21 ottobre 6° secolo

San Valfrido

Stilita d'Occidente

Diacono e Stilita d'Occidente

Festa
21 ottobre
Morte
21 octobre 593 ou 600 (naturelle)
Epoca
6° secolo

Originario della Lombardia, Valfrido è l'unico stilita conosciuto in Occidente. Stabilitosi su una colonna vicino a Carignan nel VI secolo, lottò contro il culto di Diana e convertì le popolazioni locali con le sue estreme austerità prima di fondare un monastero per ordine dei suoi vescovi.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

SAN VALFRIDO, DIACONO E STILITA D'OCCIDENTE

Fonte 01 / 08

L'incontro con Gregorio di Tours

Nel 585, il vescovo Gregorio di Tours incontra Walfroy a Ivoy e registra il racconto della sua vita austera sulla montagna.

San Gregorio, vescovo di Tours, celebre scrittore del VI secolo e padre della storia dei Franchi, fece nel 585 un viaggio a Coblenza, dove Childeberto, re d'Austrasia, teneva la sua corte. Passò per Ivoy e v i vide san Wa saint Walfroy Diacono di origine lombarda e unico stilita noto in Occidente. lfroy. Colpito dalle virtù che brillavano in quest'uomo santo, decise di non lasciarlo senza aver visto la sua dimora. Si recarono dunque insieme sulla montagna che porta oggi il nome del Santo. Dopo aver visitato il monastero e la chiesa, l'illustre viaggiatore volle conoscere dal santo anacoreta stesso tutte le particolarità della sua vita: ebbene, è a questo grande scrittore che dobbiamo soprattutto ciò che sappiamo della vita di san Walfroy.

Conversione 02 / 08

Giovinezza e formazione presso san Yrieix

Di origine lombarda, Walfroy si pone sotto la guida di Aridio (san Yrieix) ed effettua un pellegrinaggio miracoloso alla tomba di san Martino a Tours.

San Walfroy, lombardo di origine, nacque da genitori cristiani all'inizio del VI secolo. Fin dalla più tenera infanzia diede segni inequivocabili di ciò che la grazia avrebbe un giorno operato in lui in termini di virtù eminenti e alta perfezione. Poiché aveva spesso sentito parlare di sa n Martino, c saint Martin Santo le cui reliquie furono venerate dai missionari a Tours. he era allora come oggi in singolare venerazione, concepì per questo Santo una grande devozione. «Ero ancora bambino», diceva, «quando sentii pronunciare il nome del beato Martino. Non sapevo se fosse un martire o un confessore, né quale paese avesse la fortuna di possedere la tomba dove riposava il suo corpo, e già celebravo veglie in suo onore».

Ma san Walfroy comprese presto che non basta ammirare le virtù di un Santo, ma che bisogna soprattutto lavorare per camminare sulle sue orme. Avendo preso san Martino come suo protettore e modello, si studiò di copiare i tratti più salienti della sua vita. A suo esempio, riponeva la sua felicità nel distribuire ai poveri ciò che poteva raccogliere di denaro: è il bicchiere d'acqua che, dato nel nome di Gesù Cristo, si riempie dei doni celesti. Uno dei più bei doni accordati al giovane Walfroy fu una predilezione per il digiuno e la mortificazione. La sua fedeltà a questa grazia in un'età così tenera dovette essere molto gradita a Dio; questo saggio di vita penitente fu senza dubbio il felice preludio delle sue grandi austerità. Poiché è una verità incontestabile che le abitudini dell'infanzia diventano quelle dei nostri giorni avanzati. È importante che fin dai suoi anni più giovani il fanciullo cristiano si doni interamente alla virtù; è perché Walfroy, come il giovane Samuele, è sempre stato pronto a seguire i movimenti della grazia, che questa ha operato in lui miracoli di virtù.

