Santa Paola Romana
DISCEPOLA DI SAN GIROLAMO, FONDATRICE DI MONASTERI
Vedova, discepola di San Girolamo, fondatrice di monasteri
Illustre patrizia romana discendente degli Scipioni, Paola si consacrò a Dio dopo la sua vedovanza sotto la guida di San Girolamo. Lasciò Roma per Betlemme dove fondò monasteri e un ospizio, conducendo una vita di austerità, studio delle Scritture e carità. Morì nel 404, lasciando il ricordo di una madre dei poveri e di una figura maggiore del monachesimo primitivo.
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SANTA PAOLA ROMANA, VEDOVA
DISCEPOLA DI SAN GIROLAMO, FONDATRICE DI MONASTERI
Origini ed educazione patrizia
Proveniente dalla più alta nobiltà romana, Paola riceve un'educazione cristiana e classica curata, padroneggiando il greco e il latino.
Il grande san Girolam Le grand saint Jérôme Padre della Chiesa e autore della biografia originale di santa Asella. o, scrivendo alla vergine Eustochio, figlia di santa Paola, tesse così l'elogio della nostra Santa: «Se tutte le membra del mio corpo si mutassero in altrettante lingue e prendessero altrettante voci, non potrei ancora dire nulla che fosse degno delle virtù della santa e venerabile Paola. Nobile per nascita, più nobile ancora per santità; potente un tempo per le sue ricchezze, più illustre oggi per la povertà di Gesù Cristo; discendente per Rogato, suo padre, dal celebre Agamennone, che prese la famosa città di Troia dopo dieci anni di assedio, e per Blesilla, sua madre, dagli Scipioni e dai Gracchi, che sono tra i più illustri tra i
Romani, a Roma preferì Betlemme, e ai palaz zi dorat Bethléem Luogo di nascita e di unzione di Davide. i l'umile tetto di una povera abitazione».
Paola fu allevata da sua madre in uno spirito d'amore per la religione, di profonda avversione per le cose del paganesimo, e nella gravità di vita che conveniva a una patrizia e a una cristiana. Custodita accuratamente all'ombra del focolare domestico, i circhi e i teatri non la videro mai. Passava con sdegno davanti a quei luoghi risonanti delle folli gioie della vita pagana, accompagnando, secondo l'uso del tempo, sua madre alle basiliche e alle feste della Chiesa, e anche alle tombe dei martiri e alle catacombe. Amava percorrere quei luoghi dove si era nascosta così a lungo la fede ora trionfante nel mondo, venerare le tracce ancora recenti di tanti martiri, respirare, per così dire, il profumo che esalava dalle loro tombe, contemplare quelle ingenue pitture, quei pii simboli, dove ritroviamo oggi con tanta emozione, a mezzo cancellate, i pensieri del Cristianesimo primitivo e dei fedeli perseguitati, quelle speranze d'immortalità nella morte, e tutto il dettaglio dei dogmi del simbolo cristiano. Gli atti di carità, insieme alle pratiche pie, ebbero la loro parte nella sua educazione religiosa. Si gettavano nell'anima della giovane fanciulla i germi di quella tenerezza per gli infelici che vedremo presto arrivare in lei allo stato di passione sublime.
Questa forte educazione morale e cristiana fu coronata dalla seria e solida cultura dello spirito, che era anche di tradizione nelle grandi famiglie di Roma. Indipendentemente dai libri santi, che furono le sue prime letture, gli studi di Paola, brillanti ed estesi, abbracciarono le due letterature latina e greca; avendo sangue greco come sangue romano nelle vene, doveva coltivare a un titolo speciale le lettere di Atene come quelle di Roma, e parlava ugualmente bene le due lingue. Lesse gli storici, i poeti, i filosofi. Vedremo più tardi di quale utilità le sarà questa cultura profana per l'ammirabile vita cristiana alla quale deve un giorno elevarsi. Nel frattempo, questi studi sviluppavano in lei i ricchi doni che aveva ricevuto dalla natura, un giudizio sano, uno spirito fermo, una ragione elevata: un equilibrio prezioso fu in tal modo stabilito tra la sua intelligenza e il suo carattere.
Vita coniugale e discendenza
Sposa Tosozio, della famiglia degli Iuli, dal quale ha cinque figli, conducendo al contempo una vita da matrona rispettata a Roma.
Tuttavia giunse l'età in cui la brillante patrizia dovette ricevere dalla mano dei suoi genitori uno sposo, e aggiungere a tutti i vantaggi della sua nascita e delle sue qualità lo splendore di un'illustre alleanza. Sposò un giovane romano di origine greca, chiamato Tosozio, che apparteneva per parte di madre alla vecchia famiglia degli Iuli, la quale si vantava di risalire fino ad Enea. Tosozio non condivideva la fede della sua giovane sposa. Tuttavia, non sembra essere stato indegno della giovane cristiana che aveva sposato, e lo straordinario affetto che Paola ebbe sempre per lui, e l'inconsolabile dolore con cui lo pianse, mostrano che la loro unione fu di quelle che il mondo definisce felici. Dio benedisse questa unione. Quattro figlie nacquero successivamente a Paola. La primogenita, chiamata Blesilla, appariva colma di tutti i doni dello spirito più vivaci e amabili; salute fragile e delicata, ma ricca e bella natura, che fin dalla più tenera infanzia faceva sperare tutto, tra le mani di una madre come Paola, per il fascino dell'intelligenza e le qualità dell'anima. Paolina, la seconda, aveva anch'essa una natura tra le più felici, ma del tutto opposta a quella di Blesilla. Non era, come quest'ultima, la fiamma; ma, con meno slanci brillanti nello spirito e spontaneità vivace nel carattere, dava tutti i segni di un buon senso squisito, di un giudizio sicuro, e prometteva di avere in solidità tutto ciò che la sorella maggiore aveva in brillantezza. Quanto alla terza, chiamata con un nome grazioso preso dal greco, Eustochi Eustochie Terza figlia di Paola, la accompagna in Oriente e le succede. a (regola, rettitudine), dolce bambina, modesta, riservata, timida, si sarebbe detto un fiore che nasconde in sé il proprio profumo; ma questo profumo era soave, e a guardarla da vicino, si potevano già sospettare in quell'anima giovane tesori che avrebbero stupito al giorno della fioritura. La quarta si chiamava Rufina.
Paola, in quel periodo della sua vita, non seppe preservarsi abbastanza dal lusso e dalla mollezza del suo tempo. Passava, come tutte le patrizie, per le strade di Roma, portata dai suoi schiavi in una lettiga dorata; avrebbe temuto di posare il piede a terra e di toccare il fango delle strade; il peso di un abito di seta gravava sulla sua delicatezza; un raggio di sole che si fosse insinuato attraverso le spesse tende della sua lettiga le sarebbe parso un incendio. Usava, come le donne del suo rango, ciò di cui un giorno si sarebbe tanto rimproverata; non si negava le delizie del bagno, che avevano una parte così grande nella vita romana; passava, secondo l'uso comune, l'inverno a Roma, l'estate in qualche villa, dove la campagna, le amiche e una biblioteca scelta si dividevano la sua giornata. Tuttavia, nel mezzo stesso di questo lusso, Paola, sebbene ancora ben lontana dalle virtù che avrebbe praticato un giorno, era conosciuta e rispettata come una donna di una dignità di contegno e di condotta del tutto irreprensibile. Non una voce si levò mai a Roma contro la sua virtù. Al contrario, la si citava come una romana di vecchia stirpe, che ricordava quelle donne d'altri tempi che erano state, per la loro severa castità, l'onore della repubblica, e quando si voleva offrire a questo riguardo un modello alle giovani patrizie del tempo, si faceva il nome di Paola. Vi era lì senza dubbio l'orgoglio e la dignità del vecchio sangue romano; ma vi erano soprattutto le ispirazioni e le vedute superiori della fede. È sotto questa custodia più sicura dello spirito cristiano che Paola attraversò tutta questa opulenza, fatale a tante altre, senza perirvi; e se, in quegli anni brillanti e felici, la giovane sposa di Tosozio non ebbe sempre abbastanza presente al pensiero la massima dell'apostolo, che è di usare delle cose mondane come se non se ne usasse, di prestarsi semplicemente al mondo e di non donarvisi affatto; se le capitò di gustare troppo quelle gioie e quelle vanità pericolose, vi fu nelle prove che sopravvennero presto una larga compensazione a quella mollezza, e nell'austerità della sua penitenza una sovrabbondante espiazione.
Paola non era solo una donna di reputazione intatta, di severo onore: a questo tratto di virtù, al contempo romana e cristiana, san Girolamo ne aggiunge un secondo, esclusivamente cristiano; era, dice, «la donna più dolce e più benevola verso i piccoli, verso i plebei, verso gli schiavi». L'elevazione naturale della sua anima, e ancor più la grazia di Gesù Cristo e il lavoro della virtù, l'avevano interamente preservata dalla secchezza e dalla superbia, dall'impazienza e dal disdegno che l'orgoglio del sangue e della ricchezza genera nelle anime dure o piccole; aveva quel complemento necessario della nobiltà e della bellezza, quel segno di una distinzione naturale e di un merito superiore, la bontà; ed erano questi, insieme all'austero onore, i due tratti che formavano con il loro contrasto il fascino della sua fisionomia. Si comprende come una donna di tale carattere e di tale virtù dovesse adempiere ai doveri delicati che le imponeva la società mista in seno alla quale viveva. Le sue relazioni erano di due tipi: era legata con quanto vi era di donne eminenti per pietà nella Chiesa; le prime cristiane di Roma, come Marcella e Tiziana, erano sue intime amiche. Aveva anche relazioni con la parte pagana del patriziato, che riceveva in casa sua e presso cui era ricevuta. Era tutto ciò che vi era di più considerevole a Roma e anche di più pagano. I rapporti con una tale società richiedevano ovviamente molta riserva, dignità e convenienza; era soprattutto dovere delle donne cristiane, allora come oggi, essere presso gli increduli, con l'amabilità del loro commercio e la superiorità delle loro virtù, la dimostrazione vivente della loro fede. Spianavano così, più efficacemente che con la controversia, le vie alla verità presso più di un'anima, ed è lecito credere che fossero spesso per molto, senza apparirlo, nelle reclute che faceva incessantemente il Cristianesimo in seno al patriziato. Nel suo focolare domestico, Paola era la più felice delle spose e delle madri. La sua giovane famiglia cresceva gioiosa attorno a lei, dando le più belle speranze. Tosozio tuttavia aveva un rimpianto. Avrebbe voluto un erede del suo nome, e non ne aveva. Questo desiderio fu infine esaudito; nacque un quinto figlio a Paola che fu un maschio, e che ricevette come suo padre il nome di Tosozio.
