24 ottobre 6° secolo

San Martino di Nantes

Abate di Vertou

Abate di Vertou e di Saint-Jouin-de-Marnes

Festa
24 ottobre
Morte
24 octobre 601
Epoca
6° secolo

Nato a Nantes nel VI secolo, Martino fu un grande evangelizzatore dell'Aquitania e della Bretagna. Dopo aver assistito all'inabissamento dell'empia città di Herbauge, fondò l'abbazia di Vertou e numerosi monasteri. Celebre per i suoi miracoli in Francia e in Inghilterra, morì nel 601, lasciando un pastorale miracoloso trasformatosi in un tasso.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

SAN MARTINO DI NANTES,

ABATE DI VERTOU E DI SAINT-JOUIN-DE-MARNES

Vita 01 / 08

Origini e primi anni

Nato a Nantes intorno al 527 da una famiglia nobile, Martino riceve un'educazione pia e si dedica presto allo studio delle Scritture e alla pratica delle virtù.

San Martino Saint Martin Abate fondatore di Vertou ed evangelizzatore del Poitou. proveniva da una delle più illustri e ricche famiglie della città di Na ntes. Nacque in ville de Nantes Città episcopale e luogo principale del culto del santo. questa città intorno all'anno 527. Si ritiene che suo padre sia stato signore di Rezé, località allora piuttosto considerevole sulle rive della Loira, e sua madre appartenente a una delle grandi casate d'Aquitania. Una felicità ancora maggiore per lui fu quella di ricevere da questi illustri genitori le prime ispirazioni della pietà che essi stessi professavano. Diedero al piccolo bambino, con la grazia del battesimo, il nome ammirato in tutta Europa del glorioso taumaturgo delle Gallie.

Martino fece presagire fin dall'infanzia il futuro al quale Dio lo avrebbe chiamato. La dolcezza del suo carattere, la sua applicazione agli studi, il fervore religioso che appariva in tutta la sua condotta erano già o una grazia della sua vocazione, o altrettante cause che dovevano meritargliela. Si applicava soprattutto all'intelligenza delle sacre Scritture; vi trovava il germe delle fruttuose predicazioni che la sua parola abbondante gli avrebbe presto facilitato: di modo che i suoi rapidi progressi e l'amabile innocenza dei suoi primi anni lo misero al primo posto tra i giovani della sua età; e man mano che avanzava nella vita, ci si compiaceva ad ascoltarlo, a osservare come si fortificasse nella pratica delle virtù, sottomettendo le sue passioni nascenti alle regole austere dello spirito, e iniziando a praticare per se stesso ciò che tanti altri avrebbero presto dovuto alle sue eloquenti esortazioni.

Tali disposizioni nelle quali crebbe inclinavano verso il santo giovane il cuore di Dio che lo attirava al servizio degli altari. Non tardò a donarvisi, tanto docile a questo richiamo misterioso quanto alle luci della grazia che dirigevano tutta la sua condotta esteriore. Questa regolarità ne fece il modello dei giovani, e non venne meno fino all'età in cui la santità dei costumi, garantita fin dall'infanzia dalla religione, diventa per il resto della vita un pegno assicurato della calma felice che le cattive passioni non turbano mai. Martino visse così alla presenza di Dio, nelle funzioni inferiori che preparano agli ordini sacri.

Missione 02 / 08

La missione e la caduta di Herbauge

Ordinato diacono da san Felice, Martino fallisce nel convertire la città pagana di Herbauge, che finisce inghiottita dalle acque dopo la sua miracolosa partenza.

San Felice, Saint Félix Vescovo di Nantes che ordinò diacono Martino. suo vescovo, dopo averlo ordinato diacono, non temette di affidargli una parte importante della sua amministrazione. L'eloquenza naturale che Dio aveva concesso al nostro giovane chierico, sostenuta da studi seri e assidui, non aveva poco contribuito a valergli tali onori. Essa doveva procurargli anche meriti più solidi per la conquista delle anime. Fu incaricato della predicazione, e abbiamo motivo di credere che i suoi primi tentativi lo portarono verso l'arcipelago formato da quella folla di piccole isole che allora servivano da rifugio ai pirati sassoni, rimasti su quei teatri delle loro depredazioni marittime dopo l'espulsione che i Franchi avevano fatto dei loro padri, e che vi continuavano tanto meglio la loro vita selvaggia poiché nessuno osava più inseguirli. Nonostante questi costumi temibili, nonostante la presenza di due eremiti che servivano Dio in quelle rocce deserte, e di cui quelle orde non avrebbero certo ascoltato gli insegnamenti, esse non erano affatto ostili al cristianesimo, e i successi che Martino ebbe fin da subito persuasero che si potevano attendere da lui frutti di conversione anche in favore degli infedeli.

Popoli semiselvaggi vivevano ai confini occidentali della Bretagna, e occupavano tra la Loira e l'Oceano i primi passi del Poitou. Tra il numero delle città che vi si erano formate, una soprattutto, dedita interamente alle superstizioni pagane, era per questo stesso motivo un teatro di disordini troppo autorizzati dagli esempi favolosi di Giove, dotato del primo posto in mezzo a quegli dei pretesi, che, sotto diversi nomi, patrocinavano tutte le brutalità e tutte le infamie. Questa città era Herbauge (Herbadilla, He rbadicul Herbauge Città pagana inghiottita dopo il passaggio del santo. um, Herbadiliacum, Herbadiliem), elevata alla punta meridionale dell'attuale lago di Grandlieu, e la cui importanza aveva fatto dare il suo nome al territorio che la circondava. Sia dunque che san Felice fondasse per questa conversione speranze sullo zelo e sul talento di Martino, sia che quest'ultimo abbia concepito da sé il desiderio di entrare in questa messe la cui semenza aveva già così mal riuscito, di comune accordo queste due anime si intesero, e l'impresa fu risolta: il predicatore dovette marciare alla conquista di quei poveri pagani.

