Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Gesù
VERGINE, DEL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO D'ASSISI
Vergine, del Terz'Ordine di San Francesco d'Assisi
Nata Anna Maria Gallo a Napoli, subì la violenza del padre per aver rifiutato un matrimonio e scelto la vita religiosa nel Terz'Ordine francescano. Mistica stigmatizzata, visse una vita di sofferenze fisiche e spirituali estreme, segnata da visioni della Vergine e degli angeli. Morì nel 1791 dopo essere stata un modello di carità eroica verso i poveri e i malati.
Lettura guidata
Sezioni di lettura: 10
8° MARIA FRANCESCA DELLE CINQUE PIAGHE DI GESÙ,
VERGINE, DEL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO D'ASSISI
Infanzia e pietà precoce
Fin dalla più tenera età, Anna Maria Gallo manifesta una pietà eccezionale, ottenendo di comunicarsi quotidianamente già all'età di sette anni, nonostante le iniziali reticenze.
Ammirazione di tutti, universalmente considerata come una santa, lei era l'unica a non saperlo. Nulla la affliggeva maggiormente che sentirsi lodare e chiamare «la piccola santa»: nulla la rallegrava tanto quanto vedersi disprezzata; così divenne un modello ammirevole di tutte le virtù per i suoi genitori e i loro vicini. Chiese, fin da quell'età, di presentarsi al tribunale della penitenza; sua madre glielo concesse, dopo averla raccomandata a un santo sacerdote della sua parrocchia. L'uomo di Dio rimase stupito nel sentirla esprimersi, con una conoscenza così straordinaria, sulla dottrina di Gesù Cristo, e nel vedere con quale rapidità avesse raggiunto la vetta della perfezione. Già a quell'epoca, la cara bambina desiderava sedersi al banchetto eucaristico, ma non poté ottenerlo dal suo saggio e prudente confessore prima dell'età di sette anni. Fu per lei un giorno di una consolazione indicibile quello in cui partecipò per la prima volta al pane degli angeli. Torrenti di lacrime espressero i trasporti della sua gioia nel poter unirsi al suo Dio e nell'averlo come ospite. Il suo volto era infiammato come un carbone ardente, e un tale calore si sprigionava dal suo corpo che coloro che le stavano accanto ne sentivano gli effetti. Questi trasporti straordinari e questo dono delle lacrime le ottennero, dai suoi confessori e direttori spirituali, il permesso della comunione quotidiana, che fu per tutta la sua vita la sua consolazione nelle pene e le delizie del suo cuore. Da qui quell'ardente e insaziabile amore verso il veneratissimo Sacramento dell'altare, dal quale fu consumata senza interruzione fino agli ultimi giorni della sua vita; da qui quella costanza, quell'energia sempre crescente con l'età, che dispiegò contro i vani e sterili sforzi dell'inferno, una volta soprattutto che ebbe ricevuto il sacramento della confermazione.
Giovinezza e prove domestiche
Costretta dal padre a lavorare nella fabbricazione di galloni d'oro, concilia lavoro e orazione, beneficiando di una guarigione miracolosa per intercessione della Vergine Maria.
Giunta all'età in cui le giovani iniziano a dedicarsi ai lavori domestici e al genere di occupazioni a cui sono destinate, Anna Maria dovette, p er ordine Anna-Maria Santa napoletana del XVIII secolo, terziaria francescana e stigmatizzata. del padre, imparare la fabbricazione dei galloni d'oro. Francesco Gallo, che conosceva le François Gallo Padre della santa, descritto come violento e avido. buone disposizioni della figlia, voleva con ciò crearle una posizione vantaggiosa e rendersela utile nel suo commercio. La debolezza della costituzione di Anna Maria non corrispondeva al lungo e penoso compito che le era imposto, così non tardò a vomitare sangue in abbondanza e a contrarre una febbre violenta, che la ridusse in fin di vita, al punto che dovette ricevere gli ultimi sacramenti. Si rivolse allora alla sua cara protettrice, la Vergine Maria, e la sua guarigione fu considerata un miracolo.
Strappata a un così grande pericolo, lasciò la navetta per prendere il fuso e filare l'oro, che era l'occupazione di sua madre e delle sue sorelle. Seppe, in modo ammirevole, conciliare lo spirito di orazione con il lavoro manuale che suo padre le imponeva, senza nulla togliere alle sue pratiche abituali di pietà; le sue confessioni, le sue comunioni e la Via Crucis che faceva ogni giorno, non ne soffrirono mai. Suppliva, durante le altre ore della giornata, al suo lavoro, e per poco tempo che le restasse, giunta la sera, si ritrovava sempre ad aver superato le sue sorelle. Queste non potevano concepire una cosa così straordinaria e dovettero riconoscere che l'Angelo custode di Anna Maria l'assisteva nel suo compito, affinché fosse più libera di dedicarsi all'orazione. Comprese anche che si sarebbero sforzate invano di eguagliarla, anche se si fossero occupate senza sosta per l'intera giornata.
Vocazione e resistenza al matrimonio
A sedici anni, rifiuta un matrimonio vantaggioso per entrare nel Terz'Ordine di San Francesco, subendo violenze fisiche e la reclusione da parte del padre.
Aveva appena compiuto sedici anni; la semplicità dei suoi costumi, la sua singolare modestia, il suo portamento, la sua riservatezza nelle conversazioni, l'innocenza, l'umiltà, l'insieme di tutte le virtù che trasparivano dalla sua condotta, avevano affascinato un ricco giovane, che ne chiese la mano. Il padre, felice dell'aumento di fortuna che questo matrimonio sembrava promettergli, diede la sua parola senza aver consultato la figlia. La chiamò poi e le comunicò il suo disegno; ma quale non fu la sua sorpresa nell'udirla rispondere: «Padre mio, è inutile che vi diate pena per me su questo punto poiché, non volendo conoscere nulla del mondo, ho già, da molto tempo, deciso di prendere l'abito religioso nel Terz'Ordine di San France sco d'Assisi, e fin d'ora ve ne chiedo Tiers Ordre de Saint-François d'Assise Ordine religioso laicale a cui appartiene la santa. il permesso». Il padre non tralasciò nulla per dissuaderla dal suo progetto, e impiegò a turno carezze e minacce. Ma trovandola sempre più ferma, trasportato dall'ira, afferrò una corda e si mise a colpirla senza pietà, finché la madre non accorse per strapparla dalle sue mani. Quanto a lei, lungi dal cercare di sottrarsi ai colpi, se ne stava immobile, ritenendosi felice di soffrire qualcosa per l'amore di Gesù Cristo; offriva, come primizie, al suo celeste Sposo, i maltrattamenti di un padre insensato che rifiutava così di fidanzare la figlia al Re dei re e di contrarre con lui un'alleanza spirituale.
