San Artaudo di Belley
FONDATORE DELLA CERTOSA DI ARVIÈRES NEL VALROMEY, QUARANTOTTESIMO VESCOVO DI BELLEY
Fondatore della Certosa di Arvières e quarantottesimo vescovo di Belley
Nato nel 1101 nel Valromey, Artaudo fu dapprima cortigiano prima di diventare monaco certosino a Portes. Fondatore della celebre certosa di Arvières, fu eletto vescovo di Belley in età avanzata prima di ritirarsi nella sua cella per morirvi centenario. Il suo culto, segnato da numerosi miracoli, resta vivo nella diocesi di Belley.
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SAN ARTAUDO,
FONDATORE DELLA CERTOSA DI ARVIÈRES NEL VALROMEY, QUARANTOTTESIMO VESCOVO DI BELLEY
Giovinezza ed educazione cristiana
Nato nel 1101 al castello di Sothonod, Arthaud riceve un'educazione pia da sua madre e una solida formazione intellettuale da suo padre.
San Arthaud n Saint Arthaud Fondatore della certosa di Arvières e vescovo di Belley. acque al ca stello di Sothonod, château de Sothonod Luogo di nascita del santo nel Valromey. nelle montagne del Valromey, nel 1101. Sua madre, convinta di aver dato alla luce un cittadino per il cielo piuttosto che un abitante per la terra, considerava l'educazione del figlio come il primo dei suoi doveri. Gli aveva, per così dire, fatto succhiare la pietà col latte. Non appena seppe fare i primi passi, ella stessa lo conduceva in chiesa, dandogli l'esempio di un profondo rispetto per il luogo santo, per la preghiera e per tutte le cerimonie religiose che vi si praticano. Questa tenera madre volle ispirargli fin da presto quella carità verso i poveri che ella stessa esercitava a un tale grado di perfezione che il castello di Sothonod era continuamente pieno di sventurati ai quali prodigava cibo, vestiti, le cure più assidue, talvolta le più disgustose, quando erano malati o infermi. Abitituava il suo giovane figlio a render loro i piccoli servizi di cui era capace, e faceva sempre passare per le sue mani le numerose elemosine che distribuiva loro. È gettando così ogni giorno nel suo cuore il germe di una nuova virtù che riuscì a distruggere in lui fino al minimo di quei lievi difetti che si perdonano troppo facilmente all'infanzia.
Il padre del giovane Arthaud, da parte sua, cominciò presto a mettere a frutto le disposizioni premature del figlio, al fine di renderlo capace di realizzare più tardi le speranze che la sua famiglia ne concepiva, per aggiungere lustro al suo nome. Tutte le cure e tutto l'affetto di questo tenero padre si concentravano in questo figlio amato, unico erede del suo nome e della sua fortuna. Si affrettò a fargli apprendere gli elementi delle scienze profane; ma i successi che ottenne in questo nuovo genere di studi non gli fecero perdere i frutti di pietà che aveva raccolto alla scuola della sua virtuosa madre. I suoi progressi furono così brillanti che presto non ebbe più bisogno dei suoi maestri, dei quali eguagliò la scienza e che superò in santità. Si notò fin d'allora in lui un giudizio solido, conoscenze varie, esaltate da un candore d'anima, una saggia e prudente circospezione in tutte le sue parole e azioni, qualità che ne hanno fatto un grande uomo e un grande santo. Compiacente, modesto, era gradito a tutti; sottomesso ai suoi genitori, amava restare in casa, occupato nella lettura dei libri santi. Infine, in un'età ancora così vicina all'infanzia, si vedeva il giovane Arthaud disdegnare i divertimenti frivoli per dedicarsi alla preghiera e allo studio. Questi felici inizi di una vita così perfetta spinsero suo padre, senza ulteriore indugio, a tentare la riuscita del progetto che formava di stabilire suo figlio nel mondo in una maniera che rispondesse alla sua nascita e alle sue qualità personali. Le circostanze sembravano favorire i suoi disegni, spianando a questo giovane uomo la strada degli onori e degli incarichi che la voce dei suoi compatrioti gli conferiva in anticipo.
La prova alla corte di Amedeo III
Chiamato alla corte del principe Amedeo III nel 1118, Artaudo vi conduce una vita esemplare, conciliando i suoi doveri di cortigiano e la sua fede cristiana.
La fama di Artaudo essendo giunta alle orecchie di A medeo III, Amédée III Conte di Savoia e protettore di sant'Artaudo. che regnava allora sul Piemonte, il Vallese, la Savoia e il Bugey, questi si affrettò a chiamarlo presso la sua persona per fargli fare l'apprendistato delle dignità che gli riservava. Il giovane favorito fu il solo a non rallegrarsi dei vantaggi che il mondo e il principe gli offrivano, poiché aveva già appreso dalla voce interiore della grazia e nelle meditazioni delle sante Scritture, che le speranze della terra sono ingannevoli e che non approdano tutte che al nulla. Già aveva udito la verità che gli ripeteva senza sosta questi oracoli: «Colui che cammina con me non può errare nelle tenebre; colui che porta il mio giogo troverà il dolce riposo dell'anima». E già, a quell'epoca, appena sedicenne, meditava il suo ritiro dal mondo. Ma nell'insieme delle sue virtù, aveva fatto entrare un'obbedienza senza limiti ai suoi genitori; confidando dunque nelle sagge disposizioni della Provvidenza che avrebbe ben saputo trarlo dall'Egitto per condurlo al deserto, se era nella solitudine che doveva santificarsi e operare la sua salvezza, si recò alla corte del principe Amedeo III, nel 1118, all'età di diciassette anni. Una nobile semplicità, una conversazione piena di fascino, un'aria premurosa e disinvolta, maniere dolci e educate, un'istruzione superiore a quella che si riceveva a quell'epoca, gli conciliarono dapprima tutti i cuori e tutti i suffragi. Non si sarebbe detto che non avesse portato a corte che delle ripugnanze; e, in tutte le circostanze, seppe alleare due cose che sembrano incompatibili: gli obblighi del cristiano e i doveri del cortigiano. Sapeva piacere senza adulare, disapprovare i vizi senza urtare le persone. Libertà senza rudezza, prudenza senza dissimulazione, compiacenza senza bassezza, allegria senza dissipazione, pietà senza scrupolo, ecco il prodigio che offrì alla corte dove la sua santità fu altamente ammessa e pubblicamente rispettata.
Nondimeno il suo inclinazione lo trascinava verso la solitudine. In mezzo al tumulto della corte, seppe farsene una nel suo cuore; è in questo santuario che si mise al riparo dalle agitazioni del secolo. La sua anima era talmente colma di Dio, che il gusto del mondo non poté insinuarvisi. Il fasto e la pompa del secolo assediavano i suoi sguardi senza attirare la sua attenzione: posto alla fonte dell'opulenza e delle delizie, il favore del suo principe si presentava a lui con tutte le speranze lusinghiere che l'accompagnavano; ma la povertà di Gesù Cristo era il suo unico tesoro e il solo retaggio al quale aspirasse. Anche non fu senza stupore che il mondo vide questo giovane cortigiano fuggire le ricchezze con tanta cura quanta gli altri le ricercano, e non sollecitare dal suo sovrano altra grazia che il permesso di rifiutare i suoi benefici. I piaceri che il secolo gli presentava sembravano animarlo alla penitenza. Per difendersi contro i loro attrattivi corruttori, seguì il precetto di san Paolo e ridusse il suo corpo sotto la servitù del suo spirito che era senza sosta applicato a Dio. Gesù Cristo gli aveva insegnato che la «corte dei grandi è il soggiorno della mollezza e delle delizie»; anche non fu là che scelse i suoi modelli. Gli occhi rivolti ora sui santi solitari che abitavano il Bugey, ora sugli uomini che dimenticano Dio per occuparsi unicamente della terra, gli sembrava di vedere, da un lato, il piccolo numero degli eletti, e, dall'altro, la moltitudine dei reprobi. Pieno di questa idea e spinto da questo oracolo del Salvatore: «Che servirebbe all'uomo guadagnare il mondo intero, se viene a perdere la sua anima!» prese la risoluzione di abbandonare la corte per andare a cercare un luogo di riposo nella compagnia dei figli di San Bruno che aveva appena fondato, nel Bugey, le Certose di Portes enfants de Saint-Bruno Ordine religioso accolto da Engelberto a Colonia. e di Meyriat, non lontano dal castello di Sothonod.
La fiducia che aveva nel suo principe lo portò a fargli conoscere il suo disegno. Amedeo III era tanto pio quanto valoroso; anche, sebbene gli costasse molto perdere Artaudo, non volle contrariare la vocazione del suo favorito; d'altronde, vedeva bene che era una pianta nutrita dalla rugiada della grazia che il soffio del mondo e della corte non poteva che far appassire. Era convinto che non fosse che nel deserto, lontano dal contatto degli uomini, che essa doveva sbocciare, mostrare i suoi brillanti colori, e riempire il santuario e la Chiesa del suo profumo soave e delizioso. Non appena Artaudo fu assicurato dell'assenso del principe, lasciò la corte, non portando con sé che la sua virtù e i rimpianti di tutte le persone che aveva affascinato per due anni con le sue maniere amabili, ma che aveva soprattutto edificato con gli esempi della più tenera pietà.
Vocazione monastica a Portes
Nonostante l'iniziale opposizione della sua famiglia, entra nella Certosa di Portes nel 1120 sotto la guida di Bernardo di Varins.
Da tempo aveva formato il proposito di abbracciare la vita dei Certosini, a causa della grande austerità e della povertà che praticavano. I suoi sguardi, uscendo dal tumulto del mondo, si fissarono sulla montagn a di Portes, nel B montagne de Portes Monastero dove Arthaud compì il suo noviziato. ugey, che gli appariva come quella di Oreb, dove il Signore manifestava le sue meraviglie alla nazione santa che aveva scelto. Seguì dunque l'impulso che gli imprimeva il soffio dello Spirito Santo, che lo spingeva in quella casa dove sperava di vivere ritirato lontano dal tumulto del mondo e, per così dire, nascosto nel volto di Dio. Bernardo di Varins, fondat Bernard de Varins Priore della Certosa di Portes. ore e priore di questa Certosa, uomo di rara sapienza e di grande pietà, lo accolse con la distinzione che meritavano non solo la sua nascita, ma anche la sua virtù, la cui fama aveva portato le lodi fino in quel deserto.
Le speranze che aveva appena calpestato, i beni e gli onori che sacrificava alla croce, la sua giovinezza, poiché era nell'età delle illusioni, tanto favorito dalle grazie del corpo quanto da quelle dello spirito; tutte queste circostanze furono causa del fatto che la sua determinazione fece rumore nelle province vicine. Alcuni applaudivano a questo passo, altri lo trattavano come singolare, poiché è raro che coloro che vogliono darsi a Dio non debbano subire il dissenso, le derisioni e spesso anche l'odio degli empi.
I genitori di Arthaud, sebbene avessero acconsentito con pena, è vero, alla sua determinazione, non mancarono di mettergli davanti agli occhi i vantaggi che abbandonava, la sua temerarietà nell'abbracciare un genere di vita la cui rigore eccedeva le sue forze, infine l'utilità di cui avrebbe potuto essere per la sua famiglia, che fondava su di lui solo la speranza di vedersi perpetuare e illustrare sempre più: i loro vicini e i loro amici si unirono a loro e fecero di concerto un attacco il cui scopo era di rompere i suoi progetti e di riportarlo al castello di Sothonod; ma il disgusto del mondo, il desiderio di lasciare tutto per servire solo Dio nella solitudine, avevano gettato nel suo cuore radici troppo profonde perché si potesse scuoterlo con motivi umani. Sottomesso e obbediente ai suoi genitori in tutto ciò che non riguardava la sua vocazione, non credeva di mancare né all'amore né alla riconoscenza che doveva loro, determinandosi a seguire l'ispirazione dello Spirito Santo. Dio benedisse la sua costanza, cambiando le vedute e le disposizioni di coloro che contrariavano la sua risoluzione. I suoi genitori, persuasi che più lunghe rimostranze sarebbero servite solo a rattristare un figlio che amavano teneramente, finirono per incoraggiarlo nei suoi pii disegni. Arthaud, liberato dalle importunità della sua famiglia e dagli ostacoli che il mondo aveva messo al suo avanzamento nelle vie spirituali, entrò nella carriera della perfezione, e il suo cammino fu così rapido che presto giunse a quella meta così difficile da toccare.
La pietà esemplare dei Certosini di Portes diffondeva da ogni parte il buon odore di Gesù Cristo, e ritracciava la vita dei santi solitari dell'Egitto e quella dei primi discepoli di san Bruno. Il nuovo proselito fu toccato piuttosto che stupito dallo spettacolo di una vita così diversa da quella della gente del mondo in mezzo alla quale aveva vissuto fino ad allora. Dopo aver passato i suoi primi anni alla corte di un principe della terra, chiese di non avere più da servire che il Re dei cieli. Dom Bernardo, priore di Portes, testimone di tutti i passi dei genitori e degli amici di Arthaud, da uomo prudente, non volle affrettarsi ad ammetterlo al noviziato. Sondò accuratamente le disposizioni di colui che vedeva così pieno di ardore nel preferire le austerità del chiostro alle comodità della vita; esaminò quale spirito lo guidasse, quale fine si proponesse, se fossero le luci della grazia che lo avevano condotto al deserto, o dei malcontenti umani che lo impegnavano a separarsi dal mondo e dai suoi genitori. Il prudente Bernardo non tardò a scoprire che le intenzioni più pure avevano presieduto alla sua scelta di vita, e che egli portava nella ritirata la santità che gli altri vengono a cercarvi: così, trascorso il tempo delle prove ordinarie, Arthaud ricevette l'abito dei religiosi di San Bruno nell'anno 1120.
Il fervente novizio trovò senza fatica a Portes esempi e modelli, e fu presto lui stesso l'esempio e il modello di tutti i suoi compagni che superò prontamente nella carriera dove tutti cercavano, a gara, di guadagnare la corona dell'immortalità. La sua prima cura, entrando, era stata quella di purificare la sua anima dalle più leggere macchie che avessero potuto diminuire, in suo favore, le effusioni della grazia e ritardare il suo rapido cammino verso la perfezione. A vedere il suo compiacimento, la serenità del suo volto e la facilità con cui adempiva a tutti i suoi doveri religiosi, si sarebbe creduto che lo stato al quale veniva a consacrarsi fosse stato quello di tutta la sua vita. Nulla gli costava quando si trattava della regola che aveva abbracciato; il suo fervore gliene spianava le difficoltà, e le pene si cambiavano per lui in delizie. Non provava mai più soddisfazione che quando si presentava l'occasione di vincere l'orgoglio troppo naturale all'uomo, o di soffrire qualche mortificazione per testimoniare a Dio che non voleva attaccarsi che alla sua croce. Le offriva a Lui, diceva, per espiare le sue colpe passate, il cui ricordo lo portava a guardarsi come un grande peccatore.
Vita ascetica e ordinazione
Arthaud si distingue per una penitenza rigorosa e una profonda umiltà prima di essere ordinato sacerdote nel 1125 dall'arcivescovo di Lione.
La guerra che Arthaud iniziò a dichiarare al proprio corpo attraverso la penitenza non ebbe altro termine che quello dei suoi giorni, che furono quasi il doppio di quelli che Dio concede ordinariamente al comune degli uomini. Più si sentiva robusto, meno si risparmiava per assoggettare interamente i suoi sensi alla legge dello spirito. Oltre ai digiuni prescritti e all'astinenza perpetua che si osserva tra i Certosini, portava un rude cilicio che toglieva solo per aumentarne i dolori lancinanti con frequenti e lunghe flagellazioni. Tuttavia il nostro Santo aveva imparato che le macerazioni inflitte al corpo non sono che una parte della vera penitenza, e che l'umiltà ne è il complemento; così lo si vide sempre, nonostante la nobiltà della sua nascita, disputare ai più giovani novizi le mansioni più capaci di rivoltare l'amor proprio; sembrava persino moltiplicarsi per caricarsi lui solo di tutto ciò che vi era di penoso e umiliante da fare nella casa. Questa abnegazione assoluta gli faceva considerare l'obbedienza ai suoi superiori come la più perfetta imitazione di Gesù Cristo, che è stato egli stesso obbediente fino alla morte.
