4 novembre 16° secolo

San Carlo Borromeo

ARCIVESCOVO DI MILANO E CARDINALE

Arcivescovo di Milano e Cardinale

Festa
4 novembre
Morte
3 novembre 1584 (naturelle)
Epoca
16° secolo

Nipote di papa Pio IV, Carlo Borromeo divenne arcivescovo di Milano e fu una delle figure maggiori della Controriforma. Si distinse per il suo zelo nell'applicare i decreti del Concilio di Trento, la sua carità inesauribile durante la peste del 1576 e la sua vita di austerità radicale. Fondatore di numerosi seminari e collegi, morì a 46 anni, esausto per i suoi lavori apostolici.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 9

SAN CARLO BORROMEO,

ARCIVESCOVO DI MILANO E CARDINALE

Vita 01 / 09

Origini e formazione

Nascita di Carlo Borromeo nel 1538 in un'illustre famiglia milanese e i suoi primi anni segnati da una precoce pietà e dagli studi di diritto a Pavia.

Carlo Borromeo nacque al castello di Arona, situato sul Lago Maggiore, il 2 ottobre dell'anno 1538. Ebbe per padre il signore Gilberto Borromeo, conte di Arona, gentiluomo milanese, buon cattolico e molto pio, che alcuni fanno discendere dagli antichi re d'Italia e da un grande capitano, chiamato Vitaliano, il quale, per aver salvato Roma dalla furia di Totila, era stato chiamato Borromeo, cioè buon romano. Sua madre fu Margherita, dell'illustre famiglia dei Medici di Milano, alleata a quella di Firenze. Era sorella del famoso Giacomo de' Medici, castellano di Musso e marchese di Marignano, che ha riempito tutto il XVI secolo della gloria delle sue belle imprese militari, e di Giovanni Angelo de' Jean-Ange de Médicis Papa che ha autorizzato il culto di Corrado. Medici, che fu elevato al Soglio apostolico sotto il nome di Pio IV.

La nascita di questo bambino fu resa illustre da una chiarezza straordinaria e da un fuoco celeste che apparve sul castello di Arona, nel momento in cui venne al mondo, due ore prima dell'alba. Diede, fin dai suoi anni più teneri, segni evidenti dell'alta santità che avrebbe posseduto un giorno; poiché fin da allora, lo si vedeva portarsi talmente alla devozione, che non si poteva rallegrarlo maggiormente se non dandogli la libertà di impiegarsi in opere di pietà. Suo padre comprese da ciò che il cielo lo aveva destinato alla Chiesa, e non appena poté ricevere la tonsura clericale, gli fece indossare la tonaca. Suo zio, Giulio Cesare Borromeo, gli rassegnò anche la sua abbazia di San Gratiniano e San Felino, al fine di assecondare le buone inclinazioni che aveva per lo stato ecclesiastico. Carlo, senza sapere che essere abate significa essere padre, lo fu, non dei suoi religiosi, che non poteva ancora governare, ma degli indigenti che poteva soccorrere con la sua carità. All'età di dodici anni, cominciò a conoscere che le rendite ecclesiastiche sono il patrimonio dei poveri, e che sottrarle loro significa commettere un furto e un sacrilegio. Pertanto, avvertì liberamente suo padre di non impiegare le rendite del suo beneficio per i bisogni della sua famiglia, ma di lasciargliene tutta la disposizione per fare elemosine; ed era in ciò così religioso che, se talvolta quel signore gli aveva preso in prestito qualcosa per un pagamento urgente, egli aveva tanta cura di farselo restituire, come se fosse stato un estraneo.

La sua giovinezza trascorse in una grande innocenza e in una perfetta integrità di costumi. La sua modestia e la sua onestà rapivano tutti, ed era così riservato e attento su se stesso, che non lo si sentì mai proferire una menzogna né una parola indecente. Per quanto giovane fosse, lavorò alla riforma della sua abbazia, e vi riuscì così mirabilmente, che non si sarebbe potuto attendere di più da una persona già consumata in prudenza, in autorità e in santità. Gli esercizi di pietà non gli impedirono di dedicarsi molto accuratamente allo studio. Avendo fatto le sue lettere a Milan Pavie Città d'Italia, sede vescovile del santo e luogo di conservazione delle sue reliquie. o, andò a Pavia, dove apprese l'uno e l'altro diritto sotto il dotto Francesco Alciato. Non c'era nulla di così dissoluto come gli scolari di quell'Università; ma Carlo ne uscì puro come vi era entrato, e non poté nemmeno essere scosso dalle sollecitazioni di una persona malvagia, che uno dei domestici di suo padre, morto durante quel periodo, ebbe la temerità di far entrare nella sua camera.

Vita 02 / 09

Carriera a Roma e Concilio di Trento

Chiamato dallo zio Papa Pio IV, divenne cardinale e arcivescovo di Milano a 22 anni, svolgendo un ruolo chiave nella conclusione del Concilio di Trento.

Contemporaneamente al suo dottorato a Pavia, suo zio, Gian Angelo Medici, fu eletto e incoronato Papa a Roma. Egli ricevette questa notizia con tanta modestia e riserbo come se gli fosse stata indifferente. E ricorse subito all'adorabile sacramento dell'Eucaristia, per trarne forza e non perdersi nelle grandezze che sembravano essergli preparate. Il nuovo Papa, subito dopo, lo chiamò a sé, lo fece protonotario partecipante, di entrambe le firme, cardinale di San Vito e San Modesto, e infine arcivescovo di Milano. Gli affidò anche, come al suo caro nipote, sebbene avesse solo ventidue anni, l'intera amministrazione degli affari del suo pontificato. Carlo si fece carico di questi grandi incarichi, non per ambizione, ma per pura obbedienza; né confidando nelle proprie forze, ma appoggiandosi solo al soccorso della divina Bontà. Il Papa era felice di avere un ministro così giusto e fedele. Non doveva temere né che fosse corrotto da doni, né che fosse conquistato da lusinghe, né che, per crearsi delle clientele, concedesse alcunché contro il suo dovere e contro le regole ecclesiastiche. Nulla poteva scuoterlo; e poiché non aveva altro scopo che la maggior gloria di Dio e il ristabilimento dell'antica disciplina della Chiesa, non poteva piegarsi quando gli venivano chieste grazie che vi si opponevano.