Suo padre la rinchiuse poi in una stanza dove la lasciò per diversi giorni senza altro nutrimento che pane e acqua, vietando alla madre e alle sorelle di visitarla. Così reclusa, consacrava tutto il suo tempo all'orazione, e chiedeva a Dio di liberarla da questa dura prova, più afflitta dal turbamento della sua famiglia che dalla sua triste posizione. Il Signore fu toccato dalle preghiere della sua serva, e, per mezzo di Padre Teofilo, Minore dell'Osservanza e grande servitore di Dio, illuminò così bene quel povero padre che, tornato a casa, questi riunì la sua famiglia, confessò i suoi torti e permise ad Anna Maria di intraprendere il genere di vita che desiderava. La giovane non rispose affatto, le lacrime le toglievano la parola, ma si gettò ai piedi del padre e gli baciò la mano con trasporti di riconoscenza; si ritirò poi nella sua stanza per ringraziare la bontà divina di una così grande grazia, e non pensò più che a prepararsi, con un fervore straordinario, a ricevere l'abito del Terz'Ordine di San Francesco d'Assisi, sotto la direzione dei Padri Riformati di San Pietro d'Alcantara. Il giorno fissato per l'immolazione di tutto il suo essere a l Signore fu l'8 settembre, giorno in cui Pères Réformés de Saint-Pierre d'Alcantara Ramo francescano riformato che ha diretto spiritualmente la santa. la Chiesa celebra la Natività dell'augusta Madre di Dio, la santissima Vergine Maria. Venuta al mondo sotto la protezione di Maria, allattata per un miracolo della santa Vergine, richiamata alla vita dalle porte della tomba, secondata nei suoi disegni e nei suoi voti più ardenti dal soccorso potente della Regina del cielo, a chi avrebbe dedicato il giorno del suo trionfo, se non a Maria? Vi si preparò durante i nove giorni precedenti, raddoppiando il fervore; si dedicò senza sosta alla preghiera, alla meditazione, ai digiuni, alle penitenze di ogni genere, non prendendo altro nutrimento che la santa comunione.
Ingresso nel Terz'Ordine
Nel 1731, prende l'abito col nome di Maria Francesca delle Cinque Piaghe e inizia una vita di penitenza segnata da estasi durante la Via Crucis.
Il giorno tanto desiderato arrivò finalmente, e ai piedi di un modesto altare, che lei stessa aveva preparato in casa, fu ammessa tra le file dei Terziari del serafico Patriarca, dal suo direttore, Padre Felice della Concezione, sacerdote della Riforma di San Pietro d'Alcantara, della Provincia di Napoli, uomo di una pietà straordinaria. Rinunciando a tutti i beni terreni, prese il nome di suor Ma ria Francesca delle Cinque Piaghe di Nostro Signore Gesù Cristo; ci sœur Marie-Françoise des Cinq Plaies de Notre-Seigneur Jésus-Christ Santa napoletana del XVIII secolo, terziaria francescana e stigmatizzata. ò avvenne nell'anno 1731. Rivestita dell'abito religioso, la serva di Dio pose ogni cura nell'adempiere, con la più scrupolosa esattezza, le regole e gli usi del santo Istituto che aveva abbracciato: digiuni, penitenze, discipline, sapeva conciliare tutto con una continua orazione. Non passava giorno senza che si recasse in chiesa per meditare le piaghe di Gesù crocifisso, percorrendo le stazioni della Via Crucis che inondava delle sue lacrime. Giunta alla seconda o terza stazione, il suo cuore batteva così violentemente, al ricordo delle sofferenze che il Salvatore aveva patito per amore nostro, e ne risentiva commozioni così forti che, esausta di forze e priva dei sensi, cadeva a terra. Agli inizi, si consideravano queste cadute come effetto di convulsioni; tuttavia, si vide presto il suo confessore, avvertito, richiamarla a sé, in nome della santa obbedienza, tracciando su di lei il segno della croce. Si comprese che la causa non era affatto naturale e che bisognava attribuire tali svenimenti a un favore straordinario del cielo, poiché un ordine bastava a farla tornare in sé, quando era fuori dai sensi per la violenza del dolore e i trasporti del suo amore. Così la sua lode fu su tutte le labbra, e non vi fu che una voce per proclamarla la grande serva di Dio.
Doni mistici e nuove prove
Riceve le stimmate e il dono della profezia, fuggendo al contempo l'avidità del padre che tenta di sfruttare i suoi doni spirituali.
Maria Francesca, il cui unico desiderio era di condurre una vita nascosta e crocifissa in Gesù Cristo, nell'apprendere l'opinione del popolo a questo riguardo, si mise a chiedere istantemente al suo celeste Sposo di non permettere più che ella provasse simili debolezze in pubblico; il Signore l'esaudì, ma la ricompensò ampiamente in privato. Durante le meditazioni che faceva sulla passione del suo divino Beneamato, i giovedì e i venerdì di ogni settimana, soprattutto durante quelli del mese di marzo, era trasformata, tanto all'esterno quanto all'interno, in una così perfetta copia di Gesù Cristo, che i movimenti del suo corpo sembravano esprimere successivamente tutte le torture e tutte le sofferenze del Salvatore. Dio aggiunse a tutte queste grazie il dono della profezia e la rivelazione di cose future le più incomprensibili; ecco perché, nonostante tutta la cura e tutti i mezzi che prendeva per restare ignorata, la fama della sua santità cresceva di giorno in giorno.
Convinto delle grazie straordinarie che sua figlia aveva ricevuto da Dio, tra le quali si trovavano il dono della profezia e il dono dei miracoli, e considerando la reputazione di santità che ella si era perciò universalmente acquistata, Fra ncesco Gallo, François Gallo Padre della santa, descritto come violento e avido. spinto dalla sua cupidigia, volle trarre vantaggio dai meriti di Maria Francesca. Con questo scopo perverso e sacrilego, volle obbligarla ad andare a trovare una dama nobile, che desiderava apprendere da lei se il frutto che portava nel suo seno sarebbe stato il figlio che attendeva così ardentemente. Questa proposta e le insistenze di suo padre fecero fremere d'orrore Maria Francesca, e gettandosi ai suoi piedi, gli occhi bagnati di lacrime: «Mio padre», gli disse, «oh! per questo, no! perdonatemi se non vi obbedisco; non posso perdere la mia anima ingannando così il prossimo. Come potrei farmi passare per santa, io povera peccatrice? Benedetto sia colui che prega per me». Ma chi potrebbe intenerire il cuore di un avaro? Il padre entrò in furore e si mise a flagellarla crudelmente finché sua madre e le sue sorelle vennero a strapparla dalle sue mani; ella non opponeva a tanta barbarie che il linguaggio della pazienza e del perdono. Poiché suo padre continuava le sue minacce e non cessava di sopraffarla di affronti e oltraggi, Maria Francesca, arrendendosi al consiglio e all'autorità di sua madre, fuggì dalla casa paterna e venne umilmente a gettarsi ai piedi del vescovo, che era allo stesso tempo consigliere del tribunale misto. Don Giulio Torno era un signore di grande probità e di alta potenza; ascoltò il racconto della serva di Dio la cui virtù gli era nota, e toccato da compassione, la consolò così: «Non è nulla, figlia mia, siate senza timore, vostro padre si lascia sedurre da Satana, ma vi provvederò»: la fece poi accompagnare a casa dai suoi servitori, e fece fare a suo padre giuste rimostranze, avvertendolo che doveva non molestare più sua figlia, con le sue strane e sconvenienti pretese, senza di che ne avrebbe dovuto rendere conto. Così terminò la persecuzione che la beata dovette subire dall'avarizia di suo padre.
