San Francesco Borgia
DUCA DI GANDÍA, POI TERZO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ
Confessore, Duca di Gandía, Terzo Generale della Compagnia di Gesù
Grande di Spagna e duca di Gandía, Francesco Borgia lasciò la corte di Carlo V dopo essere stato colpito dalla vanità delle grandezze terrene davanti al cadavere dell'imperatrice Isabella. Divenuto gesuita dopo la vedovanza, fu il terzo Generale del suo Ordine, che sviluppò a livello mondiale. Morì a Roma nel 1572 dopo una vita di austerità e diplomazia al servizio della Chiesa.
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SAN FRANCESCO BORGIA, CONFESSORE,
DUCA DI GANDÍA, POI TERZO GENERALE DELLA COMPAGNIA DI GESÙ
Giovinezza ed educazione principesca
Nato nel 1510 nella nobiltà spagnola, Francesco riceve una rigorosa educazione cristiana e mostra una precoce pietà nonostante il suo rango.
religiosamente la promessa che aveva fatto. Il nostro Santo venne al mondo il 28 ottobre 1510, e al battesimo gli fu dato il nome d i France François Generale dei Gesuiti a Roma che accolse Stanislao. sco. Maria Henriquez, sua nonna, che era una principessa santissima, non potendo più desiderare nulla al mondo nel vedere la sua casa arricchita di un così grande tesoro, si ritirò nel convento di Santa Chi ara di Gandie Feudo della famiglia Borgia in Spagna. Gandia, dove sua figlia, zia di Francesco, viveva già in una rara purezza. I genitori di questo beato fanciullo si presero molta cura della sua educazione. Gli insegnarono a parlare di Dio e a pregarlo ancor prima che avesse la ragione pienamente sviluppata. Fin da quell'età, era molto istruito sui nostri misteri e li spiegava con molta chiarezza. Il governatore e il precettore che gli furono assegnati trovarono in lui una docilità meravigliosa e una disposizione ad apprendere in poco tempo tutto ciò che doveva sapere per essere un principe compiuto e un vero cristiano. La morte di sua madre, che perse a dieci anni, gli fu estremamente dolorosa; ma accompagnò sempre le sue lacrime con una preghiera molto fervente per la salvezza dell'anima di lei, e essendosi rinchiuso in un luogo appartato, vi praticò una dura disciplina per lei, con grande stupore di coloro che ne vennero a conoscenza.
La vita alla corte di Carlo V
Grande signore di Spagna, concilia i doveri di corte con una rigorosa disciplina morale e sposa Eleonora de Castro.
Poco tempo dopo, la città di Gandía fu presa e saccheggiata da una banda di faziosi: Francesco sfuggì a stento alla loro furia, e vi fu persino una sorta di miracolo nella sua salvezza. Fu portato da lì a Saragozza, dove suo zio materno, che ne era arcivescovo, gli diede nuovi precettori per completare in lui ciò che era stato così felicemente abbozzato nel palazzo di suo padre. L'anima di questo fanciullo era capace delle più grandi cose; e coloro che furono incaricati della sua guida vi impressero senza fatica nobili segni di ogni sorta di virtù. Fu infine necessario recarsi a corte; essendo uno dei più grandi signori di Spagna e il primogenito della sua casata, gli era impossibile sottrarsi a questo dovere. L'aria di corte è assai pericolosa per un giovane signore che inizia a respirarla. Borgia, tuttavia, seppe apparirvi come le persone del suo rango, senza abbandonare nulla degli esercizi di devozione ai quali la sua qualità di cristiano lo obbligava. Seppe fare ciò che sembrava impossibile a tante persone, vale a dire unire le leggi del gran mondo con le massime del Cristianesimo; e, sebbene apprezzasse abbastanza questa nuova vita, non si notò alcun cambiamento nella sua modestia né nelle sue altre pratiche di virtù.
Vedendo queste rare qualità, l'infanta Caterina, presso la quale era stato posto e che giunse a sposare Giovanni III, re del Portogallo, volle portarlo con sé; ma il duca, suo padre, glielo impedì e lo fece tornare a Saragozza. Vi studiò filosofia, dopodiché fu inviato alla corte di Carlo V. Il nostr o giovane cor Charles-Quint Imperatore coinvolto nelle guerre che portarono alla distruzione del convento. tigiano vi trovò presto scogli delicati per la sua innocenza. Poiché era ammirevolmente ben fatto, di aspetto nobile, dallo sguardo dolce e piacevole, e poiché d'altronde era naturalmente portato all'allegria e alla vivacità, si trovarono subito abbastanza persone che vollero avere legami con lui, per coinvolgerlo nei giochi e in mille altre leggerezze. Sentendosi troppo sensibile a tutti questi richiami, si oppose vigorosamente ad essi e, per non esserne vinto, fece ricorso innanzitutto a Dio, poi si impose leggi santissime che servirono da freno alle sue passioni e da muro di difesa alla sua purezza e alla sua innocenza.
La prima legge che si diede fu quella di fuggire, per quanto possibile, le compagnie del bel mondo, dove tutto è pericoloso e che fa scivolare insensibilmente il veleno della voluttà fino al fondo del cuore. Se talvolta era costretto ad apparirvi, si muniva in precedenza contro le insidie del demonio con le armi della preghiera e della mortificazione, rivestendosi, a tal fine, di un rude cilicio. La seconda massima che si prescrisse fu di non giocare mai ai giochi d'azzardo, perché, oltre al denaro, vi si perdono altre tre cose incomparabilmente più preziose, che sono: il tempo, lo spirito di devozione e la tranquillità del cuore. Nulla era meglio regolato della sua casa: non vi si giurava, non vi si vedeva dissolutezza e la preghiera vi si faceva esattamente sera e mattina in comune, senza che nessuno osasse dispensarsi dal parteciparvi. D'altronde non vi era signore a corte che avesse un seguito più brillante e magnifico del suo, né che apparisse con più onore nelle solennità e nelle assemblee pubbliche.
