Discepolo prediletto di san Benedetto, Placido fu inviato in Sicilia per fondare un monastero a Messina. Vi fu martirizzato con i suoi fratelli, sua sorella Flavia e trenta dei suoi monaci da pirati, rifiutando di abiurare la fede cristiana. È considerato il primo martire dell'ordine benedettino.
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SAN PLACIDO DI ROMA E COMPAGNI,
MARTIRI A MESSINA, IN SICILIA
Giovinezza ed educazione presso san Benedetto
Figlio del patrizio Tertullo, Placido viene affidato a san Benedetto all'età di sette anni a Subiaco, dove si distingue per la sua obbedienza e sopravvive miracolosamente a un annegamento.
San Placido a Saint Placide Discepolo di san Benedetto e primo martire dell'ordine benedettino. pparteneva per nascita a una delle più antiche e illustri famiglie di Roma. Suo padre, di nome Tertullo, aveva meritato di essere elevato per i suoi meriti alla dignità di patrizio e a quella di prefetto o governatore della città. Sua madre era illustre tanto per la sua virtù quanto per la sua nascita. Non appena ebbe raggiunto il settimo anno di età, suo pa dre lo condu saint Benoît Fondatore dell'ordine benedettino e maestro spirituale di Placido. sse da san Benedetto, affinché fosse educato a Subiaco sotto la sua guida. Apparve fin da allora a quale grado di santità sarebbe giunto in seguito: per quanto fosse piccolo, praticava già rigorosamente gli esercizi della vita monastica, e nessuno era più devoto, più umile, più pacifico e più obbediente di lui. Questa obbedienza lo portò un giorno ad andare a cercare dell'acqua nel lago vicino al monastero; vi cadde dentro e i flutti lo trascinarono al centro del lago. San Benedetto, chiuso nel suo monastero, conobbe subito questo incident e; c Maur Discepolo di san Benedetto che salvò Placido dall'annegamento. hiamò Mauro e gli disse: «Corri presto, fratello mio, il fanciullo è caduto nell'acqua». Mauro gli chiese la benedizione e si affrettò a obbedire. Camminò sull'acqua fino al punto in cui si trovava Placido, poi, prendendolo per i capelli, tornò sulla riva del lago. Appena il fanciullo fu a terra, confessò di aver visto sulla propria testa l'abito del suo beato abate, e che gli prendeva la mano per trarlo in salvo. Da quel momento, fece ancora più progressi nella virtù e divenne così eminente in santità che san Benedetto non poteva guardarlo che con ammirazione. Lo conduceva solitamente con sé quando veniva pregato di compiere qualche miracolo; come quando i suoi religiosi, che si trovavano su una montagna, lo pregarono di far scaturire una fontana di cui avevano estremo bisogno. Lo scelse soprattutto come uno dei suoi compagni quando lasciò Subiaco per andare a stabil irsi a Mont Mont-Cassin Monastero di riferimento per la regola benedettina. ecassino.
Missione e fondazione in Sicilia
Inviato da Benedetto per stabilire un monastero in Sicilia sulle terre donate da suo padre, Placido attraversa l'Italia compiendo numerosi miracoli.
Questa montagna era di proprietà di Tertullo, padre di Placido; ma questo pio signore la donò irrevocabilmente a san Benedetto, insieme a una quantità di terre, isole, borghi e signorie che gli appartenevano. Gli donò anche diciotto villaggi in Sicilia, con i loro porti, i loro boschi, i loro fiumi, i loro stagni, i loro mulini, le loro cascate e settemila schiavi con mogli e figli per coltivarli. Il santo abate inviò il suo amato discepolo in Sicilia, per stabilirvi un monastero e riunirvi una comunità religiosa. Nell'inviarlo, gli diede sante istruzioni con la sua benedizione e gli affiancò due compagni: Donato e Gordiano. Fu ricevuto a Capua da san Ge Gordien Padre di san Concordio, descritto come un uomo di grande virtù. rmano; a Benevento, da san Martino; a Canosa, da san Sabino, e a Reggio, in Calabria, da Sisinnio, che erano vescovi di queste città, con un rispetto e una tenerezza straordinari. Egli
compì ovunque grandi miracoli, di cui evitava la gloria attribuendoli tutti a suo padre, san Benedetto. Restituì la vista a sei o sette ciechi, uno dei quali lo era dalla nascita. Fece parlare i muti, udire i sordi e camminare gli zoppi. Guarì una folla di malati e scacciò i demoni dai corpi degli ossessi.
