San Savino di Barcellona
ANACORETA E APOSTOLO DEL LAVEDAN
Anacoreta e Apostolo del Lavedan
Nobile spagnolo dell'VIII secolo, Savino rinuncia ai suoi titoli per farsi monaco a Poitiers prima di isolarsi come eremita nei Pirenei. Stabilitosi sull'altopiano di Pouey-Aspé, vi conduce una vita di estrema mortificazione, seppellendosi vivo in una fossa. La sua santità, segnata da numerosi miracoli, fece di lui l'apostolo e il protettore della valle del Lavedan.
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SAN SAVINO DI BARCELLONA;
ANACORETA E APOSTOLO DEL LAVEDAN
Origini ed educazione nobile
Savin nasce in Spagna in una famiglia comitale legata alla regalità francese e riceve un'educazione pia da sua madre.
San Savino nacque in Spagna, nell'VIII o nel IX secolo, da un conte di Barcel lona, che Barcelone Città dove esercitò la professione di calzolaio ed entrò in religione. era, si dice, fratello di Hen tilius, c Hentilius Conte di Poitiers e zio di san Savino. onte di Poitiers e parente dei re di Francia, se bisogna credere ad alcuni storici. Avendo perso il padre precocemente, il giovane Savino divenne la consolazione e l'unica speranza della madre afflitta, che, a sua volta, circondò la sua infanzia delle sue cure più dolci, della sua più tenera sollecitudine. Volle occuparsi attivamente lei stessa dell'educazione del figlio, al fine di renderlo ogni giorno più degno degli alti destini che lo attendevano.
Fu dunque alla vigilanza, alla dedizione della sua pia madre, che lo formava allo stesso tempo per Dio e per il mondo, che dovette il vantaggio di trascorrere la sua giovinezza nella più perfetta innocenza. Le virtù che si notarono in lui, fin dalla sua infanzia, fecero comprendere a quale grado di perfezione sarebbe giunto in seguito. Ancora adolescente, si mostrava già degno della potenza e degli onori che sembravano essergli destinati. Rispondeva, con la sua pietà e con lo sviluppo della sua intelligenza, alla saggia e pia educazione che la sua tenera madre gli faceva impartire sotto i suoi occhi. Così, il primo uso che fece delle ricchezze e delle grandezze, fu quello di sollevare i poveri e di dedicarsi alle buone opere.
Viaggio a Poitiers e precettorato
Si reca in Francia presso suo zio Hentilius, conte di Poitiers, per perfezionare la sua educazione e diventa il precettore di suo cugino.
Savin, su cui la Provvidenza aveva disegni particolari, sentì d'un tratto nascere nel suo cuore il progetto di andare a visitare suo zio Hentilius, conte di Poitiers. Sua madre, che conosceva l'alta fama del conte, uno dei più grandi signori di Francia, comprese facilmente che un viaggio in quel paese avrebbe potuto essere molto proficuo per l'erede della potenza comitale di Barcellona, mettendolo in grado di studiare i costumi di quella grande nazione e di iniziarsi, sotto un parente così distinto, a tutti i segreti di un'amministrazione che egli avrebbe dovuto più tardi esercitare egli stesso. Il solo pensiero di vedersi separata per lungo tempo dall'unico oggetto della sua tenera sollecitudine dovette essere ben sensibile al suo cuore materno; ma ella seppe mettere l'interesse di suo figlio al di sopra dei sentimenti della natura, e acconsentì a questo viaggio, che doveva, ahimè! costarle tante lacrime.
Savin partì, col cuore spezzato dal rimpianto di lasciare sua madre nella desolazione; ma, poiché obbediva alla grazia ben più che al proprio gusto, si rallegrò, in seguito, di aver avuto il coraggio di rompere così risolutamente l'unico legame che avrebbe potuto trattenerlo nel mondo. Si separò dunque da sua madre rivolgendole un addio che presumeva ben dovesse essere l'ultimo. Poiché la sua intenzione non era quella di fare questo viaggio per istruirsi sugli usi del mondo, né per soddisfare la sua curiosità, evitò con cura l'aria contagiosa delle grandi città che dovevano naturalmente trovarsi sul suo cammino; ricercò di preferenza le solitudini dove i discepoli di san Benedetto avevano fondato i loro monasteri, al fine di apprendere da loro la vera scienza che rende Santi. Attraversò la contea di Foix e passò per la piccola città di Mas-d'Azil, così come ci apprendono le vecchie legg ende, e a Hentilius Conte di Poitiers e zio di san Savino. rrivò infine a Poitiers, presso suo zio.