Il santo predicatore, alla parola del maestro, ricevette la sua benedizione, e si gettò nella via indicata. Ma non vi fu più fortunato dei suoi predecessori, e non trovò che spiriti ribelli e anime indurite. È che sfortunatamente il cuore umano, a qualunque epoca del mondo lo si esamini, appare sempre così portato verso le cattive passioni di cui la caduta originale è il principio. Una volta nel vizio, se ne fa un ostacolo troppo spesso insormontabile alle verità della religione che le condanna; o bene, se è immerso nell'empietà, addormentato nell'indifferenza, accecato dai sofismi della filosofia incredula, la virtù gli diviene impossibile, e trova nella sua incredulità un pretesto a tutti gli sfrenamenti. Tale era la deplorevole popolazione che Martino avvicinava. Non appena apparve, si mostrò così ostile verso di lui che non poté trovare ospitalità se non presso povera gente, uomo e donna che avevano solo un figlio chiamato Pietro, e che acconsentirono ad ospitarlo sotto il tetto della loro indigenza. Da questa triste dimora uscì presto per tentare delle predicazioni che dapprima, come sempre, divennero un oggetto di curiosità, ma non tardarono ad eccitare sentimenti aggressivi. Il Santo, in presenza di quelle statue dei falsi dei che adornavano i templi o le piazze pubbliche, rimproverava ai suoi uditori quella barbara stupidità che faceva rendere a quelle immagini insensibili il culto dovuto solo al Dio che le aveva create e riscattate. Opponeva a quella Diana, le cui turpitudini erano così note, la castità dell'augusta Madre di Gesù Cristo; a quel Mercurio che favoriva i ladri, la santa povertà del Dio fatto uomo; e così, condannando il loro accecamento volontario, si sforzava di risvegliare in loro il sentimento della loro propria dignità misconosciuta, e la stima dei sacri misteri della fede cristiana. Ma le conseguenze di questi grandi principi non andavano a un uditorio così abbassato, e i sarcasmi dapprima, poi presto le invettive, e infine le violenze, insegnarono al degno pastore a quali pecore avesse a che fare. Questa opposizione si cambiò presto in un odio furioso, che andò fino a rifiutare ogni comunicazione con lui e a costringerlo ad allontanarsi dalla città.

Il Santo non sapeva che gemere nel suo cuore per questa opposizione mostruosa. Non se ne consolò un istante se non per terminare con un tentativo nuovo una missione che tante resistenze rendevano inutile a quella sfortunata popolazione. A difetto di quei grandi orgogliosi, di quei commercianti grossolani e di quella plebaglia insolente che non avevano che ingiurie per la sua carità, si rivolse ad anime che aveva potuto studiare più da vicino, e la cui semplicità devota lo aveva accolto e assistito. Erano i suoi ospiti che Dio, prevenendoli con la sua grazia, aveva disposto alle verità della salvezza, nello stesso tempo in cui apriva la loro anima a una compassione fraterna che l'umanità tutta sola non avrebbe saputo ispirare a dei pagani. Romano, sua moglie e suo figlio, ricevettero dai loro colloqui con il pio arcidiacono la luce del cristianesimo, le nozioni dell'adorabile Trinità, la promessa di una vita a venire, e accettarono infine il battesimo che egli offrì loro e di cui compresero l'felice necessità. Fu quello un germe fecondo per la città ribelle alla voce di Dio, se la persistenza del Santo, che non poteva decidersi a lasciarla, fosse potuta essere apprezzata e compresa. Ma più vi prolungava il suo soggiorno, più trovava contro la legge evangelica disprezzo e contraddizioni. Di fronte a questo corso di iniquità che nulla comprimeva, e alle vessazioni giornaliere di cui si pagava il suo zelo, vide bene che non c'era più da sperare da quelle anime perdute che un tempo da Sodoma, le cui infami perversità le disonoravano... Cadde in un profondo dolore, il suo cuore si sentì oppresso, e, a malincuore, ma costretto dall'inutilità delle sue cure, pensò di fuggire da quel litorale indegno delle misericordie divine. Tante altre anime lo chiamavano altrove dove non mancherebbe di trovarne di più docili, che prese questa determinazione come un'ispirazione di Dio e della sua coscienza. Il divino Maestro non aveva forse detto: «Quando sarete perseguitati in una città, passate in un'altra»? Era dunque lì che bisognava «scuotere la polvere dai propri calzari». Ma i Santi hanno presentimenti che li avvertono dall'alto, e, sia che Dio inviasse al suo apostolo misconosciuto un'ispirazione improvvisa, sia che per un miracolo più raro, ma che tiene spesso a disposizione dei suoi servitori, gli avesse fatto udire una voce esteriore e sensibile che lo avvertiva di fuggire un pericolo imminente, Martino, avvertendo i suoi ospiti di questo pericolo, li determinò a seguirlo, e lasciò in fretta un luogo segnato dal sigillo della riprovazione eterna.

La città di Herbauge, così fiorente, così fiera delle sue ricchezze, così attaccata ai suoi idoli, così tenace nel fare tra sé e i cristiani di fuori una specie di cordone sanitario che la preservasse dai loro esempi e dall'invasione della dottrina evangelica, scomparve, inghiottita sotto le acque del suo lago, senza lasciare alcuna traccia della sua esistenza, e perdendo fino al suo nome, che nessun geografo ha conservato, che nessuna carta designa più, pur lasciando attorno alle sue rovine introvabili un paese intero che lo porta ancora e che testimonia della terribile verità. Così il castigo si compì, la giustizia suprema colpì il crimine, e ancora una volta una grande lezione fu data alla razza dei cinici e dei persecutori. Il Santo non poté rifiutare le sue lacrime a questa sorte funesta e troppo meritata: è il sentimento che domina nei giusti, di compiangere e di rimpiangere i malvagi trascinati in quegli esiti funesti che la mano di Dio riserva loro prima o poi. Il nostro pio diacono trovò dunque nel suo cuore un lutto proporzionato a questa perdita immensa, e, senza dubbio per cercare di compensarla con trionfi più sicuri sul mondo delle anime, risolse di dedicarsi a una vita di missionario.

Vita 03 / 08

Peregrinazioni e vita eremitica

Dopo la sua ordinazione sacerdotale, viaggia in Neustria, Italia e Inghilterra prima di ritirarsi per dieci anni come eremita nella foresta di Du-Men.

Dopo essere stato rivestito del carattere sacerdotale, Martino si allontanò da quella Bretagna dove i suoi primi lavori erano stati mescolati a consolazioni e amarezze, verso l'anno 554. Iniziò il suo nuovo apostolato dalla Neustria, tutta confinante con il paese che abbandonava, alla quale la stirpe normanna diede il suo nome solo tre secoli dopo, e le cui vaste e aspre campagne, ancora coperte di profonde foreste, prive delle opulente città che vi furono fondate più tardi, non nutrivano quasi altro che popolazioni povere e ignoranti, già cristiane in gran parte, ma ancora mescolate a molti pagani, e sulle quali poteva esercitarsi con frutto l'azione della parola divina. Di lì passò in Italia, spingendo il suo pellegrinaggio fino a Roma, dove vivificò la sua fede presso le tombe dei nostri più grandi Apostoli; dopo di che tornò in Bretagna, passò in Inghilterra, al ritorno dalla quale si fermò in Normandia, e infine tornò nella sua cara Bretagna, dove nuove fatiche dovevano imprimere così profondi i segni della sua fervente carità. Secondo le abitudini di quei primi tempi, predicava ovunque e sempre. Dopo le sue giornate così consacrate alla salvezza delle anime, dopo i raccolti abbondanti che i suoi sudori portavano ai granai di Dio, giungeva la sera e, senza chiedere ospitalità ad altri che a Dio stesso, si ritirava in qualche grotta, lontano dal rumore, alla presenza del suo solo Creatore; lì si abbandonava alla preghiera e alle opere di penitenza, ai digiuni e alle veglie studiose, e dopo un breve riposo riprendeva i suoi colloqui con un nuovo uditorio, sempre più numeroso e attento.