La svolta della vedovanza
A 31 anni, la morte del marito la spinge verso un'ascesi rigorosa e una carità totale, sotto l'influenza del circolo dell'Aventino.
Paola aveva solo trentun anni quando Dio le inviò la grande prova della vedovanza. Questo colpo inatteso che giunse a sorprenderla nel mezzo di tutta la sua felicità fu terribile per lei: era il momento che Dio sceglieva per spezzare tutto in quella tomba inopinatamente socchiusa. Paola fu dapprima attratta e senza forze contro questo dolore, al punto che si temette per la sua vita. Nulla poteva arrestare le sue lacrime. Mai sposo fu più pianto; mai colpo penetrò più a fondo nella sua anima. Spezzando tutti i vincoli che la trattenevano nelle vie ordinarie e le impedivano di salire alle grandi virtù, Dio le faceva un appello che lei era libera di seguire, ma dopo il quale, ascoltato o misconosciuto, la sua vita doveva essere fissata per sempre. La vedovanza è cosa sacra. Indipendentemente da ciò che la fede vi scopre di soprannaturale merito, vi è sulla vedova veramente vedova la triplice consacrazione del dolore, della fedeltà e della virtù. La vergine è fedele solo a Dio e a se stessa; la vedova lo è in più a colui che ha amato e perduto: è per lui anche che conserva d'ora in poi l'integrità del suo cuore, facendo del suo caro ricordo un culto e una vita; e tale è la sfumatura che distingue la vedova dalla vergine, due creazioni ammirevoli del cristianesimo, due fiori nati sullo stesso stelo e che mescolano nella Chiesa i loro profumi senza confonderli. Se vi è qualcosa di più puro nella vergine, vi è qualcosa di più augusto e di più toccante nella vedova, perché le sofferenze, le lacrime e il sacrificio sono passati di lì. Paola comprese ciò che Dio voleva da lei; riprendendo la libertà della sua anima e sottraendosi al mondo, si risolse a camminare generosamente nella via dove Dio la chiamava. Trovava fortunatamente attorno a sé esempi, una società, anime entrate nella stessa via, e che furono per lei uno stimolo e un soccorso: questa società aveva il suo centro sull'Aventino; era formata da vedove o vergini appartenenti alle prime famiglie di Roma, e che davano allora alla Chiesa, sotto gli occhi e sotto l'impulso di papa Damaso, un grande spettacolo di virtù.
Si com pì tutto a pape Damase Papa che ordinò i due fratelli e li inviò in missione. un tratto una mirabile fioritura di virtù nella sua anima. La trasformazione fu improvvisa e completa. Una sorta di abisso fu scavato tra lei e il mondo; ma questa rottura non fu che una fuga più profonda in Dio. Era una seconda libertà e un nuovo bisogno che le apportava la vedovanza. Sentendo che nulla avrebbe mai potuto colmare il vuoto immenso che si era appena aperto in lei; vedendo che tutto si spezza e ci sfugge quaggiù, che Dio solo non sfugge affatto, e che in lui si ritrova tutto, si rigettò verso Dio con una sorta di passione così ardente e di gioia così piena, che si sarebbe detto che la morte di Tossozio, tanto pianto da lei, non fosse ai suoi occhi che una liberazione. E questo amore nel quale ora si immergeva tutta intera, nel momento stesso in cui le apportava le vere e solide consolazioni, creava nella sua anima delle ascensioni meravigliose, mirabilmente indicate da san Girolamo.
Il primo grado al quale salì, fu un nuovo e più grande amore per la preghiera. Vi si sentiva potentemente e dolcemente inclinata. Più infatti un cuore si chiude dal lato della terra, più si apre dal lato del cielo. Avendo rinunciato alle gioie della vita mondana, Paola gustava tanto più quelle di un commercio assiduo con Dio. Così la sua preghiera si prolungava molto addentro nella notte, e più di una volta il sole la sorprendeva inginocchiata e ancora in preghiera. La sua grande felicità era di andare all'oratorio dell'Aventino a cantare salmi con le vergini di Marcella. La santa Scrittura divenne la sua meditazione quotidiana. Così, mentre i grandi dolori non fanno che oscurare certe anime e coprirle come di tenebre, essi avevano al contrario riempito di più luci l'anima di Paola, e le avevano svelato più largo e più radioso l'orizzonte dell'eternità. A queste chiarezze che la illuminavano ora, il suo amore per Dio e per le cose celesti crescendo ogni giorno, la sua anima salì a un secondo grado, vale a dire: una squisita delicatezza di coscienza, uno straordinario desiderio di un'assoluta purezza di cuore. In una disposizione così bella, per procurarsi un volo più libero verso Dio e conservarsi un cuore più intatto e meglio difeso, non solo si circondò di una guardia severa, ma abbracciò anche con un coraggio eroico le più austere pratiche della mortificazione cristiana. Tutte le abitudini delicate di un tempo, tutte le comodità della vita furono soppresse. Questa patrizia non dormì più che su cilici gettati sulla terra nuda, e rivaleggiò in astinenze e digiuni con gli asceti del deserto. In questo fervore, il ricordo della sua vita meno perfetta di un tempo e delle concessioni fatte al mondo la riempiva di confusione e di dolore e apriva in lei una fonte di lacrime. E queste lacrime, frutto di un così puro amore di Dio, mescolandosi a quelle che il ricordo sempre vivo di Tossozio le faceva versare anche, così come questi due affetti si erano mescolati e confusi nella sua anima, da questa doppia fonte di pianti colavano incessantemente con tanta abbondanza, che affaticavano i suoi occhi al punto da far temere per la sua vista. La notte stessa non li arrestava, come se Paola, dice san Girolamo, avesse preso per sua parte alla lettera questa parola del Salmista: «Ogni notte inondo di pianto il mio letto, bagno di lacrime il mio giaciglio».
Questi santi rigori non elevavano solo Paola a una purezza d'anima ammirevole, avevano un'altra fecondità ancora, accendevano in lei, come accade sempre, una fiamma ardente di carità: il suo cuore, nel momento stesso in cui si volgeva così verso l'amore di Dio, trovava un altro sfogo sublime nell'amore dei poveri. E certamente, il campo aperto alla sua attività era vasto; poiché, in seno a questo popolo-re che trovava al di sotto della sua dignità lavorare, la miseria era spaventosa. Tutte le sue rendite se ne andarono in elemosine. La sua carità non conosceva misura e non sapeva arrestarsi; e mai un povero tornò da lei a mani vuote. Dava tutto, e quando non aveva più nulla, prendeva in prestito per poter dare di nuovo, mettendosi talvolta nella necessità di prendere ancora in prestito per rimborsare i suoi debiti. Non contenta di prodigare tutto ciò che aveva, faceva di più, non temeva di rendersi importuna per i poveri e di mettere al loro servizio le relazioni che la sua nascita e il suo grande nome le avevano dato a Roma: apostolo della carità, come ne era il modello.
L'influenza di san Girolamo
Durante il concilio del 382, incontra san Girolamo che diventa la sua guida spirituale e la inizia allo studio approfondito delle Scritture e dell'ebraico.
Erano già due anni che Paola si dedicava, come abbiamo appena detto, insieme alle sue sante amiche, alla pratica di queste generose virtù, e offriva alla società patrizia questi begli esempi di edificazione, quando all'improvviso si diffuse a Roma una notizia che gettò nel piccolo cenacolo dell'Aventino, e in tutto il gruppo di generose donne che avevano intrapreso lo stesso cammino, la gioia più viva. L'Occidente stava per avere il suo grande concilio, come l'Oriente aveva avuto i suoi. Papa Damaso aveva convocato tutti i vescovi cattolici a Roma per l'anno 382, e si attendevano dall'Oriente vescovi venerabili la cui fama ne proclamava le virtù. Paola e le sue amiche non dimenticarono di trarre profitto dai tre mesi che i santi vescovi rimasero a Roma. Non riuscivano a stancarsi di vederli e di ascoltarli; Paola soprattutto, che aveva la fortuna di ospitare nel suo palazzo Epifanio, incalzava ogni giorno il venerabile vescovo con le sue domande piamente curiose. Voleva sapere tutto dell'ammirevole vita dei Padri del deserto. Epifanio e Paolino raccontavano nei dettagli tutte le meraviglie che avevano visto. Questi racconti gettavano Paola nel rapimento. Fu in questi colloqui quotidiani con Paolino e sant'Epifanio che sentì nascere nella sua anima la prima ispirazione del disegno che un giorno avrebbe dovuto eseguire. Sentendo parlare degli Antonio e degli Ilarione, dei prodigi della Tebaide, e di quelle donne e vergini che sulle rive del Nilo rivaleggiavano in austerità con i solitari, il disgusto per Roma e per il mondo, già così profondo in lei, crebbe in tale proporzione, e il richiamo verso una vita ancora superiore a quella che conduceva, quella vita che i Padri del deserto si erano creata e il cui ideale le era appena apparso così da vicino, la colse così vivamente che vi erano momenti in cui, perdendo il ricordo della sua casa, dei suoi beni, dei suoi figli, della sua famiglia, avrebbe voluto all'istante, se fosse stato possibile, andarsene per sempre nella solitudine di Antonio e di Paolo.
Paola e Marcella e le loro sante amiche desiderarono vivamente mettersi in contatto con il compagno dei due vescovi orientali rimasto a Roma, san Girolamo, e approfittare saint Jérôme Padre della Chiesa e autore della biografia originale di santa Asella. , insieme al Papa, delle luci di questo monaco austero e dotto che portava, per così dire, il deserto sul suo volto, e nel quale presagivano un sostegno necessario per il loro genere di vita già così combattuto, e un maestro incomparabile nella scienza e nella vita cristiana. Girolamo si decise a tenere letture e spiegazioni dei santi libri sull'Aventino. Ebbe presto riconosciuto quali discepole avesse in quelle donne così colte. «Ciò che vedevo in loro», scriveva più tardi, «di spirito, di penetrazione, insieme a una ravvivante purezza e virtù, non saprei dirlo». Comprendendo dunque ciò che avrebbe potuto fare con anime così disposte, e fino a che punto avrebbero potuto spingersi con una guida che sapesse condurle, risolse di non mancare a una tale opera; e nulla è più toccante della familiarità piena di fiducia e di rispetto, l'amicizia illustre e pura, che si formò tra loro e lui; la loro sorprendente ardore, la loro ammirevole docilità nel seguire la direzione di questo grande maestro, e l'attiva sollecitudine, le cure devote dell'austero monaco, per rivelare loro i tesori dei Libri santi e sostenerle nella loro vita eroica.
