11 ottobre 4° secolo

San Taraco, San Probo e Sant'Andronico

MARTIRI AD ANAZARBO, IN CILICIA

Martiri ad Anazarbo

Festa
11 ottobre
Morte
304
Epoca
4° secolo

Sotto la persecuzione di Diocleziano nel 304, Taraco, un ex soldato romano, Probo e il giovane Andronico furono arrestati in Cilicia per la loro fede cristiana. Dopo aver subito tre brutali interrogatori a Tarso, Mopsuestia e Anazarbo, furono dati in pasto alle fiere nell'anfiteatro. Miracolosamente risparmiati da un orso e una leonessa, furono infine uccisi dai gladiatori.

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Sezioni di lettura: 7

SAN TARACO, SAN PROBO E SANT'ANDRONICO

MARTIRI AD ANAZARBO, IN CILICIA

Fonte 01 / 07

Fonti e contesto storico

Presentazione degli atti autentici dei martiri Taraco, Probo e Andronico, redatti a partire dai registri proconsolari sotto Diocleziano nel 304.

Il trionfo di questi tre martiri glorificò il nome di Dio durante la persecuzione di Diocleziano. L'opinione più probabile è che ciò avvenne nell'anno 304, periodo in cui gli editti venivano eseguiti indistintamente contro tutti i cristiani. Gli atti di san Taraco, san Probo e sant'Andronico sono uno dei più preziosi monumenti dell'antichità ecclesiastica. Le prime tre parti contengono gli interrogatori che i nostri santi subirono a Tarso, a Mopsuestia e ad Anazarbo, città della Cilicia. Si tratta di una copia autentica dei registri proconsolari, che i cristiani acquistarono per duecento denari dai notai pubblici. La quarta parte è opera di tre cristiani chiamati Marco, Felice e Vero, i quali, essendo stati testimoni oculari, rimossero segretamente i corpi dei santi martiri e li seppellirono con la risoluzione di trascorrere il resto della loro vita presso il luogo in cui riposava questo prezioso tesoro, e di chiedere di essere sepolti nello stesso luogo quando Dio li avesse chiamati a sé.

Vita 02 / 07

Origini e arresto

Descrizione dei tre martiri: Taraco l'ex soldato, Probo il ricco panfilio e Andronico il giovane efesino, arrestati in Cilicia.

Taraco, Taraque Antico soldato romano nato in Isauria, martire a 65 anni. P robo Probe Martire originario della Panfilia che rinunciò alla sua fortuna. e An dronico Andronic Giovane martire proveniente da una nobile famiglia di Efeso. erano di età e di paesi differenti. Il primo era romano di estrazione, sebbene nato in Isauria. Aveva servito negli eserciti dell'impero; ma in seguito si era ritirato, nel timore che lo si obbligasse a fare qualcosa di contrario alla sua coscienza. Quando fu arrestato, aveva sessantacinque anni. Probo, nativo della Panfilia, aveva lasciato una fortuna considerevole per poter servire Gesù Cristo con maggiore libertà. Andronico, il più giovane dei tre, apparteneva a una delle principali famiglie della città di Efeso. Essendo stati arrestati tutti e tre a Pompeiopoli, in Cilicia, furono presentati a Numerio Ma ssimo, governat Numérien Maxime Governatore della Cilicia che ordinò il martirio dei tre santi. ore della provincia, al suo arrivo in quella città. Questo funzionario ordinò che fossero condotti a Tarso, dove e gli s Tarse Città della Cilicia, luogo del primo interrogatorio. i sarebbe presto recato. Quando vi giunse, il centurione Demetrio fece comparire davanti a lui i tre confessori, dicendogli che erano coloro che gli erano già stati presentati a Pompeiopoli, come colpevoli di professare l'empia religione dei cristiani e di aver osato disobbedire agli imperatori.

Martirio 03 / 07

I tre interrogatori

Serie di confronti giudiziari e torture crudeli inflitte dal governatore Massimo a Tarso, Mopsuestia e Anazarbo.

Massimo, rivolgendosi dapprima a Taraco, gli chiese il suo nome. «Sono cristiano», rispose il martire. — Massimo: «Non parlarmi della tua empietà, ma dimmi il tuo nome». — Taraco: «Sono cristiano». — Massimo: «Lo si colpisca sulla bocca, affinché impari a non rispondere una cosa per l'altra». — Taraco, dopo aver ricevuto uno schiaffo: «Vi dico il mio vero nome. Se volete sapere quello che mi hanno dato i miei genitori, è Taraco: quando portavo le armi, mi chiamavano Vittore». — Massimo: «Qual è la tua professione? Di quale paese sei?». — Taraco: «Sono di una famiglia romana, ma nato a Claudiopoli, in Isauria. Ero soldato di professione, ma ho lasciato il servizio per la mia religione». — Massimo: «La tua empietà ti ha reso indegno di portare le armi; ma come hai lasciato il servizio?». — Taraco: «Ho chiesto il congedo a Publio, il mio capitano, ed egli me lo ha concesso». — Massimo: «In considerazione dei tuoi capelli bianchi, ti procurerò il favore e l'amicizia dell'imperatore, se ti conformerai ai suoi ordini; vieni e sacrifica agli dei, sull'esempio degli stessi imperatori». — Taraco: «Gli imperatori sono ingannati dai demoni nel partecipare a un tale culto». — Massimo: «Gli si spezzino le mascelle, per aver detto che gli imperatori sono ingannati». — Taraco: «Sì, lo ripeto, sono uomini e, in quanto tali, sono ingannati». — Massimo: «Sacrifica ai nostri dei e rinuncia alla tua follia». — Taraco: «Non posso rinunciare alla legge di Dio». — Massimo: «Non c'è altra legge, disgraziato, che quella a cui obbediamo». — Taraco: «Ce n'è un'altra, e voi la trasgredite adorando l'opera delle vostre mani, statue di legno o di pietra». — Massimo: «Lo si colpisca sul volto, per fargli abbandonare la sua follia». — Taraco: «Ciò che chiamate follia è la salvezza della mia anima, e non l'abbandonerò mai». — Massimo: «Te la farò abbandonare, e ti costringerò a diventare saggio». — Taraco: «Fate del mio corpo tutto ciò che vi piacerà, è in vostro potere». — Massimo: «Lo si spogli e lo si colpisca con le verghe». — Taraco, mentre lo colpivano: «È proprio ora che mi rendete veramente saggio. I colpi che mi fate dare mi fortificano; aumentano la mia fiducia in Dio e in Gesù Cristo». — Massimo: «Come puoi negare la pluralità degli dei, poiché per tua stessa ammissione ne servi due? Non hai dato il nome di Dio a una certa persona chiamata Cristo?». — Taraco: «Sì, perché è il Figlio del Dio vivente; è la speranza dei cristiani e l'autore della salvezza di coloro che soffrono per amore di lui». — Massimo: «Rinuncia a questa stravaganza; vieni e sacrifica». — Taraco: «Non sono affatto come pensate; ho sessantacinque anni; sono stato educato nella verità e non posso abbandonarla». — Il centurione Demetrio, ostentando un'aria di pietà, gli disse: «Mi fai compassione; segui i miei consigli e salva la tua vita sacrificando». — Taraco: «Tieni i tuoi consigli per te, ministro di Satana». — Massimo: «Lo si carichi di pesanti catene e lo si conduca in prigione».