Visitava i monasteri già eretti nei paesi che percorreva, ne osservava gli usi, ne confrontava le diverse Regole, ne studiava l'applicazione, e trovò per se stesso in queste sante case tali stimoli verso la vita religiosa, che non dubitò affatto che essa fosse quel termine dove Dio lo aveva chiamato attraverso le sue contraddizioni e le sue fatiche. Risolse dunque di tendere d'ora in poi verso questa meta. Ricco dei profitti spirituali e della santa esperienza acquisiti in queste corse santificate, Martino lasciò l'Italia e tornò in Bretagna, verso il 565, risoluto di praticarvi la vita eremitica e di cercarvi la sua perfezione nell'imitazione dei ferventi modelli che aveva incontrato ovunque. Un fascino misterioso, ispirato da un segreto impulso della Provvidenza, gli fece scegliere senza dubbio il luogo dove doveva fermarsi. Non lontano da Nantes, vi era una foresta di grande estensione, frequentata un tempo dai druidi, dove i resti del culto superstizioso dei Galli si perpetuavano ancora in una riunione di quelle pietre misteriose chiamate dagli archeologi peulés o menhir. Questa foresta, traendo il suo nome da questa circostanza, era chiamata Du-Men, da due parole bretoni che signif icano Du-Men Luogo del ritiro eremitico di Martino. pietre nere. Lì si costruì una capanna di frasche e si preparò a sfidarvi gli inverni. La sua vita lì fu tutta di mortificazione e di penitenza. Alcuni frutti selvatici, alcuni legumi coltivati con le sue stesse mani, e, quando la stagione si rifiutava a questi frugali raccolti, radici essiccate di cui aveva fatto provvista, furono tutto il nutrimento che si concesse. Una sola cosa gli mancò all'inizio: un ruscello limpido che scorresse nella sua solitudine. Si dice che Dio lo esaudì, facendo nascere sotto i suoi passi una fonte che, provvedendo al bisogno della sua sete, sostituì per lui i vini squisiti ai quali aveva rinunciato.

Tale fu la vita che condusse in questo deserto il nostro santo anacoreta per uno spazio di dieci anni. Essa fu secondata, del resto, da favori del cielo che si accordano solo alle anime così distaccate da se stesse. È in così alte virtù che l'uomo si eleva alle facoltà di una continua e fervente contemplazione; è per esse che giunge a un più completo distacco dalle cose create, e alle misericordiose rivelazioni che illuminano la sua strada nei progressi della vita interiore, o verso le vie inattese che piace a Dio aprirgli. Martino divenne un nuovo esempio di questa verità, e, quando il Signore lo vide abbastanza preparato da queste virtù nascoste, lo dispose a una missione che, riportandolo alla sua vita attiva, doveva allo stesso tempo renderlo più utile a una numerosa famiglia di eletti, e provare che le sventure che aveva deplorato a Herbauge non dovevano tanto essergli attribuite quanto alla malvagità e all'ingratitudine dei suoi abitanti.

Fondazione 04 / 08

La fondazione dell'abbazia di Vertou

Chiamato da Dio a lasciare il suo ritiro, fonda il monastero di Vertou sulle rive della Sèvre, attirando fino a trecento monaci.

Una notte dunque, dopo aver trascorso nella meditazione le lunghe ore che vi dedicava sempre, fu avvertito durante il sonno che doveva ritornare tra gli uomini; che un gran numero di essi aveva bisogno di quello spirito di penitenza di cui egli avrebbe potuto ormai dare loro esempi più perfetti; che vi avrebbe convertito molti peccatori illuminati dalle sue istruzioni, e che ai loro scandali sarebbe succeduta, per la sua dedizione a questa grande opera, una vita di edificazione e di pace. «I Santi», dice sant'Ambrogio, «non esitano alla voce di Dio; non disputano con la grazia dello Spirito Santo». Il nostro, che gustava così profonde dolcezze in quell'esistenza favorita da Dio, non esitò affatto a lasciare tutto per colui di cui credeva di udire un avvertimento, e abbandonò senza indugio il pio ritiro e la sua dolce tranquillità. Si diresse dunque, lasciando Du-Men, verso un luogo ancora isolato, il cui nome primitivo Vertaw, tradotto in Vertawum in latino, e che fu poi francesizzato in Vertou, era un'e spress Vertou Luogo della principale fondazione monastica di Martino. ione bretone che indicava la sua posizione sul corso di un fiume; in effetti, la Sèvre vi scorreva sotto profonde ombre e in una solitudine ancora più tranquilla. Non era d'altronde che una porzione della stessa foresta di Du-Men, ma più vicina a Nantes, trovandosi questa città al di là della Loira, a due leghe a nord-ovest.

La presenza del nuovo eremita fu presto oggetto dell'attenzione pubblica. Si parlò dapprima della sua santa vita e del frutto che otteneva con le sue predicazioni, poi alcuni visitatori arrivarono fino alla sua cella, dove lo trovavano sempre occupato nella preghiera o nel lavoro manuale, come Pacomio, Paolo e Ilarione avevano praticato nella Tebaide. Questo amore per l'isolamento e il suo spirito di silenzio, che rompeva solo per parlare di Dio, lo fecero chiamare Martino il solo, o il solitario, nome con cui fu conosciuto d'ora in poi nella contrada. A qualunque ora lo si avvicinasse, l'amenità della sua accoglienza, la dolcezza delle sue conversazioni tutte intrise dei profumi del cielo, la serenità della sua vita pur così austera in se stessa, parlavano ai cuori molto più profondamente ancora delle sue esortazioni: e presto la folla si accrebbe di coloro che volevano ascoltarlo e raccomandarsi alle sue preghiere. Così si diffuse nella contrada il buon odore della sua santità con l'ammirazione della sua dottrina e dei suoi esempi. Ma, in seguito a queste salutari impressioni, lo spirito di Dio prepara sempre meravigliosi effetti della sua grazia. Di coloro che erano stati attirati verso Martino da una rispettosa curiosità o da un'ammirazione religiosa, molti sollecitarono i suoi consigli e si legarono alla sua direzione. Il nostro solitario riconobbe in questi segni un cammino verso l'esecuzione delle promesse divine: perciò si guardò bene dal rifiutarsi a questo pio zelo. Senza altro asilo che la sua stretta capanna, non poté offrire altri ripari a tanti discepoli che quelli che era loro possibile costruirsi con gli stessi mezzi. Ognuno si mise dunque all'opera con ardore, e terminò tanto più presto il suo edificio quanto più la natura ne faceva tutte le spese e il lusso vi si rinchiudeva strettamente in quelle regole dell'arte sufficienti a garantire dalle intemperie della pioggia e del sole. In tal modo, questo deserto si popolò, e questi primi abitanti furono altrettanti fiori sbocciati in questo nuovo giardino della Chiesa, che estendeva così il suo dominio, prendendo possesso delle anime, purificandole dal loro passato e dando loro in anticipo, in una pace che non avevano mai gustato, una partecipazione anticipata ai frutti eterni dei loro lavori e delle loro virtù.