L'imperatrice, incantata da tante perfezioni, gli fece sposare Eleonora de Castro, dell'illustre casata di questo nome in Portogallo, dam Eléonore de Castro Moglie di Francesco Borgia. igella per la quale nutriva la massima stima e affetto, e che, d'altronde, oltre a una rarissima bellezza e a uno spirito meraviglioso, aveva le stesse inclinazioni di lui per la pietà. Ne ebbe otto figli: cinque maschi e tre femmine, che non hanno affatto degenerato dalla virtù dei loro genitori e che si sono resi assai considerevoli per il loro merito nei diversi stati in cui la divina Provvidenza li ha chiamati. L'imperatore, in considerazione di questo matrimonio, fece Francesco marchese di Lombay e grande scudiero dell'imperatrice, e gli diede più parte che mai alle sue buone grazie; ma questo saggio favorito non si servì mai del credito che aveva presso le loro maestà imperiali se non per impedire l'ingiustizia e per favorire coloro che la loro innocenza e probità rendevano degni di avanzamento o di protezione.
Lo shock della morte dell'imperatrice
La vista del cadavere decomposto dell'imperatrice Isabella nel 1539 provoca in lui un distacco radicale dalle vanità del mondo.
I suoi divertimenti ordinari erano la caccia, la musica e lo studio della matematica; e in questi divertimenti, aveva l'accortezza di mortificarsi spesso, come fermando l'uccello quando era pronto a gettarsi sulla preda, interrompendo un'aria che gli sembrava troppo piacevole, e lasciando un calcolo che gli dava troppo piacere. Servì utilmente Carlo V nella sua impresa contro i Mori e contro i Saraceni in Africa, e lo seguì nel Milanese per sostenere l'irruzione che voleva fare in Provenza; ma diverse cose iniziarono a disgustarlo completamente dalle vane occupazioni del mondo. Al ritorno dall'Africa, ebbe una grave malattia, durante la quale si fece leggere alcuni libri spirituali; vi trovò tanto gusto che risolse da allora di non leggerne più che fossero anche solo minimamente profani. Inoltre, vide in Provenza una strana immagine della vanità dei progetti degli uomini: l'esercito di Carlo V fu sconfitto, la maggior parte della sua nobiltà, che aveva condotto come a una vittoria e a una conquista assicurata, fu messa a morte, e quell'imperatore fu costretto a fare una vergognosa ritirata, senza aver potuto prendere la città di Marsiglia che aveva assediato. Infine, la morte dell'imperatrice, che avvenne a Toledo l'anno 15 39, finì di c l'impératrice Moglie di Filippo il Buono, donatrice di un reliquiario. onvincerlo che tutte le grandezze della terra sono vane e che è pura follia riporvi il proprio sostegno.
La sua giovinezza, la sua bellezza, il suo spirito e quella sovrana dignità che la elevava al di sopra di tutte le persone del suo sesso, l'avevano portata al più alto grado di felicità dove la fortuna possa salire; ma una morte precipitosa rovesciò tutto questo apparato e, della più grande principessa del mondo, non fece che un cadavere infetto che fu necessario nascondere in una tomba. Borgia fu incaricato di condurla al luogo della sua sepoltura e di rimetterla al clero di Granada, che doveva compiere le cerimonie della sepoltura. Per rendere testimonianza che era lei stessa, fece aprire la bara di piombo dove era sepolta, e allora il suo volto che faceva, poco tempo prima, l'ammirazione del suo secolo, apparve così orrendo e così orribile a vedersi, che nessuno osava giurare che fosse lei: «Ah!» esclamò in quel momento il santo marchese, «non avrò mai attaccamento per alcun padrone che la morte mi possa rapire, e Dio solo sarà l'oggetto dei miei pensieri, dei miei desideri e del mio amore». Fu ancora colpito dall'orazione funebre che il grande servo di Dio, Giovanni d'Avila, pronunciò in quell' occasione co Jean d'Avila Predicatore la cui orazione funebre colpì Francesco. n la pietà e l'unzione che gli erano ordinarie, e da una lettera che ricevette dall'abbadessa di Santa Chiara di Gandía, sorella del duca suo padre, la quale conobbe, per rivelazione, le operazioni che la grazia cominciava a compiere nell'anima del nostro Santo, e lo esortava a non arrestarne il corso. Chiese dunque il permesso all'imperatore di ritirarsi dalla corte, affinché, essendo solitario nella sua casa, potesse applicarsi con più comodità alla preghiera, alla lettura e agli altri esercizi spirituali, che distaccano il cuore dalle cose visibili per non attaccarlo più che alle invisibili.
Governo e vita mistica
Nominato viceré di Catalogna, amministra la provincia con giustizia, iniziandosi al contempo all'orazione mentale e alle austerità.