Il centurione Demetrio avendo condotto il secondo per età, Massimo gli disse: «Qual è il tuo nome?». — Probo: «Il mio nome principale, quello che mi è più onorevole, è: Cristiano; ma nel mondo mi chiamano Probo». — Massimo: «Qual è il tuo paese? Qual è la tua famiglia?». — Probo: «Mio padre era di Tracia; sono plebeo, nato a Side in Panfilia, e professo il cristianesimo». — Massimo: «Il tuo nome non ti servirà a nulla. Credimi, sacrifica agli dei per meritare la mia amicizia e il favore degli imperatori». — Probo: «Tutto ciò mi è inutile. Possedevo una fortuna considerevole, che ho lasciato per servire il Dio vivente tramite Gesù Cristo». — Massimo: «Gli si tolgano le vesti e, dopo averlo cinto, lo si stenda per colpirlo con nervi di bue». — Mentre colpivano così il martire, il centurione Demetrio gli disse: «Abbi pietà di te stesso, amico mio, vedi la terra tutta coperta del tuo sangue». — Probo: «Fate ciò che volete del mio corpo, i vostri tormenti sono per me profumi deliziosi». — Massimo: «La tua follia è dunque incurabile? Cosa puoi sperare?». — Probo: «Sono più saggio di voi, perché non adoro i demoni». — Massimo: «Lo si giri e lo si colpisca sul ventre». — Probo: «Signore, mio Dio, assistete il vostro servitore». — Massimo: «Chiedetegli, colpendolo, dov'è il suo protettore». — Probo: «Egli mi assiste e mi assisterà, poiché faccio così poco caso ai vostri tormenti che non vi obbedisco affatto». — Massimo: «Vedi, disgraziato, il tuo corpo straziato e la terra tutta coperta del tuo sangue». — Probo: «Più il mio corpo soffre per Gesù Cristo, più la mia anima acquista forza e vigore». — Massimo: «Mettetegli i ferri ai piedi e alle mani; si estendano le sue gambe nei ceppi fino al quarto foro, e non si permetta a nessuno di medicare le sue piaghe».

Quando il terzo dei santi martiri fu davanti al tribunale, Massimo gli disse: «Qual è il tuo nome?». — Andronico: «Il mio vero nome è: Cristiano, e quello che porto comunemente tra gli uomini è Andronico». — Massimo: «Qual è la tua famiglia?». — Andronico: «Mio padre è uno dei principali abitanti di Efeso». — Massimo: «Adora gli dei e obbedisci agli imperatori che sono i nostri padri e i nostri padroni». — Andronico: «Il demonio è vostro padre quando fate le sue opere». — Massimo: «Giovane, fai l'insolente; sai che ho dei tormenti già pronti?». — Andronico: «Sono preparato a tutto ciò che può accadermi». — Massimo: «Lo si spogli, lo si cinga e lo si stenda sul cavalletto». Allora il centurione Demetrio disse al martire: «Obbedisci, amico mio, prima che ti strappino il corpo». — Andronico: «Preferisco vedere il mio corpo fatto a pezzi piuttosto che perdere la mia anima». — Massimo: «Sacrifica, o ti condanno a una morte crudele». — Andronico: «Non ho mai sacrificato ai demoni fin dalla mia infanzia, e non comincerò oggi». Atanasio, corniculario o controllore dell'esercito, gli disse: «Sono abbastanza anziano per essere tuo padre, e ho il diritto di darti dei consigli; obbedisci al governatore». — Andronico: «L'ammirevole consiglio quello di sacrificare ai demoni». — Massimo: «Miserabile, vedremo se sei insensibile ai tormenti. Quando li sentirai, forse rinuncerai alla tua follia». — Andronico: «Questa follia ci è vantaggiosa, a noi che speriamo in Gesù Cristo. La saggezza del mondo conduce alla morte eterna». — Massimo: «Tormentatelo con violenza». — Andronico: «Non ho fatto alcun male, e tuttavia mi tormentate come un assassino. Non soffro che per il culto dovuto al vero Dio». — Massimo: «Se avessi il minimo sentimento di pietà, adoreresti gli dei che gli imperatori adorano così religiosamente». — Andronico: «È un'empietà abbandonare il vero Dio per adorare il bronzo e il marmo». — Massimo: «Osi dire che gli imperatori sono colpevoli di empietà! Si aumentino i suoi tormenti; gli si pungano i fianchi». — Andronico: «Sono nelle vostre mani, e voi siete il padrone del mio corpo». — Massimo: «Mettete del sale sulle sue piaghe e strofinate i suoi fianchi con pezzi di tegole rotte». — Andronico: «I vostri tormenti hanno procurato al mio corpo un vero refrigerio». — Massimo: «Ti farò perire con una morte lenta». — Andronico: «Le vostre minacce non mi spaventano affatto; il mio coraggio è al di sopra di tutto ciò che la vostra crudeltà vi farà immaginare». — Massimo: «Mettetegli catene ai piedi e al collo, e custoditelo in una prigione stretta». Così finì il primo interrogatorio. I santi martiri subirono il secondo a Mopsuestia, in Cilicia, dove furono trasferiti al seguito del governatore.

