Figlio di un ricco mercante di Assisi, Francesco rinuncia alla sua fortuna per sposare 'Madonna Povertà' dopo una giovinezza mondana. Fondatore dell'Ordine dei Frati Minori, predica la penitenza, l'amore per le creature e la pace attraverso l'Europa e l'Oriente. Primo santo ufficialmente riconosciuto come stigmatizzato, muore nel 1226, lasciando un'eredità spirituale fondata sull'umiltà e sullo spogliamento totale.
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S. FRANCESCO D'ASSISI, CONFESSORE,
Riferimenti iniziali
Il testo apre la vita di Francesco con riferimenti cronologici, una citazione biblica e una tonalità spirituale incentrata sulla povertà.
1182-1226. — Papi: Lucio III; Onorio III. — Imperatori di Germania: Federico I, Barbarossa; Federico II.
Ego mendicus sum et pauper.
Sal. XXIX, 18.
Chi non ammira la follia sublime e celeste di san Francesco d'Assisi, che lo porta a stabilire le sue ricchezze nella povertà, le sue delizie nelle sofferenze, la sua gloria nel vessillo!
Bassant, Panegirici.
Nascita e giovinezza ad Assisi
Francesco nasce in una famiglia di mercanti di Assisi. Il racconto insiste sul suo temperamento generoso, la sua giovinezza brillante e i primi segni di una chiamata interiore.
San Francesco nacque ad Assisi Assise Luogo dell'arresto di San Sabino. , piccola città dell'Umbria, in Italia, situata tra i monti dell'Appennino, a uguale distanza da Roma e da Loreto, nell'anno di grazia 1182, sotto il pontificato di Lucio III e il regno di Federico Barbarossa. Suo padre, di nome Pietro di Bernardone, era un ricco mercante della stessa città, che aveva un commercio esteso, soprattutto in Francia: ciò che i nobili facevano in Italia, senza perdere per questo il loro titolo di nobiltà. Sua madre, di nome Pica, era una dama di grande virtù, buona e pia, che meritava di essere la madre di un Santo. Quando fu prossima a dare alla luce questo figlio, fu a lungo in travaglio e tra dolori inconcepibili senza poter essere sgravata. Un pellegrino giunse allora alla sua porta a chiedere l'elemosina, e, quando l'ebbe ricevuta, disse a colei che gliel'aveva portata che, se la signora della casa voleva essere sgravata, bisognava che si facesse portare in una stalla, perché il suo bambino doveva nascere sulla paglia. Ella obbedì a questo consiglio e subito partorì felicemente. Molti credono che questo pellegrino fosse un angelo. In seguito, quella stalla è stata trasformata in una cappella sotto il nome di San Francesco il Piccolo.
Poco tempo dopo, si pensò di battezzarlo, e un secondo pellegrino si offrì di tenerlo al fonte battesimale: era un angelo inviato da Dio. Gli fu dato il nome di Giovanni. In seguito cambiò nome e prese quello di Francesco, sia che suo padre, che era in Francia al tempo della sua nascita, glielo abbia dato al suo ritorno, in ricordo dell'accoglienza benevola che aveva ricevuto in quel regno; sia che lui stesso abbia voluto portarlo per un singolare affetto verso i francesi, e perché ne aveva imparato la lingua in brevissimo tempo; sia infine che la facoltà che aveva di parlare francese lo abbia fatto chiamare Francesco da coloro che lo frequentavano nella sua giovinezza. Mentre era ancora al seno, un terzo pellegrino venne a chiedere di vederlo e di abbracciarlo; e, avendo predetto grandi cose di lui, avvertì che l'inferno faceva ogni sforzo per farlo perire: cosa che il demonio fu costretto ad ammettere in seguito in un esorcismo.
La sua educazione fu tutta santa, e sua madre non mancò di ispirargli fin da presto l'orrore per il vizio e l'amore per la virtù. Fu tuttavia prodigo all'eccesso nella sua giovinezza; amava la bellezza degli abiti, appariva volentieri con splendore nelle feste, trattava magnificamente i suoi compagni, e, avendo il presentimento che un giorno sarebbe stato onorato da tutti, senza sapere come né perché, faceva ogni sforzo per superare quelli della sua età; ma per quanto mondano fosse in quel tempo, conservò tuttavia sempre inviolabilmente la castità. I suoi confessori hanno testimoniato che non si lasciò mai trasportare da un pensiero a un desiderio disonesto. Inoltre, sembrava che, secondo la parola di Giobbe, la misericordia fosse nata e fosse cresciuta con lui. Non poteva vedere i poveri senza essere toccato da compassione per la loro miseria; e poiché suo padre lo aveva associato al suo commercio per avere parte ai suoi benefici, distribuiva loro liberalmente una parte di ciò che gli spettava da quel negozio. Soprattutto non rifiutava mai l'elemosina a coloro che gliela chiedevano per l'amor di Dio: questa parola dell'amor di Dio lo inteneriva già così tanto, che non poteva udirla senza esserne sensibilmente toccato. Essendo un giorno estremamente occupato in una vendita, ne rimandò uno senza dargli nulla; ma non appena ne ebbe riflessione, corse dietro a lui e lo risarcì ampiamente del rifiuto che gli aveva fatto subire. Promise a Dio nello stesso tempo di fare la carità, quando ne avesse avuto i mezzi, a tutti coloro che gliela avessero chiesta per il suo amore: cosa che ha fedelmente osservato per il resto dei suoi giorni.
Del resto, aveva una dolcezza e un'affabilità così grandi, che guadagnava il cuore di tutti e lo si guardava ad Assisi come la perla della gioventù e come un uomo che avrebbe fatto un giorno la gloria del suo paese e la consolazione di tutta la provincia. Vi era soprattutto nella stessa città un abitante che, ogni volta che lo incontrava, stendeva il suo mantello per servirgli da tappeto, e si metteva persino in ginocchio davanti a lui per testimoniargli il suo rispetto; diceva che Francesco meritava bene quell'onore, poiché, in breve tempo, sarebbe stato venerato da tutta la Chiesa. Tuttavia, poiché questo giovane, ancora pieno dello spirito del mondo, non si rappresentava che grandezze temporali, Dio volle guadagnarlo attraverso una serie di croci e di afflizioni: dapprima, permise che, in una guerra tra Assisi e Perugia, dove volle segnalare il suo coraggio per la difesa della sua patria, fosse fatto prigioniero: questa prigionia durò un anno intero, durante il quale ebbe molto da soffrire; ma, ben lungi dall'attristarsi e dal lasciarsi abbattere da questo rovescio, consolava lui stesso i compagni della sua disgrazia, facendo loro sempre sperare una pronta liberazione. Inoltre, non appena fu in libertà, cadde pericolosamente malato, il che lo costrinse a disporsi alla morte; e fu allora che cominciò a riflettere sulle vanità della sua vita passata e a concepirne orrore. Non abbandonò tuttavia ancora del tutto l'amore per la pulizia e per lo splendore degli abiti, di cui era stato così colmo. Non appena fu ristabilito in salute, si vestì elegantemente, come al solito, per non perdere nulla della stima che si era acquistata tra i giovani della sua età; ma compì un'azione che gli meritò una visita straordinaria dal cielo: essendo uscito dalla città, incontrò un gentiluomo di bell'aspetto, ma povero e assai mal vestito, si spogliò generosamente dei suoi abiti e li diede a lui. La notte seguente, ebbe un sogno misterioso nel quale vide un palazzo magnifico pieno di armi di ogni sorta contrassegnate dal segno della croce. Domandò subito a chi appartenessero quelle ricchezze, e lo spirito di Dio gli rispose che erano sue e dei suoi soldati. Non era ancora abbastanza esperto per comprendere il mistero di quella profezia. Si immaginò dunque, nella sua passione per la gloria, che dovesse diventare un grande capitano e riportare illustri vittorie che lo avrebbero reso rinomato in tutto il mondo. Così, sapendo che Gualtiero di Brienne, assistito dalle truppe del papa Innocenzo e di Filippo Augusto, re di Francia, era entrato con un grosso esercito in Puglia per combattere l'imperatore di Germania, si mise in cammino fin dal primo mattino per offrirgli i suoi servizi. Ma dove andate, Francesco? La milizia in cui siete chiamato non è corporea, ma spirituale; dovete combattere il demonio, il mondo e il peccato, e non uomini simili a voi. I vostri soldati non saranno armati di lance e di spade, ma dello spirito di penitenza e di mortificazione. Così, non appena fu a Spoleto, Nostro Signore gli apparve e, trattandolo con molta familiarità, gli disse: «Francesco, quale dei due può farti più bene, il padrone o il servo, il ricco o il povero?» — «È certamente il primo», rispose Francesco. — «Se ciò è», replicò Nostro Signore, «perché dunque mi abbandoni, io che sono il Padrone di tutte le cose e che possiedo ricchezze infinite, per attaccarti a un uomo mortale che non ha che la servitù e la povertà per parte?» — «Ah! Signore», disse allora Francesco, «cosa volete che faccia?» — «Torna nel tuo paese», aggiunse il Figlio di Dio; «la visione che hai avuto non ti promette grandezze temporali, ma grandezze spirituali». Obbedì subito e se ne tornò ad Assisi, ma tutto diverso da come era prima, non respirando più che il disprezzo di sé, il distacco dal mondo e l'amore per i beni celesti. Poco tempo dopo, diede un banchetto d'addio ai suoi compagni, e nel riaccompagnarli fuori dalla città, fu rapito in estasi e rimase immobile in mezzo alla strada.
Conversione, povertà e San Damiano
L'incontro con il lebbroso, i pellegrinaggi, la preghiera davanti al crocifisso di San Damiano e la rottura con il padre strutturano la sua conversione.
Da quel giorno, Francesco non respirò che per le cose divine; non si applicava quasi più ai suoi affari e usciva spesso dalla città per gustare le dolcezze della solitudine. Trovandosi un giorno a cavallo nella pianura sotto Assisi, incontrò un lebbroso che gli fece tale orrore che voltò subito lo sguardo per non vederlo e prese un'altra strada. Ma, ricordandosi poi della risoluzione che aveva preso di combattere in ogni cosa le inclinazioni sregolate del suo amor proprio, si fermò di colpo, scese da cavallo e andò ad abbracciare quel disgraziato. Gli fece poi l'elemosina, cercò di consolarlo nella sua sventura, poi risalì a cavallo. Appena ebbe fatto pochi passi, guardò dietro di sé per considerarlo ancora una volta; ma non lo vide più, sebbene non vi fossero né alberi né case in quella pianura dove potesse essersi nascosto. Giudicò dunque che quel lebbroso fosse colui di cui parla il profeta Isaia, che si è rivestito delle nostre miserie e delle nostre malattie per guarircene; e il suo cuore ne provò una gioia e una consolazione indicibili. Divenne poi più assiduo alla preghiera e faceva le sue delizie nel contemplare le perfezioni di Dio e le piaghe di Gesù Cristo crocifisso. Fu nel fervore di una di queste orazioni che questo amabile Salvatore gli apparve nello stesso stato in cui era sull'albero della croce, e che gli impresse nel cuore queste parole del Vangelo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». E da quell'apparizione ebbe un così vivo sentimento dei dolori del suo Maestro, che vi pensava quasi continuamente e che lo faceva solo versando torrenti di lacrime.
La povertà, l'umiltà e la carità verso i bisognosi furono poi le sue virtù più care; invece di fuggire come prima i lebbrosi, andava a cercarli negli ospedali e, avendoli abbracciati, li serviva con le proprie mani; invece di accontentarsi, come prima, di soccorrere i mendicanti con le sue elemosine, li assisteva e li sollevava con ogni sorta di ministeri umilianti, togliendo loro le scarpe, mettendoli a letto, pulendoli, rendendo loro mille altri servizi. Gli ecclesiastici poveri avevano la parte principale nelle sue carità. Forniva loro di che vivere e li provvedeva anche degli ornamenti necessari per la celebrazione dei santi misteri. L'ardore della sua devozione lo portò ad andare a Roma a visitare le tombe degli Apostoli.
Arrivato nella città eterna, andò a prostrarsi sul pavimento di San Pietro, davanti all'altare sacro dove riposa il corpo del pescatore di Galilea. Avendo pregato con molto fervore e lacrime, si rialzò e vide con dolore che i pellegrini lasciavano solo leggere elemosine per il completamento e l'abbellimento del santuario. «Ebbene!» esclamò, «la devozione è così raffreddata? Come gli uomini non offrono tutto ciò che hanno e non offrono se stessi, in un luogo dove riposano i preziosi resti del Principe degli Apostoli? Come non decorano con tutta la magnificenza possibile questa pietra sulla quale Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa?» Dicendo queste parole, prese tutto il denaro che aveva con sé e lo gettò a piene mani sul marmo del santo sepolcro.
Uscendo dalla chiesa di San Pietro, vide una folla di poveri che attendevano gli effetti della misericordia dei passanti; ne ebbe pietà e, dopo aver distribuito loro tutto il denaro che aveva, diede infine il suo abito a colui che appariva più nudo e si rivestì dei suoi stracci. Rimase così per il resto della giornata a mendicare e pregare in quella umile compagnia. È così che calpestava l'orgoglio del mondo e che si elevava per gradi alla perfezione evangelica. Il giorno seguente, riprese la strada di Assisi e tornò al focolare materno, respirando la santa allegrezza della penitenza. È lì che lo attendeva il Signore Gesù Cristo, sua guida e sua ricompensa, per manifestargli la sua vocazione più vivamente di quanto non avesse ancora fatto fino a quel giorno.
Una mattina, mentre Francesco meditava nella campagna nei dintorni di Assisi, entrò in una povera chiesa consacrata a san Damiano, così vecchia e così fatiscente che minacciava rovina. Lì, prostrato sulla pietra davanti a un crocifisso, pronunciò tre volte, per un movimento dello Spirito Santo, quella bella e fervente preghiera che ripeté spesso in seguito: «Grande Dio, pieno di gloria, e voi mio Signore Gesù Cristo, vi prego di illuminarmi e di dissipare le tenebre del mio spirito, di darmi una fede pura, una ferma speranza e una perfetta carità. Fate, o mio Dio, che io vi conosca così bene, che in ogni cosa io non agisca mai che secondo le vostre luci e conformemente alla vostra santa volontà». Diceva, e con gli occhi bagnati di lacrime, guardava con grande amore l'immagine del Salvatore in croce, quando tutto a un tratto una voce uscita dal crocifisso gli fece intendere tre volte queste misteriose parole: «Va', Francesco, e ripara la mia casa che vedi cadere in rovina». A questa voce dal cielo, il santo giovane rimane immobile, sbalordito, rapito in una sorta di estasi dove il timore si mescola all'amore. Tornato in sé, si chiese quale fosse il senso di quella divina chiamata; troppo umile per credere che Dio lo chiamasse a riparare le rovine spirituali della sua Chiesa, prese queste parole nel loro senso materiale e pensò che il Cristo lo invitasse solo a restaurare la vecchia chiesa di San Damiano.
Subito, con quella pronta e ardente obbedienza che metteva nell'eseguire gli ordini dall'alto, tornò da suo padre, prese un pacco di ricche stoffe, montò a cavallo e corse fin Saint-Damien Piccola chiesa vicino ad Assisi la cui restaurazione segna una tappa decisiva della conversione di Francesco. o a Foligno, dove vendette cavallo e merce. Poi tornò a piedi a San Damiano e presentò al prete che officiava la chiesa il prodotto di quel felice affare, come lo chiama san Bonaventura. Il cappellano, temendo l'ira dell'avaro Bernardone, rifiutò, nonostante le insistenze di Francesco, di accettare un'elemosina così considerevole. Il Santo gettò allora con disprezzo quell'oro inutile su una delle finestre del santuario e ottenne solo dal povero prete il permesso di restare qualche tempo nella sua dimora, vicino a quell'altare benedetto dove il crocifisso gli aveva parlato.