L'imperatore, ben lungi dall'accordargli ciò che chiedeva, lo creò viceré, capitano generale della Catalogna e cavaliere dell'Ordine di San Giacomo; poi, per testimoniargli maggiormente la stima che nutriva per il suo merito, lo provvide di una ricca commenda e di un posto nel suo consiglio. Borgia fece tanto per non accettare tali favori, quanto altri avrebbero fatto per ottenerli; ma, essendo state respinte tutte le sue scuse, fu costretto a recarsi al più presto in Catalogna. Quello fu il primo teatro delle sue grandi azioni. Sterminò completamente i banditi che l'avevano desolata con i loro brigantaggi; pose rimedio a tutti gli abusi della giustizia e represse l'insolenza e il libertinaggio dei soldati che erano soliti esercitare impunemente ogni sorta di devastazione. I poveri trovarono in lui una protezione sicura contro l'oppressione dei grandi. I vizi scandalosi ne furono banditi dalla saggezza e dal rigore delle sue ordinanze. È incredibile quante povere ragazze, il cui onore era in pericolo, abbia fatto maritare; quante famiglie rovinate abbia tratto dalla miseria e dalla necessità estrema; quanti debitori abbia liberato dalle prigioni, pagando egli stesso i loro debiti; quanti processi abbia impedito componendo le dispute tra le parti, e quante persone pronte a sgozzarsi abbia riconciliato, in parte con la sua dolcezza, in parte con il peso della sua autorità.
Se adempiva così degnamente ai doveri di viceré, non si assolveva con minor perfezione da quelli di un vero cristiano. Iniziò allora ad applicarsi all'orazione mentale e, dopo aver attraversato i vari gradi della meditazione, fu elevato a un'alta contemplazione delle perfezioni divine. Consacrava ogni mattina quattro o cinque ore a questo delizioso esercizio, e la sua anima era così intimamente unita a Dio che spesso, nel mezzo degli impegni pubblici in cui la sua carica lo coinvolgeva, era costretto a ritirarsi per dare spazio ai divini trasporti che lo sorprendevano. Univa la mortificazione all'orazione, e il suo digiuno fu fin da quel tempo così rigoroso che passò dapprima due Quaresime, poi un anno intero senza prendere altro, ogni giorno, che un pezzo di pane, un bicchiere d'acqua e un po' di erbe o di verdure, sebbene la sua tavola fosse sempre molto ben servita per le persone di qualità che vi si recavano. Questa strana astinenza era accompagnata da molte altre austerità. Portava il cilicio, si metteva a sangue con dure discipline, vegliava parte della notte per dare più tempo agli esercizi spirituali, esaminava spesso la sua coscienza con la severità di un giudice e, quando si trovava colpevole di qualche colpa, era spietato con se stesso e si castigava senza misericordia. Si sosteneva in una vita così contraria alle inclinazioni della natura con l'uso frequente dei sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia, comunicandosi ogni otto giorni nella sua cappella, e nelle feste principali nella grande chiesa di Barcellona, per l'edificazione del popolo. Sant'Ignazio di Loyola, che consultò per lettera su questa frequenza, c he allora appariva tro Saint Ignace de Loyola Fondatore della Compagnia di Gesù e amico di Filippo. ppo straordinaria per un governatore oppresso da mille affari, ben lungi dal distoglierlo, gli mandò a dire che l'approvava e lo esortò a perseverarvi con coraggio.
L'ingresso nella Compagnia di Gesù
Dopo la morte della moglie, regola i suoi affari familiari e raggiunge segretamente sant'Ignazio di Loyola prima di rinunciare pubblicamente ai suoi titoli.
Tuttavia, essendo suo padre stato chiamato a miglior vita, e avendolo lasciato con la sua morte quarto duca di Gandia, egli prese questo pretesto per chiedere all'imperatore lo scarico dal suo vicereame, al fine di andare lui stesso a governare i suoi sudditi. L'imperatore glielo accordò, ma a condizione che ritornasse presto a corte; e per impegnarvelo maggiormente, lo fece gran maestro della casa dell'infanta Maria di Portogallo, che stava per diventare sposa di suo figlio Don Filippo; diede allo stesso tempo alla duchessa, sua moglie, il brevetto per essere sua dama d'onore. Giunto a Gandia, vi fece un bene incredibile: vi costruì monasteri, fondò ospedali, istituì assemblee di carità, trasse dalla miseria una quantità di poveri e di prigionieri, regolò la giustizia, sostenne ovunque la religione, e facendosi lui stesso un modello di virtù e di santità, portò la maggior parte dei suoi vassalli a una vita regolata e agli esercizi della pietà cristiana.
Fu allora che Dio permise che la duchessa, che assecondava in tutto il suo zelo e il suo fervore, cadesse pericolosamente malata. Il duca, che l'amava di un amore senza eguali, vedendola disperata dai medici, ebbe ricorso a Dio per chiedergli la sua guarigione. Dopo molte elemosine, penitenze e sospiri, una notte che pregava con più ardore, udì una voce celeste che gli disse che la salute di sua moglie era a sua disposizione, che poteva scegliere per lei o la vita o la morte; ma che, se avesse scelto la vita, non sarebbe stato né un suo vantaggio né quello della morente. A questa voce miracolosa egli entrò in un profondo stupore per la bontà di Nostro Signore, e sciogliendosi in lacrime, esclamò: «Che apparenza c'è, mio Dio, che voi facciate la mia volontà e che io non faccia la vostra? Non voglio più che ciò che voi volete. Vi offro, non solo la vita di mia moglie, ma anche la mia e quella di tutti i miei figli».
Questa generosa rassegnazione fu seguita dal decesso della duchessa, che fu tanto santo quanto la sua vita era stata pura e innocente. In seguito il duca non pensò più che a mettere ordine negli affari della sua casa, affinché nulla potesse impedirgli di lasciare il mondo e di consacrarsi interamente al servizio di Dio. Fece gli esercizi sotto la guida del padre Lefèvre, primo compagno di sant'Ignazio, che la divina Provvidenza aveva fatto venire in Spagna, e ne uscì così infiammato dal fuoco dell'amore divino, che voleva fin da allora ritirarsi in un chiostro. In questo pensiero, consultò un dotto religioso dell'Ordine di San Francesco, sulla scelta della Congregazione che doveva abbracciare; e avendo appreso dalla sua bocca che Dio lo Compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. chiamava alla Compagnia di Gesù, scrisse al più presto a sant'Ignazio, che era a Roma, per chiedergli la grazia di esservi ricevuto. Il beato fondatore gliela accordò con gioia, ma a condizione che prima del suo ingresso prendesse del tempo per mettere i suoi figli in condizione di non aver più bisogno della sua guida, né delle cure della sua provvidenza paterna. Questa condizione era molto giudiziosa; tuttavia il santo duca, il cui fervore non poteva soffrire alcun ritardo, ottenne un breve dal Papa, con il quale gli era permesso di professare i voti di religione in segreto e davanti a pochi testimoni, senza lasciare per questo la sua qualità di duca di Gandia, fino a quando non avesse soddisfatto i doveri di un padre verso i suoi figli.
Sua Santità gli diede quattro anni per assolverli, ma non gliene occorsero che tre; sposò molto vantaggiosamente il suo figlio primogenito e due delle sue figlie, da una delle quali sono discesi i principi che hanno regnato in seguito in Portogallo. Preparò anche da lontano la sistemazione degli altri, e segnò i beni che dovevano avere nella sua successione. Regolò allo stesso tempo tutti i suoi conti e tutti gli altri suoi affari domestici, al fine di non lasciare né debiti né processi nella sua famiglia. Durante questo intervallo, si alzava tutti i giorni alle due del mattino e rimaneva in orazione fino alle otto. In seguito si confessava, ascoltava la messa e non mancava mai di farvi la comunione. La comunione era seguita da uno studio di teologia, che sant'Ignazio gli aveva raccomandato, e finiva infine la mattinata con una prima udienza che dava a coloro che avevano affari con lui. Dopo una cena molto sobria, che era tuttavia il suo unico pasto, impiegava il pomeriggio, innanzitutto, in una conferenza spirituale con i suoi figli e tutta la sua famiglia, che istruiva sulle verità del Vangelo; in seguito allo studio dei Padri della Chiesa e dei santi Canoni; in terzo luogo, a una seconda udienza alla quale ogni sorta di persone, poveri e ricchi, dotti e ignoranti, erano ammessi; infine, agli esercizi della sera, che erano, oltre ad alcune preghiere vocali, la lettura spirituale, il rinnovamento della presenza di Dio e l'esame di coscienza.
L'anno del giubileo 1550, dopo aver dato precetti di un'alta e sublime saggezza a Carlo di B Rome Città natale di Massimiano. orgia, suo figlio primogenito, partì per Roma, accompagnato da Giovanni, il suo secondogenito, e da trenta dei suoi domestici. Fu ricevuto ovunque con grande onore, e al suo ingresso a Roma, gli ambasciatori delle corone e diversi cardinali vennero incontro a lui con un magnifico corteo di carrozze; il Papa stesso gli chiese di prendere un appartamento nel suo palazzo; ma essendosi scusato, venne a scendere presso i Padri della Compagnia di Gesù, dove, trovando sant'Ignazio che l'aspettava alla porta, si gettò ai suoi piedi, e piangendo di gioia di vedersi tra le braccia del suo superiore, gli chiese la mano da baciare e la sua benedizione. Di là andò all'udienza di Sua Santità Giulio III, da cui ricevette testimonianze straordinarie di affetto e di benevolenza; di modo che si era persuasi a Roma che stesse per essere cardinale, come due dei suoi fratelli che lo erano già. Ma evitò questo colpo uscendo al più presto dalla città, e ritornandosene in Spagna non appena ebbe guadagnato il giubileo. Non andò, tuttavia, nel suo ducato di Gandia, che aveva lasciato per sempre; ma, dopo aver visitato con una devozione singolare il castello di Loyola, luogo della nascita di suo padre sant'Ignazio, si ritirò a Oñate, piccola città vicina, che è della provincia di Guipúzcoa.
Fu là che avendo ricevuto le lettere dell'imperatore, con le quali gli permetteva di dimettersi dal suo ducato in favore del marchese di Lombay, suo figlio, lo fece con un atto pubblico davanti a notaio, e rinunciò allo stesso tempo a tutti i suoi altri beni; in seguito prese l'abito di gesuita, ricevette i santi Ordini, e disse la sua prima messa con un fervore e una devozione meravigliose nella cappella del castello di Loyola. Non fu che una messa bassa; ma il giorno seguente, per accontentare la devozione del popolo, celebrò la seconda solennemente nel borgo di Vergara. La folla vi fu così grande, che essendo la chiesa troppo piccola, fu necessario elevare un altare in mezzo alla campagna, e tanta gente volle fare la comunione dalla sua mano, per partecipare alle indulgenze che aveva ottenuto dal Papa, che non poté terminare che alle tre del pomeriggio. Predicò infine in una maniera apostolica che intenerì e toccò tutti i cuori. Gli abitanti di Oñate, volendo conservare un così santo uomo, diedero a lui e alla sua compagnia un piccolo eremitaggio fuori dalle loro porte, dove fece costruire celle di legno così povere e così strette, che era facile vedere che tutto il mondo, con il suo lusso e le sue vanità, era interamente morto in lui. Il suo piacere, in questa casa, fu di abbassarsi agli uffici più bassi e alle funzioni più umilianti. Lavorava in giardino, portava legna e acqua e serviva in cucina; andava per i borghi a fare la questua di porta in porta, la bisaccia sulle spalle, e nulla gli era più insopportabile che vedere che lo si distinguesse dagli altri, sia per il merito della sua persona, sia per il ricordo delle sue grandezze passate. Faceva anche il catechismo ai bambini, che radunava per questo al suono di un campanello.
Missioni ed espansione dell'Ordine
Divenuto vicario generale per la Spagna e il Portogallo, fonda numerosi collegi e converte molti nobili.
Questo raro esempio di umiltà gettò lo stupore nello spirito di tutti quei popoli. Presto la sua solitudine si trasformò in un luogo assai pubblico. Vi si giungeva da ogni parte per avere la consolazione di vederlo; e ognuno, venendovi, si diceva: «Andiamo, andiamo a vedere l'uomo del cielo». Un gran numero di prelati, duchi, signori e magistrati vollero avere parte a questa felicità: nessuno gli fece visita nel suo eremo che non se ne tornasse migliore; molti furono talmente toccati dalla santità dei suoi discorsi, che abbandonarono il mondo ed entrarono nella Compagnia, a sua imitazione, tra gli altri don Antonio di Cordova, suo cugino germano, che il papa Giulio III stava per fare cardinale su nomina di Carlo V; don Sanchez di Castiglia, don Pietro di Navarra, don Carlo di Gusman, don Bartolomeo Bastamance, segretario di don Giovanni di Tavora, cardinale e arcivescovo di Toledo e primo ministro di Stato, e una quantità di altri discepoli del Padre Giovanni d'Avila, tutti illustri per nascita e per i propri meriti. L'imperatore, informato delle incomparabili virtù di Francesco, gli sollecitò così potentemente un cappello cardinalizio presso il Papa, che la cosa era quasi conclusa senza che egli ne sapesse nulla; ma avendolo san Ignazio informato, egli ruppe ancora questo colpo con lettere umilissime e pressanti che scrisse a Sua Santità. Il suo desiderio era di passare il resto dei suoi giorni nell'umiltà del suo ritiro; ma la divina Provvidenza aveva disposto altrimenti. San Ignazio lo inviò dapprima in Castiglia, poi in Andalusia, e di là in Portogallo, dove ovunque compì conversioni e conquiste meravigliose. Non si può immaginare l'onore e il rispetto con cui fu ricevuto in Portogallo, non solo dai prelati e dai signori, ma anche dal re, dalla regina, da don Giovanni, loro figlio, e da don Luigi, fratello del re. Predicò spesso davanti alle Loro Maestà, e la sua parola ebbe tanto successo a corte, che vi si vide un rinnovamento di pietà del tutto straordinario. Don Luigi, che aveva già fatto grandi istanze per entrare nella Compagnia a suo esempio, senza tuttavia poterlo ottenere per ragioni di Stato che lo rendevano necessario nel secolo, volle soprattutto averlo come suo direttore, e approfittò talmente delle sue istruzioni, che visse da allora, nel suo palazzo, come un religioso nel suo chiostro. Da Lisbona, san Francesco passò a Evora e a Braganza, dove non lavorò con minor successo per la gloria di Dio e per la salvezza dei grandi e del popolo.
Di là ripassò in Spagna, e si recò a Valladolid, dove il principe don Filippo, reggente del regno durante l'assenza dell'imperatore suo padre, faceva la sua dimora ordinaria. Alloggiò all'ospedale; ma vi fu visitato da tutti i grandi, e, per la forza delle sue esortazioni, guadagnò a Dio il conte di Monterey, i due figli del conte di Oropeza, don Pimantel, uno dei più saggi consiglieri di Carlo V, e un commendatore di alta distinzione, chiamato Giovanni de la Moschera, che si era reso più famoso per i disordini della sua vita scandalosa che per lo splendore della sua nascita. Questo signore declamava solitamente contro la Compagnia di Gesù, nemica di tutti i vizi. Il nostro Santo andò a trovarlo a casa sua, e gettatosi ai suoi piedi come per chiedergli perdono dei motivi che la Società poteva avergli dato per screditarlo, lo disarmò talmente che ne fece un uomo regolato, caritatevole e un umile discepolo di Gesù crocifisso.
Di così felici successi portarono san Ignazio a stabilirlo suo vicario generale in tutta l'estensione delle Spagne, del Portogallo e persino delle Indie Orientali. Si scusò per qualche tempo di questa commissione, che faceva estrema violenza alla sua umiltà; ma, l'obbedienza prevalendo sulle sue ripugnanze, si sottomise infine ai desideri e alla volontà del suo superiore. Nostro Signore fece ben vedere, con le grandi benedizioni che diede ai suoi lavori, che questa scelta veniva da lui. Durante il tempo del suo governo, non vi fu quasi nessuna città in Spagna né in Portogallo dove non stabilì collegi o case della Compagnia. Era secondato nei suoi gloriosi disegni da tutto ciò che vi era in quei regni di prelati celebri in dottrina o in santità; di questo numero erano san Tommaso di Villanova, arcivescovo di Valencia, e don Bartolomeo dei Martiri, arcivescovo di Praga. I più grandi signori, che avevano avuto per la maggior parte legami con lui, così come i principi e le principesse del sangue, tenevano a onore di contribuire alle sue sante imprese. L'infanta Giovanna, che era rimasta reggente di Spagna durante un viaggio che il re Filippo, suo fratello, fece in Inghilterra, di cui aveva sposato la regina, lo favoriva in tutto ciò che poteva. Si era messa sotto la sua guida, e faceva tanto conto del suo merito, che credeva che non vi fosse nessuno nella Chiesa più degno del sovrano pontificato di lui; non intraprendeva nulla senza averlo prima consultato.
La morte di san Ignazio, che avvenne due anni dopo che lo ebbe creato suo vicario generale in Spagna, lo toccò molto sensibilmente per l'inestimabile perdita che causava al suo Ordine e allo stesso tempo a tutta la Chiesa. Si consolava solo nella speranza che un nuovo superiore lo avrebbe scaricato dal peso che questo beato fondatore gli aveva messo sulle spalle; ma fu ingannato in questa attesa, poiché il R. P. Giacomo Laynez, che fu eletto generale al posto di san Ignazio, lo confermò subito nella sua carica. Anche in questa congiuntura la Compagnia ebbe bisogno, in Spagna, di un capo della sua forza e del suo merito per sostenerla contro una terribile persecuzione che le fu suscitata dagli intrighi segreti degli eretici e anche di alcune comunità gelose della gloria che si era acquistata in così poco tempo. Sopportò con umiltà e pazienza invincibili le calunnie che furono seminate da ogni parte per screditarla; contentandosi, dopo essersi votato alla giustizia di Dio, per portare lui solo tutto l'obbrobrio, di distruggerle con una semplice esposizione dell'innocenza degli accusati. Fu allora chiamato presso l'imperatore Carlo V, che aveva già lasciato l'impero e la regalità e si era ritirato a San Yuste, nell'Estremadura, in un monastero di San Girolamo. Trovò questo principe prevenuto contro i suoi dalle cattive impressioni che i loro nemici gliene avevano dato; ma poiché la maldicenza, per quanto sfrontata fosse, non aveva mai osato attaccare la sua persona, la cui santità era venerata da tutta la Spagna, non mancò di esserne ammirabilmente ben ricevuto. Fu alloggiato nel monastero, sebbene i principi stessi che vi venivano non vi fossero alloggiati; ebbe diverse udienze di Sua Maestà per ore intere, sempre coperto, seduto e solo a solo; lo distolse così perfettamente dalle accuse con cui si era voluto annerire i membri della Compagnia, che Carlo, battendosi la fronte con la mano, esclamò: «È mai possibile che si sia osato mentirmi così?». Gli diede avvisi di grande importanza, tanto per la buona condotta della Spagna, affinché ne facesse parte al re, suo figlio, quanto per il suo regolamento particolare, e Carlo li trovò così giudiziosi, che volle assolutamente averli per iscritto. Così, nessuno osando disapprovare ciò che questo grande principe approvava, la persecuzione contro la Compagnia di Gesù fu assopita o almeno sospesa per qualche tempo.
Da San Yuste, san Francesco fu obbligato ad andare in Portogallo, dove la corte era in estrema costernazione per la triste morte del re Giovanni. Fu un angelo di pace, che fece adorare le volontà del cielo con dolcezza e rassegnazione, e la consolazione che vi apportò fu così grande, che la regina stessa, che era la più afflitta, non pensò più che a trarre buon profitto da quella croce. Rese, in seguito, diverse visite all'imperatore, la cui ultima fu per disporlo alla morte. Fu uno degli esecutori del suo testamento, e fece poi la sua orazione funebre, dove, senza soffermarsi sulle virtù morali e sulle gloriose azioni che questo principe aveva avuto in comune con i più grandi eroi pagani, lodò solo ciò che aveva avuto di cristiano nella sua condotta.
Sarebbe una cosa infinita seguire quest'uomo incomparabile in tutti i suoi viaggi; descrivere tutti gli stabilimenti che ha fatto, sia in Spagna che in Africa per istruire la gioventù, per formare i missionari, per combattere gli eretici e i Mori, per riformare i costumi dei fedeli e per ristabilire la disciplina ecclesiastica nelle diocesi da cui era quasi interamente bandita; rappresentare il frutto dei suoi sermoni, delle sue esortazioni e delle sue istruzioni familiari; segnare tutte le persone di un merito straordinario che ha ricevuto nella sua Compagnia, tra le quali, tuttavia, non dobbiamo omettere il Reverendo Padre Francesco Tolet, così celebre per la sua pietà e per la sua erudizione, e, in seguito, elevato al cardinalato; infine, fare il quadro delle nuove persecuzioni che ha superato con il suo silenzio e con la sua pazienza, senza voler mai accusare nessuno, né scoprire i nomi dei suoi calunniatori per giustificarsi. Ciò che è più sorprendente è che questo grande Santo, il cui zelo abbracciava tante province, e che lavorava allo stesso tempo per la salvezza dell'uno e dell'altro mondo; che si vedeva sempre o in cattedra, predicando con zelo d'apostolo, o alla visita dei collegi e delle case del suo Ordine, o nel consiglio dei principi e dei prelati, per avanzare la gloria di Dio, l'onore della Chiesa e l'istruzione dei popoli, o in qualche altra negoziazione di pietà; questo grande Santo, diciamo, non era quasi mai senza dolori violenti, o della gotta, o di altre malattie che si era attirate con le sue austerità straordinarie.
Terzo Generale della Compagnia
Eletto Generale dei Gesuiti a Roma, supervisiona l'espansione mondiale dell'Ordine e gode della fiducia dei Papi.
Un sole così splendente, non essendo destinato solo a illuminare le Spagne, si desiderò ardentemente di vederlo in Italia. Ricevette dunque ordine dal Papa e dal suo generale di recarsi al più presto a Roma, dove la divina Provvidenza lo destinava a impieghi ancora più considerevoli di quelli che aveva avuto fino ad allora. Vi arrivò il 7 settembre dell'anno 1561 e, poco tempo dopo, fu nominato vicario generale in assenza del Reverendo Padre Laynez, che il Papa aveva inviato in Francia. Lo zelo, la prudenza, la fermezza, la dolcezza e le altre virtù che mostrò in questo nuovo incarico fecero sì che, essendo deceduto il generale, egli fu messo al suo posto con l'applauso non solo di tutta la Compagnia, ma anche di Sua Santità e di tutti i cardinali e prelati presenti a Roma, e persino di tutti i principi d'Europa. San Francesco era l'unico a gemerne davanti a Dio e a lamentarsene davanti agli uomini. Prima di congedare la Congregazione generale, volle assolutamente baciare i piedi a ciascuno dei deputati in particolare; ciò riempì tutta quella celebre assemblea, composta da una schiera di uomini ammirevoli per la loro scienza e la loro santità, di un nuovo rispetto per un superiore così umile e così perfettamente morto a tutte le grandezze del mondo.
Non si saprebbe dire quanto la Compagnia si accrebbe da ogni parte sotto il suo saggio governo. Un numero infinito di grandi personaggi vi entrò e la rese illustre per la loro capacità in ogni sorta di disciplina e per la loro insigne pietà. Stabilì innumerevoli nuove case, non solo in Italia, in Francia, in Spagna, in Germania e in Polonia, ma anche in Asia, in Africa e in America. I re e gli altri sovrani gli scrivevano continuamente per ottenere da lui operai così zelanti e utili in un tempo in cui la corruzione della fede e dei costumi era divenuta quasi generale. Vi furono molti dei suoi discepoli che subirono il martirio dopo i numerosi lavori dell'apostolato. Infine, tutta la terra lo guardava come un uomo inviato dal cielo per procurare la salvezza di tutte le nazioni. I papi Pio IV e san Pio V gli portarono, per questo, un affetto particolare e non potevano stancarsi di tesserne grandi lodi. Tuttavia, quest'uomo meraviglioso si considerava solo come un membro inutile della Chiesa e come un peso oneroso per il suo istituto. Avendo un giorno riunito i principali Padri, si gettò ai loro piedi e li supplicò, con le lacrime agli occhi, di rivelargli le sue debolezze e di dichiarargli tutte le mancanze che commetteva nel suo ufficio. Infine, non risparmiò nulla per farsi interamente sollevare dall'incarico.
Ultima missione diplomatica e trapasso
Inviato dal Papa per formare una lega contro i Turchi, si ammala durante il viaggio e muore a Roma nel 1572.
Ma quando meno se lo aspettava, il san to Papa Pio V ag saint pape Pie V Successore di Pio IV, sostenne Carlo Borromeo nelle sue riforme. giunse ancora al suo incarico un viaggio e una negoziazione della massima importanza; poiché, vedendo che il sultano Selim, dopo essersi reso padrone dell'isola di Cipro, minacciava tutta la cristianità di una desolazione generale che poteva essere impedita solo da una santa lega di tutti i principi cristiani, inviò il cardinale Commendone con il Padre Francesco Tolet in Germania per sollecitarla presso l'imperatore e il re di Polonia, e il cardinale Bovello detto Alessandrino, suo nipote, in Francia, in Spagna e in Portogallo per negoziarla presso i sovrani di questi tre regni, dandogli come aggiunto e consigliere perpetuo il nostro Santo, con l'ordine di consultarlo e di seguire i suoi consigli in ogni cosa. Il legato fu ricevuto all'ingresso della Catalogna da Ferdinando di Borgia, uno dei figli di questo beato generale, che il re di Spagna inviò appositamente incontro a sua altezza. Carlo di Borgia, duca di Gandia, il suo primogenito, e Francesco di Borgia, marchese di Lombay, figlio di questo duca, lo ricevettero a Valencia, seguiti dal fiore della nobiltà del paese. Tutti gli antichi vassalli e servitori del Santo, con suo nipote, si gettarono ai suoi piedi per baciargli le mani e chiedergli la benedizione.
Quando fu a Madrid, il re Filippo II gli mostrò in ogni occasione una grande stima e una venerazione del tutto particolare. Il re Don Sebastiano fece lo stesso in Portogallo, e Francesco si servì vantaggiosamente di questa disposizione per gestire presso le Loro Maestà un gran numero di imprese della massima importanza, per la conservazione della fede e della pietà e per la conversione dei peccatori e degli infedeli. Fece alcuni nuovi stabilimenti per i suoi religiosi e, visitando tutte le case del suo Ordine che si trovavano sul suo cammino, vi apportò regolamenti ammirevoli per mantenervi l'osservanza e la purezza dello spirito della Compagnia. Dalla Spagna passò in Francia al seguito del legato, e Carlo IX, che si trovava a Blois con la regina Caterina de' Medici, sua madre, non lo ricevette con meno onore e tenerezza di quanto avessero fatto gli altri sovrani presso i quali si era recato. Tuttavia, poiché il regno era pieno di tumulti e di rumori di guerra, e i Calvinisti vi provocavano ogni giorno un sovvertimento universale, non poté ottenere alcun soccorso né di uomini né di denaro contro i Turchi. La desolazione in cui vide le nostre province e i luoghi più santi e venerabili della religione lo toccò a tal punto che, avendo voluto celebrare la Messa in una di quelle chiese saccheggiate dagli eretici, fu colto da una febbre che non lo lasciò più. Riprese dunque la via dell'Italia, dove i duchi di Savoia e di Ferrara lo trattennero per qualche tempo presso di loro per fargli recuperare la salute; ma, essendo inutili tutte le cure dei medici, si recò prontamente attraverso Loreto a Roma, per avere la consolazione di morire in quella città santificata dal sangue di tanti martiri.
Quando gli dissero che era in città, recitò con fervore straordinario il cantico di san Simeone: «Ora, Signore, lascerai che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola». Ringraziò Dio della grazia che gli aveva fatto di rimanere nel suo umile stato di religioso senza essere elevato alle grandi prelature della Chiesa, come era stato così spesso minacciato; gli testimoniò anche una viva riconoscenza per aver perso la salute e per il fatto che stava per morire per l'obbedienza che aveva reso alla Santa Sede e nel servizio della Chiesa. Non appena fu entrato nella casa del suo Ordine, i cardinali e gli ambasciatori vennero per avere la consolazione di vederlo, ma egli fermò questo concorso pregando di lasciargli gestire il poco tempo che gli restava per prepararsi bene alla morte. Il Papa Gregorio XIII, che si era recato a Tivoli, apprendendo l'estremità della sua malattia, ne fu sensibilmente toccato e, inviandogli l'indulgenza plenaria, disse che la Chiesa stava per perdere un grande servitore di Dio e una delle sue colonne più forti. Non visse che due giorni dopo il suo arrivo; durante questi due giorni, non perse un momento per disporsi santamente ad apparire al giudizio di Dio. Ricevette tutti i sacramenti con una devozione così tenera che rapì e incantò tutti i presenti. Rifiutò assolutamente due cose: l'una, di nominare o anche solo indicare il suo successore, dicendo che aveva abbastanza altri conti da rendere a Dio senza essere ancora gravato di quello; l'altra, di permettere che un pittore facesse il suo ritratto. Dopo un'estasi di alcune ore, in cui ebbe assicurazioni della sua salvezza, predisse a don Tommaso di Borgia, suo fratello, che sarebbe stato vescovo, e benedisse allo stesso tempo tutti i suoi figli; infine, essendo pronto a entrare nell'eternità, rese a Dio la sua anima tutta carica dei trofei che aveva riportato sul demonio, sulla carne e sul peccato, e tutta coronata di meriti. Fu il 30 settembre dell'anno 1572, quello del decesso di san Pio V, e il sessantaduesimo della sua età.
Culto, iconografia e scritti
Canonizzato nel 1671, ha lasciato trattati spirituali e un'iconografia segnata dalla rinuncia al mondo.
Ecco le principali caratteristiche di san Francesco Borgia: 1° Si dipinge ordinariamente il cappello vicino a lui, o ai suoi piedi, perché si affrettò a lasciare Roma senza rumore, accorgendosi che si pensava di farlo cardinale; 2° si pone d'ordinario vicino a lui un teschio, coronato dalla corona imperiale: è per ricordare che il suo desiderio di rinunciare al mondo gli venne in occasione dei funerali dell'imperatrice Isabella; 3° lo si dipinge anche in preghiera davanti al Santissimo Sacramento, per far intendere che era dotato di una devozione tutta particolare per la santa Eucaristia: in compagnia dei santi Luigi Bertrando, Gaetano, Filippo Benizi, e di santa Rosa da Lima, perché furono canonizzati simultaneamente da Clemente X (1671); tenendo in mano un quadro o un'incisione del ritratto della santa Vergine, onorato a Santa Maria Maggiore, perché ottenne che ne fossero fatte delle riproduzioni, e si prese cura di diffonderle lontano in gran numero, per estendere il culto della Madre di Dio.
Lo si invoca a Lisbona contro i terremoti. È patrono di Gandía e di Valencia, in Spagna.
## CULTO E RELIQUIE. — SCRITTI.
Il suo corpo fu inumato nell'antica chiesa della Compagnia, accanto a quelli di sant'Ignazio e del reverendo Padre Giacomo Laynez, i suoi due predecessori. Ma in seguito, con il permesso e l'autorità di papa Paolo V, è stato trasportato dapprima nella sacrestia della stessa casa, poi nella chiesa del Gesù, infine nella casa professa di Madrid, in Spagna, per le cure del cardinale duca di Lerma e del cardinale Gaspare Borgia, suoi nipoti. I miracoli insigni e senza numero che sono stati fatti alla sua tomba e per sua intercessione hanno spinto Urbano VIII, nel 1624, a beatificarlo, e Clemente IX a canonizzarlo. Innocenzo XI fissò la sua festa al 10 ottobre.
San Francesco Borgia ha lasciato quattro trattati, ovvero:
1° Il Chilyre spirituale, dove esamina 1° quant o la considerazion Chiliyre spirituel Trattato spirituale scritto dal santo. e delle cose che sono al di sotto della terra ci debba confondere davanti a Dio; 2° quanto la considerazione delle cose che vediamo sulla terra ci debba dare confusione; 3° quanto la considerazione delle cose celesti ci debba umiliare.
2° Esercizi per ogni giorno della settimana.
3° Un Discorso sulle lacrime di Gesù Cristo su Gerusalemme.
4° Lo Specchio delle azioni del cristiano, dove si trova una parafrasi spirituale del cantico dei tre fanciulli nella fornace.
Sono stati tradotti dallo spagnolo in latino dal Padre Alfonso Deja, gesuita. Bruxelles, 1675, in-folio; l'abate Grimes, nel suo Esprit des Saints, ne ha dato un bellissimo riassunto.
Ci siamo serviti, per comporre questo compendio, di diverse Vite del Santo, scritte da Ribadeneira, Bétencourt, il P. Verjus. — Cfr. Esprit des Saints, dell'abate Grimes.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Gandía il 28 ottobre 1510
- Matrimonio con Eleonora de Castro
- Folgorazione spirituale durante i funerali dell'imperatrice Isabella nel 1539
- Vicere di Catalogna
- Ingresso segreto nella Compagnia di Gesù dopo la vedovanza
- Rinuncia ai suoi titoli e beni in favore di suo figlio
- Elezione a terzo Preposito Generale della Compagnia di Gesù nel 1565
- Missione diplomatica per la Lega Santa contro i Turchi
Miracoli
- Conservazione miracolosa durante il saccheggio di Gandia nella sua infanzia
- Voce celeste riguardante la salute di sua moglie
- Estasi e predizione dell'episcopato di suo fratello Tommaso
Citazioni
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Non avrò mai attaccamento per alcun padrone che la morte mi possa rapire, e Dio solo sarà l'oggetto dei miei pensieri, dei miei desideri e del mio amore
Parole pronunciate davanti alla bara dell'imperatrice Isabella