Ignorando il luogo dove riposavano le reliquie di san Martino, e desideroso sempre più di trovare questo tesoro così caro alla sua pietà, Walfroy lascia la sua famiglia e la sua patria, parte per la Francia, arriva nei dintorni di Limoges e si reca dapprima al monastero di Saint-Yrieix, altrimenti chiamato Aridio, dal nome d el suo Arédius Abate del Limosino e maestro spirituale di Walfroy. fondatore. L'intenzione del giovane Walfroy era stata, intraprendendo questo viaggio, di soddisfare solo la sua devozione verso san Martino. Ma Dio aveva i suoi disegni su quest'anima privilegiata, voleva farne un uomo apostolico. Imitatore delle virtù dell'apostolo delle Gallie, Walfroy lo sarà anche dei suoi lavori.

Studiando le belle lettere, Walfroy si legò ad Aridio e si mise sotto la sua direzione. Questo santo abate si era da poco allontanato dalla corte di Teodeberto, re d'Austrasia, per condurre nel suo paese natale una vita più ritirata e più penitente: né la carica di cancelliere che occupava a quella corte, né la stima e l'affetto di cui lo onorava quel principe, poterono distoglierlo dalla sua risoluzione. Un maestro così distaccato dalle cose di questo mondo era ben capace di guidare un tale discepolo nella via della perfezione. Aridio mise tutta la sua cura nell'istruire il giovane Walfroy nelle verità della religione e nel formare il suo cuore alla virtù. Non ignorava che il suo discepolo avesse una grande devozione per san Martino e che desiderasse ardentemente visitare la sua tomba; gli promise, in ricompensa della sua applicazione allo studio, di condurlo lui stesso a Tours dove si trovavano i resti preziosi del Beato.

Aridio, infatti, dopo aver dato i suoi ordini per il governo del suo monastero durante la sua assenza, prese il suo giovane allievo e lo condusse alla tomba di san Martino. Lì diedero entrambi libero sfogo alla loro pietà e al loro fervore. Walfroy soprattutto non poteva stancarsi di onorare e invocare un Santo di cui aveva le reliquie sotto gli occhi e che desiderava vedere da così tanto tempo. Avrebbe ben voluto passare il resto dei suoi giorni in quel luogo, ma il santo abate che ve lo aveva condotto comprendeva che il suo dovere lo richiamava nel suo monastero. Tuttavia volle, prima di partire, fargli conoscere tutta l'estensione della venerazione che egli stesso aveva per il santo patrono della Turenna: avendo preso un po' di polvere della sua tomba, la mise in un reliquiario che sospese al collo del giovane Walfroy. Quando furono arrivati al monastero, Aridio prese il reliquiario con rispetto e lo collocò nel suo oratorio. Dio, che si compiace di fortificare la fede dei giusti, aveva operato un miracolo; quel poco di polvere era talmente aumentata che non solo riempiva la capacità del reliquiario, ma si spandeva dalle giunture. Colto da ammirazione alla vista di questo prodigio, il maestro e il discepolo si misero a ringraziare Dio e a cantare le lodi di san Martino. «Questo miracolo», disse san Walfroy, «illuminò il mio spirito di una luce più viva e confermò tutta la mia fiducia nei meriti del Santo».

Missione 03 / 08

Missione ed evangelizzazione della regione di Treviri

Ordinato diacono da san Magnerico a Treviri, Walfroy si impegna nella conversione delle popolazioni pagane della Gallia Belgica.

Walfroy risolse fin da quel momento di consacrarsi al servizio di Dio; se ne aprì con Aredio, che considerava a ragione come la sua guida nelle vie della salvezza. Lungi dal distoglierlo, il santo abate lo incoraggiò a seguire l'attrazione della sua vocazione. Dopo aver chiesto consiglio a questo rispettabile maestro sul genere di vita che doveva abbracciare, lasciò il Limosino per recarsi nella diocesi di Treviri, dove lo stesso Aredio era stato formato alla virtù da san Niceto.