Suo padre, informato di ciò che accadeva, si infuriò violentemente e accorse a San Damiano per portarlo via. Ma come avrebbe potuto trovare colui che la divina Provvidenza aveva deciso di tenere nascosto? Il muro della stanza dove si trovava si ammorbidì e si abbassò, e gli diede un rifugio sicuro e tranquillo contro le ricerche di quel padre snaturato. In seguito si ritirò in una grotta vicina, dove passò un mese intero in un'orazione e un digiuno continui, vivendo piuttosto del pane delle lacrime che di quello che si faceva portare in segreto da un servitore della sua casa. Tuttavia, l'unzione della grazia diffondendosi sempre più nel suo cuore, egli stesso ebbe vergogna della sua fuga e di starsene nascosto come un uomo timido e senza coraggio; così, tutto sporco e sfigurato com'era, rientrò ad Assisi, risoluto a soffrire tutto per la gloria di Gesù Cristo. Al suo apparire, i mormorii, le risate sprezzanti, le esclamazioni di pietà, risuonarono da ogni parte: «È diventato pazzo», si diceva; e, tra gli insultatori, i suoi antichi compagni di festa erano al primo posto. Non si sbagliavano che a metà: sì, il beato Francesco era diventato pazzo, ma della santa e divina follia della croce, di quella follia che confonde la sapienza umana, che, dalla mangiatoia e dal Calvario, conduce regalmente il mondo, attraverso la sofferenza volontaria e il sacrificio, dalla terra al cielo, dalla morte all'eterna vita! Sordo a tutti i clamori, sorridente a tutti gli affronti, rispondeva al male con il bene, alle ingiurie con la preghiera, all'odio con l'amore. Suo padre, avvertito che suo figlio era oggetto della derisione pubblica, accorre furioso, si getta su Francesco come un lupo su un innocente agnello, lo accusa di rimproveri e di colpi, gli ordina di lasciare queste stravaganze e di riprendere la sua vita e le sue occupazioni abituali. Ma vedendolo insensibile alle sue minacce come alle sue preghiere, lo rinchiude sotto una scala, in un angolo oscuro della sua casa, e giura che lo terrà prigioniero finché non avrà promesso di cambiare vita. Francesco, sostenuto dalla voce di Gesù Cristo che gli aveva rivelato la sua vocazione, soffriva crudelmente di affliggere suo padre e di resistergli; ma allo stesso tempo la sua anima era colma di una gioia tutta celeste nel pensare che espiava le colpe della sua giovinezza, che soffriva persecuzione per la giustizia, e ripeteva con rapimento questa parola di san Pietro: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!»
Approfittando della prima assenza di suo marito, sua madre, che riconosceva in lui un'attrazione straordinaria della grazia, gli aprì la porta della sua prigione e gli diede la libertà di andare dove volesse. Il santo giovane ringraziò sua madre, benedisse Dio e tornò subito alla chiesa di San Damiano, di cui aveva intrapreso la riparazione. Suo padre, al suo ritorno, ne fu estremamente irritato; ma, avendo trovato sulla finestra di quella chiesa il denaro che il Santo vi aveva gettato, si placò un poco. Infine il vescovo di Assisi ristabilì l'accordo tra loro. Francesco rinunciò, alla presenza di quel prelato, a tutti i beni ai quali poteva pretendere in virtù della sua associazione e della successione dei suoi genitori; suo padre, su questa rinuncia, lo lasciò padrone di se stesso e l'abbandonò alla sua propria condotta. Fu in questa occasione che questo nuovo povero di Gesù Cristo si spogliò dei suoi abiti, senza riservarsi nulla se non un cilicio di cui il suo corpo era coperto, e, avendoli tutti rimessi nelle mani di suo padre, gli disse: «Fino ad ora vi ho chiamato mio padre; ma, d'ora in poi, non darò più questo nome che a Dio solo, e gli dirò ben più liberamente di quanto facessi: Padre nostro che sei nei cieli, in cui ho riposto il mio tesoro e la fede della mia speranza». Gli spettatori di questa scena, colti da un'emozione profonda, piangevano di pietà e di ammirazione. Il vescovo stesso ne fu così toccato, che si gettò al collo di Francesco e coprì con il suo mantello la sua sublime nudità. In seguito gli fece portare l'abito di uno dei suoi lavoratori, e glielo diede. Il Santo lo ricevette volentieri sotto il titolo di elemosina, e, avendolo tagliato a forma di croce e avendovi persino figurato una croce con del cemento, se ne rivestì come di una preziosa livrea di un Dio povero e umiliato (1206).
Con quell'abito uscì da Assisi e se ne andò nella solitudine, per gustare più profondamente la gioia del suo sacrificio, e meglio intendere la voce del suo Gesù beneamato. Camminando, cantava in lingua francese le lodi di Dio con una celeste allegrezza. Passando per un bosco, incontrò dei ladri che gli chiesero chi fosse: «Io sono», rispose, «l'araldo del gran Re». Allora, quei ladri lo batterono crudelmente e lo gettarono in un fosso pieno di neve, dicendogli con scherno: «Statti lì, araldo di Dio». Francesco credette di aver molto guadagnato a essere così oltraggiato e maltrattato. Non appena quei ladri si furono ritirati, si rialzò e continuò il suo cammino, cantando ancora più forte e con più allegrezza inni e cantici alla lode del suo Creatore. Essendo arrivato a un monastero, vi chiese la carità, e la ricevette come un semplice mendicante. Di lì venne a Gubbio, dove uno dei suoi amici, che lo riconobbe, gli diede una piccola tunica molto povera, con una cintura di cuoio, un bastone e delle scarpe per equipaggiarlo da pellegrino ed eremita. Aveva allora venticinque anni, e non aveva ancora altro scopo che di santificarsi con la pratica dell'umiltà, della pazienza, della povertà e della misericordia verso i malati. Così, si consacrò al servizio degli ospedali e dei malati; portando una singolare compassione ai lebbrosi, lavava umilmente i loro piedi, puliva le loro ulcere, chiedeva l'elemosina per loro, e spesso li abbracciava per consolarli nella loro pena e incoraggiarli a soffrire con costanza. Questa carità non fu senza miracoli; molti furono guariti dal suo tocco, soprattutto un uomo del ducato di Spoleto che aveva tutto il viso mangiato da un orribile cancro che lo rendeva orribile a vedersi. «Non so», disse san Bonaventura ricordando questo tratto, «cosa si debba ammirare di più, se un tale bacio o una tale guarigione!» È così che Francesco metteva in pratica queste parole, che il Signore gli aveva rivolto nelle divine comunicazioni della preghiera: «Figlio mio, se vuoi conoscere la mia volontà, bisogna che tu disprezzi e che tu odi tutto ciò che hai amato e desiderato secondo la carne. Che questo nuovo sentiero non ti spaventi; poiché se le cose che ti piacciono devono divenirti amare, quelle che ti dispiacevano ti sembreranno dolci e piacevoli».
Quando fu ben fondato nell'umiltà, ricordandosi dell'ordine che aveva ricevuto di riparare la chiesa di San Damiano, tornò ad Assisi; e ciò che non aveva potuto fare essendo ricco, lo eseguì facilmente nello stato di povertà che aveva abbracciato. Non fu fornendo del suo bene grandi somme di denaro, ma questuando alle porte dei ricchi di che ristabilire quell'edificio, lavorandovi lui stesso come un manovale, portando sulle sue spalle pietra, legno e cemento, e animando gli altri con il suo esempio a un'opera così santa, con la speranza della ricompensa eterna. Vedendo un giorno Francesco accasciato sotto il peso delle pietre che aiutava a trasportare con le sue mani per il restauro della chiesa, suo fratello, chiamato Angelo, disse per scherno a uno dei suoi amici: «Va' a pregarlo di venderti un po' del suo sudore». — «Non voglio vendere il mio sudore agli uomini», rispose semplicemente Francesco; «lo venderò più caro a Dio». Parola ammirabile e profonda che, compresa e meditata, diminuirebbe molto il numero degli schiavi del mondo, e accrescerebbe quello dei servitori di Gesù Cristo! Poiché questo divino Salvatore solo ha promesso che non lascerebbe senza ricompensa un bicchiere d'acqua dato in suo nome, e solo lui è infallibile nelle sue promesse. Il prete di San Damiano, toccato dalla fatica e dalla miseria dell'operaio di Gesù Cristo, ebbe il pensiero di preparargli un buon pasto per riparare le sue forze quando tornava la sera accasciato dalle fatiche della giornata. Francesco accettò dapprima quella carità; ma presto si ricredette, pregò il suo ospite di non occuparsi più del suo nutrimento, e, prendendo un piatto, se ne andò a mendicare di porta in porta, e si sedette per strada a mangiare gli avanzi grossolani che gli erano stati dati. «Poiché è così», si diceva, «che devo vivere per l'amore di Colui che è nato povero, che ha vissuto poveramente, che hanno attaccato sulla croce, e che è stato messo dopo la sua morte nel sepolcro d'altri». Tale fu il genere di vita che Francesco adottò da allora per non lasciarlo mai più, ed è così che terminò l'anno 1206 nella preghiera, il lavoro e l'assoluta miseria. Grazie alle abbondanti elemosine che aveva raccolto, terminò rapidamente il restauro della chiesa di San Damiano.
Il successo di questa riparazione gli fece intraprendere ancora quella della chiesa di San Pietro, che era un po' più lontana dalla città di Assisi, e non ne venne a capo con meno prontezza e felicità. Infine, come vide che la chiesa di Nostra Signora degli Angeli, chiamata della Porziuncola, cadeva in rovina, sebbene fosse dedicata in onore della Madre di Dio, e che gli angeli vi facessero talvolta sentire la loro protezione; e che per questo era deserta e abbandonata, risolse di applicarsi con lo stesso zelo a rip Portioncule Chiesa presso Assisi dove Chiara fu portata dagli angeli. ararla. Fin dall'inizio dell'anno 1208, la cappella ritrovò il suo culto secolare e servì di nuovo da tabernacolo al Santo dei Santi, e da meta di pellegrinaggio alla pietà dei fedeli. San Bonaventura dice che l'amò più di tutti gli altri luoghi del mondo, che vi cominciò con umiltà la grande opera della sua perfezione, che vi fece progressi ammirabili nella virtù, che vi terminò felicemente la sua vita, e che morendo la raccomandò sopra ogni cosa ai suoi figli, come un luogo per il quale la santa Vergine aveva riguardi del tutto particolari.
Essendo un giorno in quel santuario, vi sentì, al vangelo della messa, queste parole di Nostro Signore ai suoi discepoli: «Non portate né oro, né argento, né alcuna moneta nella vostra borsa, né sacca, né due vestiti, né scarpe, né bastone». Questa ammirabile lezione gli colpì incontanente lo spirito; la prese come pronunciata e dettata per se stesso, e, senza differire di un momento, gettò il suo bastone, si mise a piedi nudi, prese una corda al posto della cintura, diede la sua borsa e tutto il denaro che aveva, e, accontentandosi di una semplice tunica, cominciò seriamente la vita apostolica ed evangelica di cui doveva levare lo stendardo nel mondo. In seguito, si mise a predicare la penitenza; ciò che fece con tanto fervore e unzione, che molti peccatori, toccati dalle sue parole, si convertirono e lavarono nelle loro lacrime le macchie della loro vita passata. Molti persino rinunciarono al mondo per abbracciare lo stato umile di cui faceva professione. Il primo fu il beato Bernardo di Quintavalle, uno dei più ricchi abitanti di Assisi: avendo visto con i propri occhi san Francesco passare la notte in orazione in una stanza dove lo aveva pregato di prendere un po' di riposo, fu talmente commosso dal suo esempio, che rinunciò all'ora stessa a tutti i suoi beni, e si mise al suo seguito. Il secondo fu il beato Pietro di Cattaneo, canonico della cattedrale della stessa città, che lasciò generosamente il suo beneficio per farsi con lui povero di Gesù Cristo. Il terzo fu il B. frate Egidio, che la saggia follia della croce ha, da allora, elevato a una così eminente perfezione.
In quel tempo, Dio fece conoscere a Francesco, per diverse visioni, che l'aveva scelto per fondare un grande Ordine che avrebbe combattuto vigorosamente la carne, il mondo, il demonio e il peccato; che avrebbe riportato su di loro illustri vittorie, lavorato con felice successo alla riformazione dei costumi dei cristiani, il cui sregolamento era divenuto estremo, e avrebbe portato la luce della fede fino alle estremità della terra. Queste assicurazioni lo animarono a continuare le sue predicazioni; inviò Bernardo con Pietro verso la Toscana, e lui, con frate Egidio, percorsero la Marca d'Ancona, esortando con una forza meravigliosa al distacco dal mondo, al disprezzo dei piaceri e delle ricchezze, e a una perfetta conversione di cuore a Dio. Il numero dei suoi figli si accrebbe poi fino a sette, e poco tempo dopo fino a undici. Rappresentavano con lui il collegio sacro dei dodici Apostoli. Diceva loro, inviandoli a predicare: «Andate ad annunciare la pace a tutti gli uomini, animateli alla penitenza, che è la sola via per ottenere il perdono dei peccati; siate assidui alla preghiera, pazienti nelle avversità, infaticabili nel lavoro, modesti e riservati nelle vostre parole, gravi e irreprensibili nelle vostre azioni e perfettamente riconoscenti dei benefici che riceverete. Soprattutto, mettete la vostra fiducia in Dio, e tenete per certo che nulla vi mancherà, sebbene camminiate senza provviste e senza denaro». Non li si chiamava ancora né fratelli, né religiosi, ma solo i penitenti di Assisi, sebbene il loro beato Padre, per allontanarli un po' dal loro paese, li avesse allora trasferiti in un povero eremitaggio abbandonato, in un luogo chiamato Rivo Torto; ma quando quest'uomo apostolico vide i fatti sorprendenti che piaceva alla divina bontà operare per lui e per quella santa truppa di missionari sparsi di qua e di là, desiderò di vederli tutti riuniti, per farne un corpo meglio legato e più fermo. Non inviò per questo né lettere né messaggeri; ma avendo rappresentato i suoi desideri a Gesù Cristo, che ne era l'autore, vide arrivare vicino a lui tutti quegli operai evangelici, carichi dei trofei che avevano riportato sulla malizia degli uomini e gli sforzi dell'inferno. Allora compose loro una Regola in termini semplici: mettendo la pratica del Vangelo come fondamento ineluttabile di tutto il suo edificio spirituale, vi aggiungeva solo alcune costituzioni necessarie all'istituzione di una vita comune.
Il vescovo di Assisi, che consultava spesso nelle sue difficoltà, era dell'avviso che prendesse dei possedimenti e delle rendite per far sussistere i suoi figli, senza essere obbligati a mendicare il loro pane; ma rispose a quel prelato che non poteva affatto risolversi: «Poiché, se avessimo del bene», gli disse, «ci occorrerebbero armi per difenderci dai ladri; procuratori e avvocati per sostenere il nostro diritto contro le chicanerie degli usurpatori; servitori e serve per far valere le nostre masserie. Giudichi, se le piace, Monsignore, quali svantaggi riceveremmo dal commercio con persone così lontane dal nostro istituto». Così, persistette coraggiosamente nella risoluzione che aveva preso, di stabilire il suo Ordine sul fondo della povertà evangelica. Pensò poi di farlo approvare e confermare dalla Santa Sede; così, con il consenso unanime dei suoi figli, e senza munirsi di alcuna raccomandazione dei prelati né dei grandi signori della sua provincia, venne a Roma verso il papa Innocenzo III, uno dei più saggi pontefici che abbiano governato la Chiesa. Aveva con sé il collegio dei suoi undici discepoli, e ne conquistò a Rieti un dodicesimo, che fu Angelo Tancredi, bravo gentiluomo di quella città, dicendogli solo, in mezzo alla strada dove lo incontrò, che aveva abbastanza servito il mondo, e che Gesù Cristo lo chiamava al Calvario. A Roma, alloggiò all'ospedale di Sant'Antonio, per ricevervi l'elemosina in qualità di povero e per servire i malati. Pochi giorni dopo andò a parlare al Papa al palazzo del Laterano, in un luogo chiamato lo Specchio, dove passeggiava; ma Sua Santità, che aveva allora lo spirito occupato da molti grandi affari, non lo volle ascoltare, e lo respinse persino con indignazione. Questo rifiuto, ben lungi dall'affliggere e dallo scoraggiare Francesco, lo riempì al contrario di gioia e di speranza: si ritirò dolcemente con una profonda umiltà e una modestia angelica, raccomandando il suo affare a Dio, che glielo aveva ispirato. Non fu frustrato nella sua attesa: poiché, la notte seguente, il Papa, avendo visto in sogno una piccola palma che, nata ai suoi piedi, saliva poi all'altezza dei più grandi alberi, conobbe al suo risveglio che era la figura del povero Francesco che si era presentato il giorno prima davanti a Sua Santità; così, lo fece venire vicino a sé, e, dopo averlo ascoltato con molta benevolenza, gli promise di esaminare le sue richieste e di essergli favorevole in ciò che avrebbe potuto.