Il gruppo di fedeli formatosi attorno alla sua cella tardò poco a persuadersi, come lui stesso, che questa posizione poco comoda per una comunità doveva costituirsi in uno stabilimento dove la regolarità delle abitudini diventasse più possibile per ciascuno. Di qui l'idea di un convento vero e proprio, come la Bretagna e il Poitou ne avevano già di così fiorenti. Questo pensiero era quello di tutti i nuovi fratelli, desiderosi di non formare ormai che una sola famiglia. Tutti si misero con ardore a costruire un vasto monastero che potesse provvedere ai bisogni dei poveri come a quelli di una numerosa comunità. La foresta, liberata dalle sue grandi querce, lasciò presto vedere un ampio spazio, dove un'aria viva e sana circolava liberamente; il cielo vi si mostrò allo scoperto come il ritrovo finale verso il quale ogni giorno avanzava la corsa del solitario. Elevato al punto culminante della collina, il monastero sembrava planare al di sopra delle agitazioni del mondo; la chiesa principale, che dominava tutto il resto del vasto edificio, e sormontata da una torre dove già si scuoteva la campana degli uffici liturgici, era dedicata a san Giovanni Battista, il primo dei solitari e il più perfetto dei figli degli uomini.

Dopo il completamento del monastero, l'edificazione che si era sicuri di trovarvi attirò verso questa santa dimora un concorso sempre più attivo di stranieri. Alcuni volevano impegnarsi essi stessi e fuggire il mondo, di cui sentivano meglio i pericoli di fronte a così grandi abnegazioni; altri vi venivano a offrire i propri figli per il servizio di Dio, o per trarre almeno dai santi esempi di tanti valorosi atleti l'abitudine al bene e la forza contro le passioni future. In modo che presto san Martino si vide a capo di trecento religiosi; egli era l'anima e il motore di tutte le buone opere che si moltiplicavano ogni giorno: erano i ritorni frequenti della salmodia, che la notte non interrompeva nemmeno; i digiuni reiterati; le pratiche austere di una penitenza corporea unite allo spirito di umiltà; un continuo silenzio, che cessava solo per le conferenze spirituali; e, al di fuori di tanti esercizi già così rudi per il corpo, il lavoro delle mani variato secondo le attitudini di ciascuno.

Interamente dedito allo sviluppo della sua comunità, Martino doveva anche moltiplicare sempre più le sue fatiche e le sue preoccupazioni. Queste preoccupazioni giornaliere erano lungi dall'ostacolare i suoi sforzi e dall'impedire i progressi della sua perfezione personale. Modello di rinuncia, di assiduità agli esercizi comuni, lo si vedeva ovunque bisognasse spendersi, dando l'esempio delle sante veglie, di un'astinenza più rigorosa, di una pietà sempre sostenuta; e coloro che ne diventavano testimoni si chiedevano come questo povero corpo estenuato dalla penitenza potesse ancora bastare a tante cure e lavori. Fortunatamente, in cambio di questa generosità che sconcertava in lui le esigenze della natura, Dio lo favoriva di grazie straordinarie. Gustava nell'orazione pure e incomparabili delizie, e il Maestro che serviva così fedelmente gli prodigava senza interruzione le gioie della sua santa presenza, che il pio solitario non perdeva mai.

Presto, tuttavia, il monastero divenne troppo piccolo per tanti discepoli. Fu necessario disseminarli, e molti altri monasteri, che furono dipendenze e come priorati di Vertou, si stabilirono in Bretagna per le cure di Martino. Non era quello un lavoro di poca importanza, né che potesse compiersi senza pena o difficoltà. Bisognava al superiore di Vertou raddoppiare di attività e di zelo, di sorveglianza e di consigli. Frequenti corse, anche viaggi lontani, divenivano necessari per queste imprese, poiché creavano al padre comune numerosi rapporti con quelle anime così diverse, delle quali il maggior numero forse, per quanto tutte spinte dalla grazia della loro vocazione, non avevano tuttavia abdicato tutto d'un tratto i loro antichi inclinazioni, più o meno barbare, né spogliato quell'uomo vecchio che fa così spesso il male che non vorrebbe, senza fare ancora il bene che vorrebbe. Bisognava non mancare né di forza né di coraggio per mantenere in un'esatta disciplina un gregge le cui pecore si moltiplicarono fino a trecento in queste diverse case, dove la carità del pastore vegliava su ciascuna di esse. Quest'uomo, divenuto per le disposizioni della Provvidenza il motore di una così grande opera, doveva essere dotato da essa di tanta fermezza quanta moderazione. Questa doppia qualità non mancò a Martino. Ma questa influenza di ogni istante e questa sorveglianza pratica così continua dovevano finire per rendere il compito impossibile a un solo uomo, e il saggio fondatore dovette farsi dei coadiutori la cui esperienza e lo spirito apostolico potessero supplire alle sue impotenze. Scelse dunque tra i suoi religiosi dei delegati che prepose alla condotta di queste diverse case, e si riservò il governo di Vertou, non tuttavia senza mantenere in principio quello di queste succursali, sulle quali bisognava sempre agire, per il mantenimento dell'unità, con un medesimo regime. Visitava dunque ciascuna di esse di tanto in tanto, portando loro la parola di Dio, occupandosi del mantenimento della Regola, prevenendo gli abusi, guardando alle relazioni con il mondo, che voleva fossero le più rare; sostenendo i deboli con i suoi incoraggiamenti, formando all'umiltà, dando a tutto, in una parola, l'impulso beato delle sue proprie disposizioni, e sforzandosi di formare secondo il suo cuore coloro di cui sentiva che avrebbe dovuto rispondere davanti a Dio. Quando i superiori comprendono così il loro compito, quando pensano di adempierlo come economi fedeli a cui il Maestro chiederà conto un giorno della loro amministrazione, le anime fioriscono sotto la loro condotta, la pace di Dio le consola fin nei loro combattimenti, e la carità del Maestro, passando nei discepoli, diffonde attorno a loro e in tutti i dettagli della vita monastica la dolce serenità che edifica il mondo.

Miracolo 05 / 08

Miracoli in Inghilterra e in Normandia

Martino guarisce una principessa posseduta in Inghilterra e resuscita due gemelli vicino a Bayeux, dove fonda il monastero dei Due Gemelli.

La reputazione del nostro Santo e quella della fervente regolarità delle sue fondazioni non ebbero difficoltà a penetrare nelle province vicine. Il Maine e la Neustria ne risuonavano soprattutto, e le sante dimore che già vi fiorivano in quell'epoca chiamavano di tanto in tanto l'illustre servitore di Dio per ascoltare la sua parola e edificarsi della sua santità. Era d'altronde una pia consolazione per lui stesso ritrovarsi così quasi ovunque in mezzo ad anime elette la cui vocazione era stata determinata dalla sua dottrina e dai suoi esempi. Di qui, senza dubbio, e durante una di queste visite sempre animate dallo Spirito di Dio, la fama dei suoi miracoli, giunta fino in Inghilterra, divenne l'occasione di una grande ricompensa dall'alto sulla fede di uno dei suoi fedeli figli.

Vi era in quel paese un principe di cui la storia non ha conservato il nome, e che, in quell'isola dei Santi, convertita qualche anno dopo dall'apostolato di sant'Agostino, ma ancora quasi interamente idolatra, può essere considerato come una delle più memorabili primizie del cristianesimo. Questo principe aveva una giovane figlia cristiana come lui, le cui virtù importune suscitarono la rabbia del nemico della salvezza. Una legione di demoni le imponeva ogni giorno, fin dall'infanzia, atroci tormenti; orribili convulsioni manifestavano la loro presenza; quando l'abbandonavano, non era che per raddoppiare presto le loro infaticabili vessazioni, e più il principe cercava di sollevare la figlia, più si moltiplicavano le resistenze dei suoi nemici. Un giorno che la ossessionavano, uno di loro fece udire, per bocca della povera paziente, queste parole che dovevano porre fine ai suoi tormenti: «Presto saremo scacciati di qui dalle preghiere di Martino. Raddoppiamo la forza contro di lei, e vendichiamo in anticipo la nostra sconfitta». A queste parole, la giovane fu agitata da tante nuove convulsioni quanti erano i suoi accaniti persecutori. Dal canto suo, l'infelice padre, profondamente afflitto, non sapeva cosa fare. Questo Martino gli era sconosciuto, non sapeva come scoprirlo. Nella sua ansia, inviò da ogni parte emissari che, avendolo cercato a lungo senza successo in Inghilterra, si decisero infine ad attraversare il mare, sbarcarono sulle coste della Francia, furono informati allora con maggior successo sul santo uomo che tutti lì onoravano, e, giunti fino all'abbazia di Vertou, gli esposero, con grandi segni di rispetto e vive istanze, il motivo del loro viaggio e i desideri del loro signore.

L'uomo di Dio, accogliendoli con la sua dolcezza abituale, li consolò molto dicendo loro che il Signore era onnipotente e che si poteva sperare dalla sua bontà la liberazione della loro giovane principessa; poi, accedendo alla loro richiesta, prese con sé uno dei suoi fratelli e si mise in cammino per seguirli. Una felice navigazione lo fece presto approdare negli Stati del principe, che, avvisato del suo arrivo, gli andò incontro testimoniando con la sua gioia ciò che ne sperava, e, gettandosi ai piedi del Santo, gli rese grazie per aver voluto acconsentire a quel penoso viaggio. Questi aveva fretta tuttavia di compiere la sua opera, e, mentre si dirigeva verso il palazzo, guidato dal suo ospite, all'improvviso si udì una folla di voci che annunciavano la presenza di Martino. Era l'empia legione dell'inferno che, non potendo sostenere di entrare in lotta con lui, dopo aver esercitato un'ultima volta le sue spaventose contorsioni sulla vittima, fuggiva nell'aria, sempre invisibile, ma tanto turbolenta quanto confusa. Appena introdotto nella dimora del principe, il santo uomo trovò la povera bambina ancora riversa e appena ripresa dalla sua terribile agitazione. La risollevò e, dopo averle fatto un segno di croce sulla fronte, la presentò al padre felice e interamente liberata. La riconoscenza della giovane si manifestò subito con un generoso sacrificio di sé al Signore e, su sua richiesta, il suo augusto liberatore le diede il velo e la consacrò alla vita delle vergini. Dal canto suo, il principe non sapeva come ricompensare benefici così grandi. Gli fece portare somme considerevoli d'oro e d'argento, che lo supplicò di accettare. Martino non degnò nemmeno di posarvi lo sguardo e pregò che fossero distribuite ai poveri. Aggiunse al frutto della sua missione il rimanere alcuni giorni presso il principe, dove le sue istruzioni rafforzarono la fede dei suoi servitori, diffondendovi benedizioni che furono durature.

Tornando d'oltremare, Martino sbarcò sulla costa della Normandia che era la più vicina all'Inghilterra, nel luogo in cui l'Oceano bagna la diocesi di Bayeux. Tra coloro che amava in quel paese, si trovava un signore che stava vivendo in quel preciso momento un crudele dolore familiare. Martino, arrivando da lui per visitarlo, trovò la sua casa in lutto: tutti vi versavano lacrime per la morte di due giovani fratelli gemelli che erano stati appena strappati al padre prima di aver ricevuto il beneficio del battesimo. Toccato dalla loro sventura, il Santo esortò il padre e i suoi amici a cercare la loro consolazione nel cuore di Dio, li fece pregare con lui e ottenne dal Signore che i due fratelli fossero resi alla vita. Dopo averli battezzati, li consacrò a Dio su richiesta dei loro genitori, e fu in questa occasione che fondò il monastero conosciuto da quel tempo con il nome dei Due Gemelli.

Missione 06 / 08

Evangelizzazione del Poitou

Fonda monasteri a Durinum (Saint-Georges de Montaigu) e percorre il Basso Poitou per convertire le popolazioni rurali.

Tra i monasteri che san Martino gettò attorno alla sua principale fondazione, bisogna soprattutto notare quelli i cui ricordi rimarranno legati alla piccola città di Sa int-Georges de Montaigu, Saint-Georges de Montaigu Luogo di morte del santo e di fondazione monastica. nel Poitou, e a un'altra località divenuta come essa meno importante oggi, ma la cui celebrità fu grande un tempo nella diocesi di Bayeux. Racconteremo ciò che riguarda ciascuno di essi. A sei o otto leghe a sud-est di Vertou, sul suolo raffigurato oggi da una pianura accidentata e che coprono, a piccole distanze, alcuni villaggi popolosi, ridenti boschetti separano questi centri di azione umana, e qua e là si vedono i borghi o le solitudini bagnati da corsi d'acqua che prodigano loro una consueta freschezza. C'era stata lì una città un tempo fiorente e considerevole, ma ridotta, al tempo di cui parliamo, a un'ombra di se stessa per le sventure che aveva subito. Era Durinum, nome latinizzato dopo l'invasione dei Romani nel paese, ma la cui origine, ben anteriore a questa catastrofe, doveva risalire a qualche denominazione celtica. Celebre tra le stazioni scaglionate sulle vie pubbliche, vasti detriti del suo antico splendore giacevano al suolo in un perimetro abbastanza largo. Il confluente delle due Maine, vicino al quale era stata seduta, favoriva il suo commercio, portando le sue barche fino alla Loira attraverso la Sèvre-Nantaise, dove si gettano dapprima le loro acque confuse. Questo commercio aveva celebrità nel IV secolo, quando Durinum fu rovesciato dall'invasione degli Armoricani. Una popolazione, che si pretendeva essere stata di ventimila anime, era rimasta poco numerosa dopo la distruzione della città, e non c'erano quasi più che dimore povere e disseminate. Queste abitazioni si scaglionavano, in mezzo a brughiere e terre appena coltivate, fino a una collina che doveva diventare più tardi Mont-Aigu, e sul cui altopiano non si vedevano che rare capanne ripararsi sotto grandi boschi contro il soffio del settentrione. Al centro del villaggio, all'incirca sull'ubicazione attuale del calvario che si erge ai piedi di quella delle due colline ancora abitate, Martino pose i suoi due monasteri di vergini e di apostoli: il primo, su questa stessa ubicazione dove esiste ancora il Grand-Logis; il secondo, nel luogo stesso occupato dalla scuola attuale dell'insegnante, e che porta ancora il nome di priorato.

Con l'aiuto di un lavoro attivo quanto quello dei monaci, l'opera avanzò rapidamente, e le due famiglie furono presto installate. Fu da Durinum che partirono, da allora, come da un centro nuovo, i raggi che illuminarono la contrada, e questa parte del Poitou dovette a Martino stesso, e ai religiosi che lo secondarono, la felicità di risollevarsi e di gustare una prosperità inattesa. Mentre questi uomini di fede e di fatica si rimettevano all'opera per questa vigna abbandonata, le donne, che non erano allora sottomesse a una stretta clausura, ma non meno fedeli alla loro santa missione, visitavano i poveri, portavano la gioia e lo spirito di Dio al focolare di ogni famiglia; e da una terra a metà barbara si videro presto germogliare i frutti eccellenti il cui sapore si è perpetuato fino ai nostri giorni attraverso costumi più dolci e una più ferma energia del sentimento cristiano.

Le nostre due nuove famiglie monastiche avendo ricevuto dal loro beato fondatore la stessa regola che seguivano le sue altre case, tutto doveva ancora procedere per lui, e tutto divenne per lui un sovrappiù di vigilanza e di fatiche. Poiché, dopo aver procurato a ciascuna di queste due dipendenze dei superiori la cui capacità gli era nota, e che sceglieva sempre tra coloro la cui età, l'intelligenza e l'istruzione erano altrettante garanzie della loro esperienza e della loro saggezza, non abbandonava più lì che altrove il suo diritto e il suo dovere di visitarli di tanto in tanto, e di apportarvi, con i suoi toccanti esempi di umiltà e di zelo, i suoi consigli e i suoi incoraggiamenti. Spesso veniva a prendere nel monastero degli uomini due o tre compagni che associava a sé per delle corse evangeliche, per mezzo delle quali rinnovava nei villaggi circostanti lo spirito di fede, che vi bisognava accrescere se non si voleva che vi si indebolisse. Così accompagnato, intraprendeva a piedi dei viaggi più o meno lunghi, durante i quali i loro pii colloqui erano spesso interrotti dalle difficoltà dei sentieri che dovevano aprirsi da soli per abbreviare il loro tragitto, o per trovare attraverso le rocce e i cespugli dei borghi isolati dei quali non si preoccupavano meno che delle più opulente città. È in questo modo che furono evangelizzate, secondo le tradizioni ancora conservate nel paese, le località già importanti conosciute oggi sotto i nomi più moderni di Les Herbiers, Les Essarts, Mouchamps, La Roche-Servière e Clisson. Tiffauges, Vendrenne, Aigrefeuille non sfuggirono più all'ardore sacerdotale del Santo, né Beaupreaux, Chemillé, Vihiers, che non furono gli estremi limiti del suo laborioso apostolato; poiché, oltre all'Angiò dove la sua memoria è ancora venerata in diverse chiese del suo nome, e la Bretagna dove resta onorato dello stesso culto, non bisogna dimenticare che dal basso Poitou non poteva mancare di tornare spesso verso le parti superiori della provincia. Ansion, di cui guidò anche il cammino, almeno durante i suoi ultimi vent'anni, gli impose frequenti viaggi. Lo si vide senza sosta sia nei grandi centri di amministrazione civile, sia nelle campagne, dove molti idolatri erano ancora e si convertirono alla sua voce per formare dei borghi cristiani, sia infine nei luoghi meno importanti seminati nelle loro enclavi, e che, più popolosi, accolsero e amarono presto gli apostoli così ardenti a versare loro i tesori della santa parola. Dopo queste missioni, tornava a Vertou, che era la sua residenza più abituale, e vi riprendeva i suoi esercizi di solitario e la sua paterna sollecitudine di tutti i giorni.

Vita 07 / 08

Ultimi giorni e il miracolo del tasso

Avvertito della sua morte, pianta il suo bastone che diventa un tasso miracoloso a Vertou, poi si spegne a Saint-Georges il 24 ottobre 601.

Nel mezzo di queste fatiche, un nuovo avvertimento gli fu dato riguardo al rendiconto che avrebbe presto dovuto presentare della sua amministrazione al pastore supremo. Era il 596. Un giorno, partito da Vertou per recarsi a Saint-Georges, si riposava un po' dopo un cammino faticoso, e il sonno si impadronì di lui. Mentre vi si abbandonava, un angelo gli apparve e, ordinandogli di tornare al suo chiostro, lo avvertì che la sua morte non era lontana e che doveva prepararsi. Svegliatosi subito, tornò sui suoi passi e, quando era ancora a tre quarti di lega dall'abbazia, le campane iniziarono a suonare da sole, emettendo un suono molto più chiaro del solito. I fratelli, stupiti, intuirono il ritorno del santo abate che non aspettavano così presto e, pieni di gioia, gli andarono incontro cantando salmi e cantici. Presto arrivarono alla chiesa, dove egli entrò al loro seguito, e lì, in una preghiera fervente, raccomandò quel gregge al supremo Pastore. Dopodiché, rialzatosi, si recò nel chiostro, dove fece radunare attorno a sé tutti i suoi religiosi; poi, piantando in terra, in mezzo a loro, il bastone pastorale che le sue pie mani non lasciavano da molto tempo e che, per la bontà divina, aveva fatto scaturire all'occorrenza numerose fontane: «Ecco», disse loro, «che vi lascio il segno della mia giurisdizione su di voi. Lo guarderete come una prova che ho amato con amore di preferenza il luogo dove vi radunai un tempo sotto la protezione di Gesù Cristo. Che vi ricordi la mia presenza, poiché sarà nei secoli a venire di grande aiuto a molti. Non ho più molto tempo da restare con voi; la mia fine si avvicina in questo mondo; preparatevi a questa separazione e seguitemi per la via che vi ho tracciato, affinché non perdiate la parte che vi è toccata della mia corona. Vi lascio, con la pace di Gesù Cristo, tutto l'affetto del mio cuore; vi raccomando a quel Dio che avete seguito, e lo scongiuro di condurvi tutti, per la sua grazia, alla felicità del suo regno eterno». Dopo queste parole, diede a tutti il bacio di pace e, per non mancare nemmeno un istante al suo compito paterno, si rimise in cammino per la visita programmata al monastero di Saint-Georges.