Per consolare Maria Francesca nelle sue tribolazioni e addolcirne l'amarezza, il nostro divino Salvatore l'onorò di frequenti apparizioni. La prima volta che Nostro Signore Gesù Cristo le apparve, fu sul cammino che conduce alla chiesa di Santa Lucia al Monte, detta la chiesa delle Croci. Il suo Beneamato le scoprì allora i segreti del suo cuore divino, segreti conosciuti da lei sola; ma ella confessò in seguito di essersi sentita come trasportata fuori da questo mondo e immersa in un oceano di indicibili delizie accompagnate da un vivo fremito nella sua anima. Come un tempo i discepoli di Emmaus, conversava con il Signore senza conoscerlo; lo prendeva per un grande servitore di Dio che non aveva mai visto fino allora, ma non sospettava affatto che, sotto questa forma umana, fosse nascosto l'unico oggetto dei suoi desideri e del suo amore. Venne poi a trovare il suo confessore, e questi, illuminato interiormente, non ebbe difficoltà a riconoscere, secondo le indicazioni della Santa, che colui che ella aveva visto era Nostro Signore Gesù Cristo in persona. Simili apparizioni, alla testimonianza della sua fedele compagna suor Maria Felice, vennero ben spesso a rallegrare la serva di Dio.
Nel mezzo delle ineffabili gioie che esse le causavano, la nostra Beata riceveva anche frequentemente la visita del suo angelo custode. Aveva per l'angelo tutelare una tenera devozione e si sforzava di ispirarla agli altri. La presenza quasi continua e i frequenti colloqui di questo spirito celeste le procuravano una grande forza e una viva allegrezza. Era lui, diceva, che prendeva la sua difesa contro gli assalti che le sferrava suo padre, e le sue preghiere le ottenevano dall'alto i preziosi e innumerevoli soccorsi di cui aveva bisogno. Alla sua scuola e per le sue lezioni, imparò a discernere le vere apparizioni dalle false, e a tenersi in guardia contro le illusioni del demonio. L'angelo le diede come regola di questo discernimento di salutarlo sempre, quando si presentasse a lei, con i santi nomi di Gesù e di Maria, assicurandola che avrebbe trovato in questi nomi la luce per il suo spirito, la forza per il suo cuore, e un rifugio sicuro contro ogni potenza nemica.
Esilio e persecuzioni ecclesiastiche
Dopo aver lasciato la casa paterna, subì sette anni di prove e calunnie sotto la rigorosa sorveglianza ordinata dal cardinale Spinelli.
Dopo la morte di sua madre e mentre non aveva ancora smesso di piangere questa dolorosa perdita, una nuova prova le giunse da parte di suo padre. Desideroso di contrarre nuove nozze, questi fece pesare su Maria Francesca tutto il peso del mantenimento della sua famiglia; aveva tre donne e un uomo da sfamare; ma come bastare a un simile compito, lei sempre inferma, che viveva con la massima economia, aiutata dalla carità dei suoi benefattori! Non bastava a Francesco Gallo ripetere senza sosta a sua figlia che, in casa sua, chi non lavorava non mangiava; non bastava a questo padre avaro esigere da lei, per l'affitto della sua piccola stanza, dieci scudi l'anno, somma che le fornivano il suo padrino e un altro uomo di bene che si interessava a lei; voleva ancora che lei provvedesse a tutte le spese della famiglia, per poter egli stesso raggiungere più facilmente lo scopo dei suoi desideri. Maria Francesca si scusò, rappresentando a suo padre la sua estrema povertà e lo stato infelice della sua salute; tuttavia, tutto ciò che le procurava la carità lo distribuiva alla sua famiglia, riservando per sé stessa un po' di pane che intingeva nell'assenzio per mortificazione; non cessava, nonostante la sua perfetta rassegnazione, di chiedere a Dio la sua luce e il soccorso della sua grazia. Le sorelle di Maria Francesca non possedevano una così eroica pazienza; vennero a trovare la persona che il loro padre desiderava sposare e la persuasero a rompere interamente con lui. Francesco Gallo, immaginando che questa disgrazia gli venisse da Maria Francesca, entrò in una grande ira e abbandonò la casa, minacciando sua figlia e portando con sé tutto ciò che vi era di più prezioso. La serva di Dio si accontentò di volgere lo sguardo verso il cielo e di pregare il Signore di venire in suo aiuto.
Mentre era in orazione, udì a un tratto una voce ripeterle per tre volte molto chiaramente: «Esci, esci, Maria Francesca, esci da questa dimora». Non sapeva che partito prendere, quando il suo confessore sopraggiunse e le ingiunse di partire subito. La condusse egli stesso presso un onesto negoziante, Marziano d'Amelio. Quest'uomo, degno di ogni stima, l'accolse con una felicità indicibile; conosceva l'innocenza e la santità della nostra Beata. Restò sette mesi in questa casa ospitale; durante il suo soggiorno, su parere del suo confessore e per cedere alle istanze della signora Amelio, tenne al fonte battesimale una delle figlie di questa signora e fu madrina della primogenita il giorno della sua cresima. Aveva messo uno zelo instancabile nell'istruire questa bambina nei misteri della fede e della dottrina cristiana, impiegando inoltre le ore che le restavano nei più vili uffici della casa. Trascorsi i sette mesi, prese un piccolo appartamento in via della Coltelleria e, per ordine del suo confessore, si associò suor Maria Felice della Passione, alla quale lei stessa aveva predetto da tempo che un giorno si sarebbero unite per vivere insieme fino alla morte. Una volta con la sua compagna, approfittò della calma di cui godeva per dedicarsi interamente alla contemplazione, alla penitenza e alle più dure mortificazioni. Ma Satana non dorme mai; ordì e suscitò contro di lei una persecuzione che doveva, per diversi anni, non lasciare alcuna tregua al suo spirito e riempire la sua anima di amarezze e angosce.