Paola trovava così pienamente in questa fonte divina della Scrittura tutto ciò di cui la sua anima aveva bisogno, consolazioni, forze, luci, che vi si immergeva, per così dire, con quell'energia e quel coraggio che metteva in tutto, e tanto più ora che poteva avere una soluzione alle difficoltà che il testo sacro presenta senza sosta. Vi scopriva, rapita, cose che in precedenza non vi aveva affatto scorto. Comprendendo che la vera chiave d'oro di questo tesoro delle Scritture è la lingua in cui sono state scritte, volle leggerle in quella lingua, e non ebbe paura di questo formidabile studio dell'ebraico che era costato a Girolamo tante fatiche. Paola attirava maggiormente lo sguardo di san Girolamo. Man mano che la vedeva sempre più, la ammirava maggiormente. La sua anima gli appariva ancora più bella del suo spirito. Scorgeva in lei slanci meravigliosi e un coraggio che non si spaventava di nulla. Di tutte quelle anime di cui Dio lo rendeva guida, nessuna aveva più affinità e segrete armonie con la sua stessa anima e non era meglio fatta per seguire la sua forte direzione; ma a nessun'altra anche questo sostegno era più necessario. Passata da appena due anni dalla più opulenta esistenza patrizia a questa vita velata di lutto e di penitenza, e ancora sotto il colpo del suo recente dolore, aveva particolarmente bisogno di essere sostenuta. E poi, non era sola. Girolamo vedeva al suo fianco quella giovane Eustochio, fiore ancora così tenero e delicato, e quegli altri quattro figli, Blesilla, Paolina, Rufina e il piccolo Toxozio, che bisognava educare e dirigere: grande fardello per una giovane madre. Infine, oltre alle opposizioni generali che cominciavano già a Roma contro il genere di vita che Paola aveva abbracciato e che sarebbero cresciute, Girolamo intravedeva, nell'entourage stesso di Paola, da parte soprattutto dei membri pagani della sua famiglia, difficoltà speciali e le tempeste che presto sarebbero scoppiate. Per tutte queste ragioni, comprendeva che vi era lì particolarmente una bella opera da compiere, la direzione di Paola, e vi si dedicò. Era una grande cosa, e ben nuova nel mondo, quella direzione delle anime creata dal Cristianesimo. San Girolamo, qualunque fosse la sua scienza delle Scritture, era un maestro ancora più grande della vita cristiana, e nessuno, per la tempra del suo carattere come per le vedute del suo spirito, era meglio fatto per questo ministero di direzione che stava per toccargli accanto a Paola e alle sue sante amiche, come abbiamo visto nella sua vita.
La partenza per l'Oriente
Dopo aver distribuito i suoi beni e superato l'opposizione familiare, Paola lascia Roma per i Luoghi santi con sua figlia Eustochio.
Tuttavia Eustochio seguiva perseverantemente la sua via. «Questo fiore delle vergini», come la chiama san Girolamo, continuava a sbocciare sotto la mano e il cuore di sua madre. Invano vedeva le sue due sorelle maggiori brillare sotto ricchi ornamenti, portare collane d'oro e gioielli; il suo gusto per la vita verginale si faceva sempre più pronunciato: davanti a un'attrazione così spontanea, così profonda, così perseverante, Paola non aveva esitato, e in un'epoca che non conosciamo, forse anche prima dell'arrivo di san Girolamo, l'aveva presentata al papa Damaso affinché ne ricevesse il velo delle vergini; e la pia fanciulla era tornata al palazzo di sua madre più felice e più raggiante sotto il suo flammeum e la sua veste bruna, di quanto lo fosse Blesilla il giorno in cui era entrata nel palazzo del giovane Furio, sotto quel brillante ornamento di nozze presto cambiato in veste di lutto. Il passo di Eustochio ebbe un grande risalto a Roma, e raddoppiò l'irritazione della famiglia di Paola. Imezio, disturbato nei progetti di unione che sognava per sua nipote, e imbarazzato dai sorrisi e dalle battute di Pretestato e degli altri suoi amici pagani, ne fu ulcerato. Ma Paola era entusiasta delle disposizioni e della crescente fervore di sua figlia. Nonostante la sua giovinezza, nessuna tra le vergini dell'Aventino superava Eustochio per l'assiduità nella preghiera e nel canto dei salmi, e nell'ardore di seguire san Girolamo in quel prato delle Scritture che egli aveva loro aperto: lo studio stesso dell'ebraico non l'aveva affatto spaventata; e san Girolamo aveva concepito per questa fanciulla, come per sua madre, un rispetto e una devozione singolari. Tuttavia, a questa gioia di Paola venivano a mescolarsi vive inquietudini per il futuro. Poiché, oltre all'opposizione che incontrava già nella sua famiglia, vedeva formarsi una tempesta, non solo contro di lei, ma contro tutto quel movimento di vita monastica che si stava svolgendo a Roma da qualche tempo, e nel quale Girolamo chiamava in massa le patrizie. Era la lotta interiore della famiglia e la lotta pubblica del mondo contro la vita religiosa che cominciavano.
Alla notizia della conversione di Blesilla, figlia maggiore di Paola, l'ira di tutta la parte pagana e mondana della famiglia di Paola fu al culmine; Imezio soprattutto si sfogava in dure parole contro sua cognata, e trattava Girolamo da seduttore. Tutto il patriziato, e persino il popolo, condivideva questa emozione. Si cominciava a spaventarsi di questo progresso delle idee monastiche. Paola, essendosi messa a percorrere con più sollecitudine che mai i quartieri indigenti di Roma, accompagnata non più solo da Eustochio, ma da Blesilla, gioiosa di associare questa figlia doppiamente cara alle dolcezze della carità, le sue elemosine, già così considerevoli, crebbero ancora, e, i suoi redditi, sebbene così vasti, non bastandole più, arrivò fino a vendere parte del suo patrimonio per aumentare le sue risorse; e quando, per moderare queste sante prodigalità, le si parlava dei suoi figli: «Quale patrimonio migliore posso lasciare loro», diceva, «che l'eredità delle benedizioni di Gesù Cristo?» non stimando il mantenimento della sua immensa fortuna in tutta la sua opulenza un vantaggio paragonabile per i suoi figli al tesoro delle grazie celesti che sperava di meritare loro con elemosine che li lasciavano d'altronde ancora abbastanza ricchi. Ma queste vedute elevate di una fede viva, questa fiducia superiore in Dio, non poteva essere di gusto di tutti nella sua famiglia, e i mormorii che suscitavano da tempo le sue carità portarono infine a una tempesta. Una scena violenta ebbe luogo tra lei e Imezio. Questi si infuriò, e rimproverò a sua cognata con durezza di dimenticare i suoi doveri di madre, e di spogliare i suoi figli. Fu allora che Paola, per far tacere tutti questi rimproveri, e ritrovare più libertà, si decise, in un'ispirazione eroica, a un grande atto, raccontato purtroppo in modo troppo breve da san Girolamo. «Già morta al mondo prima di morire», dice, «distribuì tutti i suoi beni tra i suoi figli».
Compiuto questo grande atto, cominciò a parlare senza mistero, e ad annunciare apertamente il suo progetto di partire per l'Oriente e i luoghi santi. Un tale annuncio causò di nuovo un grande scompiglio nella sua famiglia. Ne furono esasperati. Si pensava che se fosse andata una volta in Oriente, vi sarebbe rimasta; si prevedeva d'altronde che Blesilla forse, che Eustochio certamente l'avrebbero accompagnata. Imezio, nel suo dispetto, credette che bisognasse fare uno sforzo decisivo, e che si sarebbe rotto tutto se si fosse riusciti a riprendere Eustochio per il mondo. Con questo pensiero, un complotto fu organizzato da lui per scuotere la vocazione della giovane, e sua moglie fu incaricata di eseguirlo. Sotto un pretesto che san Girolamo non dice, si ottenne da Paola di far condurre Eustochio presso sua zia che la colmò di carezze. Poi tutto a un tratto, a un certo momento, ecco che Eustochio si vede circondata da schiave; le tolgono il velo e la veste di lana, le sciolgono e le intrecciano i capelli, alla maniera delle giovani del mondo, le dipingono il viso e gli occhi, le fanno indossare vesti di seta magnifiche; poi la presentano così agghindata a tutta la società riunita presso Imezio, e ognuno a gara a esclamare sulle sue grazie e sulla sua bellezza, e a compiangerla per la violenza che, si diceva, le faceva subire sua madre. Si sperava che questi ornamenti e il veleno di queste lodi e di queste parole arrivassero fino al cuore della giovane; si sbagliavano. Eustochio, dolce e calma, sopportò tutto; poi, giunta la sera, riprese la sua veste bruna e tornò tranquillamente da sua madre.
La generosa giovane, così come sua sorella Blesilla, ne furono solo più confermate nel loro genere di vita. Il loro fervore raddoppiò. A dispetto di tutto, le due sorelle continuavano, gioiose e valorose, il loro tenore di vita, ridendo degli ostacoli, e protestando che nulla avrebbe potuto scuoterle. Paola, Blesilla ed Eustochio avanzavano ogni giorno sempre più nella vita di sacrificio e di immolazione. Il generoso amore di Dio le consumava tutte e tre ugualmente; la santa Scrittura faceva più che mai le loro delizie, e Girolamo non poteva bastare ai lavori che gli chiedeva soprattutto l'ardente Blesilla. Era lei anche ora che premeva di più per questo grande viaggio d'Oriente, di cui sua madre e sua sorella nutrivano da così tanto tempo il desiderio. Il tempo sembrava giunto per mettere in esecuzio ne questo disegn mort de Blésille Figlia primogenita di Paola, la cui morte precoce ne affrettò la partenza per l'Oriente. o; ma Dio aveva, per Blesilla almeno, altri pensieri: la morte di Blesilla, avvenuta inaspettatamente nel mezzo di tutti questi progetti di pii pellegrinaggi, venne a colpire di nuovo Paola nel punto più sensibile della sua anima e a riaprire tutte le sue ferite.