Inizialmente, tuttavia, cedendo in parte alla consuetudine, si alloggiò, si vestì e si arredò con una certa magnificenza, come per sostenere la sua qualità di principe, di cardinale e di nipote del Papa; ma la morte del conte Federico, suo fratello, che Sua Santità aveva pure chiamato a Roma per colmarlo di tutti gli onori di cui un principe laico sia capace, lo disilluse completamente da tali vanità. Quando si credeva che avrebbe lasciato il cappello cardinalizio per sposarsi, non essendoci altri che potesse mantenere la grandezza della sua famiglia, ricevette gli ordini sacri e persino il sacerdozio, consacrandosi così a Dio in modo irrevocabile. Prima di celebrare il suo primo sacrificio, fece gli esercizi spirituali sotto la guida del reverendo Padre Ribera, gesuita, e ricevette da lui le istruzioni necessarie per ben praticare l'orazione mentale, non volendo mancare di farla due volte al giorno. Il Papa, riconoscendo da ciò la sua costanza e fermezza nella risoluzione di servire la Chiesa, gli cambiò il titolo cardinalizio e gliene diede uno sacerdotale, che fu quello di Santa Prassede. Lo fece anche gran penitenziere della Chiesa romana, arciprete di Santa Maria Maggiore, protettore della Germania inferiore, del regno del Portogallo, delle province delle Fiandre, dei cantoni svizzeri cattolici e di vari Ordini religiosi, vale a dire: di quelli di San Francesco, degli Umiliati, dei canonici regolari di Santa Croce di Coimbra, dei cavalieri di Malta e dei cavalieri della Croce di Gesù Cristo in Portogallo, infine, legato di Bologna, della Romagna e della Marca di Ancona. Questi onori non lo abbagliarono affatto, e sebbene dividessero il suo spirito in un'infinità di affari diversi e spesso molto spinosi, gli lasciavano sempre abbastanza applicazione per adempiere perfettamente a ciascuno di essi in particolare. Una delle principali di cui si occupò fu la conclusione del santo Concilio di Trento, che, iniziato nel 1545 sotto il Papa Paolo III, poté esser e terminato solo nel 15 saint Concile de Trente Concilio ecumenico della Chiesa cattolica volto a rispondere alla Riforma. 63, sotto il Papa Pio IV.

Missione 03 / 09

La grande riforma della diocesi di Milano

Ritorno a Milano per restaurare la disciplina ecclesiastica, riformare il clero corrotto e imporre i decreti tridentini nonostante le resistenze.

Non potendo lasciare Roma, dove il Sommo Pontefice lo tratteneva per il bene della Chiesa universale, inviò a Milano, in qualità di vicario generale, Nicola Ormaneto, dotto giureconsulto, uomo prudente e ricolmo dello spirito di Dio. Questo eccellente ecclesiastico, avendo trovato la diocesi in un deplorevole disordine, si applicò per qualche tempo a riformarla; ma poiché la malattia era troppo grave per essere guarita in assenza del medico, scrisse al nostro Santo che era assolutamente necessario che visitasse il suo gregge per rimediare ai disordini da cui era tutto sfigurato. Carlo, che fino ad allora non aveva potuto ottenere dal Papa il permesso di recarsi a Milano, glielo chiese di nuovo con istanze così pressanti e, per così dire, così importune, che la ottenne infine come per forza. Si recò dunque nella sua città metropolit ville métropolitaine Città italiana dove il santo possiede un altare e una festa annuale. ana, dove fu ricevuto con un'allegrezza e una pompa straordinarie. In seguito celebrò il suo primo concilio provinciale, al quale presenziarono alcuni cardinali e tutti i vescovi della sua provincia, sia di persona che tramite delegati, e vi fece stabilire saggi regolamenti per la correzione dei costumi dei fedeli e per il ristabilimento della disciplina ecclesiastica. Dopo questo concilio, intraprese la visita al suo gregge per conoscere personalmente i suoi bisogni e ciò che occorreva fare per impedire che andasse interamente perduto. Ma mentre era occupato in questa funzione, ricevette un nuovo ordine da Sua Santità di recarsi a Trento per rendere omaggio alle serenissime principesse Giovanna e Barbara, sorelle dell'imperatore Massimiliano, che venivano a sposarsi in Italia, e di recarsi da lì a Roma, dove lo attendeva. Era la Divina Provvidenza che lo chiamava in quella città, non per continuare le sue applicazioni al governo universale della Chiesa, ma per assistere suo zio in punto di morte e per lavorare nel Conclave per dargli un successore. Fece l'una e l'altra cosa con grande successo. Amministrò egli stesso gli ultimi sacramenti a Sua Santità e, non avendola lasciata fino al suo ultimo respiro, le chiuse gli occhi e si prese cura della sua sepoltura. Poi, entrato nel Conclave senza altro scopo che quello di procurare la gloria di Dio, vi fece eleggere Papa il cardinale Michele Ghisleri di Alessandria, religioso dell'Ordine di San Domenico, che prese il nome di Pio V.

Non appe Pie V Successore di Pio IV, sostenne Carlo Borromeo nelle sue riforme. na il nuovo Papa fu incoronato, Carlo Borromeo chiese il permesso di ritornare alla sua Chiesa, dove, come aveva appreso per sua esperienza, la sua presenza era assolutamente necessaria. Fu solo con fatica che lo ottenne, perché san Pio V, che lo stimava e lo amava singolarmente, desiderava averlo sempre accanto a sé; ma non fu possibile resistere alle sue ragioni e alle sue preghiere. Si recò dunque al più presto a Milano e, senza indugiare un momento, cominciò a mettere mano all'opera per strappare dal suo campo i rovi e le spine che la negligenza dei pastori vi aveva lasciato crescere. L'uso dei sacramenti ne era quasi bandito; il libertinaggio vi era pubblico, senza che ci si preoccupasse di reprimerlo o di punirlo; le chiese erano profanate dalle empietà che vi si commettevano senza alcun timore. I preti erano ancora più sregolati del popolo; la loro ignoranza era così grande che la maggior parte non conosceva le forme dei sacramenti; alcuni addirittura non credevano di essere obbligati a confessarsi, poiché confessavano gli altri. L'ubriachezza e il concubinato erano molto comuni tra loro, e vi aggiungevano senza sosta sacrilegi esecrabili con l'amministrazione dei sacramenti e la celebrazione dei santi Misteri in uno stato così criminale e scandaloso. Non vi era quasi più regolarità nei chiostri: la proprietà, l'incontinenza e la dipendenza ne avevano oscurato la bellezza. La maggior parte dei religiosi non aveva della propria professione che l'abito, e per di più ne smentivano la santità con la sua forma tutta secolare e la sua delicatezza tutta mondana. I monasteri femminili erano aperti a ogni sorta di dissolutezza: ognuno vi entrava liberamente; vi si facevano danze e banchetti magnifici, e la castità non vi era certo più al sicuro che nei luoghi di perdizione. Infine, la giurisdizione ecclesiastica era stata talmente trascurata ed era giunta a tale disprezzo, che non ci si curava affatto dei suoi giudizi né delle sue censure.

