriti infiniti per il cielo. Crocifisse la sua carne con tante austerità, fece morire tante volte in sé l'uomo carnale, che si può dire di lui che, dopo aver vuotato la coppa del martirio, andò ad abbeverarsi nel fiume della vita eterna. La sua morte avvenne nel 1217, il 29 settembre, giorno dedicato alla memoria dell'arcangelo san Michele. Ugo, il suo priore, e Gerardo, religioso converso, ebbero rivelazione della sua gloria attraverso una viva luce che videro levarsi da una grande infinità di ceri per andare a brillare nel cielo.
Lo si rappresenta: 1° in costume da cavaliere, rivestito della sua armatura completa, la spada al fianco, l'elmo sulla testa e la visiera alzata; 2° mentre depone le armi per prendere l'abito da penitente; 3° coricato e vestito da religioso. Degli angeli gli presentano palme e corone.
[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE.]
La memoria e le reliquie di Giovanni di Montmirail, chiamato anche Giovanni l'Umile, morto in odore di santità nell'abbazia di Longpont, sono state finora oggetto di un culto costante. Appena fu sepolto nel cimitero comune, si vide frequentemente un gran numero di persone venire a inginocchiarsi sulla sua tomba. Molti miracoli essendosi successivamente operati per l'intercessione di questo pio religioso, il suo corpo fu levato da terra e i fedeli riconoscenti circondarono di ex-voto i luoghi del monastero dove furono in seguito depositate le sue ossa.
Negli annali di Cîteaux di Ange Maurique, si legge che, nel 1236, vale a dire diciannove anni soltanto dopo la morte di Giovanni, le popolazioni, piene di fiducia nella sua potenza presso l'Altissimo, chiesero che una festa speciale fosse istituita in suo onore. Il papa Gregorio I Grégoire IX Papa che ha attestato i miracoli di Bruno. X, che regnò dal 1227 al 1241, ordinò delle informazioni sulla vita santa di Giovanni e sulla fede che si poteva aggiungere ai prodigi che gli venivano attribuiti. Maurique afferma che l'ufficio e la festa sollecitati furono accordati da questo Pontefice. Ciò che è almeno certo, è che i calendari, i messali, i menologi o i martirologi di Cîteaux e dei Benedettini indicano il 29 settembre come il giorno consacrato alla sua memoria.
Attorno alla sua tomba bruciavano giorno e notte lampade e ceri, nel numero di tredici o quattordici. Su un quadro molto antico, posto accanto, erano scritte antifone e orazioni, tratte dal suo ufficio, che i pellegrini recitavano.
Il culto di Giovanni di Montmirail prese ancora più incremento quando, verso il 1250 o 1251, una delle sue figlie, Maria di Montmirail, dama di La Fère e di Saint-Gobain, moglie di Enguerrand III, signore di Coucy, gli eresse, sul lato sinistro del santuario, un elegante e magnifico mausoleo a giorno, ornato di snelle colonne nello stile ogivale dell'epoca.
Da quando, nel 1634, il papa Urbano VIII (1623-1644) ebbe decretato che le beatificazioni e le canonizzazioni sarebbero state riservate alla Santa Sede, i vescovi di Soissons sono sempre stati in istanza presso la corte di Roma per ottenere la conferma del culto di Giovanni di Montmirail. Il verbale redatto da Simon Legras, il 2 maggio 1639, alla presenza dei religiosi, e tra gli altri del cronista Maldrac, testimonia sia la santità del beato Giovanni, sia il desiderio di far riconoscere e approvare dalla Santa Sede il suo culto e la sua festa. Il re Luigi XIII volle unire le sue preghiere a quelle dei religiosi e del vescovo, e, a tal fine, indirizzò al papa Innocenzo X (1644-1655) una lettera motivata, chiedendo che Sua Santità concedesse ai religiosi di Longpont il permesso di dire la messa e di celebrare l'ufficio e la festa di Giovanni di Montmirail, il 27 settembre, con ottava.
Nel verbale redatto in diverse sedute, nel 1657, dal vescovo di Soissons, Charles de Bourlon (1633-1685), si dice che il prelato si è recato all'abbazia di Longpont per fare la traslazione del santo corpo del beato Giovanni di Montmirail... e di altri sei corpi. La pergamena, racchiusa nella cassa contenente il suo capo, portava queste parole: *Caput sancti Joannis de Monte-Mirabili*. Mostrando questo capo al popolo, il vescovo disse che era un uomo di santa vita e probità, e che, a causa della sua buona vita, lo si credeva Santo. E diede questo capo da baciare a diversi infermi, malati e altri. Aggiunse che non si potevano esporre le sue reliquie per venerarle, che bisognava sospendere e attendere... finché non fosse stato maturamente e santamente deliberato su ciò che c'è da fare.
Nel 1677, il priore dell'abbazia di Longpont, essendo stato inviato a Roma per gli affari del suo Ordine, sotto il pontificato di Innocenzo XI (1676-1689), presentò la sua richiesta di autorizzazione a celebrare l'ufficio di Giovanni di Montmirail. Gli fu risposto che bisognava preliminarmente stabilire la prova della sua canonizzazione, che il verbale del vescovo Simon Legras non poteva servire ad affrettare l'autorizzazione del culto, perché non aveva agito in virtù della delega della Sede apostolica.
Nel verbale di Dom Brulart, nel 1697, Giovanni è qualificato come Santo. Nell'anno benedettino, gli viene dato il titolo di Confessore.
Mgr de Simony, nel 1845, facendo rimettere le reliquie del beato Giovanni alla duchessa di Boudeauville, si è mostrato molto riservato: «Queste reliquie», ha scritto, «non devono essere onorate da alcun culto, dato che la Chiesa non l'ha ancora autorizzato con un giudizio canonico».
Mgr de Garsignies (1848-1860) non è stato così moderato. Il 1° ottobre 1859, ha indirizzato alcune parole alla parrocchia riunita «sull'importanza», ha detto, «e la conseguenza del nostro passo, come constatazione del culto immemorabile reso al beato Giovanni di Montmirail, abbiamo noi stessi venerato queste insigni reliquie, con i membri del nostro clero presenti alla cerimonia, le abbiamo poi sigillate con il nostro sigillo e le abbiamo riposte nella chiesa, riservandoci di sollecitare in corte di Roma il decreto recante conferma di culto immemorabile».
Immediatamente dopo, ci si occupa della redazione e dell'invio della supplica, che fu inviata a Sua Santità Pio IX, il 1° settembre 1860, accompagnata da un dossier di centosessantadue pagine in-1°, e contenente ventuno documenti relativi al beato Giovanni: verbali, inchieste, estratti di cronache e di vite dei Santi, lettere, carte, giudizi di esperti e diverse altre informazioni.
Nell'abbazia di Longpont si sono sempre, e senza interruzione, possedute le reliquie di Giovanni di Montmirail o Montmirail. L'inumazione del corpo ebbe luogo dapprima nel cimitero comune; ma i miracoli che si operarono sulla sua tomba determinarono a levarlo da terra, alla presenza dell'abate di Cercamp. (Questa cerimonia è stata spesso considerata, in quei tempi antichi, come equivalente a una canonizzazione.) Il corpo fu messo in una tomba di marmo che fu fissata nel muro interno del chiostro (1217-1231). Uno dei suoi ossi fu portato a Voutiennes (Voïtes) che è chiamata, negli antichi titoli, Valle dei Miracoli. Si resero a questa reliquia grandi onori, e se ne trassero vantaggi inapprezzabili.
La seconda traslazione ebbe luogo verso il 1250, alla presenza di diversi arcivescovi e vescovi, quando Maria di Montmirail, sua figlia, gli eresse nel coro un magnifico mausoleo.