Ma un ultimo pegno della sua santità restava a Vertou e non tardò a far ammirare il dono di profezia che Dio aveva appena concesso al suo servo. Appena partito, si vide quel pastorale piantato da lui, il cui legno secco aveva sostenuto così a lungo i suoi passi, ritrovare la sua linfa perduta, lasciar apparire dei g ermogli e inizia crosse abbatiale Bastone piantato dal santo divenuto un tasso miracoloso. re così a diventare quel tasso vigoroso e magnifico le cui foglie furono da allora salutari ai malati, e guarivano dalla febbre coloro che ne facevano uso con fiducia. Questo miracolo permanente, che si perpetuò fino agli ultimi tempi dell'abbazia, fece di questo meraviglioso albero l'oggetto del rispetto di tutta la contrada e di tutti gli stranieri che visitavano Vertou. Quando i principi di Bretagna vi tornavano, non entravano in chiesa senza essersi inginocchiati davanti al tronco venerato. Il re Alano III, tra gli altri, non mancava mai e si gloriava di seguire in ciò l'esempio dei suoi avi. Nessuno osava toccare i suoi rami o il su o fogliame se roi Alain III Re di Bretagna che venerò il tasso di Vertou. non per procurarsi un legittimo sollievo a qualche infermità. Ogni altra ragione per attribuirsene era una profanazione presto seguita da un castigo. Si cita a questo proposito quello che subirono due soldati normanni che, al tempo dell'invasione di quei barbari, verso l'843, si azzardarono a salirvi per scegliere tra i suoi rami di che farsi un arco: uno perse gli occhi per una scheggia del legno che voleva tagliare, l'altro cadde dall'alto e si ruppe il collo. Un terzo, che questi tristi eventi non intimidivano affatto, tentò di salirvi, ma il piede gli mancò e nella caduta si ruppe la gamba. Decisamente il resto comprese che non bisognava più rischiare e fuggì al più presto. Tanti eventi, che non si potevano attribuire che a una protezione celeste, avevano penetrato i buoni monaci di venerazione per il loro caro albero.

Mentre le prime efflorescenze dell'albero del nostro Santo venivano a gettare una gioia così pura nel cuore desolato dei suoi figli di Vertou, egli agiva a Durinum come se non avesse saputo nulla della sua morte imminente, occupandosi del prossimo e dei suoi fratelli molto più che di se stesso, e non risparmiandosi nelle sue sollecitudini, nelle sue preghiere, nelle sue mortificazioni. Raddoppiava al contrario per ciascuno le pie esortazioni a far bene, a camminare verso la meta comune e a non rifiutare nulla a Dio di ciò che poteva esigere da coloro la cui intera vita era una continua testimonianza della sua predilezione. Nel mezzo di queste cure e di queste fatiche, fu colto un giorno dalla febbre, primo sintomo di una malattia più inquietante: una pleurite si manifestò presto e i suoi rapidi progressi non lasciarono più speranze. Non ci volle altro a un vecchio di settantaquattro anni per avvicinarlo a una morte certa. Non poteva dubitare che l'avvertimento dell'angelo fosse sul punto di compiersi; e, infatti, l'ora solenne stava per suonare. Per quanto indebolite fossero le sue facoltà corporee, quelle dello spirito restavano integre. Il suo cuore rimaneva unito a Gesù Cristo; attendeva, gioioso e sereno, il momento della partenza e la chiamata definitiva del giudice misericordioso della sua anima. Attorno al suo povero giaciglio, religiosi e monaci erano inginocchiati, piangendo e sollecitando la sua ultima benedizione. E mentre era silenzioso e raccolto, pregando per loro tanto quanto per se stesso, scorse all'improvviso vicino a lui una schiera resa visibile di demoni furiosi, le cui grida orribili spaventarono i presenti. Solo il Santo non se ne turbò. Ricordando il grande taumaturgo di cui portava il nome, e le sue parole pronunciate in una circostanza del tutto simile, esclamò con tutta la sua voce: «Che fate qui, spiriti delle tenebre? Uscite, Gesù mi ha riscattato, non posso essere perduto con voi». Parlava ancora che già il nemico era scomparso. L'ultimo combattimento era stato combattuto, l'ultima vittoria riportata. Non restava più al Santo nulla da fare o da dire; il suo corpo si accasciò e la sua anima, spogliata finalmente di ciò che restava in lui di mortale, fuggì verso quelle dimore desiderabili dove si trovano solo le sante gioie dei Beati, dove contempla per sempre faccia a faccia colui che non aveva potuto cogliere quaggiù che attraverso le speranze della sua fede. Questa beata morte avvenne il 24 ottobre 601. Il Santo, lo abbiamo detto, era nel suo settantacinquesimo anno; erano passati ventisette anni da quando aveva gettato le fondamenta del suo primo monastero di Vertou, e quasi venti dall'istituzione di Saint-Georges.

Lo si rappresenta in ginocchio nella solitudine mentre prega Dio.

Culto 08 / 08

Storia delle reliquie e posterità

I suoi resti, spostati per sfuggire ai Normanni, transitarono per Gennes e Ansion prima che il suo capo fosse restituito a Vertou nel XVII secolo.

[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE.]

Alla notizia della morte del Santo, i monaci di Vertou si recarono al monastero di Saint-Georges, al fine di riportare il suo corpo nella grande abbazia. Essendosi i religiosi di Saint-Georges opposti, quelli di Vertou portarono via segretamente il corpo durante la notte, lo trasportarono subito a Vertou e lo collocarono onorevolmente nella chiesa di San Giovanni Battista.

Secondo l'uso del tempo, i suoi preziosi resti furono deposti in un sarcofago di pietra che fu incastrato nel pavimento di quella chiesa, e di cui si vedeva, non molto tempo fa, il coperchio conservato con cura sul luogo stesso della sua sepoltura, unico resto di questo memorabile monumento scampato ai flagelli delle prime invasioni, e che Mabillon citava come esistente ancora, quando scriveva i suoi *Annales de l'Ordre de Saint-Benoît*. Questa pietra continuava allora ad attirare la venerazione pubblica.