Non poté vedere senza gemere una parte di quel paese ancora dedito al culto dell'idolatria. Era troppo poco per il suo zelo una compassione sterile; risolse di lavorare attivamente alla conversione di quegli infedeli. Ma chi era lui per amministrare il pane della parola? La virtù non basta, bisogna essere inviati, occorre agli operai del Signore una missione riconosciuta e legittima; si rivolse dunqu saint Magneric Arcivescovo di Treviri che ordinò diacono Valfrido. e a san Magnerico, allora arcivescovo di Treviri, che gli conferì il potere di predicare elevandolo all'ordine del diaconato.

San Walfroy doveva, nei disegni di Dio, condividere con altri coraggiosi apostoli la gloriosa missione di convertire i popoli della Gallia Belgica. San Sisto e san Sinicio, e dopo di loro sant'Eucario di Treviri e san Memmio di Châlons avevano, fin dai tempi apostolici, aperto la via alla conversione di quegli infedeli. San Rufino e san Valerio vennero in seguito ad estendere queste prime conquiste. San Martino stesso, chiamato a così giusto titolo l'apostolo delle Gallie, essendo stato inviato a Treviri da Teodosio, catechizzava i popoli che incontrava sul suo cammino; e per lo splendore dei miracoli che accompagnavano le sue predicazioni, ebbe la felicità di vedere molti pagani convertirsi e di distruggere gli idoli che esistevano ancora in diversi luoghi. San Remigio, il più celebre di tutti, aveva con la conversione del re Clodoveo portato un colpo terribile all'idolatria nelle Gallie. È sulla scia di questi generosi ed eroici soldati di Gesù Cristo che san Walfroy ha risolto di annientare ciò che restava ancora del paganesimo in quelle contrade.

Vita 04 / 08

Lo stilita d'Occidente e l'idolo di Diana

Walfroy si stabilì su una colonna per predicare, sfidando il freddo estremo, e riuscì a far abbattere la statua colossale della Diana delle Ardenne.

Sulla più alta delle montagne, la cui cima domina la ricca valle della Chiers, si trovava un idolo della grande Diana delle Ardenne. È a questa infame divinità che le popolazioni vicine venivano in folla a rendere omaggio e adorazione. Sarà su questa montagna, divenuta per sempre celebre, e non lontano dal colossale idolo, che il nostro Santo verrà a erigere la sua tribuna sacra, attaccando così l'errore alla sua stessa fonte. Non rimase a lungo solo sulla montagna; la reputazione di santità di cui godeva gli attirò presto dei compagni che, al suo esempio e sotto la sua direzione, abbracciarono la vita cenobitica. Aiutato dal re Childeberto, vi fece costruire un monastero e una chiesa in onore di san Martino, di cui san Magnerico venne a fare la dedicazione.

Tuttavia, il santo anacoreta non perdeva di vista la conversione dei popoli idolatri che venivano ad adorare l'idolo di Diana. Scongiurava il Signore di dissipare le loro tenebre e di far risplendere ai loro occhi il sole di giustizia. Una preghiera continua, digiuni eccessivi, una penitenza molto austera davano alla sua parola più che dell'eloquenza. Questo genere di vita era per quei popoli rozzi e dediti a ogni sorta di dissolutezza un quadro in cui si riflettevano le più eroiche virtù, che contrastavano stranamente con i loro costumi così profondamente corrotti. Queste rigide virtù dell'uomo di Dio, unite alla dolcezza evangelica e aiutate dall'ineffabile potenza della grazia, erano ben atte a colpire quei figli dell'errore; questa vita straordinaria del santo anacoreta era una predicazione continua in favore della fede. Perché chi altro se non il vero Dio avrebbe potuto mostrare al mondo il miracolo incessante di una forza sovrumana?