Flavio Caio Numeriano Massimo, governatore di Cilicia, essendo seduto sul suo tribunale, disse al centurione Demetrio: «Che mi si portino questi empi che seguono la religione dei cristiani». — «Eccoli, Signore», rispose il centurione. Allora Massimo disse a Taraco: «Si rispetta la vecchiaia in molti, perché la prudenza e il giudizio accompagnano solitamente quest'età. Se hai fatto un buon uso del tempo che ti ho lasciato, presumo che le tue riflessioni ti avranno ispirato altri sentimenti. È per assicurarmi di questo cambiamento che ti ordino di sacrificare agli dei». — Taraco: «Sono cristiano, e piacesse al cielo che voi e gli imperatori abbandonaste il vostro accecamento per abbracciare la verità che conduce alla vita!». — Massimo: «Colpitelo sulle guance con una pietra e costringetelo a rinunciare alla sua follia». — Taraco: «Questa follia è una vera saggezza». — Massimo: «Hai tutti i denti rotti, miserabile: abbi pietà di te stesso, vieni all'altare e sacrifica agli dei per risparmiarti un supplizio più rigoroso». — Taraco: «Metteste pure il mio corpo a pezzi, mai mi farete cambiare risoluzione, perché è Gesù Cristo che mi dà la forza di trionfare». — Massimo: «Saprò guarirti dalla tua follia. Si portino carboni ardenti, si stendano le sue mani sul fuoco finché non siano bruciate». — Taraco: «Non temo un fuoco temporale la cui attività passa presto, ma temo le fiamme eterne». — Massimo: «Vedi le tue mani tutte bruciate; nulla potrà dunque renderti saggio? Sacrifica». — Taraco: «Se avete qualche altro tormento, potete impiegarlo; spero di essere capace di resistere a tutti i vostri sforzi». — Massimo: «Lo si appenda per i piedi e gli si lasci la testa in un fumo denso». — Taraco: «Dopo aver sopportato il fuoco, potrei temere il fumo?». — Massimo: «Versategli aceto e sale nelle narici». — Taraco: «Il vostro aceto non ha che dolcezza per me, e il vostro sale mi sembra insipido». — Massimo: «Mescolate della senape con l'aceto e versategliela nelle narici». — Taraco: «I vostri ministri vi hanno ingannato; mi hanno dato del miele, invece della senape». — Massimo: «Questo basta per il precetto; inventerò nuove torture per farti rinunciare alla tua follia». — Taraco: «Mi troverete preparato a sostenere i vostri assalti». — Massimo: «Lo si rimetta in prigione e se ne porti un altro».

Essendo stato presentato Probo, gli disse: «Ebbene! Hai fatto delle riflessioni? Sei disposto a sacrificare agli dei, sull'esempio degli imperatori?». — Probo: «Riappaio davanti a voi con un nuovo vigore. I tormenti che ho sopportato non hanno fatto che indurire il mio corpo; la mia anima è più forte che mai, e potete vederne la prova. Ho nel cielo un Dio vivente, che servo e che adoro; non ne conosco nessun altro». — Massimo: «Come, miserabile, i nostri dei non sono viventi?». — Probo: «Eh! Si possono guardare come viventi delle statue di pietra e di legno, che sono opera della mano degli uomini! Non sapete ciò che fate, quando offrite loro dei sacrifici». — Massimo: «Rimedia almeno alla tua insolenza sacrificando al grande Giove; non esigerò nulla di più». — Probo: «Potete dunque dare il nome di dio a colui che si è macchiato di adulteri, di incesti e di altri crimini enormi?». — Massimo: «Gli si colpisca la bocca con una pietra, per impedirgli di bestemmiare». — Probo: «Perché trattarmi così? Non ho detto di Giove che ciò che sanno coloro che lo adorano. Non ho offeso la verità, ne prendo voi stesso a testimone». — Massimo: «Gli si applichi il ferro rovente sui piedi». — Probo: «Il vostro fuoco non ha calore; almeno non ne sento l'attività». — Massimo: «Lo si stenda sul cavalletto e lo si colpisca sulla schiena con cinghie, finché non abbia le spalle scorticate». — Probo: «Tutti i vostri sforzi sono inutili; inventate qualche nuovo supplizio e vedrete il potere del Dio che è in me e che mi fortifica». — Massimo: «Lo si rasi e si copra la sua testa di carboni ardenti». — Probo: «Mi avete bruciato la testa e i piedi, vedete tuttavia che resto fedele al mio Dio e che disprezzo i vostri tormenti. Il mio Dio mi salverà. I vostri dei non possono che perdere i loro adoratori». — Massimo: «Non vedi dunque coloro che li adorano attorno al mio tribunale, onorati dai buoni e dagli imperatori? Ti guardano con disprezzo, te e i tuoi compagni». — Probo: «Credetemi, se non si pentono e non servono il Dio vivente, periranno tutti, perché, contro il grido della loro coscienza, adorano degli idoli». — Massimo: «Colpitelo al volto, affinché impari a non dire più Dio, ma gli Dei». — Probo: «Mi maltrattate, sfigurate ingiustamente il mio volto, poiché dico la verità». — Massimo: «Ti farò tagliare la lingua per mettere fine alle tue bestemmie e costringerti a obbedire». — Probo: «Oltre a questa lingua, ne ho una interiore e immortale, sulla quale non avete alcun potere». — Massimo: «Lo si conduca in prigione e si porti il terzo».