Nell'ammirare l'abnegazione, la penitenza, l'umiltà di sant'Arthaud, abbiamo scorto, per così dire, solo l'esterno del tempio che egli aveva consacrato a Dio fin dalla sua infanzia. La preghiera è il sacrificio che vi offrì costantemente all'Eterno sull'altare del suo cuore. Il tempo determinato dalla regola per questo esercizio non gli bastava, vi impiegava una parte della notte, e i lavori manuali non potevano distrarlo; la sua anima era tutta applicata a Dio, e mai l'impiego di Marta lo distolse dalle dolci occupazioni di Maria. Tuttavia il tempo della sua prova era trascorso, portandogli ogni giorno un nuovo grado di perfezione che lo rendeva degno del santo stato che stava per abbracciare irrevocabilmente. Vide con gioia avvicinarsi il giorno solenne dei suoi sacri impegni. Le sue preghiere, le sue austerità, tutto risentiva dei suoi ardenti desideri e della dolce speranza di essere presto fissato per sempre nella ritirata e legato a Dio da vincoli indissolubili. Da parte loro, i suoi superiori, non avendo avuto fino allora da ammirare nella sua condotta che una pietà al di sopra di ogni prova, benedicevano il Padre delle misericordie per il prezioso dono che faceva loro. Così, essendo tutto disposto, il pio novizio pronunciò i suoi voti nel 1123, con la generosità di un cuore che si consacra per amore e che ritrova la sua libertà sotto il giogo di Gesù Cristo.
Dopo questa azione, che aveva appena colmato i suoi desideri, la prima cura che gli ispirò la sua riconoscenza fu di ringraziare la divina Bontà per la predilezione che aveva voluto accordargli, di implorare il suo soccorso per non dimenticare mai un così grande beneficio, né smentire la santità della sua professione. Ne comprendeva tutto il prezzo, e ciò che aveva fatto fino allora per prepararsi non fu più guardato che come un debole apprendistato di ciò che si proponeva di praticare in seguito. Fu un uomo nuovo nel cammino della perfezione; divenuto discepolo della croce da quando fu divenuto religioso, le sue penitenze crebbero progressivamente con le sue altre virtù. Il suo letto serviva da velo alle sue mortificazioni; lo lasciava per passare a terra i pochi momenti di riposo che non poteva rifiutare alla debolezza della natura, e ancora questo giaciglio scomodo era bagnato dal sangue che scorreva sotto gli strumenti dei suoi rigori, e dalle lacrime che versò sempre in grande abbondanza. Ecco la parte che riservava al suo corpo; ma la sua anima era un santuario dove si vedeva la croce di Gesù Cristo elevata sulle rovine di tutti i desideri, di tutte le inclinazioni della natura. Era veramente come l'apostolo: «non era più lui che viveva, ma Gesù Cristo che viveva in lui».
Arthaud non aveva né traviamenti da punire, né vizi da sradicare, né passioni senza sosta rinascenti da abbattere; poiché quelli che chiamava i suoi grandi peccati non erano che colpe ben leggere, dalle quali l'uomo giusto stesso non saprebbe essere esente in questa vita. La penitenza con cui affliggeva il suo corpo non fu dunque per riparare la perdita della sua innocenza, ma per conservarla. L'aveva amata fin dalla sua più tenera giovinezza, e sempre seppe preservarla dalle insidie che incontra nel mondo e soprattutto alla corte, dove è così difficile mantenerla intatta in mezzo a mille pericoli che la circondano. La preghiera, la devozione alla santa Vergine che è la regina di ogni purezza, il ritiro, la frequente comunione, la fuga dal mondo il cui soffio corruttore è così pericoloso per un fiore così delicato, l'allontanamento dalle persone di sesso diverso, precauzione tanto raccomandata dai maestri della vita spirituale; ecco i mezzi che Arthaud aveva messo in uso per conservare senza macchia la veste d'innocenza che aveva ricevuto al fonte battesimale.
La sua vita era dunque una vita nascosta in Gesù Cristo; il suo cuore non sospirava che per Dio, il suo spirito era senza sosta elevato verso il cielo, e l'uno e l'altro si riunivano per formare quegli slanci d'amore, quei rapimenti, quelle estasi, che lo trasportavano talvolta fuori di sé. Gli studi, che sono spesso un soggetto di dissipazione, furono per lui un'occasione di avanzare sempre più nella santità. La teologia, che sviluppa le ammirevoli perfezioni di Dio, che parla soprattutto dei suoi benefici verso gli uomini, fu singolarmente di suo gusto; vi si applicò con la massima cura, di modo che la sua scienza, eguagliando presto la sua grande santità, i suoi superiori lo chiamarono al sacerdozio non appena ebbe raggiunto l'età richiesta dai canoni della Chiesa. Per quanto compenetrato della sua insufficienza per un ministero così temibile, la sua sottomissione ebbe la meglio sulla sua profonda umiltà. Non pensò più che a implorare con un nuovo fervore il soccorso potente di questo Dio di bontà che, per vie sconosciute alla prudenza della carne, lo aveva così felicemente condotto al porto sicuro della salvezza.
Mentre si preparava così a ricevere il carattere indelebile del sacerdozio, Ilumbald, arcivescovo di Lione, arrivò nel 1125 a Portes, per benedire la chiesa di quella certosa. Il nostro Santo ricevette, da quell'illustre arcivescovo, l'imposizione delle mani e l'unzione santa che consacrano i ministri del Signore. Umberto di Grammon t, vescovo di Ginev Humbert de Grammont Vescovo di Ginevra e amico del santo. ra, assisteva a questa cerimonia. Questo prelato, avendo visto di persona tutto ciò che la fama gli aveva insegnato di Arthaud, si legò a lui con una stretta amicizia.
Giunto alla sublime dignità del sacerdozio, il fervente religioso guardò la sua elevazione come un nuovo impegno per lui di salire a una più alta perfezione. La fede più viva, la pietà più tenera, vennero ad aggiungere ancora a tutto ciò che abbiamo ammirato fino a questo momento in una vita, sembra, più angelica che umana. La carità, questa virtù celeste, prese da allora soprattutto un tale accrescimento che non lo si vide mai perdere lo spirito di raccoglimento e di orazione che lo univa al suo Creatore; spesso anche i suoi superiori lo trovavano nella sua cella, immobile e immerso nella contemplazione delle bellezze e delle misericordie del Signore. Si sarebbe detto, vedendolo, che gustasse in anticipo le ineffabili delizie che sono in cielo l'alimento dei predestinati. Passava ore intere in ginocchio ai piedi degli altari, incollato alla croce di Gesù Cristo, senza che nulla fosse capace di distrarlo. Ma è soprattutto durante la celebrazione dei santi misteri che sentiva raddoppiare gli ardori del fuoco sacro che consumava il suo cuore. La serenità, e si assicura persino, dei raggi di una luce soprannaturale brillavano sul suo volto, e la sua azione di grazie era accompagnata da un torrente di lacrime ben dolci certamente, poiché la riconoscenza le faceva scorrere. La fede che lo animava verso Gesù Cristo presente nella santa Eucaristia era così viva che Dio sembrava mostrarsi a lui senza velo sugli altari. Se la forza del rispetto lo faceva tremare all'avvicinarsi del santuario, l'amore che ve lo trascinava trionfava ben presto di questo timore, e gli faceva comprendere con le più tenere emozioni che non era creato che per amare Dio. In una parola, era il vero sacerdote di Gesù Cristo. Il suo corpo era casto, la sua bocca pura, il suo spirito illuminato da una luce sovrumana, e il suo cuore tutto ardente di un santo zelo per la sua santificazione e per quella dei suoi fratelli; così, con i suoi consigli e le sue esortazioni alle persone che venivano da ogni parte a consultarlo sull'affare della salvezza, aveva acceso il fuoco dell'amore divino in tutto il Bugey. Purificato dalla penitenza, unito a Dio dall'umiltà e dalla preghiera, prudente in tutti i suoi passi, infiammato dalla carità che aveva consumato in lui tutto ciò che è dell'uomo, Arthaud era un religioso perfetto. Il divino architetto che aveva plasmato nel deserto questa pietra preziosa, la destinava a diventare il fondamento di una casa che, per sette secoli, sarà l'asilo della pietà e un vivaio di santi anacoreti.