Il corpo del Santo fu esumato nell'813, all'avvicinarsi dei Normanni che avevano appena preso d'assalto la città di Nantes, e posto in un'urna d'oro, ornata di pietre preziose, che fu subito trasportata in una piccola città chiamata allora *Nousherin*, che si è concordi oggi nel riconoscere come l'attuale borgo di Gennes, situato sulla riva sinistra della Loira, a quattro o cinque leghe sopra Saumur. Qualche ora dopo questo salvataggio, il monastero di Vertou fu invaso, saccheggiato, bruciato e distrutto dalle fondamenta. Le due abbazie fondate a Saint-Georges ebbero la stessa sorte; ma subito dopo la partenza dei Normanni, i monaci si affrettarono a tornare e a risollevarle dalle loro ceneri.

Da Gennes, l'urna di san Mart ino fu trasport abbaye d'Ansion Abbazia dove furono depositate le reliquie del santo. ata all'abbazia di Ansion, ovvero Saint-Jouin-sur-Marne, e deposta accanto al corpo di san Jouin, il suo primo abate, nella chiesa abbaziale dedicata a san Giovanni Battista. Numerosi miracoli ottenuti per l'intercessione di san Martino resero il suo nome celebre nella contrada e contribuirono singolarmente a rinnovare in questa regione dell'alto Poitou il sentimento religioso delle popolazioni.

Più tardi, le sue reliquie furono portate in un'altra chiesa del monastero di Saint-Jouin, costruita sotto l'invocazione di san Pietro. Vi è motivo di credere che fu allora che si concessero alcune parti considerevoli a diverse chiese. Mabillon afferma che ai suoi tempi si venerava il capo del Santo e alcune delle sue ossa racchiuse in un'urna presso l'abbazia di Saint-Florent di Saumur.

Due biglietti, di cui uno, molto antico, era a malapena leggibile, e l'altro era datato 1661, attestavano due ricognizioni fatte in epoche diverse, il che non aveva impedito che un'altra apertura di questa stessa urna avvenisse nel 1665 per opera di dom Joachim Le Contat, visitatore dell'abbazia, il che fu attestato inoltre dal sottopriore Pierre Le Duc. Nel 1692, i Padri di Vertou, privati di tutte le loro reliquie, così come quelli di Saint-Jouin dopo le devastazioni sacrileghe del 1562, sollecitarono dai loro fratelli di Saumur qualche porzione di ciò che questi ultimi avevano potuto sottrarre agli indegni profanatori. Dom Hugues, allora priore di Saint-Florent, procedette, il 1° dicembre, a una nuova visita dell'urna, dove furono trovate le stesse reliquie menzionate nel 1661. Il 16 marzo seguente, l'abbazia acconsentì a una concessione di alta importanza. Cedeva al priorato di Vertou il capo intero di san Martino, di cui si riservava solo le «due ossa parietali e le due ossa petrose», e questo capo venerabile vi fu ricevuto il 19 aprile e rimesso nelle mani del priore claustrale dom Jean Blussen.

Questo recupero risarcì ampiamente Vertou della perdita che aveva subito nel 1562. È senza dubbio questa reliquia cranica, e non quella di uno dei bracci del Santo, che la loro chiesa perse nel 1701, durante la violazione da parte dei rigeneratori costituzionali. Il verbale di un altro sequestro fatto nel 1793 constata il prelievo di un busto di san Martino, di un altro di san Benedetto, di un braccio e di una mano, il tutto in argento, così come un incensiere; il tutto fu inviato alla zecca del distretto, vale a dire a Nantes, e pesava diciotto marchi e due once. Si dimenticò solo un ciborio e un calice dello stesso metallo. Su quest'ultimo, che fece parte del tesoro attuale della chiesa di Vertou divenuta parrocchiale, sono incisi gli stemmi del priorato.

In quest'epoca infelice scomparve così il coperchio del primo sarcofago in pietra nel quale aveva riposato nel 601 la spoglia mortale del Santo, e che non aveva cessato di frequentare con fiducia tutta la popolazione del paese. Questi pii tesori subirono la legge comune e furono persi senza ritorno. Non conosciamo nessun'altra chiesa che ne possieda ora.

Quaranta parrocchie del Poitou lo hanno ancora come patrono e celebrano la sua festa, come a Saint-Georges, il 25 ottobre, sebbene sia morto il 24. Quasi tutte hanno questo titolo fin dalla loro fondazione e ricordano attraverso di esso una missione del Santo o un prodigio operato per suo intervento presso Dio. Così il Lieu-d'Angers, Saint-Georges de Castel-Osico, e molti altri, hanno consacrato con il suo patrocinio la luce evangelica ricevuta da lui nei loro primi giorni. Il Pont-Saint-Martin, sul fiume Ognon e a una piccola distanza dal lago di Grand-Lieu dove esso si perde, è ancora una di queste testimonianze. Si conosce Saint-Martin-de-Broux, comune della Vandea, e il fiume di Saint-Martin, che forma un'isola con l'Auxances, e che si scarica nel porto della Gachère. Quest'ultimo è conosciuto sotto il nome di *Vertona* negli atti latini, il che si lega certamente a qualche ricordo della prima abbazia fondata da san Martino. Diverse chiese parrocchiali portano anche il nome del nostro Santo nella diocesi di Nantes. Tutti questi luoghi ricordano nelle tradizioni locali un'influenza diretta del santo abate.

Subito dopo la sua beata morte, si videro i suoi fratelli e i suoi figli erigergli un altare accanto a tutti quelli di san Jouin. Quest'ultimo, da parte sua, aveva anche il suo culto in Bretagna, dove troviamo, tra gli altri, sotto il suo titolo, la chiesa parrocchiale di Moisdon-la-Rivière, a due o tre leghe a sud di Chateaubriand. Ma Ansion aveva dato l'esempio dei pii ricordi di uno dei suoi più illustri Padri: fu seguito in tutti i priorati; e i Benedettini, sia prima, sia dopo l'intromissione della congregazione di San Mauro, non hanno cessato di guardare Martino come una delle loro glorie più pure.

Il culto di san Martino non restò rinchiuso nel Poitou: il Maine, l'Angiò, la Bretagna (a Nantes e all'abbazia di Saint-Méen) lo invocano anche, sia il 24 ottobre, che è la sua principale festa secondo il martirologio romano e quello di Usardo, sia l'8 maggio e il 9 dicembre secondo quello di Adone, ma queste due ultime date si riferiscono probabilmente ad alcune delle traslazioni di cui abbiamo parlato e di cui la storia non precisa più il giorno.

Tra gli altri luoghi consacrati in onore del santo abate di Verton, si trova, a una brevissima distanza dalla città di Le Lude, nella diocesi di Angers, una parrocchia di Dissé, oggi riunita a quella di Le Mans, e di cui san Martino è il patrono. Essa era un tempo alla presentazione del capitolo di Angers e alla collazione del vescovo.

Estratto dalla *Histoire de saint Martin, abbé de Verton et de Saint-Jouin-de-Marnes*, dell'abate Auber, canonico della Chiesa di Poitiers e storiografo della diocesi.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.