Quando Andronico fu venuto, Massimo gli disse: «I tuoi compagni hanno dapprima rifiutato di obbedire, e si è dovuto impiegare i tormenti per vincere la loro ostinazione. Alla fine hanno ceduto, e saranno liberalmente ricompensati della loro obbedienza. Se dunque vuoi evitare gli stessi tormenti, sacrifica agli dei e sarai onorato dai nostri principi. Ma se persisti nella tua ostinazione, lo giuro per gli dei immortali e per gli invincibili imperatori, non sfuggirai alla mia giusta indignazione». — Andronico: «Perché cercate di ingannarmi mascherandomi la verità? I miei compagni non hanno rinunciato al culto del vero Dio; e quand'anche l'avessero fatto, non mi renderei mai colpevole di una simile empietà. Il Dio che adoro mi ha rivestito delle armi della fede; Gesù Cristo, mio Salvatore, è la mia forza, in modo che non temo né il vostro potere, né quello dei vostri padroni, né quello dei vostri dei. Potete farne la prova, facendomi soffrire tutte le torture che vi ispirerà la crudeltà più raffinata». — Massimo: «Lo si leghi a dei pali e lo si colpisca con nervi di bue». — Andronico: «Non c'è nulla di nuovo né di straordinario in questo supplizio». — Atanasio gli disse: «Il vostro corpo non è che una piaga dalla testa ai piedi, e tutto ciò non vi sembra nulla?». — Andronico: «Coloro che amano il Dio vivente contano per nulla un simile trattamento». — Massimo: «Gli si strofini la schiena con del sale». — Andronico: «Ordinate, vi prego, che non mi si risparmi; ne sarò più sicuramente preservato dalla corruzione e più in grado di sopportare i vostri tormenti». — Massimo: «Lo si giri e lo si colpisca sul ventre per riaprire le sue prime piaghe». — Andronico: «Avete visto, quando mi hanno condotto davanti al vostro tribunale, che ero perfettamente guarito dalle piaghe che avevo ricevuto nel mio primo interrogatorio; colui che mi ha guarito può ancora farmi la stessa grazia». — Massimo, rivolgendosi alle guardie della prigione: «Traditori che siete, non vi avevo espressamente proibito di lasciar entrare chiunque per vedere quest'uomo o per medicare le sue piaghe?». Il carceriere Pegaso: «Lo giuro per la vostra grandezza, nessuno l'ha visto, nessuno ha medicato le sue piaghe. È stato custodito carico di catene nel luogo più appartato della prigione. Se dubitate della mia fedeltà, ecco la mia testa, acconsento a perdere la vita». — Massimo: «Come dunque si fa a non scorgere più alcuna traccia delle sue piaghe?». Il carceriere: «Ignoro come sia stato guarito». — Andronico: «Cieco che siete, non sapete che il medico che mi ha guarito è tanto potente quanto tenero e caritatevole? Voi non lo conoscete. Egli guarisce non con l'applicazione dei rimedi, ma con la sua sola parola. Sebbene abiti il cielo, è presente ovunque; ma ancora una volta, voi non lo conoscete». — Massimo: «Queste vane parole non ti serviranno a nulla; sacrifica, o è finita per te». — Andronico: «Le mie risposte sono sempre le stesse. Non sono affatto un bambino per cedere alle minacce o alle carezze». — Massimo: «Non lusingarti di averla vinta su di me». — Andronico: «Non mi vedrete mai scosso dalle vostre minacce». — Massimo: «Non avrai impunemente disprezzato la mia autorità». — Andronico: «Non si dirà nemmeno che la causa di Gesù Cristo sia soccombuta sotto la vostra autorità». — Massimo: «Si preparino nuove torture per la prima volta che mi siederò sul mio tribunale; nell'attesa, lo si carichi di catene, lo si rinchiuda in un sotterraneo e non si permetta a nessuno di vederlo».

Fu ad Anazarbo, in Cilicia, che i nostri santi martiri subirono un terzo interrogatorio. Taraco, che comparve per primo, rispose sempre con la stessa costanza. «La morte», diceva, «metterà fine ai miei combattimenti e comincerà la mia felicità; lunghi tormenti mi procureranno una ricompensa più grande». Massimo, avendolo fatto legare sul cavalletto, gli disse: «Potrei reclamare il rescritto di Diocleziano, che proibisce ai giudici di mettere i militari sul cavalletto; ma non voglio servirmi del mio privilegio, per paura che mi sospettiate di viltà». — Massimo: «Ti lusinghi della speranza di essere imbalsamato dopo la tua morte dalle donne cristiane; ma saprò bene privarti di questo vantaggio». — Taraco: «Potete fare ciò che vi piacerà del mio corpo sia durante la mia vita che dopo la mia mo rte». — Anazarbe Città della Cilicia, luogo del terzo interrogatorio e del martirio finale. Massimo: «Gli si strappi il volto e gli si taglino le labbra». — Taraco: «Sfigurando il mio volto, avete aggiunto una nuova bellezza alla mia anima. Fortificato dal divino amore, non temo tutte le vostre torture». — Massimo: «Gli si applichino degli spiedi roventi sulle mammelle e gli si taglino le orecchie». — Taraco: «Il mio cuore non ne sarà meno attento alla parola di Dio». — Massimo: «Gli si strappi la pelle della testa e la si copra di carboni ardenti». — Taraco: «Mi scorticaste pure tutto il corpo, non arrivereste mai a separarmi dal mio Dio». — Massimo: «Si facciano arrossire gli spiedi ancora più della prima volta e si applichino sui suoi fianchi». — Taraco: «O Dio del cielo, abbassate su di me i vostri sguardi e siate il mio giudice!». Massimo lo rimandò in prigione, riservandolo per i giochi del giorno seguente. Si fece poi condurre Probo.