La terza traslazione portò a Longpont un numero più considerevole di prelati, di abati e di popolo. La cassa del beato Giovanni fu posta dietro l'altare maggiore tra le altre sante reliquie dell'abbazia.
Ma, poiché i pellegrini non potevano facilmente, in quel luogo sacro, soddisfare la loro devozione e avvicinarsi alla cassa tanto spesso e tanto vicino quanto desideravano, i religiosi decisero che essa riposerebbe d'ora in poi in un armadio della sacrestia. Le sue ossa furono allora racchiuse in una lunga cassa di legno, coperta da una lamina di rame, da una pelle di marocchino, da chiodi dorati e da numerosi medaglioni con le armi delle grandi famiglie del tempo. Il capo fu messo a parte in un reliquiario di legno dorato, che è scomparso nella tormenta rivoluzionaria del 1793. È la quarta traslazione.
Nonostante le precauzioni che prendevano i religiosi per conservare il loro prezioso deposito, i resti di Giovanni di Montmirail corsero più di una volta il pericolo di essere portati via o profanati: nel 1355 dagli Inglesi; nel 1414 da Pierre de Tours alla testa dei suoi soldati, già padroni di Soissons; nel 1567 dagli Ugonotti. Ma Dio permise sempre che si potessero sottrarre alla rapacità o all'empietà dei profanatori, ora facendo guardare l'abbazia da forti distaccamenti di fanti e di cavalieri, ora mettendo la cassa al sicuro in una fortezza vicina (La Ferté-Milon).
Nel 1639, su richiesta dei religiosi, il vescovo di Soissons, Simon Legras (1623-1656), lo stesso che consacrò Luigi XIV, procedette all'apertura della cassa nonché al riconoscimento delle ossa e all'esame dei documenti che ne constatavano l'autenticità.
Nel 1657, il vescovo Charles de Bourbon, nipote del precedente e dapprima suo coadiutore, continuò ciò che aveva iniziato suo zio e fece un nuovo riconoscimento delle reliquie del beato Giovanni. Un dottore in medicina denominò le ossa trovate nella cassa (tibia, omero, scapola, ischio, cubito, clavicola, vertebra e diverse altre ancora).
Le reliquie del beato Giovanni furono di nuovo esaminate, nel 1697, dal visitatore dell'Ordine di Cîteaux, Dom Brulart, abate di Vaucler. Estraiamo testualmente dal verbale i seguenti dettagli:
— Dom Brulart fece tirare dalla cassa di legno dorato, sospesa sotto la volta della tomba di san Giovanni di Montmirail... una cassetta o scrigno di legno, coperto di cuoio dipinto, lungo due piedi e due pollici e caricato su tutti i lati di antichi stemmi smaltati, e fece apertura del suddetto scrigno, nel quale, seguendo e conformemente ai verbali di NN. SS. i vescovi di Soissons, messere Simon Legras e messere Charles Bourbon, degli anni 1639 e 1657, sono state trovate delle ossa del santo Giovanni di Montmirail, decentemente sistemate e avvolte in un taffetà e una tela ben pulita, e al di sopra una borsa, nella quale era rinchiusa una doppia carta di pergamena, di antica scrittura, la quale è stata portata a Parigi e presentata al Padre Dom Jean Mabillon... e il 25 dei suddetti mesi e anno, tutto è stato rimesso nello stato in cui era stato trovato; e la suddetta cassetta è stata rimessa nella cassa di legno dorato da cui era stata tirata. In fede di che, ecc.»
L'abbazia di Longpont restò in possesso pacifico di queste reliquie fino alla Rivoluzione francese. In quest'epoca disastrosa in cui tutto ciò che aveva rapporto al culto era rubato, spezzato, demolito, bruciato, profanato, si dovettero avere serie paure sulla sorte dei resti del beato Giovanni.