Hentilius seppe presto apprezzare il merito e l'intelligenza precoce di suo nipote; e, senza tener conto dell'età, volle dargli un segno non equivoco della più alta fiducia, caricandolo dell'educazione di suo figlio, futuro erede della sua potenza. Questo beato fanciullo non poteva, in effetti, trovare un maestro migliore per formare allo stesso tempo il suo spirito alla scienza, il suo cuore alla bravura cavalleresca dell'epoca e la sua anima alla più solida pietà. Un impiego di così alta distinzione per un giovane non cambiò nulla ai primi sentimenti di Savin. Nemico della mollezza e superiore alle insidie della vanità, divideva il suo tempo tra la preghiera, i doveri del suo stato e la cura dei poveri. Viveva con semplicità; i suoi digiuni erano rigorosi; la sua tavola frugale. Colmo dei benefici del conte, avrebbe potuto concedersi il piacere del lusso e dei brillanti equipaggi; ma ridusse tutte le sue spese, al fine di aumentare il suo superfluo, che impiegava interamente in opere di carità. «La virtù in un uomo ignorante», dice un autore, «appare un segno di imbecillità agli occhi dell'empio; ma quando la virtù e la scienza sono riunite nello stesso uomo, ciò impone rispetto ai più scellerati». Così il giovane Savin, che possedeva l'una e l'altra, non ebbe pena ad attirarsi la stima e la simpatia degli ufficiali che erano al servizio di suo zio. È in questo posto onorevole che consacrò tutto il suo tempo e tutto il suo zelo a illuminare lo spirito di suo cugino, insegnandogli la più pura dottrina. Seppe penetrare quel giovane cuore con i sentimenti di una pietà sincera, che gli ispirava con i suoi discorsi e ancor più con i suoi esempi.
Il figlio di Hentilius, docile alla voce di un così buon maestro, fece rapidi progressi, soprattutto nella pratica della virtù, che suo cugino sapeva così bene fargli amare. Savin, con quella dolce parola che persuade e che trascina, gli dipingeva talvolta i misteriosi incanti del ritiro e le pure gioie della contemplazione; altre volte, gli rappresentava i pericoli così frequenti che si incontrano nel mondo, dove d'altronde non vi è situazione che non abbia le sue pene e le sue amarezze, dove la felicità non è mai esente da preoccupazioni e da affanni. Sì, tutto è pericolo per la virtù nel mondo, diceva Savin: pericolo nella nascita, che usurpa privilegi e dispense contrari allo spirito del cristianesimo; pericolo nell'elevazione, dove si è esposti alle basse adulazioni e alle false lodi; pericolo negli affari, negli impieghi, dove bisogna spesso optare tra la coscienza e la fortuna; pericolo nell'amicizia stessa, dove si trova talvolta solo ingratitudine, perfidia, tradimento; pericolo negli esempi, dove il vizio perde il suo orrore per il numero di coloro che lo preconizzano; pericolo nelle ricchezze, che portano lo sfarzo, il lusso, il gioco, i piaceri corruttori; pericolo nella povertà, quando non è cristianamente sopportata.
Ingresso nella vita religiosa
Savin convince suo cugino a rinunciare al mondo ed entrambi entrano nel monastero di Ligugé sotto la regola di san Benedetto.
Tutti questi pericoli si presentano contemporaneamente all'immaginazione di Savin. «Lasciamo», dice al cugino, «lasciamo il mondo, ritiriamoci, fuggiamo, usciamo da Babilonia, salviamo la nostra debole virtù dall'aria contagiosa che vi si respira. Come potremmo osservare costantemente la legge di Dio in mezzo a un mondo dove tutto spinge a violarla; dove il vizio circonda e preme da ogni parte? Il piacere vi si presenta ovunque, approvato dall'esempio, applaudito dalle massime, consacrato dalle consuetudini e persino dalle convenienze. Felici le anime piene di generosità che fanno a Dio il sacrificio di tutti i godimenti mondani! Nei nostri cuori è racchiuso il pericoloso focolaio, il fuoco nascosto della lussuria; il minimo soffio basta ad accenderlo. Chi ci garantirà dai pericoli di un mondo dove il crimine è quasi necessario? Lo stato religioso, il chiostro. Dietro questo baluardo, che porremo tra gli uomini e noi, non avremo più da temere il contagio degli scandali e delle massime di un mondo corrotto». Mentre Savin parlava così, suo cugino lo ascoltava come si ascolta un oracolo; e queste parole fecero una tale impressione nel suo cuore che, lasciandosi andare alla voce imperiosa di una vocazione irresistibile, dicendo addio a brillanti destini e alle dolcezze della famiglia, rompendo con il passato e rinunciando al futuro, il giovane allievo di Savin scomparve come un fuggitivo dalla casa paterna. Onori, ricchezze, amici, parenti, aveva lasciato tutto per andare a cercare in un chiostro la povertà, l'umiltà profonda! È in un monastero dedicato a san Martino, vicino a Poitiers, che si ritirò per seguire la Regola di San Benedetto.
Chi potrebbe dare un'idea del crudele dolore della contessa, privata all'improvviso di un figlio, oggetto di tutta la sua tenerezza e del suo orgoglio materno? Questa madre desolata va all'istante a trovare Savin. Si getta ai suoi piedi; lo supplica, con uno strazio straziante, di farle ritrovare al più presto quel figlio amato, che le era stato affidato per renderlo degno degli alti destini ai quali lo chiamava la sua nascita, e non per strapparlo così alla sua famiglia. Bisognava dunque che Savin partisse senza indugio, e che andasse a convincere suo cugino a uscire dal monastero per rientrare nella casa paterna. Partì dunque per il monastero e fece chiamare suo cugino; ma, ben lontano dall'assecondare le vedute della contessa, incoraggiò il giovane religioso a perseverare nella sua prima risoluzione. Di più, ai consigli aggiunse l'esempio; quello stesso giorno, si videro in quel monastero i due cugini, figli di due conti, rivestiti del santo abito di lana dell'Ordine di San Benedetto, a cui il Signore aveva detto: «Venite, seguitemi». E per tre anni, nelle austerità del chiostro, questi due giovani amici che avrebbero potuto, circondati dagli onori del mondo, dare ordini ai loro vassalli, si votarono, per amore di Gesù Cristo, all'obbedienza, al silenzio e alla povertà.
Vocazione eremitica nei Pirenei
Cercando una solitudine più rigorosa, parte per il Lavedan nei Pirenei e si stabilisce come eremita sull'altopiano di Pouey-Aspé.
Ma questo non bastava a Savino, a cui lo spirito di Dio ispirava il desiderio di abbracciare i santi rigori della vita solitaria. Confidò questa idea all'abate del monastero, che dapprima non osò né biasimare né approvare una tale ispirazione, per timore di contrariare i disegni di Dio, e forse anche per trattenere ancora per qualche tempo un religioso che edificava l'intera comunità con la sua grande esattezza nell'osservare le minime regole, e che dava l'esempio di tutte le virtù. Tuttavia, la perseveranza di Savino trionfò su tutti i ritardi e su tutti gli ostacoli. Un giorno infine, ottenne il permesso di partire con un solo compagno di viaggio. Diresse i suoi passi verso le montagne della Bigorre, abbandonandosi alla guida della divina Provvidenza, che fissò il termine del suo pellegrinaggio nella bella valle de l Laved Lavedan Valle pirenaica dove Savino visse come eremita. an, ai piedi dei Pirenei. Passando per Tarbes, non dimenticò di andare a inchinarsi con rispetto davanti al vescovo che occupava allora la sede di san Giustino e di san Fausto. Gli espose il suo disegno e gli chiese il suo consenso e la sua benedizione. A trentasei chilometri da quella città, sui fianchi della montagna che si affaccia sulla valle del Lavedan, si trovava un
monastero dell'Ordine di San Benedetto, che era stato fondato sulle rovine di un antico castello o forte, di data molto remota, forse dell'era gallo-romana, come sembra indicare il nome di Palatium-Émilianum, che gli rimase fino alla morte di san Savino.
Dopo aver ricevuto la benedizione e le istruzioni dal vescovo della diocesi, fu verso questa solitudine che il nostro pellegrino diresse il suo cammino. Si presentò al monastero, dove fu cordialmente accolto da Forminio, che ne era l'abate. Ma, sapendo già bene che la vita monastica non era abbastanza severa per lui, visti i disegni di perfezione che il Signore gli ispirava, Savino risolse di addentrarsi più a fondo nelle montagne per abbracciarvi l'austera vita dell'eremita. Per maggiore sicurezza, aprì il suo cuore a Forminio, rendendolo partecipe del progetto che lo aveva condotto in quei luoghi. L'abate, riconoscendo nel suo ospite l'impronta di una vocazione divina, si affrettò ad assecondarlo nella sua risoluzione; e non potendo trattenere presso di sé un così prezioso tesoro, volle almeno trattenerlo in un luogo abbastanza vicino; lo condusse a tre o quattro chilometri dal monastero. Fissarono la loro scelta sull'altopiano chiamato Pouey-Asp Pouey-Aspé Altopiano montuoso dove si trovava l'eremo di Savino. é. È da questo altopiano che si può immergere lo sguardo nella valle per contemplarne la ricchezza e la bellezza. Ma questo pensiero dovette essere estraneo alla scelta di Savino. Ciò che gli rendeva questo sito preferibile a ogni altro, è che a una certa distanza, di fronte, sopra la piccola parrocchia di Villelongue, tra due rocce che coprono un vallone solitario, scorgeva un eremitaggio che era stato santificato molto tempo prima da un giovane spagnolo, sant'Orenzio. Fu dunque sull'altopiano di Pouey-Aspé che Savino risolse di passare la sua vita, di fronte ai preziosi e toccanti ricordi che facevano in qualche modo rivivere ai suoi occhi il suo antico compatriota. Si mise dapprima all'opera per costruire la cella che gli era indispensabile; ma non fu che un riparo, ancora mal sicuro, contro la ferocia delle bestie delle foreste vicine. La costruzione di questa modesta capanna, che non aveva che sette o otto piedi di lunghezza per quattro o cinque di larghezza, e che doveva essere piuttosto una dura prigione che un'abitazione ordinaria, non dovette costare molto tempo al nostro Santo. Ciò che gli diede più pena fu il trasporto dei materiali, a causa della difficoltà dei sentieri, che erano quasi inaccessibili. L'abate Forminio, che lo aveva senza dubbio aiutato in questo lavoro, lasciò il nostro eremita nella solitudine e rientrò nel suo monastero, rapito dall'avere nelle vicinanze un uomo di così grande santità. Spesso andava a visitarlo per edificarsi con l'esempio delle sue virtù tutte celesti.
Mortificazioni e vita miracolosa
Pratica austerità estreme, vivendo in una fossa, e compie numerosi miracoli, tra cui la creazione di una sorgente.
Savin, trovandosi ancora troppo ben alloggiato nella sua abitazione, che meritava tuttavia il nome di misero tugurio piuttosto che di cella, inventò un raffinamento di mortificazione. Scavò una fossa, lunga sette piedi e profonda cinque, dove si seppelliva vivo, prendendo così per letto una vera tomba, nella quale l'acqua trasudava da ogni parte, soprattutto nei tempi piovosi. Forminio, essendo tornato a visitarlo qualche tempo dopo la loro prima separazione, rimase tutto sorpreso nel vedere che Savin si fosse scavato quella tomba senza averne prima manifestato il disegno, e gli chiese il motivo di questa esagerazione di penitenza: «Io sono il solo a conoscermi», rispose l'eremita, «solo anche io devo misurare la pena all'estensione delle mie colpe. Ognuno deve fare ciò che può; io faccio ciò che devo: *ut potes, fac quælibet, ego feci quod expedit*». Lì, come un tempo Elia sul monte Carmelo, il nostro Santo si abbandonava alla preghiera, alla contemplazione e alle più dure pratiche di una vita mortificata. Sarebbe difficile esprimere fino a che punto portò lo spirito di orazione e con quale zelo abbracciò le più rigorose austerità. Le sue veglie erano lunghe e i suoi digiuni quasi continui. La sua occupazione più ordinaria era la contemplazione. Rivestito di una semplice veste, che durò miracolosamente lo spazio di tredici anni, camminava a piedi nudi sulle punte acuminate delle rocce, anche durante la stagione più rigida. Solo in questo ritiro selvaggio e spesso gelato, dove la sua cella, tremando sotto la violenza continua dei venti, minacciava di esporlo senza difesa alla voracità delle bestie feroci, che abbondavano nelle foreste vicine, manteneva la sua anima inaccessibile a ogni timore umano, interamente assorbita nell'amore di Dio e tutta ardente del desiderio di essere unita per sempre al suo beneamato. Avrebbe preso piuttosto del veleno che rendersi colpevole di menzogna, dice la leggenda. Considerava il giuramento come un sacrilegio. Non era al riparo dagli attacchi del demonio; ma aiutato dalla grazia di Dio, superava, con la preghiera e con la pazienza, le tentazioni che venivano ad assediarlo e a distrarlo dalle sue sante contemplazioni.
Sebbene Savin non si occupasse, a dire il vero, che dei progressi spirituali della sua anima, tuttavia i bisogni fisici si facevano talvolta vivamente sentire; e poiché, durante le forti calure dell'estate, le acque che uscivano dalle fenditure delle rocce venivano a prosciugarsi attorno alla sua cella, gli ardori della sete lo obbligavano a portarsi un po' più lontano per andare ad attingere l'acqua che gli era necessaria. Doveva allora passare per il prato di un certo Chro matius, ch Chromatius Proprietario terriero punito e poi guarito dal santo. e abitava il piccolo villaggio di Uz, che si trova a due chilometri circa dall'antico eremitaggio. Un giorno che il nostro Santo attraversava questo prato per arrivare alla sorgente che gli forniva la sua bevanda, il proprietario inumano volle almeno fargli pagare caro quel debole sollievo. Ordinò a un uomo della sua casa di andare a cacciare all'istante quel troppo audace solitario, che non aveva temuto di introdursi nella sua proprietà. Questo ordine selvaggio non fu che troppo bene eseguito. Il domestico, dopo aver ingiuriato il Santo, si dimenticò persino fino a colpirlo brutalmente. Ma Dio, che soffre talvolta che i giusti siano provati dai malvagi, vuole anche in certe occasioni, quando lo giudica conveniente nella sua sapienza, prendere in mano la difesa dell'innocente oppresso; e allora lascia cadere sul crimine tutto il peso della sua maledizione, al fine di farci comprendere che la sua onnipotente giustizia porta sempre, presto o tardi, la glorificazione della virtù e il trionfo dell'innocenza.
Un castigo provvidenziale si abbatté improvvisamente su questi due esseri malvagi che avevano offeso Dio stesso in uno dei suoi più cari servitori, e venne a provare loro che non si insulta sempre impunemente la virtù. Colui che aveva colpito il Santo fu all'istante posseduto dal demonio, mentre il padrone perse, sul momento stesso, l'uso dei suoi occhi. Savin, la cui carità era immensa, fu desolato di vedere che egli era la causa, sebbene ben innocente, di questa doppia disgrazia. Cadde subito in ginocchio e supplicò il Signore di voler rendere il bene per il male a questo infelice che veniva di trattarlo così indegnamente. Le sue preghiere disarmarono la vendetta divina: il servo fu all'ora stessa liberato dal demonio che lo possedeva, e non poté fare a meno di riconoscere che doveva la sua liberazione a Savin stesso, che aveva appena oltraggiato e battuto così crudelmente. Ma il padrone, Chromatius, che aveva comandato l'oltraggio, restò a lungo ancora cieco, finché non fu, come si vedrà più avanti, guarito a sua volta dai meriti del Santo che aveva voluto allontanare dalle sue terre in una maniera così brutale. In seguito a tutte queste circostanze, Savin si decise a non andare più ad attingere acqua a quella fontana.
Come un secondo Mosè, mettendo tutta la sua fiducia in Dio, colpì la roccia col suo bastone, e subito ne scaturì un rivolo d'acqua viva, che scorre ancora, ma abbastanza debolmente: si direbbe che questa sorgente abbia voluto seguire la decrescenza della ingenua semplicità, della fede pura e del fervore evangelico dei nostri primi cristiani. Accanto a questa fontana miracolosa si trova, tagliata nella roccia, una piccola nicchia alla quale si arriva per mezzo di due o tre gradini in pietra.
Savin, che non ignorava che non si saprebbe veramente amare Dio senza amare il prossimo, aveva una tenera carità per tutti gli uomini. Li portava tutti per così dire nel suo cuore. Avrebbe volentieri sacrificato la sua vita per assisterli, soprattutto spiritualmente. Non potendo più condividere le sue ricchezze, poiché si era spogliato di tutto, apriva almeno la sua cella come il suo cuore a tutti gli infelici che venivano a visitarlo per trovare presso di lui qualche consolazione. Lavorava, con le sue esortazioni, a distruggere nelle loro anime il regno del peccato, al fine di stabilirvi quello della giustizia. L'ingratitudine, i cattivi trattamenti persino, lo abbiamo appena visto, non scoraggiavano mai la sua inesauribile carità. Guardava gli uomini come malati più degni di compassione che di collera. Li raccomandava a Dio nel silenzio del ritiro, e sollecitava senza sosta la sua misericordia in loro favore. Mai nessuno di coloro che venivano a vederlo lo lasciava senza aver ottenuto, per sua intercessione, o la salute del corpo, o qualche grazia ancora più preziosa per la sua anima.
Sarebbe ben difficile riportare qui tutti i miracoli operati da questo illustre Santo. Si legge nel suo Ufficio, composto dai religiosi che risiedevano al monastero vicino alla sua cella, che aveva fatto un gran numero di miracoli per lettere. La tradizione, che ha sempre amato perpetuare in questo paese il ricordo dei prodigi operati dal nostro santo eremita, si trova consignata in due quadri a scomparti, dipinti su legno e ammirati a giusto titolo dagli intenditori. Vi si vedono i principali tratti della vita di san Savin.
Un prete, che andava a compiere qualche funzione del suo ministero, dovette attraversare il Gave di Cauterets in un punto vicino a Pierrefitte. Nel tragitto, in questo momento molto pericoloso, il cavallo fu rovesciato, e il prete stesso cadde nel torrente. Era minacciato di essere presto inghiottito, se non stritolato tra le rocce che trascinava la forza delle acque che, divenute furiose a causa dello scioglimento delle nevi, rotolavano con fracasso blocchi enormi staccati dalle montagne vicine. In un pericolo così pressante, il prete ebbe tuttavia abbastanza calma ancora per pensare di mettere tutta la sua fiducia in Dio e per raccomandarsi alle preghiere del solitario di Poney-Aspé. Tutto a un tratto, il prete si trova come spinto verso la riva, che raggiunge sano e salvo. Vede con stupore, su questo stesso bordo, il suo cavallo salvato miracolosamente come lui stesso. Convinto che non doveva la sua salvezza che alle preghiere di san Savin, e pieno di riconoscenza per questo segnalato beneficio, intraprese immediatamente l'ascensione dell'eremitaggio per andare a ringraziare il suo salvatore.
Una povera madre, abitante la valle stessa, e che si chiamava Gaudentia, era nella desolazione nel vedere che il suo seno tardivo rifiutava il nutrimento necessario al suo piccolo bambino, che voleva tuttavia allattare lei stessa. Dopo aver inutilmente esaurito tutti i mezzi ai quali poté naturalmente ricorrere, volse i suoi sguardi unicamente verso Dio; ma, riconoscendo la sua indegnità, risolse di andare a implorare la protezione di san Savin. Prese dunque il suo bambino tra le sue braccia, e, piena di fiducia, intraprese, accompagnata da suo marito, il pellegrinaggio di Poney-Aspé. Lì, le lacrime agli occhi, e presentando a Savin l'innocente e gracile creatura, lo supplica di voler salvare l'oggetto di tutto il suo dolore e della sua tenerezza. Il Santo, toccato di compassione, si mette in preghiere come un secondo Eliseo, e subito Dio rende alla madre ciò che la natura le aveva così a lungo rifiutato. Da questo momento, Gaudentia vede il suo seno darle in abbondanza il latte che deve nutrire il suo bambino. Savin era talmente infiammato dell'amore di Dio che una sera, per dissipare le tenebre della sua cella, non ebbe che da avvicinare al suo petto un piccolo pezzo di cero che teneva alla mano; la fiamma vi si comunicò subito, e, per un doppio miracolo, questo fiaccola illuminò tutta la notte senza consumarsi.
Morte e traslazione delle spoglie
Savin muore dopo tredici anni di solitudine e il suo corpo viene trasportato al monastero di Palais-Émilien tra segni prodigiosi.
Il santo eremita, sentendo, un giorno, che il termine del suo pellegrinaggio in questa valle di lacrime era finalmente giunto, inviò qualcuno ad avvertire Forminio dell'estremo stato in cui si trovava. L'abate del monastero fu pregato vivamente di venire a vedere Savin nella giornata stessa, per assisterlo nei suoi ultimi momenti e dargli ancora la sua benedizione. L'abate, trattenuto senza dubbio da cure che non soffrivano ritardo, rispose al messaggero che sarebbe andato a vedere il santo solitario solo il giorno seguente. D'altronde, due dei suoi religiosi, Silviano e Flaviano, assistevano da alcuni giorni l'eremita malato nella sua cella, e lo si credeva in buona convalescenza. San Savin inviò un secondo messaggero a Forminio, con la preghiera di venire a vederlo in giornata, aggiungendo che avrebbe avuto, il giorno seguente, un'occupazione più pressante. Il Santo voleva con ciò alludere alla sua morte. Tuttavia, Forminio credette di poter attendere; ma si sbagliò.
Durante i tredici anni che aveva trascorso nella solitudine, il Santo aveva avuto un solo scopo: quello di edificare e santificare la valle del Lavedan; i suoi voti, le sue preghiere, le sue macerazioni tendevano costantemente verso questo unico fine. Così, prima di morire, volle egli stesso scegliersi un successore che dovesse avere come eredità la continuazione di quest'opera di carità che era quella del suo cuore. Dopo aver disposto del poco che aveva e dato i suoi ultimi consigli ai monaci che lo assistevano, san Savin non pensò più che a prepararsi alla felicità suprema di ricevere, per l'ultima volta, il pane degli angeli che doveva servirgli da viatico. Poi, le mani tese verso il cielo, gli occhi fissi sull'immagine del suo Salvatore, si addormentò nel sonno della pace rendendo la sua bella anima al suo Creatore.
Il rintocco funebre delle campane del monastero e della chiesa parrocchiale di San Giovanni annunciò agli abitanti della valle che Savin non c'era più. Non vi fu, in tutto il Lavedan, che un grido generale di dolore e di rimpianto: l'amico e il benefattore del paese, il consolatore degli afflitti, un santo eremita, era appena stato rapito alla terra, che aveva edificato con tante virtù e penitenza. Non appena Forminio ebbe acquisito la triste certezza della morte di Savin, diede i suoi ordini per far trasportare nel monastero i resti mortali di questo grande servitore di Dio, che considerava già come un tesoro di reliquie assai preziose; e, mentre ci si metteva in misura di obbedirgli, si preparò egli stesso, così come tutti i suoi religiosi, per andare a ricevere queste sante spoglie, all'ingresso del villaggio, con tutta la pompa e tutti gli onori della Chiesa.
Culto, reliquie e pellegrinaggi
La sua tomba divenne un centro di pellegrinaggio celebre e le sue reliquie furono oggetto di ricognizioni episcopali nel XIX secolo.
## CULTO E RELIQUIE.
San Savino ricevette sepoltura nel monastero stesso del Palazzo Emiliano, dove le popolazioni accorsero in folla da ogni parte per accompagnare alla loro ultima dimora e contemplare ancora una volta le spoglie mortali del santo eremita. Un miracolo autentico, avvenuto ancor prima che il suo corpo fosse deposto nella tomba, prova che non si ripone invano la propria fiducia nella protezione dei Santi che Dio ha appena sottratto alla terra.
Quel crudele vicino che aveva così indegnamente fatto oltraggiare il nostro eremita, e che abbiamo lasciato sotto il colpo della vendetta divina che lo colpì improvvisamente di cecità, Cromazio, riconobbe infine la sua colpa; e, pieno di pentimento tanto quanto di fiducia, si era fatto condurre nel luogo stesso dove doveva passare il corpo del Santo attraversando il villaggio di Uz. Quando giunse il momento, avvertirono Cromazio; egli si avvicinò tremando alla bara; la toccò con fiducia, pregando il Santo di voler perdonare la sua brutalità di un tempo, e subito i suoi occhi si riaprirono miracolosamente alla luce. Tutto il corteo gridava ammirazione e gioia.
L'ufficio del Santo consacra la verità di questo fatto, e il quadro posto per cura dei monaci nella basilica ne eternizza la memoria; si vede ancora oggi, sulla facciata di una casa di Uz, davanti alla quale si fermò il convoglio, una nicchia con la statua del Santo, in ricordo di questo stesso miracolo.
Più tardi, il prezioso corpo di san Savino fu solennemente deposto in fondo alla grande abside della chiesa che ha sostituito il Palazzo Emiliano. È questa bella chiesa in stile romanico che si vede ancora oggi, e che ha meritato di essere classificata tra i monumenti storici dello Stato.
Gli abitanti del luogo, pieni di riconoscenza e di venerazione per la memoria del santo anacoreta, fecero costruire una cappella sul luogo stesso del suo eremitaggio, e tolsero al loro comune il nome di Villahencer, per dargli quello di Saint-Savin, che gli è rimasto da allora. Questa cappella, che ha attraversato tanti secoli e ricevuto tanti pellegrinaggi, essendo finita in rovina, è stata recentemente ricostruita.
Si conservano anche, come reliquie, una calotta e un pettine che, secondo una pia e rispettabile tradizione, erano appartenuti a Savino. Si custodisce ancora nella chiesa un'urna in rame argentato, che racchiude alcune ossa dell'illustre solitario. La si espone, in certi giorni di festa, alla venerazione dei fedeli, e la si porta processionalmente, all'interno della parrocchia, la domenica che cade nell'ottava della festa del Santo. La festa si celebra l'11 ottobre.
Il clamore dei miracoli operati sulla tomba di san Savino, che servì a lungo da altare, conformemente alle usanze dei primi secoli, attirò da tutti i dintorni una folla di pellegrini che venivano a implorare l'appoggio di un così potente protettore per ottenere da Dio qualche grazia particolare. E anche oggi, dopo tante rivoluzioni e sconvolgimenti, nonostante l'indifferenza del secolo in materia di religione, quante donne cristiane vengono ancora ad inginocchiarsi presso la tomba del Santo, per chiedere la conversione di uno sposo che passa la vita senza pratiche religiose, la conservazione di un bambino caro che una malattia divora, o che si trova, lontano dalla sua famiglia, esposto ai furori delle tempeste, ai pericoli dei combattimenti! Molti stranieri vengono, ogni anno, dagli stabilimenti termali, per chiedere, per intercessione di san Savino, qualche grazia particolare per se stessi o per coloro che sono loro cari.
Si viene anche talvolta da molto lontano per chiedere che il santo Sacrificio sia celebrato nella chiesa dove riposano le sue sante reliquie, con la ferma speranza di ottenere più sicuramente così un favore del tutto speciale che si desidera. Talvolta è la nascita di un figlio o il felice parto di una sposa che è sul punto di diventare madre; talvolta è la grazia di conoscere la propria vocazione, sulla quale si hanno solo oscurità o dubbi; talvolta è la guarigione di una persona pericolosamente malata, che si vorrebbe a ogni costo conservare ancora.
Poiché san Savino aveva iniziato la sua carriera religiosa a Poitiers, nel monastero di Ligugé, dove aveva seguito suo cugino per emettere i voti e consumare il suo generoso rinunciamento alle più belle speranze che lo attendevano nel mondo, Monsignor Pie, vescovo di Poitiers, volendo dare un segno pubblico e clamoroso della sua venerazione per le reliquie del beato solitario, andò, nel 1851, a fare un pellegrinaggio alla sua tomba. Il signor Flurin, che era allora parroco della parrocchia, gli offrì alcune reliquie del Santo, che il pio vescovo accettò con la più viva riconoscenza.
L'11 maggio 1850, Monsignor Laurence, vescovo di Tarbes, Mgr Laurence Vescovo di Tarbes che procedette all'apertura della tomba nel 1850. volendo assicurarsi se le reliquie del Santo fossero state rispettate dal vandalismo rivoluzionario del '93, fece aprire la sua tomba alla presenza di un numeroso clero. Dopo un religioso esame, fu constatato che la tomba era rimasta nello stato descritto nel 1634 da F. Gérard, visitatore della Congregazione di San Mauro per la provincia d'Aquitania. Le reliquie furono poi poste sull'altare maggiore ed esposte alla venerazione dei fedeli, dopo di che, essendo state sigillate con il sigillo del vescovo, furono rimesse nella tomba.
Abbiamo estratto questa biografia da un piccolo opuscolo intitolato: Vie de saint Savin, anachorète du Lacedon, di M. l'abbé Abbadie, parroco di Saint-Savin. Tarbes, 1861.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Barcellona da padre conte
- Viaggio a Poitiers presso lo zio Hentilius
- Educazione del cugino e ingresso comune nel monastero di Ligugé
- Ritiro di tre anni a Ligugé sotto la regola di San Benedetto
- Partenza per i Pirenei e insediamento sull'altopiano di Pouey-Aspé
- Vita eremitica per tredici anni in una cella e in una fossa-tomba
- Morte dopo aver annunciato la sua fine all'abate Forminio
Miracoli
- Zampillo di una sorgente colpendo la roccia con il suo bastone
- Cecità di Cromazio e possessione del suo servo, seguite dalla loro guarigione
- Salvataggio di un sacerdote e del suo cavallo dall'annegamento nel Gave
- Ripristino dell'allattamento di Gaudentia
- Cero che si accende al contatto con il suo petto e non si consuma
Citazioni
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Sono solo a conoscere me stesso, solo devo anche misurare la pena in base all'estensione delle mie colpe. Ognuno deve fare ciò che può; io faccio ciò che devo.
Massima del Santo riportata dall'autore -
ut potes, fac quælibet, ego feci quod expedit
Risposta all'abate Forminius