Quando questi fu arrivato, il governatore lo esortò di nuovo a sacrificare. Ma poiché le sue esortazioni erano inutili, lo fece legare e appendere per i piedi; dopo di che, gli applicò gli spiedi roventi sui fianchi e sulla schiena. «Il mio corpo», disse Probo, «è in vostro potere. Possa il Signore del cielo e della terra considerare la mia pazienza e l'umiltà del mio cuore!». — Massimo: «Il Dio che invochi ti ha consegnato lui stesso nelle mie mani». — Probo: «Egli ama gli uomini». — Massimo: «Gli si apra la bocca e vi si metta del vino e delle carni che sono stati offerti agli dei». Probo: «Vedete, Signore, la violenza che mi si fa, e giudicate la mia causa». — Massimo: «Hai preferito soffrire mille tormenti piuttosto che sacrificare, e tuttavia sei appena stato partecipe dei nostri sacrifici». — Probo: «Non dovete vantarvi di ciò che mi avete fatto fare contro la mia volontà». — Massimo: «Non importa, l'hai fatto; prometti che lo farai volontariamente e ti libererò». — Probo: «Sappiate che quando mi costringeste a ricevere nella mia bocca tutto ciò che è stato offerto sui vostri altari abominevoli, non ne sarei affatto macchiato. Dio è testimone della violenza che soffro». — Massimo: «Si facciano arrossire gli spiedi e gli si brucino le gambe. Ebbene! Probo, non c'è alcuna parte del tuo corpo che non abbia avuto il suo supplizio, e persisti ancora nella tua follia? Miserabile! Cosa puoi sperare?». — Probo: «Vi ho abbandonato il mio corpo, al fine di salvare la mia anima». — Massimo: «Si facciano arrossire dei chiodi acuti e gli si trafiggano le mani». — «Vi rendo grazie, o mio Salvatore, di avermi giudicato degno di aver parte alle vostre sofferenze!». — Massimo: «Il numero dei tormenti che sopporti non fa che aumentare la tua follia». — Probo: «Piacesse a Dio che voi non foste immerso in un tale accecamento!». — Massimo: «Hai perso l'uso di tutte le tue membra, e ti lamenti di non essere stato ancora privato di quello della vista! Pungigli gli occhi, ma a poco a poco, finché non gli avrai trafitto l'organo della vista». — Probo: «Eccomi presentemente cieco. Mi avete privato degli occhi del corpo, ma non potete togliermi quelli dell'anima». — Massimo: «Persisti ancora a ragionare, ma pensa dunque che sei condannato a un accecamento che non cesserà mai». — Probo: «Se conosceste l'accecamento della vostra anima, vi trovereste più infelice di me». — Massimo: «Non puoi servirti del tuo corpo più di un morto, e parli ancora?». — Probo: «Finché il calore naturale animerà i resti che mi avete lasciato di questo corpo, non cesserò di parlare del mio Dio, di benedirlo e di lodarlo». — Massimo: «Cosa! Speri di sopravvivere a questi tormenti? Puoi lusingarti che ti lascerò respirare un solo momento?». — Probo: «Una morte crudele è tutto ciò che attendo da voi; e non chiedo altro a Dio, se non la grazia di perseverare fino alla fine nella confessione del suo santo nome». — Massimo: «Ti lascerò languire tanto a lungo quanto merita un empio come te. Lo si porti via di qui. Si abbia cura di ben custodire questi prigionieri, affinché i loro amici non possano vederli. Li destino per i giochi pubblici. Si porti Andronico, che è il più ostinato dei tre».

Le risposte e la condotta dei martiri erano in generale molto rispettose verso i giudici, per quanto ingiusti e crudeli fossero. Questo rispetto verso le potenze è un dovere a cui non mancano coloro che sono animati dallo spirito del Vangelo. Se in certe occasioni i martiri sono parsi allontanarsi da questa regola, agivano per un movimento straordinario dello Spirito Santo. San Paolo trattò il suo giudice di muro imbiancato e lo minacciò della collera di Dio. Alcuni martiri seguirono il suo esempio facendo vivi rimproveri ai loro giudici. «Erano pazienti nei tormenti», dice sant'Agostino, «fedeli nella loro confessione, inviolabilmente attaccati alla verità in tutte le loro parole. È vero che lanciavano alcuni dardi del Signore contro gli empi e che li provocavano alla collera, ma ne guarivano molti per la salvezza». È sotto questo punto di vista che si deve considerare certe espressioni che presentano le risposte di sant'Andronico. Sono giusti rimproveri fatti all'empietà dei ministri della giustizia; sono come dardi che Dio impiegava per colpirli e risvegliarli.

Il governatore, pressando Andronico a obbedire, gli disse che i suoi due compagni avevano alla fine sacrificato agli dei e persino agli imperatori. «Voi fate», gli rispose Andronico, «il personaggio di un adoratore del dio della menzogna, e riconosco da questa impostura che gli uomini somigliano agli dei che servono. Che Dio vi giudichi, ministro d'iniquità». Massimo fece dare fuoco a rotoli di carta, con i quali bruciò il ventre del martire. Gli bruciò poi le dita con punte acuminate che aveva fatto arrossire. Il giudice, vedendo che non poteva imporgli silenzio, gli disse: «Non devi aspettarti di morire una volta; vivrai fino al giorno segnato per i giochi, per vedere le tue membra divorate le une dopo le altre da bestie crudeli». — Andronico: «Voi siete più barbaro delle tigri e più avido di sangue degli assassini più inumani». — Massimo: «Si apra la sua bocca per fargli prendere ciò che è stato immolato agli dei». — Andronico: «Vedete, o mio Dio, la violenza che mi si fa». — Massimo: «Cosa dirai ora? Hai gustato ciò che è stato offerto sull'altare. Eccoti iniziato nei misteri degli dei». — Andronico: «Sappiate, tiranno, che l'anima non è affatto macchiata per soffrire involontariamente ciò che condanna. Dio, che conosce il fondo dei cuori, vede che il mio non ha acconsentito a questa abominazione». — Massimo: «Fino a quando la tua immaginazione sarà sedotta da questa frenesia? Non saprà liberarti dalle mie mani». — Andronico: «Dio mi libererà quando gli piacerà». — Massimo: «Ecco una nuova stravaganza. Ti farò tagliare la lingua per ridurti al silenzio». — Andronico: «Vi chiedo come una grazia di far tagliare queste labbra e questa lingua con le quali vi immaginate che io abbia partecipato ai vostri abominevoli sacrifici». — Massimo: «Gli si strappino i denti e gli si tagli fino alla radice questa lingua che ha proferito tante bestemmie; si brucino poi e si gettino le ceneri al vento, affinché né uomini né donne della sua setta empia possano raccoglierle e conservarle come qualcosa di santo e di prezioso. Lo si riporti in prigione, in attesa che sia divorato dalle bestie dell'anfiteatro».

Martirio 04 / 07

Il martirio nell'anfiteatro

Esecuzione finale dei santi nell'anfiteatro di Anazarbo dove, risparmiati dalle bestie feroci, vengono finiti dai gladiatori.

Terminato il terzo interrogatorio dei santi martiri, Massimo mandò a chiamare il pontefice Terenziano, che aveva l'ispezione dei giochi pubblici e degli spettacoli, per incaricarlo di offrire l'indomani l'intrattenimento dei giochi. Una folla innumerevole di popolo si recò all'anfiteatro, che distava un miglio dalla città di Anazarbo. Vi perirono molti gladiatori, che furono uccisi o divorati dalle bestie. I cristiani, posizionati su una montagna vicina, guardavano ciò che accadeva, attendendo con timore l'esito del combattimento dei loro fratelli. Infine il governatore incaricò alcune delle sue guardie di andare a prendere i confessori che erano stati condannati alle bestie. I loro tormenti li avevano ridotti in uno stato così triste che non riuscivano a reggersi in piedi. Si fu costretti a portarli nell'anfiteatro. «Ci avanzammo quanto più ci fu possibile», dice l'autore dei loro atti, «osservando tuttavia di non farci scorgere. La vista dei nostri fratelli ridotti in quello stato fece scorrere le nostre lacrime; molti spettatori stessi non poterono trattenersi dal versarne. Appena i martiri apparvero, si fece un grande silenzio. Si mormorava pubblicamente della barbarie del governatore. Ce ne furono molti che abbandonarono i giochi e tornarono in città. Il governatore, irritato, fece sorvegliare tutte le vie d'accesso per impedire che si scappasse, e diede ordine di osservare coloro che volevano ritirarsi, affinché potesse poi interrogarli. Fece liberare diverse bestie, le quali, come trattenute da una forza invisibile, non si avvicinarono affatto ai martiri. Furioso per uno spettacolo così straordinario, fece battere coloro che avevano cura delle bestie, come se fossero stati d'accordo con esse. Questi disgraziati, che si vedevano minacciati dell'ultimo supplizio, liberarono un orso, che quel giorno aveva ucciso tre uomini: ma quest'animale si avanzò dolcemente verso i martiri e si mise a leccare i piedi di Andronico. Inutilmente questo martire volle provocarlo. Massimo, non possedendosi più, fece uccidere l'orso seduta stante ai piedi di Andronico. Terenziano, temendo per se stesso, ordinò di liberare una leonessa furiosa. I ruggiti di quest'animale spaventarono i più intrepidi degli spettatori. Tuttavia, quando fu vicino ai martiri, che erano distesi per terra, si coricò ai piedi di Taraco e li leccò. Massimo, schiumante di rabbia, la fece provocare. La leonessa, divenuta furiosa, fece udire orribili ruggiti, e gli spettatori ne furono così spaventati che gridarono che bisognava aprirle la gabbia. Si chiamarono i confectores o gladiatori, che finirono i martiri. Massimo ordinò che si mettessero i loro corpi con quelli dei gladiatori che erano stati uccisi, e li fece sorvegliare durante la notte da sei soldati, per paura che i cristiani li portassero via: ma col favore dell'oscurità e di un violento temporale che disperse le guardie, i fedeli distinsero i tre corpi per l'effetto di un chiarore miracoloso che li fece loro conoscere; li portarono via con rispetto sulle loro spalle, e li nascosero in una caverna delle montagne vicine, dove non era verosimile che si andasse a cercarli. Il governatore punì rigorosamente le guardie per aver abbandonato il loro posto. Tre ferventi cristiani, Felice, Marciano e Vero, si ritirarono nella caverna, risoluti di passarvi il resto della loro vita. Tre giorni dopo la morte dei nostri santi martiri, il governatore partì da Anazarbo. I cristiani di quella città inviarono questa relazione alla chiesa di Iconio, pregandola di comunicarla ai fedeli di Pisidia e di Panfilia, per la loro edificazione. I tre santi martiri consumarono il loro sacrificio l'11 ottobre, giorno in cui sono nominati nei martirologi.

Vita 05 / 07

San Grato e la lotta contro l'arianesimo

Vita di san Grato, vescovo di Oloron nel VI secolo, che difese la fede cattolica di fronte alle persecuzioni del re ariano Eurico.

PRIMO VESCOVO NOTO DELL'ANTICA SEDE DI OLORON E CONFESSORE

VI secolo.

Martyrium majus quam charitas proximi. L'amore del prossimo è qualcosa di più grande del martirio.

San Giovanni Crisostomo, Omelie.

Secondo un'antica e rispettabile tradizione, san Grato nacqu e ai confi saint Grat Martire del Rouergue originario di Roma. ni della Soule, nel villaggio di Lichos (Bassi Pirenei, circondario di Orthez, cantone di Navarrenx), dove si mostravano ancora, meno di due secoli fa, le rovine della sua casa natale, allora chiamata in basco Gamichelu. La sua infanzia e la sua giovinezza trascorsero sotto il fuoco della persecuzione di Eurico. Ma le violenze del principe ariano non scossero la sua costanza; al contrario, come un altro Tobia, rimase sempre fedele alla sua religione; i suoi esempi e le sue esortazioni sostennero un gran numero di cattolici nella fede di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo al tempo stesso. Per questo fu elevato al trono episcopale dai suffragi del clero e del popolo, non appena l'avvento di Alarico II ebbe reso una certa libertà alle Chiese. Divenuto vescovo, san Grato fece risplendere in tutta la sua condotta le qualità più eminenti. «Egli fu», dicono le memorie della Chiesa di Oloron, «un astro brillante della Chiesa di Francia, un prodigio di santità, profondo nell'umiltà, dedito alla cura delle anime, austero nella sua vita, pieno di carità, uomo di misericordia e padre dei poveri».

Il nuovo vescovo dovette adempiere ai doveri di un incarico importante che gli conferiva la legislazione dell'epoca, quello di difensore della città. Oloron conserva va anc Oloron Sede episcopale di san Grato. ora questo titolo, come prova la firma del Santo, episcopus de civitate Oloron. Ora, a quel tempo, ogni città aveva il suo difensore, e l'uso aveva prevalso che questo difensore fosse il vescovo stesso; la legge visigotica riconosceva sia questo incarico che questo uso. Come difensore della città di Oloron, san Grato doveva proteggere il suo popolo contro le vessazioni del fisco e dell'autorità subalterna, contro le ingiurie private e il dispotismo pubblico, contro tutti i suoi nemici, sia dall'interno che dall'esterno. Si acquittò di queste nobili funzioni da uomo di cuore o, per meglio dire, da Santo.

La religione soprattutto reclamava la sua energia, a causa dei pericoli che le faceva cor rere la setta secte Arienne Eresia combattuta da Colombano in Italia presso i Longobardi. ariana, padrona del paese. Sotto questo aspetto, si mostrò «potente e generoso nemico dei Goti», aggiungono le memorie che abbiamo già citato, e, con la sua vigilanza pastorale, seppe preservare il suo gregge dal contagio dell'eresia, in attesa del soccorso che altri barbari venivano ad apportare al culto cattolico.

Contesto 06 / 07

L'arrivo di Clodoveo e la pace religiosa

La vittoria di Clodoveo a Vouillé nel 507 pone fine alla dominazione visigota e permette a san Grato di restaurare la Chiesa di Oloron.

Da alcuni anni, i Franchi si erano stabiliti nel nord e nel centro della Gallia. Clodoveo, il lor Clovis Re dei Franchi, menzionato per datare l'esistenza della chiesa. o capo, aveva abiurato il paganesimo, ricevuto il battesimo dalle mani di san Remigio e fondato una monarchia che un giorno sarebbe stata chiamata «la figlia primogenita della Chiesa». Sotto la sua autorità, i Galli, i Romani e i Franchi, riuniti in un solo Stato, conoscevano e praticavano solo la fede della Chiesa romana, nei paesi situati al di là della Loira. Clodoveo, chiamato, si dice, dai vescovi meridionali, decise di estendere l'unità religiosa e politica fino alla sommità dei Pirenei: marciò contro i Visigoti. Degni rivali l'uno dell'altro, Alaric Alaric Re dei Goti che conquistò la Turenna. o e Clodoveo si incontrarono nei campi di Vouillé champs de Vouillé Battaglia decisiva del 507 che segnò la fine del regno visigoto di Tolosa. , nel Poitou. Lo scontro fu terribile per Alarico: perì per mano dello stesso re dei Franchi che, volando di conquista in conquista, distrusse il regno di Tolosa e spinse il proprio fino agli ultimi confini della Novempopolania (507). Allora, Oloron, l'antica città gallo-romana, divenne una città gallo-franca.

San Grato approfittò di questo cambiamento per rimarginare le ferite della sua chiesa, dove fece rifiorire la fede e i costumi cattolici. Meno fortunato, in un certo senso, del suo collega, Galattorio di Béarn, che era stato martirizzato dagli Ariani durante l'ultima guerra, il vescovo di Oloron prolungò i suoi giorni fino alla più estrema vecchiaia. Ma, se non ebbe la gloria di versare il suo sangue per la difesa della religione, non mancò di imprimere in tutti i cuori una tale venerazione per le sue virtù, che i posteri lo riconoscono e lo onorano come un Santo, non senza aver sperimentato molte volte la potenza della sua protezione. È il patrono secondario della diocesi.

Culto 07 / 07

Culto e autenticazione delle reliquie

Resoconto dei successivi riconoscimenti delle reliquie di San Grato nel 1710, 1844 e 1870 per confermarne l'autenticità.

## CULTO E RELIQUIE.

Le reliquie di San Grato, scampate alle sventure dei tempi, riposano ancora nella chiesa di Sainte-Marie d'Oloron. La sua festa si celebra il 14 ottobre. Prima della Rivoluzione, tutte le parrocchie inviavano i loro magistrati, con le insegne in testa, alla solenne processione che si teneva in quel giorno; quelli di Lichos vi occupavano il primo posto, in virtù della loro tradizionale qualità di compatrioti del grande Santo.

Si sapeva, dall'antico *Uffi cio di San Grat Joseph de Révol Vescovo di Oloron che ritrovò le reliquie di san Grato nel 1710. o*, che Joseph de Révol, vescovo di Oloron e uno dei più grandi prelati della sua epoca, ritrovò e riconobbe, nel 1710, le reliquie del suo santo predecessore, depositate in una sorta di armadio dietro l'altare maggiore della cattedrale. Il *XVII secolo* era trascorso in un costante progresso della devozione oloronese per l'amato patrono, quando la Rivoluzione venne a sconvolgere ogni cosa. È inutile ricercare come le reliquie di San Grato furono sottratte alla profanazione universale. Diciamo solo che, dopo la restaurazione del culto, si rivide sull'altare di Sainte-Marie il busto contenente il *capo*, o meglio il *cranio* del santo vescovo e che, nell'armadio situato dietro l'altare, si trovò di nuovo una cassa piena di ossa che furono considerate come le altre reliquie di San Grato.

Nel mese di ottobre del 1844, Monsignor Lacroix, vescovo di Bayonne, riconobbe personalmente la reliquia racchiusa nel busto e redasse un verbale di tale verifica. Quanto alle ossa contenute nell'armadio dietro l'altare, poiché tale armadio e la cassa erano chiusi male, poiché non si esibiva alcun documento né alcuna testimonianza positiva sull'identità di tali ossa, poiché infine era accertato che erano rimaste troppo a lungo soggette alle indiscrezioni di un gran numero di persone, il dotto prelato non si ritenne in grado di procedere a un riconoscimento rigoroso e si accontentò di sigillare con il suo sigillo la vecchia cassa, che affidò alla custodia speciale del parroco, in attesa di nuove luci.

Queste luci sono finalmente giunte. La Provvidenza aveva salvato dal disastro generale una copia autentica del verbale redatto, nel 1710, da Monsignor de Révol; essa è stata ritrovata, negli archivi dell'ufficialità metropolitana di Auch, dall'abate Darré, vicario generale, e comunicata ai nuovi Bollandisti, che l'hanno inserita nel cinquantaseiesimo volume degli *Acta Sanctorum*. Scoperta felice al massimo grado: poiché questo verbale enumera le minime circostanze, sia del reliquiario che delle reliquie; per quanto riguarda in particolare le ossa verificate nel 1710, esse sono tutte segnalate, con il loro nome proprio, nella dichiarazione del chirurgo chiamato a esaminarle sotto giuramento, il signor Marsaing, che si spinge fino a designare, una a una, le ossa, grandi o piccole, che allora mancavano. Con un tale documento, non restava che fare un semplice confronto tra le indicazioni ivi contenute e il deposito affidato, dal 1844, al parroco di Sainte-Marie. È l'abate Menjoulet che Monsignor di Bayonne ha delegato per compiere tutte le constatazioni possibili, secondo le sagge regole della Congregazione dei Riti. Citiamo le parole stesse del vicario generale di Bayonne:

«Il 2 giugno 1870, si è proceduto all'inchiesta nel modo seguente. Con l'abate Lassalle, parroco di Sainte-Marie, mi ero aggregato l'abate Salefranque, canonico di Bayonne, l'abate Lasserre, arciprete-parroco di Sainte-Croix d'Oloron, e alcuni altri sacerdoti della città. Due abili medici, i signori Charles Crouseilles ed Emile Cassmayor, avevano voluto accettare la missione di compiere tutte le osservazioni anatomiche necessarie all'inchiesta.

«Con il verbale sotto gli occhi, verifichiamo senza difficoltà l'identità della cassa, sigillata nel 1844 da Monsignor Lacroix. Dopo aver rotto il sigillo, trovammo all'interno (oltre alle ossa che furono consegnate ai due medici) diversi segni evidenti che questa cassa è proprio la stessa di cui parla il verbale di Joseph de Révol: è in legno di noce; conteneva frammenti di carta ammuffita, dove abbiamo letto la firma dell'illustre vescovo, poi il suo sigillo su ceralacca rossa, poi ancora la traccia di un atto autentico attaccato sotto il coperchio, poi infine un pezzo di taffetà, di un bianco rossiccio per il tempo, e formalmente menzionato nel verbale del 1710. Queste constatazioni, alle quali hanno preso parte operai specializzati, non lasciano sussistere alcun dubbio sull'identità del reliquiario.

«Tuttavia i due medici terminarono le loro osservazioni; avevano messo le varie ossa al loro posto naturale e ne avevano redatto un elenco completo. Fu allora che venne data loro lettura della dichiarazione di Marsang, il chirurgo del 1710. Non saprei esprimere l'emozione che si impadronì dei presenti, quando fu constatato, da una parte, che nessuna delle ossa segnalate come mancanti nel 1710 si trovava nella nostra collezione, e, dall'altra parte, che tutte le ossa che vi si trovano ancora sono espressamente designate nell'elenco di Marsang. Ne manca un certo numero di quelle che porta questo elenco; ma la loro assenza è facilmente spiegata da distribuzioni successive, da più di un secolo e mezzo, e persino da pii furti che venivano favoriti dallo stato di un armadio e di una cassa chiusi male. I frammenti principali vi si trovano: ecco l'essenziale, e ciò basta per stabilire che non è stata fatta alcuna sostituzione; che, di conseguenza, abbiamo lì, almeno in parte, le reliquie riconosciute da Joseph de Révol.

«Tale fu, in termini generali, il risultato del riconoscimento, di cui non si mancò di redigere un verbale in forma, e minuziosamente dettagliato. La tradizione locale si trovò rinnovata agli occhi di tutti i presenti, e nessuno volle dubitare che la chiesa di Sainte-Marie abbia la gloria di possedere ancora i resti venerati del primo vescovo conosciuto di Oloron».

L'abate Menjoulet, nell'Écho religieux des Pyrénées et des Landes.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.