Vita monastica a Messina
A Messina, fonda il monastero di San Giovanni Battista e conduce una vita di estrema austerità, divenendo celebre per le sue guarigioni e la sua carità.
Giunto a Messin a, vi f Messine Luogo di fondazione del monastero e del martirio di Placido. u accolto dal signore Messalin, antico amico di suo padre; ma non rimase presso di lui che una notte, poiché, diceva, i religiosi non devono fermarsi nella casa dei secolari. Prese conoscenza di tutti i possedimenti che suo padre aveva donato al suo Ordine e parlò con tutti gli econo son Ordre Ordine religioso che occupa il monastero di Honnecourt. mi che ne avevano la gestione. In seguito costruì un monastero presso il porto di Messina, di cui consacrò la chie monastère auprès du port de Messine Monastero fondato da Placido in Sicilia. sa in onore di san Giovanni Battista, e dove riunì, in poco tempo, più di trenta religiosi pieni di fervore e degni di essere discepoli di un così grande maestro. La sua austerità era estrema e andava ben oltre quanto prescritto dalla Regola. Non beveva mai altro che acqua pura; osservava in ogni tempo il rigore della vita quaresimale, digiunava quasi continuamente, e durante la Quaresima mangiava solo pane e persino ne mangiava solo tre volte alla settimana: la domenica, il martedì e il giovedì. Il cilicio era il suo abito ordinario; non si coricava mai per dormire, ma si accontentava di un po' di riposo, seduto sulla sua sedia. Solo la carità poteva aprirgli la bocca e fargli rompere il silenzio; i suoi discorsi non erano che sul disprezzo del mondo, sul distacco dalle cose della terra e sul puro amore di Dio. Non lo si vide mai turbato, ma sempre in una dolcezza, una tranquillità e un'apertura di cuore ammirevoli. La sua umiltà era così perfetta e aveva tanto fascino, che gli attirava il cuore e l'affetto di tutti; non poteva vedere un povero senza affrettarsi a soccorrerlo. I suoi nuovi miracoli in Sicilia furono così considerevoli e in così gran numero, che passò presto per il taumaturgo del suo secolo. Guarì una volta, con il segno della croce, tutti i malati dell'isola che erano stati radunati attorno a lui per partecipare a una benedizione così favorevole.
Riunione con i suoi fratelli
I suoi fratelli Eutichio e Vittorino, insieme alla sorella Flavia, lo raggiungono a Messina poco prima dell'inizio delle persecuzioni.
Dopo quattro anni, i signori Eutichio e Vittorino, suoi fratelli minori, e la ve rgine Flavia, su la vierge Flavie Sorella di san Placido, martirizzata con lui. a sorella, informati della sua santità e dei prodigi senza numero che compiva in Sicilia, desiderarono ardentemente di vederlo. Partirono per questo da Roma e, dopo una felice navigazione, arrivarono sani e salvi a Messina. Non poterono riconoscere Placido né essere riconosciuti da lui; aveva solo pochi anni quando il padre lo condusse al monastero di San Benedetto; ma non passarono molto tempo senza dargli prove indubitabili di chi fossero. Egli provò una gioia estrema nel riaverli, per un istinto segreto che Dio gli dava, sapendo che erano venuti solo per partecipare alla gloria del suo martirio.
Invasione piratesca e martirio
Dei pirati attaccano il monastero e sottopongono Placido, i suoi compagni e la sua famiglia ad atroci torture per il loro rifiuto di adorare l'idolo Moloch.