La prima cosa che fece san Carlo per rimediare a tanti mali fu di far pubblicare in tutta la sua diocesi i decreti del santo Concilio di Trento e quelli del suo primo Concilio provinciale, che avevano molta conformità tra loro, affinché nessuno li potesse ignorare e non si trovasse male che egli si applicasse accuratamente a farli mettere in esecuzione. Per far riuscire questa grande e difficile impresa, cominciò la sua riforma dalla propria persona e dalla sua famiglia; si liberò di un gran numero di ufficiali e domestici che aveva al suo servizio, secondo l'eminenza della sua condizione, e prese al loro posto una bella compagnia di ecclesiastici, per la maggior parte dottori in teologia o in diritto canonico, e destinati al servizio della sua diocesi; vendette i suoi mobili più preziosi e tenne solo quelli che gli erano necessari. Cambiò i suoi abiti sfarzosi, che aveva preso solo per conformarsi agli altri cardinali, e non volle più portarne che di semplici e senza sfarzo. Lasciò tutti i benefici di cui suo zio aveva voluto arricchirlo, eccetto quelli che giudicò adatti per delle fondazioni, e di cui tuttavia distribuiva tutte le rendite ai poveri. Di molte pensioni che aveva, non si riservò che quella di cui il re di Spagna lo aveva gratificato sull'arcivescovado di Toledo. Vendette persino una parte del suo patrimonio e rimise quasi tutto il resto nelle mani dei suoi zii, con il solo obbligo di una rendita vitalizia per l'assistenza dei seminari, delle scuole di carità, degli ospedali, delle case religiose e dei mendicanti. Infine, aveva ottantamila lire di rendita, che ridusse a ventimila, e non trattenne nemmeno questa quarta parte se non perché gli occorrevano beni per gli stabilimenti che il suo zelo e la sua carità gli ispiravano.

Il regolamento che impose nella sua casa è ammirevole. Non solo non vi tollerava affatto il vizio, ma voleva che ognuno vivesse in una singolare riservatezza e modestia, e vi si studiasse alla perfezione; il giuramento, la dissolutezza, il gioco e le liti ne erano interamente banditi. Era composta da circa cento ecclesiastici, che tutti avevano i loro impieghi diversi all'interno o all'esterno, e da alcuni laici per i bassi servizi. Le ore della preghiera vocale e mentale e dell'esame di coscienza vi erano regolate, e nessuno avrebbe osato assentarsi da questi esercizi senza permesso. I preti erano obbligati a confessarsi ogni settimana e a dire ogni giorno la messa: e coloro che non lo erano erano obbligati ad ascoltarla, a dare ogni mese un certificato per iscritto che si erano confessati e a ricevere poi la comunione dalla mano del loro beato maestro. Si mangiava solo in comune e, durante il pasto, si faceva sempre la lettura di un libro spirituale, per nutrire l'anima insieme al corpo. I cibi che vi si servivano erano buoni e puliti, ma per nulla delicati. Si faceva magro tutti i mercoledì dell'anno e durante l'Avvento che cominciava a San Martino; si digiunava tutti i venerdì, oltre a diversi giorni di devozione, come alle vigilie di tutti i santi vescovi di Milano, che erano in numero di trentasei. I chierici erano tutti vestiti di lana e non era loro permesso portare seta né altre stoffe preziose. I laici erano vestiti di nero e sempre in maniera molto modesta. Il Santo non ammetteva in questa compagnia che persone di una saggezza e di una pietà riconosciute. Ne aveva una cura estrema, li visitava spesso nelle loro camere e non soffriva che mancassero di nulla nelle loro malattie; li ricompensava magnificamente, ma non voleva che si aspettassero di avere da lui alcun beneficio. Faceva frequentemente con loro conferenze e congregazioni per conoscere lo stato della sua casa e del suo gregge, e per studiare i mezzi per sradicarne il male e farvi nuovi progressi nel bene. Infine, questa compagnia era così onorevole che ne sono usciti diversi grandi uomini, tra gli altri un cardinale e più di venti vescovi, la maggior parte dei quali sono stati impiegati, dalla Santa Sede apostolica, nelle prime nunziature d'Europa.

Se san Carlo si applicava con tanta prudenza e zelo al buon regolamento della sua casa, non aveva meno cura di quello della casa di Dio. Poiché la città di Milano era la sua metropoli, credette che fosse da essa che bisognava cominciare la riforma. La rinnovò interamente con la visita esatta della sua cattedrale e dei capitoli, delle parrocchie e dei monasteri femminili che ne componevano lo stato ecclesiastico. Ristabilì l'ufficio divino nella sua chiesa e lo splendore che doveva avere, aumentando le prebende, convertendo una parte del patrimonio in distribuzioni ordinarie, per obbligare i canonici a lasciare i loro altri benefici e a rendersi assidui al coro. Ne mostrò l'esempio per primo, trovandosi alle ore canoniche, quanto il peso dei suoi grandi affari glielo poteva permettere. Cercò di persuaderli a vivere insieme e offrì per questo di mettere tutto il suo reddito in comune. Alcuni vi acconsentirono; ma resistendo la maggior parte, questo bel disegno non poté essere eseguito. Abbellì notevolmente la sua cattedrale, che si chiama comunemente il Duomo; vi fece rialzare l'altare maggiore, ornare tutte le cappelle, accomodare propriamente la navata e fabbricare un bel battistero di pietra di porfido. Ne corresse il canto e la musica, e li rese più devoti e più maestosi. Ne aumentò il servizio con predicazioni, benedizioni e processioni che vi istituì, per occupare santamente il popolo nei giorni di festa e distoglierlo dalla dissolutezza. Vi creò anche tre nuove prebende: una teologale, per predicare pubblicamente tutte le domeniche e fare due volte la settimana una lezione di teologia ai chierici; una penitenziaria, per assolvere dai casi riservati e presiedere alle conferenze dei casi di coscienza; e una dottorale, per insegnare agli ecclesiastici il diritto canonico e far loro apprendere le ordinanze della Chiesa.

Distribuì tutta la città per quartieri e in ciascuno stabilì persone che avessero cura di vegliare sui costumi di coloro che vi dimoravano e sulle necessità dei poveri vergognosi, affinché fossero soccorsi nei loro bisogni, sia per l'anima che per il corpo. Riformò le confraternite antiche che si applicavano a diverse opere di pietà e le riunì nello spirito originario della loro istituzione, dal quale erano quasi interamente decadute. Ristabilì il suo tribunale ecclesiastico e lo riempì di ufficiali prudenti e generosi, ai quali ordinò non solo di punire gli ecclesiastici che si allontanassero dal loro dovere, ma anche di imprigionare e castigare i laici che rimanessero ostinati in sregolatezze pubbliche e scandalose; ma la sua cura principale fu di fondare ovunque scuole cristiane, dove gli elementi della nostra religione fossero insegnati gratuitamente, e fu grazie a questa istituzione che l'ignoranza fu bandita da Milano e da tutta la diocesi, e che i fanciulli vi divennero più dotti nelle verità del Cristianesimo di quanto lo fossero prima i pastori.

I monasteri femminili cambiarono volto grazie alle cure che vi apportò. Ne fece giardini chiusi e fontane sigillate, dove i secolari non avevano più la libertà di entrare per appassirne i fiori e togliere loro il profumo e la bellezza. I libertini che vedevano queste caste colombe strappate dai loro artigli fecero molto rumore. Alcune fanciulle stesse ne mormorarono dapprima, sotto pretesto dei loro privilegi, non considerando che il santo arcivescovo aveva poteri straordinari e che, in difetto dei loro superiori, era in diritto di ridurle all'osservanza delle loro regole; ma Carlo si condusse in questo affare con tanta prudenza, saggezza e dolcezza che le conquistò tutte; la libertà di cui avevano goduto prima fece loro orrore; la loro clausura, ordinata dal Concilio di Trento, non sembrò loro una prigione fastidiosa, ma una separazione onorevole dalla gente del mondo, e trovarono infine la perfetta comunità più comoda della loro antica proprietà.

Il nostro Santo non trovò la stessa facilità nel riformare gli uomini. I canonici di una chiesa collegiata, chiamata della Scala, sotto un falso pretesto di esenzione, gli fecero insolenze strane. Le sopportò con un'umiltà e una pazienza che stupì tutto il mondo e che riempì di ammirazione i suoi stessi nemici; ma, come perdonò loro le ingiurie che avevano fatto alla sua persona, punì severamente e con il rigore delle pene canoniche quelle che avevano fatto alla sua dignità; infine, i rivoltosi furono costretti a umiliarsi e a subire il giogo che egli non voleva imporre loro se non per rendere alla loro chiesa l'antico splendore che aveva perduto.

Vita 04 / 09

L'attentato degli Umiliati

Tentativo di assassinio da parte di un membro dell'ordine degli Umiliati, contrario alle sue riforme, dal quale scampa miracolosamente.

La furia dei F ratelli Umiliat Frères-Humiliés Ordine religioso soppresso dopo aver tentato di assassinare l'arcivescovo. i, di cui era protettore, si spinse oltre. Non si potevano più chiamare religiosi, poiché i superiori, che essi chiamavano prevosti, si erano resi proprietari di tutti i beni delle case, come a titolo di beneficio, e quel poco che restava degli inferiori erano persone senza regola che, essendo state viziose nel mondo e quasi tutte tratte dalla feccia del popolo, avevano abbracciato questo stato solo per seguire più liberamente le proprie passioni. Il Santo emanò, per riformarli, delle ordinanze molto sagge, secondo le quali tutti i loro beni dovevano essere in comune e i loro superiorati solo triennali. La maggior parte si sottomise a questi regolamenti, e vi era speranza che questa congregazione riprendesse il suo antico splendore; ma alcuni dei prevosti, non potendo tollerare questa riforma, decisero di sbarazzarsi del riformatore. Un assassino entrò nella cappella dove egli stava recitando le preghiere della sera con i suoi domestici e gli sparò un colpo di archibugio a sole quattro braccia di distanza; una delle palle gli diede un forte colpo alla schiena, ma, per un miracolo della divina Provvidenza, non fece che annerire il suo rocchetto e cadde così ai suoi piedi. Un'altra palla penetrò fino alla carne, ma causò solo una tumefazione e non vi entrò affatto. Il Santo non si mosse più di quanto avrebbe fatto se il colpo avesse colpito un altro; fece terminare la preghiera e vi rimase costantemente senza turbarsi, il che diede modo all'assassino di fuggire segretamente senza che si riconoscesse allora chi fosse. Questo incidente fece grande rumore in città e anche in tutte le corti d'Europa. Il governatore di Milano, sebbene avesse avuto grandi divergenze con il Santo per i confini della giurisdizione ecclesiastica e di quella reale, venne nondimeno a offrirgli tutto il suo potere per la sicurezza della sua persona. Egli lo ringraziò per le sue offerte, ma protestò che non chiedeva né voleva alcuna vendetta. In effetti, non fece perseguire l'assassino e, quando fu preso, impiegò preghiere e lacrime per ottenergli la grazia, cosa che la giustizia tuttavia non poté concedergli.

Fondazione 05 / 09

Educazione e fondazioni religiose

Creazione di seminari, scuole cristiane e appello a nuovi ordini come i Gesuiti e i Teatini per trasformare la vita spirituale.

Se i disordini di Milano erano grandi, quelli della campagna e delle altre città della diocesi lo erano ancora di più. Per porvi un rimedio efficace e sovrano, si servì di quattro diversi mezzi che riuscirono mirabilmente. Il primo fu la visita generale di tutte le sue parrocchie. La compì così esattamente e con tanto zelo e un lavoro così straordinario, che non c'è da stupirsi se ne trasse un grandissimo frutto. Quella delle tre valli della Svizzera, dipendenti dalla sua giurisdizione, fu del tutto apostolica. L'ignoranza vi era estrema, il vizio vi aveva gettato profonde radici, e i luoghi erano orribili e quasi inaccessibili; ma egli andò ovunque, e ovunque portò la luce del Vangelo, il timore di Dio, il desiderio della salvezza e una santa rinnovazione che mise quegli uomini barbari e selvaggi sulle vie dell'eternità beata. Ebbe ancora più pena nelle altre gole delle Alpi, dove il veleno dell'eresia si era già insinuato e aveva portato con sé il più sfrenato libertinaggio. Era obbligato ad andare a piedi e spesso con ramponi di ferro alle scarpe per arrampicarsi sulle rocce o tenersi fermo tra i precipizi; talvolta anche a trascinarsi sulle ginocchia o a farsi portare in mezzo ai torrenti per passare sicuramente in luoghi molto pericolosi. Dopo mille fatiche, non trovava ordinariamente per nutrimento che pane nero e secco, acqua di neve, castagne e qualche altro frutto grossolano di quelle montagne. Tuttavia nulla era capace di scoraggiarlo, né di impedirgli di adempiere a tutti i suoi doveri di visita: predicava, faceva il catechismo, celebrava la messa pontificalmente, ascoltava le lamentele dei popoli, istruiva i parroci, benediceva le chiese, i cimiteri, le campane e gli ornamenti d'altare, andava nelle capanne a vedere i malati, amministrava i sacramenti della Confermazione, della Penitenza e dell'Eucaristia. Infine, lasciava tutti nello stupore per il suo coraggio, visto che aveva pochissima forza e che la sua salute era estremamente fragile.

Il secondo mezzo di cui si servì, seguendo l'intenzione e l'ordinanza del santo Concilio di Trento, fu l'istituzione dei seminari, per formarvi ed educare ecclesiastici capaci di governare le parrocchie ed esercitare gli altri ministeri della diocesi. Ne fondò uno grande a Milano, dove fece apparire la sua magnificenza, la sua carità e la sua sollecitudine pastorale. Lo costruì superbamente, gli assegnò grandi rendite e prese una cura particolare della sua condotta. Ne faceva spesso la visita, ed era così esatta che non c'era nessuno di cui non esaminasse i progressi nello studio e nella pietà. Parlava a tutti e li esortava, con discorsi pieni del fuoco di cui il suo cuore era acceso, a rendersi degni dello stato a cui aspiravano. Assisteva alle conferenze pubbliche che vi si tenevano, e vi conduceva i cardinali e i vescovi che venivano a visitarlo. Infine, ne faceva il suo luogo di svago e di delizie.

Questo seminario era per i giovani di grande speranza, che potevano studiare filosofia e teologia. Ne stabilì ancora altri due nella stessa città: uno chiamato la Canonica, per i chierici che non si giudicavano idonei a queste alte scienze, ma solo a quella della morale e ai casi di coscienza; l'altro, chiamato Santa Maria la Falcorina, per i sacerdoti e i parroci che erano stati trovati incapaci o indegni delle loro funzioni. Ma poiché questi tre seminari non potevano fornirgli tanti ecclesiastici quanti ne aveva bisogno per le necessità del suo gregge, ne eresse tre similmente fuori città, dove i fanciulli destinati alla Chiesa venivano istruiti nella grammatica, nella retorica e nelle funzioni più umili della Chiesa. Fu grazie agli operai che si formarono in questi collegi che cambiò in poco tempo tutto il volto del suo vescovado. L'abilità dei pastori rinnovò l'ovile, le pecore smarrite vi rientrarono in folla, e tutta la diocesi di Milano divenne un paradiso terrestre, dove Dio prendeva piacere a conversare con i suoi abitanti.

Il terzo mezzo che questo santo cardinale impiegò fu la fondazione di diverse comunità di dotti e santi religiosi. In effetti, vi sono pochi prelati che ne abbiano fondate tante quanto lui, e pochi che ne abbiano tratto i servizi che egli ne traeva da ogni parte, per il bene spirituale delle sue pecorelle malate e in pericolo di perdersi. I primi religiosi che fece venire a Milano furono i Gesuiti, ai quali diede la chiesa parrocchiale di San Fedele; e poiché questa chiesa si trovò presto troppo piccola per il grande concorso di popolo che le loro predicazioni e le loro confessioni vi attirava no, ne f Jésuites Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. ece costruire una più ampia e più magnifica, di cui pose la prima pietra nel 1567. In seguito, diede loro anche la casa di Brera, che apparteneva precedentemente ai Fratelli Umiliati, il cui Ordine era stato soppresso dal papa san Pio V, per farne un collegio dove insegnare le lettere umane, la filosofia e la teologia; e, per il loro sostentamento, rinunciò in loro favore alla sua abbazia di Arona, che aveva riservato solo per una fondazione utile al suo popolo. I frutti meravigliosi che ottennero a Milano lo portarono a dare loro ancora due case nel paese degli Svizzeri: una a Lucerna, l'altra a Friburgo, dove li incaricò non solo dell'istruzione della gioventù, ma anche dell'ispezione sui sacerdoti e i parroci del paese, di cui conosceva bene l'ignoranza e la lunga abitudine al male. Dopo i Gesuiti, fece venire i Teatini nella sua città metropolitana, e li mise in possesso della chiesa e dell'abbazia di Sant'Antonio (1570); e poiché fu mirabilmente edificato dai loro buoni esempi e dai soccorsi spirituali che rendevano continuamente ai suoi diocesani, non mancò, durante tutta la sua vita, di provvedere a tutto ciò che era loro necessario per il vitto e l'alloggio. Inoltre, mise anche dei Cappuccini in Svizzera, e ottenne per loro dal Papa, nonostante le loro costituzioni, di poter ricevere le confessioni dei fedeli; ciò che produsse un così buon effetto, che si vide presto la pietà e la devozione introdursi in quel paese, dove non c'era quasi più ombra di religione. Diede alle Cappuccine due conventi a Milano: uno di Santa Prassede, l'altro di Santa Barbara. Avendo utilmente lavorato alla riforma dell'Ordine di San Francesco, di cui il papa Pio IV lo aveva fatto protettore, ne fece, per questo mezzo, un potente corpo d'armata per combattere con lui contro Satana e contro il vizio, e per mettere un perfetto regolamento in tutta l'estensione del suo vescovado.

La sua carità e il suo zelo gli fecero compiere un gran numero di altre istituzioni, come: la Compagnia degli Oblati di Sant'Ambrogio, che erano sacerdoti di vita esemplare, disposti in ogni momento a ricevere i suoi ordini per le diverse funzioni della diocesi (1578); il collegio dei nobili, dove i figli di qualità venivano educati nel timore di Dio, nella pratica delle virtù e nello studio delle bell Compagnie des Oblats de Saint-Ambroise Congregazione di sacerdoti secolari fondata da Carlo Borromeo nel 1578. e lettere; quello degli Svizzeri, dove i chierici di quel paese venivano istruiti, per renderli capaci di portare presso di loro la luce della dottrina e i principi solidi della vera pietà; quello di Santa Sofia, dove venivano accolte, nutrite e mantenute molte povere ragazze, e dove venivano formate agli esercizi della vita spirituale; la casa del Soccorso, dove venivano ritirate le donne e le ragazze penitenti, di cui si prendevano cura le Terziarie dell'Ordine di San Francesco; l'Assemblea delle Dame dell'Oratorio, che era un'associazione delle prime dame di Milano, per diverse pratiche di devozione e di carità; infine il grande ospedale dei mendicanti, dove tutte le persone che non avevano mezzi per vivere trovavano il loro sostentamento, ed erano allo stesso tempo catechizzate e istruite in tutti i doveri del Cristianesimo. Non si può concepire quanto queste istituzioni abbiano sottratto gente dal disordine e contribuito a far rifiorire la religione in tutto il Milanese.

Contesto 06 / 09

Conflitti con le autorità civili

Tensioni persistenti con il governatore e il senato di Milano riguardanti la giurisdizione ecclesiastica e la moralità pubblica.

Il quarto mezzo, che è stato, senza dubbio, il più eclatante, e dal quale la Chiesa universale ha tratto i maggiori vantaggi, fu la celebrazione dei Concili provinciali e dei Sinodi diocesani. Mai vescovo, soprattutto in così pochi anni in cui ha tenuto la sede episcopale, ne ha riuniti in così gran numero e con tanto frutto, sia per l'estirpazione degli abusi che si erano insinuati tra i fedeli, sia per il ristabilimento della disciplina cristiana ed ecclesiastica. Per quanto riguarda i Concili provinciali, ne celebrò sei, di cui abbiamo i decreti nelle raccolte generali dei Concili e nel libro intitolato *Acta Ecclesia e Mediolanensis*, e non vi è Acta Ecclesiae Mediolanensis Raccolta dei decreti e degli atti dei concili e dei sinodi di Milano sotto Borromeo. nessuno che non ne ammiri la saggezza e l'utilità per il fine per cui erano stati convocati. E, per i Sinodi diocesani, ne riunì undici, che hanno la stessa forza dei provinciali, e dove si trovano rimedi sovrani contro tutti i disordini che possono incontrarsi nei costumi dei cristiani e nella condotta degli ecclesiastici. Questi Sinodi sono anche nel libro degli *Atti della Chiesa di Milano*. San Carlo ne faceva sempre l'apertura con arringhe piene di spirito apostolico e di una certa unzione che penetrava fino al fondo dei cuori; e sapeva così bene conquistare gli animi di coloro che li componevano, che non ce n'era alcuno che non si portasse volentieri a ciò che egli desiderava per il perfetto rinnovamento della diocesi.

Tuttavia, oltre a questi Concili e a questi Sinodi, riuniva ancora perpetuamente delle Congregazioni, al fine di conoscere più perfettamente lo stato del suo gregge, e di prendere dal suo consiglio gli avvisi salutari per il buon governo dei suoi diocesani. Non vi era quasi giorno in cui non tenesse diverse di queste Congregazioni; ve n'erano alcune che teneva ogni mese, e altre infine che teneva solo poche volte l'anno: le une erano per il temporale, le altre per lo spirituale. Vi si trattava esattamente di tutti i punti che offrivano qualche difficoltà. Vi si regolava ciò che riguardava i parroci, i seminari, le case religiose, le scuole caritatevoli, i collegi ecclesiastici e laici, gli ospedali, la distribuzione dei benefici, l'esecuzione dei legati pii, la pacificazione dei processi, e mille altre cose che l'immensa carità del nostro santo arcivescovo non poteva fare a meno di abbracciare. Ma, sebbene queste occupazioni sembrassero richiedere un uomo tutto intero, questo pastore non tralasciava, oltre a ciò, di applicarsi con altrettanta forza alla predicazione, come se non avesse avuto che questo solo impiego. La sua parola persuadeva i suoi uditori, perché era animata da quel fuoco celeste che porta la luce e l'unzione fino nel fondo delle coscienze. Molti uscivano dai suoi sermoni sciogliendosi in lacrime e nella risoluzione di abbandonare, nell'ora stessa, gli impegni infelici dei loro

crimini. Non cercava i bei uditori per predicare, ma predicava con altrettanto fuoco nei piccoli villaggi, dove faceva la sua visita, che sulla cattedra della sua cattedrale di Milano. Si dice che un giorno, mentre si facevano in quella chiesa le preghiere delle Quarantore con un concorso incredibile di gente, vi predicò durante tutto quel tempo, ricominciando ogni volta che vi arrivavano nuove processioni.

Faceva anche elemosine molto abbondanti; e dopo l'istituzione del grande ospedale di Milano e di molti altri nell'estensione della sua provincia, non poteva ancora rifiutarsi di assistere i mendicanti che si presentavano a lui. Si assicura che, avendo venduto il suo principato di Oria per la somma di sessantamila scudi, diede, in un solo giorno, tutta quella somma agli ospedali e ai poveri vergognosi, e che fece la stessa cosa con una somma di ventimila scudi che Virginia de Rovera, vedova del conte Federico, suo fratello, gli lasciò morendo.

Questi grandi lavori tuttavia e queste immense carità non impedirono che egli fosse perpetuamente perseguitato dal governatore e dal senato di Milano. Poiché sosteneva con vigore intrepido i diritti della sua giurisdizione arcivescovile e le immunità ecclesiastiche; poiché non fece alcuna difficoltà a far imprigionare gli adulteri e i concubinari riconosciuti come tali; poiché difese i giochi e le danze pubbliche nei giorni di festa e durante il servizio divino; poiché non poté soffrire le follie di carnevale nella grande piazza della sua chiesa cattedrale; e poiché ristabilì l'astinenza della prima domenica di Quaresima, che era stata cambiata in una dissolutezza esecrabile, questi magistrati si opposero a questi pii disegni col pretesto che egli usurpava il loro potere, e che faceva breccia nell'autorità reale. Si vide accusato da loro, presso il re di Spagna, come un uomo temerario, imprudente e nemico della sua giurisdizione. Si arrestarono prigionieri i ministri del suo tribunale; si impedì la libertà del suo esercizio; lo si obbligò a rimettere nelle mani del governatore il castello di Arona, che era la sua casa paterna, come se la sua fedeltà fosse stata sospetta; si alloggiarono compagnie di soldati attorno al suo palazzo, e fu incontanente deserto; si pubblicarono contro di lui manifesti molto pungenti e molto ingiuriosi; lo si screditò presso il Papa e si ottenne da Sua Santità, per sorpresa, un breve recante il potere di assolvere il governatore dalla scomunica che egli aveva fulminato contro di lui. I suoi parenti, i suoi amici e persone di insigne pietà cercarono di intimidirlo riferendo le voci che correvano a Milano, della disgrazia del suo re. Infine, in questa tempesta, tutte le cose erano congiurate contro di lui, e non vi era alcuna apparenza che potesse salvarsi. Ma nel mezzo di questo uragano, la grazia di Gesù Cristo conservava la pace e la calma nel suo spirito. Non lo si sentì mai pronunciare una sola parola di rabbia o di impazienza. Mentre i suoi nemici fremevano contro i suoi ordini, egli non apriva bocca; o, se l'apriva, non era che per pregare Dio per loro. Non rispondeva alle loro ingiurie e alle loro maldicenze che con benedizioni. Faceva durissime penitenze per ottenere, dalla divina Bontà, che toccasse il loro cuore. Poiché in tutta la sua condotta non aveva agito per un movimento umano, non impiegò neppure alcuna difesa umana per sostenersi. Le orazioni ferventi, i gemiti e le lacrime ai piedi del crocifisso, le veglie continue, i cilici e le discipline furono le armi di cui si servì in questa guerra. Infine, essa finì a suo vantaggio. Il Papa approvò il suo zelo, il re di Spagna riconobbe la sua innocenza, i magistrati stessi furono convinti della purezza delle sue intenzioni. Alcuni dei suoi persecutori furono castigati da Dio con morti precipitose. Infine, per ordine del principe, lo si lasciò in pace nel libero esercizio delle sue funzioni episcopali.

I milanesi, irritati dal fatto che il santo arcivescovo togliesse loro i divertimenti dei giorni che precedono la Quaresima e li obbligasse a iniziarla fin dalla prima domenica, laddove, per uno strano abuso, volevano iniziarla solo il primo lunedì, inviarono dei deputati a Roma per far cassare queste sante ordinanze. Li si ascoltò, si esaminarono le loro lagnanze, si pesarono maturamente le loro ragioni; ma, non valendo nulla la loro causa, non riportarono altro dal loro viaggio che il nome di ambasciatori del Carnevale. Così, Carlo domò questo mostro che aveva regnato così a lungo nella sua città e che, per una sventura che non si può abbastanza deplorare, regna ancora nella maggior parte delle corti e delle città cristiane.

Vita 07 / 09

Dedizione durante la peste del 1576

Azione eroica del santo durante l'epidemia di peste, vendendo i suoi beni e rischiando la vita per curare i malati e amministrare i sacramenti.

Una delle occasioni che fece apparire con maggior splendore l'incomparabile virtù del nostro santo cardinale e la sua carità senza risentimento e senza amar ezza, fu una v peste violente Epidemia di grande portata durante la quale il santo diede prova di un eroismo devoto. iolenta peste che colpì Milano (1576). Non mancarono coloro che lo sollecitarono ad allontanarsi, con il pretesto di conservarsi per il suo popolo e di non privare delle sue cure tutto il resto della diocesi, dove la malattia non regnava; ma egli respinse tali consigli come indegni di essere seguiti da un vero pastore. Rimase nel mezzo della sua città episcopale e intraprese persino il soccorso di tutti gli appestati. Diede gli ordini necessari affinché fossero assistiti, tanto nelle loro proprie case quanto nei lazzaretti. Poiché il numero dei poveri divenne estremo e la loro miseria andava oltre ogni immaginazione, inviò ciò che gli restava dell'argenteria alla zecca e la fece cambiare in denaro contante per soccorrerli. Diede loro anche tutti i mobili della sua casa che potessero servire, fino ai suoi abiti e al suo stesso letto, e vendette il resto per essere in grado di fare loro elemosine più grandi, tanto che non ebbe più che della paglia per dormire. Fece fare, nella città e per tutta la diocesi, grandi collette per lo stesso scopo. La sua sollecitudine per la salvezza eterna delle sue pecorelle non fu minore di quella che aveva per il sollievo dei loro corpi. Andava egli stesso a confessarli, a comunicarli e ad amministrare loro il sacramento dell'Estrema Unzione, e tra gli altri, diede il viatico a uno dei suoi parroci che morì poco dopo. Non vi fu alcun ospedale né alcuna casa, afflitti dal contagio, che egli non consolasse con la sua visita, e un giorno che scorse un bambino in vita contro il seno di sua madre che era appena morta, si gettò egli stesso tra i morti per salvare la vita a quell'innocente.

In un così grande flagello, fece particolarmente ricorso alle devozioni e alle preghiere pubbliche. Tenne potenti sermoni al suo popolo per spingerlo alla penitenza. Ordinò processioni in tutta la città, dove, facendosi ostia e vittima per i peccati di tutta la diocesi, camminava con la corda al collo, la croce tra le braccia e i piedi nudi che la durezza delle strade metteva spesso tutto in sangue. Esortò i magistrati a fare un voto a san Sebastiano, come a uno dei loro più potenti protettori. Infine, le cose che furono fatte durante questa malattia sono così ammirevoli, che riempirono di stupore tutta la corte romana e tutta la cristianità. Tanti defunti preservati dalle pene dell'altra vita per le cure della carità; tanti viventi guariti dalle loro malattie, o salvati da questo incendio quasi generale per il buon ordine che stabilì nella città e nei dintorni; tanti poveri, che salirono infine fino al numero di settantamila, nutriti e mantenuti dalla sua provvidenza e dalle sue liberalità; tante vedove e orfani soccorsi nelle loro necessità dalla sua magnificenza, fanno incomparabilmente meglio il suo elogio di quanto gli oratori più eloquenti potrebbero fare. La sua misericordia non si fermò con il contagio (1578). Provvide ancora a settemila indigenti che la peste aveva risparmiato, ma che la povertà gettava nelle ultime miserie. Fondò ospedali e case di rifugio per le donne e le ragazze che la morte dei loro mariti o dei loro genitori riduceva all'accattonaggio. In una parola, questo generoso cardinale era una fonte inesauribile da cui un'infinità di beni scorrevano incessantemente su tutto il suo popolo.

Vita 08 / 09

Ultime missioni e trapasso

Missioni contro l'eresia nei Grigioni, ritiro spirituale al Monte Varallo e morte a Milano nel 1584 all'età di 46 anni.