San Walfroy, dopo l'intera conversione dei popoli situati a sud della diocesi di Treviri, si dedicò ai pii esercizi della vita cenobitica. Erano già passati più di vent'anni da quando conduceva questo genere di vita, quando fu visitato, come abbiamo detto, da Gregorio di Tours. Questo prelato, tanto distinto per la sua sapienza quanto per la sua santità, non si limitava nei suoi viaggi a osservare le cose con una curiosità sterile e frivola; il suo scopo era, istruendo se stesso, di essere utile alla posterità; pregò dunque il santo diacono di raccontargli quale fosse il suo genere di vita su quella montagna. L'umile anacoreta non poté dapprima risolversi a dare questa soddisfazione al dotto vescovo; «dispensatemi, vi prego», gli disse, «dal darvi i dettagli che mi chiedete». Resistette a lungo, ma san Gregorio di Tours lo scongiurò con tanta insistenza, e lo pressò così vivamente di concedergli questa soddisfazione, che alla fine cedette. Ecco come Gregorio di Tours racconta egli stesso, nella sua *Storia dei Franchi*, il memorabile colloquio che ebbe con san Walfroy:

«Trovai sulla montagna dove ci troviamo», disse san Walfroy, «una statua di Diana che gli abitanti, ancora pagani, adoravano come una divinità. Io, dal canto mio, eressi una colonna sulla quale s colonne Forma di ascetismo che consiste nel vivere sulla sommità di una colonna. tavo in piedi a piedi nudi con orribili sofferenze. Durante l'inverno, ero colto da un tale freddo che le unghie dei miei piedi si spaccavano e cadevano da sole, e l'acqua della pioggia che scorreva sulla mia barba vi si gelava e ne pendeva sotto forma di candele. Il mio nutrimento era un po' di pane e verdure, e la mia bevanda acqua. Tuttavia provavo una grande soddisfazione nel mezzo delle mie austerità.

«Quando vidi i popoli venire alla mia colonna, predicai loro che Diana, i suoi idoli e il culto che le si rendeva non erano nulla; che i canti che facevano udire nel mezzo delle loro dissolutezze erano cose indegne, che dovevano piuttosto rivolgere i loro omaggi al Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra. Spesso anche pregavo il Signore di rovesciare l'empio simulacro e di degnarsi di strappare questo popolo al suo errore. La misericordia divina dispose questi uomini rozzi ad ascoltare favorevolmente le mie parole; il Signore mi esaudì ed essi si convertirono.

«Chiamai alcuni dei convertiti per aiutarmi a rovesciare il colosso di Diana. Avevo ben potuto rompere le piccole medaglie incise sulla base, ma mi era stato impossibile rovesciare la statua, e speravo di riuscirci con dell'aiuto. Prendemmo delle corde e tirammo con tutte le nostre forze; tutti i nostri sforzi furono inutili. Subito mi recai in chiesa e, prostrato a terra, supplicai, con le lacrime agli occhi, il Signore di distruggere con la sua potenza ciò che la forza umana non poteva abbattere.

«Finita la mia preghiera, venni a raggiungere i miei operai, afferrammo la corda e, al primo colpo, l'idolo fu rovesciato. Lo ruppi all'istante e lo ridussi in polvere a grandi colpi di martello. Nell'istante stesso, e mentre stavo per prendere riposo, tutto il mio corpo, dalla sommità della testa fino alla pianta dei piedi, si trovò talmente coperto di pustole maligne che non vi si sarebbe potuto trovare uno spazio vuoto della larghezza di un dito. Entrai in chiesa, mi frizionai con dell'olio che avevo portato dal sepolcro di san Martino e quasi subito mi addormentai. Al mio risveglio, che avvenne verso mezzanotte, nel momento in cui mi alzavo per recitare gli uffici divini, il mio corpo si trovò sano come se non avessi mai avuto il minimo ulcera. Riconobbi che il demonio mi aveva colpito con quella piaga per vendicarsi della distruzione della statua di Diana.»

Predicazione 05 / 08

L'obbedienza e la vita cenobitica

Su ordine dei vescovi che giudicano il suo ascetismo troppo rigoroso per il clima, Walfroy scende dalla sua colonna e fonda una comunità monastica.

«Quando ebbi la consolazione di vedere aboliti questi resti del paganesimo, risalii sulla mia colonna, ma non mi fu permesso di restarvi a lungo; i vescovi vennero a visitarmi e mi dissero: La via che seguite non è buona, non siete paragonabile a Simeone di Antiochia, il rigore del clima non vi permette di sopportare un genere di vita così austero, scendete al più presto e dimorate con i vostri fratelli che avete riunito qui.