Poco tempo dopo, un corsaro, giunto probabilmente dalle coste dell'Africa, percorreva le coste d'Italia e di Sicilia per distruggere città, castelli e chiese, e costringere i cristiani ad adorare l'idolo Moloch. Il suo esercito era composto da cento navi, tutte ben armate e cariche di numerosi soldati. Sbarcato al porto di Messina, si impadronì dapprima del monastero di San Giovanni Battista e fece prigionieri san Placido, i suoi religiosi, i suoi due fratelli e sua sorella, senza che nessuno potesse fuggire, eccetto Gordiano, che uscì abilmente da una porta sul retro. Donato, l'altro religioso che era venuto con san Placido, fu decapitato senza alcun processo. Quanto agli altri, essendo stati presentati ai corsari, confessarono altamente e generosamente Gesù Cristo, protestando che nessun supplizio sarebbe stato capace di strappare la fede dai loro cuori. Il tiranno, per vincere la loro costanza, li fece frustare e torturare con una crudeltà inaudita; i carnefici gridavano loro di rinunciare a Gesù Cristo e che sarebbero stati liberati; ma essi soffrirono questo tormento con più gioia di quanta ne avessero mai provata in tutti i divertimenti del mondo; in seguito furono gettati, con i ferri ai piedi e le mani legate dietro la schiena, in un sotterraneo, senza ricevere per sette giorni alcun nutrimento. San Placido, durante questo tempo, animava i suoi compagni alla perseveranza con discorsi celestiali di cui li intratteneva giorno e notte, e Nostro Signore, che li sosteneva senza alimento, riempiva anche il loro cuore di un vigore e di una consolazione indicibili.
D'altro canto, i barbari, che si videro costretti dalla tempesta a rimanere per qualche tempo in quest'isola, vi causarono mali incredibili e vi uccisero un'infinità di persone di ogni condizione, per la causa di Gesù Cristo. Per aggiungere anche alle pene dei nostri santi Martiri, ogni giorno li percuotevano con bastoni; ma, poiché tutti questi mali non erano capaci di scuoterli, il loro capo li fece appendere per i piedi e frustare in quello stato in tutte le membra, poi fu fatto un fumo orribile sotto la loro testa per soffocarli. Dopo tanti supplizi, fu data a ciascuno una manciata di orzo crudo da mangiare, e furono fatte loro mille belle promesse se avessero voluto abiurare la fede e abbracciare il paganesimo; ma essi dissero tutti a una voce che, anche se fosse stato offerto loro tutto l'impero del mondo, non avrebbero cambiato risoluzione. Dopo questa risposta, furono ricondotti in prigione, dove Gordiano venne segretamente a congratularsi con loro per la loro perseveranza e ad animarli a tener duro fino alla morte. San Placido gli disse che la divina Provvidenza aveva permesso che egli scampasse per dare sepoltura ai loro corpi e per far conoscere alla posterità il loro martirio; che non mancasse dunque di informarne san Benedetto e i suoi cari confratelli Mauro e Felicissimo. Fu poi presentato di nuovo davanti al capo dei pirati, il quale, non potendo ottenere nulla da lui, lo fece spogliare per la terza volta insieme ai suoi compagni e rompere di colpi di bastone. Quanto a santa Flavia, la fece torturare con ancora più crudeltà; si tentò persino di attentare alla sua pudicizia, ma Dio la protesse.
Il tiranno moriva di dispetto nel vedere che la sua crudeltà non poteva strappare dalla bocca dei generosi Martiri una sola parola di impazienza né di malcontento. Li fece ancora rinchiudere, poi fustigare più crudelmente che mai, e con tanta barbarie che i carnefici li lasciarono per morti sul posto; ma, avendo Nostro Signore subitamente chiuso e guarito le loro piaghe, san Placido non solo incoraggiava i suoi compagni a rimanere costanti fino alla fine, ma pressava anche il tiranno e i ministri della sua crudeltà a convertirsi e ad abbracciare il Cristianesimo per essere salvati; il tiranno comandò che gli si frantumassero le labbra e le mascelle a colpi di pietre e che gli si tagliasse la lingua fino alla radice. Questa sentenza fu subito eseguita; ma Placido, per un grande miracolo della potenza di Dio, non smise di parlare, come se le sue labbra, i suoi denti e la sua lingua fossero stati integri. Questo prodigio non toccando affatto il corsaro, egli inventò un nuovo genere di supplizio per tormentarlo insieme ai suoi fratelli e alla sorella: li stesero a terra e lasciarono loro per tutta una notte sulle gambe delle ancore di nave con sopra grosse pietre. Infine, vedendo che nulla era capace di diminuire il loro fervore, li condannò, come cristiani e come nemici del suo dio Moloch, ad essere decapitati: ciò che fu eseguito il 5 ottobre 541.
Giustizia divina e sepoltura
Dopo l'esecuzione dei martiri, i pirati periscono in una tempesta mentre Gordiano, scampato, assicura la sepoltura dei corpi e informa san Benedetto.
542, che fu il ventiquattresimo anno della vita di san Placido. Non si conoscono i nomi dei religiosi che soffrirono con lui; si conoscono solo Fausto e Firmato, diacono, che, con Donato, formavano il numero di trentatré.
I barbari, non contenti di averli fatti morire con tanta inumanità, rasero al suolo anche il loro monastero, ad eccezione della chiesa, che non ebbero il tempo di demolire, sebbene l'avessero profanata con mille indegnità. Ma la giustizia divina non lasciò a lungo i loro crimini impuniti; poiché, appena furono nel mezzo del faro di Messina, da dove pretendevano di andare a Reggio, furono tutti inghiottiti dalle acque da una tempesta che si levò improvvisamente sul mare, senza che ne scampasse uno solo, né delle cento navi che avevano, né dei sedicimila ottocento Saraceni che vi erano dentro.
Essendo rimasti i santi corpi per quattro giorni sulla terra senza sepoltura, il religioso Gordiano, che la divi na Provvidenza aveva le religieux Gordien Padre di san Concordio, descritto come un uomo di grande virtù. riservato per render loro questo buon ufficio, li seppellì nel luogo stesso del loro martirio, con tutta la riverenza che gli fu possibile, eccetto quello di san Placido che pose nella chiesa di San Giovanni Battista. Scrisse anche a san Benedetto tutta la storia della loro morte; e questo santo Patriarca, ben lungi dall'attristarsene, ne concepì una gioia sovrana, stimandosi infinitamente felice che Dio volesse scegliere i suoi figli per farne dei testimoni del suo Vangelo.
Culto e rappresentazioni
Riconosciuto come il primo martire benedettino, Placido è oggetto di una devozione importante e di rappresentazioni iconografiche legate ai suoi supplizi.
Si verificarono grandi miracoli presso il sepolcro di san Placido, che è il primo martire benedettino, e la sua venerazione crebbe molto quando nuovi religiosi, inviati da san Benedetto, restituirono alla sua chiesa il suo antico splendore.
Tutti i martirologi fanno menzione di questo glorioso martire e la Chiesa ne fa memoria nel suo ufficio.
San Placido viene rappresentato: 1° in ginocchio vicino al trono della santa Vergine; 2° tratto dall'acqua, dove stava annegando, da san Mauro che gli tende la mano; 3° in piedi, mentre tiene una palma; 4° torturato; 5° con la lingua tagliata; 6° mentre riceve dalla santa Vergine un giglio e una corona da san Giuseppe, mentre il bambino Gesù gli presenta la sua croce; 7° in ginocchio davanti a un altare, con il petto trafitto da una spada, mentre dà la mano a un angelo che riceve il suo sangue in un calice.
Acta Sanctorum; Vita del Santo, di Gordiano, religioso benedettino, e Pietro, religioso di Montecassino.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Ingresso nel monastero di Subiaco all'età di sette anni
- Salvataggio miracoloso dalle acque da parte di san Mauro
- Partenza per Montecassino con san Benedetto
- Missione in Sicilia per fondare un monastero a Messina
- Invasione da parte di un corsaro e rifiuto di adorare l'idolo Moloch
- Martirio per decapitazione dopo molteplici torture
Miracoli
- Salvato dall'annegamento da san Mauro che camminava sulle acque
- Guarigione di tutti i malati dell'isola di Sicilia tramite un segno di croce
- Continua a parlare dopo aver avuto la lingua tagliata
- Guarigione improvvisa delle sue ferite durante le torture
Citazioni
-
Præmimum viriliter, ut a Deo coronemur perenniter.
San Bonaventura (in epigrafe)