Nascita della fraternità
Attorno a Francesco si forma una prima comunità. Il racconto segue l'emergere dei Frati Minori, la loro regola e i primi riconoscimenti ecclesiali.
La maggiore difficoltà che vi riscontrava era quella estrema povertà che voleva stabilire nel suo Ordine; ma il cardinale Giovanni di San Paolo, vescovo di Sabina, fece notare molto saggiamente a Sua Santità che, se tale considerazione avesse impedito la conferma della Regola di Francesco, si sarebbe dimostrato di non stimare il Vangelo e di non avere alcun rispetto per i consigli di Gesù Cristo. D'altronde il Santo gli disse assai ingegnosamente che la Congregazione di cui chiedeva l'approvazione, per quanto povera apparisse, avendo sposato il Re dei re, non avrebbe certo mancato di ciò che le era necessario per nutrire i suoi figli. Così, il Papa si sentì incline ad approvare la sua richiesta una volta che fosse stata esaminata dalla Sacra Congregazione, tanto più che riconobbe nel Santo quel povero che aveva visto una notte in sogno, mentre sosteneva sulle sue spalle la chiesa di San Giovanni in Laterano che cadeva in rovina. Visione misteriosa che si è compiuta corporalmente e spiritualmente: corporalmente, perché quella basilica è stata restaurata, ornata e arricchita dai papi Niccolò IV, Sisto IV e Sisto V, dell'Ordine di San Francesco; spiritualmente, perché la Chiesa universale, figurata da quel tempio, è stata sostenuta dagli esempi, dalle preghiere e dalla dottrina di questo grande Servo di Dio, e dalle fatiche di un'infinità di Martiri, Dottori, Confessori e Vergini del medesimo Ordine.
Dopo alcuni giorni, avendo il sacro Collegio riferito nel suo rapporto che le Regole e le Costituzioni di san Francesco non contenevano nulla che non fosse santo e conforme alla dottrina di Gesù Cristo, il Papa le approvò a voce; ricevette anche lui stesso la professione del beato Fondatore e dei suoi dodici figli, e avendolo stabilito primo ministro generale della sua congregazione nascente, lo consacrò diacono, dando anche potere ai suoi compagni di portare la tonsura e la corona clericale: ciò che alcuni autori spiegano come la collazione degli Ordini minori. Così, quella santa schiera uscì da Roma carica di favori e di benedizioni, ma con una risoluzione tutta nuova di fare una guerra costante ai propri sensi e di portare ovunque lo spirito di penitenza e di compunzione. Tuttavia, quando furono giunti alla città di Spoleto, intrattenendosi insieme sui mezzi per giungere alla perfezione, misero in deliberazione se non fosse stato più espediente ritirarsi in una solitudine per occuparvisi interamente alla contemplazione piuttosto che esporsi alla conversazione con gli uomini, che è piena di pericoli e che fa perdere facilmente lo spirito di raccoglimento e di devozione. Francesco consultò su ciò la volontà di Dio con una preghiera assai fervente, accompagnata da lacrime e sospiri, e vi apprese che la sua vocazione e quella dei suoi figli non era di dimorare nei deserti, ma di lavorare alla salvezza delle anime attraverso la predicazione e gli altri esercizi della vita apostolica. Dichiarò ai suoi figli ciò che Dio gli aveva fatto conoscere e, essendo così certi del cammino che dovevano tenere, si ritirarono tutti insieme nella loro antica dimora, presso le mura di Assisi.
La povertà di quella casa non può essere abbastanza ammirata; cadeva in rovina ed era così piccola che a stento tutti i suoi frati vi potevano trovare posto; fu necessario che il santo Patriarca scrivesse i loro nomi sulle assi per segnare a ciascuno il luogo del suo riposo. Vi vivevano così poveramente che le erbe crude che trovavano in campagna erano per loro cibi deliziosi. La loro orazione era più di spirito che di labbra, perché, non avendo ancora libri di chiesa per cantare le ore canoniche, tutto ciò che potevano fare era pregare mentalmente e recitare l'Orazione domenicale e alcuni salmi che sapevano a memoria. Il loro libro principale era la Croce di Gesù Cristo, che il loro beato padre aveva posto in mezzo a loro. Studiavano continuamente quel grande libro, lo sfogliavano senza sosta, ne apprendevano le divine lezioni, ed è da lì che traevano quelle belle luci e quella divina eloquenza, che li rendevano più temibili al demonio e ai peccatori dei più grandi maestri di teologia. San Francesco faceva loro anche molto spesso potenti esortazioni; insegnava loro il metodo di considerare e lodare Dio in tutte le sue creature, la riverenza che dovevano avere per i sacerdoti e la sottomissione con cui dovevano ricevere tutte le decisioni della Chiesa romana. Insegnava loro anche a prostrarsi davanti a tutte le chiese e a tutte le croci, fin da quando le scorgevano, per onorare Gesù Cristo in quelle rappresentazioni esteriori delle sofferenze che aveva patito per il nostro amore.
Si prendeva tanta cura del loro avanzamento spirituale che una notte, trovandosi ad Assisi per predicare l'indomani nella cattedrale, apparve loro nella loro povera dimora sotto forma di un globo di luce, portato su un carro di fuoco; ciò li illuminò così perfettamente che ciascuno di loro penetrò non solo fino al fondo della propria coscienza, ma anche fino al più segreto di quelle di tutti gli altri; convinti che fosse il loro santo Patriarca a mostrarsi loro sotto quella figura sfolgorante, riconobbero al tempo stesso le grazie che Dio gli aveva comunicato per la loro guida. Abbiamo visto, nella vita di sant'Antonio di Padova, che in seguito apparve ancora ad Arles, in mezzo a un'assemblea dei suoi religiosi dove questo beato Confessore presiedeva, per dare loro la sua benedizione e animarli a non ordinare nulla se non per il maggior vantaggio dell'osservanza regolare.
Infine, poiché si presentavano ogni giorno persone che desideravano abbracciare il suo istituto, vedendo che non poteva alloggiarle nella casa in cui si trovava, si vide obbligato a cercarne una più grande. Si rivolse per questo al vescovo di Assisi, supplicandolo di dargli una cappella dove potessero celebrare i divini uffici; ma il vescovo, non avendone allora a sua disposizione, fece ricorso ai Benedettini del Monte Subasio, che gli diedero la chiesa di Nostra Signora degli Angeli o della Porziuncola, con una piccola casa attigua, dove alloggiava il cappellano, per servire loro da convento. San Francesco accettò a condizione che né lui né il suo Ordine ne fossero proprietari, ma solo usufruttuari. Ecco perché non mancava, ogni anno, di inviare ai Benedettini un piccolo cesto di pesci, come un canone per l'eredità che teneva da loro, e quei reverendi Padri gli davano in cambio, per generosità, una brocca d'olio per avere parte alle sue preghiere.
Non appena fu in possesso di quella chiesa, Nostro Signore lo onorò di una visita, accompagnato dalla sua santissima Madre e da una moltitudine innumerevole di spiriti beati, e gli promise, con la sua protezione, un prodigioso accrescimento della sua congregazione nascente. Inviò poi i suoi figli in vari cantoni per continuare ad annunciare la penitenza; e furono altrettanti pescatori evangelici che, con la rete della loro predicazione, gli attirarono un gran numero di nuovi discepoli per aiutarli essi stessi alla conversione del mondo. Fece anche da parte sua molte conquiste, la maggior parte delle quali miracolose; i principali tra coloro che entrarono nel suo Ordine furono Maurizio, Leone, Rufino, Masseo, Ginepro, Illuminato, Agostino, Stefano, Leonardo, Guido, Simone e Pacifico, che sono tutti giunti a un'eminente santità. Maurizio era dell'Ordine dei Crociati; cadde pericolosamente malato e fu obbligato a ricoverarsi in ospedale. Poiché si disperava già della sua vita, san Francesco gli inviò un pezzo di pane intinto nell'olio che bruciava davanti a Nostra Signora; e appena ne ebbe mangiato, si alzò in perfetta salute per abbracciare l'istituto del suo insigne benefattore. Pacifico era un poeta celebre, a cui persino l'imperatore Federico II aveva dato il nome di Re dei versi. Andò al sermone di san Francesco, e la forza delle sue parole infuocate, unita alla visione di due spade luminose che lo incrociavano dalla testa fino ai piedi e da una mano all'altra, lo toccò talmente che disprezzò il vano esercizio della poesia per farsi fedele imitatore del santo Patriarca. Ricevette da lui il nome di Pacifico, a causa di un grande dono di dolcezza di cui la sua anima fu colmata, e fu in seguito il primo ministro provinciale di Francia.
Questi nuovi operai chiedevano senza sosta nuove istruzioni; ma la vita del loro padre era per loro una lezione animata che insegnava l'esercizio delle più eccellenti virtù. Era così austero che, fuori dai pasti presso i secolari, che faceva solo molto raramente e molto sobriamente, e solo per guadagnarli a Dio, non mangiava quasi mai nulla di cotto e non beveva che acqua. Spesso mescolava della cenere in ciò che mangiava. La terra nuda era il suo letto; non vi si coricava, ma dormiva seduto, la testa appoggiata solo su una pietra o su un pezzo di legno. La sua povertà era così estrema che non sembrava possibile essere più poveri, poiché, eccetto il sacco di cui era coperto e di cui nemmeno era proprietario, non possedeva nulla al mondo. Andava lui stesso a mendicare per la sua comunità, e lo faceva nei luoghi dove era più conosciuto. Non lo si vedeva mai ozioso, mai agitato, mai distratto e occupato dalle cose della terra, ma sempre in un'attività, una dolcezza e una devozione meravigliose. Non soffriva che alcuno dei suoi religiosi rimanesse a non far nulla, e chiamava fratelli mosche coloro che fuggivano il lavoro; per il suo corpo, lo chiamava fratello asino; in effetti, lo trattava duramente come si trattano gli asini. Era tuttavia nemico delle indiscrezioni, e non permetteva ai suoi discepoli di fare penitenze al di sopra delle loro forze. Raccomandava loro di evitare la conversazione con le donne, come uno scoglio dove le persone più spirituali fanno spesso tristi naufragi. Li esortava a un grande amore per Dio e per Nostro Signore Gesù Cristo, e a uno zelo ardente per la salvezza dei peccatori, sentimenti di cui lui stesso era tutto colmo.
Sarebbe una cosa infinita seguirlo in tutti i luoghi dove portò il seme del Vangelo. Andò dapprima a Perugia, dove predisse e poi placò una guerra assai crudele tra i nobili e il popolo; di là passò a Cortona, dove, per ricompensa di un gran numero di conversioni che vi fece, gli fu dato un convento alla porta della città. Si fece lo stesso verso di lui ad Arezzo e a Firenze, dove si recò dopo aver passato tutta la Quaresima in un'orazione continua, e senza mangiare altro che la metà di un panino. I miracoli che operò in tutte queste città furono così straordinari che non lo si guardava con meno rispetto che se fosse stato un angelo disceso dal cielo. Portò le stesse benedizioni a Pisa, a San Medardo, a San Gimignano e a Sarteano, e ottenne ovunque nuovi monasteri. Fu a Sarteano che il demonio gli apparve e lo sollecitò al rilassamento, dicendogli che Dio non perdonava mai a coloro che si facevano morire con penitenze indiscrete; dopo di che eccitò in lui pensieri lascivi e movimenti disonesti; ma il Santo, prendendo all'istante la sua disciplina di ferro, si mise tutto il corpo in sangue, e essendo tutto coperto di piaghe, si gettò in quello stato pietoso in mezzo alle nevi, dove rimase finché quelle fiamme dell'impudicizia furono interamente spente: ciò che lo rese talmente vittorioso sul suo nemico, che non risentì più in seguito simili assalti. La Quaresima seguente, predicò nella cattedrale di Assisi, e vi fece l'ammirabile conquista della gloriosa santa Chiara, che ne racchiude un'infinità di altre. Risolse poi di andare in Siria a lavorare alla conversione dei Saraceni, e prese la via di Roma per andare a chiederne il permesso al Papa. Le meraviglie lo accompagnarono ovunque. Ad Alviano, fece tacere le rondini che facevano rumore durante la sua predicazione, dicendo loro solo: "Mie sorelle rondini, tacete mentre predico". A Roma, ottenne da Sua Santità ciò che volle, guadagnò eccellenti uomini al suo istituto e fondò un monastero del suo Ordine: è oggi il celebre convento di San Francesco a Ripa. Ad Ascoli, nella Marca d'Ancona, uno dei suoi sermoni attirò trenta giovani tra i più ragguardevoli alla sua vita povera.
Dio, che gli aveva ispirato il pensiero e il desiderio di andare in Siria, non ne permise l'esecuzione, perché il momento non era ancora giunto. Francesco si imbarcò; ma fu presto gettato da una tempesta in Schiavonia, e di là costretto a tornare in Italia. Poco tempo dopo, cadde malato di una febbre lenta che lo ridusse a un'estrema languidezza. Il vescovo di Assisi, che temeva che la Chiesa perdesse troppo presto un così grande tesoro, lo fece trasportare, nonostante tutte le sue resistenze, nel suo palazzo vescovile per farlo curare bene. Non si può immaginare quanto Francesco fu confuso e umiliato da questo trattamento. Si chiamava allora solo goloso, sensuale e ipocrita; diceva ai suoi figli che non meritava più di portare il nome di Frate Minore; si dichiarava degno di tutte le maledizioni degli apostati; infine, portò il suo amore per l'abiezione fino al punto di farsi trascinare con una corda nella città, fino al luogo delle esecuzioni pubbliche, per dire a tutto il popolo che non meritava la stima che aveva per lui e gli onori che gli rendeva, visto che, invece di vivere austeramente come si persuadiva che vivesse, era delicatamente nutrito alla tavola stessa del loro vescovo. Appena ebbe ripreso un po' di forze, si mise in cammino per andare in Spagna e di là in Marocco, a lavorare alla conversione del Miramolino, che era Maometto il Verde. Passando per le città d'Italia, fece grandi miracoli e conversioni senza numero, e stabilì una folla di conventi. A Foligno, benedisse talmente la casa del suo ospite, che da allora, né il fuoco né la peste hanno osato avvicinarvisi. A Spoleto, cambiò interamente il cuore di un ricco avaro che screditava ovunque il suo Ordine, facendo solo dire tre Pater e tre Ave Maria per lui da ciascuno dei suoi religiosi. A Terni, resuscitò un giovane che era stato schiacciato dalla caduta di un muro, e predisse che avrebbe abbracciato un giorno il suo istituto, cosa che è avvenuta in seguito. Nella contea di Narni, rese la vita a un uomo annegato da quattro giorni, la salute a un paralitico, e cambiò l'acqua in vino. A Oriesi, guarì un bambino talmente deforme, che la sua testa toccava i suoi piedi. Che cosa non fece ancora a San Gemini, a San Leone, a Imola e in tutte le altre città per cui passò fino al suo ingresso in Francia? Era ricevuto ovunque come un grande profeta. Gli offrivano da ogni parte case senza che le chiedesse, e tante persone si affrettavano per essere nel numero dei suoi discepoli, che erano subito riempite di eccellenti soggetti. Il suo passaggio per il Delfinato e la Provenza fu breve, e si recò al più presto in Navarra e in Castiglia. Il re Alfonso, poi nonno di san Luigi per la regina Bianca, sua figlia, gli fece un meraviglioso accoglienza e gli diede un convento a Burgos, che fu il vivaio di molti altri. Il Santo volle infine passare in Africa; ma lo Spirito di Dio, che aveva un tempo impedito all'apostolo san Paolo di predicare il Vangelo in Bitinia, impedì a questo zelante missionario di portare la parola di vita nel Marocco, che era indegno di una così grande felicità. Cadde malato ai confini della Spagna, e durante la sua malattia, ricevette ordine dal cielo di tornare in Italia. Fece prima il pellegrinaggio di San Giacomo di Compostela; fece costruire un convento con un tesoro che fu trovato in terra in un luogo che aveva indicato. Ne stabilì ancora altri tornando, tanto in Portogallo che in Castiglia, in Aragona e in Catalogna, e tra gli altri quello di Perpignano, che, in seguito, è divenuto assai considerevole. Infine, bisognava contare i suoi prodigi dai suoi passi, e i suoi nuovi stabilimenti dai soggiorni che faceva in cammino. La guerra degli Albigesi gli impedì di fermarsi in Provenza; d'altronde, i figli di san Domenico predicandovi già con uno zelo e un successo straordinari, non giudicò opportuno mettere la falce nel raccolto altrui.