«Io scesi, perché non si può senza peccato disobbedire ai sacerdoti del Signore. Un giorno che l'arcivescovo mi condusse in un villaggio abbastanza lontano, inviò, durante la mia assenza, degli operai con asce e martelli che abbatterono la mia colonna. Il giorno seguente trovai tutto distrutto e mi misi a piangere; ma non potevo riparare ciò che era stato abbattuto senza incorrere nel rimprovero di sfidare gli ordini dei vescovi. — Da quel tempo, mi sono accontentato di abitare con i miei fratelli, così come faccio ora».

Questo è il racconto esatto di san Walfroy stesso a san Gregorio di Tours, e che ci siamo fatti dovere di riportare qui integralmente. Leggendo queste righe dove si rivela tutta intera la grande anima dell'apostolo-anacoreta, si resta colti da stupore e ammirazione. Come l'amore di Dio e del prossimo esplode sotto questa semplicità di linguaggio! Che zelo ardente! Quale sete insaziabile per le più spaventose austerità! Quali meriti più graditi a Dio di quelli che ricordavano i meriti del suo Figlio crocifisso! Questa colonna, strumento della più eroica penitenza, era un vero calvario che gridava grazia e misericordia per dei disgraziati smarriti nelle vie dell'errore, e la vita intera del Santo non era forse una grande e volontaria espiazione offerta al Signore per la remissione dei loro peccati?

Dio aveva esaudito le preghiere del suo servitore. Questi popoli infedeli, un tempo abbandonati a tutti gli orrori della dissolutezza e del vizio, erano appena passati dall'impero tirannico del demonio sotto l'amabile giogo di Gesù Cristo. La luce aveva brillato nelle tenebre, la fede aveva trionfato sulle superstizioni empie del paganesimo, e la grazia di Dio, diffondendosi nei cuori convertiti, li aveva disposti alla pratica delle virtù cristiane. San Walfroy, dopo una vittoria così completa quanto gloriosa, sembra non avere altro da fare che riposarsi: non sarà così. La missione del cristiano, quaggiù, è di avanzare nelle vie della virtù lottando senza sosta; il suo destino è di non riposarsi che dopo aver proseguito la sua corsa fino all'ultimo calvario che Dio gli prepara.

Il santo Apostolo ha appena inferto un colpo terribile al demonio, deve aspettarsi nuovi attacchi da parte del suo nemico. Questi, infatti, irritato e geloso di una vittoria che gli toglieva tanti adoratori, se ne vendica coprendo di ulcere il corpo del Beato. Così, quando Dio vuole elevare un generoso servitore alla più sublime santità, lo fa passare attraverso le più umilianti prove e lo ammette alla partecipazione del calice amaro delle sue umiliazioni e dei suoi obbrobri. San Walfroy, coperto di ulcere dalla sommità del capo alla pianta dei piedi, lungi dall'abbandonarsi a lamenti e mormorii, si affretta a ricorrere alla preghiera, forza efficace contro il furore geloso dell'inferno.

Il Santo, risalendo sulla sua colonna, aveva creduto di obbedire alle ispirazioni della sua coscienza, i suoi superiori gli chiedono un atto di obbedienza contrario, egli ne scende immediatamente. È sempre l'uomo sottomesso e rassegnato, quali che siano i suoi gusti o le sue ripugnanze, è il vero e perfetto cristiano, per il quale l'obbedienza è più cara del sacrificio. Ormai riunito ai suoi religiosi della montagna, li edificherà per il resto dei suoi giorni con la pratica di tutte le virtù.

Vita 06 / 08

Prove belliche e fine della vita

Nonostante la distruzione del suo monastero durante le rivolte dei signori austrasiani, Walfroy lo ricostruì prima di spegnersi verso la fine del VI secolo.

San Walfroy si dedicava con i suoi fratelli della montagna ai pii esercizi della vita religiosa, quando Dio venne a visitarlo con una nuova e ultima prova. La valle della Chiers e le gole dei suoi affluenti non cessavano in quei tempi infelici di essere teatro di guerre sanguinose e distruttive. I signori austrasiani, quasi sempre in rivolta contro Childeberto, si erano appena riuniti a Bastogne per formare contro il loro sovrano un nuovo complotto. Tra questi cospiratori vi era il duca Ursione. Si crede abbastanza comunemente che il duca sia stato la causa della rovina del primo monastero costruito sulla montagna. Inseguito da Godegisilo, generale del re d'Austrasia, si sarebbe rifugiato con i suoi complici nel recinto del convento; vi furono assediati e vi si difesero con l'energia della disperazione. Invano Godegisilo li esorta ad arrendersi a discrezione, egli è costretto ad attaccare le mura sacre e a portare il ferro e la fiamma fin dentro il santuario di san Martino! San Walfroy ebbe il dolore di vedere, prima di morire, il suo monastero distrutto e interamente rovinato. Tuttavia, nonostante la sua tarda età, trovò abbastanza energia per farne costruire uno nuovo nello stesso luogo.

Alcuni autori hanno creduto che san Walfroy avesse esercitato le funzioni di decano della cristianità di Ivoy. Queste funzioni consistevano, in quei tempi antichi, nell'ispezionare un certo numero di parrocchie, nell'amministrare il battesimo solenne la vigilia di Pasqua e di Pentecoste, nel fare la visita alle chiese e nel rendere conto al vescovo della loro situazione. Gregorio di Tours, che vide san Walfroy quando era già molto anziano, non dice da nessuna parte che abbia esercitato tali funzioni; gli attribuisce solo la qualità di diacono; ora, vediamo nella Storia della Chiesa che questi decani erano sacerdoti. Comunque sia, si trovava in mezzo ai suoi fratelli quando terminò la sua carriera. Non si conosce l'epoca precisa della sua morte; alcuni la pongono nel 593; altri la posticipano fino all'anno 600, ma tutti concordano sul fatto che Dio lo chiamò a sé in un'età molto avanzata, il ventunesimo giorno del mese di ottobre.

Culto 07 / 08

Traslazione e scomparsa delle reliquie

Le sue reliquie, trasferite a Ivoy nel 980 dopo un incendio, scomparvero definitivamente durante la Rivoluzione francese.

Il monastero ricostruito da san Walfroy fiorì per quattrocento anni sotto la Regola di San Benedetto; ma le guerre che nel X secolo scoppiarono tra i re di Francia e gli imperatori di Germania, e in particolare tra Lotario e Ottone II, devastarono la parte meridionale della diocesi di Treviri. Il monte di Saint-Walfroy e i luoghi circostanti ne furono spesso teatro. I religiosi del monastero ebbero essi stessi molto a soffrire a causa di queste guerre, e più di una volta dovettero cedere il passo agli attacchi del nemico. Fu nel mezzo di queste tristi circostanze che la chiesa e l'intero monastero divennero preda delle fiamme, nell'anno 979. Si temeva che l'incendio non avesse risparmiato le sante reliquie, ma per un prodigio eclatante, esse furono ritrovate intatte, secondo questa parola del Profeta: «Il Signore stesso custodisce le ossa dei suoi Santi, e nessuna di esse sarà spezzata».

Questo incidente, che coincideva con le invasioni dei Normanni, spinse l'arcivescovo di Treviri, Egberto, a ordinare la traslazione delle reliquie a Ivoy, l'unica città fortificata che esistesse allora nella regione. Questa cerimonia ebbe luogo il 7 luglio dell'anno 980, alla presenza di una folla innumerevole di popolo; tutto il clero di Ivoy e dei dintorni si recò sul monte per assistervi. Fu rimossa l'urna con il corpo santo che essa racchiudeva, e l'arcivescovo con tutto il suo seguito si mise in cammino per recarsi processionalmente a Ivoy.

Dio, non cessando di far risplendere la gloria del suo servo, illustrò questa traslazione con un nuovo miracolo non meno sorprendente di quello che preservò questa preziosa reliquia dall'azione delle fiamme. Durante un cammino di oltre due leghe, dice l'abate di Tholey, cadde un'abbondante pioggia che bagnò tutti i partecipanti alla processione, ma non raggiunse l'urna dove era racchiuso il corpo di san Walfroy, l'acqua rispettando a sua volta ciò che il fuoco aveva risparmiato. Questo nuovo miracolo contribuì a ravvivare il fervore dei presenti e aumentò singolarmente la fiducia che i popoli riponevano nel Santo.

Arrivato a Ivoy, l'arcivescovo fece deporre l'urna nella chiesa parrocchiale. Questa chiesa era situata vicino alla fontana di San Giorgio, vale a dire a più di cento metri dalla città moderna, oggi Carignan; ma fu distrutta verso la Carignan Luogo di attività e di sepoltura del santo, oggi Carignan. fine del XIX secolo. Da quell'epoca non si fa menzione in alcun documento delle reliquie di san Walfroy, e le chiese che le hanno possedute a turno sono state successivamente distrutte nei diversi assedi che la città ha dovuto subire. Tuttavia si credeva abbastanza comunemente che la chiesa di Carignan le possedesse ancora, almeno in parte, dopo la grande Rivoluzione. Si tentò infatti, nel 1826, di accertare l'identità di alcune ossa salvate dalle rovine, nella supposizione che fossero quelle di san Walfroy. Sfortunatamente non si poté giungere a una certezza; e l'autorità diocesana, nel rieditare l'ufficio proprio della diocesi di Reims, durante la restaurazione della liturgia romana, fece inserire nella leggenda di san Walfroy queste parole che gli amici del Santo leggeranno sempre con tristezza: «Questi preziosi pegni sono periti all'epoca della Rivoluzione francese».

Tuttavia questa perdita così deplorevole non deve in nulla indebolire né scuotere la fiducia dei fedeli: Dio permette talvolta, dice san Bernardo, che i corpi dei suoi Santi siano umiliati sulla terra e che le loro reliquie scompaiano! È talvolta anche dato alla bestia (vale a dire al demonio), secondo il linguaggio delle Scritture, di fare guerra ai Santi e di prevalere per un tempo. Ma ciò che Dio non permette è che la loro memoria perisca: *In memoria æterna erit Justus*. La memoria di san Walfroy e dei suoi benefici vivrà per sempre nella riconoscenza dei popoli. Ecco perché il monte amato dall'anacoreta non ha cessato di essere visitato dalle sventure di quaggiù, e sempre sarà caro ai pellegrini, poiché esso è il monte di preghiere e di grazie, il monte dei prodigi e dei miracoli.

Eredità 08 / 08

Restauro del pellegrinaggio nel XIX secolo

Il cardinale Gousset riacquista e restaura il sito della montagna nel XIX secolo per rilanciare lo storico pellegrinaggio.

Avvertita delle irriverenze e delle profanazioni che si commettevano nella cappella, l'autorità ecclesiastica dovette dapprima interdirla e spogliarla del suo carattere religioso. Non si sa fin troppo bene in quale stato di indigenza e di povertà fosse caduta da più di quarant'anni. Lo zelo di Sua Eminenza il ca rdinale Gousset cardinal Gousset Cardinale arcivescovo di Reims che restaurò il pellegrinaggio nel XIX secolo. soffriva per questo deplorevole stato di cose; ma occupato allora a fondare diversi istituti richiesti dai bisogni della sua diocesi, e che sono dovuti in gran parte alla sua beneficenza, si vide costretto a rimandare il restauro dell'opera di San Walfroy. Questo rinvio non fu di lunga durata; il cardinale trovò presto nuove risorse nella sua carità e, con il concorso degli amici dell'opera, poté acquisire e aggiungere questo nuovo istituto a quelli di cui aveva già dotato la diocesi. L'antico e celebre pellegrinaggio della montagna rientrava nell'eredità comune dei suoi numerosi figli e, ormai posto sotto la custodia dell'autorità ecclesiastica, ha ritrovato il suo carattere sacro e religioso. È a questo titolo che si presenta alla venerazione dei fedeli e che si raccomanda alla loro fiducia.