Blesilla scomparsa faceva nel suo cuore un vuoto che nulla poteva colmare. I suoi occhi la cercavano, la vedevano ovunque; ma non era da nessuna parte. Tutto le ricordava il suo ricordo, ma nulla gliela rendeva. Perciò,
Nell'immensa tristezza che questa perdita le lasciava, Roma le divenne più che mai insopportabile. Le occorreva ciò che occorre di solito nei grandi dolori, una grande diversione. Il viaggio d'Oriente, interrotto tutto a un tratto da questa morte imprevista, e sebbene avesse perso per lei un grande fascino, poiché Blesilla non ne avrebbe più fatto parte, poteva solo distrarre, con potenti emozioni, quest'anima spezzata; e la pietà e il dolore si riunivano ora per consigliarlo. Le opposizioni stesse che incontrava nella sua famiglia erano per lei una ragione di più per intraprenderlo. La decisione di Paola fu dunque presa irrevocabilmente. Il suo cuore aveva troppo bisogno di cercare presso i luoghi dove era morto il Salvatore uno sfogo al suo dolore e alla sua pietà, e l'attrazione interiore che la spingeva era troppo potente.
Quando i preparativi della partenza furono terminati, si recò, con Eustochio e le compagne del loro grande viaggio, sulla riva dove una nave le attendeva. Nel momento di dire addio ai suoi figli e ai suoi parenti, «le sue viscere si lacerarono», ci dice san Girolamo; «le sembrava che le strappassero le membra; ma combatteva contro questa tortura, e il suo eroismo aveva questo di ammirevole che trionfava di un grande amore. La si vedeva, in questa lotta suprema, appoggiarsi, per non venir meno, sulla tenera e coraggiosa Eustochio, compagna del suo sacrificio e della sua partenza. Tuttavia la nave solcava i flutti e guadagnava il largo, e tutti i passeggeri fissavano alla costa quel lungo e ultimo sguardo così caro a tutti coloro che vedono fuggire dietro di loro la patria. Paola sola distoglieva gli occhi dalla riva, per paura che il suo cuore si spezzasse all'aspetto di coloro la cui vista le lacerava l'anima».
Pellegrinaggi in Terra Santa ed Egitto
Percorre la Palestina e visita i padri del deserto in Egitto, rafforzando il suo desiderio di vita monastica.
Paola si fermò a Cipro per vedere san Epifanio, le cui parole, tre anni prima, gettando nella sua anima le prime scintille della fiamma che la consumava oggi, avevano avuto sulla sua vita un'influenza così decisiva. Il venerabile vescovo l'attendeva sulla riva, felice di renderle parte della nobile ospitalità che ne aveva ricevuto a Roma. Non appena Paola lo scorse, si gettò tutta commossa ai suoi piedi versando molte lacrime. Epifanio, vedendola stanca di una tale traversata, e riservata nel lungo viaggio che intraprendeva a fatiche ancora maggiori, volle che restasse alcuni giorni a Salamina per riposarsi. Paola volle approfittare del suo soggiorno nell'isola per visitarne tutti i monasteri, e vedere da vicino quella vita che stava per studiare in Oriente alla sua fonte; e ovunque andasse, segnava il suo passaggio con pie largizioni. Dieci giorni trascorsero così in pie corse e in lunghi colloqui con Epifanio; poi si reimbarcò di nuovo, e arrivò rapidamente a Seleucia, e di là, risalendo l'Oronte, approdò infine ad Antiochia, dove l'antico compagno di san Epifanio a Roma, il venerabile vescovo Paolino, la ricevette con la stessa gioia e lo stesso rispetto del vescovo di Salamina, e fu presso di lui che Paola ritrovò l'ammirabile guida che la Provvidenza le riservava per il suo pellegrinaggio ai luoghi santi, san Girolamo, che Paolino aveva accolto con tutti i suoi compagni al loro arrivo dall'Occidente.
Dopo qualche tempo di soggiorno in questa città, si organizzò la partenza, e tutta la pia carovana, di cui facevano parte san Girolamo e i suoi amici, seguì la via romana che costeggiava tutto il litorale della Siria, della Fenicia e della Giudea. La prima città della Giudea che incontrò fu Sarepta, nell'antica tribù di Aser, poi Tiro, Tolemaide, i campi di Mageddo, Cesarea, la pianura di Saron, Antipatride, l'antica Lidda, chiamata allora Diospoli; tornando un po' indietro, visitò la famosa Giaffa, Emmaus,
Betoron, l'ubicazione di una città rasa al suolo, chiamata Gabaa, e arrivò a Gerusalemme. Il proconsole di Palestina, che conosceva bene la sua famiglia, e che era stato avvertito del suo arrivo, aveva inviato ad incontrarla alle porte della città una scorta, per riceverla con onore e condurla in un alloggio che le aveva fatto preparare al pretorio. Ma per un sentimento di profonda delicatezza cristiana, Paola rifiutò ostinatamente il palazzo che le veniva offerto, e andò ad alloggiare con tutto il suo seguito in una casa modesta non lontano dal Calvario; poi, senza darsi il tempo di riposare dalle sue fatiche, si dispose a visitare i luoghi santi. Entrò dapprima nella chiesa della Croce; ma, tutta intenta al pensiero dei grandi misteri che quei luoghi ricordavano, a stento diede uno sguardo allo splendore della basilica. La croce del Salvatore, era quello che i suoi occhi e il suo cuore cercavano prima di tutto. Quando l'oggetto sacro fu esposto davanti a lei, la fede e l'amore che riempivano la sua anima traboccarono, per così dire, e la gettarono in una sorta di rapimento. Si prostrò con la fronte nella polvere, adorando il legno sacro, o piuttosto il Cristo attaccato a quel legno e che la sua viva fede vedeva come se fosse stato presente. Non poteva stancarsi di contemplare questo spettacolo, e di rappresentarsi una ad una tutte le circostanze della passione. Dopo questa lunga adorazione, passò nella chiesa del Sepolcro: là la sua emozione fu ancora più grande. Quando ebbe penetrato fino alla roccia stessa che aveva ricevuto il corpo inanimato del Salvatore, non poté contenersi, e, cadendo in ginocchio, scoppiò dapprima in pianti e in lunghi singhiozzi. Poi la si vide avvicinarsi alla pietra, coprirla di baci, applicarvi ardentemente le sue labbra, come se avesse bevuto là, per dissetare la sete della sua anima, ad acque a lungo desiderate. «Ciò che versò di lacrime su questa pietra, ciò che vi spinse di gemiti, ciò che vi testimoniò di dolore», dice san Girolamo, «Gerusalemme tutta intera ne fu testimone, e voi pure, Signore, che raccoglievate ai vostri piedi divini questa pioggia delle sue lacrime». I cristiani di Gerusalemme testimoni di questo spettacolo erano edificati profondamente da questa ammirabile pietà. Dal Calvario, Paola si recò a Sion. «Voleva vedere tutto», dice san Girolamo, «e non si poteva strapparla da un luogo santo se non per condurla in un altro».
Dopo aver visitato e venerato tutti i luoghi santi di Gerusalemme, i pellegrini pensarono di percorrere la Terra Santa essa stessa. Visitarono dapprima Betlemme; Paola, alla vista della mangiatoia, diede libero sfogo a lla sua Bethléem Luogo di nascita e di unzione di Davide. anima ed esclamò: «Salute, o Betlemme! Tu sei veramente la casa del pane, poiché hai dato alla terra il pane che è disceso dal cielo; salute, o Efrata! Tu sei ben una terra fruttuosa, poiché il frutto della tua fecondità è un Dio». Entrando allora in una dolce meditazione, si mise a ripassare nella sua memoria i passaggi dei Profeti relativi alla nascita del Salvatore. «È ben vero?» esclamava; «cosa! io, una miserabile, una peccatrice, Dio ha degnato permettermi di posare le mie labbra sulla mangiatoia dove il suo Figlio è nato, di spargere le mie preghiere nella grotta dove la Vergine madre lo ha partorito!» Dopo queste parole, non potendo più trattenere il flusso delle sue lacrime, le lasciò scorrere abbondantemente; e infine, l'amore di Nostro Signore impossessandosi vittoriosamente della sua anima tutta intera, sentì nascere in lei, come un'ispirazione celeste, il pensiero di fissare là il suo soggiorno, vicino alla santa e cara grotta, e di non lasciarla mai; e la si sentì esclamare, con un accento inesprimibile, applicando a se stessa il giuramento del Profeta: «Ebbene, d'ora in poi questo è il luogo del mio riposo, poiché è la culla del mio Dio. Vi abiterò, perché il Signore l'ha scelto. È là che la mia anima vivrà per lui». Si fermò; poi, guardando Eustochia, terminò il versetto: «E la mia stirpe vi servirà il Signore». Tali furono le sante emozioni di Paola nella grotta di Betlemme.
Il grido che era appena sfuggito dalle sue labbra: «È qui il luogo del mio riposo», non era una vana parola, frutto di un'emozione passeggera, ma una risoluzione seria che sorgeva nella sua anima sotto l'impressione profonda e dolce dei misteri di Betlemme, e che doveva compiersi. Vedremo, infatti, Paola, quando avrà terminato i suoi pellegrinaggi, tornare a Betlemme, e non poterne più separarsi; vi vivrà e vi morirà con Eustochia. Anche Girolamo vi terminerà la sua vita; e, nel seguito dei secoli, il pellegrino che visiterà Betlemme vedrà, a pochi passi dalla grotta del Salvatore, un'altra grotta che si chiamerà la grotta di san Girolamo, e là due tombe, che saranno l'una la tomba di Paola e di sua figlia, e l'altra quella del loro santo amico.
Da Betlemme, Paola si recò alla torre di Ader o del Gregge, a Gaza, a Bet-Sur, nella valle di Escol o del Grappolo e in quella di Ebron che era, dopo Gerusalemme, il luogo più venerato della Terra Santa. Questa escursione terminata, i pellegrini tornarono a Gerusalemme attraverso i campi di Tecoa, patria del pastore e profeta Amos; ma non vi riposarono a lungo, e non tardarono a riprendere la loro corsa per Gerico e il Giordano. Vi si andava passando per il monte degli Ulivi e per il borgo di Betania. Quante emozioni diverse tutti questi luoghi promettevano ancora! La pia carovana attraversò la valle di Giosafat, varcò il Cedron, e, risalendo la collina, si diresse verso il giardino dei dolori. Paola pregò a lungo, inginocchiata su quella pietra bagnata dal sudore sanguinoso del Figlio di Dio. Ma alle lacrime che vi sparse succedette un sentimento più dolce e quasi trionfante quando, dopo essersi rialzata, scorse raggiare nell'aria, sulla cima del monte degli Ulivi, quella croce ignominiosamente piantata un tempo dall'altra parte della città sul Calvario. Questa croce sovrastava la chiesa dell'Ascensione, costruita da sant'Elena, nel luogo stesso da cui Nostro Signore era risalito ai cieli.
Dopo aver attraversato il piccolo villaggio di Betfage, dove era stato preso l'asinello sul quale Nostro Signore montò per fare il suo ingresso a Gerusalemme, Paola arrivò a Betania, luogo amato dal Salvatore. Entrò con un pio intenerimento nella dimora dove Gesù aveva così spesso ricevuto l'ospitalità, dove Marta lo aveva servito, dove Maria si era tenuta ai suoi piedi, ascoltando la sua divina parola: Maria, che versò ai suoi piedi, pochi giorni prima della sua morte, nella casa di un fariseo, quel profumo di gran prezzo. Paola restò qualche tempo in quella casa, tutta inebriata dalla sua fede viva del profumo di Maddalena. Volle vedere anche a pochi passi di là la tomba di Lazzaro. Da Betania andò a Gerico. Il giorno dopo il suo arrivo, precedendo l'aurora per evitare il calore del giorno, si rimise in cammino verso il Giordano. Alla sua vista, esclamò: «Vedete la meraviglia: questo elemento delle acque, che ha annegato un tempo il genere umano sotto il diluvio, è lui ora che, purificato dal contatto del Figlio di Dio, ci rigenera nel battesimo». Tali furono le vive emozioni e il santo entusiasmo di Paola sulle rive del Giordano. Così risentiva le impressioni diverse dei luoghi diversi che visitava; la sua anima, come un'arpa armoniosa, risuonava secondo il soffio e i ricordi che la toccavano. Dopo aver così esplorato la Giudea, Paola visitò la Samaria, la Galilea, Nazareth, il lago di Tiberiade, Cafarnao, tutti questi luoghi, centro della predicazione e teatro dei principali miracoli di Gesù Cristo.
Ritornata da questi pellegrinaggi, e felice delle sante emozioni che il suo cuore vi aveva risentito, tutta piena d'altronde di quella gioia interiore, sovrabbondante, ma profonda e contenuta, che gustava fin dalla sua partenza, Paola si dispose a partire per l'Egitto. La carovana pervenne felicemente fino alla montagna di Nitria. Ma la notizia del suo arrivo aveva preceduto Paola in quei deserti, e il vescovo di Eliopoli, città rivierasca del Nilo, da cui dipendevano i conventi di Nitria, vi si era recato per ricevere la nobile straniera, circondato da una folla numerosa di cenobiti e di anacoreti. Condusse dapprima la pia truppa alla chiesa situata in cima alla montagna; poi, con quell'ospitalità cordiale e semplice che è ancora oggi la virtù dei solitari d'Oriente, si installarono i viaggiatori negli edifici eretti fuori dai conventi e destinati agli stranieri, si portò loro dell'acqua e dei panni per lavare i loro piedi e asciugarli, e frutti del deserto per rinfrescarsi; dopo di che si permise loro di visitare i conventi e i solitari. Presa da rispetto davanti a questi eroi della penitenza, questi atleti di tutti i combattimenti dell'anima contro le passioni miserabili, alcuni dei quali avevano lottato corpo a corpo con i demoni stessi in persona, e sembravano aver riconquistato, come mille racconti meravigliosi narravano, l'antico impero dell'uomo innocente sulla natura, Paola si prostrava davanti a loro e baciava i loro piedi, credendo di vedere in ciascuno di essi Gesù Cristo, e indirizzando nel suo pensiero questi omaggi a Nostro Signore, che quei Santi le rappresentavano; poi ascoltava avidamente le storie della solitudine, e si informava in dettaglio del genere di vita dei Padri. Era una vita molto semplice e molto libera, nello stesso tempo che molto santa e molto austera: ambiziosi di ridurre la loro carne in servitù e di penetrare i segreti delle cose divine, univano l'azione alla contemplazione. Le loro giornate si dividevano tra il lavoro e la preghiera. Si vedevano occupati a dissodare il suolo, ad abbattere alberi, a pescare nel Nilo, a mungere le loro capre, ad intrecciare le stuoie sulle quali dovevano morire. Altri erano assorbiti dalla lettura o dalla meditazione delle sante Scritture. I monasteri, così come dice un Santo, erano come un alveare di api: ciascuno aveva nella sua mano la cera del lavoro, e nella sua bocca il miele dei salmi e delle orazioni. Dopo aver visto la vita cenobitica a Nitria, Paola si recò al deserto delle Celle, per vedervi la vita anacoretica; poi al deserto di Scete.
Fondazioni monastiche a Betlemme
Fonda due monasteri e un ospizio a Betlemme, istituendo una regola rigorosa basata sulla preghiera, il lavoro e lo studio.
Dopo questi pellegrinaggi, durati quasi un anno intero, Paola tornò a Betlemme dove le lettere da Roma, che l'attendevano al suo ritorno dall'Egitto, le annunciarono la morte della sua figlia più giovane. Ma, come sempre accade nelle prove che Dio invia, una grazia era nascosta in questo dolore: la Provvidenza, che voleva trattenere Paola nei luoghi santi, sembrava prendersi cura, per addolcirle le ultime lotte, di sciogliere essa stessa i legami che lei avrebbe dovuto spezzare. Non aveva più bisogno ormai che di una solitudine, per piangere e per pregare. Questa vita austera e pura, vista da vicino nei deserti dell'Egitto, rispondeva sola ai potenti richiami che sentiva. I luoghi santi esercitavano inoltre su di lei un ascendente sovrano; non poteva strapparsene. Meditare i misteri cristiani nei luoghi stessi in cui si erano compiuti, e le Scritture divine sotto il cielo che le aveva ispirate, non vedeva più per sé altra vita possibile. La voce di Dio si faceva sentire con una forza che non lasciava più spazio alla resistenza.
Si risolse dunque a costruire immediatamente vicino alla grotta del Salvatore due monasteri, uno di donne, dove avrebbe abitato con Eustochio e la colonia di vedove e vergini che l'avevano seguita da Roma, pronte ad andare ovunque le avrebbe condotte, e un altro di uomini, per Girolamo e i suoi amici. L'ubicazione scelta per il monastero di Girolamo fu a destra della chiesa della grotta, dal lato nord, in un luogo un po' appartato dalla via pubblica; un sentiero, che si staccava dalla strada a partire dalla tomba del re Archelao, vi conduceva; quello di Paola fu posto a una certa distanza da lì, e come nascosto sul versante della collina, quasi in fondo alla valle. Alcune rovine in mezzo al verde ne indicano ancora il posto oggi. Ma, in attesa che i monasteri fossero costruiti, andò a stabilirsi, con le sue compagne, in una piccola casa ritirata, e stabilì Girolamo e i suoi, che erano meno numerosi, in un'abitazione ancora più modesta. Poi da entrambe le parti si iniziò il genere di vita che ci si proponeva di osservare nei monasteri; vita di lavoro, di studio e di preghiera.
Paola si era rimessa con più felicità che mai alla lettura dei Libri santi, pur sorvegliando attivamente la costruzione dei monasteri. Di tanto in tanto passeggiava con Eustochio e le sue compagne sulle colline o nei campi di Betlemme, cantando salmi, e gustava con gioia estrema le bellezze di questa natura pittoresca, alle quali era molto sensibile. Faceva anche frequenti visite alla grotta, ai luoghi santi di Gerusalemme e al convento del monte degli Ulivi.
In mezzo alle occupazioni e alle gioie spirituali della sua nuova vita e del suo nuovo soggiorno, Paola non dimenticava coloro che amava sulla terra e dai quali il vasto spazio dei mari la separava invano. Il pensiero di Roma visitava senza sosta la sua anima. Lei stessa non vi era affatto dimenticata. I suoi pellegrinaggi, la sua risoluzione di fissarsi nei luoghi santi, facevano l'argomento quotidiano dei suoi figli, delle vergini dell'Aventino, di Roma tutta intera. Una corrispondenza attiva si stabilì da allora tra Roma e Betlemme, e non cessò mai.
Tuttavia i lavori intrapresi da Paola avanzavano, e i monasteri si elevavano a poco a poco sulla collina di Betlemme, ma troppo lentamente a suo parere. C'era in ciascuno di essi una chiesa o cappella; e sappiamo persino che la patrona che fu data da Paola alla chiesa del suo monastero, fu santa Caterina d'Alessandria, giovane martire delle ultime persecuzioni, molto celebre in Oriente, che offriva alle sue figlie l'esempio di tutte le virtù insieme, la verginità, la scienza, l'eroismo e di cui Betlemme conservava una toccante tradizione. Gli edifici ultimati furono circondati ciascuno da una cinta di alte mura e muniti di una torre. Tutti questi edifici furono coronati dalla fondazione di un ospizio per i pellegrini, che fu costruito proprio accanto alla chiesa di Betlemme. Alla fine di tre anni, i monasteri, la chiesa e l'ospizio, tutto fu terminato. Era tempo. L'umile casa che aveva riparato provvisoriamente lo sciame di vergini riunite attorno a lei non bastava più a contenerle. Il loro numero era molto cresciuto. Il grande nome di Paola ne aveva attirate da diverse regioni, alcune semplici plebee, altre appartenenti a famiglie ricche o nobili; tra queste, alcune erano arrivate con numerosi domestici: Paola non le aveva ammesse che dopo aver fatto loro rimandare tutto quel seguito: era la vera vita solitaria, con la sua austerità e la sua povertà, che Paola intendeva fondare nei suoi monasteri. Era in una grande impazienza di entrarvi.
Sull'esempio degli stabilimenti cenobitici che aveva visitato sulle rive del Nilo, Paola divise le sue figlie in tre gruppi, e come in tre monasteri, avendo ciascuno a capo una badessa o madre. Le vergini erano così separate per il lavoro e i pasti; ma si riunivano tutte, per la salmodia e la preghiera, nella loro cappella di Santa Caterina. Al canto gioioso dell'Alleluia, che era il segnale, accorrevano tutte dalle loro celle per la Colletta o riunione; Paola sempre la prima, o tra le prime. Aspettava, per iniziare l'orazione o la salmodia, che tutte le sorelle fossero arrivate: non lasciare tutto non appena l'Alleluia aveva risuonato, ritardare per la propria negligenza il dolce momento della preghiera comune e del canto delle lodi di Dio, era una grande vergogna, e questa vergogna un vivo pungolo, il solo che Paola volesse impiegare qui, pensando con ragione che, per esercizi che richiedono essenzialmente la prontezza e l'allegrezza, valesse meglio attendere tutto dalla pietà e dal cuore che dalla costrizione. Ci si riuniva fin dal mattino, poi alla terza ora, alla sesta, alla nona e infine la sera, per cantare i salmi, e, nel mezzo stesso della notte, quando tutto era silenzioso e addormentato, le voci delle figlie di Paola si levavano ancora per ridire i bei inni del Profeta di Betlemme. Si cantava il Salterio tutto intero ogni giorno. Tutte le sorelle erano obbligate a saperlo a memoria, e dovevano, inoltre, imparare ogni giorno qualcosa della santa Scrittura. La domenica, la comunità si recava alla chiesa di Betlemme, ogni gruppo avendo in testa la sua madre, e tornava nello stesso ordine. Al ritorno si faceva la distribuzione del lavoro per la settimana. Erano d'ordinario abiti da confezionare per il monastero o per i poveri della contrada, di cui il monastero di Paola divenne presto la provvidenza. Ogni sorella aveva il suo compito. Del resto, all'interno del monastero, nessuna poteva avere una serva, ma doveva servire se stessa e servire la comunità. Tutte le sorelle portavano indistintamente, patrizie o plebee, lo stesso costume, che era di lana, e non usavano lino che per asciugarsi le mani. La clausura era assoluta e ogni comunicazione con l'esterno rigorosamente proibita. Tale era, nel suo insieme, la Regola del monastero di Paola. Ella dispiegò, nel governo di questo monastero, tutti i grandi lati della sua natura: un ammirevole miscuglio di energia e di dolcezza, e un raro discernimento degli spiriti e dei caratteri. Questa parola dell'Apostolo: «Che volete? Devo venire da voi con la verga, o con amore e spirito di dolcezza?» fu la regola di Paola; e la forza necessaria per applicarla costantemente, questo impero su se stessi così necessario a coloro che comandano agli altri, fu la sua virtù.
La più grande autorità di Paola per mantenere l'obbedienza e il fervore, era quella del suo esempio e delle sue virtù. La si vedeva, con Eustochio, la prima ovunque, al lavoro e alle dure pratiche della penitenza, come alla salmodia e alla preghiera. E tale era la sua profonda umiltà, che colui, dice san Girolamo, che, non conoscendo di lei che il suo grande nome, avesse chiesto che gliela si mostrasse in mezzo alla sua comunità, non avrebbe potuto credere che fosse lei, e avrebbe esclamato vedendola: «No, non è quella Paola; è l'ultima sorella del monastero». L'austerità di Paola era tale, che non la cedette mai, anche quando la sua salute fu indebolita e rovinata, alle sorelle più giovani e più valide, per l'astinenza e il digiuno. Ma tanto era dura per se stessa, tanto era tenera per le sorelle quando erano malate. San Girolamo rinuncia a dipingere le sue bontà per loro, la sua assiduità, la sua attenzione, le sue cure premurose e delicate. Le forzava allora a prendere del vino e della carne, sebbene lei non avesse mai voluto farlo. Il suo letto erano cilici stesi sulla terra nuda, e non volle mai, anche quando era malata e la febbre la divorava, altro giaciglio per prendere riposo; «se si può chiamare riposo», dice san Girolamo, «delle notti passate quasi interamente a pregare». E in queste preghiere prolungate così a lungo, i suoi occhi lasciavano scappare fontane di lacrime, e queste lacrime, al ricordo delle più leggere colpe, scorrevano così abbondanti, che l'avrebbero creduta colpevole dei più grandi peccati. San Girolamo tentava invano di fermarle. «Le dicevamo spesso», scrive: «Ma risparmi dunque i suoi occhi e li conservi per leggere le sante Scritture». — «Ah! che dite?» rispondeva; «bisogna sfigurare questo volto, che ho così spesso, contrariamente alla legge di Dio, coperto di belletto e di biacca. Bisogna domare questo corpo che ho nutrito nelle delizie. Bisogna annegare queste lunghe risate d'altri tempi in pianti eterni. Bisogna sostituire le tele delicate e le vesti di seta con il duro cilicio. Ho troppo a lungo voluto piacere al mondo; voglio ora piacere a Dio».
C'era ancora un altro punto in cui Girolamo tentava inutilmente di moderare l'ardore di Paola, ed era nelle pie prodigalità della sua carità. Dopo la morte di questa santa donna, se ne rimproverava; ma allora, davanti agli oneri considerevoli e ogni giorno crescenti dei monasteri, credeva di dover temperare lo zelo di Paola con consigli di prudenza. Non che a Paola ne mancasse realmente; al contrario, aveva, ci dice san Girolamo, un'industria meravigliosa nel moltiplicare le sue elemosine per la sua abilità nel distribuirle; ma le sue risorse erano limitate e la sua carità non lo era: non sapeva cosa significasse fermarsi o rifiutare una richiesta. Vedendola dunque gettare senza contare i soccorsi in vestiti, in cibo, in denaro, agli indigenti non solo di Betlemme, ma di tutta la contrada, aprire il suo ospizio a tutti i pellegrini senza eccezione, esaurire con le proprie risorse, tutto il patrimonio stesso di Eustochio, Girolamo credeva di dover intervenire, e moderare queste elemosine smisurate. E tentava di farlo con l'aiuto delle parole del Vangelo o degli Apostoli.
Paola ascoltava le sue parole con rispetto, e tuttavia trovava sempre una risposta, riservata e breve, ma perentoria, a queste difficoltà. «Temete», gli diceva, «che le mie risorse si esauriscano. No, no, avrò sempre abbastanza credito; e se chiedo, io, troverò facilmente chi mi darà. Ma questi infelici, se manco loro, che ne sarà di loro?» E ai testi citati da Girolamo, opponeva con dolcezza le belle parole dei Libri santi sull'elemosina: «Come l'acqua spegne il fuoco, così l'elemosina spegne il peccato. — Fate l'elemosina e questo fuoco della carità purificherà tutti i vostri peccati. — Fatevi con il denaro dell'iniquità degli amici che vi riceveranno un giorno nei tabernacoli eterni». Si compiaceva di ridire queste parole, che le sembravano più chiare e più decisive dei più bei ragionamenti. Poi, elevandosi all'altezza delle più grandi idee cristiane, parlava con una fede così viva e dell'amore di Dio che considera fatto a se stesso ciò che si fa ai poveri, e della felicità di somigliare, attraverso una povertà reale e uno spogliamento effettivo, a Gesù Cristo, che san Girolamo non aveva più il coraggio di insistere, e, vinto dall'ammirazione, la lasciava seguire a suo piacimento le sue ispirazioni eroiche.
Controversie e persecuzioni
I suoi ultimi anni sono segnati dalle dispute legate all'origenismo e dalle minacce delle invasioni barbariche.
Il silenzio e la pace dei monasteri di Paola furono presto turbati dall'apparizione dell'ori genismo, s origénisme Insieme di dottrine attribuite a Origene, combattute da Barsanofio. ostenuto dal vescovo di Gerusalemme; Paola sopportò senza mormorare i rigori dispiegati contro i suoi monasteri da questo vescovo eretico, attendendo il giorno in cui le ingiustizie degli uomini avrebbero lasciato il posto alla giustizia di Dio; e, sebbene il suo gusto l'avesse portata altrove, la sua alta ragione le faceva fuggire assolutamente ogni controversia dogmatica. Più si faceva rumore attorno a lei, più si rinchiudeva nella preghiera e nelle lacrime, e nella dolce meditazione delle sante Scritture, chiudendo l'orecchio alle vane dispute, lasciando lottare per la dottrina coloro il cui dovere era lottare, e, come dovrebbero sempre fare le donne cristiane quando la loro fede è attaccata, restando sul Tabor sereno della sua fede, lo sguardo verso il cielo e le nuvole sotto i suoi piedi. Girolamo, d'altronde, le aveva tracciato una regola di condotta molto semplice e, allo stesso tempo, molto protettiva; consisteva nello stare invariabilmente, in tutte queste controversie, all'ancora della fede romana, e nel lasciare che i flutti della polemica si agitassero attorno a lei, senza turbarsi per il loro tumulto. L'eresia non la lasciò in questa pace: una conquista come la sua sarebbe stata un trionfo troppo grande perché non si tentasse; ma non avendo potuto scalfire Paola nella sua fede, se ne vendicò scatenandosi contro di lei. La sua grande virtù, d'altronde, offuscava troppo per essere risparmiata. Elevata ad altezze dove la povera umanità sale raramente, era bene, secondo l'espressione stessa di san Girolamo, che la prova venisse a richiamarla alla sua condizione mortale. Talvolta l'invidia l'attaccava direttamente; le sue minime azioni, le sue minime parole venivano denigrate e ridicolizzate. Talvolta la si coinvolgeva negli attacchi di cui Girolamo era oggetto. Si andava oltre: si ritorcevano contro di lei le sue stesse virtù, la sua mortificazione, le sue carità.
Nulla mostrò meglio di queste prove tutto il lavoro che la grazia aveva compiuto in quell'anima: la solidità, la sincerità della sua virtù; la sua serenità inalterabile, la sua dolcezza celeste, il suo intero possesso di sé, l'annientamento nel suo cuore di tutto il vecchio orgoglio romano e patrizio; la sua incomparabile umiltà, la sua pazienza infinita e soprattutto la fede, che era la radice in lei di tutte queste virtù, e che la elevava e la fissava in quelle regioni superiori e tranquille dove le nuvole non salgono, e dove, alla luce di Dio, tutte le cose di questa terra scompaiono nella loro piccolezza. Così l'invidia si scatenava invano all'esterno; nulla turbava all'interno il suo raccoglimento, il suo silenzio e la sua profonda pace in Dio. Mai una parola, nemmeno un segno che indicasse la minima emozione: questa natura così viva sembrava aver perso persino quella sensibilità che lascia ancora tanto soffrire le anime più distaccate, gli spiriti più fermi e meglio fatti per giudicare al loro giusto valore l'inanità reale delle cose che ci feriscono tanto nella vita. La sua assidua meditazione dei santi libri portava questi frutti meravigliosi. La Scrittura, era lì, ci dice san Girolamo, che attingeva la sua luce, la sua consolazione e la sua forza. Era lì l'armatura sempre pronta che la copriva e la proteggeva. Mentre il vecchio solitario balzava come un leone ferito sotto gli attacchi della calunnia, e a turno si indignava o gemeva, e talvolta sentiva persino vacillare la sua costanza e il suo coraggio, Paola, sempre calma e pacifica, lo conteneva, o lo consolava, avvicinando alle sue labbra il miele delle sante Scritture, la cui dolcezza riempiva la sua anima.
Accadeva talvolta che si portasse l'insolenza fino a gettarle l'insulto in faccia. Senza rispondere una sola parola, Paola si accontentava di cantare nella sua anima con il Salmista: «Quando il peccatore si è levato contro di me, ho taciuto; ho trattenuto sulle mie labbra ogni risposta». Un giorno, qualcuno venne a dirle direttamente che l'eccesso delle sue virtù la faceva passare per folle, e che si diceva a Gerusalemme che il suo cervello avesse bisogno di essere curato; Girolamo si indignò contro l'insolente; ma Paola si accontentò di rispondere con la sua abituale dolcezza: «Sì, siamo folli per Gesù Cristo; ma quella follia è più saggia della saggezza degli uomini».
E aggiunse rivolgendosi a Girolamo: «Nel salmo il Salvatore non dice forse al Padre suo: Conoscete la mia follia? E non leggiamo nel Vangelo che i suoi parenti vollero legarlo come un insensato? I Giudei non lo chiamavano forse anche un Samaritano, un indemoniato? Dobbiamo essere trattati meglio di lui? Non ci ha forse detto che il mondo ci odia, perché non siamo del mondo?». E poi, volgendo tutta la sua anima verso Dio: «Oh mio Dio», esclamò, «voi conoscete i segreti del cuore. È per voi che siamo mortificati tutto il giorno, e considerati come pecore destinate al macello. Ma voi siete, Signore, il nostro soccorso, e non temo ciò che l'uomo può farmi». È così che la Scrittura santa le forniva una risposta a tutto, e che la prova faceva scaturire dal suo cuore tutti i tesori di umiltà, di dolcezza e di forza, di grande fede e di santa speranza che la sua austera e studiosa vita, che le sue mortificazioni e le sue lacrime vi avevano silenziosamente accumulato.
La persecuzione esercitata contro i monasteri di Paola e contro Girolamo continuava. Il vescovo di Gerusalemme, avendo ottenuto dal governatore un decreto di bando contro i monaci, Girolamo si rialzò a questo colpo in tutta la sua indignazione. «Cosa!» esclamò a questa notizia, «un vescovo che è stato monaco minaccia e colpisce con l'esilio dei monaci! Non sa dunque che quella razza non è solita cedere alla paura, e che, quando le si presenta la spada, invece di scostarla con la mano, essa porge il capo. Ma per un monaco, che non ha altra patria che il cielo, il mondo intero non è forse un luogo di esilio? No, non c'è bisogno di spese, di rescritto imperiale e di corse agli estremi della terra. Che ci tocchi con la punta del dito, e noi partiremo. Al Signore appartiene la terra e tutto ciò che essa racchiude. Il Cristo non è prigioniero in alcun luogo». Così, stanco di queste lotte, voleva partire subito, senza attendere l'esecuzione del rescritto. Venne dunque, con questo pensiero, a trovare Paola, e vi fu tra lei e lui una scena toccante. «Partiamo», diceva Girolamo, «e lasciamo trionfare la folle invidia. Giacobbe fuggì Esaù, e Davide Saul». Paola non aveva certamente meno di Girolamo questo distacco superiore, indipendente dalle cose, dai luoghi e da ogni legame terreno; ma più dolce e di conseguenza più forte di fronte alla prova, sapendo che la si fugge invano e che ci raggiunge ovunque, trattenuta d'altronde dal suo invincibile amore per i luoghi santi, e non potendo acconsentire a separarsi volontariamente dalla sua cara Betlemme, gli fece questa bella risposta: «Sì, avreste ragione, e faremmo bene a fuggire, se il demone non combattesse in ogni luogo contro i servitori di Dio, e non dovesse precederci là dove andremmo; se non avessi inoltre questo caro legame dei luoghi santi, e se potessi sperare di trovare da qualche parte un'altra Betlemme». Aggiunse poi con la sua abituale dolcezza: «Ci detestano, ci schiacciano; perché non opporre semplicemente all'odio la pazienza, all'arroganza l'umiltà? Ci danno degli schiaffi; perché non porgere l'altra guancia?». Poi, cercando come sempre la sua luce e la sua forza nelle sante Scritture, proseguì così, dice Girolamo: «L'apostolo san Paolo non ha forse scritto: Trionfate del male con il bene? Gli Apostoli non erano forse felici di soffrire l'ignominia per il nome di Gesù? E il Salvatore stesso, non ha forse sopportato tutto fino alla morte, e fino alla morte di croce? Se Giobbe non avesse combattuto e trionfato, non avrebbe ricevuto la corona di giustizia, e non avrebbe udito dalla bocca stessa del Signore questa parola: Pensi che io ti abbia provato per altro che per far risplendere la tua virtù? Così il Vangelo proclama beati coloro che soffrono persecuzione per la giustizia». E infine, rifugiandosi nell'inespugnabile asilo della sua coscienza: «Quando la coscienza ci dice che le nostre sofferenze non sono le conseguenze dei nostri peccati, siamo ben certi che le afflizioni di questo secolo non sono che la materia delle eterne ricompense». Così Paola sosteneva e calmava l'impetuoso Girolamo. La delicatezza e la serenità di quest'anima bella, elevata a quelle altezze della luce e dell'amore di Dio dove non giungono le tempeste di questo mondo, addolcivano, come per un fascino penetrante, i movimenti di questo cuore ulcerato più ancora per le pene che attirava su Paola che per ciò che soffriva lui stesso.
Nel frattempo, una voce sinistra, che percorse l'Oriente con la rapidità del fulmine, venne a gettare lo spavento tra i solitari. Si diceva che gli Unni avessero inondato l'Oriente e minacciassero Gerusalemme. L'Arabia, la Fenicia, la Palestina e l'Egitto erano presi dal terrore. Da ogni parte si facevano in fretta preparativi di difesa; Tiro tagliava il suo istmo e si isolava dal continente; Gerusalemme riparava le sue mura, troppo trascurate durante una lunga pace. In questo pericolo, Paola, per sottrarre i suoi monasteri agli insulti dei barbari, non aveva che una parte da prendere: la fuga. Si decise dunque, non senza un grande strazio del cuore, a lasciare Betlemme, e si ritirò, portando con sé le sue vergini, e Girolamo i suoi monaci, sulle rive del mare, a Giaffa, pronta a imbarcarsi non appena i barbari fossero apparsi. Un certo tempo passò in questi allarmi. Ma, avendo gli Unni improvvisamente fatto dietrofront senza aver varcato il Libano, Paola ricondusse le sue figlie nel suo monastero con una gioia pari ai suoi terrori passati.
Morte e culto a Sens
Paola muore nel 401. Le sue reliquie sono più tardi trasferite alla cattedrale di Sens da Carlo Magno.
Fu verso la fine dell'anno 403 che Paola sentì l'avvicinarsi della malattia che fu per lei l'ultima. Quando si riconobbe l'imminenza del pericolo, tutto, nel monastero, fu costernato. Eustoch io soprat Eustochie Terza figlia di Paola, la accompagna in Oriente e le succede. tutto era inconsolabile. Il suo amore per la madre, che era sempre stato così toccante, mostrò nei suoi ultimi momenti tutto l'ardore e tutta l'energia che quel cuore conteneva. Non voleva cedere a nessuno la dolcezza di curarla, e commuoveva tutti fino alle lacrime con le sue premure devote e le delicate attenzioni della sua pietà filiale. Era lì, notte e giorno, al capezzale dell'ammalata, le porgeva il cibo, le rifaceva il letto, le rendeva infine tutti gli uffici di un'infermiera, desolata quando un'altra mano che non fosse la sua l'aveva servita. La si vedeva correre disperata dal letto di sua madre alla Grotta, e lì, piangendo e singhiozzando, chiedere al Signore, con tutto l'ardore della sua anima, di non privarla di una tale compagnia, o almeno di non lasciarla vivere dopo sua madre, e di permettere che le si deponesse entrambe nello stesso sepolcro.
Ma queste lacrime e queste preghiere non potevano ritardare il momento segnato da Dio. «Paola», dice san Girolamo, «aveva, come dice l'Apostolo, terminato la sua corsa e conservato a Dio la sua fede; l'ora stava per suonare per lei di ricevere la corona, e di seguire l'Agnello ovunque vada. Aveva avuto la fame sacra della giustizia, stava per essere saziata, e già, gioiosa, poteva cantare: Tutto ciò che abbiamo sentito della città del Dio delle virtù, lo vedremo ora. Aveva pianto abbastanza; il momento dell'eterna gioia era giunto. Aveva portato abbastanza il cilicio; era tempo di rivestire la veste di gloria e di esclamare: Avete strappato il sacco della mia penitenza, e mi avete rivestita di letizia. Aveva mangiato abbastanza il suo pane come cenere, e mescolato la sua bevanda con le sue lacrime; era tempo di andare a nutrirsi nell'eternità del pane degli angeli, e di ridire per sempre queste parole: Gustate e vedete quanto è buono il Signore». Le forze dell'ammalata erano consumate, e non aveva più che pochi giorni da vivere. Soffriva con una pazienza ammirevole e una celeste serenità.
Tuttavia il male faceva progressi spaventosi. Già la morte aveva gelato le estremità e una parte degli arti; solo un leggero battito del suo cuore indicava che Paola respirava ancora, ma non respirava che per Dio, e la si sentiva mormorare debolmente dei versetti dei suoi salmi preferiti: «Signore, ho amato la bellezza della tua casa e il luogo dove abita la tua gloria. Quanto sono amati i tuoi tabernacoli, o Dio delle virtù! Ho scelto di essere piccola nella casa del mio Dio, piuttosto che abitare sotto le tende dei peccatori». Il vescovo di Gerusalemme e tutti i vescovi della Palestina, così come un gran numero di sacerdoti, di monaci e di vergini, erano accorsi per assistere allo spettacolo di questa santa morte. Il monastero ne era pieno. Paola, tutta assorta in Dio, non sentiva, non vedeva nulla attorno a sé; ci si accorgeva solo, al leggero fremito delle sue labbra, che continuava ad intrattenersi dolcemente con Dio. Le si fecero alcune domande; non rispose. Girolamo allora, avvicinandosi a lei, le chiese perché tacesse e se avesse qualche pena. Gli rispose in lingua greca: «Oh! no, né pena né rimpianto. Sento, al contrario, una pace immensa». Dopo queste parole, rimase di nuovo nel suo silenzio. Il suo dito, che teneva costantemente sulle labbra, non cessava di tracciarvi il segno della croce. Infine l'agonia cominciò, la respirazione divenne aspra e penosa, e tutto a un tratto la si vide aprire gli occhi; in mezzo alle ombre della morte una chiarezza improvvisa, ultimo riflesso dell'anima su questo corpo che stava per lasciare, brillò sul suo volto, e il suo sguardo parve fissarsi come su un'apparizione celeste: lo era in effetti. Si comprese dalla sua risposta che Nostro Signore la chiamava a sé; poiché la si sentì esclamare tutta gioiosa: «I fiori si sono mostrati sulla nostra terra, il tempo di raccoglierli è giunto»; e ancora: «Credo di vedere i beni del Signore nella terra dei viventi». Spirò con queste parole. Era il 26 gennaio dell'anno 401, sotto il sesto consolato dell'imperatore Onorio. Paola aveva vissuto cinquantasei anni, otto mesi e ventun giorni, di cui cinque a Roma dopo la sua vedovanza, nella santa professione della vita religiosa, e venti a Betlemme, vicino alla grotta dove nacque il Figlio di Dio.
Eustochio era inconsolabile per la morte di sua madre; al dolore che provava venivano ad aggiungersi per la timida vergine due grandi inquietudini, di cui la sua umiltà si allarmava oltre misura, vale a dire il governo spirituale della sua comunità, preoccupazione che non aveva mai avuto finché viveva Paola; e l'onere di questi due monasteri di cui diventava la sola risorsa, e che doveva sostenere.
Dopo aver governato santamente il suo monastero, Eustochio si addormentò dolcemente nel Signore, nel 419, e fu sepolta, secondo il suo desiderio, nel sepolcro di sua madre: così costantemente e così teneramente unite nella vita, dovevano esserlo anche nella morte. La Chiesa celebra la sua festa il 26 settembre.
Si rappresenta santa Paola prostrata dentro o davanti alla grotta di Betlemme; inginocchiata davanti alla santa grotta, in compagnia di san Girolamo e di santa Eustochio sua figlia; imbarcata su una nave che leva l'ancora mentre un bambino, suo figlio Tossocio, sembra chiamarla dalla riva con le sue lacrime; versando lei stessa lacrime sui suoi cari, poiché il suo cuore era tanto buono quanto grande: ma la generosità ebbe la meglio sulla tenerezza; venerando o abbracciando gli strumenti della passione; il suo costume più ordinario è quello di una religiosa che porta un libro: si pretende che sia la fondatrice delle Gerolamine.
[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE.]
Le esequie di Paola furono trionfali. Prima di calarla nel suo sepolcro, la si trasportò dal monastero nella chiesa della Grotta, per esservi esposta, il volto scoperto, alla venerazione dei fedeli. I vescovi tennero a onore di portare il suo corpo. Una folla immensa era accorsa da tutte le città della Palestina; i monaci e le vergini si erano affrettati a lasciare i loro deserti e i loro ritiri; ma la pompa più bella e più regale era il corteo degli indigenti che piangevano la loro nutrice e la loro madre.
La Santa restò esposta per tre giorni nella chiesa, senza che la morte avesse fatto alcun cambiamento nei suoi tratti. Si depose poi il suo corpo nella chiesa, in una grotta attigua a quella santa grotta della Grotta che aveva tanto amata, là dove il suo sepolcro si vede ancora oggi.
San Girolamo incise sul suo sepolcro la seguente iscrizione: «La figlia degli Scipioni, dei Paoli, dei Gracchi, l'illustre sangue di Agamennone, riposa in questo luogo. Portò il nome di Paola. Fu madre di Eustochio. La prima nel senato delle matrone romane, agli splendori di Roma preferì la povertà di Cristo e gli umili campi di Betlemme.
Incise anche all'entrata della grotta sepolcrale, sulla roccia, questo epitaffio che riproduceva in altri termini lo stesso contrasto, e di più ne mostrava la fonte sublime: «Vedi questa grotta scavata nella roccia? È la tomba di Paola, abitante del regno celeste. Suo fratello, i suoi parenti, Roma, la sua patria, le sue ricchezze, i suoi figli, ha lasciato tutto per la grotta di Betlemme: vi è sepolta. È là anche, o Cristo, che è la vostra grotta, e che vennero i Magi a offrirvi i loro mistici doni, o Uomo-Dio!»
La festa di santa Paola è sempre stata celebrata solennemente nella cattedrale di Sens, che possiede le sue reliquie fin da Carlo Magno. Questo imperatore aveva chiesto ai vescovi e agli abati di dargli delle reliquie per ornare la cattedrale che aveva appena costruito ad Aquisgrana. Ognuno si af frettò a so Charlemagne Imperatore dei Franchi e zio di San Folchino. ddisfare i suoi desideri, e Carlo Magno ricevette tante belle reliquie che lui stesso poté darne ai suoi amici.
Nessuna chiesa, né a Roma, né in Palestina, né altrove, si fa gloria di possedere il suo corpo. La liturgia senonese constata il suo culto e la presenza delle sue reliquie nella cattedrale fin dalla più alta antichità; santa Paola, dall'arrivo delle sue reliquie, è stata adottata come patrona dalla città di Sens. Gli inventari del 1095, del 1192, del 1239 e del 1571 constatano al tesoro la presenza delle reliquie di santa Paola. Ecco l'ultimo inventario che è stato fatto da Nicolas Pellevé, cardinale-arcivescovo di Sens, uno dei firmatari del Concilio di Trento, e che analizza tutti gli inventari precedenti:
«Nicolaus miseratione divina sacrosanctæ Romanæ Ecclesiæ presbyter cardinalis de Pelleve, archiepiscopus Senonensis, Galliarum et Germaniæ Primas... notum facimus quod in hoc loco reposita sunt multorum sanctorum et sanctarum pignora gloriosa.
« Ræ autem literis et actis publicis mandanda posteris curavimus, ut omnes tam præsentes quam posteri diligenter sciant et attendant, quanta cum devotione et reverentia Deo et sanctis ejus assistore deocant...
« Sed hæc sacra pignora a Carolo Magno (812) et aliis patribus huic ecclesiæ donata sunt et primum ab archiepiscopo qui Magnus vocabatur (et erat ejus/nipote di Caroli magni consubrinus), accepta esse notis certissime constitit per acta publica in capuis inventa, quæ ab anno Domini 1095 exercuta absque lituris integra ad nos usque pervenerunt.
« Quo tempore primum (1095) a venerabili archiepiscopo Richerio, regnante Philippo rege, visitata et thecis argenteis distincta et recondita sunt... Longo post tempore venerabilis antistes et archiepiscopus Guydo capuis novis restauravit anno Domini 1192 in crastino Assumptionis Beatæ Mariæ...
« At vero venerabilis antistes Gallerus anno Domini 1239 gloriosa pignora singulis thecis reponenda curavit. Nos vero sanctorum illorum patrum vestigiis insistere volentes, hæc tam sancta pignora, quanto potuimus honore et reverentia visitavimus et publicis decretis supplicationibus populo proponimus...
« Duodecim thecis partim argenteis, partim ligneis distinguuntur.
« Prima quæ auro et argento undique decorata est corpus sanctæ Panæ continet (cui tam honorifice Hieronymus suum senectatum commendat), etc.
« ... Senonis anno Domini millesimo quingentesimo septuagesimo primo... »
Del resto, la liturgia senonese, le cronache locali, tutti gli autori che hanno parlato della storia religiosa di Sens constatano che il corpo di santa Paola è a Sens e che è stato donato con il magnifico pezzo della vera Croce, da Carlo Magno a Magnone o Mague, arcivescovo di Sens, suo cugino.
Si celebra ogni anno in questa diocesi la festa di santa Paola, il 26 gennaio, sotto il rito doppio. Le reliquie sono state leggermente carbonizzate da un incendio che consumò la cattedrale di Sens nel X secolo. Ancora oggi, l'urna di santa Paola è preziosamente conservata al tesoro e rinchiusa in un armadio vetrato.
Ci siamo serviti, per comporre questa biografia, della Storia di santa Paola, dell'abate Lagrange, vicario generale di Orléans; degli Acta Sanctorum; dell'Elogio della Santa, di san Girolamo; e di Note locali, riguardanti le reliquie, dell'abate Cartier, canonico di Sens.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Matrimonio con Tossozio e nascita di cinque figli
- Vedovanza all'età di 31 anni
- Incontro con san Girolamo a Roma nel 382
- Partenza da Roma per l'Oriente dopo la morte della figlia Blesilla
- Pellegrinaggio in Terra Santa e in Egitto
- Fondazione di monasteri e di un ospizio a Betlemme
- Morta a Betlemme dopo 20 anni di vita monastica
Citazioni
-
Ho voluto compiacere il mondo troppo a lungo; ora voglio compiacere Dio.
Testo fonte -
I fiori sono apparsi sulla nostra terra, è giunto il tempo di raccoglierli.
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