Il suo ritorno in Italia, dove si rimpiangeva vivamente la sua assenza, fu un vero trionfo. Si venne da ogni parte incontro a lui. I prodigi lo accompagnarono ovunque. Il pane si moltiplicò per il suo nutrimento e per quello dei suoi, e la potenza di Dio confuse in modo miracoloso coloro che lo calunniarono o si opposero al progresso del suo istituto. Avendo fatto saggi regolamenti nel suo convento di Nostra Signora degli Angeli, si ritirò per la prima volta sul monte Alvernia, dove il conte Orlando, che lo guardava come suo padre, gli aveva dato una dimora. Vi fu visitato dapprima dalla santa Vergine accompagnata da san Giovanni Battista e da san Giovanni Evangelista, poi da Nostro Signore stesso, che, essendosi seduto sulla pietra dove prendeva ordinariamente il suo povero pasto, gli svelò grandi segreti, di cui l'evento ha poi giustificato la verità. Si vede ancora ora quella pietra circondata da una grata di ferro con questa iscrizione: "La tavola di san Francesco, dove ha avuto apparizioni ammirabili, e che ha consacrato innaffiandola d'olio e dicendo: È qui l'altare di Dio". Un angelo gli insegnò anche che le fenditure che vedeva nelle rocce vi erano state fatte al tempo della Passione di Nostro Signore: ciò che gli diede un rispetto e una devozione particolari per quella santa montagna. Vi convertì un bandito soprannominato il Lupo, che aveva commesso un'infinità di omicidi e di brigantaggi, e avendogli dato l'abito del suo Ordine, lo chiamò Agnello, per segnare il suo cambiamento da lupo ad agnello. Non aveva meno affetto per la valle in basso a Fabriano, chiamata la Povera Valle, che per quel monte. Ottenne il dono di un'antica abbazia, che delle religiose benedettine avevano abbandonato, e vi collocò i suoi discepoli; e la grande solitudine di quel luogo faceva sì che vi si ritirasse con una gioia singolare, per occuparvisi alla contemplazione delle verità eterne. Questo stabilimento fu seguito da molti altri nella Marca d'Ancona. Fu là che cambiò, per un'ora, l'acqua di una fontana in buon vino, per sollevare la sete dei suoi operai che lavoravano al suo convento di Bonantis. Fu là che uno dei suoi religiosi, avendo fatto un giudizio temerario su un povero malato che chiedeva l'elemosina e di cui Francesco esaltava il merito, lo obbligò a spogliarsi del suo abito, e in quello stato, a chiedere perdono a quel povero. Fu là che un altro religioso, che aveva mormorato contro di lui, lo vide la notte in orazione nell'angolo di una foresta, dove la santa Vergine essendogli apparsa, lo accarezzò, gli mise il suo divino bambino tra le mani e gli permise di abbracciarlo e di baciarlo. Fu là che un altro frate, ancora novizio, ebbe anche la felicità di vederlo onorato della visita di Gesù, di Maria e dei due santi Giovanni: Giovanni Battista e l'Evangelista.
Tutte queste cose avvennero fino all'anno 1215; apertosi il concilio Lateranense, sotto Innocenzo III, san Francesco si recò a Roma per far approvare di nuovo il suo Istituto. Abbiamo detto che il papa Innocenzo III l'aveva già approvato; ma lo aveva fatto solo a voce e non ne aveva fatto spedire alcuna bolla, e inoltre, non aveva dato al Santo e ai suoi figli che il nome di Predicatori della Penitenza; di modo che era opportuno averne un'approvazione più autentica, come di un nuovo Ordine religioso. Non vediamo nulla in quel concilio che segni che tale approvazione vi sia stata data; al contrario, vi si trova nell'articolo 13 un decreto che porta che ci si deve piuttosto applicare a ristabili re gli antic Innocent III Papa che inviò Pietro di Castelnau contro gli Albigesi. hi Ordini nel loro primo splendore, che a farne di nuovi. Ma se il Santo non ottenne dall'assemblea lo stabilimento che desiderava, è certo tuttavia che i Padri, informati dei frutti meravigliosi che i suoi religiosi producevano nel mondo, gradirono il loro lavoro, guardandoli come potenti missionari e trombe sfolgoranti del Vangelo. Anche, da quel tempo, l'Ordine prese più accrescimento e fece più grandi progressi che mai. Fu in quell'anno o circa che il beato patriarca costruì il convento chiamato ora il carcere di San Francesco, a due miglia da Assisi; nome che gli è stato dato, perché quell'uomo celeste vi si rinchiudeva spesso in un oblio generale di tutte le creature, per rinnovarvi il suo fervore. Vi si vede la sua cella simile a un sotterraneo, il suo letto di pietra, il suo guanciale di legno, il suo crocifisso e alcune altre sue reliquie, con una fontana che ottenne per le sue preghiere, e la cui acqua è una fonte di miracoli.
Missioni e incontro con l'Oriente
I frati si disperdono, Francesco attraversa le tensioni del suo tempo e il racconto lo conduce fino all'episodio orientale attorno a Damietta.
Il 30 maggio 1216, avendo riunito un gran numero dei suoi religiosi, li inviò a predicare in Francia, in Spagna, in Inghilterra e in Germania, dove stabilirono ovunque monasteri che sono segni tangibili del successo delle loro predicazioni. Quanto a lui, fece ancora un viaggio a Roma, per rendere i suoi doveri alle tombe dei beati Apostoli san Pietro e san Paolo. Fu durante questo viaggio che, trovandosi presso un ruscello con un pezzo di pane duro, nero e ammuffito come unico pasto, non riusciva ad esaltare abbastanza la sua felicità, e testimoniò a frate Masseo, suo compagno, di credersi più ricco dei più grandi della terra. Entrò poi in una chiesa vicina e chiese a Gesù Cristo con tanto ardore di dare a lui, così come ai suoi figli, l'amore per la santa povertà, che il suo volto sembrava sprigionare fiamme. Si avanzò verso frate Masseo, a braccia aperte, il cielo negli occhi, lo chiamò a gran voce, gli comunicò, soffiando sul suo volto, lo spirito che lo riempiva, e, come fuori di sé, proruppe in parole infuocate, vero inno d'amore per la divina povertà. « Signore Gesù, mostrami le vie della tua carissima povertà! Abbi pietà di me e della mia signora Povertà; poiché io l'amo con tanto ardore, che non posso trovare riposo senza di lei, e tu sai, o mio Dio, che sei tu che mi hai dato questo grande amore. Ella è seduta nella polvere della strada, e i suoi amici passano davanti a lei con disprezzo. Vedi l'abbassamento di questa regina, o Signore Gesù, o tu che sei disceso dal cielo sulla terra per farne la tua sposa e per avere da lei, per lei e in lei, figli perfetti. Ella era nell'umiltà del seno di tua madre; era nella mangiatoia: come uno scudiero fedele, si è tenuta tutta armata nel grande combattimento che hai combattuto per la nostra redenzione. Nella tua Passione, sola, non ti ha abbandonato. Maria, tua madre, si è fermata ai piedi della croce; ma la povertà è salita con te, ti ha stretto più forte contro il suo seno. È lei che ha preparato con amore i rudi chiodi che hanno trafitto le tue mani e i tuoi piedi; e quando morivi di sete, questa sposa attenta ti faceva presentare del fiele. Sei morto nell'ardore dei suoi abbracci; ella non ti ha punto lasciato, o Signore Gesù, non ha permesso al tuo corpo di riposare che in un sepolcro straniero. È lei che ti ha riscaldato nel fondo del sepolcro e che ti ha fatto uscire glorioso. Perciò tu l'hai incoronata in cielo, e vuoi che ella segni gli eletti col segno della redenzione. Oh! chi non amerebbe la signora Povertà al di sopra di tutte le altre! O poverissimo Gesù! la grazia che ti chiedo è di darmi il privilegio della povertà. Desidero ardentemente di essere arricchito di questo tesoro; ti prego che a me e ai miei sia proprio per sempre di non poter possedere nulla sotto il cielo per la gloria del tuo nome, e di non sussistere durante questa misera vita che di ciò che ci sarà dato in elemosina! »
Con discorsi e rapimenti simili, proseguirono il loro cammino e giunsero a Roma pochi giorni prima della morte di papa Innocenzo III. La protezione accordata a san Francesco e il riconoscimento del suo Ordine sono sempre stati considerati come una delle più grandi opere di quel grande pontificato. Due giorni dopo, Onorio III salì sul soglio di san Pietro, e Francesco trovò nel nuovo Papa la stessa protezione e lo stesso amore. È in questo soggiorno a Roma che il servo di Dio incontrò per la prima volta san Domenico, povero come lui, come lui devoto e divorato dall'amore per le anime. Mentre pregavano l'uno e l'altro nella chiesa di San Pietro, Gesù Cristo apparve loro seduto alla destra di suo Padre, il volto irritato, tenendo in mano tre dardi infuocati per sterminare i superbi, gli avari e i voluttuosi. La santa Vergine Maria, gettandosi ai suoi piedi, chiese misericordia per i suoi figli ingrati, presentò al Signore Domenico e Francesco, come capaci di riformare il mondo e di convertire i peccatori; e il Salvatore accettò questa offerta. Il giorno seguente, nella stessa chiesa, i due Santi, alzando gli occhi l'uno sull'altro, si riconobbero senza essersi mai visti, si avanzarono con lo stesso movimento e si tennero a lungo abbracciati senza dire nulla. Infine Domenico rompendo il silenzio: « Tu sei il mio compagno e il mio fratello », disse; « lavoreremo di concerto. Restiamo uniti, e nessuno potrà prevalere contro di noi ».
I due grandi poveri di Gesù Cristo, durante il loro breve soggiorno a Roma, si intrattennero a lungo e spesso delle cose divine, dei rimedi da apportare alle anime e alle nazioni, e questi mendicanti, disprezzati dal mondo, si spartirono la conquista del mondo. Pregarono, piansero insieme, e Domenico attinse dall'anima di Francesco un amore ancora più grande per la santa povertà. Si mostra nel convento di Santa Sabina, sul monte Aventino, la cella, oggi trasformata in cappella, che fu per notti intere testimone delle loro celesti effusioni. Quante preghiere, quante lacrime, quanti gridi d'amore salirono da quella povera cella fino al trono di Dio! L'anima dei due Santi sembra riempirla ancora, e il pellegrino non può entrarvi senza una profonda e religiosa emozione.
San Francesco lasciò Roma e si mise in cammino per venire in Francia. Essendo alle porte di Siena, conficcò il suo bastone in terra, e, nell'ora stessa, quel pezzo di legno prese radice e si coprì di fiori e di foglie. Divenne poi un grande albero che è durato fino al 1615, quando, a forza di essere stato spogliato dai pellegrini, si seccò: il che obbligò a tagliarlo. Da allora, è nato dal suo tronco un germoglio che si conserva con molto rispetto, e che è stato persino circondato da una grata di ferro per impedire ai passanti di toccarlo. Il cardinale Ugolino, avendo incontrato il nostro Santo a Firenze, lo distolse vivamente dal suo disegno di passare i monti. Francesco ne risentì una grande pena, che depose amorevolmente ai piedi del Salvatore crocifisso. Inviò al suo posto i frati Pacifico, Angelo e Alberto da Pisa, e tornò a Santa Maria degli Angeli, felice di passare agli occhi dei popoli e dei suoi stessi figli per un uomo poco saggio, mutevole nelle sue imprese, che Dio rimetteva sulla sua via, ma che non sapeva mantenervisi da solo. L'evento non tardò a provare la giustezza dei consigli del cardinale Ugolino. L'opposizione che incontrano tutti i riformatori, e che non era mancata all'opera di Francesco, si mosse vivamente a Roma contro il suo Istituto, la cui assoluta povertà spaventava i semi-cristiani. Ne fu informato, e Dio stesso degnò mostrargli in un sogno misterioso il pericolo, insieme al modo di scongiurarlo. Vide nel suo sonno una piccola gallina nera dalle zampe di colomba, la quale aveva pulcini in così gran numero che non li poteva raccogliere sotto le sue ali, di modo che essi prendevano i loro svaghi attorno alla gallina e rimanevano fuori. Al suo risveglio, comprese, alla luce dello Spirito Santo, che questa gallina dalle zampe di colomba, era lui stesso, uomo semplice e piccolo, e che, per difendere la sua innumerevole famiglia, occorreva un protettore più potente. Risolse dunque di tornare a Roma per chiedere al Papa di affidare a un cardinale la difesa e la protezione del suo Ordine.
Questo cardinale protettore era tutto designato in anticipo: era il suo santo amico, il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia, che aveva lasciato Firenze ed era di ritorno a Roma. Accolse Francesco con la sua tenerezza consueta, e, per farlo ben vedere da papa Onorio III e dal Sacro Collegio, lo esortò vivamente a predicare davanti a quell'illustre uditorio. Sua Santità volle lei stessa ascoltarlo. Francesco rifiutò a lungo di salire su quella prima cattedra del mondo; ma, non potendosene più difendere, si preparò accuratamente, contro la sua consuetudine, per fare un sermone che fosse degno di un uditorio così augusto. Dio fece vedere, in questa occasione, che voleva che egli fosse unicamente il suo organo. Non appena ebbe pronunciato il suo tema, rimase muto e non si ricordò più di ciò che aveva studiato. La parola del Papa, che lo esortò a non temere nulla, non fu capace di rimetterlo; ma, quando si fu accusato pubblicamente di presunzione per essersi troppo appoggiato sulle sue preparazioni, e che, essendosi messo in ginocchio, si fu abbandonato allo Spirito di Dio per dire ciò che gli avrebbe messo in bocca, fece un sermone così potente e così terribile sulla penitenza, che tutto l'uditorio ne fu spaventato e toccato di compunzione; e, quando uscì di cattedra, c'era ressa per baciare la terra dove passava. Non ebbe difficoltà, dopo ciò, ad ottenere ciò che chiedeva, e Sua Santità gli diede volentieri, per protettore, lo stesso cardinale Ugolino, vescovo di Ostia, che fu poi Papa sotto il nome di Gregorio IX.
Il 26 maggio dell'anno 1219 fu un grande giorno nella storia dell'Ordine dei Frati Minori. Era la festa della Pentecoste, e i Frati, arrivando da tutte le parti del mondo, si trovarono riuniti a Santa Maria degli Angeli per assistere al secondo Capitolo generale che doveva aprirsi quel giorno. Il loro numero superò i cinquemila: tale era stata la meravigliosa fecondità della famiglia di san Francesco. Si vedevano arrivare a gruppi, giovani e vecchi, vestiti dello stesso abito, tutti a piedi nudi, respirando la gioia della povertà, e portando in sé il tesoro del divino amore: armata ammirevole, pacifica e conquistatrice, disarmata e onnipotente, dei poveri di Gesù Cristo. Il monastero di Santa Maria degli Angeli, di cui Francesco e i suoi dodici primi discepoli avevano preso possesso nove anni prima, non potendo ospitare questa moltitudine immensa, si eressero nella campagna circostante delle capanne fatte di stuoie di giunco e di paglia; fu sotto queste tende, belle come quelle dell'esercito d'Israele, che si accampò l'esercito di san Francesco.