Suor Maria Felice aveva passato tre anni, in qualità di serva, presso una signora amica della Beata; il suo confessore le aveva ordinato di uscirne affinché potesse, le disse, abituarsi a portare la croce tutta sola e a vivere del lavoro delle sue mani. La signora, molto soddisfatta del suo servizio, fece ricorso a Maria Francesca, sperando di poter, tramite il suo intervento, tenere Maria Felice presso di sé. La serva del Signore si scusò, col pretesto che i confessori sono ispirati da Dio e che le era impossibile opporsi all'adempimento dei loro ordini. Questa signora cominciò a mormorare contro di lei, poi a calunniarla e, infine, si dichiarò sua implacabile nemica. Venne lei stessa a trovare il cardinale Spinelli, allora arcivescovo di Napoli, e gli rappresentò la serva di Dio come un'illuminata, una strega, una posseduta dal demonio. Mosso da simili accuse, l'arcive cardinal Spinelli Arcivescovo di Napoli che ordinò l'esame dei costumi della santa. scovo giudicò prudente sottrarre Maria Francesca alla direzione dei suoi confessori e ordinò al parroco di Santa Maria, D. Ignazio Mostillo, di esaminare i costumi, le abitudini e il carattere dell'accusata, e di informarlo poi del giudizio che ne avrebbe tratto. Questo ecclesiastico, tanto duro e severo quanto dotto e abile nel discernere i cuori, non omise nulla per mettere alle più dure prove la pazienza, l'umiltà, l'obbedienza della Beata, e ciò non per qualche mese, ma per sette anni interi, secondo la testimonianza della fedele compagna di Maria Francesca, che la seguiva sempre in chiesa e che fu testimone di tutto ciò che le accadde in quell'intervallo.
Quando una così lunga prova fu terminata, ne sopravvenne un'altra più violenta e più crudele, da parte della moglie stessa di Marziano Amelio, presso cui Maria Francesca aveva trovato asilo, e di cui aveva tenuto una figlia al fonte battesimale e l'altra alla cresima. Questa signora era da qualche tempo in disaccordo con suo marito, a causa di una perdita di duemila ducati avvenuta nel loro commercio, e la loro dissensione domestica aveva finito per portarli davanti ai tribunali. Non sapendo più che fare per irritare maggiormente il suo sposo, e conoscendo la stima che egli aveva per Maria Francesca, questa infelice, spinta dalla sua passione e dai consigli dei suoi parenti, risolse di prendersela con questa innocente ragazza. Sempre più irritata, si unì alla prima persecutrice della Beata, di cui abbiamo parlato più sopra, ed entrambe vennero insieme a trovare suo padre e fecero tutto il possibile per irritarlo contro sua figlia, accusandola di non avere altro mestiere che quello di turbare le famiglie. Francesco Gallo, indignato, risolse di andare quel giorno stesso a trovare Maria Francesca nella sua dimora, per scaricare contro di lei tutta la sua ira. Ma, per ispirazione del suo angelo custode, Maria Francesca si era rifugiata presso una delle sue amiche, Angela Furlaccio, dove incontrò il suo confessore; questi, per sottrarla alle persecuzioni sollevate contro di lei, risolse di inviarla al convento detto del Buon Cammino.
Maria Francesca si rinchiuse, in effetti, in questo santo asilo, ma non poté impedire che suo padre e le sue sorelle venissero a sommergerla di ingiurie, così come una donna impudente, inviata dalle sue persecutrici, con grande scandalo delle sante ragazze che abitavano questa dimora. Il demonio, non ritenendosi soddisfatto di tutto ciò che lei aveva così pazientemente sofferto, volle ancora cambiare questo ritiro in un nuovo campo di battaglia e sferrarle altri combattimenti. Due delle religiose, gelose di vedere che tutta la comunità guardava Maria Francesca come una santa e si raccomandava alle sue preghiere, ne provarono tanto dispetto che una di esse cercò di precipitarla dall'alto di una lunga scala e, non essendovi riuscita, le gettò una terrina di fuoco in faccia; la seconda mise tutto in opera per denigrarla. La Beata, per evitare simili scene, si teneva chiusa nella sua cella, mettendo tutte le sue pene ai piedi del suo crocifisso, oppure si recava senza essere vista nella cappella per adorare il suo Beneamato nascosto nel tabernacolo. Le capitava talvolta di entrare in sacrestia per baciare gli ornamenti sacri e soddisfare per quella via l'ineprimibile devozione che aveva per tutto ciò che serviva al divino sacrificio. Un giorno che era così occupata, udì una voce distinta dirle: «Maria Francesca, fuggite, fuggite». Prese questa voce per quella del suo angelo custode e si affrettò a riguadagnare la sua cella; vi era appena arrivata, che un barile di polvere saltò nel palazzo vicino, e l'esplosione fu tale che, essendo la sacrestia rimasta sepolta sotto le rovine, dovette considerare la sua salvezza come un miracolo. Durante i sette mesi che passò in questo asilo, Maria Francesca ebbe ancora molto da soffrire per le sue infermità; trovandosi talvolta gonfia dai piedi alla testa, nulla tuttavia poteva saziare la sua sete di sofferenze; la sua rassegnazione alla volontà divina, nelle più crudeli pene, la rendeva ben conforme al suo amabile Salvatore crocifisso. Sarebbe volentieri tornata alla casa paterna, qualunque dovesse essere la sorte che l'attendeva, se il suo confessore non vi si fosse formalmente opposto; ma, sotto la sua direzione, venne ad abitare la casa della signora Candida Principe, sposa di D. Giuseppe de Mase; era una donna di una pietà e di una carità rimarchevoli.
Carità eroica e malattie
Si dedica ai poveri e alle anime del purgatorio, sopportando al contempo molteplici infermità fisiche che offre a Dio con rassegnazione.
Le tribolazioni, le persecuzioni e gli oltraggi erano per Maria Francesca altrettanti favori segnalati del suo divino Maestro e altrettante fonti di meriti personali. La sua sete di sofferenze appariva insaziabile, e si vedeva chiaramente quanto fosse persuasa che il motto di Gesù Cristo è la croce, e che non possiamo senza la sofferenza essere graditi a Colui che volle chiamarsi l'Uomo dei dolori, e la cui anima fu triste fino alla morte. Un'infermità, per la serva di Dio, era sempre seguita da un'altra. Mentre si trovava in preda a violenti dolori intestinali, che la misero per cinque giorni in continuo pericolo, apprese che suo padre era giunto alla sua ultima ora. Maria Francesca si mise a piangere al pensiero della nuova perdita che stava per subire, e il suo più grande dolore era di non potersi trovare al capezzale del morente. Ma quanto è ingegnosa la carità! Fece così bene e pregò tanto il Signore che prese su di sé e ottenne di soffrire, al posto di suo padre, i dolori della sua agonia.
Nel 1763, seppe per rivelazione divina che l'anno seguente il regno di Napoli sarebbe stato desolato da una grande carestia accompa gnata da una terr royaume de Naples Luogo di morte della santa. ibile peste. Colpita essa stessa dall'epidemia, fin dall'inizio dell'anno 1764, e presto condotta alle porte della tomba, dovette ricevere gli ultimi sacramenti della Chiesa. Rimase per diversi mesi tra la vita e la morte e si ristabilì solo verso la fine dell'epidemia. Si sforzava di ispirare a tutti coloro che venivano a visitarla, particolarmente ai sacerdoti, la pietà verso i poveri. Tutte le elemosine che riceveva, le consacrava a far celebrare messe per le anime del purgatorio, e si sforzava di guadagnare il maggior numero possibile di indulgenze, soprattutto il giorno della Porziuncola, durante il quale non si allontanava da una chiesa di Francescani, al fine di liberare il maggior numero possibile di quelle anime così degne di compassione. Quando le sue infermità la trattenevano a letto, suppliva alla sua impotenza raccomandando ai sacerdoti e alle altre persone che vedeva di guadagnare indulgenze a sua intenzione, e le applicava tutte al sollievo di quelle care anime.
A tante prove di ogni genere, a tante sofferenze e pene, il Signore ne aggiunse una nuova, affliggendo la sua fedele serva con una desolazione di spirito che la ridusse allo stato di scheletro. Passava i giorni e le notti a piangere, senza trovare né riposo né consolazione, e i suoi turbamenti di spirito erano tali che aveva continuamente bisogno dell'assistenza del suo direttore. Il pio e devoto D. Giovanni Pessiri era chiamato, a ogni ora, presso di lei, per prestarle i suoi lumi. Al fine di poter più facilmente ad empiere a quest D. Jean Pessiri Direttore spirituale e compagno della santa fino alla sua morte. o dovere, risolse, per ispirazione dall'alto, di venire ad abitare la casa della serva di Dio, e fu per non lasciarla più fino alla morte della Santa. Questo apostolo della carità sperava, con cure più assidue, di poter apportare a quell'anima afflitta qualche sollievo in mezzo alle sue mortali angosce; ma Dio, che voleva farla passare per il crogiolo delle tribolazioni, la visitò con una serie di afflizioni, tale che meritò bene il nome di martire della pazienza. In preda a un'ebollizione di sangue, aveva preso inutilmente i bagni freddi ordinati dai medici; questi pensarono di porre rimedio al male praticando un salasso al piede. Il chirurgo la ferì maldestramente e, per cinque giorni, soffrì i dolori più acuti e violenti spasmi. Il suo piede divenne come un ferro rovente e, essendovi sopraggiunta la cancrena, fu necessario tagliare e bruciare nelle carni vive. Tuttavia la paziente non poteva stancarsi di ripetere: «Che la volontà di Dio sia fatta! Mio Dio, fate di me ciò che volete!... Siate benedetto, mio Dio, per tutti i secoli!». Si sarebbe detto che giocasse con il male che la tormentava, e che se ne facesse un motivo di gioiosa ilarità. Avendo la sua compagna, per sbadataggine, lasciato dello zolfo bruciare troppo a lungo nella camera della Beata, le sopravvenne una tosse violenta che le causò un vomito di sangue, seguito da una tale infiammazione di gola che, per addolcirla, dovette portare un collare di piombo per dodici anni interi. Ringraziava Dio e lo benediceva per questa nuova croce, e guardandola come un segno del suo amore, diceva, con un ammirevole sorriso: «Il Signore mi ha ornata, come sua sposa, di questo collare di perle».
«Oh! perché non posso morire», esclamava spesso la Beata, «perché non posso dare la mia vita, come testimonianza della mia fede al grande mistero della Santissima Trinità! Perché non posso, al prezzo del mio sangue, farlo conoscere e adorare da tutti gli uomini!». Non iniziava mai nessuna delle sue orazioni senza aver prima recitato un Gloria Patri. Non poteva soffrire che qualcuno recitasse, in sua presenza, questa preghiera senza essere profondamente inchinato, e se qualche volta suor Maria Felice ometteva di farlo per distrazione, la Beata le curvava lei stessa la testa con le mani. Aveva sopra il suo letto un quadro rappresentante questo grande mistero, e ogni volta che riceveva nella sua camera un precetto di obbedienza, alzava gli occhi verso quel quadro per chiedergli la forza di ben compiere ciò che le era comandato. L'adorazione della Santissima Trinità era la prima e l'ultima azione della sua giornata. All'avvicinarsi della festa istituita dalla Chiesa per onorare questo augusto mistero, vi si preparava, per nove giorni, con una devozione straordinaria e un profondo raccoglimento unito ai digiuni e alle altre mortificazioni. Lei, la cui natura era così calma e dolce, si vedeva animarsi di un santo zelo, il volto tutto in fuoco, se qualcuno avesse voluto discutere non solo su questo mistero, ma anche su ogni altro, rispondendo senza riguardo per nessuno: «Non è permesso a un vile verme di terra voler scrutare e comprendere i misteri più sacri della sapienza divina, senza una temeraria presunzione; molti sono caduti nell'incredulità, e si sono dannati per sempre, per aver voluto ragionare sui misteri».
Ogni venerdì dell'anno era per lei un giorno sacro, in memoria di colui che fu santificato dalla morte di Nostro Signore Gesù Cristo; lo passava nelle pratiche della penitenza e di un digiuno molto rigoroso. Durante la settimana santa, dopo aver ricevuto la comunione il giovedì, alla messa solenne, non prendeva più alcun nutrimento fino al sabato mattina, e passava tutto questo intervallo a visitare trentatré sepolcri, in onore dei trentatré anni della vita del Salvatore. Nostro Signore ricompensava un così vivo e tenero amore con il privilegio singolare dei segni visibili delle sue piaghe, e facendo partecipare la sua Sposa a tutto ciò che ha voluto soffrire per la salvezza eterna delle nostre anime, nelle diverse parti della sua Passione.
Devozioni agli Angeli e a Maria
La sua vita spirituale è incentrata su una devozione intensa alla Vergine Maria e agli arcangeli, in particolare Raffaele che la guarì miracolosamente.
Maria Francesca aveva una fiducia così viva e un amore così tenero verso la Santissima Vergine, che non pregava mai senza ricorrere a lei; non contenta di praticare lei stessa questa pietà verso Maria, si sforzava di inculcarla agli altri. «Siate devoti», diceva a tutti, «siate veramente devoti a Maria e raccomandatevi costantemente a lei, otterrete da Dio tutte le grazie che desidererete». Non c'era angolo nella sua casa dove Maria non fosse rappresentata; la sua immagine si trovava sulle pareti, negli imbotti delle finestre, sulle porte, sulle scale; aveva ben ragione di agire così, poiché non c'era ripiego nel suo cuore dove il nome di Maria non fosse inciso profondamente. La Serva di Dio si preparava a tutte le feste della buona Madre, con novene di digiuni, preghiere e mortificazioni, meditando i vari privilegi di cui Dio ha onorato questa Vergine incomparabile. Tutti i titoli di Maria erano altrettanti tesori per lei; ne parlava spesso con un amore capace di ammorbidire il marmo. Il titolo tuttavia per il quale sentiva più attrazione, era quello di Madre del divino Pastore; amava riconoscere in colei che ne è onorata, la madre del suo Sposo, del suo Diletto, del suo Tutto. Si sforzava di propagarne la devozione, e la fece diffondere dai suoi amici per mezzo di statue, immagini e libri. Malata, voleva avere il ritratto della sua divina Madre tra le mani, e lo aveva all'istante, nonostante l'impossibilità in cui si trovava di prenderlo da sola, a causa della distanza, e senza che nessuno glielo desse visibilmente. I suoi digiuni di tutti i venerdì e sabati dell'anno erano offerti a Maria; non omise mai, fino alla sua morte, di recitare, in suo onore, il rosario, le litanie e altre preghiere ancora. Appena uscita dalla sua agonia, e quando non le restavano che poche ore da vivere, il suo primo pensiero fu di volgere lo sguardo verso la sua tenera Madre e di dire in suo onore cinque decine di rosario.