Fondazione della Certosa di Arvières
Su richiesta del vescovo di Ginevra, fonda un primo monastero in località Cimetière, poi la Certosa di Arvières in seguito a un incendio.
Umberto di Grammont, vescovo di Ginevra, di cui abbiamo già parlato, per soddisfare i suoi desideri tanto quanto quelli del principe Amedeo III, aveva formato il progetto di chiamare i Certosini nel Valromey, che dipendeva allora dalla sua diocesi. Le eminenti qualità che aveva notato nel nostro Santo, quando venne a Portes con l'arcivescovo di Lione, gli fecero pensare che Arthaud fosse l'uomo che la Provvidenza aveva messo in riserva per questa grande opera. Unico erede della signoria di Sothonod, le cui proprietà si estendevano su gran parte delle montagne che circondavano il castello dei suoi padri, questo santo religioso poteva fornire un luogo adatto a questo stabilimento: così scompariva la prima difficoltà; lui solo era in grado di dissipare ancora tutte le altre, perché il suo spirito forte e penetrante sapeva prevedere tutti gli ostacoli e non si lasciava mai abbattere quando non poteva evitarli, e Dio, che ha promesso di ascoltare la preghiera fervente, gli faceva trovare facilità dove chiunque altro, meno abituato ai favori del cielo, avrebbe incontrato solo l'impossibile; d'altronde il suo nome, la sua reputazione, gli assicuravano le liberalità dei personaggi potenti che potevano concorrere alla fondazione di questa nuova casa. Su richiesta del vescovo di Ginevra, fu scelto da Dom Guigo, allora priore della Grande Chartreuse, per andare a fondare una colonia di religiosi di San Bruno nella provincia del Valromey, a cinque leghe da Belley. Si temeva che la sua umiltà gli facesse rifiutare a un altro l'onore che gli veniva conferito, ma egli vide fortunatamente nell'ordine dei suoi superiori solo la voce di Dio che lo chiamava a così grandi lavori. Sorrise all'idea che avrebbe avuto più mezzi per praticare la povertà e la penitenza. Questa determinazione afflisse molto i religiosi di Portes che stavano per perdere un modello così perfetto; ma fermo nella sua risoluzione, Arthaud li lasciò con sei compagni e si recò a Sothonod; di là percorse le montagne vicine, non per trovare il luogo più piacevole, ma quello che appariva più adatto a ricordare ai religiosi che sono morti al mondo e che non devono più avere relazioni con esso. Non cercò a lungo: un piccolo vallone chiamato Cimetière, così chiamato, senza dubbio a causa dell'aspetto triste e selvaggio che presenta, fu il luogo che Arthaud scelse per seppellirsi vivo, a un'ora dal castello dove era nato. È un nuovo Antonio che si mostra in questa solitudine irta di rocce, di rovi e di foreste, ma che cambierà presto volto sotto la mano feconda della religione.
La casa intrapresa da sant'Arthaud fu presto in grado di ricevere gli ospiti che venivano ad animare questo deserto con i loro canti e le loro preghiere, perché fu costruita su una piccola dimensione e in gran parte con assi, somigliando in tutto alle laure della Tebaide; di modo che questo luogo, che era poco prima il covo di bestie selvatiche, divenne la dimora di ferventi anacoreti che si elevavano a un'eminente santità alla scuola del loro serafico maestro. Questo pio fondatore volle che le celle fossero basse e strette, per ricordare ai religiosi che erano in un cimitero, facendo allusione al nome del luogo dove erano costruite, e per rappresentare loro senza sosta che l'ingresso del paradiso è stretto.
Descriveremmo difficilmente la vita ammirevole che questi santi religiosi condussero dapprima nella loro solitudine. Impegnati a un silenzio perpetuo, tutta la loro conversazione era solo con Dio nella preghiera e nella recitazione dei salmi. Sembrava che avessero un corpo solo per opprimerlo di austerità, dormendo su assi o fascine; eppure interrompevano questo penoso sonno per andare in chiesa a cantare Mattutino e attendere all'orazione. La giornata era divisa tra la preghiera e il lavoro delle mani; il loro digiuno quasi perpetuo era sostenuto solo da un po' di pane e verdure grossolanamente condite. I calori dell'estate, i rigori dell'inverno non apportavano mai alcun addolcimento a queste rudi pratiche, ben più penose dei lavori stessi ai quali sono condannati la maggior parte dei cristiani che, lungi dal metterli a profitto per la loro salvezza, disprezzano la legge della chiesa sul digiuno e l'astinenza, col pretesto che la loro salute ne è alterata. Per incoraggiarsi a sopportare tante privazioni, i discepoli di sant'Arthaud non avevano che da gettare gli occhi sul loro maestro. Egli non sapeva prevalersi della sua superiorità se non per abbandonarsi a più rigorose penitenze, per scegliere la cella più scomoda, gli abiti più poveri, il cibo più grossolano. Faceva loro amare la penitenza mostrando loro Gesù Cristo sulla croce, amare la povertà assicurando loro la corona immortale che il Salvatore ha promesso a coloro che hanno il coraggio di abbandonare tutto per seguirlo al calvario.
Da dieci anni questi ferventi religiosi si esercitavano nella pratica di tutti i consigli evangelici, lontano dal mondo, ma vicino a Dio che fece diversi prodigi per provvedere alla loro esistenza. La reputazione di questa piccola colonia si era diffusa lontano e attirava a Cimetière un gran numero di ferventi cristiani che desideravano morire al mondo per vivere a Gesù Cristo. La casa non poteva contenerne di più, quando tutto a un tratto un incendio, che era nei disegni della Provvidenza, venne a distruggere questo povero ammasso di celle di cui si vedono ancora oggi tracce vicino a una piccola sorgente, di fronte alla grangia detta Cimetière. Ardutius di Faucigny, che era succeduto a Umberto di Grammont sulla sede episcopale di Ginevra, era favorevole ai Certosini quanto il suo predecessore. Venne a visitarli, e li trovò in tale stato di indigenza e in un luogo così aspro e ristretto che li incoraggiò molto a costruire un'altra casa più spaziosa e più solida, in un luogo meno rude e più comodo per i rifornimenti. Promise loro il suo soccorso e l'intervento del principe di Savoia, così come la magnificenza di altri grandi personaggi.
Arthaud, da uomo prudente e riflessivo, non volle precipitare nulla in una circostanza così grave. Fece dunque preliminarmente dei passi per conoscere la convenienza del luogo indicato, per assicurare i mezzi di costruzione, constatare gli impegni dei benefattori che si offrivano di aiutarlo in questa impresa, al fine di non lasciare alcun imbarazzo negli affari del convento, né alcuna materia di contestazione tra i religiosi e i proprietari vicini. L'ubicazione che fissò la sua scelta fu sulla stessa montagna a mezz'ora, a sud di Cimetière, a nord del monte Colombier, il più elevato della provincia del Bugey, in un vallone molto stretto, sul plateau di una roccia tagliata a picco, ai piedi della quale scorre con fragore, a una profondità spaventosa, il torrente d'Arvières, di cui la nuova certosa prese il nome. L'esposizione pittoresca di questo luogo da cui la vista si estende su una parte del Valromey e del Bugey, offriv a una temperatura torrent d'Arvières Monastero fondato da sant'Arthaud. insopportabile; gli accessi erano facili per mezzo di una strada che fu effettivamente stabilita per scendere nel villaggio di Lochieu e di là in tutti i paesi circostanti. Foreste e praterie vastissime assicuravano inoltre entrate capaci di sostenere uno stabilimento che stava per diventare più considerevole del primo.
L'attaccamento che il conte Amedeo III aveva votato a sant'Arthaud, mentre era alla sua corte, non aveva fatto che accrescersi in proporzione alla santità del suo antico favorito; colse dunque con premura l'occasione di dargliene le prove, e gli inviò una somma di denaro considerevole. Già questo principe generoso gli aveva abbandonato il terreno designato per costruire il monastero e tutte le proprietà circostanti, dichiarando che faceva queste donazioni a Dio, alla santa Vergine e ai Certosini di Arvières.
Umberto III, signore di Beaujeu, avendo ricevuto la signoria del Valromey con la mano di Alix, figlia del principe Amedeo, ratificò ugualmente tutto ciò che aveva fatto suo suocero, donò alla certosa alcune terre, e la prese sotto la sua protezione speciale. Si vedono figurare tra gli illustri fondatori di Arvières: Ardutius, vescovo di Ginevra; Ponce, vescovo di Mâcon; Antelmo, vescovo di Patrasso; Bernardo e Guglielmo, vescovi di Belley; Pietro, vescovo di Glandèves. Diversi ricchi signori del Bugey, della Bresse e della Savoia, contribuirono alla ricostruzione del monastero. I canonici di Belley e i monaci di Nantua fecero anche prova di una pia liberalità cedendo a questa casa terre e diritti che possedevano in Valromey; ma bisogna contare tra i principali benefattori di Arvières, sant'Arthaud stesso, che le cedette tutti i suoi beni, a eccezione del castello di Sothonod e di alcune dipendenze che lasciò alla sua unica sorella, sposata a Jacques de Michelin, al quale passò questa terra, portata qualche tempo dopo dalla sua nipote nella famiglia di Seyssel.
La costruzione della certosa di Arvières, spinta da mani così potenti e liberali, fu terminata in meno di quattro anni, durante i quali i religiosi ebbero ben molti mali da sopportare in mezzo alle rovine della loro prima casa che non vollero abbandonare. Su richiesta del vescovo Ardutius, il papa Lucio II, con la sua bolla del 2 maggio 1144, indirizzata a sant'Arthaud, designò i limiti che dovevano servire da clausura o spazio ai religiosi, e si dichiarò il protettore di questo monastero che prese in singolare af fetto. Enric pape Luce II Papa che protesse la fondazione di Arvières. o II, re d'Inghilterra, inviò, diversi anni dopo la fondazione di questo monastero, offerte considerevoli a sant'Arthaud, su sollecitazione di sant'Ugo, priore della certosa di Witham, e più tardi vescovo di Lincoln, che portava il più vivo interesse a questo stabilimento.
Priorato e irradiazione spirituale
In qualità di priore, guida i suoi monaci con dolcezza e fermezza, esercitando al contempo un'immensa carità verso i poveri della regione.
La reputazione del nostro santo priore ebbe presto riunito attorno a lui un gran numero di discepoli; a questa scuola, non dovevano far altro che seguire Arthaud per diventare perfetti. Preparare il cuore dei suoi religiosi a servire Dio attraverso la pratica della pietà più tenera, insegnare loro a combattere il mondo e l'inferno, a morire a se stessi, ad essere santi: ecco ciò che Arthaud si proponeva nel suo importante incarico. Vigilante su tutto ciò che poteva riguardare il loro stato, la sua attività infaticabile lo rendeva presente in tutti i luoghi dove il dovere del suo ufficio lo richiedeva, al fine di esaminare se ogni cosa vi si svolgesse nell'ordine. Le sue luci eguagliavano il suo zelo; distingueva agevolmente quale motivo spingesse un novizio a chiedere l'ingresso in religione, e quale vittoria avesse da riportare sul proprio carattere. Rimandava senza pena nel mondo coloro che non credeva adatti ad abbracciare il giogo amabile del Signore e a vivere nella società dei Santi. La regola era, ai suoi occhi, un deposito sacro che gli era affidato, la cui perdita o il cui mantenimento doveva essere opera sua. Abbiamo già visto che non la trasgredì mai mentre era semplice religioso; così vegliava a farla praticare in tutta la sua estensione, non appena fu superiore; e qualunque fosse la dolcezza del suo governo, era inflessibile quando si trattava di regolarità. Il silenzio e la ritiratezza sono l'anima e la vita dei religiosi: faceva loro sentire la necessità paragonando coloro che amano il raccoglimento agli alberi piantati in un luogo ben chiuso, e coloro che erano dissipati agli alberi che si trovano lungo le grandi strade: i primi producono frutti che giungono a maturazione, e gli altri, scossi senza sosta dai passanti, non portano nulla ai loro padroni. Le sue parole portavano così con sé la forza, il sentimento e la persuasione, perché nascevano dalla carità ed erano sostenute dall'esempio. Se parlava loro della penitenza, vedevano in lui un corpo mortificato e ridotto in servitù; se predicava loro l'umiltà, si metteva al di sotto di loro, proponendoli come modelli, lui che nessuno poteva eguagliare. Insegnava loro la carità verso il prossimo attraverso le tenere cure che riservava a tutti i suoi discepoli, soprattutto ai malati. La sua attenzione lo faceva scendere fino ai minimi dettagli, e mai si ritirava dal loro letto senza aver versato nel loro cuore nuove forze per soffrire con pazienza. La sua carità si estendeva anche a tutti i loro bisogni spirituali: non appena ne vedeva alcuni immersi nella tristezza, si affrettava a consolarli, ad addolcire le loro pene, i disgusti che potevano incontrare nel loro stato, mostrando loro la ricompensa immortale che sarà il termine felice di una costante fedeltà. Fortificava nella loro vocazione coloro che temevano di non perseverarvi; risollevava il loro coraggio attraverso il giusto disprezzo del mondo che ispirava loro, attraverso il soccorso del cielo che prometteva di implorare, e attraverso l'esempio dei Santi che rimetteva loro senza sosta sotto gli occhi ancora più con le sue azioni che con le sue parole. La sua sollecitudine era troppo grande per essere rinchiusa tra le mura del suo monastero, si estendeva sui disgraziati di tutti i dintorni. Distribuiva loro ogni giorno abbondanti elemosine che esaurivano spesso i granai del monastero, riposando, per il sostentamento dei religiosi, sui soccorsi della Provvidenza che non gli mancarono mai. È soprattutto in mezzo ai poveri che si scorgevano la sua pazienza, la sua dolcezza e la sua tenera carità. Questo tenero padre, è il nome che gli davano, addolciva così le pene della loro indigenza tanto per l'attenzione che metteva nel sollevarla quanto per i sollievi stessi che prodigava loro.
Vescovo di Belley suo malgrado
Eletto vescovo di Belley nel 1188, tenta di fuggire in una grotta prima di accettare l'incarico e di riformare la sua diocesi per due anni.
Simile al fiore del deserto i cui profumi attirano i passi del viaggiatore, il nostro Santo spande lontano il buon odore delle virtù. Dopo la morte del vescovo di Bell évêque de Belley Diocesi di origine e luogo di insegnamento del santo. ey, il clero e il popolo, con voce unanime, che era quella di Dio, chiedono Arthaud come loro principe spirituale e temporale. La notizia di questa elezione precedette i deputati di Belley, incaricati di portargliela. Il santo priore, spaventato dal fardello che si voleva imporgli, corse a nascondersi in una caverna che si mostra ancora oggi con una sorta di venerazione sotto il nome di Balme de Saint-Arthaud. La si vede nel fianco della roccia a picco, sulla quale era costruito il monastero, a una grande altezza sopra il torrente che si precipita in quel luogo, e il cui muggito monotono rende ancora questa grotta più selvaggia e più triste. Invano i religiosi e gli inviati lo cercarono per tre giorni, immersi nelle angosce e nelle lacrime. Dio, non volendo che questa luce, che doveva gettare un così vivo splendore nella sua Chiesa, rimanesse più a lungo sotto il moggio, la fece già brillare in modo miracoloso agli occhi dei deputati. Una chiarezza soprannaturale li condusse nella caverna, dove trovarono Arthaud profondamente afflitto dalla loro apparizione; ma egli non aveva per difendersi contro le loro istanze che i suoi sospiri e i suoi gemiti, che il pretesto della sua incapacità e delle sue forze indebolite sotto il peso della vecchiaia. Non ci si arrese alle sue ragioni; lo si trasse dal suo ritiro, lo si trascinò a Belley dove fu ricevuto come un angelo venuto dal cielo. Il popolo si precipitava al suo passaggio, il clero gli tendeva le braccia, e l'unzione santa non tardò a dargli il potere di governare questa Chiesa consolata dalla perdita successiva di due santi vescovi che vedeva rivivere in costui. Arthaud, avendo infine riconosciuto la voce di Dio, prese il governo della sua diocesi verso la fine dell'anno 1188 o l'inizio del 1189; non vi trovò quasi nulla da cambiare, quasi nulla da riformare. Non scorse nel clero e nel popolo che virtù da sostenere, e quale uomo era più adatto di lui a rafforzare il bene già fatto, a mantenere il fuoco divorante della carità nei sacerdoti, e il gusto degli studi tra i leviti; a vegliare sui vizi per soffocarli fin dalla loro nascita, a cementare il regno di Dio nel cuore delle sue pecorelle, e a far loro godere infine tutte le delizie che procura la pratica della religione? I lavori che si impose erano immensi, ma non erano al di sopra dello zelo dell'operaio. Percorse le diverse parrocchie della sua diocesi: era un astro benefico che sorgeva su di esse per illuminarle, e la cui felice influenza dava nuova vita, nuove forze allo spirito religioso. Era un padre che vedeva i suoi figli dai quali era teneramente amato; la sua sola vista esaltava i sentimenti della fede, la sua eloquenza persuasiva faceva cessare i processi e le contese, le sue consolanti parole asciugavano le lacrime, i suoi consigli illuminati fortificavano i deboli, la sua virtù potente guariva i malati, le sue larghe elemosine riportavano la pace e l'abbondanza nella capanna del povero.
Non appena era di ritorno dalle sue corse apostoliche, il suo palazzo diventava una casa di carità dove riuniva, ogni giorno, un gran numero di infelici e distribuiva loro egli stesso la parola di Dio, gli indumenti e il cibo. Non è a quelli che si limitava il suo zelo, andava a cercare i peccatori, e faceva loro rimostranze così dolci e così forti allo stesso tempo, che restavano raramente senza effetto, e spesso completava la loro conversione con le sue preghiere e con le dure penitenze che si imponeva per loro. La sua sollecitudine, come quella di san Paolo, gli faceva prendere cura ancora di tutte le chiese. Sapeva che la decenza e la maestà dei templi contribuiscono potentemente a elevare l'anima e a dare ai fedeli una grande idea del Maestro che li abita; così, non appena ebbe riparato e abbellito la sua cattedrale, rivolse tutte le sue cure verso le altre chiese della sua diocesi; eccitava lo zelo dei sacerdoti e la liberalità dei fedeli affinché fossero tenute e ornate nel modo più conveniente al luogo santo, affinché le cerimonie auguste della religione fossero celebrate con la pompa che risveglia nei cuori i sentimenti di rispetto, di devozione, che abbiamo così poca cura di mantenervi. Il tempo che non impiegava nell'amministrazione della sua diocesi, lo divideva tra lo studio della Sacra Scrittura e l'orazione, seguendo, per quanto i suoi doveri glielo permettevano, la regola dei Certosini, di cui non infranse mai il precetto che fa loro un dovere del digiuno e dell'astinenza perpetui. Gli onori che si legavano al suo merito e al suo rango non lo cambiarono affatto; lo splendore che lo circondava non alterò mai il suo gusto per la povertà; la semplicità dei suoi mobili, dei suoi abiti, dei suoi appartamenti e della sua tavola gli ricordava la sua cara solitudine di Arvières che andava a visitare talvolta, e dalla quale non si separava mai che con rimpianto. Infine, dopo due anni di un glorioso episcopato, a forza di sollecitazioni fondate sulla sua grande età e sulle sue infermità, ottenne, nel 1190, dal papa Clemente III, il permesso di lasciare il suo vescovado per rientrare nella sua cella. Né le lacrime, né la desolazione delle sue pecorelle, né il suo tenero attaccamento per esse, poterono distoglierlo dal progetto che aveva formato di passare il resto della sua vita nella solitudine, per morire sulla cenere in mezzo ai suoi fratelli. Il suo cuore paterno fu tuttavia crudelmente straziato all'avvicinarsi di questa separazione; ma abituato da lungo tempo a disprezzare se stesso, pensò che un altro vescovo sarebbe stato più utile al gregge che abbandonava; che altre mani più forti e più abili avrebbero allontanato più sicuramente l'uomo nemico dal campo del padre di famiglia, e ne avrebbero estirpato la zizzania che accusava la sua incuria e la sua pigrizia di aver lasciato crescere.
Così rafforzato nel suo disegno, Arthaud diede l'ultima prova del suo attaccamento al buon popolo che lasciava, ottenendo da Dio con le sue preghiere un successore dotato delle qualità che l'apostolo san Paolo enumera per fare un santo vescovo: fu Eudes II, uomo di grande pietà, che la dolcezza del suo carattere, la bontà della sua anima, resero caro a tutti, e che seppe, con la sua grande carità, calmare i rimpianti universali che aveva fatto nascere il ritiro del suo predecessore.
Ultimi anni e trapasso centenario
Si dimette nel 1190 per finire i suoi giorni ad Arvières, dove muore nel 1206 all'età eccezionale di 105 anni.
Arthaud, rientrato nella sua cella, riscatta con la forza della penitenza il tempo che ha perduto, dice, nel tumulto degli affari, e lava nelle sue lacrime e nel suo sangue la polvere del secolo; l'età non gli ha tolto nulla del suo ardore, quando si tratta dell'adempimento della Regola; lo abbiamo visto, all'uscire dall'adolescenza, iniziare la sua corsa nella via stretta dei consigli evangelici, e dal primo passo arrivare quasi al termine. All'età di novant'anni, rientra in questa prima carriera come semplice religioso, dopo aver onorato l'episcopato con ogni sorta di virtù, e fino a oltre un secolo, conserva tutto il fervore, l'esattezza scrupolosa, il coraggio attivo e premuroso dei principianti, la pietà tenera, la devozione sensibile, la coscienza timorata, la mortificazione austera, la sottomissione passiva di un novizio. La sua ritirata non poté metterlo al riparo dai grandi personaggi della Chiesa e dello Stato che venivano a cercare presso di lui i consigli di un vecchio consumato in saggezza e in prudenza, che aveva sempre vissuto nella riflessione, lontano dagli intrighi che falsano il giudizio e corrompono il cuore. Non si parlava che delle sue virtù; lui, al contrario, pensava di essere molto lontano dalla santità alla quale credeva di non aver mai lavorato abbastanza; gemeva sulle sue colpe, e sospirava per il cielo lamentandosi, come il Profeta, della lunghezza del suo esilio, nel desiderio di godere al più presto della vera patria. Il suo tempo non era più impiegato che in esercizi di preparazione alla morte. Sembrava che dopo aver dato per un secolo l'esempio di una santa vita, Dio lo lasciasse ancora cinque anni sulla terra per insegnare a tutti noi come ci si debba preparare a questo terribile passaggio, con la preghiera, con i sacramenti e con gli atti di una perfetta rassegnazione alla morte, che è la pena del peccato.
Qualunque fosse il suo indebolimento, non lo si vide mai perdere la tranquillità della sua anima; più sentiva le sue forze diminuire, più rinnovava la sua sottomissione agli ordini del cielo, e il suo cuore viveva tutto intero in un corpo quasi spento. Era una vittima immolata dalle sofferenze, i cui resti erano consumati dal fuoco della carità. Non potendo più celebrare i santi misteri, partecipava nondimeno tutti i giorni alla santa comunione, ed è in un trasporto di riconoscenza, dopo un'azione così santa, che la sua ora ultima gli fu rivelata dall'alto. La morte, in quel momento, gli apparve come una liberatrice che veniva a spezzare le sue catene e a dargli la libertà che desiderava da così tanto tempo, e con aspirazioni tratte dai cantici sacri, il santo vecchio salutava la sua giovinezza rinascente. In quel momento, simile all'albero antico i cui rami piegati verso la terra invitano a cogliere i frutti di cui sono carichi, si volgeva verso i compagni della sua solitudine per prodigare loro i suoi ultimi consigli e le sue ultime benedizioni. «Ringraziate, miei cari figli», ripeteva loro senza sosta, «ringraziate il Dio delle misericordie che vi ha liberati dalle sventure dell'Egitto, per farvi entrare in una terra di benedizione. Chiedetegli con istanza le grazie che vi sono necessarie per perseverare santamente nello stato che avete abbracciato; che lo Spirito Santo sia la vostra luce nei vostri dubbi e il vostro consolatore nelle vostre pene; che la santissima Vergine, verso la quale vi raccomando di avere sempre una tenera devozione, sia la vostra protettrice presso Dio; siate sempre i veri discepoli di san Bruno, sempre pronti a seguire i precetti e i consigli evangelici con quella fedeltà di cui ci ha dato l'esempio. Voi siete i fondatori di questa casa, crescete tutti i giorni in virtù, affinché la santità vi si perpetui di età in età attraverso le buone tradizioni che lascerete a coloro che verranno dopo di voi». Ripeteva loro poi le parole che l'Apostolo amato non cessava di ridire ai suoi discepoli nella sua estrema vecchiaia: «Figli miei, amatevi gli uni gli altri; che la carità sia il legame che vi unisca tutti insieme, e tutti insieme a Gesù Cristo». Dopo questi discorsi e altri simili, il suo amore per coloro che chiamava i suoi figli sembrava rianimare la sua mano vacillante che si alzava per benedirli ancora, o piuttosto per spargere su di loro le grazie del cielo. Poi, come il cigno, simbolo della purezza, che, si dice, annuncia la sua morte con i suoi canti, intonava cantici di allegrezza: «Mi sono rallegrato per ciò che mi è stato annunciato - andremo nella casa del Signore. L'anima mia desidera andare a te, mio Dio! come il cervo assetato sospira dopo un'onda pura. Brucio di una sete ardente finché non possa placarla nella fontana di acqua viva che è il mio Dio: quando apparirò davanti al suo volto? Signore, liberate l'anima mia dalla prigione del suo corpo, i giusti mi attendono per essere testimoni della ricompensa che oso sperare dalla vostra bontà».
Bernardo II, vescovo di Belley, che professava la più profonda venerazione per san Arthaud con il quale aveva intrattenuto una stretta relazione da quando si erano conosciuti a Portes, avvertito dello stato del suo amico, partì prontamente per Arvières, accompagnato da diversi canonici della sua cattedrale. I due vescovi ebbero insieme, sulla felicità di cui godono i Santi nel cielo, una lunga conversazione durante la quale si vedeva il cuore del moribondo rianimarsi e palpitare con più forza; il suo volto allora si copriva di dolci lacrime, la sua bocca indirizzava le parole più affettuose a Gesù e a Maria; i religiosi circondavano il suo letto immersi nel più amaro dolore, e il Santo diceva loro, per consolarli: «Perché affliggervi, miei figli? non piangete la mia morte, l'ora del mio felice sonno è arrivata, ecco il momento in cui Dio mi farà misericordia; d'altronde, ho già vissuto troppo, non vi sono più necessario quaggiù, vi sarò più utile nel cielo»; e li benediceva di nuovo raccomandando loro l'amore della povertà, l'esercizio dell'orazione e la pratica della penitenza. Sentendo la sua fine avvicinarsi, chiese gli ultimi sacramenti che ricevette con i trasporti del più vivo amore e della più toccante riconoscenza, rispondendo lui stesso a tutte le preghiere. Dopo la santa comunione, si intrattenne a lungo con l'Autore della vita eterna, il volto infiammato e in una specie di estasi. Ma tornato da questo stato, supplicò i religiosi di metterlo sul pavimento coperto di cenere, come prescrive la Regola dei Certosini. La vista di Gesù morente su una croce, che offrono ai suoi sguardi, rianima le sue forze indebolite; si mette sulle sue ginocchia tremanti, alza le braccia e le mani verso i cieli: sembrava pregare ancora, e non era più. Così si spense, il 6 ottobre 1206, questo fiaccolo che aveva illuminato per più di un secolo il mondo, il deserto e la Chiesa.
Culto, miracoli e traslazioni
Il suo corpo, rimasto intatto, è stato oggetto di diverse ricognizioni e traslazioni, in particolare durante la Rivoluzione francese per proteggerlo.
## CULTO E RELIQUIE.
I resti mortali del grande servitore di Dio furono deposti con pompa in una tomba di pietra, davanti alla porta della chiesa della certosa di Arvières. Il buon odore della sua santità penetrò nelle province vicine e attirò ad Arvières un concorso continuo di fedeli che venivano a chiedere grazie particolari che Dio, per onorare il suo servitore, accordava alle loro ferventi preghiere. Il rumore di queste meraviglie non fece che accrescere la folla dei pii richiedenti. Gli uni accorrevano per implorare favori spirituali e temporali, gli altri per portare alla tomba del Santo l'omaggio della loro venerazione, e ringraziarlo sia per qualche guarigione miracolosa, sia per qualche altro beneficio segnalato che riconoscevano aver ricevuto per i suoi meriti e la sua mediazione. Il suo culto si stabilì così, e da allora non lo si invocò quasi mai invano, soprattutto nelle malattie, nei tempi calamitosi di siccità o di pioggia la cui durata distruggeva la speranza dei lavoratori.
La fama pubblicava ogni giorno i nomi delle persone inferme che avevano ottenuto la loro guarigione, dei moribondi che erano stati richiamati alla salute riponendo la loro fiducia in sant'Arthaud; essa aggiungeva tutte le circostanze che constatavano la verità e l'autenticità di questi fatti straordinari, quando monsignor Juste Guérin, vescovo di Ginevra, sulla pressante sollecitazione di Claude Rouier, priore della certosa di Arvières, e per aderire al voto di tutto l'Ordine di San Bruno, risolse di fare la ricognizione del corpo santo; ma le infermità di questo venerabile prelato non gli permisero di presiedere questa cerimonia. L'illustre vescovo di Belley, Jean de Passelaigue, fu incaricato di rappresentare il vescovo di Ginevra in questa circostanza.
Il 9 agosto 1646, si recò ad Arvières, accompagnato da fra Claude de Rée, priore della certosa di Pierre-Châtel, visitatore della provincia, e da un gran numero di ecclesiastici e di fedeli accorsi da lontano per contemplare il degno oggetto della loro tenera venerazione. Dio, che veglia sulla conservazione delle ossa dei suoi Santi, aveva preservato il corpo del suo fedele servitore dalla corruzione della tomba. Gli applausi, le grida di gioia che eccitò la vista di questo tesoro che i vermi non avevano punto distrutto, mescolati alle azioni di grazie di coloro che furono guariti miracolosamente, formavano il più bel concerto che potesse onorare questa festa. Il corpo santo fu rimesso in una cassa di legno prezioso, poi deposto di nuovo nella stessa tomba di pietra, dove i fedeli vennero da allora a far toccare oggetti di devozione, panni che si impregnavano, per così dire, della virtù del Santo, e la cui applicazione diventava una risorsa per gli afflitti e un sollievo nelle loro sofferenze. Monsignor de Passelaigue fu così colpito dalle meraviglie operate dal contatto delle reliquie di sant'Arthaud, che sollecitò e ottenne un osso considerevole che fu inviato al convento dei Cappuccini, a Belley, poi trasferito, nel 1645, nella chiesa di San Giovanni Battista.
Il nome di sant'Arthaud fu inserito nel martirologio universale, e se ne faceva memoria, ad Arvières, il 6 ottobre. La festa di san Bruno, che cadeva in quel giorno, impediva che la sua festa fosse celebrata più solennemente; ma sempre la folla dei fedeli circondò la sua tomba, fino al momento in cui l'empietà venne a distruggerla.
In quell'epoca infelice in cui il martello rivoluzionario colpiva tutto ciò che ricordava una virtù, i religiosi di Arvières concepirono timori ancora più vivi per la perdita del corpo del loro santo fondatore che per quella della propria vita. Avvertiti segretamente da parte dei commissari convocati dal distretto di Belley per far effettuare l'intera evacuazione del loro convento, pregarono gli abitanti di Lochieu, di cui conoscevano la fede e le disposizioni pacifiche, di voler essere i depositari del corpo santo. Era sottoscrivere ai loro voti. La domenica 17 luglio 1791, al termine della messa parrocchiale, M. Crusey, il loro parroco, alla testa di una processione accresciuta dalla popolazione di tutti i villaggi vicini, scortata dagli ufficiali municipali e da una guardia d'onore, salì alla certosa: i Padri li attendevano cantando i Vespri. Il corpo santo, racchiuso nella cassa d'ebano guarnita d'argento, fu rimesso a M. Crusey dai religiosi e portato dai confratelli del Santissimo Sacramento, nella chiesa di Lochieu, in mezzo al rispetto e ai canti del popolo che l'accompagnava. Fu deposto sull'altare principale dove i cristiani rimasti fedeli non cessarono di circondarlo di omaggi e di preghiere fino al 2 gennaio 1794.
Mentre i rivoluzionari si contendevano le ricchezze di cui la pietà aveva circondato la cassa, dei fedeli si impadronirono del tesoro che essa racchiudeva, e, per sottrarre questa preda a quegli uomini avidi, ebbero la felice idea di seppellirlo nel cimitero, persuasi che la dimora dei morti, non offrendo nulla alla capacità sacrilega dei profanatori, sarebbe stata un luogo di sicurezza per quei resti sacri. Delle precauzioni furono prese per riconoscere il luogo del deposito, non appena il Signore avesse fatto succedere la calma alla tempesta. I religiosi, dispersi dall'uso rivoluzionario, erano scomparsi da Arvières; la loro casa fu saccheggiata, e presto non offriva più che un ammasso di macerie.
Fin dal suo arrivo nella diocesi di Belley, monsignor Devie si Mgr Devie Vescovo di Belley nel XIX secolo che ha restaurato il culto del santo. era occupato di rendere alle reliquie di sant'Arthaud gli onori di cui una sfortunata rivoluzione le aveva quasi interamente spogliate. Secondo i suoi ordini, esse furono sollevate da terra, il 22 luglio 1824, da M. de la Croix, vicario generale di Belley. Dei testimoni, quelli stessi che avevano nascosto il corpo santo, furono ascoltati riguardo al luogo e alle circostanze della sepoltura che ne avevano fatto nel cimitero. Munito di queste informazioni, M. de la Croix fece procedere all'esumazione in presenza di M. de Seyssel de Sothonod, parente del Santo; di M. Chubansy, parroco di Brenze; di M. Colletta, vicario di Belley, che l'accompagnava; in presenza delle autorità e della popolazione di Lochieu, aumentata ancora da quella delle parrocchie vicine che il rumore di questa cerimonia aveva attirato. Le deposizioni preliminari erano così esatte che in meno di qualche minuto si trovò la cassa che conteneva le ossa di sant'Arthaud, circondata da tutti gli indizi dati dai testimoni firmati al verbale di questa cerimonia. Le ossa furono accuratamente verificate e accostate a quelle che conteneva un altro piccolo reliquiario che si vedeva un tempo sull'altare della chiesa di Arvières, e che fu conservato in quella di Lochieu durante tutto il regno del Terrore.
L'identità di queste ossa era stabilita, esse furono racchiuse in una cassa di legno sulla quale si apposero accuratamente diversi sigilli in cera alle armi di M. de La Croix d'Asolette. Il deposito ne fu fatto tra le mani di M. David, sindaco del comune. Da allora, monsignor Devie lavorò ancora con più zelo a rianimare la devozione a sant'Arthaud e a preparare la traslazione dei suoi resti mortali nella chiesa di Lochieu.
Mentre un operaio distinto della capitale confezionava la cassa in bronzo dorato che doveva ricevere le sante spoglie; mentre si preparava il mausoleo sul quale dovevano riposare, monsignor Devie redigeva un regolamento per organizzare la Confraternita della buona vita e della buona morte, sotto il patrocinio di sant'Arthaud. Migliaia di fedeli si fecero iscrivere sul catalogo di questa società il cui scopo è così eminentemente religioso. Il sovrano pontefice Pio VIII l'approvò con il suo breve del 5 febbraio 1830, e volle inoltre accordare: 1° Un'indulgenza plenaria ai membri di questa Confraternita il giorno della loro ricezione; 2° un'indulgenza plenaria al momento della loro morte; 3° un'indulgenza di sessanta giorni per tutti gli atti di carità che gli associati eserciteranno gli uni verso gli altri. Con un breve, in data 16 febbraio dello stesso anno, il Papa accordò di più: 1° Un'indulgenza plenaria a tutti i fedeli che comunicheranno nella chiesa di Lochieu, il 6 ottobre, giorno della festa di sant'Arthaud; 2° un'indulgenza plenaria a coloro che assisteranno alla traslazione solenne delle reliquie, o che in seguito comunicheranno nella chiesa di Lochieu il giorno anniversario di questa traslazione, o uno degli otto giorni che precederanno; 3° un'indulgenza di cinquanta giorni a tutte le persone, ogni volta che visiteranno la reliquia di sant'Arthaud.
Tutto essendo così disposto, monsignor Devie fece avvertire che la solennità della traslazione avrebbe avuto luogo il 13 aprile 1830. La folla dei fedeli accorsi a questa cerimonia fu immensa. Il prelato, scortato da un numeroso clero, si era recato la vigilia a Virieux-le-Petit, e, fin dal mattino del 13 aprile, si trasferì a Lochieu. La cassa che conteneva le reliquie gli fu rimessa da M. David, sindaco del comune. Dopo aver riconosciuto che i sigilli apposti da M. de La Croix, il 22 luglio 1824, erano perfettamente intatti, i commissari incaricati da monsignor il vescovo aprirono in sua presenza il cofanetto, ne trassero le ossa che racchiudeva, e le deposero nel reliquiario in bronzo dorato fornito dal comune. Una processione numerosa fu organizzata e accompagnò le spoglie mortali del santo protettore del Valromey, che furono portate in trionfo in tutto il villaggio di Lochieu. Di ritorno alla chiesa, esse furono deposte sul monumento che gli abitanti avevano fatto preparare nella loro chiesa. La cerimonia fu terminata da una messa solenne che celebrò monsignor il vescovo di Belley. Da quel giorno memorabile, la folla dei fedeli non ha cessato di accorrere alla cappella di Lochieu, principalmente il 6 ottobre, giorno della festa del santo fondatore di Arvières, e il martedì dopo Pasqua, anniversario della traslazione di cui abbiamo appena parlato.
Per soddisfare interamente alla pietà dei fedeli e del clero, monsignor Devie sollecitò dal sovrano Pontefice l'estensione del culto di sant'Arthaud in tutta la sua diocesi, e l'autorizzazione di farne l'ufficio. Secondo le regole stabilite da Urbano VIII, il culto di sant'Arthaud, circoscritto anticamente nella Certosa di Arvières e nella piccola provincia del Valromey, non poteva essere celebrato in tutta la diocesi senza il consenso del capo della Chiesa. Gregorio XVI, con i brevi del 2 giugno e 6 settembre 1834, fece diritto alle richieste del venerabile vescovo di Belley, e l'ufficio di sant'Arthaud non potendo farsi il 6 ottobre, a causa dell'occorrenza di quello di san Bruno, fu fissato al 7, sotto il rito semidoppio maggiore.
Estratto dalla Storia agiologica di Belley, di monsignor Depéry.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita al castello di Sothonod nel 1101
- Ingresso alla corte di Amedeo III nel 1118
- Ingresso nel noviziato della Certosa di Portes nel 1120
- Professione dei voti nel 1123
- Ordinazione sacerdotale nel 1125
- Fondazione della prima casa a Cimetière
- Fondazione della Certosa di Arvières (completata verso il 1144)
- Elezione alla sede vescovile di Belley nel 1188
- Dimissioni dal suo vescovado e ritorno alla cella nel 1190
- Morto all'età di 105 anni nel 1206
Miracoli
- Chiarezza soprannaturale che guida i delegati verso la sua grotta
- Guarigioni miracolose presso la tomba
- Conservazione del corpo incorrotto constatata nel 1646
- Rivelazione dell'ora della sua morte
Citazioni
-
Figli miei, amatevi gli uni gli altri; che la carità sia il vincolo che vi unisca tutti insieme.
Ultime parole riportate -
Quale gioia quando mi dissero: andremo alla casa del Signore.
Salmi citati nell'agonia