Il cardinale Ugolino venne a presiedere il Capitolo. Officiò pontificalmente il giorno di Pentecoste, e volle la sera, come un generale d'armata, visitare i ranghi dei soldati di Gesù Cristo. Li trovò riuniti a gruppi di cento o di sessanta, o più o meno. Si intrattenevano delle cose divine, della loro salvezza e della conquista del mondo. A questa vista, il buon cardinale, gli occhi bagnati di lacrime, disse a Francesco: « O fratello, in verità, ecco il campo del Signore! » E Francesco, commosso come lui, trasportato di gioia, di riconoscenza e d'amore, alzò gli occhi e le mani verso il cielo, e riportandoli sui suoi fratelli e i suoi figli, lasciò cadere dal suo cuore e dalle sue labbra parole vive, corte, infuocate, di cui la storia ci ha conservato alcune: « Abbiamo promesso grandi cose; ce ne sono state promesse di più grandi; custodiamo le une, sospiriamo dopo le altre. Il piacere è corto, la pena è eterna; le sofferenze sono leggere, la gloria è infinita; molti chiamati, pochi eletti: tutti riceveranno ciò che avranno meritato. Soprattutto, o miei fratelli, amiamo la santa Chiesa; preghiamo per la sua esaltazione, e non abbandoniamo mai la povertà. Non è scritto:
« Affida al Signore il peso della tua vita, ed egli stesso ti nutrirà »? È così che il padre esortava, consolava, glorificava i suoi figli.
Seguendo la parola di Francesco, il Signore si caricò della cura di nutrire questi cari poveri. Erano lì cinquemila, come quelli che un tempo avevano seguito il Cristo nelle pianure della Giudea, privi di tutto come loro, ma contando come loro su Colui che aveva nutrito quelle moltitudini con cinque pani e due pesci. Si vide presto affluire dai dintorni, cavalieri e contadini, gente della città e della campagna, che portavano ai poveri di Dio tutte le provviste necessarie. Questi soccorsi durarono quanto il Capitolo stesso, e la carità di coloro che donavano si trovò grande quanto la povertà di coloro che ricevevano. Una folla numerosa di gente di ogni classe, giovani e vecchi, chierici e laici, erano venuti per curiosità per contemplare la novità di questo spettacolo. Vedendo la privazione dei frati, la loro semplicità, il loro abbandono completo alla Provvidenza e il loro fraterno amore, molti erano toccati fino alle lacrime. « Ecco », si dicevano, « che mostra bene che il cammino del cielo è stretto, ed che è difficile ai ricchi entrare nel regno di Dio. Noi ci lusinghiamo di fare la nostra salvezza godendo della vita e prendendoci tutte le nostre comodità, e questi buoni frati si privano di tutto e tremano ancora. Vorremmo morire come loro, ma non vogliamo vivere allo stesso modo; si muore tuttavia come si è vissuto ». E vennero, al numero di più di cinquecento, a gettarsi ai piedi di Francesco e a chiedergli di riceverli nel numero dei suoi fratelli.
La conquista di questi nuovi discepoli, l'accrescimento e il rinnovamento del fervore, dello spirito di religione e di disciplina negli antichi, non furono i soli risultati di questo Capitolo generale. Vi si fecero nuovi e importanti statuti che finirono di imprimere all'Ordine il suo toccante e glorioso carattere. La povertà fu raccomandata nella costruzione dei monasteri, e, grazie a questa regola, i Frati Minori restarono sempre nel bello restando nel semplice. Si decise che, ogni sabato, una messa solenne sarebbe stata celebrata in tutti i monasteri in onore della beata Vergine Maria Immacolata: e, con questa decisione, l'Ordine dei Frati Minori, già cavaliere della santa povertà, si proclamò l'araldo della santissima Vergine e il propagatore nel mondo del grande dogma dell'Immacolata Concezione. Fu anche deciso che negli uffici dei Frati Minori sarebbe sempre stata fatta una menzione espressa di san Pietro e di san Paolo, e per ciò, l'Ordine di San Francesco proclamò e strinse ancora i legami di devozione assoluta e di filiale amore che lo legava alla Chiesa romana, madre e maestra di tutte le Chiese.
Infine, i frati si spartirono il mondo per diffondervi il Verbo divino e per conquistarlo a Gesù Cristo. Si tracciò il piano di questa campagna contro Satana, che doveva durare quanto la sua potenza, cioè fino alla fine dei tempi. Il papa Onorio III, allora a Viterbo, diede l'approvazione della Santa Sede a questa impresa. Muniti di questo prezioso passaporto, i Frati Minori si abbracciarono, si dissero addio, e si dispersero come un tempo gli Apostoli, portando la benedizione del loro padre Francesco.
Dopo aver congedato questa felice truppa, Francesco riprese il suo primo disegno di andare in Siria, persuadendosi che non poteva che guadagnare molto, poiché, se non avesse avuto la felicità di convertire il sultano d'Egitto con il suo popolo, poteva sperare di essere messo a morte e di riportare la corona del martirio. Prese con sé undici religiosi che un bambino gli designò per lo spirito di Dio. La sua navigazione fu molto felice. Arrivò primieramente al porto di Acri, poi a quello di Damietta, che era allora assediato dai cristiani. Questi non avendo voluto ascoltare gli avvisi profetici che diede loro, se ne trovarono molto male, e furono sconfitti in una giornata che costò loro molto sangue. Passò di là al campo dei Saraceni, dove, dopo molti oltraggi e colpi che ricevette da quegli infedeli, essendosi fatto presenta Damiette Città egiziana conquistata da San Luigi. re al sultano, gli parlò con una libertà e una forza sorprendenti, offrendosi persino di passare attraverso il fuoco per fargli vedere la verità della religione cristiana. Il timore umano impedì a quel principe di deferire alle pressanti istanze che gli faceva di farsi cristiano; ma non lo maltrattò, e gli rese, al contrario, molti onori. Gli diede persino permesso di predicare sulle sue terre e di battezzare coloro che avesse potuto convertire: ciò che Francesco e i suoi discepoli fecero con un meraviglioso successo, fino a ricevere dei Saraceni nel loro Ordine.
Fu allora che il demonio, vergognoso di questi progressi, suscitò una donna egiziana per sollecitare il santo uomo al peccato. Questi rispose che vi acconsentiva, ma che voleva lui stesso preparare un giaciglio conveniente. Ne fece uno con carboni ardenti, si mise sopra, e le disse: « Ecco il rimedio della concupiscenza ». Il suo corpo non bruciò in mezzo alle fiamme; ma la peccatrice fu toccata della sua colpa e degli altri crimini della sua vita passata: aprì gli occhi alla luce della fede, e, avendo abbracciato il Cristianesimo e la professione della continenza, fu persino causa della conversione di un gran numero di Maomettani della città dove dimorava. Il Santo, dopo molti altri successi che ebbe in quel paese, e soprattutto dopo che un convento intero di Benedettini, a Montenegro, vicino ad Antiochia, con l'abate e il priore ebbero abbracciato la sua Regola, vedendo che Dio non gli voleva dare la palma del martirio, risolse di ripassare in Europa. Prese prima congedo dal sultano Melédin, che gli aveva testimoniato tanta amicizia, esortandolo di nuovo ad abiurare gli errori di Maometto e a riconoscere la divinità di Gesù Cristo. Una tradizione pia, e che non manca di valore, riporta che queste esortazioni non furono inutili, che quel principe prese allora la risoluzione di fare un giorno ciò che gli consigliava; che, da allora, fu molto favorevole ai cristiani, amico della verità e della giustizia, misericordioso verso i poveri e lontano dal vizio dell'impurità; e che infine, essendo vicino a morire, fu visitato da due religiosi che san Francesco, che era in cielo già da dodici anni, gli inviò, e ricevette dalle loro mani il sacramento del battesimo, nella grazia del quale spirò. Questa conversione è possibile, poiché nulla è impossibile a Dio; ma non è verosimile, e la tradizione che la riporta non poggia su basi abbastanza certe perché si possa aggiungervi una fede intera.
Il servo di Dio, dopo aver predicato i crociati e posto le fondamenta del suo Ordine in quelle infelici contrade, tornò in Italia, dove fu ricevuto come un angelo del cielo: gli si fecero onori incredibili a Venezia, a Padova, a Bergamo, a Cremona, a Bologna e in tutte le altre città dove passò. Vi operò anche grandi miracoli e stabilì nuovi conventi dove non ve n'erano. Cambiò l'acqua corrotta di un pozzo in ottima acqua, a Cremona, congiuntamente con san Domenico; guarì un epilettico e un bambino che aveva perso un occhio a Bologna. Ma questi miracoli non sono nulla in confronto alla riconciliazione che organizzò tra due gentiluomini pronti a sgozzarsi. Trovando l'edificio del suo convento di Bologna troppo sontuoso, voleva farlo abbattere per rifarne uno più povero, e l'avrebbe fatto effettivamente, senza il cardinale Ugolino, che gli fece notare che quel monastero, essendo destinato agli infermi, doveva avere più estensione e comodità degli altri. È ciò che questo grande amico della povertà ha fatto in molte altre occasioni; quando gli si resisteva su questo punto, non entrava nel convento, e, con il suo allontanamento, lo privava della sua benedizione. Da Bologna, andò al deserto di Camaldoli, dove passò trenta giorni nella cella di san Romualdo, che si chiama ora di San Francesco, e vi fece fare gli esercizi a quel pio cardinale, che aveva una singolare venerazione per il suo merito. Venne poi nei suoi conventi del ducato di Spoleto, dove vide con i propri occhi il rilassamento che frate Elia, suo vicario generale, aveva introdotto nel suo Ordine per una falsa prudenza che non era secondo lo spirito di Dio, ma secondo lo spirito del mondo. Dio gli fece allora conoscere, per un'ammirevole visione di una statua, simile a quella di Nabucodonosor, gli abusi e i disordini che si introducevano nella sua Congregazione per questa sapienza della carne. Ne gemette a lungo davanti alla divina Maestà, e dopo aver fatto una severa reprimenda a quel vicario, e averlo reso ridicolo rivestendosi lui stesso del bell'abito che si era fatto fare, e rigettandolo con disprezzo, lo depose dal suo ufficio.
Ultimi anni e stimmate
Gli ultimi anni sono segnati dalla regola, la vicinanza di Chiara, il ritiro, le stimmate e la morte del santo.
La sua umiltà lo portò allo stesso tempo a dimettersi dalla sua carica di generale, per rivestirne frate Pietro di Cattaneo, davanti al quale si mise in ginocchio per protestargli obbedienza. Ciò non impedì tuttavia ai religiosi di riconoscerlo sempre come generale, o piuttosto come un superiore straordinario, al di sopra dei provinciali e del generale, e lo chiamavano per eccellenza il Padre, come colui che era, non solo il fondatore, ma anche il sostegno e l'anima di questa Congregazione nascente. In effetti, esercitò sempre nei suoi confronti l'ufficio di capo, di medico e di padre. Quanto era severo verso coloro che trovava colpevoli di proprietà, o che volevano avere mobili e libri per proprio conto! Quale avversione non testimoniava contro quei grandi teologi e quei dotti predicatori che, con questo pretesto, volevano essere considerati e avere esenzioni, o trascuravano lo spirito di penitenza e di orazione! Non era nemico dello studio, come alcuni di quei superbi gli imputavano, e lo fece ben vedere per la gioia che provò quando il grande Alessandro di Hales entrò nel suo Ordine e quando ordinò a sant'Antonio di Padova di insegnare la santa dottrina ai frati; ma era nemico di quella scienza che gonfia, tanto più che Dio gli aveva fatto conoscere che sarebbe stato per l'orgoglio dei dotti indovoti che il suo Ordine sarebbe caduto in decadenza e avrebbe perso lo spirito di umiltà e di semplicità che ne era tutta la forza. Diceva spesso che ci si inganna nell'attribuire la conversione dei peccatori a quei predicatori eloquenti che parlano solo per studio, e che non fanno nulla di ciò che predicano agli altri; ma che bisognava attribuire questi prodigiosi movimenti della grazia alle preghiere, alle lacrime e alla santa vita di un gran numero di persone semplici, che attirano dal cielo questa benedizione. Il suo discernimento degli spiriti era meraviglioso. Riconosceva quelli dei suoi frati che perseveravano nella loro professione, quelli che vi avrebbero rinunciato per apostasia, e quelli stessi ai quali Dio avrebbe fatto misericordia, o che sarebbero morti miseramente nella loro ostinazione: le predizioni terribili che ne fece hanno sempre avuto il loro effetto. Scrisse al generale, Pietro di Cattaneo, che faceva le sue visite, una lettera ammirevole con la quale lo istruiva su tutti i doveri di un buon superiore, e soprattutto sull'unione che doveva fare di giustizia e misericordia, per perdonare ai penitenti e per reprimere l'audacia e la ribellione dei superbi.
Questo generale morì; poiché i soccorsi miracolosi che si ricevevano continuamente alla sua tomba, a Nostra Signora degli Angeli, vi facevano fare grandi elemosine, il che alterava lo spirito di povertà, Francesco si rivolse a lui stesso, e gli ordinò di cessare di fare miracoli. Questo santo uomo obbedì subito, e si riconobbe, aprendo il suo sepolcro per trasportarlo altrove, che si era messo in ginocchio per ricevere questo comando. Chi avrebbe detto che il nostro Santo avrebbe messo al suo posto quel famoso frate Elia che aveva deposto dal suo vicariato, e il cui spirito altezzoso e presuntuoso gli era insopportabile? Lo fece tuttavia per un ordine espresso di Dio, le cui vie sono sempre dritte e sante, sebbene il segreto ci sia impenetrabile; e non solo lo fece generale, ma si mise ai suoi piedi e gli baciò la mano come al suo superiore legittimo. Ebbe allora il pensiero di ritirarsi in una solitudine; ma lo Spirito Santo gli fece conoscere che voleva che continuasse le sue predicazioni; come, in effetti, fece con più successo di quanto non avesse mai fatto. Ciò che è ammirevole è che spesso predicava agli animali stessi, come agli uccelli, ai pesci e agli agnelli, rimostrando loro gli obblighi che avevano verso Dio, e quanto fosse giusto che lodassero un Creatore così buono e così magnifico; e queste creature, prive di ragione, non solo lo ascoltavano attentamente, ma testimoniavano anche, con i loro movimenti, la gioia che avevano di ascoltarlo, poi, dopo il sermone, si servivano dei mezzi che la natura aveva dato loro per benedire e lodare il Signore.
Aveva sempre nuovi soggetti di gioia così come di afflizione e di dolore. Era per lui una felicità indicibile apprendere, ora il martirio di alcuni dei suoi che avevano portato la fede nei paesi infedeli, ora la vita pura, santa e sfolgorante di miracoli di alcuni altri, che riempivano tutto il mondo dell'odore delle loro virtù; ma aveva una pena incredibile nel vedere il rilassamento di molti altri che, appoggiati dall'autorità di Elia, generale, che era uno spirito forte, non cercavano che di alterare quella povertà estrema di cui voleva che i suoi facessero professione. Nostro Signore lo consolò in questa afflizione, assicurandolo che ci sarebbero sempre state nel suo Ordine persone zelanti per l'osservanza, in considerazione delle quali lo avrebbe amato singolarmente, e che ne sarebbe stato il protettore fino alla fine dei secoli.
Fu verso quel tempo che ottenne la celebre indulgenza della Porziuncola, di cui abbiamo parlato nel discorso sulla festa di Nostra Signora degli Angeli; essendo venuto a pranzare con santa Chiara, per le istanze che lei gliene fece, fece un discorso così elevato e così misterioso , che tutti g sainte Claire Discepola di Francesco d'Assisi e fondatrice del ramo femminile francescano. li assistenti e lui stesso caddero in estasi; il luogo dove si trovavano parve tutto in fiamme: il che vi attirò gli abitanti di Assisi. Così, questo pasto fu tutto spirituale, e non vi fu che l'anima che vi prese il suo nutrimento. Quello che fece poco tempo dopo, al refettorio con frate Elia, fu ben differente; questo generale, non potendo soffrire che il Santo avesse fatto mettere accanto a lui due religiosi molto semplici, per preferenza ai bei geni e ai dotti che erano nella comunità, ne mormorava in se stesso, e diceva che questo buon uomo distruggeva l'Ordine, rifiutando le persone abili per favorire le anime basse e striscianti; ma il Santo, che vide distintamente tutto ciò che voleva nel suo spirito, gli disse, con un tono spaventoso, che era lui stesso il distruttore della Compagnia per il suo orgoglio; ma che Dio non lo avrebbe lasciato senza castigo, perché sarebbe stato apostata e sarebbe morto nello stato deplorevole della sua apostasia. L'evento ha fatto vedere la verità di questa predizione; poiché Elia lasciò l'abito, e, essendosi unito all'imperatore Federico, scomunicato dalla Chiesa, morì fuori dalla religione; Dio gli fece tuttavia misericordia, dandogli allora lo spirito di penitenza, in considerazione delle preghiere che san Francesco aveva fatto per lui durante il corso della sua vita.
C'era già da molto tempo che questo beato Patriarca, volendo essere utile a tutto il mondo, aveva istituito il suo Terz'Ordine per le persone secolari che, senza lasciare gli impegni legittimi del loro stato, volessero condurre nel mondo una vita più pura e più perfetta di quella del comune dei cristiani. Vi ricevette in ogni tempo uomini, donne e vergini di grande merito, e si sa abbastanza che questo Terz'Ordine è diventato un vivaio di Santi e Sante. Nell'anno 1222, vi mise Matteo de Rubeis, della casa degli Orsini, e, abbracciando suo figlio, gli predisse che sarebbe stato un giorno papa, come lo è stato sotto il nome di Niccolò III. Da qualunque parte si volgesse, non era ovunque che prodigi. Cambiò le spine dove san Benedetto si era rotolato in rose di una bellezza e di un odore meravigliosi. A Gaeta, una nave venne da sé a trarlo da una folla di popolo che lo soffocava sulla riva, e gli servì poi da cattedra per predicare. Nello stesso luogo e nei dintorni, risuscitò tre morti; e, essendosi rotolato su spine molto pungenti per estinguere un movimento disonesto che aveva sentito nel suo corpo, tolse per sempre a quelle spine che lo avevano messo in sangue, la facoltà di pungere. A Bari, si coricò su un braciere ardente per far fuggire un'impudica che l'imperatore Federico aveva inviato al fine di provare la sua castità. Al monte Gargano, che visitò con una devozione incredibile per l'amore che portava all'arcangelo san Michele, fece nascere una fonte di acqua viva in un luogo secco e incapace di averne. A Gubbio, addomesticò un lupo per far vedere agli abitanti che la loro durezza e la loro impenitenza li rendevano peggiori dei lupi. Fece anche in diversi luoghi quantità di prodigi sugli alberi, rendendo fertili quelli che erano sterili, e sterili quelli che erano fertili; facendo crescere gli uni e impedendo la crescita degli altri, o facendo loro produrre in inverno foglie, fiori e frutti.
Dopo tante meraviglie, Nostro Signore gli comandò di fare una nuova Regola più corta e meglio ordinata della prima. Si ritirò per questo al convento di Mont-Colombe, dove, dopo un digiuno di quaranta giorni a pane e acqua, essendo tutto riempito di luci celesti, dettò a uno dei suoi compagni le ordinanze che lo Spirito Santo gli metteva in bocca. È con questa nuova legge che scese dalla montagna come un altro Mosè: la portò nel suo convento, e la mise tra le mani del generale Elia per farla pubblicare e osservare in tutto l'Ordine. Questi, trovandola troppo austera, non voleva affatto che fosse promulgata; ma non osando resistere direttamente al beato fondatore, finse di averla perduta. Allora il Santo ritornò una seconda volta sulla montagna, e Nostro Signore, continuando i suoi favori nei suoi confronti, gli mise la stessa regola, parola per parola, in bocca, per dettarla e farla scrivere. Il generale, avendone avviso, riunì diversi superiori della sua fazione, e, con quella truppa di vili provinciali e guardiani, venne a trovarlo per dichiarargli che non avrebbero ricevuto la regola che voleva dare loro. Ma furono sorpresi di sentire la voce di Gesù Cristo stesso che gli disse in loro presenza, queste parole distinte: «Francesco, questa regola non è opera tua, ma mia; intendo che sia guardata alla lettera, alla lettera, alla lettera, senza glossa, senza glossa. Se alcuni non la vogliono guardare, siano rigettati dalla Compagnia come difficili, mutini, scandalosi e incorreggibili. Conosco la capacità dell'uomo, e conosco le grazie e i soccorsi che voglio dargli». Questi superiori, presi da spavento e da terrore, caddero per terra e non osarono aprire bocca. Il Santo li rialzò e li rimandò in pace; poi li seguì, avendo il volto tutto sfolgorante di luce per la conversazione che aveva avuto con Dio. Trovò ancora resistenza quando fece leggere l'ordinanza di non possedere nulla né in comune né in particolare; ma essendo ritornato una terza volta all'oracolo divino, ne apprese che i Frati non possedendo nulla, non avrebbero tuttavia mancato di nulla, perché avrebbero avuto per fondo il tesoro inesauribile della divina Provvidenza. Ciò fece sì che questa regola fu infine accettata, e che in seguito fu approvata e confermata da una bolla del papa Onorio III, il 29 novembre 1223.
Il cardinale Brancaleone pressò così tanto a Roma il nostro Santo di rimanere alcuni giorni da lui, che dopo molta resistenza fu obbligato a consentire di essere alloggiato in una torre abbandonata del suo palazzo; ma Dio, che lo voleva interamente allontanare dalla corte dei grandi, permise al demonio di batterlo oltraggiosamente fin dalla prima notte che vi alloggiò. Partì dunque fin dal giorno seguente, con la benedizione del Papa, per andare a passare la festa di Natale nel suo convento di Greccio. Fu accanto a questo convento che, avendo fatto fare una stalla e una mangiatoia, con la figura del bambino Gesù, e avendovi fatto venire un bue e un asino per rappresentare il mistero della sua nascita, vi allestì anche un altare dove si disse la messa di mezzanotte. Servì da diacono a questa messa, e predicò poi sulle grandezze ineffabili di questo bambino, in presenza di un'infinità di popolo che vi era accorso. Lo chiamava spesso nel suo sermone il Bambino di Betlemme, e meritò, per il fervore di questa devozione, che quell'amabile Salvatore, apparendogli sotto una forma sensibile, gli permettesse di abbracciarlo e gli desse mille baci. Si fece in seguito una cappella nel luogo dove era questa stalla, la quale era estremamente frequentata dai pellegrini.
Appena fu di ritorno ad Assisi, santa Chiara e tutte le sue religiose lo suppliarono di dare loro una regola come ne aveva data una ai suoi religiosi. Si ritirò per questo in una solitudine con il cardinale Ugolino, protettore del suo Ordine, per ricevervi le luci del cielo. Dettò poi questa regola per ispirazione di Dio, e quel cardinale non fece difficoltà ad essere il suo segretario per una cosa così santa e a scriverla sotto di lui. Tutte le religiose la ricevettero con una sottomissione e un fervore meravigliosi. Tuttavia il Santo fu a lungo senza voler permettere che i suoi religiosi si caricassero della loro condotta: e diede loro per visitatore un eccellente servitore di Dio, dell'Ordine di Cîteaux, chiamato il P. Ambrogio. Temeva i disordini che arrivano dalla troppo grande frequentazione dei parlatori e delle grate, e credeva di non poter abbastanza distogliere i suoi figli da uno scoglio che è stato così dannoso a persone molto spirituali; ma, da allora, fu forzato, dal cardinale protettore, di soffrire che il P. Filippo Lelong, del suo Ordine, succedesse al P. Ambrogio nel superiorato del convento di San Damiano.
Sarebbe qui il luogo di parlare del suo secondo ritiro al monte della Verna, della Quaresima che vi digiunò in onore di san Michele, e delle sacre stimmate di Gesù Cristo crocifisso che ricevette per l'impressione di un serafino tutto ardente e tutto luminoso, ai suoi piedi, alle sue mani e al suo fianco; ma ne abbi Alverne Luogo celebre dell'ordine francescano dove soggiornò Corrado. amo già parlato ampiamente il 17 settembre. Il suo ritorno al monte de lla Verna stigmates Segni mistici della Passione di Cristo ricevuti dalla santa. fu onorato di diversi miracoli, e si vide una croce di luce che camminava davanti a lui per significare che era diventato tutto ardore e tutta luce, e un uomo interamente consacrato alla croce di Gesù. Commise tuttavia un'imperfezione: essendo andato a bussare alla porta della cella di frate Bernardo di Quintavalle, che era in una altissima contemplazione delle verità divine, e questi non avendogli risposto, ne risentì qualche turbamento in se stesso. Ma Nostro Signore lo riprese subito, chiedendogli se fosse ragionevole che quel santo uomo lasciasse il suo Creatore, con cui aveva l'onore di conversare familiarmente, per parlare a una piccola creatura come lui. Questa reprimenda lo toccò così tanto, che, per punirsi della sua colpa, forzò in seguito frate Bernardo a mettergli il piede sulla gola, trattandolo da superbo, da orgoglioso e da miserabile verme di terra.
Le lacrime che scorrevano continuamente dai suoi occhi lo avevano reso cieco; ma, tutto cieco com'era, non smetteva di farsi condurre o portare nelle città e nei villaggi circostanti per predicarvi la penitenza. Nei due anni che sopravvisse all'impressione delle stimmate, fu accasciato da malattie e da dolori incredibili. Ma, al culmine dei suoi dolori, lo prendevano estasi e rapimenti che lo portavano in spirito fino in cielo. Dava anche benedizioni continue a Dio, lodandolo nelle sue perfezioni infinite e in tutte le sue creature, come nel sole, la luna, il fuoco, l'aria, l'acqua, la terra, il freddo e il caldo, che chiamava i suoi fratelli e le sue sorelle. Nostro Signore, dal canto suo, lo consolava, ora con apparizioni piene d'amore, ora con una musica celeste, ora dandogli assicurazioni infallibili e di cui non poteva affatto dubitare, che era del numero dei predestinati, ora segnandogli precisamente il tempo e l'ora della sua morte. Le sue grandi malattie, e soprattutto il suo dolore agli occhi, che era insopportabile, obbligarono i suoi figli a condurlo a Rieti, dove era il Papa con i suoi cardinali, al fine di farlo vedere dai medici che seguivano la corte. Fu ovunque ricevuto con acclamazioni straordinarie, e il Papa stesso prese una cura particolare della sua guarigione. Quando gli applicarono un cauterio dietro l'orecchio, cosa che fecero al convento di Mont-Colombe, avendo pregato suo fratello il fuoco (è così che lo chiamava) di essergli favorevole, non risentì alcun dolore. La sua pazienza dava ammirazione ai medici e ai chirurghi, e li pagò con miracoli della pena che si prendevano di visitarlo. Un medico avendogli detto che, il pignone della sua casa separandosi dal corpo dell'edificio, ne temeva la rovina, gli fece prendere dei suoi capelli per metterli nelle fessure; e questo mezzo fu così efficace, che il pignone si ricongiunse all'ora stessa ai tetti e alle mura da cui si era separato. D'altronde, quest'uomo ammirevole, che non guariva se stesso, guariva spesso altri malati. Guarì tra gli altri un beneficiato chiamato Gedeone, afflitto da un'orribile paralisi che gli aveva contraffatto tutte le membra; e, siccome era un libertino, lo convertì all'istante; ma gli disse che, se fosse ritornato nei suoi disordini, sarebbe stato sorpreso da morte improvvisa per essere precipitato nell'inferno: il che avvenne effettivamente; poiché, avendo ripreso la sua prima vita, fu ucciso sotto le rovine della casa dove era coricato. Faceva anche mille altre azioni di carità; spesso inviava il suo mantello, la sua tunica e il suo pane ai poveri che sapeva essere nella necessità; riconciliava i nemici, placava le contese accese tra le città, le famiglie e le persone particolari; e soprattutto ristabilì ad Assisi la pace che un grande dissidio tra il governatore e il vescovo, sostenuti ciascuno da un forte partito, aveva interamente rovinata. Prediceva a molti ciò che doveva loro accadere, al fine di incoraggiare gli uni con la speranza della divina misericordia, e di umiliare gli altri con la vista dei castighi che erano loro destinati. Spiegava ai dottori i più difficili passaggi della Scrittura, e faceva loro vedere, con i suoi discorsi pieni di saggezza, che la sua ignoranza era più illuminata di tutta la loro scienza, per quanto profonda la credessero.
Come la voce dell'avvicinarsi della sua morte si sparse ovunque, ogni città desiderava essere il luogo beato dove questo astro si sarebbe eclissato sulla terra per andare a brillare nel cielo; ma la città di Assisi la vinse su tutte le altre. Vi fu portato con buona guardia, per paura che questo tesoro fosse portato via dalle città vicine. Essendo nel suo convento della Porziuncola, diede ammirevoli istruzioni ai suoi figli riguardo alla povertà e alla fiducia nella divina Provvidenza, il modo di comportarsi nello stabilimento e nella costruzione dei nuovi conventi, la forma di ricevere e di istruire i novizi, e molti altri punti importanti alla sua religione; istruì anche molto eccellentemente santa Chiara e le sue figlie con lettere piene dello spirito di Dio. Infine, dopo aver dato a tutti la sua benedizione, si dispose a quell'ultima ora che doveva essere la prima della sua felicità eterna. Ricevette dunque i sacramenti con una devozione degna della grandezza della sua legge e del rispetto che aveva per queste fonti vivificanti della salvezza degli uomini. Quindi, volendo morire nell'ultimo eccesso della povertà, tolse il suo abito, uscì dal suo letto e si coricò sulla terra, al fine di poter dire con Giobbe: «Sono uscito nudo dal seno di mia madre e vi ritornerò nudo». Aveva solo la mano sinistra sulla piaga del suo fianco, al fine di nasconderla agli occhi degli assistenti. Allora, colui che serviva da guardiano gli presentò una vecchia veste e una corda, per elemosina, e gli comandò di riceverle in spirito di obbedienza: le ricevette subito e permise che lo rivestissero; ma pregò i suoi frati che dopo la sua morte lo lasciassero per qualche tempo nudo sul pavimento, per imitare più esattamente la povertà sovrana del suo Salvatore spirante sulla croce. Non si può esprimere la gioia che aveva di finire la sua vita in uno spogliamento così perfetto e così universale. D'altronde, Nostro Signore lo consolava ammirevolmente con le nuove assicurazioni che gli dava, che stava per godere per un'eternità della sua presenza. I suoi figli fondevano in lacrime attorno al suo letto. Diede loro l'ultimo saluto con queste parole: «Addio, miei cari figli, dimorate costantemente nel timore di Dio. Voi sarete provati da grandi tentazioni; siate fermi nelle vostre buone risoluzioni: vi abbandono alla misericordia del Signore, verso cui me ne vado». Poi, essendosi fatto leggere il Vangelo di san Giovanni che inizia con queste parole: *Ante diem festum paschæ*, recitò il salmo CXLII, e a queste parole, con cui finì: «Trai l'anima mia dal carcere per lodare il tuo nome; i giusti mi attendono finché tu mi ricompensi dei miei lavori», abbassò dolcemente la testa, chiuse gli occhi e rese il suo spirito a Dio. Fu il sabato 4 ottobre 1226, il quarantacinquesimo anno della sua età, il ventunesimo della sua conversione, e il diciannovesimo dall'inizio del suo Ordine.
Alla stessa ora, diverse persone ebbero rivelazione della sua felicità e lo videro persino salire in cielo. Il suo corpo essendo stato messo nudo sulla terra secondo il suo desiderio, parve così bello e così sfolgorante, che non si sarebbe mai detto che fosse quel corpo che aveva reso nero, secco e disfigurato dalla rigore delle sue penitenze; esalava anche un odore ammirevole che profumava tutto il luogo. Una dama romana, chiamata Jacopa dei Settesoli, portò, per ordine di un angelo, un abito nuovo per coprirlo. Gli era stata molto affezionata durante la sua vita, e aveva ricevuto grandi grazie dalle sue istruzioni e dall'intercessione delle sue preghiere; ebbe allora la soddisfazione di vedere le piaghe che il serafino gli aveva impresse. Molte altre persone le videro anche.
La chiesa di Assisi, primo monumento gotico dell'Italia, è costruita sulla croce e offre, nella sua parte inferiore, la figura misteriosa del Tau impresso sulla fronte di san Francesco. Si divide in chiesa bassa e in chiesa alta: la chiesa bassa rappresenta Francesco sofferente e nell'anima e nel corpo; la chiesa alta è il simbolo di Francesco eternamente glorificato nel cielo. — Si vede al Louvre un bel quadro di Giotto, rappresentante la stimmatizzazione di san Francesco. Nel gradino, vi sono tre compartimenti veramente meravigliosi, di cui uno rappresenta Francesco che predica ai piccoli uccelli. — È anche rappresentato: 1° mentre riceve il bambino Gesù dalle mani della Vergine; 2° in estasi, seduto, le mani appoggiate su un teschio; 3° mentre riceve una croce dalle mani del bambino Gesù; 4° seduto a terra, tenendo un crocifisso tra le sue due mani; 5° in ginocchio, tenendo il bambino Gesù tra le sue braccia; 6° mentre distribuisce i cordoni del suo Ordine a diverse persone; 7° avendo i piedi e le mani trafitti da grossi chiodi. Vicino a lui un montone, immagine di Gesù Cristo o della dolcezza; 8° in estasi, sostenuto dagli angeli; 9° posto sulle nuvole; 10° mentre predica ai frati; 11° mentre dà la mano a un lupo che gli presenta la zampa, per ricordare un episodio della sua vita; 12° tenendo due rami di fiori; 13° in ginocchio, mentre medita; 14° mentre muore: è coricato nella sua cella, e vicino a lui vi sono tre religiosi che lo assistono.
Culto, reliquie e scritti
Dopo la morte di Francesco, il testo descrive la venerazione del suo corpo, la sua canonizzazione, i suoi scritti e la prima memoria francescana.
## CULTO E RELIQUIE. — SCRITTI. — ORDINE DI SAN FRANCESCO.
I religiosi, dopo aver lavato e imbalsamato il corpo, lo rivestirono di una tunica nuova aperta sul lato del cuore e lo esposero su ricchi tappeti alla venerazione dei fedeli. Il suo cuore e le sue viscere furono estratti e deposti nella chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il suo corpo fu poi portato, tra fiaccole ardenti, il canto di salmi e cantici che formavano una melodia tutta celeste, al convento di San Damiano, che era quello di santa Chiara, affinché questa santa donna e tutte le sue religiose avessero la felicità e la consolazione di vedere quelle piaghe che destavano lo stupore di tutto il mondo. Santa Chiara si sforzò di estrarre il chiodo da una mano, ma non poté ottenere altro che sangue che colò dalla piaga che aveva agitato; da lì, i principali abitanti di Assisi, essendosi fatti carico di questo prezioso fardello, lo trasportarono con una pompa incredibile nella chiesa di San Giorgio, non potendo quei pii cittadini soffrire che rimanesse fuori, esposto agli insulti e alle imprese delle città vicine. Da allora si verificarono così tanti miracoli presso la sua tomba che, due anni dopo, il 7 luglio 1228, Gregorio IX, che era stato il protettore del suo Ordine, lo canonizzò solennemente ad Assisi. Questo Papa non dubitava affatto delle piaghe dei suoi piedi e delle sue mani, avendole viste egli stesso scoperte nei colloqui familiari che aveva avuto con lui. Dubitava solo della piaga del costato e di ciò che si diceva, ovvero che fosse simile a una bocca piacevolmente socchiusa e che ne uscisse talvolta del sangue; ma il Santo gli tolse questo dubbio apparendogli, mostrandogli quella stessa piaga e facendone scorrere, in sua presenza, un piccolo rivolo di sangue. Sua Santità ne riempì un'ampolla.
Subito dopo la canonizzazione, si iniziò una magnifica chiesa in suo onore, in un luogo che veniva chiamato il colle d'Inferno, e che egli aveva scelto per umiltà come luogo della sua sepoltura, perché era il posto dove si era soliti giustiziare i criminali; e, quando la chiesa inferiore fu terminata, vi si trasportò il suo corpo sacro il 26 maggio 1230; lo si nascose in una cripta per assicurarsene più sicuramente il possesso. L'intera chiesa, con il monastero annesso, fu interamente completata e consacrata dal papa Innocenzo IV nel 1243. Il monastero fu chiamato da quel giorno il Negro-Convento, il convento sacro per eccellenza, e la chiesa ricevette il titolo di cappella papale. Ecco la relazione della sua scoperta nel 1818, così come la troviamo in una memoria presentata al papa Pio VII dal reverendo Padre Donis, ministro generale dell'Ordine dei Minori Conventuali.
Lo stato del corpo di san Francesco d'Assisi e il luogo che lo racchiudeva sono stati per sei secoli problemi che, dopo aver esercitato la penna di diversi scrittori, non erano stati risolti. Si sapeva che, nel 1230, questo santo corpo era stato prelevato dagli abitanti di Assisi nel momento in cui lo si trasferiva nella nuova chiesa costruita in onore del servo di Dio sul colle d'Inferno, vicino a quella città: e da quel momento non si era potuta conoscere la posizione precisa della sua tomba. Una tradizione, abbastanza generalmente diffusa tra i Francescani, faceva loro credere che il corpo del loro santo fondatore fosse racchiuso in una chiesa sotterranea situata su quel colle. Questa tradizione, non essendo appoggiata su alcun fondamento solido, era stata più volte combattuta, e la disputa era stata persino abbastanza seria da obbligare il papa Paolo V a vietare di fare alcuna ricerca per trovare il corpo di san Francesco. Questa difesa era tanto più saggia in quanto non si aveva alcuna nozione certa sulla chiesa sotterranea dove si pretendeva che fosse stato deposto, né i mezzi per entrarvi. Tuttavia un certo personaggio ebbe, nel 1818, la temerità di affermare che era sepolto in quella chiesa, e fu abbastanza audace da dare false indicazioni sul modo di scendervi. Il tono di sicurezza con cui parlava ispirò una certa fiducia, e il Padre Denis, ministro generale dei Frati Minori Conventuali che officiava la chiesa di San Francesco, ottenne dal papa Pio VII il permesso di intraprendere degli scavi nella chiesa inferiore per scoprire il luogo che veniva indicato. Si iniziarono durante la notte del 5 ottobre 1818 i lavori che venivano fatti segretamente. I primi sforzi furono infruttuosi; si acquisì presto la certezza che non esisteva alcuna chiesa sotterranea e che le asserzioni del personaggio di cui abbiamo parlato non avevano nulla in comune con la verità. Tuttavia il desiderio di scoprire il santo corpo fece continuare i lavori in un'altra parte della chiesa. Si credette di riuscire meglio scavando sotto i gradini dell'altare maggiore. Questa volta la speranza non fu delusa; si trovò dapprima un buco molto stretto il cui fondo era riempito di un cemento così duro che non si poté rimuovere se non con pene incredibili. Più profondamente si incontrarono due muri che condussero alla scoperta di due pietre poste l'una sull'altra e che sembravano essere state messe a bella posta in quel luogo. Essendo state rotte queste pietre, se ne trovò una terza la cui posizione annunciava che copriva uno spazio vuoto. Si perforò questa con precauzione e dall'apertura si vide una grata di ferro. Con l'aiuto di una luce si illuminò l'interno di questa grata che presentava uno scheletro umano coricato in una bara di pietra. I religiosi che dirigevano gli scavi non dubitarono affatto che fosse il corpo di san Francesco, e la loro gioia fu tanto grande quanto i loro sforzi erano stati penosi, poiché non fu che dopo cinquantadue notti di un lavoro ostinato che ottennero questo felice risultato. La scoperta ebbe luogo la notte del 12 dicembre 1818; e nel momento stesso coloro che si trovavano presenti sentirono un odore molto soave che si esalava dall'interno della grata.
La prima cura del guardiano del convento di San Francesco fu di informare il suo superiore generale, che risiede a Roma, del felice esito dell'impresa; questi la fece conoscere a sua volta al sovrano pontefice Pio VII, il quale, avendo ordinato dapprima di lasciare il corpo santo nella situazione in cui lo si sarebbe trovato, nominò subito una commissione composta dai vescovi di Assisi, di Nocera, di Spoleto, di Perugia e di Foligno, per farne l'esame giuridico e constatarne l'autenticità; poiché tanto la Chiesa mostra venerazione per i resti preziosi degli amici di Dio, tanto prende precauzioni per non presentare che vere reliquie alla pietà dei fedeli. Il Santo Padre si affrettò ad indirizzare a questi prelati, l'8 gennaio 1819, delle lettere apostoliche con le quali diceva loro che, desiderando conoscere ciò che questa scoperta offre di certo, si affida alla loro buona fede e alla loro esattezza per constatare l'identità del santo corpo; vuole persino che ciascuno di loro gli comunichi la sua opinione particolare. Fedeli nel compiere le intenzioni del capo della Chiesa, i cinque vescovi si riunirono senza indugio ad Assisi e iniziarono le informazioni che erano incaricati di fare. Non si accontentarono di interrogare i religiosi e gli operai che avevano contribuito a scoprire la bara; dopo aver esatto da loro il giuramento, chiamarono diversi professori che insegnavano fisica e chimica nei collegi delle città vicine. Si erano trovati con lo scheletro i resti di un abito grossolanamente tessuto, alcune piccole sfere che sembravano essere grani di rosario, resti di un cordone e otto monete del XIII secolo; questi oggetti furono sottoposti all'esame dei professori che diedero ugualmente il loro parere sulla cristallizzazione di cui molte delle ossa erano coperte. Furono ascoltati anche medici e chirurghi: e, in base all'ispezione dello scheletro, giudicarono che dovesse essere quello di un uomo di mezza età e di mediocre statura.
Avendo così preso tutti i mezzi che la prudenza indicava per conoscere bene la verità, i cinque vescovi indirizzarono il loro verbale al sovrano Pontefice, che, a sua volta, nominò una commissione per esaminare la procedura. Questa commissione, composta da cardinali e altri gravi personaggi, essendosi pronunciata nella maniera più favorevole, Pio VII, dopo un esame che fece egli stesso della causa, diede infine, il 5 settembre 1822, delle lettere apostoliche, in forma di breve, per dichiarare autenticamente che il corpo trovato sotto l'altare maggiore della basilica di San Francesco ad Assisi è veramente quello di questo santo patriarca. Vi riporta sommariamente il modo in cui queste sante reliquie sono state scoperte, le precauzioni che ha comandato di prendere per non essere punto indotto in errore, e benedice il Padre di ogni consolazione, «colmo», aggiunge, «della viva speranza che l'invenzione di questo prezioso corpo sarà per noi un pegno nuovo e singolare di una protezione tutta speciale di questo grande Santo, in tempi così difficili». Il sovrano Pontefice ordina poi che questo prezioso deposito sia conservato intatto nel luogo dove è stato trovato, e vuole che un monumento sia elevato in quel luogo stesso alla gloria di san Francesco. Le intenzioni di Pio VII sono state adempiute: un mausoleo in marmo copre ora il caveau dove riposa nel suo antico sarcofago il corpo del servo di Dio. Alcune reliquie soltanto ne sono state estratte per ordine dello stesso Pontefice, per essere inviate all'imperatore d'Austria Francesco II, che le ha fatte esporre alla venerazione pubblica. La pietà filiale dei Francescani verso il loro santo istitutore e il rispetto degli abitanti di Assisi per il loro illustre concittadino non si sono sentiti limitati a un semplice monumento. Si è scavato attorno alla tomba, nella roccia viva, abbastanza profondamente da ottenere lo spazio necessario a una chiesa che vi si è stabilita e che ha la forma di una croce greca. La tomba del Santo si trova nel mezzo; è sormontata da una piccola cupola, arricchita di colonne di marmo prezioso e di ornamenti in bronzo dorato; davanti al monumento si trova l'altare maggiore, altri due sono posti alle estremità dei bracci della croce. Un ampio lucernario, che sale fino al suolo, dà a questa chiesa sotterranea la luce conveniente; essa è rivestita di vari marmi che l'abbelliscono; immediatamente al di sopra si trova la chiesa inferiore del convento, e su questa la chiesa alta o superiore, vasta e bella basilica, che è ricca di pitture preziose.
Mentre la Chiesa procedeva con saggia lentezza al riconoscimento del corpo di san Francesco, il Signore manifestava con prodigi l'autenticità di questi preziosi resti. Una religiosa Domenicana, chiamata suor Maria Luisa, afflitta da un tumore al ginocchio sinistro, di cui soffriva molto, e per la guarigione del quale non si era impiegato alcun rimedio, fu, nel mese di gennaio 1819, subitamente liberata da questa infermità, per l'applicazione che fece di un panno che aveva toccato il repellente di san Francesco. Lei e quattro delle sue compagne, interrogate giuridicamente per ordine del vescovo di Foligno, attestarono la verità di questa guarigione improvvisa.
«Giuseppe Natalini, mulattiere, abitante di Assisi, era da quattro anni tormentato da un reumatismo che, nel corso dei mesi di gennaio e febbraio 1813, divenne così violento che fu per tutto questo tempo trattenuto a letto, senza poter muoversi. Questi dolori furono ancora più grandi nel 1819, alla stessa epoca, e i rimedi che un medico gli aveva indicato non poterono procurargli alcun sollievo. Una donna pia impegnò Natalini a farsi portare alla chiesa di San Francesco. Egli vi acconsentì, e si trovò nel momento in cui i vescovi sigillavano la grata di ferro che racchiudeva il santo corpo. La pietra che aveva ricoperto la bara era depositata nella chiesa; Natalini si stende su questa pietra e reclama con fiducia il soccorso di san Francesco; nello stesso istante tutti i suoi dolori cessano, egli si rialza perfettamente guarito e ritorna in piena salute alla sua dimora. È la deposizione giuridica che fece davanti al vescovo di Assisi il 5 luglio seguente; deposizione che fu confermata da quella del suo medico e di altri due testimoni.
Il papa Leone XII, con il suo decreto del 22 giugno 1824, ordinò che in futuro tutto l'Ordine di San Francesco celebrasse ogni anno, il 12 dicembre, con rito doppio maggiore, la festa dell'invenzione del corpo del suo santo patriarca».
Molti documenti scritti di san Francesco sono giunti fino a noi: sono lettere, discorsi, trattati ascetici, colloqui, pensieri, brevi osservazioni, poesie, pezzi meno autentici. Sono stati riuniti e pubblicati da Jean de la Haye, *S. Francisci Opera*, Prædonti, 1739, in-fol. Le sue poesie si trovano anche nella raccolta intitolata: *Rime di diversi antichi autori Toscani*, Venezia, 1731, in-8°. Sono state molto spesso ristampate. Si contestò che fossero tutte di san Francesco. In ogni caso, il più celebre di questi cantici, quello del Sole, è incontestabilmente suo.
L'Ordine di San Francesco ricevette grandi privilegi da diversi Papi, e in particolare dalla bolla *Mare Magnum*, pubblicata da Sisto IV nel 1474. Leone X estese questi privilegi, nel 1519, a tutti gli altri Ordini mendicanti.
Il primo Ordine di San Francesco, che ha dato alla chiesa quarantacinque cardinali e cinque Papi: Niccolò IV, Alessandro V, Sisto IV, Sisto V, Clemente XIV, si divide in religiosi *Conventuali* e in religiosi dell'*Osservanza*. L'origine dei Conventuali risale al tempo di Elia; poco tempo dopo la morte del nostro Santo, ottennero dai loro generali, e in seguito dai Papi, il permesso di ricevere rendite e fondazioni. Li si chiamò Conventuali, perché vivevano in grandi conventi, laddove coloro che seguivano la Regola in tutta la sua purezza dimoravano in eremi o in case basse e povere; e fu questo zelo per la Regola che li fece chiamare *Osservanti* o Padri dell'*Osservanza regolare*. Si dava principalmente questo nome a coloro che seguivano la riforma stabilita al loro istituto primitivo, e di cui san Bernardino da Siena fu l'autore nel 1419.
Essendosi moltiplicate le riforme di questo Ordine, Leone X, nel 1517, le ridusse tutte a una, sotto la denominazione di Francescani riformati, e permise a ciascuna di avere il suo generale.
Famiglia francescana e posterità
La fine del testo amplia la vita di Francesco alla storia dei rami francescani, delle Clarisse e del Terz'Ordine.
Gli Osservanti di Francia furono chiamati *Cardebers*, dalla corda che portano come cintura.
Tra gli Osservanti, alcune riforme più severe si sono mantenute, nonostante l'unione fatta da Leone X, o si sono stabilite in seguito. Si chiamano questi Osservanti, dell'*Stretta osservanza*. Si distinguono tra loro i *Francescani scalzi* di Spagna, sui quali si può vedere la vita di san Pietro d'Alcantara; in Italia sono chiamati Francescani riformati. Essi formano una congregazione distinta, che è soprattutto fiorente in Spagna. Hanno diversi conventi in Italia, di cui uno si trova a Roma sul Monte Palatino. Ne hanno in Messico, nelle Isole Filippine, ecc.
La riforma detta dei Riformati (Récollets) fu stabilita in Spagna nell'anno 1509, dal Padre Giovanni di Guadalupe; essa fu accolta in Italia nel 1525, e in Francia nel 1584. Il nome di Riformati fu dato a questi religiosi perché vivevano in conventi solitari e facevano una professione più speciale della pratica del ritiro e del raccoglimento.
La riforma dei Cappuccini fu stabilita in Toscana nel 1523, da Matteo da Bascio. Non si può, come hanno fatto alcuni autori, attribuirla a Bernardino Ochino, che entrò nell'Ordine solo nel 1534. Questi divenne un celebre predicatore e fu eletto generale del suo Ordine; ma in seguito apostatò e abbracciò il luteranesimo. Predicò la poligamia con i suoi discorsi e il suo esempio, e morì miseramente in Polonia, dopo essersi reso oggetto dell'indignazione pubblica per l'orribile corruzione dei suoi costumi.
I Cappuccini hanno una toppa sul retro del loro abito, come san Francesco raccomanda nel suo testamento. Portano la barba lunga, laddove san Francesco, secondo Wadding, Filippo, ecc., la portava estremamente corta. La riforma dei Cappuccini fu approvata da Clemente VII nel 1523. I Cappuccini e i Riformati portano un abito di colore bruno; ma quello dei Cordeliers conventuali è nero. Il convento di Assisi, dove san Francesco è sepolto, appartiene ai Conventuali.
Il secondo Ordine di San Francesco è quello delle Clarisse, sulle quali si può consultare la vita di santa Chia ra. Santa Clarisses Ordine religioso contemplativo fondato da santa Chiara, al quale appartiene Caterina. Isabella, sorella di san Luigi, avendo ottenuto dal papa Urbano IV, nel 1263, il permesso di assegnare rendite fisse alle religiose di Santa Chiara, che aveva stabilito a Longchamps, vicino a Parigi, si diede il nome di Urbaniste a quelle che ricevettero la bolla del sovrano Pontefice. Le altre furono chiamate povere Clarisse. La beata Coletta di Corbie introdusse una riforma austera in diverse case di queste ultime.
La riforma delle Cappuccine fu iniziata a Napoli, nel 1538, dalla venerabile madre Maria Lorenza Longo. La duchessa di Mercœur le stabilì a Parigi nel 1602.
Il convento dell'Ave-Maria di Parigi era del Terz'Ordine di San Francesco; ma le religiose che lo componevano, avendo ri nunciato alle l troisième Ordre Ramo francescano destinato ai fedeli che vivono lo spirito di Francesco al di fuori del primo ordine. oro rendite nel 1485, abbracciarono la riforma di Santa Chiara, e superano in austerità tutte le altre riforme dello stesso Ordine.
Le religiose dell'Immacolata Concezione della santa Vergine furono fondate a Toledo, nel 1484, dalla venerabile Beatrice de Silva, e il papa Innocenzo VII approvò il loro istituto nel 1489. Il celebre cardinale Ximenes, che era egli stesso francescano, le unì alle Clarisse, di cui adottarono la Regola, ma con alcune mitigazioni. Il papa Giulio II diede, nel 1511, una Regola particolare alle Concezioniste, lasciandole tuttavia sempre incorporate alle Clarisse.
Il Terz'Ordine di San Francesco fu istituito dal Santo stesso nel 1221, a Poggibonsi, in Toscana, e a Caruncio, nella valle di Spedino. Era per le persone dell'uno e dell'altro sesso impegnate nel mondo e persino nel matrimonio, le quali si assoggettavano a certe pratiche di pietà compatibili con il loro stato, ma nessuna delle quali obbligava sotto pena di peccato. Questi esercizi non erano che regole di condotta che non comportavano né voto né obbligo. I Domenicani, gli Agostiniani, i Carmelitani, i Minimi e i Serviti imitarono questo Istituto. Dopo la morte di san Francesco, diverse persone di questo Terz'Ordine si sono riunite in comunità in tempi e luoghi diversi; hanno mantenuto la clausura e hanno fatto i voti solenni di povertà, castità e obbedienza. Esse guardano come loro fondatrice santa Elisabetta d'Ungheria, duchessa di Turingia, che morì nel 1231. Questo Istituto contiene persone dell'uno e dell'altro sesso, che si dividono in diversi rami, alcuni dei quali si consacrano al servizio dei malati negli ospedali.
Le religiose chiamate nelle Fiandre Suore grigie, portavano anticamente un abito grigio; hanno abbandonato questo colore in alcuni luoghi, per sostituirlo con il bianco, il nero o il blu scuro. Fanno in alcune case i voti solenni di religione; ma comunemente si attengono ai voti semplici di povertà, obbedienza e castità.
Le religiose di questo Terz'Ordine, che si chiamano Penitenti, furono istituite a Foligno, nel 1397, dalla beata Angela, contessa di Civitella, e sono in numero molto grande. Vi è nei Paesi Bassi una riforma di questo istituto, che prende il nome di Recollettine.
I religiosi del Terz'Ordine di San Francesco, che si consacrarono al servizio dei folli e degli altri malati, non fanno per la maggior parte che i voti semplici di castità, povertà e obbedienza ai vescovi nelle diocesi in cui sono stabiliti, aggiungendovi quello di servire i malati. Osservano la terza Regola di San Francesco e vivono negli ospedali o in società che chiamano famiglie. Tali sono, in Spagna, i Minimi infermieri, chiamati anche Obregoni, da Bernardino Obregón, gentiluomo di Madrid, che fu il loro fondatore, e nelle Fiandre, i Bons-Fieux o Buoni Figli, che cinque mercanti pieni di pietà fondarono ad Armentières, a Lilla, ecc.
Vi sono in alcuni luoghi religiosi chiamati Penitenti del Terz'Ordine, che si occupano dell'istruzione del popolo e delle altre funzioni del ministero, come i Frati Minori. Si distingue tra loro la congregazione detta di Picpus. Fu istituita da Vincent Bossart, parigino, nel 1595. I primi membri di questa congregazione erano i secolari del Terz'Ordine, dell'uno e dell'altro sesso, che si riunivano insieme. Il loro primo monastero fu eretto a Francouville, villaggio situato tra Parigi e Pontoise. Il secondo, di cui hanno preso il nome, è in un luogo chiamato Picpus, nel Faubourg Saint-Antoine, a Parigi. Hanno in Francia più di sessanta monasteri che formano quattro province.
I Frati Minori ebbero stabilimenti considerevoli in Inghilterra. San Francesco vi inviò, nel 1219, Angelo da Pisa con altri otto dei suoi religiosi. Arrivarono tutti a Dover nel 1220 e fondarono un convento a Canterbury; poco tempo dopo, ne fondarono un altro a Northampton, che divenne molto celebre. Quello che avevano a Londra, vicino a Newgate, fu fondato nel 1306 dalla regina Margherita, seconda moglie di Edoardo I. Vi era una magnifica biblioteca che era stata donata ai religiosi, nel 1429, da sir Richard Whittington, allora sindaco di Londra. Quando furono distrutti i monasteri, si fece di quello di cui parliamo un ospedale dove si allevano quattrocento bambini detti Enfants-bien.
I Francescani avevano in Inghilterra circa ottanta conventi, indipendentemente da quelli di donne del loro Ordine, che, secondo Tanner, non erano molto numerosi. La principale casa delle Clarisse era vicino ad Aldgate; fu costruita da Bianca, regina di Navarra, e da Edmondo, suo marito, che era figlio di Enrico III, fratello di Edoardo I, e conte di Lancaster, Leicester e Derby. Queste Clarisse erano del numero di quelle che si chiamavano Urbaniste. Oltre al nome di Clarisse, si dava loro ancora quello di Minoresse. Si chiamavano i loro conventi Minories. Al momento della distruzione dei monasteri, quello delle Clarisse di cui si tratta qui fu trasformato in un deposito d'armi. Il suo nome è rimasto alla parte della città dove si trovava, ed è stato dato ai nuovi edifici che si estendono fino alla campagna.
Se si vuole conoscere bene lo stato fiorente di cui godevano i Francescani in Inghilterra, e il numero di grandi uomini che il loro Ordine vi produceva, si può vedere la buona storia della provincia inglese di questi religiosi; il Padre Davenport, nel suo Supplém. historiæ provincie Anglicanae, e Stevens, Monasticon. Anglic. t. 1, p. 39 et seq.
Questa antica provincia fu ristabilita dal Padre Giovanni Jennings, che gettò le fondamenta del celebre convento dei Francescani a Douai, verso l'anno 1617. Di tutti i religiosi di questo Ordine che hanno fatto rivivere in loro lo spirito di san Francesco in questi ultimi tempi, pochi hanno eguagliato il venerabile Padre Paolo di Santa Maddalena, o Henri Béart, come ci si può convincere leggendo la sua vita e i suoi pii scritti. Morì a Londra per la fede, il 17 aprile 1643.
Secondo i Padri Hélyot e Chaippe, vi sono più di settemila conventi di Francescani del primo e del Terz'Ordine, e quasi centoventimila religiosi in queste case. Gli stessi autori contano, compresi tutti i rami del secondo e del Terz'Ordine, più di novemila monasteri di Francescani, e ventottomila a trentamila religiose sottomesse ai superiori dell'Ordine di San Francesco, indipendentemente da quelle che sono sottomesse ai vescovi diocesani. Il loro numero era molto più considerevole prima della distruzione dei monasteri in Inghilterra e nei regni del nord. Sabellico contava, nel 1350, millecinquecento case di Francescani, e novantamila religiosi.
L'ufficio di generale nell'Ordine di San Francesco era anticamente perpetuo; ma non si dà più che per sei anni dal 1500.
La rivoluzione del 1792 avendo avvolto in una stessa rovina il trono, gli altari e le istituzioni religiose, i Francescani condivisero la sorte di tutto il clero francese. Ogni speranza di ristabilimento sembrava perduta, quando tutto a un tratto, nel 1849, il reverendissimo Padre di Loretto, ministro generale dell'Ordine di San Francesco, credette che il momento favorevole per agire fosse arrivato, e gettò gli occhi sul Padre fra Giuseppe Aréso, missionario della provincia di Navarra (Spagna), che allora si trovava in Egitto, e gli ordinò di partire per la Francia in qualità di commissario di Terra Santa, ingiungendogli allo stesso tempo in una lettera patente di lavorare al ristabilimento dell'Ordine in quella contrada. Il Padre Aréso, arrivando in Francia, si recò direttamente a Saint-Palais, piccola città dei Bassi Pirenei, dove acquistò una casa borghese e vi fece costruire una cappella. Fece poi venire dall'Italia due Padri spagnoli emigrati, il Padre fra Giovanni Obiéta e il Padre fra Giuseppe Isaguieré, entrambi missionari del collegio di Zarcoz, nella provincia di Guipúzcoa (Spagna). Chiamò successivamente a sé altri tre Padri spagnoli della provincia d'Aragona, che si trovavano nella diocesi di Rouen, il cui principale è il Padre fra Roch Claramunt. Infine il Padre Emmanuel Bécvidé, con un altro, vennero a raggiungerlo dalla provincia di Guipúzcoa.
Mentre si lavorava alla casa di Saint-Palais per la sua nuova destinazione, cioè per diventare un collegio di missionari francescani, il Padre Aréso rese conto della sua missione al reverendissimo Padre, ministro generale, che gli inviò l'autorizzazione che il nostro Santo Padre il Papa aveva concesso per l'erezione canonica del suddetto stabilimento, nonché la patente di commissario provinciale per tutta la Francia, il che ebbe luogo il 12 giugno 1851.
Il convento di Saint-Palais, per la sua posizione vicino ai confini della Spagna, non poteva certo diventare il capoluogo di una provincia nascente e di una così vasta estensione come la Francia, né attirargli soggetti; il Padre Aréso, lasciando il collegio dei missionari francescani di Saint-Palais sotto la direzione del reverendo Padre Giuseppe Isaguieré, che ne era stato nominato guardiano, venne a Parigi per trovarvi risorse e protettori, al fine di continuare le sue fondazioni. Molti ostacoli si opposero ai suoi progetti. Dopo otto mesi di corse e fatiche, trovò una persona che comprese subito che la sua opera era molto importante per la religione in Francia e per l'influenza francese in Oriente, e specialmente in Palestina, e che era nell'interesse di questa nazione ammettere i Francescani nel suo seno e proteggerli. Il Padre Aréso, appoggiato fortemente da questa persona, si presentò al ministero degli affari esteri e a quello dei culti. Vi trovò spiriti ben disposti a far riuscire la sua impresa, sotto il duplice rapporto della sua influenza in Oriente e del bene spirituale che ne sarebbe risultato per la Francia stessa. Da quel momento tutto cambiò volto e l'opinione divenne favorevole ai suoi progetti.
Qualche giorno dopo, M. Poujoulat, ex rappresentante e autore di diverse eccellenti opere, che aveva fatto il viaggio in Palestina, fece un discorso in favore del ristabilimento dei Francescani in Francia, discorso che fu distribuito in diverse migliaia di esemplari. Nel frattempo, il Padre Aréso fece conoscere a un gran numero di membri dell'episcopato francese il motivo del suo arrivo in Francia e il desiderio che aveva di fondarvi conventi del suo Ordine, al fine di avere soggetti per evangelizzare in Francia, per inviarli oltre mare, soprattutto in Palestina per la custodia dei Luoghi Santi. Tutti coloro ai quali si rivolse, cardinali, arcivescovi e vescovi, gli risposero nel modo più lusinghiero e incoraggiante.
Mgr de Salinis, vescovo di Amiens, invitò il Padre Aréso a venire a stabilirsi nella sua città episcopale. Il Padre Aréso acquistò ad Amiens stessa, per servire da noviziato, una casa che apparteneva ai missionari del Sacro Cuore di Maria, situata al faubourg de Noyon, 52. Fece venire da Saint-Palais il Padre fra Roch Claramunt con un novizio; alcuni altri religiosi vennero ancora ad aggiungersi a lui. Il 25 del mese di agosto dell'anno 1852 fu destinato per l'installazione dei Francescani ad Amiens. Questa solennità fu fatta da Mgr il cardinale Wiseman, arcivescovo di Westminster, che era appena arrivato in quella città.
Due anni dopo, una nuova casa dei Francescani era fondata a Limoges.
Ci siamo serviti, per completare questa biografia, della Vita di san Francesco d'Assisi, di M. Chavin de Malan; della Storia popolare del Santo, del conte Anatole de Ségur; dell'Anno francescano, e degli Annali Francescani; degli Analecta Aoris pontificii; di Godescord; del Dizionario enciclopedico della teologia cattolica, di Goschler, e del Dizionario degli Ordini religiosi, pubblicato dall'abate Migne.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita ad Assisi nel 1182
- Prigionia di un anno a Perugia
- Rinuncia ai beni paterni davanti al vescovo di Assisi nel 1206
- Restauro delle chiese di San Damiano e della Porziuncola
- Approvazione della Regola da parte di Innocenzo III
- Incontro con San Domenico a Roma
- Missione in Siria e incontro con il sultano al-Malik al-Kamil
- Stigmatizzazione sul monte della Verna
- Morte alla Porziuncola nel 1226
- Canonizzazione da parte di Gregorio IX nel 1228
Miracoli
- Predicazione agli uccelli
- Addomesticamento del lupo di Gubbio
- Trasformazione dell'acqua in vino a Bonantis
- Guarigioni di lebbrosi e paralitici
- Stigmatizzazione miracolosa
Citazioni
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Ego mendicus sum et pauper.
Salmo XXIX, 18 (citato in epigrafe) -
Io sono l'araldo del gran Re.
Risposta ai briganti nei boschi -
Signore Gesù, mostrami le vie della tua carissima povertà!
Preghiera a Roma