Fu un sacrestano laico dell'abbazia, chiamato Lebeau, che li salvò. Affettando i sentimenti rivoluzionari più esaltati, fu nominato sindaco del paese, il che gli diede tutta la facilità per nascondere, di concerto con alcuni ufficiali municipali, la cassa del Beato in uno dei sotterranei della casa conventuale, senza destare i sospetti dei demagoghi. Al momento del ristabilimento del culto, essendo stata designata la sacrestia per servire da chiesa, dopo la distruzione della magnifica basilica, Lebeau si affrettò a rendere la cassa all'ecclesiastico incaricato di servire la parrocchia di Longpont.
Nel 1839, l'abate Lebrun, allora curato di Coccy e di Longpont, essendosi fatto autorizzare da Mgr de Simony, vescovo di Soissons (1825-1848), aprì la cassa e vi trovò tutto interamente conforme a ciò che era stato menzionato nel verbale del 1697.
Nel 1845, lo stesso Mgr de Simony fece dare alle signore duchessa di Doudesuville e duchessa di Liancourt, quattro piccoli ossi di cui due denti, tenuti in una porzione della mascella inferiore e due altri un po' più forti.
Nel 1855, di concerto con il signor Carneau, curato della parrocchia, il proprietario del castello, il signor conte Henri de Montesquieu-Fezensac e suo figlio, il signor visconte Fernand de Montesquieu, si occuparono del restauro della cassa. Le reliquie ne furono ritirate momentaneamente e debitamente rivestite di diversi sigilli. Lo scrigno (lungo settantuno centimetri per diciotto di larghezza) fu riconosciuto da abili antiquari «come un'opera eseguita a Limoges, verso la fine del regno di san Luigi, conservando la sua fisionomia primitiva e non avendo subito alcun rimaneggiamento posteriore». — «I cuscini smaltati, nel numero di cinquanta, posti sulle quattro facce del reliquiario, rappresentano gli stemmi della famiglia reale di san Luigi e dei più grandi personaggi di quell'epoca, come san Luigi, la regina Bianca di Castiglia, la regina Margherita di Provenza, il conte di Poitiers, fratello di san Luigi, il duca di Borgogna, il conte di Dreux, il signore di Coucy, Raoul de Neale, conte di Soissons, il signore di Montmirail, ecc.»
Infine il 1° ottobre 1859, Mgr Cardon de Garsignies (1848-1860), novantaquattresimo vescovo di Soissons, essendosi recato a Longpont, ha riconosciuto l'identità e l'autenticità delle reliquie di Giovanni di Montmirail, ha chiuso e sigillato la cassetta lunga nella quale queste ossa sono state conservate da sei secoli, ha rinchiuso la suddetta cassetta nella cassa di legno dorato che la conteneva dal 1657 e l'ha riposta nella chiesa, dove ognuno può facilmente vederla e venerarla.
Tratto dagli Acta Sanctorum: della sua Vita, scritti dal R. P. Machault: dalla Storia del beato Giovanni, dal signor abate Bellet, e da Note locali dovute al signor Conguet, del capitolo di Soissons.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita al castello di Montmirail nel 1165
- Carriera militare e presenza alla corte di Filippo Augusto
- Matrimonio con Helvide de Dampierre
- Conversione spirituale sotto l'influenza del priore Jobert
- Fondazione dell'abbazia di Mont-Dieu (1203) e di un hôtel-Dieu (1207)
- Ingresso come novizio nell'abbazia di Longpont
- Morto in odore di santità il giorno di San Michele 1217
Miracoli
- Nebbia e inondazione miracolosa che salvò il castello di Oisy
- Rivelazione della sua gloria tramite una luce celeste al momento della morte
- Numerose guarigioni sulla sua tomba
Citazioni
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Piaccia a Dio, miei diletti genitori, che io possa giungere al possesso del Signore Gesù attraverso la via di qualsiasi ignominia!
Risposta ai rimproveri della sua famiglia