La cappella di San Walfroy è stata provvisoriamente restaurata; l'intenzione ben nota di Sua Eminenza è, non appena le risorse lo permetteranno, di farne costruire una più spaziosa e più degna del Santo. Un sacerdote della diocesi è incaricato di officiare la cappella. Questo ecclesiastico si è affiancato alcuni aiuti per il servizio dei visitatori che troveranno sulla montagna, anche per la notte, una benevola ospitalità. Un albergo sulla montagna diventava quasi una necessità per i pellegrini: tra gli altri vantaggi che questi ne traggono, hanno quello di prepararsi fin dalla vigilia a compiere bene il loro pellegrinaggio assistendo alla messa, alle istruzioni e alle preghiere pubbliche che hanno luogo tutti i giorni nella cappella. Possono ancora mettere a profitto questo tempo se vogliono confessarsi; il signor cappellano ha la carità di ascoltare i penitenti a tutte le ore che sono loro convenienti.

La festa di san Walfroy si celebra solennemente il 21 ottobre, giorno anniversario della sua morte. Tutti i giorni della novena che segue immediatamente questa festa, i pellegrini possono assistere alla santa messa, confessarsi e ascoltare le istruzioni.

Sebbene il pellegrinaggio sia aperto tutti i giorni dell'anno, vi sono tuttavia dei giorni di pellegrinaggi speciali o giorni di concorso, che sono: il 25 giugno, giorno della fiera di San Giovanni Battista; — il primo martedì di settembre; — il giovedì e il venerdì santo; — i lunedì di Pasqua e di Pentecoste; — i tre giorni delle Rogazioni; — il 7 luglio, giorno della traslazione delle reliquie del Santo; — tutti i mercoledì e venerdì dell'anno; — e specialmente i mercoledì e venerdì di Quaresima.

Esiste nella cappella di San Walfroy un'associazione di preghiere, che ha per scopo: 1° la conversione dei peccatori; 2° la santificazione dei santi giorni di domenica e di festa; 3° l'estinzione della bestemmia; 4° il sollievo dei malati e degli afflitti; 5° la buona educazione; 6° il sollievo degli agonizzanti; 7° infine quello delle anime del purgatorio. Per far parte di questa associazione, basta dare il proprio nome e recitare ogni giorno per l'intenzione proposta, un Pater, un Ave e la seguente invocazione: San Walfroy, pregate per noi e per tutti coloro che implorano la vostra protezione.

Dobbiamo questa nota alla cortesia del signor abate Dumay, parroco di Moulins, nella diocesi di Verdun.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita in Lombardia all'inizio del VI secolo
  2. Viaggio in Francia per onorare San Martino
  3. Formazione presso Aredio nel monastero di Saint-Yrieix
  4. Ordinazione diaconale da parte di san Magnerico a Treviri
  5. Installazione su una colonna (stilitismo) per convertire i pagani adoratori di Diana
  6. Abbattimento della statua di Diana
  7. Discesa dalla colonna per ordine dei vescovi
  8. Fondazione di un monastero e di una chiesa a Carignan
  9. Incontro con Gregorio di Tours nel 585

Miracoli

  1. Moltiplicazione della polvere della tomba di san Martino
  2. Guarigione istantanea di pustole maligne dopo la distruzione dell'idolo
  3. Miracoloso abbattimento della statua colossale di Diana tramite la preghiera
  4. Guarigione di un sordomuto
  5. Punizione divina di spergiuri
  6. Preservazione del reliquiario dalla pioggia e dal fuoco

Citazioni

  • Ecce elongavi fugiens et mansi in solitudine. Salmo 54, 7 (citato in epigrafe)
  • La via che seguite non è buona, non siete paragonabili a Simeone di Antiochia... scendete al più presto. Parole dei vescovi riportate da Gregorio di Tours

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo