1 ottobre 7° secolo

San Bavone, Conte di Hesbaye

EREMITA E CONFESSORE, PATRONO DI GAND E DI HAARLEM

Eremita e Confessore, Patrono di Gand e di Haarlem

Festa
1 ottobre
Morte
4 octobre, vers 654 (naturelle)
Epoca
7° secolo
Luoghi associati
Hesbaye (BE) , Gand (BE)

Nobile conte di Hesbaye dal carattere violento, Bavone si convertì dopo la morte della moglie sotto l'influenza di sant'Amando. Distribuì le sue ricchezze e abbracciò una vita eremitica di estrema austerità, vivendo prima in un albero e poi come recluso a Gand. È oggi il santo patrono delle città di Gand e Haarlem.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 9

SAN BAVONE, CONTE DI HESBAYE,

EREMITA E CONFESSORE, PATRONO DI GAND E DI HAARLEM

Vita 01 / 09

Origini e giovinezza tumultuosa

Bavone, nato dall'alta nobiltà d'Austrasia, conduce una giovinezza dissipata e violenta nonostante il suo matrimonio con la figlia del conte Odilone.

Verso il 654. — Papa: San Eugenio I. — Re d'Austrasia: Sigeberto II. — Re di Neustria e di Borgogna: Clodoveo II.

Non quia magnus eras, te gloria magna hantum Sed contempta decus gloria magna facit.

Non è la grandezza della tua nascita che fa oggi la tua gloria: essa ti viene, al contrario, dal fatto che l'hai disprezzata. San Livio, Epitaffio di san Bavone.

Questo illustre penitente, una delle glorie della religiosa Belgio, accompagnò per qualche tempo nelle sue missioni l'apostolo sant'Amando, di cui Dio si era servito per l'opera della sua conversione. I loro rapporti reciproci meritano di essere ricordati per l'edificazione delle anime cristiane.

San Bavone nacque da genitori illustri che sembra aver perduto di buon'ora. Forse questa circostanza gli impedì di ricevere un'educazione familiare che avrebbe potuto addolcire la selvaggia rudezza del suo carattere e moderare l'impetuosità delle sue inclinazioni. Fin dai suoi primi anni si segnalò tristemente per tutti gli eccessi ai quali un'ardente natura, viziata nella sua direzione, può trascinare un giovane che non ha altra regola che la sua volontà e i suoi capricci. All eato per Agilulfe Re dei Longobardi che accolse Colombano in Italia. parte di suo padre Agilulfo, conte di Hesbaye, e di sua madre, la nobile Adeltrude, alle più illustri famiglie d'Austrasia, e in particolare alla casa dei Pipino, Bavone chiese e ottenne dal conte Odilone la mano di sua figlia, i cui casti attraenti avevano soggiogato il suo cuore. Questa alleanza era un grande favore del cielo concesso a Bavone: sarebbe difficile dire se vi corrispose subito. Tutto porta a credere che il terribile leudo ricevette solo più tardi il primo colpo dalla bocca di una bambina, la cui nascita aveva ancora stretto i legami che l'univano alla sua virtuosa compagna. Agletrude, innocente bambina, cresceva in età e in pietà sotto gli occhi dei suoi genitori e invocava con le sue suppliche le misericordie di Dio su suo padre, divenuto per i suoi eccessi il terrore di tutta la contrada. Queste due anime, che non avevano altra forza che le loro preghiere, cominciarono a piegare quest'uomo che nulla sulla terra avrebbe saputo dominare.

Conversione 02 / 09

Conversione e incontro con san Amando

Colpito dal lutto per la morte della moglie, Bavone si rivolge a san Amando a Gand per confessare i suoi crimini e cambiare vita.

Tale era Bavone; la sua anima, già scossa dalle virtù della moglie e della figlia, aspirava a rientrare sulla retta via, quando si sentì colpito al cuore in un'epoca in cui san Amando era di ritorno in quelle contrade dopo una delle sue missioni. La sua pia compagna, come un fiore falciato prima del tempo, comincia improvvisamente a languire, a perdere le forze, e presto scende nella tomba. Il dolore di Bavone non si può esprimere. Le lacrime, i singhiozzi, i ruggiti che emetteva nella sua tristezza, spezzavano i cuori più duri. Era l'ora della grazia: questa volta vi fu fedele. In quei giorni di lutto, il nome di Amando risuonò alle sue o recch Amand Consigliere spirituale di Gertrude. ie. Subito Bavone sente risvegliarsi in lui dei desideri che lo agitano e lo premono. Lascia il suo castello, troppo a lungo testimone delle sue violenze, e si dirige verso il monastero di Gand. Lì, tutto monastère de Gand Città in cui soggiornò Livino e di cui è patrono. in lacrime, si getta ai piedi di Amando, poi, facendo l'umile confessione dei suoi crimini, chiede la penitenza. «Santo pontefice», esclama, «per la salvezza della mia anima, datemi dei saggi consigli. Voglio seguirli; voglio correggere la mia vita intera e purificarla. Mi abbandono a voi, santo pontefice; abbiate pietà di me, salvatemi». San Amando, al colmo della felicità, rialza Bavone, lo riceve con carità come una pecora che rientra all'ovile, e mescolando le lacrime della gioia a quelle del pentimento, gli dichiara che è pronto a sacrificare se stesso, se fosse necessario, per salvarlo. Dopo questi primi trasporti e questi sfoghi reciproci del cuore, il santo missionario rivolge a Bavone dei salutari avvertimenti. Gli rappresenta il profondo disgusto che l'anima cristiana deve avere per un mondo immerso nella malizia, dove le virtù sono disprezzate, le passioni e i vizi onorati. Gli pone davanti agli occhi le dolcezze ineffabili della città celeste, dove i giusti benediranno il Signore per l'eternità e dove tutti coloro che sono stati santamente uniti sulla terra si ritroveranno presso il trono di Dio. Amando gli diceva ancora degli sforzi del demonio per distogliere gli uomini dalla salvezza, e delle deliziose consolazioni che Dio spande nel cuore di coloro che si dedicano al suo servizio. Bavone ascoltava queste parole del santo vescovo: cadevano sul suo cuore come una rugiada dolce e feconda, che stava per produrre frutti abbondanti. In quel momento tutti i ricordi della sua vita passata si ripresentano alla sua memoria; si ricorda le virtù della sua sposa, che rivedrà nel soggiorno di felicità promesso al pentimento come all'innocenza; si ricorda le dolci carezze e le preghiere della piccola Agitetrude, l'immagine vivente di sua madre; poi dopo, riportando di nuovo il suo pensiero sui crimini della sua giovinezza, lascia libero corso ai singhiozzi che scappano dal suo petto e alle lacrime di cui il suo volto è inondato. Ma Amando addolcisce il suo dolore e gli ripete senza sosta che il Signore è buono, pieno di misericordia, e che non vuole affatto la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Vita 03 / 09

Rinuncia ai beni e vita monastica

Dopo aver distribuito le sue ricchezze ai poveri, riceve la tonsura e si sottomette alla disciplina monastica sotto la guida di Florberto.

Bavone aveva scaricato il suo cuore dal pesante fardello delle sue iniquità; cominciava a gustare le dolcezze della pace in una coscienza purificata. Dopo diversi giorni trascorsi presso san Amando, ritornò al suo castello. Arrivato in mezzo ai suoi, quest'uomo, fino ad allora il terrore del paese, e al quale i suoi stessi servitori si avvicinavano solo tremando, inizia a distribuire i suoi beni ai poveri, agli infermi, agli infelici di ogni condizione. La sua parola, un tempo dura e altera, è diventata dolce e piena di bontà; i suoi modi trasudano benevolenza e la più affettuosa carità. L'umiltà dei suoi sentimenti, la saggezza della sua condotta, edificano tutti coloro che lo vedono, e ognuno ripete, benedicendo Dio, che la grazia ha toccato Bavone e che è diventato un uomo nuovo.

Avendo diviso le sue ricchezze tra i poveri e le chiese della contrada, Bavone finì di mettere ordine nei suoi affari temporali. Poi ritornò presso san Amando, portando l'ulivo della pace, fuggendo, come la colomba, questo mondo che aveva abitato per troppo tempo. Amando, tanto prudente nella guida delle anime quanto zelante per l'onore e il servizio di Dio, ricevette con bontà l'umile penitente che gli chiedeva la tonsura, per stabilirsi, con questa libera scelta della sua volontà, nella felice necessità di vivere meglio d'ora in avanti. Ricorda a Bavone che è libero di restare nel mondo per condurvi una vita cristiana, ma che una volta ammesso nella milizia clericale o monastica, non potrà più rompere questo impegno, nonostante le tentazioni con le quali il demonio non mancherà di assalirlo. Nulla poté scuotere la risoluzione del nobile Bavone.

San Amando, abbracciandolo allora come un figlio prediletto, lo conduce nella chiesa del monastero. Lì, prostrato davanti all'altare, il penitente depone tutto ciò che gli resta delle sue insegne di guerriero e riceve, con una felicità che le sue lacrime tradiscono, l'umile tonsura dei chierici. Da quel momento si sottomette alla disciplina religiosa sotto la direzione di Florberto, uno dei discepoli di san Amando. Talvolta chiede anche al santo missionario di accompagnarlo nei suoi viaggi, per istruirsi sempre più in sua compagnia ed espiare con ogni sorta di fatiche e privazioni i disordini della sua vita passata. Ora, tale era il fervore di Bavone, che non gli lasciava sfuggire alcuna occasione di testimoniare la vivacità del suo pentimento. Un giorno, incontra uno dei suoi antichi servitori che aveva alcuni anni prima maltrattato, colpito e fatto mettere in prigione. Alla sua vista il dolore lo coglie: si avvicina a quest'uomo e gettandosi ai suoi piedi: «Te ne scongiuro», esclama, con le lacrime agli occhi, «dimentica il male che ti ho fatto e trattami come io ho trattato te stesso. Colpisci il mio corpo con le verghe; spogliami dei miei capelli come un ladro, e conducimi in prigione, con i piedi e i pugni legati». L'antico servitore di Bavone, sorpreso e confuso, rifiuta di eseguire quest'ordine. Non oserebbe porre la mano su un uomo un tempo suo padrone e che gli appare oggi con tutti i segni di un penitente pubblico. Ma Bavone lo incalza, lo sollecita, lo scongiura, e fa tante istanze che alla fine egli acconsente. Il vassallo lega dunque le terribili mani di questo conte di Hesbaye; gli tagl ia i capelli, g comte d'Hesbaye Santo di cui Livino visitò la tomba e compose l'epitaffio. li mette i ceppi ai piedi e ai pugni, e lo conduce in questo stato in una prigione. Bavone benediceva Dio di poter dare questa soddisfazione così come agli uomini che aveva così spesso scandalizzato e oltraggiato con le sue violenze. Restò qualche tempo in quel luogo, versando lacrime in abbondanza, poi ritornò nel suo monastero.

Vita 04 / 09

Ritiri eremitici a Beila e Medmedung

Bavone si isola nelle foreste, vivendo in un albero cavo e poi in una cella di fango, attirando le folle con la sua santità.

Tuttavia Bavone continua a dedicarsi alle più spaventose macerazioni. Coricato sul duro e con il corpo coperto da un cilicio, non prende altro nutrimento che un pane d'orzo intriso nell'acqua alla quale mescola spesso le sue lacrime. I suoi piedi sono in ceppi simili a quelli dei criminali rinchiusi nelle prigioni; e come se queste mortificazioni fossero state insufficienti, chiede presto di condurre la vita dei reclusi in una stretta dimora. Questa preghiera, dettata dal pentimento di un'anima generosa, fu accolta. Uscì dunque dalla città di Gand e, ritiratosi in un bosco chiamato Beila, si rinchiuse nel cavo di un vecchio olmo che trovò abbastanza spazioso per servirgli da cella. Si credette meglio alloggiato in questa casa che la natura gli aveva preparato, che nei palazzi più belli e sotto i soffitti dorati. La sua povertà, che era estrema, gli sembrava più abbondante dell'abbondanza stessa dei principi e dei sovrani. Non vi viveva quasi che di orazioni e di lodi a Dio che ripeteva continuamente giorno e notte; il suo nutrimento corporeo era molto modico: si componeva di frutti, erbe e radici selvatiche. Fu infine scoperto in questo luogo, e ciò bastò ad attirare un'infinità di persone che vi accorsero, le une per ascoltare le sue istruzioni, queste per chiedergli il soccorso delle sue preghiere, quelle, infine, per ammirare il suo modo di vivere, simile a quello di san Giovanni Battista e dei primi abitanti dei deserti.

Come si vide troppo disturbato da questa moltitudine di persone di ogni stato e condizione, fuggì di notte in una foresta estremamente fitta, chiamata Medmedung. Avendo ripulito un piccolo spazio tagliando i rovi e le spine che vi si trovavano, si costruì una povera cella di rami d'albero, ciottoli e fango. Vi rimase per qualche tempo senza essere conosciuto da nessuno, non avendo altra conversazione che con Dio e con i Santi. Oh! che gioia aveva nell'essere così separato da tutto ciò che poteva legare il suo cuore e impedirgli di elevarsi a ogni momento verso il cielo! Noci e mele selvatiche, che raccoglieva dagli alberi, costituivano il suo alimento; e, se la sete lo premeva, la placava con l'acqua di un ruscello che scorreva vicino al suo eremitaggio. Ma, sebbene fosse così ben nascosto, non mancò tuttavia di essere ancora scoperto; e poiché si trovava solo a due leghe da Gand, vide subito la folla farsi strada attraverso i cespugli, per avere la felicità di venire a vederlo. Questo concorso prodigioso gli fece credere che la sua solitudine, che lo rendeva singolare e lo faceva notare tra i chierici e i monaci, gli avrebbe potuto essere più dannosa della vita di comunità; così, avendo appreso che sant'Amando, che continuava sempre a lavorare per l'avanzamento della religione nella città di Gand, aveva riunito dei religiosi sotto la guida del venerabile abate Florberto, chiese di esservi ammesso. La gioia del suo ingresso fu reciproca; quanto egli ebbe consolazione nell'essere ricevuto in quella casa di preghiera e di mortificazione, tanto i religiosi che lo avevano desiderato ebbero allegrezza nel vedere tra loro un uomo che la sua nascita, la sua virtù e la sua vita tutta miracolosa rendevano già così celebre in tutto il paese. Mentre gli si costruiva una cella, il carrettiere che trasportava pietre e legno cadde dal suo carro e si schiacciò le gambe. Il Santo pregò per lui con tanta insistenza che lo guarì; ciò che confermò meravigliosamente tutto il popolo, non solo nella stima della sua santità, ma anche nella credenza nella risurrezione dei morti e in tutti gli altri punti della nostra religione.

Vita 05 / 09

Ascetismo estremo e combattimenti spirituali

Terminò i suoi giorni in una grotta angusta, trionfando sulle tentazioni demoniache e ricevendo visioni angeliche.

Dopo alcuni anni di penitenza in quella cella, Bavone fu ispirato a intraprenderne una ancora più dura e più lunga di tutte quelle che aveva fatto fino ad allora; si scavò dunque una caverna così bassa e così stretta che, per mancanza di altezza, non poteva stare del tutto in piedi e, per mancanza di estensione, non poteva né coricarsi né sedersi, ma solo stare curvo; il vescovo sant'Amando e l'abate Florberto approvarono la sua devozione e lo condussero persino solennemente in quel luogo, accompagnati dal clero e dal popolo che cantavano salmi e inni. Bavone entrò in quella orribile prigione con una gioia e una consolazione che non possono essere espresse. La sua astinenza vi fu estrema: mangiava solo un po' di pane senza gusto e senza lievito, e beveva solo un po' d'acqua. Il suo sonno era brevissimo e, durante il sonno stesso, la sua anima, abituata alla contemplazione, non smetteva di unirsi intimamente al suo Signore. La sua vita non era che una preghiera e un amore di Dio continui. Del resto, non si può avere un'idea del bene che fece a tutto quel paese. C'era senza sosta gente attorno alla sua grotta: riconciliava le persone animate l'una contro l'altra, accomodava i processi, convertiva i peccatori, istruiva gli ignoranti, infiammava i fedeli del fuoco dell'amore divino. Se le sue parole non erano abbastanza forti per guadagnare qualche indurito, o per distogliere i flagelli della giustizia di Dio, raddoppiava le sue astinenze e praticava austerità inaudite. In una parola, non si interessava meno al bene spirituale delle città, delle diocesi, dei privati, di quanto se ne fosse stato incaricato da Dio e se ne avesse dovuto rendere conto al tribunale della sua giustizia.

Il demonio, non potendo soffrire le grandi vittorie che questo ammirevole soldato di Gesù Cristo riportava su di lui, usò ogni sorta di astuzie e artifici per intimidirlo, riempirlo di spavento e fargli abbandonare la sua solitudine. Talvolta scuoteva quel fragile edificio con venti e tempeste spaventose; altre volte lo circondava di fuoco e di fiamme; talvolta faceva apparire tutto attorno a lui un'infinità di draghi, leoni, orsi, lupi e altre bestie selvatiche. Ma Bavone si faceva beffe di quegli spettri e, appoggiandosi al soccorso del suo Dio, sfidava tutto l'inferno a strapparlo e a farlo uscire dalla sua prigione volontaria. Un giorno, dopo un duro combattimento, si addormentò un po' per la stanchezza e, durante il sonno, un angelo gli apparve sotto forma di colomba e riempì la sua anima e i suoi sensi di tante delizie che credeva già di essere in cielo. Da allora non pensò più che a lasciare la terra per andare a godere della felicità della visione di Dio. Fu inoltre rassicurato della sua beatitudine da una croce di luce che discese sul suo capo in presenza di una grande moltitudine di popolo, accorso per ricevere le sue istruzioni.

Vita 06 / 09

Morte e glorificazione

Bavone muore verso il 654, assistito dal sacerdote Domlin, e appare a santa Gertrude per chiedere dei sudari.

Avvicinandosi l'ora del suo trapasso, desiderò di essere assistito, in questo ultimo momento, da un santo sacerdote di nome Domlin, parroco di Turnhout. Questo sacerdote era molto lontano, e il ragazzo che assisteva il nostro Santo non conosceva la strada per la sua canonica; si mise tuttavia in cammino per andarvi; un angelo, unitosi a lui, lo condusse sicuramente e lo riportò indietro con questo venerabile ecclesiastico, di cui san Bavone desiderava la presenza. Poco tempo dopo, una schiera di spiriti beati discese nella sua cella per ricevere la sua anima e portarla nel soggiorno della beatitudine. «Addio», disse allora ai presenti, «addio, santa compagnia di servitori di Dio; Gesù Cristo è egli stesso presente. Anima mia, esci dalla tua prigione e va' incontro a lui». Dicendo queste parole, spirò. Era il 4 ottobre, verso il 654. I religiosi erano tutti bagnati di lacrime; ma furono consolati quando appresero che quest'anima beata era apparsa a sant sainte Gertrude Santa di cui Evermaro visita la tomba. a Gertrude, per pregarla di inviare dei sudari per seppellire il suo corpo. Il suo corteo funebre fu circondato non solo da sacerdoti e religiosi, ma anche da signori e nobili, e soprattutto da un numero infinito di poveri, vedove, orfani e miseri, che non piangevano meno amaramente la sua morte di quanto avrebbero fatto se avessero perso il proprio padre e la propria madre.

Culto 07 / 09

Culto, iconografia e reliquie

Il culto di san Bavone si sviluppa a Gand e Haarlem, segnato dalla trasformazione della sua abbazia in cattedrale sotto Carlo V.

San Bavone viene rappresentato: 1° ritirato nel cavo di un albero che gli serve da cella; 2° mentre indossa, come segno della sua nobiltà, un'armatura o un ricco costume, con una spada nuda in mano; 3° con un falco sul pugno sinistro, in segno di signoria; 4° con il capo coperto da un tocco piumato, vestito con un lungo mantello da principe, e talvolta con un libro in mano, per indicare le meditazioni a cui si dedicò nel suo ritiro; 5° mentre guarisce, come abbiamo detto, un uomo che aveva avuto le gambe spezzate dal suo carro; 6° mentre porta una chiesa sulla mano, come fondatore (almeno per il tramite dei suoi discepoli) dell'abbazia di San Pietro di Gand, che più tardi prese il nome di San Bavone; 7° con il bordone e il bastone dell'eremita; 8° talvolta con tra le braccia una grossa pietra che trasporta nel suo eremo per usarla come cuscino. Questa pietra fu conservata a lungo a Mendonck (Fiandre orientali), in memoria del Santo. San Bavone viene invocato contro la pertosse: è patrono di Gand e di Haarlem.

## CULTO E RELIQUIE.

Sessanta gentiluomini, toccati dall'esempio che aveva lasciato loro san Bavone, si consacrarono alle austerità della penitenza. Fecero costruire a Gand la chiesa che porta il s uo n Gand Città in cui soggiornò Livino e di cui è patrono. ome, la quale fu dapprima servita da canonici, poi da religiosi di San Benedetto. Papa Paolo III soppresse il monastero nel 1537, su richiesta dell'imperatore Carlo V. Questo principe, a vendo fatto c Charles-Quint Imperatore coinvolto nelle guerre che portarono alla distruzione del convento. ostruire una cittadella in quel luogo, trasferì il capitolo, tre anni dopo, nella chiesa di San Giovanni, che, da quel momento, possiede le reliquie e porta il nome di San Bavone. Questa chiesa divenne cattedrale quando, nel 1559, Paolo IV eresse una diocesi a Gand, su richiesta di Filippo II, re di Spagna. San Bavone è patrono di questa città, ed è anche patrono della chiesa di Haarlem (Olanda Settentrionale), dove si cus Haarlem Città dell'Olanda che custodisce le reliquie di san Bavone. todisce con rispetto una parte considerevole delle sue reliquie.

Predicazione 08 / 09

Istituzione e devozione del Rosario

Il testo descrive l'origine del Rosario per opera di san Domenico e il suo ruolo nella lotta contro l'eresia albigese.

San Domenico co Saint Dominique Fondatore dell'ordine di cui Benvenuta segue la regola e intercessore per la sua guarigione. nvertì centomila albigesi facendo loro conoscere e amare i misteri adorabili del santo Rosario. Insistiamo sull'esempio di questo grande operaio delle glorie temporali della Regina degli Angeli, e lavoreremo con frutto alla conversione di questi albigesi del XIX secolo che bestemmiano tutto ciò che ignorano e si depravano nelle cose che studiano solo a profitto delle loro abbiette passioni.

M. l'abbé Combeint, Instructions.

In rendimento di grazie per la vittoria riportata a Lepanto, città forte e porto della Grecia moderna, dai cristiani, la prima domenica di ottobre (il 7 di questo mese), dell'anno 1571, il santo papa Pio V (1565-1572) istituì una festa annuale sotto il titolo di Santa Maria della Vittoria. Due anni dopo, Gregorio XIII (1572-1585) cambiò questo titolo in quello di Nostra Signora del Rosario, e approvò un ufficio proprio della festa per tutte le chiese dove vi fosse un altare dedicato sotto l'invocazione di Santa Maria del Rosario. Clemente X (1670-1676) estese la festa a tutte le chiese della dominazione spagnola. Avendo l'esercito dell'imperatore Carlo VI sconfitto i turchi vicino a Temeswar (Ungheria), il giorno della festa di Nostra Signora della Neve, l'anno 1716, e avendo questi infedeli tolto l'assedio di Corfù (l'antica Corcira, capoluogo di una delle Isole Ionie), il giorno dell'Ottava dell'Assunzione dello stesso anno, Clemente XII (1730-1740) rese universale l'ufficio della festa del Rosario.

Abbiamo già parlato, nella vita di san Domenico di Guzmán, dell'istituzione del santo Rosario, che riconosce questo beato Patriarca come suo fondatore; ma, poiché è in questo tempo che la Chiesa ne fa memoria nel suo martirologio, che se ne celebra la solennità in tutte le chiese dell'Ordine dei Frati Predicatori e in molte altre, che partecipano alla stessa devozione, abbiamo creduto necessario farne qui un discorso a parte, in favore di coloro che compongono questa grande Confraternita. Notiamo dunque che vi sono tre cose da distinguere nel Rosario: la sua materia, la sua forma e l'unione sacra e religiosa dei fedeli che si obbligano a recitarlo, ciò che chiamiamo Congregazione o Confraternita.

Per la sua materia, essa consiste nelle preghiere più sante e più auguste che possano mai uscire dalla bocca di un cristiano, vale a dire: il Simbolo della fede, composto dagli Apostoli al tempo della loro separazione, per le luci e il movimento dello Spirito Santo; l'Orazione domenicale, insegnata da Gesù Cristo stesso ai suoi discepoli, quando gli chiesero in che modo dovessero pregare; e il Saluto angelico, che è il saluto che l'angelo Gabriele portò dal cielo alla gloriosa Vergine, per dichiararle che stava per essere la Madre di Dio, con le benedizioni che santa Elisabetta, sua cugina, le diede, quando ricevette la sua visita, e una supplica che la Chiesa vi aggiunge, per implorare la sua intercessione presso Dio, tanto durante la nostra vita quanto nell'ora della nostra morte.

Il Simbolo comprende, in dodici articoli, i principali misteri della nostra fede, e si può persino dire che li comprenda tutti, poiché confessando la santa Chiesa cattolica, che è nostra madre e nostra maestra, abbraccia tutta la sua dottrina e si attacca inseparabilmente a tutte le sue decisioni. Recitandolo, si compie un atto eccellente di fede e di sottomissione a tutte le verità rivelate; si adora il Padre eterno, come principio della nostra creazione; si adora suo Figlio, come autore della nostra redenzione; si adora lo Spirito Santo, come fonte della nostra santificazione. Ci si porta a queste tre persone divine nell'unità della loro essenza per un movimento di puro amore; ci si riempie dei misteri di Gesù Cristo nascente, sofferente e glorioso; ci si propongono i fini ultimi, che sono la morte, il giudizio, la ricompensa dei buoni e il castigo degli empi; si anima la propria speranza con la considerazione dei soccorsi che i giusti si rendono gli uni agli altri nell'unione di carità che è tra loro, e con la vista dei rimedi che Dio ha posto nella sua Chiesa per la remissione dei peccati. Infine, ci si consola delle miserie della vita presente con l'attesa della risurrezione e di una vita beata che non finirà mai.

L'Orazione domenicale è la più eccellente e la più perfetta delle orazioni vocali. È l'abbreviato di tutte le altre, come Gesù Cristo, secondo il profeta Isaia, è la parola abbreviata del Padre eterno. Essa contiene con un ordine meraviglioso tutto ciò che si può legittimamente chiedere, sia di spirituale che di temporale, e tanto per l'esenzione dal male quanto per l'avanzamento nel bene. Essa si estende ai benefici della natura, della grazia e della gloria, e a ciò che riguarda l'onore del nostro Padre celeste, il nostro proprio interesse e quello del nostro prossimo. Essa racchiude atti eminenti di tutte le virtù, come della fede, dell'umiltà, del distacco dalle cose temporali, del desiderio ardente dei beni eterni, della fiducia in Dio, della rassegnazione alla sua volontà e agli ordini della sua Provvidenza, del perdono delle offese e della carità verso il prossimo. Essa ha una forza e una virtù meravigliosa, poiché il Padre eterno non si guarda bene dal respingere una preghiera che suo Figlio stesso ci mette in bocca, e di cui egli è l'autore e il maestro. Infine, è l'unica preghiera necessaria a tutti i cristiani, e il modello con cui dobbiamo regolare tutto ciò che dobbiamo chiedere.

Il Saluto angelico, con tutto ciò che l'accompagna, è il più raro e il più eclatante elogio che possiamo offrire alla gloriosa Vergine Maria. Essa ci scopre le sue grandezze, ci spiega le sue perfezioni e le sue virtù, ci rappresenta il suo credito infinito presso Dio, ci rende testimonianza delle sue bontà e delle sue misericordie verso di noi; ci dà l'assicurazione di avvicinarci al suo trono e di implorare il suo soccorso, ci eccita all'amore e alla fiducia verso di lei. In una parola, ce la fa considerare, non solo come Madre di Dio, ma anche come nostra madre e come la più tenera e la più amabile di tutte le madri.

Per la forma del Rosario, essa consiste nell'ordine e nella disposizione di queste diverse preghiere. E, innanzitutto, dopo aver fatto il segno della croce per munirsi contro le tentazioni del demonio, per implorare il soccorso della santissima Trinità, per riferire questa azione alla sua maggior gloria e per risvegliare nel proprio cuore la memoria della passione e della morte di Nostro Signore Gesù Cristo, si recita il Simbolo degli Apostoli, come si fa all'inizio dell'ufficio divino, al fine di disporsi all'orazione con un atto di fede, seguendo la dottrina di san Paolo e di san Giacomo, che dicono che colui che si avvicina a Dio deve credere, e che, per ottenere ciò che si chiede, bisogna chiederlo con fede. Quindi si dice un Pater noster e tre Ave Maria, per onorare i rapporti della santa Vergine con le tre Persone divine: al Padre, di cui è la figlia beneamata; al Figlio, di cui ha meritato di essere la Madre, e allo Spirito Santo, che l'ha scelta per la prima e la più eccellente di tutte le sue Spose. Infine (ciò che costituisce propriamente il corpo del Rosario), si dicono quindici decine di Ave Maria, iniziando ogni decina con un Pater noster, in memoria dei cinque misteri gaudiosi, dei cinque misteri dolorosi e dei cinque misteri gloriosi di Nostra Signora. I cinque misteri gaudiosi sono: la sua annunciazione e la concezione del Verbo divino nelle sue caste viscere; la sua visitazione e l'influsso di grazia che fece suo Figlio su san Giovanni Battista, essendo l'uno e l'altro ancora nel seno delle loro madri; il suo parto e la nascita di Gesù Cristo nella stalla di Betlemme; la sua purificazione, e l'offerta che fece del Salvatore del mondo al tempio; il suo viaggio a Gerusalemme, e la felicità che ebbe di trovarvi il suo divino Figlio, di dodici anni, dopo averlo smarrito. I cinque misteri dolorosi sono: la preghiera e l'agonia di Nostro Signore nel giardino degli Ulivi; la sua crudele flagellazione dopo essere stato preso, legato, coperto di schiaffi e vergognosamente spogliato; la sua coronazione di spine e l'obbrobrio che ricevette quando fu presentato al popolo in uno stato così ignominioso; i suoi accasciamenti sotto il peso della croce, quando lo trascinarono al Calvario, carico di questo strumento del suo supplizio; la sua crocifissione tra due ladroni, seguita dalla sua morte e dalla sua sepoltura. I cinque misteri gloriosi sono: la risurrezione del Salvatore, e la gloria inestimabile nella quale si fece vedere in quell'istante alla sua santissima Madre, per asciugare le sue lacrime e farla partecipe della sua felicità; la sua ascensione al cielo, e i trasporti amorosi di questa divina Madre, per accompagnarlo col pensiero e col cuore, finché potesse essergli riunita effettivamente con la sua propria glorificazione; l'invio dello Spirito Santo, e la nuova pienezza di grazie di cui questa augusta Regina fu colmata in questo grande e ineffabile mistero; l'assunzione della stessa Vergine in corpo e in anima al cielo; infine la consumazione della sua gloria, attraverso la triplice corona di grandezza, di potenza e di bontà che ricevette dalle mani del suo Creatore.

Bisogna dunque notare che, per dire perfettamente il Rosario, non basta recitare con devozione le quindici decine che lo compongono, ma è necessario applicarsi alla meditazione, o almeno al ricordo e alla venerazione dei Misteri in onore dei quali si recitano: ciò che si fa in molte maniere differenti di cui si troverà la forma nei trattati che sono stati stampati su questo soggetto. D'altronde, bisogna sapere che si può dividere il rosario in tre parti, e recitarne ciascuna separatamente. La prima, in onore dei cinque misteri che hanno fatto la gioia della santa Vergine; la seconda, in memoria dei cinque misteri che hanno riempito il suo cuore di amarezza e di dolore; la terza, in ricordo dei cinque misteri che hanno iniziato o completato la sua gloria e la sua beatitudine; e allora, bisognerà iniziare ogni parte con il Simbolo degli Apostoli, un Pater noster e tre Ave Maria, ed è ciò che chiamiamo il piccolo rosario delle cinque decine.

Questo santo metodo di pregare è senza dubbio un'invenzione della carità industriosa di san Domenico. È vero che l'uso di ripetere più volte l'Orazione domenicale e il Saluto angelico, e persino di servirsi di grani infilati per segnarne il numero, è molto più antico e che ne abbiamo esempi nei primi secoli della Chiesa. Si dice di san Bartolomeo, che pregava cento volte il giorno e cento volte la notte; ciò che buoni autori intendono della recitazione del Pater noster e dell'Ave Maria. Palladio, nella sua Storia Lausiaca, cap. XXIII, e dopo di lui, Cassiodoro, Sozomeno e Niceforo, riportano che san Paolo, abate di Mont-Phermé, in Libia, che viveva al tempo di sant'Antonio il Grande, faceva al giorno trecento preghiere, che erano apparentemente dei Pater e degli Ave, e che le contava con delle piccole pietre che tirava per questo dal suo seno. Polidoro Virgilio, nel suo libro dell'Invenzione delle cose, assicura che Pietro l'Eremita, volendo disporre i popoli alla guerra santa, sotto il papa Urbano II, insegnava loro il Salterio laico, composto da diversi Pater e da centocinquanta Ave Maria, allo stesso modo in cui il Salterio ecclesiastico è composto da centocinquanta salmi, e che aveva appreso questa pratica dai solitari della Palestina, tra i quali era da lungo tempo in uso. Il beato Alano della Rupe, dell'Ordine di San Domenico, nel suo Trattato del Rosario, riporta che, fin dal tempo del venerabile Beda, che fioriva nell'anno 700 della nostra salvezza, si facevano immagini aventi dei rosari alla mano. Fu per la virtù di un rosario di cinquanta Ave Maria, che il papa Leone IV, che ne fece portare a tutti i suoi soldati, scacciò, nell'854, i Saraceni dalle porte di Roma e da tutta l'Italia. Leggiamo ancora in Surio, al 7 aprile, che sant'Alberto, religioso di Crespin, faceva tutti i giorni centocinquanta genuflessioni, recitando a ciascuna il Saluto angelico. Si sono trovati nella tomba di santa Gertrude di Nivelles e in quella di san Norberto, dei grani infilati, che sembravano essere preziosi resti dei rosari di cui si servivano per segnare il numero delle orazioni che si erano prescritte. Ma sebbene si possa raccogliere da queste storie, che, nei secoli che hanno preceduto san Domenico, vi siano state delle bozze dell'ammirabile devozione del santo Rosario, è certo che è a lui, dopo la santa Vergine, che i fedeli devono l'eccellente disposizione nella quale lo si propone loro presentemente. È così che ne parlano i papi Leone X, Pio V, Gregorio XIII e Sisto V, nelle loro bolle, dove esaltano meravigliosamente questo modo di pregare, a causa della sua facilità per ogni sorta di persone, e perché applica lo spirito ai principali misteri della nostra religione. Ciò che portò questo santo Patriarca a predicare con tanto zelo questo nuovo metodo di orazione, è che notò che il progresso straordinario che le eresie facevano al suo tempo, tanto in Francia quanto in Spagna, veniva dal fatto che i fedeli erano in una ignoranza grossolana dei principi della nostra fede, e che la maggior parte, non sapendo leggere, non aveva alcun uso dell'orazione. Volle dunque rimediare a questo disordine, insegnando loro un modo di pregare che fosse indipendente dalla lettura e che insinuasse loro dolcemente e senza pena ciò che crediamo di Gesù Cristo e della sua santa Madre.

Occorrerebbero grossi volumi per riportare le meraviglie che si sono compiute con la recitazione del Rosario. Peccatori induriti, e la cui salvezza era quasi disperata, sono stati convertiti; eretici ostinati e maliziosi sono stati illuminati; città, province e regni interi sono stati felicemente cambiati, sia con la riforma dei costumi, sia con l'abiura degli errori in cui si trovavano impegnati. Morti hanno recuperato la vita, ciechi la vista, sordi l'udito, muti la parola, zoppi e paralitici l'uso dei loro membri, e ogni sorta di malati, una salute che non potevano attendersi dai rimedi ordinari della medicina. Tempeste sono state placate, incendi spenti, sedizioni soffocate nelle loro più grandi furie, battaglie importanti vinte, e la pace ristabilita in tempi in cui non si osava più sperarla. Per mezzo del Rosario, talvolta si è ottenuta la pioggia per far fruttificare i semi della terra, talvolta si sono arrestate le troppe grandi inondazioni che minacciavano le campagne di una desolazione universale. Donne si sono servite utilmente di questa devozione sia per avere figli, sia per cambiare l'umore feroce e impraticabile del loro marito, sia per attirare sulla loro famiglia le benedizioni celesti, senza le quali erano interamente rovinate. Coloro che vi hanno fatto ricorso, o nei loro processi, o nelle persecuzioni rigorose e implacabili dei loro creditori, o nelle miserie di una lunga prigionia, ne hanno ricevuto assistenze prodigiose e tutte soprannaturali. Molte anime sono state tratte dalle fiamme del purgatorio, e alcune persino, ritornando nei loro corpi, hanno evitato quelle dell'inferno per la sua efficacia e la sua virtù. Non si possono contare i frutti di santità che essa ha prodotto, non solo in Europa, ma anche nelle Indie e in America; infine, la Chiesa e tutto il mondo cristiano potrebbero dire di questa devozione ciò che Salomone diceva della Sapienza: *Venerunt mihi omnia bona pariter cum illa*: «Ogni sorta di beni mi sono venuti con essa».

È ciò che ha portato i sovrani Pontefici ad accordare grandi indulgenze, o plenarie, o limitate a coloro che recitassero piamente il Rosario, come si può vedere nei fogli o rituali stampati su questo soggetto. Ma bisogna osservare che il nome di *Rosario* non fu dato subito a questo metodo: lo si chiamò dapprima il *Salterio di Nostra Signora*, perché vi si ripete centocinquanta volte il Saluto angelico, in conformità ai centocinquanta salmi che compongono il Salterio di Davide: poiché per il *Pater* e le tre *Ave Maria* che si dicono immediatamente dopo il Simbolo degli Apostoli, e prima delle quindici decine, essi non sono propriamente del Rosario né dell'istituzione di san Domenico, ma vi sono stati aggiunti sul modello del rosario dei sette Pater e delle Ave Maria, dove si mettono all'inizio. Lo si chiamò anche la Cinquantina sacra, perché si divide ordinariamente il Rosario in tre cinquantine, allo stesso modo del Salterio, e le si recitano separatamente, come abbiamo già notato. Infine, gli si è dato il nome di Rosario, che significa un parterre o un campo coperto di rose, perché in effetti le Orazioni domenicali e i Saluti angelici che vi si ripetono sono come tante rose di una bellezza e di un odore senza pari che rallegrano ammirabilmente il cuore di Dio.

Ci resta da parlare della Confraternita o Congregazione del Rosario, eretta per coloro che si vogliono obbligare a recitarlo. Si tiene per certo che san Domenico non l'abbia stabilita che per ordine e istruzioni della santa Vergine, quando cercava il mezzo di ridurre gli albigesi e di sterminare le eresie che sporcavano tutta la faccia del mondo cristiano. Essa fu fin da allora un potente preservativo che mantenne la religione dei fedeli e che impedì loro di cadere in questi errori, e servì anche alla conversione di un'infinità di eretici. Essendo stata pubblicata da ogni parte da questo glorioso patriarca e dai suoi figli, e confermata da un gran numero di miracoli, essa produsse frutti meravigliosi, non solo in Francia e in Spagna, dove era iniziata, ma anche in Italia, in Germania, in Russia, in Moscovia, e fino alle isole del mare Egeo. Quasi tutto il mondo vi si arruolò e imparò in questa santa congregazione a meditare i nostri misteri e a onorare Gesù e Maria. Dopo la morte di questo grande uomo e dei primi eredi del suo zelo, questa eccellente devozione si rallentò, parte per la negligenza dei cristiani, parte per l'artificio del demonio, che non risparmiò nulla per distruggerla e per abolirne la memoria; ma, nel 1460, il beato Alano della Rupe, dopo diverse apparizioni e comandamenti, tanto della santa Vergine quanto del suo padre san Domenico, la ristabilì, o, per meglio dire, la resuscitò. Percorse per questo per quindici anni la Francia, l'Inghilterra, le Fiandre e i paesi settentrionali, e lo fece con tanto successo che più di centomila persone entrarono in questa santa Congregazione, e si obbligarono a recitare il loro Rosario. Da quel tempo i sovrani Pontefici le hanno dato elogi e accordato favori e privilegi molto particolari. Le indulgenze e le partecipazioni di cui gode sono così considerevoli, che dovrebbero bastare per attirarvi tutto il mondo. Si possono vedere nella Bolla di Sisto V: *Dum ineffabilia*, datata dell'anno 1586, dove questo papa riporta e conferma tutte le grazie che i suoi predecessori le avevano conferito; e non fa alcuna difficoltà a chiamare i fedeli che vi hanno dato il loro nome, non i servitori o gli amici della santa Vergine, ma i suoi confratelli e le sue consorelle: *Confratres et consorores*. Essa si è divisa in due rami principali, di cui il primo è la Confraternita del Rosario ordinario, che obbliga a dire ogni settimana le quindici decine, a confessarsi e comunicarsi la prima domenica di ogni mese; e, se si può fare, ad assistere alla processione solenne che si fa nei luoghi dove la Confraternita è stabilita. La seconda è la Confraternita del Rosario perpetuo, che è una santa unione di diverse persone che si accordano insieme per non lasciar passare una sola ora né un solo momento in tutto l'anno in cui qualcuno di loro non reciti questa eccellente preghiera. Del resto, questi obblighi non sono sotto pena di peccato, ma rimangono sempre facoltativi: solo i confratelli perdono, non adempiendovi, le indulgenze che vi sono attaccate, e che sono nondimeno tesori più considerevoli di tutti i beni che si possono possedere sulla terra.

Martirio 09 / 09

Vita e martirio di san Piatone

Resoconto del martirio di san Piatone a Tournai, della sua decapitazione miracolosa e del ritrovamento del suo corpo da parte di sant'Eligio.

APOSTOLO DI TOURNAI E MARTIRE (verso il 287).

San Piatone nacque a Benevento, città fortificata del regno d'Italia, da genitori ricchi e nobili. Avendo ricevuto il dono della fede e la conoscenza della verità, non credette di poter meglio manifestare la sua riconoscenza a Dio che sacrificandogli la vita per ottenere grazie simili a favore di coloro ai quali era stato ispirato di portare la luce del Vangelo. Lasciò il suo paese con questo intento, come san Luciano e molti altri grandi Santi, per giungere fino alle estremità delle Gallie e adempiere a un obbligo che la sua sola carità gli imponeva; accompagnato da san Crisolo o Crisseuil e da sant'Eugenio, arrivò a Tournai, città fortificata del Belgio (Hainaut). Si dice che si recò dapprima a Chartres per predicarvi il santo Vangelo; ma, trovando i cuori induriti, proseguì oltre e si recò a Tournai. In due mesi convertì alla fede di Gesù Cristo trentamila pagani, senza contare le donne e i bambini. Il primo che ricevette il Battesimo fu un certo Ireneo, che offrì la sua casa per servire da chiesa: il nostro Santo la dedicò e la consacrò a Dio. È oggi la chiesa di Notre-Dame di Tournai.

Mentre san Piatone predicava in mezzo alla piazza, scorse le guardie di Riciovaro, presidente e governatore della Gallia, che avevano ordine di catturarlo e farlo morire. Avvertì i cristiani che lo ascoltavano e si ritirò, accompagnato da alcuni discepoli devoti; ma i carnefici lo inseguirono e lo arrestarono, e, dopo aver ucciso in sua presenza e sul momento coloro che erano al suo seguito, lo misero in prigione. Tra i tormenti che gli fecero subire, è certo che gli trapassarono le dita, tra le unghie e la carne, con grossi chiodi ardenti. Poi, vedendo la sua costanza incrollabile, gli tagliarono la sommità del capo nel mezzo della piazza pubblica di Tournai, dove cadde morto, il primo giorno di ottobre dell'anno 287.

La sua morte fu accompagnata da molti miracoli, il più grande dei quali fu che il Martire si alzò in piedi, raccolse con le mani la sommità del suo capo, uscì da Tournai e lo portò fino a Seclin (Nord), dove cadde a terra, morì per la seconda volta e fu sepolto dai cristiani. È in questo villaggio, situato a due leghe da Lilla, verso sud, e a quattro leghe da Tournai, che il suo corpo fu trovato, nel VII secolo, da sant'Eligio, vescovo di Noyon, che estrasse i chiodi di cui abbiamo parlato, li mostrò al popolo in testimonianza del martirio di san Piatone, gli diede una nuova e onorevole sepoltura nello stesso luogo e innalzò un magnifico mausoleo sulla sua tomba. Non vi risparmiò né argento, né oro, né pietre preziose, come racconta sant'Ouen. Sembra anche che vi sia stata eretta una chiesa, dedicata sotto il nome di San Piatone; ma il corpo del santo Martire ne fu rimosso, verso l'881, per essere trasportato a Saint-Omer, a causa dei Normanni, e in seguito a Chartres dove fu costruita sotto la sua invocazione una chiesa collegiata. Questo tesoro, che era intatto, fu strappato dalla sua cassa dai rivoluzionari, nel 1794, e sepolto con altre reliquie in un cimitero vicino; vi fu gettata sopra della calce viva. Fu ritrovato nel 1816, riconosciuto da coloro che erano stati incaricati di seppellirlo, e collocato onorevolmente nella chiesa da cui era stato tratto, e che è oggi la chiesa cattedrale di Chartres. Esiste, a tre leghe da Chartres, un villaggio che porta il nome di Saint-Piat (Eure-et-Loir, circondario di Chartres, cantone di Maintenon), la cui chiesa è sotto l'invocazione di questo Santo. Si trovano nella stessa diocesi un gran numero di chiese o cappelle poste sotto il patrocinio di san Piatone. La chiesa cattedrale in particolare celebra la sua festa con solennità. La città di Tournai si è anche distinta da sempre per la sua devozione verso san Piatone. Oltre alla chiesa a lui dedicata, possedeva una croce che veniva chiamata la croce di san Piatone, e che era posta nel cimitero vicino. La vigilia della festa del Santo, tutto il clero della città episcopale si recava in processione nella sua chiesa per invocarlo. Ancora oggi, nelle diverse parti della cattedrale, si incontra la sua immagine, sia di fronte al portale della navata, sia sul frontespizio del jubé, nel transetto e sulle vetrate del coro.

Ma è soprattutto nel borgo di Seclin che il culto di san Piatone è celebre da secoli. Cousin, nella sua Histoire de Tournai, dice che tutte le parrocchie dei decanati di Lilla, al numero di novantaquattro, vi si recavano ogni anno in processione. Dopo aver adempiuto ai loro doveri religiosi, molti pellegrini andavano ad attingere acqua alla fontana che si trova nella cripta della chiesa, presso l'antica tomba di san Piatone. La fede dei Seclinois è stata spesso ricompensata da guarigioni miracolose o da altri favori del cielo.

Si rappresenta san Piatone: 1° mentre subisce il supplizio dell'infissione di chiodi ardenti sotto le unghie; 2° decapitato e mentre porta la sua testa tra le mani.

Lo si invoca contro le piogge e le intemperie dell'aria.

Acta Sanctorum, 1° ottobre. — Cf. Notice historique sur saint Piat Saint Piat Apostolo di Tournai e martire decapitato. , par M. Rétisson, avocat. Chartres, 1816, in-8°.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita da genitori illustri nell'Hesbaye
  2. Matrimonio con la figlia del conte Odilone
  3. Conversione per opera di sant'Amando dopo la morte della moglie
  4. Distribuzione dei suoi beni ai poveri
  5. Ricezione della tonsura clericale
  6. Vita eremitica nel cavo di un olmo nel bosco di Beila
  7. Ritiro nella foresta di Medmedung
  8. Ingresso nel monastero di Gand sotto l'abate Florberto
  9. Vita da recluso in una grotta stretta
  10. Morto il 4 ottobre verso il 654

Miracoli

  1. Guarigione di un carrettiere con le gambe schiacciate
  2. Apparizione di un angelo sotto forma di colomba
  3. Croce di luce che discende sul suo capo
  4. Guida di un servitore da parte di un angelo verso Turnhout

Citazioni

  • Non quia magnus eras, te gloria magna hantum / Sed contempta decus gloria magna facit. San Livio, Epitaffio di san Bavone
  • Anima mia, esci dalla tua prigione e vai incontro a lui Ultime parole di San Bavone

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo