Sant'Uberto d'Aquitania
VESCOVO DI MAASTRICHT E DI LIEGI, PATRONO DEI CACCIATORI.
Vescovo di Maastricht e di Liegi, patrono dei cacciatori
Nobile d'Aquitania e grande cacciatore, Uberto si convertì dopo aver visto un cervo con un crocifisso tra le corna. Discepolo di San Lamberto, gli succedette come vescovo di Maastricht prima di trasferire la sede a Liegi, di cui è considerato il fondatore. È celebre per la sua stola miracolosa invocata contro la rabbia.
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SANT'UBERTO D'AQUITANIA,
VESCOVO DI MAASTRICHT E DI LIEGI, PATRONO DEI CACCIATORI.
Giovinezza e vita a corte
Uberto, proveniente dall'alta nobiltà d'Aquitania, conduce una vita mondana e brillante alla corte dei re franchi Teodorico III e Pipino di Herstal.
La nobiltà, la santità, lo zelo apostolico e il dono dei miracoli hanno reso quest'uomo illustre uno dei più celebri prelati dei primi secoli della monarchia francese. L'Aquitania lo riconosce come uno dei suoi signori; la più antica stirpe dei nostri re, come uno dei suoi principi, e il paese delle Ardenne, come suo apostolo. Ebbe per padre Bertrando, che Molan e Baronio indicano come duca d'Aquitania, e che alcuni altri fanno discendere da Clotario I, re dei Franchi, e per madre Hugberne, o Afra, sorella di santa Oda, donna di nascita proporzionata a quella del marito. Fu educato nelle lettere e in tutti gli altri esercizi propri di una persona del suo rango, e vi divenne così abile che era stimato come uno dei giovani signori più compiuti del regno. Quando fu in età di apparire a corte, i suoi genitori lo inviarono presso quella di Teodorico III, figlio di Clodoveo II; vi si rese così meritevole per la sua prudenza, la sua onestà e i suoi modi gradevoli, che meritò di essere elevato alla dignità di conte di palazzo. Questa alta funzione gli fornì l'occasione di mostrare la saggezza e la probità che lo distinguevano e che lo elevarono assai in alto nella stima dei suoi compagni di corte. Qui ancora fu testimone dei più bei esempi di pietà, abnegazione e devozione.
Molti di questi nobili signori lasciavano la corte e rinunciavano agli onori e allo splendore del mondo per votarsi ai lavori apostolici, o per chiudersi in un monastero. Ma Uberto non imitò subito questi bei esempi di virtù che aveva sotto gli occhi. Vivendo a corte, circondato dalle seduzioni che ne fanno un soggiorno così pericoloso, anche per il più saggio, la sua giovinezza fu avvolta nei torbidi di quelle frequenti rivoluzioni che, grazie all'indolenza dei re fannulloni, sconvolsero così spesso il trono di Francia, e permisero ora alle fazioni, ora all'intrigo di porsi al di sopra delle leggi.
Il giovane Uberto passò del tempo alla corte di Teodorico; tuttavia la tirannia del ministro Ebroino rese odioso il dominio del padrone. I sudditi si rivoltarono e giunsero fino a deporre il loro re. Essendo quest'ultimo risalito sul trono qualche tempo dopo, Uberto passò ancora diversi anni alla corte di questo re, suo protettore. Lì la sua vita, senza essere quella di un principe sregolato, risentì nondimeno del tumulto in mezzo al quale era obbligato a vivere. In verità non si notavano in lui vizi grossolani né atti molto riprovevoli; ma tutta la sua religione si limitava a osservare ciò che dettano i principi della probità naturale. Le sue virtù erano puramente umane: era nel cristianesimo un galantuomo secondo il mondo. Non conosceva ancora quello spirito di umiltà pratica, di mortificazione e di preghiera che è la base del cristianesimo, e senza il quale il cristiano lo è solo di nome e d'apparenza.
Amava la caccia con passione, e vi perdeva un tempo prezioso che avrebbe dovuto consacrare al servizio di Dio. Si abbandonava ciecamente ai piaceri di una vita mondana, quando tutto a un tratto il crudele Ebroino scappa dalla sua prigione, recupera la sua dignità di maggiordomo di palazzo e ne esercita tirannicamente il potere. Nulla gli impedisce di seguire i suoi moti di avarizia e di oppressione contro i grandi e i vescovi: saccheggia le chiese e i conventi, e dà libero sfogo alle sue vendette empie e crudeli.
Una sorta di migrazione, causata dalle crudeltà di Ebroino, si stabilì dalla Neustria verso l'Austrasia. Pipino di Herstal o di Héristal, c he esercitava in Pépin de Herstal Duca dei Franchi che fece traslare le reliquie a Colonia. quest'ultimo paese le funzioni di maggiordomo di palazzo senza averne il titolo, riceveva i transfughi a braccia aperte. Il giovane conte Uberto, volendo sottrarsi alla tirannia di Ebroino, lasciò la corte del re di Neustria e si ritirò in Austrasia, presso Pipino, suo parente, che lo accolse favorevolmente. Gli diede degli impieghi e lo creò gran maestro della sua casa. Uberto dovette seguire il suo protettore nei diversi viaggi che faceva, ora al suo castello di Landen e di Jupille, e alla sua terra di Amberloux, ora nelle guerre che doveva sostenere contro i principi, suoi vicini: ciò che diede a Pipino l'occasione di riconoscere il merito e il valore del giovane Uberto. Volle allora che si stabilisse nel paese con i vincoli del matrimonio. È infatti verso quest'epoca (682) che ebbe luogo il suo matrimonio con Floribanne, figlia di Dagoberto, conte di Floribanne Moglie di sant'Uberto. Lovanio, principessa meritevole tanto per le sue virtù quanto per le sue rare qualità.
Tuttavia Uberto, lanciato nella dissipazione della corte, continuava ad abbandonarsi alle folli gioie di una vita mondana. Non è che mancassero, a corte, avvisi salutari ed esempi edificanti di pietà cristiana. San Lamberto vi predicava con forza le sante massime della religione cattolica; Plectrude, moglie di Pipino, praticava le più eroiche virtù: viveva, è vero, nel seno delle grandezze; ma doveva deplorare la vita criminale di suo marito, e cercava di dissipare con dei viaggi e con il suo allontanamento dalla corte, gli affronti che riceveva a causa della bella ma ambiziosa Alpalde, madre di Carlo Martello.
Il miracolo del cervo e la conversione
Durante una battuta di caccia in un giorno di festa, Uberto incontra un cervo che porta un crocifisso tra le corna, chiamandolo alla conversione per salvare la sua anima.
Non ci voleva nulla di meno di uno straordinario colpo di grazia per riportare Uberto da una vita tutta mondana a una vita più cristiana. Questo colpo arrivò. Dio, che aveva su di lui disegni segreti, e toccato senza dubbio dalle preghiere di tanti santi parenti di Uberto, lo fermò nella massima impetuosità della sua cieca passione. Lo trasformò da cacciatore di vili animali in uno zelante apostolo che avrebbe dovuto portare la luce del Vangelo in quelle stesse contrade, divenute teatro dei suoi vani divertimenti.
Così, un giorno di festa solenne, mentre i fedeli si riunivano in folla nelle chiese per ascoltare la parola di Dio e assistere ai santi misteri, questo giovane signore, accompagnato dai suoi uomini e preceduto da un muta di cani, si recò nella foresta delle Ar forêt d'Ardennes Regione della conversione e dell'apostolato del santo. denne per cacciarvi; ma
Nostro Signore si servì di questa occasione per toccargli il cuore e guadagnarlo interamente a sé. Mentre cacciava, un cervo di una bellezza notevole si presentò davanti a lui, e con suo grande stupore egli scorse un crocifisso tra i rami del suo palco, e udì una voce che gli disse: «Uberto, Uberto, fino a quando inseguirai le bestie nelle foreste? Fino a quando questa vana passione ti farà dimenticare la salvezza della tua anima? Ignori che sei sulla terra per conoscere e amare il tuo Creatore e così possederlo in cielo?... Se non ti convertirai al Signore, abbracciando una vita santa, cadrai negli abissi dell'inferno». Questo spettacolo e questa voce lo riempirono allo stesso tempo di ammirazione e di spavento; smontò da cavallo, si prostrò a terra, adorò la croce del suo Maestro che il cervo gli presentava e protestò che avrebbe abbandonato il mondo e si sarebbe consacrato interamente ai santi esercizi della religione.
Rinuncia e vita ascetica
Dopo la morte della moglie Floribanne, Uberto rinuncia ai suoi titoli, distribuisce i suoi beni ai poveri e si ritira come eremita nella foresta delle Ardenne.
Dopo queste proteste, si recò da san Lamb erto, vescovo saint Lambert Abate di Fontenelle che inviò Condède a Belcinac. di Maastricht, le cui virtù e santità gli erano del resto ben note; lo scelse come maestro nelle vie della salvezza. San Lamberto lo accolse con grande bontà, lo trattenne presso di sé per diversi giorni, per istruirlo più perfettamente nella perfezione cristiana e per parlargli di Dio e delle cose celesti. Sebbene il miracolo della grazia avesse cambiato il cuore di Uberto, e questi aspirasse subito a lasciare il mondo e le sue folli gioie, dei legami consacrati dalla religione e dalla giustizia lo trattennero ancora per qualche anno (683-685). Gli occorreva del resto ancora questo tempo di prova per corrispondere alla grazia, per crocifiggere l'uomo vecchio, per distruggerne tutti i sentimenti e per preparare la via al compimento dei disegni che Gesù Cristo aveva sulla sua nuova conquista. Sotto la direzione di san Lamberto, fece rapidi progressi nella vocazione che aveva ricevuto dal cielo. Lavorava e pregava incessantemente per far regnare Dio nella sua anima. Avrebbe volentieri fatto il sacrificio dei suoi beni, se ciò fosse stato possibile in quel momento per seguire san Lamberto nel ministero della parola di Dio e nella santificazione delle anime.
Nel momento in cui Uberto, obbedendo solo all'influsso della grazia divina nel suo cuore, concepiva il pensiero e il violento desiderio di una vita più perfetta, giunse la morte di Floribanne. Questa principessa morì (685) dando alla luce Floriberto, che succ edette a Floribert Figlio di sant'Uberto e suo successore come vescovo di Liegi. sant'Uberto sulla sede episcopale di Liegi. Affrancato dalla sua vedovanza dall'obbligo di apparire nelle assemblee dei signori, Uberto evitava con cura i fasti e i piaceri del suo rango. Il suo cuore ne era già distaccato, ma ciò non bastava al suo ardore; la sua anima aveva ancora troppi punti di contatto con il mondo, e questo mondo gli faceva male. L'esempio e le parole di san Lamberto lo infiammavano talmente dell'amore divino, che giunse fino a formare il progetto di abbandonare il mondo e di abbracciare la vita monastica, al fine di condurre una vita più perfetta e più vicina a Dio. Sentiva lo stesso coraggio del suo maestro, lo stesso amore di Dio, lo stesso zelo per la salvezza delle anime. Volle diventare suo discepolo.
Rinuncia a tutte le sue dignità e depone le insegne militari, per rivestirsi dell'insegna sacra della religione. Rimette al re Teodorico il collare e la cintura di soldato; non pensa più che a calpestare con qualche azione generosa la gloria e le esche del mondo. Divenuto erede del ducato d'Aquitania per la morte di suo padre (688), cede i suoi diritti a suo fratello Eudone e gli affida suo figlio Floriberto, di tre anni. Rinuncia così agli affetti più legittimi.
Colmo di disprezzo per le ricchezze e i beni del mondo, Uberto distribuì ai poveri ciò che possedeva: trovava che fosse comprare a buon mercato la salvezza eterna della sua anima sacrificare quelle ricchezze periture. Non trattenne dal mondo che un cilicio e un corsetto di cui si rivestì, per ritirarsi nella solitudine. Ecco dunque il suo sacrificio compiuto e il suo divorzio dalla vita consumato, con uno di quegli sforzi che vanno persino oltre le prescrizioni del dovere cristiano. I mondani lo perseguitano con i loro attacchi e le loro derisioni; ma, sull'esempio di altri nobili contemporanei, suoi modelli, non risponde alle invettive di cui lo si accusa che con queste parole: «Oh, felici affronti quelli di dispiacere con Gesù Cristo!»
Uberto aveva vinto il suo primo nemico, il mondo, fuggendolo. Gli era stato devoto abbastanza a lungo; ne aveva conosciuto gli attacchi e gli innumerevoli tranelli; era stato vittima delle sue false vergogne, dei suoi pregiudizi, delle sue menzogne. Era troppo. Ora gli nega i suoi pretesi diritti su di lui; disobbedisce alle sue leggi; sfida le sue calunnie; disprezza i suoi falsi ragionamenti. Si ritira lontano dal suo nemico ormai abbattuto per sempre e va a godere il prezzo della sua vittoria nel seno delle misteriose gioie della penitenza.
Aveva stabilito il progetto di vivere nel ritiro, sull'esempio di tanti suoi contemporanei e di altri nobili compagni di corte. Ma prima di agire, consultò Dio e prese il parere di san Lamberto, al quale era perfettamente sottomesso. Fu per i consigli del santo vescovo che si condusse in questa faccenda. Scelse come soggiorno della sua penitenza volontaria i luoghi stessi che erano stati il teatro del suo divertimento favorito; volendo ormai espiare sui luoghi, con una vita penitente, l'attaccamento troppo violento che aveva avuto ai piaceri della caccia. Andò dunque (689) a fissare la sua dimora nella grande foresta delle Ardenne, in un luogo non lontano dal monastero di Andage (oggi Saint-Hubert), dove, per diversi anni, condusse la vita più austera. Altri pretendono che sant'Uberto si ritirò al monastero di Stavelot, che è anch'esso nella foresta delle Ardenne; ma che dopo un certo tempo di prova di fedeltà, approfittando del privilegio che accorda la Regola di San Benedetto, poté lasciare quella casa e andare a condurre in una solitudine completa un genere di vita più austero.
Attento a vegliare su se stesso e a unire la solitudine dell'anima a quella del corpo, non temeva nulla quanto il cadere nella viltà e perdere per questo i vantaggi che si era procurato. Dopo aver vinto il mondo, lavorò a vincere se stesso. Sapendo che Dio gradisce principalmente il sacrificio del cuore, e che i sacrifici che aveva fatto fino ad allora sarebbero stati difettosi e senza meriti, che sarebbero stati persino un atto di ipocrisia se non vi avesse unito la pratica delle virtù e la rinuncia interiore, cominciò con lo stabilirsi solidamente nell'umiltà e nel disprezzo di sé; impiegò tutta l'attività di cui la sua anima era capace a esaminare il disordine dei suoi affetti, a vegliare sui suoi sensi e su tutti i movimenti del suo cuore. Da allora, la preghiera, le veglie, le macerazioni divennero le delizie di questo eroe della penitenza. Il suo abbigliamento era piuttosto uno strumento di supplizio che un riparo contro il rigore del clima che abitava. Il suo nutrimento, come quello di altri penitenti che lo avevano preceduto, consisteva in un po' di erbe e radici; l'acqua pura era la sua bevanda. Cercava così di spezzare i legami della sua prigione di carne e di avvicinarsi a Dio. Se, nei combattimenti incessanti che l'uomo vecchio consegna al nuovo, il suo pensiero si riportava suo malgrado in mezzo alle gioie e ai fasti di una vita mondana, quella voce che lo aveva chiamato una prima volta risuonava ancora nel suo cuore, e ciò bastava per soffocare il grido della natura.
Sebbene fosse nascosto nel seno della solitudine, non mancò di provare gli assalti del tentatore. È inutile fuggire il mondo, il demonio ci segue ovunque, e anche quando ci siamo trincerati sotto la protezione dell'Altissimo, mantiene sempre delle intelligenze segrete con questo nemico domestico che risiede nel nostro stesso cuore, che non morirà che con noi e che cerca di consegnargli il posto. È con la sua esatta vigilanza sui suoi sensi, con le sue austerità continue, la sua umiltà profonda, la sua fiducia in Dio e la sua preghiera fervente che il nostro Santo trionfava delle tentazioni violente del demonio. I frequenti attacchi e le astuzie nuove del nemico della salvezza non gli impedirono affatto di vivere nella più intima unione con Dio e in un'inalterabile tranquillità d'anima: vantaggi preziosi che non manca di ottenere l'uomo che è abituato a mortificare i suoi sensi e a padroneggiare le sue passioni. Questa santa vita gli rendeva come sensibile la presenza di Dio e dei suoi angeli.
Elezione episcopale a Roma
In pellegrinaggio a Roma, Uberto viene designato per rivelazione divina a papa Sergio I per succedere al martire san Lamberto sulla sede di Maastricht.
Apprendiamo da Egidio d'Orval, nelle sue aggiunte alla vita del nostro Santo, composta da Anselino, canonico di Liegi, che san Lamberto, desiderando che un così caro discepolo ricevesse nuovi accrescimenti di grazie per i meriti dei beati apostoli san Pietro e san Paolo, lo persuase a compiere un viaggio a Roma per rendere onore alle loro ceneri e implorare, ai piedi delle loro tombe, il favore della loro assistenza e della loro protezione. Uberto obbedì al desiderio del suo maestro. Lasciò la sua solitudine, si recò a Roma e vi onorò le spoglie sacre di questi fondatori della religione. Mentre si trovava lì, san Lamberto fu martirizzato per il motivo e nel modo che abbiamo descritto nella sua vita, e alla stessa ora un angelo apparve a pap a Sergio I che pape Serge Ier Papa che avrebbe consacrato Wiron e Plechelmo. , dopo l'ufficio del Mattutino e una lunga preghiera, stava prendendo un po' di riposo, e presentandogli il bastone pastorale di quel glorioso martire, lo esortò a ordinare al suo posto Uberto, che avrebbe scoperto al mattino grazie a certi segni nella chiesa di San Pietro. Sua Santità avrebbe potuto dubitare di questa rivelazione se non fosse stata accompagnata da un segno esteriore che l'avesse resa indubitabile; ma ne conobbe evidentemente la verità, quando al suo risveglio trovò accanto a sé quel prezioso pastorale che era stato il segno della vigilanza e della fermezza intrepida di quel grande martire.
Non restava che trovare quell'uomo eccellente che il cielo voleva dargli come successore. Si osservarono diligentemente tutti gli stranieri che entravano in San Pietro e, grazie ai segni che l'angelo aveva dato, lo si riconobbe facilmente. Il Papa, avendolo fatto venire al suo cospetto, gli comunicò il martirio del suo maestro e gli espose come Dio gli avesse rivelato che doveva succedergli. Gli presentò allo stesso tempo il bastone pastorale di cui si era servito e che Uberto poteva facilmente riconoscere, e lo esortò a piegare il collo sotto quel peso che la divina Provvidenza voleva imporgli. Allora Uberto, prosternandosi a terra, protestò la sua indegnità e pregò istantemente il sovrano Pontefice di esentarlo da tale obbedienza. La rivelazione che aveva avuto non lo obbligava affatto ad andare oltre; forse era solo per metterlo alla prova e per vedere se sapesse tenersi all'ultimo posto che la vita troppo libera che aveva condotto nel mondo gli doveva far mantenere fino alla morte. Mentre era in questa disputa di umiltà, l'angelo di Dio, per confermare la sua elezione soprannaturale con un nuovo prodigio, portò al Papa, alla sua presenza, gli abiti pontificali di san Lamberto, e poiché mancava una stola, ne presentò una di seta bianca che disse essere stata inviata al Santo dalla santa Vergine. Questi miracoli gli tolsero ogni mezzo di resistenza e lo obbligarono infine ad arrendersi. Il Papa gli conferì tutti gli ordini che gli mancavano e, mettendogli poi in mano il pastorale di san Lamberto, lo consacrò vescovo di Tongres e Maëstricht Città di cui fu eletto vescovo. di Maastricht. Si dice che, durante questa consacrazione, avvenne un'altra meraviglia: san Pietro gli apparve e gli presentò una chiave d'oro, come aveva fatto un tempo a san Servazio, uno dei suoi predecessori e colui che aveva trasferito la sede vescovile da Tongres a Maastricht. Dio gli diede allo stesso tempo, per infusione, le scienze che gli erano necessarie per l'istruzione del suo popolo, con la grazia delle guarigioni e soprattutto un dono particolare di guarire gli sventurati colpiti da furore e rabbia.
Episcopato e fondazione di Liegi
Uberto trasferisce la sede episcopale a Liegi, vi depone le reliquie di san Lamberto e diviene il costruttore e il protettore della città.
Colmo di tanti favori e persino della benedizione apostolica, partì da Roma e si recò al più presto alla sua sede episcopale. Gli abitanti di Maastricht non ebbero alcuna difficoltà ad accoglierlo e, sebbene non avessero contribuito alla sua elezione, riconoscendo tuttavia che essa veniva dal cielo, e che era per questo che gli abiti pontificali e il pastorale di san Lamberto erano scomparsi ed erano stati trasportati a Roma, si sottomisero con gioia alla sua autorità pastorale. Uberto, conoscendo la differenza che deve esistere tra il vescovo e il popolo, si studiò più che mai di dare nella sua persona esempi di tutte le virtù evangeliche. Era umile, sobrio, casto, vigilante, modesto, riservato nelle sue parole, assiduo alla preghiera, fervente in tutte le sue azioni, paziente nelle ingiurie, nemico delle delizie e grande amico della croce. La sua vita era una mortificazione continua; aveva un desiderio estremo del martirio e non poteva esaltare abbastanza la felicità del suo predecessore di aver dato il suo sangue e la sua vita per la difesa della giustizia e della pietà. Era il rifugio dei poveri e degli afflitti; tutti gli sventurati erano i benvenuti presso di lui, li riceveva come suoi figli, li soccorreva in tutti i modi che gli era possibile e li sosteneva con la sua protezione; infine, meritò il glorioso soprannome di *Rifugio delle vedove* e di *Padre degli orfani*.
Una delle azioni più memorabili di sant'Uberto è l'invenzione e la traslazione delle reliquie di san Lamberto. Fu spinto a compiere questa traslazione, dapprima dai grandi miracoli che avvenivano alla sua tomba, poi da diverse rivelazioni. Per essere ancora più certo della volontà di Dio, ordinò un digiuno generale in tutta la sua diocesi. Quando fu certo che la divina Provvidenza lo ordinava così, convocò i vescovi suoi vicini, vale a dire: quelli di Colonia, di Reims, di Tournai, di Arras, di Amiens, di Thérouanne e di Utrecht e, alla loro presenza, fece l'apertura del santo sepolcro. Trovò il corpo del santo martire fresco e integro come il giorno della sua morte ed esalante un odore molto gradevole; poi, assistito da questi venerabili prelati, che portavano a turno la bara, compì la cerimonia di questa traslazione. Non si può esprimere l'onore con cui questa preziosa reliquia fu ricevuta lungo tutto il cammino. Essa compì ovunque grandi miracoli e portò a Liegi una grande abbondanza di benedizioni. Sant'Uberto fece costruire in quel luogo una chiesa magnifica sotto il nome della santa Vergine e sotto quello di san Lamberto, per servirgli da sepoltura e per far risuonare fino alla fine dei secoli i cantici di lode che si sarebbero dati alla sua memoria.
Da allora, non potendo rimanere separato dalle spoglie del suo beato maestro, trasferì la sede del suo vescovado in questo piccolo borgo. Era già stato trasferito da Tongeren a Maastricht da san Servazio; ma Dio volle anche privare Maastricht di questo onore, per darlo a Liegi che per questo mezzo è diventata una delle più ricch Liège Sede episcopale del santo. e e potenti città del Belgio. Fu sant'Uberto che iniziò a farla crescere con nuovi edifici, che le diede il nome e i privilegi di città, che ne regolò i pesi e le misure per il pane, il vino e le altre merci, che volle che avesse per sigillo l'immagine di san Lamberto, con questa iscrizione: *Sancta Legia, romanæ Ecclesiae filia*; «Liegi la santa, figlia della Chiesa romana». Forse prevedeva fin da allora che Maastricht sarebbe caduta un giorno sotto il potere degli eretici e avrebbe bevuto il calice dell'infedeltà che le sarebbe stato presentato da quella donna prostituta dell'Apocalisse, e che Liegi, al contrario, sarebbe rimasta costante e incrollabile nella vera religione, senza mai soffrire che il Wiclefismo, il Luteranesimo, né il Calvinismo fossero ricevuti dentro le sue mura. Vi fece costruire una seconda chiesa in onore di san Pietro, principe degli Apostoli, per il quale aveva una estrema devozione, e vi pose quindici canonici la cui conversazione gli era molto gradita. Ma da allora è stata data a dei canonici e trasformata in collegiata. Infine, nobilitò ancora questa città con la traslazione di san Teodato, uno dei suoi predecessori, e di santa Madelberta, vergine, che pose in una stessa cassa, accanto a san Lamberto.
Ma nulla eguagliava la tenera devozione del nostro santo vescovo verso la santa Vergine. La onorava con un culto pieno di una pia riconoscenza. Durante la sua residenza a Maastricht, andava frequentemente a passare le notti nella chiesa dedicata alla santissima Vergine, interamente occupato a pregarla e a onorarla.
La sua pietà non si limitò a questo. Diede pubblicamente segni luminosi del suo amore affettuoso per la Madre di Dio. Cercò di accendere e di mantenere nei fedeli affidati alle sue cure, questa devozione così gradita a Dio, così necessaria agli uomini. La prima chiesa che costruì fu dedicata, come abbiamo detto, alla santa Vergine; ne consacrò una seconda (742) al borgo di Emal, non lontano da Maastricht. Esigeva che coloro che gli chiedevano qualche grazia ricorressero alla onnipotente intercessione della Regina del cielo; e volle che la memoria della sua devozione verso di lei fosse legata al beneficio segnalato che ci ha lasciato con la sua stola miracolosa, e si perpetuasse con lui per esserci più sicuramente trasmessa. E ancora oggi, il sollievo si dà nel nome della santissima Trinità e della santa Vergine; la novena prescritta si fa anche in suo onore: tanto è vero che in tutti i secoli si è sempre riconosciuto nella Chiesa cattolica che la santa Vergine è piena di tutte le grazie, che essa è la dispensatrice dei benefici e delle grazie che il Signore vuole accordare agli uomini: Dio volendo che tutti i benefici e tutte le grazie che gli uomini attendono dal cielo passino per le mani di Maria e siano dovuti alla sua intercessione.
Apostolato e miracoli
Soprannominato l'Apostolo delle Ardenne e del Brabante, evangelizzò le popolazioni rurali e compì numerosi miracoli di guarigione.
Queste azioni così solenni lo hanno fatto chiamare, da alcuni autori, il fondatore e il primo vescovo di Liegi, sebbene, considerando questo episcopato come una continuazione di quello di Tongres e di Maastricht, ne sia stato solo il trentesimo. Da quel momento, non pensò che a estendere la fede di Gesù Cristo in tutti i luoghi della sua diocesi e nei dintorni, distruggendo ciò che restava delle superstizioni del paganesimo. Percorse per questo la grande foresta delle Ardenne e il paese del Brabante, che aveva allora confini diversi da quelli odierni, e vi fece ovunque così tante conversioni da meritare di essere chiamato l'Apostolo dell'uno e dell'altro. Le meraviglie che operava in ogni momento contribuivano molto a questo felice successo. Facendo la visita della sua diocesi, incontrò in un villaggio, chiamato Vivoch, una
donna che, per aver lavorato di domenica, aveva perso l'uso delle mani; le sue dita e le sue unghie si erano talmente serrate contro i palmi che non era possibile separarle. Pregò dunque per lei e, sulla promessa che ella gli fece di avere d'ora in poi più rispetto per le feste, comandò a quelle mani di sciogliersi e, per quel solo comando, le rimise nel loro stato originario. Essendo la Somme estremamente bassa e non potendo comodamente trasportare le barche cariche che servivano per qualche edificio che aveva intrapreso, levò gli occhi al cielo, che si coprì subito di nuvole, e dopo alcuni giorni le acque avevano ripreso il loro livello ordinario. Per la virtù del segno della croce, scacciò dal corpo di una donna un demone che se ne era impossessato per disturbare una processione che egli faceva compiere nella campagna con le casse dei Santi. Spense, con lo stesso segno della croce, un grande incendio che era divampato nel suo palazzo e che lo minacciava di un incendio generale. Liberò dal naufragio, sebbene fosse assente, molti dei suoi discepoli che erano già quasi sommersi in mare e che implorarono la sua assistenza. Restituì anche la salute a una quantità di malati, con le sue preghiere e con altri mezzi che erano sempre efficaci. Insegnò al suo popolo a ricorrere alle processioni e a portare le reliquie dei Santi per avere la pioggia, per ottenere la serenità, per pulire i campi dagli insetti che li rovinano e per ogni sorta di necessità pubblica.
Mai i prodigi che Dio operava per le sue mani lo fecero diventare infedele a quella profonda umiltà che lo rendeva così gradito davanti al Signore. Sempre occupato dell'abisso del suo nulla, riportava a Dio la gloria del bene che era in lui e che operava in favore degli altri. Non si gloriava che nelle sue infermità; allo stesso tempo in cui riponeva le sue compiacenze nella sua abiezione, si rallegrava che Dio solo fosse grande in lui e in tutte le creature. In mezzo ai benefici sfolgoranti che Dio spargeva per le sue mani, non attendeva che dall'alto il successo del suo ministero. Il suo fervore, lungi dal diminuire, aumentava di giorno in giorno e si manifestava con la continuità dei suoi digiuni, delle sue veglie e delle sue preghiere.
Per dare alla sua preghiera la forza invincibile di cui era dotata, Uberto non aveva trovato mezzo migliore dell'esercizio continuo di questa preziosa virtù. Dal luogo del suo esilio, intratteneva un commercio abituale con il suo Padre celeste. In tutte le circostanze della sua vita, invocava con fiducia il suo soccorso onnipotente, e ne riceveva ogni giorno nuove grazie e nuovi favori, come premio della sua fedeltà e della sua perseveranza. Nonostante le sue numerose funzioni e i suoi viaggi lontani, per portare al suo popolo il pane della parola santa, sapeva trovare in mezzo alle sue fatiche lunghe ore per la meditazione e la preghiera; sapeva unire con rara felicità la vita attiva e la vita contemplativa. Dopo aver provveduto, come il suo divino Maestro, con laboriosa sollecitudine, ai bisogni del suo popolo, si ritirava come lui nella solitudine per perdersi nella contemplazione delle sue grazie e delle sue misericordie. Pregava talvolta sulla tomba di san Lamberto, al fine di nutrire la sua pietà con il ricordo del coraggio che era esploso nel martirio, votandosi alla difesa della verità e della castità; talvolta era nella foresta, dove la voce del suo Diletto lo aveva chiamato, al fine di deplorare la sventura di non aver amato prima quella bellezza sempre antica e sempre nuova. Altre volte, era nei campi, durante la notte, sotto la volta del cielo, in mezzo a quella natura di cui ogni dettaglio gli ricordava la grandezza e la clemenza del Creatore. Tutti gli oggetti che lo circondavano gli servivano mirabilmente per elevare il suo cuore verso il suo Dio, centro unico del suo amore. La sua anima elevata al di sopra dei sensi scopriva un nuovo mondo, le cui ricchezze e bellezze la rapivano fuori di sé. Le grandezze e i piaceri della terra, i cui prestigiosi inganni seducono i loro sventurati seguaci, non gli apparivano più che nulla; gli affetti, le delizie terrene non avevano più fascino e non potevano nemmeno arrivare fino alla regione elevata dove lo spirito della preghiera e della meditazione lo aveva portato.
Mentre aveva tanta dolcezza e indulgenza per gli altri, non aveva severità che per se stesso. Un operaio, avendogli per caso schiacciato la mano su un palo di legno, soffrì quel dolore e quella pena con una costanza meravigliosa e senza chiederne la guarigione; ripeteva solo questo versetto del salmo: « Signore, abbi pietà di me secondo la tua grande misericordia ». Il suo male avendogli dato un po' di tregua, si addormentò e, durante il sonno, scorse Gesù Cristo che, mostrandogli il bel palazzo dell'eternità beata, gli disse: « Tu vedi molte dimore nella casa del Padre mio, ma ecco quella che ti ho preparata in particolare. Tra un anno, scioglierò il legame della tua tribolazione, ti libererò e tu mi glorificherai ». Questo avvertimento gli diede nuove forze per lavorare alla grande opera della sua salvezza. Raddoppiò le sue veglie, le sue preghiere e le sue elemosine, e si rese più attento a compiere tutte le sue azioni con perfezione. Spesso bagnava il sepolcro di san Lamberto con le sue lacrime, e di lì passava nella chiesa di San Pietro, dove si prostrava a terra davanti all'altare che aveva consacrato in onore di sant'Albino. Un giorno, dopo aver fatto una lunga preghiera accompagnata da lacrime e interrotta da singhiozzi, si alzò pronunciando queste parole: « Il giusto sarà in memoria eterna ». Poi, voltandosi verso la parete, misurando con le braccia la grandezza del suo sepolcro, disse: « Ecco il luogo dove sarò presto posto ».
Morte e posterità delle reliquie
Uberto muore nel 727 a Tervueren. Le sue reliquie sono più tardi trasferite all'abbazia di Andage, che prende il suo nome e diventa un centro di pellegrinaggio maggiore.
Tuttavia fu pregato da diverse persone ragguardevoli del Brabante di recarsi da loro per celebrare la dedicazione di una nuova chiesa. Non volle rifiutare, sebbene si rendesse ben conto della vicinanza della sua morte, e assolse a questa funzione con il suo zelo e la sua pietà abituali; ma, mentre risaliva il fiume per ritornare a Liegi, la febbre lo colse con tale violenza che fu costretto a fermarsi in una delle sue fattorie chiamata Tervueren (*Fura Ducis*), tra Brux Tervueren Luogo di morte di sant'Uberto. elles e Lovanio. Il santo prelato, oppresso dai dolori dell'agonia, vide apparire nel mezzo della notte il nemico degli uomini che si sforzava di spaventarlo con figure orribili; ma lo respinse vigorosamente recitando il salmo: *Qui habitat in adjutorio Altissimi*, e per mezzo dell'acqua benedetta che si fece portare da uno dei suoi domestici. Cominciando ad apparire il giorno, fece venire suo figlio Floriberto e tutti i membri della sua famiglia, e disse loro un ultimo addio. Quindi, essendo munito dei santi sacramenti della Chiesa, recitò davanti a tutti il Simbolo della fede, e mentre voleva anche recitare l'Orazione domenicale, a queste parole: « Padre nostro che sei nei cieli », terminò la sua vita terrena e mortale per andare a possederne una eterna e immortale nel cielo, il 30 maggio 727.
Si vedono rappresentati, nella chiesa di Saint-Hubert, gli atti principali della vita del Santo: 1° La Nascita di sant'Uberto: bassorilievo unico nella faccia laterale destra. Vi si vedono, da un lato, le statue di tre angeli che presentano il bambino neonato alla Religione, che lo benedice; dall'altro lato, quattro statue che rappresentano le diverse classi dell'umanità sofferente: i poveri, gli infermi che la religione soccorre, consola e guarisce. Vi si vede anche figurare in anticipo le numerose guarigioni di cui il bambino neonato sarà un giorno l'autore. Al di sopra, si scorge nella prospettiva il Padre Eterno la cui mano conservatrice sostiene il globo del mondo che governa, e i cui piedi si perdono nelle nuvole della sua eternità. Attorno si vedono angeli che portano, gli uni, le insegne dell'episcopato a cui il bambino sarà elevato, gli altri, strumenti musicali, come per festeggiare nel cielo la felice nascita che rallegrerà la terra.
2° La Conversione, nello scomparto del mezzo della grande faccia. Il giovane Franco è a caccia nella foresta ercinia, o foresta delle Ardenne; un cervo che porta il segno luminoso della Redenzione tra le sue due corna, gli appare. Uberto si prostra; la grazia penetra nella sua anima; mentre la voce di un angelo, rappresentato nel quadro, gli grida: « Convertitevi al Signore, poiché l'abisso è aperto sotto i vostri passi ». Si vedono nello stesso quadro i diversi strumenti di caccia. Il cervo e il cavallo vi appaiono staccati e posti con molta arte. Non si vede però che la parte anteriore, la fitta foresta vela il resto del corpo. Al di sopra, si scorge nel lontano, attraverso le aperture del timpano, gli alti alberi della foresta e i raggi del sole che brilla sulla conversione del cacciatore, come la luce della grazia brilla nella sua anima.
3° La Penitenza, nello scomparto del mezzo della faccia opposta. Uberto, fedele al suo Dio, si è allontanato dalla corte e dal mondo, al fine di compiere la sua conversione così divinamente iniziata. Vive da anacoreta nella foresta ardennese, rivestito di un cilicio e di un corsetto, digiunando e pregando. Lì ancora, si vedono i vecchi alberi della foresta elevare le loro cime verso il cielo dove salgono senza sosta i voti e i sospiri del penitente. Lo si vede lui stesso inginocchiato, pregando davanti a una semplice croce piantata sul resto ancora in piedi di un vecchio tronco. Al suo fianco si vede il suo angelo tutelare accompagnato da un altro angelo portatore di un'arpa che pizzica: simbolo dell'incanto salutare che i due accenti della parola del Santo e l'ardore del suo zelo susciteranno nei popoli che sarà chiamato a evangelizzare.
4° L'Ordinazione, nello scomparto destro della grande faccia del davanti. Uberto si trova in pellegrinaggio a Roma nel momento in cui vi giunge la notizia del massacro di san Lamberto da parte di Dodone. Il papa Sergio I, a cui è stato designato da una rivelazione divina come successore del vescovo massacrato, viene, accompagnato dal suo clero, a trovarlo piamente inginocchiato alla porta della chiesa di San Pietro; lo introduce e gli rimette le insegne sacre che si vedono tra le mani dei suoi leviti.
5° I Miracoli, bassorilievo sinistro nella stessa faccia. Sant'Uberto è elevato sulla cattedra episcopale di Maastricht. Il santo prelato, colmo di zelo e di tenerezza, tende la mano ai deboli e agli afflitti. I bambini, le vedove, gli indigenti, i prigionieri, lo circondano sul suo trono, trovano in lui un tenero padre e un salvatore. Le madri afflitte gli portano i loro figli infermi; i ciechi vi si fanno condurre; gli indemoniati vi sono portati, e tutti vi trovano la guarigione dei loro mali e la consolazione delle loro pene.
6° La Traslazione di san Lamberto, nello scomparto sinistro della faccia opposta. Sant'Uberto, secondo un avviso celeste, fa trasportare le reliquie di san Lamberto da Maastricht al borgo di Liegi, teatro del massacro del suo maestro. Il Santo, in costume da vescovo, circondato dai suoi leviti, accompagna lui stesso la pompa funebre che dei poveri contadini accorrono a venerare al suo passaggio. E per non separarsi da questi resti cari, vi si stabilisce lui stesso, e diventa il vero fondatore, come il primo vescovo della bella città.
7° La Morte di sant'Uberto, nella faccia laterale opposta a quella che contiene la sua nascita. Il pontefice morente è circondato dal suo clero e da uomini del popolo: gli uni piangenti, gli altri che rimangono immobili nell'attesa della sua gloriosa migrazione. Il Santo, sostenuto dal suo angelo, alza le mani al cielo, e in una divina estasi, esclama: « Lascio questo corpo di fango per apparire davanti al mio giudice!... »
8° La Sepoltura, nello scomparto destro della grande faccia opposta ai suoi miracoli. Lì, si vede la spoglia mortale del Santo, deposta sul lenzuolo funebre, sostenuto da religiosi che, alla presenza di san Floriberto, successore del Santo, lo seppelliscono nella chiesa di San Pietro a Liegi.
Si vede ancora, a lato dell'altare della cappella detta di Sant'Uberto, un antico quadro: è un dono che il collegio di Bastogne fece alla chiesa di Sant'Uberto nel 1666. Rappresenta il Santo che atterra un drago, simbolo del paganesimo vinto; una bella aurora appare spargendo piacevoli bagliori davanti ai quali fuggono le fitte tenebre della notte: immagine della luce della fede che il Santo spandeva in queste povere e ignoranti contrade. Il vescovo Uberto domina tutto il quadro.
Nel coro della chiesa di Sant'Uberto, sui pannelli degli stalli del lato destro, sono disegnati tratti della vita del Santo: 1° Si vede sant'Uberto a cavallo, in costume da conte del palazzo di cui esercitava le funzioni alla corte di Teodorico III, re di Neustria; — 2° San Lamberto, vescovo di Maastricht, benedice il matrimonio del giovane Uberto con Floribanna, figlia del conte di Lovanio; — 3° Uberto caccia nella foresta delle Ardenne; il cervo, che insegue, si volta portando l'immagine di Cristo tra i rami del suo palco. Il cacciatore, colpito da sorpresa, cade in ginocchio e si sottomette alla volontà divina; — 4° Uberto, arrivato a Roma nel 696, è introdotto nella chiesa di San Pietro dal papa san Sergio, che lo consacra vescovo di Maastricht, successore di san Lamberto; — 5° San Pietro rimette a sant'Uberto una chiave d'oro, simbolo della potenza che gli è accordata di legare e di sciogliere sulla terra, e di guarire i furiosi; — 6° Sant'Uberto atterra, con il segno della croce, gli assassini di san Lamberto, venuti al suo incontro, al momento del suo ritorno da Roma, per togliergli la vita; — 7° Sant'Uberto, ministro di Colui di cui è scritto: « Il diavolo uscirà davanti ai suoi piedi », libera un ossesso; — 8° Un angelo, deputato della santa Vergine, rimette a sant'Uberto la Stola miracolosa; — 9° Sant'Uberto, sul suo letto di morte, espira, circondato da suo figlio e dai suoi servitori che scoppiano in lacrime. Questi bassorilievi sono trattati con molta audacia e molto talento; le loro proporzioni e la loro prospettiva sono di un effetto ammirevole.
## CULTO E RELIQUIE. — ABBAZIA DI SAINT-HUBERT.
ORDINE DEI CAVALIERI DI SANT'UBERTO. — LA SANTA STOLA, LA TAGLIA, NOVENA DI SANT'UBERTO, IL RIPOSO. — CONFRATERNITA DI SANT'UBERTO.
INDULGENZE.
Il corpo di sant'Uberto fu trasportato a Liegi, nella chiesa di San Pietro, dove rimase esposto per qualche tempo alla venerazione dei fedeli; poi fu deposto nel luogo che il Santo aveva designato, vicino all'altare Sant'Albino, nella chiesa collegiata di San Pietro, dove Dio non tardò a manifestare per diversi miracoli la santità del suo servitore. Nel 743, san Floriberto procedette all'esaltazione delle sue reliquie alla presenza di un concorso numeroso di fedeli. Il re Carlomanno volle assistere a questa cerimonia con tutta la sua corte. Il corpo fu trovato senza alcuna alterazione ed esalante un gradevole odore. Pieno di ammirazione per questo pegno della misericordia divina, il re volle ritirare lui stesso dalla fossa, con l'aiuto dei grandi della sua corte, questo corpo sacro e odorifero, e lo porta processionalmente nella chiesa. Si posero i resti del Santo in una nuova bara, e si depositò davanti all'altare maggiore, dove furono venerati per ottantadue anni. Il re fece in questa occasione ricchi doni alla chiesa di San Pietro, e le legò per testamento terre e numerose rendite. Questa esaltazione ebbe luogo il 3 novembre: si fissò in questo giorno la festa di sant'Uberto in tutta la Chiesa cattolica.
Il 21 settembre 825, il vescovo di Liegi, Walcand, aprì la tomba del Santo alla presenza di Ludovico il Pio e di una folla innumerevole di fedeli. Il corpo del santo Pontefice fu ritrovato nello stesso stato di conservazione in cui lo si era trovato durante la prima traslazione. La sua carne si era conservata tanto intatta quanto il giorno della sua inumazione. Questo corpo sacro fu poi trasportato in mezzo a una pompa straordinaria alla chiesa di San Lamberto, dove rimase di nuovo esposto per tre giorni alla venerazione dei fedeli. Dopo questo tempo, il vescovo rimise questo prezioso deposito tra le mani dei monaci di Andage, che lo trasportarono solennemente al loro monastero.
Arrivati alla loro destinazione, i monaci aprirono la bara e si assicurarono di nuovo che il corpo santo vi era intero; ne tolsero la stola miracolosa, il pastorale d'avorio, un sandalo, il pettine e il cornetto entrambi d'avorio; tutti oggetti che si mostrano ancora oggi, ad eccezione del sandalo. La preziosa spoglia fu poi deposta in una cappella ardente della chiesa, rialzata da Bérégise e riparata da Walcand. Appena il corpo di sant'Uberto fu arrivato ad Andage, che i popoli vennero in folla a pregare sui luoghi santificati dalla sua penitenza e dalla presenza delle sue auguste reliquie: questa tenera fiducia dei fedeli fu ricompensata da numerosi miracoli. Le guarigioni eclatanti ottenute per la sua intercessione e l'impiego della sua stola miracolosa, in malattie gravi e per morsi pericolosi, attirarono ad Andage una folla di pellegrini così grande, che questo pellegrinaggio fu presto messo nel numero dei più celebri pellegrinaggi del mondo cristiano. Il nome di Andage scomparve come per incanto davanti all'amore dei popoli per il nome di Saint-Hubert.
La piccola città di Saint-Hubert racchiude oggi circa 2.200 abitanti. La sua origine non deve risalire oltre l'817; la deve, con i suoi sviluppi successivi e le sue risorse, al monastero del luogo. Non era primitivamente che un cattivo villaggio di poveri e di lavoratori che vennero ad appoggiare le loro capanne ai muri del monastero di cui ricevevano il nutrimento, l'istruzione e terre tutte dissodate ed esenti da contributi. Quando le reliquie di sant'Uberto furono trasferite ad Andage (825), i numerosi miracoli che si operarono sulla sua tomba e soprattutto gli effetti meravigliosi della santa stola, vi attirarono una folla di pellegrini, di mercanti e di stranieri che a poco a poco vi fissarono le loro dimore per essere più vicini al patrocinio del Santo e del monastero: ciò che aumentò considerevolmente il numero delle capanne. Da allora il villaggio esiste; il santo patrono gli ha dato il suo nome; la sua prosperità aumenta con la reputazione della santa stola e con i benefici del monastero. Protetto costantemente dagli abati, questo villaggio arriva insensibilmente allo stato di città. Ancora oggi, la sua bella chiesa e le reliquie famose vi attirano da tutti i punti della cristianità un gran numero di pellegrini e di stranieri: ciò che costituisce in gran parte la risorsa degli abitanti. I ricchi bagliori del pastorale abbaziale non sono serviti di meno a crearvi qualche fortuna. Belle strade aperte recentemente la mettono in comunicazione con gli altri paesi e vi portano ogni giorno una folla di viaggiatori che, sebbene spaventati dal rigore del clima e dall'aspetto del suolo, si lasciano tuttavia attirare dalla celebrità del pellegrinaggio. Arrivando, tutto parla loro del patrono; le sue tracce, i suoi ricordi si incontrano ovunque; il suo nome è in tutte le memorie e su tutte le labbra, come su tutte le parti del monumento.
Il pellegrino pio si affretta ad andare a fare la sua preghiera davanti all'altare del Santo; il viaggiatore più curioso e meno pressato, si ferma a contemplare i sontuosi edifici del palazzo abbaziale; chiede l'origine dell'abbazia, i suoi progressi e la sua soppressione.
Ecco in quale occasione fu fondato il monastero di Andage, oggi Saint-Hubert: c'era al centro della foresta delle Ardenne, non lontano da una strada romana, un castello fortificato chiamato Ambra, capoluogo del dominio di Amberloux. San Materno, vescovo di Tongres, vi aveva eretto una chiesa e l'aveva dedicata a san Pietro. Gli Unni, devastando le Gallie, avevano demolito questo castello fortificato dalle fondamenta con la chiesa: non fu che rovine per duecentotrentasette anni. Bérégise, elemosiniere di Pipino di Herstal, avendo ottenuto da lui la donazione di questo luogo, andò a prendere possesso di Ambra nel 687, portando con sé monaci del monastero di Saint-Trond e alcuni amici fedeli. Aiutato dal loro concorso, dissodò questo deserto e lo rese abitabile. Rialzò dalle sue rovine la chiesa che esisteva un tempo in questo castello, e che san Materno aveva dedicata a san Pietro; diresse nel servizio di Dio la piccola comunità dei monaci. Tale fu l'origine del monastero di Andage, di cui Bérégise fu il fondatore e il primo abate.
Dopo la morte di Bérégise, il fervore si rallentò a poco a poco tra i monaci; gli edifici caddero in rovina, e presto il monastero non fu più abitato che da un piccolo numero di solitari, che ebbero ricorso al vescovo di Liegi, Walcand, affinché migliorasse la loro posizione. Questi fece riparare la chiesa e rialzare gli edifici che cadevano in rovina; vi aggiunse nuove costruzioni che estese un po' più a oriente, verso la fontana che diede il nome di Andage (Andalman o Andagium) al monastero. Nell'817, soppresse la comunità dei chierici di Andage e li rimpiazzò con religiosi Benedettini tratti dal monastero di San Pietro, a Liegi, fondato da sant'Uberto, ai quali accordò ricchi possedimenti e numerose rendite. Il monastero acquisì in poco tempo grandi beni. Già dall'825 all'837, diverse parrocchie contrassero l'abitudine di venire ogni anno in processione alla chiesa di San Pietro a Saint-Hubert, e di portarvi ciascuna la sua offerta. È anche a quest'epoca che bisogna riportare l'origine delle confraternite di Sant'Uberto, altra fonte di rendite per l'abbazia. Famiglie e province intere, desiderando mettersi sotto la protezione del Santo e avere parte alle preghiere dei religiosi, si impegnavano a pagare una rendita annuale a Saint-Hubert. Da lì è venuta l'espressione ancora usata, farsi arrenter, che significa oggi farsi iscrivere nella Confraternita di Sant'Uberto. Questa confraternita fu approvata e arricchita di indulgenze dai papi Giulio II, nel 1510, e Leone X, nel 1515. I duchi di Bouillon, i conti di Fiandra, di Namur, di Montaigu, di Durbuy, di Chiguy, di Mouson, si dichiararono i protettori e i difensori della chiesa di Saint-Hubert. Più tardi, Carlo V, Carlo il Temerario ed Enrico IV presero il monastero sotto la loro protezione. Quattordici sovrani Pontefici, da san Gregorio VII fino a Urbano VIII, diedero bolle o rescritti in favore dell'abbazia di Saint-Hubert, le accordarono numerosi privilegi e lanciarono anatema contro chiunque portasse offesa ai beni mobili o immobili che possedeva o avrebbe acquisito in futuro. Nel 1090, il monastero di Saint-Hubert brillò del suo più vivo splendore, e la Regola di San Benedetto vi fiorì con tutta la perfezione della vita religiosa. Saint-Hubert ha dato i natali ad alcuni uomini che si sono fatti un nome nelle lettere e nelle arti, e di cui tutta la gloria ritorna ancora al monastero; ha anche, in tutti i tempi, prodotto grandi uomini per governare altri monasteri. I Papi affidavano ai suoi abati missioni importanti.
Lo stato del monastero fu prospero fino a verso l'anno 1096. Allora, i suoi beni temporali furono dilapidati e il monastero stesso messo al saccheggio dagli agenti del simoniaco Otberto di Brandeburgo, principe-vescovo di Liegi. Verso il 1130, un incendio consumò la chiesa del monastero, che fu ricostruita dall'abate Gisleberto e terminata dal suo successore, Giovanni di Waha: fu la terza chiesa costruita nello stesso luogo. Fu anche verso quest'epoca che il monastero ricevette per donazione la forma detta Connerserie, situata a circa una lega a nord-est del monastero. È in questo luogo che sant'Uberto cacciando fece l'incontro del cervo miracoloso; è lì ancora che, secondo la tradizione più accreditata, passò diversi anni di penitenza. Una cappella costruita lì in memoria di questi due grandi fatti della vita del Santo consacrò a lungo questo ricordo; se ne vedevano ancora le rovine nel 1535. Dal 1200 al 1415, gli affari temporali del monastero furono ristabiliti considerevolmente; i costumi e la disciplina ricevettero ugualmente una felice riforma; ma la seconda metà del XV secolo fu ancora un'epoca di sventure e di sofferenze per il monastero. Il paese fu consegnato a tale disordine in seguito alle guerre, che spesso gente armata penetrava nell'abbazia, la saccheggiava, e arrivava fino a colpire e ferire i monaci. L'inizio del XVI secolo aprì una nuova era per il monastero. Nicola di Malaise, eletto abate nel 1503, ristabilì una disciplina severa e ottenne diversi privilegi dai papi Giulio II e Leone X. Un'urna d'argento, che un monaco abile aveva ornato d'oro e di pietre preziose, racchiudeva il corpo del Santo che rimaneva esposto nella chiesa alla venerazione dei fedeli. Il monastero, protetto dai Papi e dai principi temporali, prosperava sotto tutti i rapporti, quando, il 20 gennaio 1525, un incendio scoppiò nel borgo e consumò la maggior parte degli edifici del monastero e una gran parte della chiesa. In seguito a questo disastro, l'abate di Malaise concepì il disegno di elevare una più vasta e più bella chiesa di quella che il fuoco aveva appena distrutto. Non conservò di questa che le torri che fece riparare e il portale del transetto, e gettò le fondamenta della chiesa attuale. Si dice che le pietre di questa chiesa furono portate a grandi spese da Namur e da Maastricht. Quando si riparò la facciata, nel 1844, si dovettero ugualmente portare le pietre di Sprimont, vicino a Liegi.
Nel 1568, il monastero fu saccheggiato e la chiesa bruciata da una banda di Ugonotti; ma le reliquie furono messe in un luogo sicuro dai monaci avvertiti in tempo del loro avvicinarsi. Dopo il rientro dei religiosi, la comunità si trovò in tale stato di privazione, che l'abate si vide obbligato a vendere l'argenteria della chiesa, e anche l'urna d'argento che racchiudeva il corpo di sant'Uberto. Un nuovo incendio venne presto ad aumentare le perdite dell'abbazia, che ebbe ancora a subire ogni sorta di violenze da parte del consiglio provinciale del ducato di Lussemburgo. L'abate Giovanni di Bulla (1585-1599) rialzò le torri della chiesa che dotò di campane e di un bel carillon; riparò l'organo devastato dall'incendio degli Ugonotti e lo aumentò considerevolmente. Tuttavia il monastero ebbe ancora molto a soffrire dallo stato continuo delle guerre del XVI e del XVII secolo. L'allentamento della disciplina monastica ispirò all'abate Nicola di Fanson (1611-1633) l'introduzione di una nuova riforma (1618), che ricondusse i religiosi ostinati alla regolarità primitiva dell'Ordine di San Benedetto, e ricollocò il monastero al livello del suo antico splendore. L'abbazia era in uno stato prospero, quando nel 1633 un incendio venne di nuovo a consumare i quartieri dell'abate e dei fratelli, la biblioteca e un ricco mobilio. Sotto l'abate Cipriano Maréchal (1602-1686), la chiesa ricevette due altari in marmo, un jubé, un organo che esiste ancora e ricchi ornamenti sacerdotali. La volta della grande navata fu terminata (1683). Clemente Lefebvre (1686-1727) rimpiazzò la bella facciata gotica crollata in parte nell'incendio degli Ugonotti, con la facciata attuale; fece pavimentare di marmo il santuario e il coro, e iniziare la loro elegante chiusura in marmo, che non fu terminata che sotto il suo successore, Celestino di Joug (1727-1760). Questi costruì i bei edifici dell'abbazia così come si vedono ancora; ma il fasto della sua amministrazione trascina spese eccessive, che furono ancora aumentate dalle sfortunate speculazioni e dalle imprese infruttuose di Nicola Spirlet, ultimo abate di Saint-Hubert, che fu obbligato a emigrare in Prussia dove morì nel 1794. Infine arrivò il vandalismo repubblicano; i religiosi sono espulsi dall'abbazia (1796); con loro se ne va il ricco tesoro della chiesa e del monastero, i cui beni sono venduti a profitto della nazione. Nel 1807, la chiesa fu votata alla distruzione, ma fu ricomprata per essere resa alla pietà dei fedeli e al culto cattolico (1808), e Mons. Pisani, vescovo di Namur, la eresse in chiesa parrocchiale (1809). A partire da quest'epoca, la chiesa, privata di rendite sufficienti, ebbe molto a soffrire dai danni del tempo e dall'incuria degli uomini. Nel 1843, il re Leopoldo I, alla vista dell'edificio di cui riconobbe il merito architettonico, lo dotò magnificamente e da allora fu considerato come monumento nazionale. Quanto agli edifici dell'abbazia, dopo essere appartenuti alla provincia di Lussemburgo e a privati, sono rientrati nel dominio del governo che vi ha stabilito una casa penitenziaria per i giovani delinquenti.
Il culto e la guarigione dalla rabbia
La stola miracolosa di sant'Uberto è al centro di un culto specifico per la guarigione dalla rabbia, che implica i riti della "Taille" (incisione) e del "Répit" (tregua).
La reliquia principale, quella che attira soprattutto l'attenzione e il rispetto, è la stola appartenuta a sant'Uberto, che opera ogni giorno effetti meravigliosi. È racchiusa in una piccola scatola d'argento che ha sostituito un reliquiario d'oro di mirabile fattura. Secondo documenti antichi giunti fino a noi, si constata che la santa stola fu impiegata , fin dal IX sainte étole Reliquia inviata dalla Vergine Maria, utilizzata per curare la rabbia. secolo, come rimedio infallibile contro la rabbia, a condizione che il paziente avesse una fede sincera e osservasse le prescrizioni ordinate per questa guarigione. Vediamo dunque fin da allora l'usanza stabilita di recarsi in processione a Saint-Hubert: consuetudine nata in occasione di numerosi miracoli. Più il rumore di questi prodigi si diffondeva lontano, più si vedeva aumentare la folla di infelici di ogni genere che venivano a sollecitare la guarigione dai loro mali. La stola del Santo era conosciuta ovunque per i suoi effetti miracolosi. La sua virtù consiste principalmente nel preservare dagli effetti del veleno della rabbia coloro ai quali è stato trasmesso, sia dal morso di un animale affetto da questa terribile malattia, sia tramite sangue, bava, respiro, cibo infetto o in qualsiasi altro modo.
La medicina non ha alcun rimedio certo contro la rabbia; si limita a indicare precauzioni preventive per impedire che il virus rabbico venga assorbito e trasportato nella circolazione sanguigna. A Saint-Hubert si va più semplicemente per ottenere infallibilmente la guarigione dalla rabbia, indipendentemente dal modo in cui il virus sia stato assorbito. Ecco come si ottiene questa guarigione:
Non appena una persona si crede infetta dal veleno della rabbia, si reca a Saint-Hubert; se è stata morsa fino a sanguinare da un animale rabbioso, subisce l'op erazione la Taille Rito di incisione frontale per inserire una particella della stola contro la rabbia. chiamata "Taille"; se non è stata morsa fino a sanguinare, riceve il "Répit". Dopodiché la persona torna a casa e compie una novena. È certa della sua guarigione. Ecco come si svolge l'operazione della "Taille": Il cappellano pratica una piccola incisione sulla fronte della persona che è stata morsa; sollevando leggermente l'epidermide con l'aiuto di un punteruolo, introduce nell'incisione un minuscolo frammento della stoffa della santa stola e lo mantiene in posizione con una stretta benda di tela nera, che deve essere portata per nove giorni, ovvero durante la novena prescritta a Saint-Hubert.
Ecco i dieci articoli della novena di sant'Uberto: la persona a cui è stato inserito sulla fronte un frammento della santa stola deve osservare i seguenti articoli:
« 1° Deve confessarsi e comunicarsi sotto la guida e il buon consiglio di un saggio e prudente confessore che possa dispensarne; — 2° deve dormire sola in lenzuola bianche e pulite, oppure tutta vestita quando le lenzuola non sono bianche; — 3° deve bere in un bicchiere o altro recipiente particolare; e non deve abbassare la testa per bere a fontane o fiumi, senza tuttavia preoccuparsi se dovesse guardare o vedersi nei fiumi o negli specchi; — 4° può bere vino rosso, chiaro e bianco mescolato con acqua, o bere acqua pura; — 5° può mangiare pane bianco o altro, carne di un maiale maschio di un anno o più, capponi o galline anch'essi di un anno o più, pesci con le squame, come aringhe, aringhe affumicate, carpe, ecc.; uova sode; tutte queste cose devono essere mangiate fredde; il sale non è vietato; — 6° può lavarsi le mani e strofinarsi il viso con un panno fresco; l'usanza è di non farsi la barba durante i nove giorni; — 7° non bisogna pettinarsi i capelli per quaranta giorni, novena compresa; — 8° il decimo giorno, bisogna far togliere la benda da un sacerdote, farla bruciare e metterne le ceneri nella piscina; — 9° bisogna osservare ogni anno la festa di sant'Uberto, che è il terzo giorno di novembre; — 10° e se la persona ricevesse da qualche animale rabbioso la ferita o il morso che arrivasse fino al sangue, deve fare la stessa astinenza per lo spazio di tre giorni, senza che sia necessario tornare a Saint-Hubert; — 11° potrà infine dare "Répit" o dilazione di quaranta giorni a tutte le persone che sono ferite o morse fino a sanguinare o altrimenti infettate da qualche animale rabbioso ».
Questa novena è stabilita da tempo immemorabile. Si osserva da quando si ricorre a sant'Uberto. Dal IX secolo, fin dai tempi di sant'Uberto stesso, l'uso costante e stabilito era di praticare ciò che questa novena prescrive, per ottenere il beneficio segnalato che è sempre stato concesso a coloro che lo hanno chiesto tramite questa pratica. Non è legittimo concludere che questa novena esprima le disposizioni che sant'Uberto chiedeva a coloro che guariva durante la sua vita? Se l'osservanza della novena è una condizione della guarigione, è perché l'umiltà e l'obbedienza che fanno abbracciare pratiche che, lungi dall'avere nulla di riprovevole, contengono solo atti di pietà, prudenza e penitenza, dispongono l'anima a una fiducia più viva e meglio fondata, e quindi alle benedizioni di Colui che guarda gli umili con amore e distoglie lo sguardo dai superbi e dai disdegnosi.
Il "Répit" consiste nell'assicurare contro la rabbia le persone morse o altrimenti infettate da animali rabbiosi, finché non possano recarsi Le Répit Periodo di grazia spirituale concesso alle persone morse prima del pellegrinaggio. a Saint-Hubert per esservi definitivamente assicurate. La tradizione storica fa risalire l'origine del potere di dare il "Répit" fino a sant'Uberto. Si aggiunga a ciò che i fatti continui confermano ogni giorno questa tradizione. I cappellani che officiano nella cappella di Saint-Hubert e le persone che hanno subito la "Taille" possono sole dare questo "Répit".
I cappellani, legati all'opera di sant'Uberto, possono dare "Répit" a termine o a vita. — Le persone che hanno subito la "Taille" possono darlo solo per quaranta giorni, come indica la loro istruzione al n° 11; ma possono ripeterlo di quaranta in quaranta giorni. — Si sono viste persone morse fino a sanguinare accontentarsi di andare a chiedere il "Répit" ogni quaranta giorni, per trentotto anni, a una persona che aveva subito la "Taille" e che viveva a molte leghe di distanza, per poi venire dopo tale epoca a farsi praticare la "Taille" a Saint-Hubert.
Si concede il "Répit" alle persone morse da un animale che dà solo indizi dubbi di idrofobia, o alle quali il morso non ha fatto scorrere il sangue, o ancora alle persone che si credono infette dal veleno della rabbia in qualsiasi modo. — Si concede ancora ai bambini che non hanno fatto la loro prima comunione e che non sono preparati a farla, qualunque sia la loro ferita. — Di due bambini morsi fino a sanguinare dallo stesso animale rabbioso e nelle stesse circostanze, uno subisce la "Taille" perché può adempiere alle condizioni della novena; l'altro, troppo giovane, riceve il "Répit" a termine, e mai la fiducia nel "Répit" è stata tradita. Prima della scadenza del termine, deve tornare a Saint-Hubert per subire la "Taille" o ricorrere al "Répit" di quaranta giorni. — I genitori chiedono il "Répit" per i bambini piccoli: questa pratica era già in uso fin dal 1550.
Infine si dà il "Répit" alle persone prese dalla paura. Si conoscono abbastanza i tristi effetti che la paura trascina nel corpo e i disordini intellettuali che ne risultano. Il "Répit" non manca mai di risollevare il morale del paziente, di bandire interamente dal suo spirito la malattia della paura e di rassicurarlo contro il pericolo della rabbia, per quanto imminente gli sembri. Gli spiriti forti potranno vedere in questo "Répit" solo una vana cerimonia, una pratica puerile e irragionevole, ma non possiamo farci nulla. I risultati ottenuti ogni giorno sono lì, in piedi come muri inamovibili contro i quali vengono a infrangersi tutti i ragionamenti.
L'effetto prodotto dalla Santa Stola sulla rabbia dichiarata è che le persone che hanno subito la "Taille" hanno il potere, mille volte riconosciuto, di fermare, calmare e far morire gli animali rabbiosi senza esserne disturbate.
A Saint-Hubert si benedicono delle "Chiavi" o "Corni" che vengono toccati alla Santa Stola: è un ferro conico di circa dieci centimetri di lunghezza e cinque millimetri di spessore, terminato da una specie di sigillo che rappresenta un cornetto. L'uso di queste chiavi o cornetti è sufficientemente indicato nella seguente Istruzione:
« Non appena ci si accorge che un animale è stato morso o infettato da un altro, bisogna far arrossire il cornetto o la chiave al fuoco e imprimerlo sulla ferita stessa, se ciò si può fare comodamente, altrimenti sulla fronte fino alla carne viva, e tenere detto animale rinchiuso per nove giorni, affinché il veleno non possa dilatarsi a causa di agitazioni immoderate.
« Anche gli animali sani saranno marcati sulla fronte, ma non sarà necessario tenerli rinchiusi.
« Fatto ciò, qualcuno della famiglia, sia per uno o più capi di bestiame, inizierà lo stesso giorno a recitare, per nove giorni consecutivi, cinque Pater e Ave, in onore di Dio, della sua gloriosa Madre e di sant'Uberto. Durante tutto questo tempo si darà ogni giorno a detto animale, prima di ogni altro cibo, un pezzo di pane o un po' di avena benedetta da un sacerdote, in onore di sant'Uberto.
« La virtù meravigliosa di questi cornetti per il bestiame è sufficientemente constatata dall'esperienza quotidiana, e anche se, nonostante questa precauzione, la rabbia si comunicasse a tale animale, si vede che muore senza nuocere agli altri.
« Sarebbe un abuso, e queste chiavi sarebbero profanate, se si usassero per marcare uomini, o se si imprimessero su legno o altro, quando sono arrossate al fuoco, poiché sono benedette solo per marcare gli animali.
« Sarebbe un abuso credere che siano profanate quando le si lascia cadere a terra o le si tocca con la mano.
« È un abuso criminale servirsi dei cornetti o chiavi di sant'Uberto per guadagnare denaro o qualsiasi altro regalo. La sola intenzione di riceverne rende questi cornetti inutili per ottenere l'effetto che se ne spera, e di conseguenza sono profanati ».
È un fatto attestato da migliaia di testimoni che gli animali marcati sulla fronte con la chiave di sant'Uberto, se morsi da altri animali rabbiosi, non sono affatto da temere; poiché anche nel caso in cui la rabbia venisse loro comunicata, li si vede morire senza nuocere né alle persone né agli altri animali.
Per preservarsi dalla rabbia, si portano devotamente addosso oggetti benedetti e toccati alla Stola miracolosa di sant'Uberto, come croci, anelli, rosari, medaglie, ecc. Un altro mezzo molto usato per ottenere la protezione di sant'Uberto contro l'idrofobia è farsi iscrivere alla Confraternita di sant'Uberto.
Le indulgenze concesse sia ai confratelli e consorelle della Confraternita di sant'Uberto nelle Ardenne, già diocesi di Liegi, attualmente diocesi di Namur, sia agli altri fedeli che visitano la chiesa dedicata a questo grande Santo, sono le seguenti:
1° Indulgenza plenaria il primo giorno della loro ricezione nella suddetta Confraternita, a tutti coloro che, veramente penitenti e confessati, avranno fatto la comunione il suddetto giorno della loro ricezione.
2° Indulgenza plenaria a coloro che, in punto di morte, invocheranno devotamente e di cuore (se non possono a voce) il santissimo Nome di Gesù.
3° Indulgenza plenaria il giorno di sant'Uberto (festa principale della Confraternita), dai primi Vespri fino al tramonto del suddetto giorno, in favore di coloro che, con le stesse disposizioni di cui sopra, visiteranno la chiesa del suddetto Santo e pregheranno secondo le intenzioni del sovrano Pontefice.
4° Indulgenza di sette anni, e altrettante quarantene, a coloro che, essendo parimenti disposti come sopra, visiteranno la suddetta chiesa, nelle feste di Pentecoste, del Santissimo Sacramento, dell'Assunzione e dell'Immacolata Concezione della santa Vergine, e pregheranno secondo le intenzioni del sovrano Pontefice.
5° Indulgenza di sessanta giorni, a coloro che, col cuore almeno contrito, praticheranno devotamente qualche opera di pietà, come accompagnare il Santissimo Sacramento quando viene portato ai malati, o nelle processioni legittimamente autorizzate; insegnare agli ignoranti gli articoli della nostra fede e i comandamenti di Dio; recitare cinque volte il Pater e l'Ave Maria, sia per i malati o gli agonizzanti, sia per le anime dei Confratelli defunti; alloggiare i pellegrini, ecc. Questa indulgenza di sessanta giorni è concessa per ciascuna delle suddette opere di pietà, e tante volte quante le si eserciterà.
6° Indulgenza plenaria, una volta ogni anno soltanto, a tutti i fedeli di entrambi i sessi che, veramente contriti e confessati e comunicati, visiteranno devotamente la suddetta chiesa di sant'Uberto nelle Ardenne, e vi pregheranno per la concordia tra i principi cristiani, l'estirpazione delle eresie e l'esaltazione della nostra Madre la santa Chiesa.
7° Indulgenza plenaria a tutti i fedeli che, veramente contriti e confessati e comunicati, visiteranno devotamente ogni anno la suddetta chiesa, il giorno della festa di sant'Uberto e i nove giorni consecutivi che precedono immediatamente, e vi pregheranno per i fini ordinari espressi al n° 6. Questa indulgenza plenaria non può essere guadagnata che una sola volta all'anno, nello spazio dei suddetti giorni, a scelta di ogni fedele.
8° Remissione di duecento giorni di penitenze ingiunte o altrimenti dovute, in qualsiasi modo, durante ciascuno degli altri otto giorni designati al n° 7, concessa nella forma consueta della chiesa ai suddetti fedeli che, almeno contriti, visiteranno la suddetta chiesa e pregheranno come sopra.
Per poter guadagnare le indulgenze indicate nei primi cinque numeri di cui sopra, che sono concesse a perpetuità, secondo un Rescritto apostolico del 7 settembre 1814, bisogna essere della Confraternita. Le altre indulgenze menzionate ai nn. 6, 7 e 8, concesse ad septennium, con due Brevi dati a Roma il 9 settembre 1814, possono essere guadagnate senza essere della suddetta Confraternita.
È una tradizione universale nel monastero, nella Chiesa di Liegi e ovunque il Santo sia conosciuto, che il suo corpo sia nascosto in una cripta segreta della chiesa dove fu posto per misura di prudenza, e che i monaci che conoscevano il suo rifugio, visti i disordini dei tempi, abbiano portato il segreto con loro nella tomba. Fu solo verso la fine del XVI secolo che l'urna che conteneva i suoi resti sacri non fu più esposta alla venerazione dei fedeli.
Autray, un tempo abbazia di canonici regolari e attualmente seminario minore della diocesi di Saint-Dié, possiede un osso del piede o della mano, attribuito a sant'Uberto. Questa reliquia fu oggetto di un pellegrinaggio considerevole. La cappella di sant'Uberto, a volta piatta con cassettoni, esiste ancora; è dell'epoca del Rinascimento e dello stesso stile della cappella dei Vescovi nella cattedrale di Toul; era ornata da vetrate dipinte molto notevoli, delle quali solo una parte si vede al museo di Épinal. Nel 1495, i religiosi di Saint-Hubert nelle Ardenne attaccarono la verità della reliquia di Autray, sostenendo che il corpo del santo vescovo di Tongeren riposava intero nel loro monastero. La questione fu discussa davanti al vescovo di Basilea, poi, nel 1513, davanti al vescovo di Toul; qualche anno più tardi fu portata alla corte di Roma. Non fu giudicata nel merito. Infatti, tali questioni non possono essere risolte da una sentenza d'autorità. La reliquia di Autray, che ha un possesso notorio di secoli, non può essere spossessata se non con l'esibizione del corpo di sant'Uberto intero, e senza alcuna alterazione in nessuno dei suoi membri; ora, a Saint-Hubert delle Ardenne non si è in grado di fornire la prova di questa affermazione avanzata quasi quattro secoli fa.
Dal 1792, la reliquia di sant'Uberto dell'abbazia di Autray si conserva nella chiesa parrocchiale di Rambervillers, che ne dista dieci chilometri. In quella data, un sacerdote di questa città, a cavallo e seguito da un certo numero di cavalieri, ne fece il prelievo e la traslazione nel momento in cui non avrebbe mancato di perire per sempre. Quest'ultimo fatto, che sarebbe stato curioso da raccontare, è del tutto notorio nella contrada, ma non è stato ancora constatato da alcun atto.
Limé, nel cantone di Braine, possiede una reliquia di sant'Uberto, vescovo di Liegi, morto nel 727. Ognuno sa che questo santo vescovo è specialmente invocato contro la rabbia; è ciò che, da diversi secoli, ha portato a Limé un gran numero di pellegrini. Si presume che all'epoca in cui le incursioni dei Normanni inquietavano la pace dei monasteri del Nord, i religiosi della celebre abbazia di Saint-Hubert, nelle Ardenne, trasportarono a Limé le reliquie del loro santo patrono, e che, per riconoscenza, diedero un suo osso alla chiesa del luogo.
« Queste sante reliquie », dice un antico verbale, redatto nel 1735 per ordine del vescovo di Soissons, « sono state da tempo immemorabile venerate dai popoli, sotto l'invocazione di sant'Uberto, in particolare da coloro che avevano avuto la sventura di essere morsi da bestie rabbiose; i quali hanno spesso risentito la protezione di questo grande Santo, non avendo subito alcun danno dalle loro ferite; fatti che è facile provare con i soggetti ancora esistenti, che non cessano di pubblicarlo, recandosi assiduamente ogni anno, per riconoscenza, al suddetto Limé, luogo del suo culto, ecc. »
Gli abitanti di Limé sostengono per tradizione che mai nessuna bestia rabbiosa ha commesso il minimo danno nel territorio del loro comune.
Ci siamo serviti, per rivedere e completare questa biografia, del *Pèlerinage de Saint-Hubert en Ardennes*, dell'abate Bertrand; delle *Antiquités du diocèse de Soissons*, dell'abate Lequeux; e delle *Notes* fornite dall'abate Deblaye, parroco di Imling.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Conte di palazzo alla corte di Teodorico III
- Matrimonio con Floribanne nel 682
- Conversione miracolosa attraverso la visione di un cervo crocifero nelle Ardenne
- Ritiro monastico nella foresta delle Ardenne (689)
- Pellegrinaggio a Roma e consacrazione episcopale da parte di papa Sergio I
- Traslazione delle reliquie di san Lamberto a Liegi
- Fondazione della città di Liegi
Miracoli
- Visione del cervo crocifero
- Ricevimento di una stola di seta bianca portata da un angelo per conto della Vergine
- Guarigione di una donna con le mani contratte a Vivoch
- Estinzione di un incendio tramite il segno della croce
- Dono di guarire la rabbia
Citazioni
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Uberto, Uberto, fino a quando inseguirai le bestie nelle foreste?
Voce celeste durante la visione del cervo -
O felici affronti, il dispiacere con Gesù Cristo!
Risposta alle derisioni dei mondani