Qualcuno ricorreva alla Beata, in qualche necessità, o vi si trovava lei stessa, si rivolgeva subito alla Santissima Vergine. Lo faceva con una fiducia tutta filiale e la pregava di assicurarla all'istante, con un segno sensibile, che la sua preghiera sarebbe stata esaudita; la Santissima Vergine, la sua buona Madre, si prestava ai suoi desideri. Non c'era grazia che non ottenesse per Maria; la chiamava sua madre, e Maria la guardava proprio come sua figlia. Anima fortunata, quanto il vostro destino è degno di invidia! Felice di essere così onorata dalla Regina del cielo, tesoriera di tutte le grazie di Gesù! Ma come ottenere tanto onore? Sì, siate devoti a Maria, risponde lei, abbiate fiducia in Dio e nella sua Madre santissima, sforzatevi di non dispiacere mai a Maria offendendo Gesù, e allora, per Maria, Dio vi concederà tutte le sue grazie. Lo diceva e lo provava con le sue opere, operando per questa fiducia i miracoli più straordinari.
Maria Francesca aveva una grande fiducia e una tenera devozione verso i santi Angeli: si preparava a celebrare le loro feste con novene, penitenze e digiuni; ne parlava con un affetto tenero e non trascurava nulla per ispirare agli altri questa devozione. Così fu, durante tutto il corso della sua vita, favorita dall'assistenza visibile del suo Angelo custode; è lui che l'istruì nella dottrina cristiana, lui che la proteggeva nei pericoli spirituali o temporali. Poiché era abitualmente malata, piacque al Signore di affidarla in modo speciale all'arcangelo Raffaele. Nel 1789, le apparve sotto una forma di una bellezza straordinaria; questa vista causò una tale sorpresa a Maria Francesca, che non aveva più fiato per parlare; vedendola in questo stato, l'Arcangelo le annunciò che era inviato ver archange Raphaël Figura celeste a cui è attribuita la guarigione della santa. so di lei per guarire la sua piaga al fianco; infatti, il giorno seguente si trovò guarita. L'assistette allo stesso modo in un'altra circostanza, dove una vena del petto si era dilatata, il che le impediva di fare il minimo sforzo. Un giorno, il Padre D. Francesco Bianchi si trovava con lei quando sentì un profumo tutto celeste; gliene chiese la ragione, e lei gli fece sapere che l'arcangelo Raffaele era in mezzo a loro. Per riconoscenza per tutti i benefici che aveva ricevuto da questo principe del cielo, volle, al momento della sua morte, testimoniargli la sua gratitudine, recitando, a voce alta e con l'accento di una tenera devozione, nove Gloria Patri, per rendere grazie di questa assistenza alla Santissima Trinità. Amava ancora, di un amore speciale, l'arcangelo san Michele, suo protettore e suo difensore contro gli spiriti maligni, così come l'arcangelo Gabriele, che aveva annunciato al mondo il grande mistero dell'Incarnazione del Verbo. Infine venerava e amava tutte le gerarchie degli spiriti celesti; angelo lei stessa per la sua purezza, era giusto che godesse della familiarità e dell'amicizia degli Angeli.
Agonia e virtù dell'obbedienza
I suoi ultimi mesi sono un'agonia continua in cui manifesta un'obbedienza assoluta ai suoi direttori, morendo solo una volta sciolta dal suo voto di restare in vita.
Non vi fu un momento, in tutta la vita della Beata, che non fosse occupato dalla preghiera, dall'esercizio della penitenza, dalla tribolazione, dalla pratica di tutte le virtù, o dai favori più singolari del suo celeste Sposo. Così la storia di questa vita può definirsi in una parola: un'agonia continua. Nel mese di maggio 1791, aggravandosi sempre più lo stato della Beata, ella andò a passare qualche tempo nella campagna di Don Antonio Cervellini, situata sopra Santa Maria la Grande. Il beneficio del cambio d'aria non si fece sentire a lungo; suor Maria Francesca fu presto colpita da una tosse violenta che ebbe le più gravi conseguenze; nonostante tutte le risorse dell'arte, si produssero due ernie strozzate che, per ventiquattr'ore, le causarono atroci vomiti. Non si trovava nessuno in quella solitudine per assisterla, cosicché Don Pessiri si vide obbligato a darle un'assoluzione che credeva l'ultima.
Maria Francesca desiderava il suo confessore e lo chiedeva con voce spenta; Dio, che ascolta sempre la preghiera dei suoi servi, ispirò interiormente a Don Antonio di recarsi presso l'ammalata, e appena giunto, fece venire abili medici e le ordinò, per un precetto di obbedienza, di acconsentire all'operazione divenuta necessaria per salvarla. La Beata si sottomise a quest'ordine e, soffocata dalle lacrime, soffrendo angosce più crudeli della morte, si chiuse nel suo dolore e lasciò sfuggire solo queste parole: «Che Dio sia benedetto!»
Maria Francesca fu poi ricondotta a Napoli, e in mezzo alle continue agonie che la obbligarono, dal mese di maggio fino alla fine di agosto, ad essere senza sosta assistita da sacerdoti, volle sempre recitare con loro il Rosario, le litanie e tutte le sue lunghe preghiere, e persino prepararsi con una novena alla festa dell'Assunzione della santa Vergine. Quel giorno, scese dal suo giaciglio per venire, nel suo oratorio, ad associarsi alle preghiere dei ministri del Signore; vi fu colta all'improvviso da un dolore così violento a un piede che, non potendo trattenersi dallo scoppiare in singhiozzi, disse a quei servi di Dio: «Pregate per me, misera peccatrice; oh! pregate la santissima Vergine affinché mi ottenga da Gesù Cristo misericordia e coraggio nelle sofferenze che patisco». Essi pregarono e il dolore si calmò. Liberata da questo spasmo, divenne poi preda di orribili convulsioni accompagnate da un fuoco interiore che la divorava e da dolori acuti in tutto il corpo; i suoi piedi e le sue gambe si gonfiarono rapidamente, al punto che non poté più stare a letto e dovette passare i giorni e le notti su una sedia, senza poter prendere alcun riposo. La sua pazienza e la sua costante conformità alla volontà di Dio furono così grandi in questa circostanza che, secondo l'espressione dei testimoni oculari, erano più che eroiche. Le sue labbra si aprivano solo per benedire e ringraziare l'Altissimo, offrendo al Padre Eterno le sue numerose e dolorose crisi, in unione con i meriti infiniti di Nostro Signore Gesù Cristo.
Si avvicinava la festa della Natività di Maria, e mentre vi si preparava con estremo fervore, la Beata fu colta da una mortale crampo allo stomaco; sembrava che fosse attraversata da una spada affilata, e le convulsioni furono così grandi, i vomiti così violenti, che sembrava le strappassero le viscere; ma la Beata, lasciando sfuggire i due gemiti della colomba, non sapeva che ripetere queste ammirevoli parole: «Che il Signore sia benedetto!» Giunto il giorno della festa, poiché non poté lasciare il suo giaciglio, chiese di ricevervi la santa comunione, e la ricevette dalle mani del suo confessore con un raccoglimento e una devozione che suscitarono l'ammirazione di tutti i presenti. Poiché il male cresceva sempre e le convulsioni divenivano sempre più forti, suor Maria Francesca desiderò ricevere il santo Viatico e l'Estrema Unzione, l'11 settembre, festa del santo nome di Maria, sebbene avesse già comunicato al mattino. Il 13, dopo aver parimenti ricevuto il suo Beneamato, mentre era crocifissa sul suo letto di dolori, ebbe una profonda estasi, durante la quale vide elevarsi, dalla soglia della sua camera fino al soffitto, una grande croce nuda. Comunicò questa visione a Don Antonio Cervellini, e questi ne rese partecipi tutti i sacerdoti che si riunivano spesso nel suo oratorio per pregare per lei; tutti pensarono che questa visione fosse un presagio sicuro della sua morte prossima. Ricordandosi allora della potenza che aveva su di lei il precetto di obbedienza, e quante volte era bastato per richiamarla dalle porte della morte, nel loro desiderio di conservarla per il bene delle loro anime, risolsero di comandarle di pregare lei stessa il Signore affinché si degnasse di lasciarla vivere ancora, per la sua maggior gloria e l'accrescimento dei meriti della sua Serva. Il Padre Toppi fu scelto per comunicarle quest'ordine, da parte di tutta l'assemblea. La Beata obbedì e, per quanto penosa le fosse divenuta la vita, chinò il capo e offrì questo nuovo atto di sottomissione in unione con la sottomissione di Gesù sulla croce.
La malattia continuava il suo corso, aggravandosi sempre più; tuttavia, i servi di Dio, desiderando ancora possedere la Beata, le rinnovavano senza sosta il precetto di obbedienza. Il 5 ottobre ricevette, con il suo consueto fervore, la santa comunione che era divenuta il suo unico nutrimento da qualche tempo; mentre era tutta raccolta a fare il suo ringraziamento, fu rapita in estasi, alla presenza di diverse persone che la sentirono esclamare: «Mio Sposo beneamato, voi siete il mio Maestro, fate di me tutto ciò che vorrete». È durante questo rapimento che Nostro Signore le fece intendere che non voleva più che le si dessero precetti di obbedienza per trattenerla ancora nell'esilio, ma che tutti dovevano conformarsi alla sua divina volontà. Tornata in sé, e rivolgendosi a Don Antonio Cervellini che le ricordava il precetto che aveva ricevuto: «Mio Padre», gli disse, «non mi date più precetti, perché il Signore se ne irrita». — «Suor Maria Francesca», riprese il buon sacerdote, «questo precetto è nelle mani dell'abate Toppi». — «Sì», riprese la Beata; «ma il Signore mi ha detto che voi eravate il mio confessore e che voleva che ne fossi sciolta da voi». Poi, rivolgendosi a Francesco Borelli che faceva istanze: «Francesco», gli disse, «dovreste avere scrupolo della vostra condotta; vedete a che punto sono ridotta, la mia povera umanità è consumata, il Signore mi chiama, questi buoni Padri mi tengono legata dall'obbedienza, e io sono obbligata a restare e a soffrire. Dite loro dunque che non mi diano più precetti, e raccomandate a Don Pessiri di rassegnarsi alla volontà di Dio». Il suo confessore, dopo aver riflettuto, esclamò: «Poiché è così, non voglio dispiacere al Signore, che faccia la sua santa volontà, e voi, suor Maria Francesca, adempitela. Vi sciolgo da ogni precetto». Si rivolse poi verso il Padre Gaetano Laviosa, che era presente, e lo pregò di benedirla; questi, avvicinandosi al suo letto, la benedisse dicendo: *Benedictio Dei omnipotentis Patris et Filii et Spiritus sancti, descendat super te et maneat semper*. Maria Francesca chinò il capo a queste parole e, subito, colta da una forte crisi, cadde in agonia.
È così che la nostra Beata restò obbediente ai suoi direttori fino alla morte; non poteva giungere ai suoi ultimi momenti finché non fosse sciolta dal precetto che la tratteneva alla vita; il Signore volle che desse per questo la prova più eclatante del suo amore per questa virtù, che aveva amato con predilezione durante tutta la sua vita e che portò fino al punto più prodigioso alla sua morte. Entrata in agonia, Maria Francesca finì di ritracciare in sé la perfetta immagine del suo divino Sposo crocifisso. Questa agonia durò tre ore. Tremava in tutte le sue membra, tutte le sue ossa erano slogate. Dodici sacerdoti o amici della Beata circondavano il suo letto ed elevavano le loro mani per lei verso il Signore. Il suo confessore le suggeriva i sentimenti che la sua esperienza gli aveva insegnato essere i più efficaci sul suo cuore. All'improvviso, la Serva di Dio aprì gli occhi e, fissandoli al cielo con voce spenta e supplichevole, ripeté tre volte queste parole: «Perdonate, o mio Padre beneamato, perdonate, perdonate!» Coloro che la circondavano compresero allora che era arrivata a quel momento della passione di Gesù Cristo in cui l'Uomo-Dio pregò per i suoi carnefici e, nelle loro persone, per tutti i peccatori; per unirsi alle sue preghiere, recitarono le litanie e dei salmi. Qualche minuto dopo, con voce affievolita e lamentosa, gridò con tutte le sue forze: «Padre, aiutatemi, Padre, aiutatemi, aiutatemi!» Era giunta al misterioso abbandono che fu il momento più doloroso di Gesù sulla croce, e allora gli assistenti pregarono con fervore ancora maggiore, mentre lei stessa restò quasi due ore in un profondo silenzio, la gola secca e la bocca socchiusa. Si sarebbe detto che ad ogni istante suor Maria Francesca stesse per rendere l'anima al suo Creatore, quando, tornando dal suo sonno letargico, si mise a recitare, con voce chiara e distinta, cinque decine di rosario e tredici *Gloria Patri*, per ringraziare la santissima Trinità dell'assistenza che le aveva prestato, nella sua agonia, l'arcangelo Raffaele.
Il 6 ottobre 1791 arrivò infine; doveva essere l'ultimo giorno della sua vita sulla terra e l'inizio di quei trionfi senza fine con cui la bontà di Dio ricompensa le virtù e le vittorie dei suoi servi. La Beata aveva passato tutta la notte nella stessa posizione, lasciando sfuggire ardenti sospiri che interrompeva quando Don Pessiri le suggeriva pii sentimenti sulla passione del Salvatore. Giunto il mattino, sebbene avesse gli occhi chiusi e i denti serrati, al punto da somigliare quasi interamente a un cadavere, Don Giovanni le chiese se desiderasse la santa comunione; non potendo rispondere, fece un segno affermativo. Egli celebrò la santa Messa e, quando presentò a Maria Francesca il suo Sposo beneamato, ella recuperò tutte le sue facoltà, adorò profondamente il suo Dio nascosto sotto la santa ostia e comunicò. Rapita presto in estasi, si mise a dire: «La Madonna, la Madonna!... Ecco che mia Madre viene incontro a me... O mia Madre!...» La Beata, che aveva predetto che avrebbe lasciato questo mondo senza che se ne accorgessero, cambiò presto colore e non le restò più che un soffio di vita da esalare. Don Pessiri accese il cero benedetto, le diede un'ultima assoluzione e, volendo assicurarsi se fosse già morta, le presentò il crocifisso: «Suor Maria Francesca», le disse, «baciate i piedi del vostro Sposo, morto per noi sulla croce». E, sollevando la testa, la morente incollò le sue labbra sui piedi del suo Salvatore e, dopo averli teneramente baciati, ricadendo sul suo cuscino, spirò.
Culto postumo e riconoscimento
Morta nel 1791, è beatificata da Gregorio XVI nel 1843 e canonizzata da Pio IX nel 1867 in seguito a numerosi miracoli.
## CULTO E RELIQUIE.
Non appena si sparse la voce della sua morte, il popolo, in un santo entusiasmo, accorse in folla alla sua casa e prese a gridare, nel trasporto della sua devozione: «La santa religiosa è in cielo, la Servante di Dio è morta». Lo stesso giorno, una donna che si era rotta il collo del femore destro essendo stata miracolosamente guarita, la notizia di questo miracolo si diffuse rapidamente nella città di Napoli, alimentò la fede del popolo e divenne il principio di una lunga serie di prodigi per mezzo dei quali Dio si compiacque di onorare la memoria della sua Serva.
La sera del 7 ottobre, il suo corpo fu religiosamente deposto nella sua bara e processionalmente portato alla chiesa dei Frati Minori Alcantarini di Santa Lucia al Monte, dove era stata preparata una tomba scavata nella roccia, all'interno della cappella dell'Immacolata Concezione della santissima Vergine. Appena il corpo giunse alla chiesa, seguito da una folla immensa di fedeli, il popolo, non ascoltando più che l'impetuosità della sua devozione, si gettò sulla bara, desideroso di procurarsi reliquie della Beata; l'uno toglieva la palma, un altro la corona di fiori, un altro tagliava un pezzo del suo abito, un altro infine alcuni dei suoi capelli. Allora dei soldati della guardia del re di Napoli si strinsero attorno alla bara che fu trasportata in una cappella protetta da una grata di ferro. Per soddisfare la devozione del popolo, si facevano toccare ai resti della Santa medaglie e rosari.
Dopo la ricognizione giuridica del corpo, fatta dagli ufficiali della curia arcivescovile, lo si depose in una bara di castagno chiusa a chiave e sigillata con cura, poi posta in un'altra cassa e così deposta nella tomba, ricoperta da una pietra sepolcrale. Dio si compiacque di accordare per l'intercessione della sua serva, in questa circostanza, grazie innumerevoli; ma le più preziose furono quelle della conversione di molti peccatori: ciò che era stato, durante tutta la sua vita, l'oggetto dei desideri e delle preghiere di suor Maria Francesca.
Il 18 maggio 1863, fu dichiarata Venerabile dal papa Pio VII. Il 12 febbraio 1852, il papa Gregorio XVI approvò con un primo decreto l'eroicità delle sue virtù, e un secondo decreto dello stesso Pontefice, in data 23 dicembre 1839, dichiarò l'autenticità incontestabile e l'eccellenza di due miracoli operati per l'intercessione di questa serva di Dio. Il 20 aprile 1840, un terzo decreto stabilì che si poteva procedere alla sua beatificazione: la cerimonia fu celebrata il 10 novembre 1843, e il sovrano pontefice Gregorio XVI la iscrisse nel catalogo dei Beati.
Essendo stati operati nuovi miracoli per la sua intercessione, Sua Santità il papa Pio IX firmò la ripresa d ella causa pape Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. per la canonizzazione, e due miracoli furono proposti all'approvazione della Sacra Congregazione dei Riti. Conformemente alle costituzioni apostoliche, essa li sottopose a un serio esame, vale a dire: innanzitutto, in un'assemblea antepreparatoria, riunita il 5 maggio 1862, poi nell'assemblea preparatoria del 21 aprile 1863, e infine nell'assemblea generale tenuta al palazzo del Vaticano, il 24 novembre 1863. Il 17 gennaio 1864, il papa Pio IX degnò di pronunciare che constava di due miracoli operati da Dio per l'intercessione della beata Maria Francesca. Sua Santità ordinò di pubblicare questo decreto e di registrarlo tra gli atti della Sacra Congregazione dei Riti.
Domenica 24 aprile 1864, Sua Santità il papa Pio IX si recò alla chiesa del collegio Urbano della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, e dopo aver preso posto sul suo trono, si diede lettura del decreto con il quale Sua Santità dichiara che si può procedere in tutta sicurezza alla canonizzazione della beata Maria Francesca delle Cinque Piaghe di Gesù, terziaria professa dell'Ordine dei Minori di San Pietro d'Alcantara, della provincia di Napoli.
Infine, il 29 giugno 1867, il sovrano Pontefice la inseriva nel catalogo dei souverain Pontife Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. Santi.
Tratto dalla Vita della beata Maria Francesca, dal R. P. Bernardo Laviosa C. R. S., tradotta dall'italiano dal P. M.-A. dei Frati Minori Cappuccini.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Prima comunione all'età di sette anni
- Guarigione miracolosa per intercessione della Vergine Maria dopo aver vomitato sangue
- Rifiuto di un matrimonio forzato a sedici anni e maltrattamenti paterni
- Ingresso nel Terz'Ordine di San Francesco l'8 settembre 1731
- Ricevimento delle stigmate (segni visibili delle piaghe di Cristo)
- Epidemia di peste e carestia a Napoli nel 1764
- Morta il 6 ottobre 1791 dopo una lunga agonia mistica
Miracoli
- Guarigione da una febbre mortale per intercessione della Vergine Maria
- Assistenza dell'Angelo custode nel suo lavoro manuale
- Moltiplicazione del denaro per i poveri
- Profumo celestiale emanato dal suo corpo e dalle sue vesti
- Guarigione di una ferita al fianco per opera dell'arcangelo Raffaele
- Guarigione istantanea di una donna con il collo del femore rotto il giorno della sua morte
Citazioni
-
Padre mio, è inutile che vi diate pena per me su questo punto poiché, non volendo conoscere nulla del mondo, ho già, da molto tempo, deciso di prendere l'abito religioso
Risposta a suo padre riguardo al matrimonio -
Il Signore mi ha ornata, come sua sposa, di questa collana di perle
A proposito della sua collana di piombo terapeutica -
Sia benedetto il Signore!
Parole frequenti durante le sue sofferenze