La brevità che siamo obbligati a mantenere in quest'opera non ci permette di seguirlo in tutti i viaggi che compì in diversi tempi per l'assistenza dei suoi diocesani, per il bene della Chiesa universale e per il proprio avanzamento spirituale. Venne ancora a Roma nel 1572 per l'elezione di Gregorio XIII, e ottenne finalmente da lui di essere sollevato dalla grande penitenzeria e da alcuni altri uffici della corte romana, dai quali Pio V non aveva voluto che si dimettesse. Vi si recò anche nel 1575 per partecipare per tempo alle indulgenze del giubileo dell'anno santo; nel 1579, per sostenere la sua autorità contro le ingiuste pretese dei suoi avversari; e nel 1582, per rendere i suoi doveri alla Santa Sede e applicarvisi più in riposo alla visita delle chiese e agli esercizi della vita interiore. Un anno prima andò a Vercelli a onorare le ceneri di sant'Eusebio; a Torino ad adorare la Santa Sindone di Nostro Signore; e a Tisitis, nel paese dei Grigioni, a rendere omaggio alle reliquie di san Placido, martire, e di san Sigeberto, confessore. Intraprese la visita di diverse diocesi in qualità di metropolita, e ebbe anche diverse missioni apostoliche per andare a combattere e reprimere l'eresia. Fece ovunque risplendere una profonda umiltà, una pazienza invincibile, un coraggio e una fermezza intrepidi, una prudenza celeste, una devozione tenera e generosa e una carità tutta divina. Si potrebbero contare le sue azioni eroiche dalle ore e dai momenti della sua vita. Dormiva pochissimo, impiegava quasi tutta la notte a pregare, a meditare, a leggere libri santi, a scrivere lettere pastorali e a comporre libri per l'istruzione dei suoi diocesani, o piuttosto per la direzione di tutti i prelati. Quanto alla sua giornata, era tutta occupata a predicare, a confessare, a visitare i prigionieri e i malati, a riconciliare i nemici, ad ascoltare coloro che chiedevano udienza, a tenere congregazioni e a dare ordini per tutto ciò che riguardava la disciplina ecclesiastica.

L'ultimo anno della sua vita, dopo aver fatto poco prima la traslazione delle reliquie di san Simpliciano, di san Giovanni il Buono e di alcuni altri Santi, e celebrato, con una pietà straordinaria, le esequie della regina e del piccolo infante di Spagna che erano deceduti, dopo aver anche gettato le fondamenta di alcuni collegi, iniziò la visita apostolica del paese dei Grigioni, che non poteva che essere estremamente spinosa, perché pays des Grisons Regione di missione dove il santo lottò contro l'influenza del calvinismo. l'eresia vi era entrata e se n'era resa quasi interamente padrona. Ebbe a che fare con calvinisti, apostati di congregazione, stregoni, empi, atei, usurai pubblici e ogni sorta di libertini. Gli tesero insidie e cercarono, minacciandolo, di fargli cambiare risoluzione. D'altronde la difficoltà delle strade, la barbarie degli abitanti, l'attaccamento che avevano alle loro superstizioni, e soprattutto l'opposizione dei governatori dello Stato agli uomini del Papa e ai sudditi del re di Spagna, erano capaci di far fallire questa grande impresa. Ma questo beato cardinale non mancò di riuscire mirabilmente. Convertì diversi eretici che sembravano attendere solo la sua venuta per abiurare i loro errori, e fece rientrare diversi apostati nel seno della Chiesa. Nonostante gli intrighi dei predicanti che fecero ogni sforzo per ostacolarlo nell'esercizio della sua missione apostolica, ristabilì la fede e la pietà nella valle Mesolcina e nella contea di Bellinzona, e gettò i semi dell'intera conversione di tutto il paese.

Ciò che servì molto a questo cambiamento fu il modo di vivere del santo cardinale, che smentiva le imposture che i predicanti facevano correre sulla vita dei cardinali e dei prelati ecclesiastici; poiché era vestito molto poveramente e mangiava solo una volta al giorno: il pane e l'acqua erano tutto il suo alimento, nonostante le fatiche incredibili delle sue visite, eccetto i giorni di festa in cui aggiungeva qualche verdura. Dormiva pochissimo e non aveva per letto che un po' di paglia o delle assi sulle quali si coricava tutto vestito. Castigava spesso il suo corpo con dure discipline e soffriva il rigore del freddo, che era allora quasi intollerabile in quel paese coperto di nevi, con un coraggio e una pazienza invincibili, senza mai avvicinarsi al fuoco né servirsi di stufe e stufette. D'altronde faceva grandi elemosine, visitava i malati, consolava le vedove, assisteva gli orfani, ascoltava tutti e anche i più poveri e i più rozzi, con una bontà meravigliosa. Infine, si faceva tutto a tutti per guadagnarli tutti.

Al suo ritorno nella sua Chiesa, istituì nuove devozioni per il tempo di carnevale, che distolsero talmente i popoli dalle follie e dalle dissolutezze ordinarie che non li si vedeva più che ai sermoni, alle processioni, ai saluti e agli esercizi spirituali. Iniziò anche la magnifica basilica di Nostra Signora di Rho, che è un pellegrinaggio a otto miglia da Milano, la collegiata di Legnano per un parroco e dei canonici, e un ospedale di convalescenti nella sua stessa città episcopale. In seguito, volendo fare gli esercizi spirituali e la sua confessione generale, che non mancava di fare ogni anno, si ritirò sul Monte Varallo, che è un luogo di grande devozione, nella diocesi di Novara, dove i diversi soggetti della Passione di Nostro Signore sono dipinti in quadri molto toccanti. Là, vedendosi un po' libero da quel peso di affari che gli dava il suo ufficio pastorale, si abbandonò alla contemplazione delle perfezioni di Dio e delle sofferenze del suo sovrano maestro Gesù Cristo. Faceva ogni giorno, nelle devote cappelle di quel calvario, sei ore di orazione mentale, e la notte che precedette la sua confessione generale, rimase otto ore in preghiere continue in ginocchio e senza appoggio, come se fosse stato immobile.

Il 24 ottobre, sentì un accesso di febbre che non lo stupì affatto, perché aveva già ricevuto avvisi dal cielo che quest'anno 1584 sarebbe stato l'ultimo della sua vita. Non tralasciò nulla delle sue devozioni, con le quali si disponeva all'affare più importante della sua vita, che era di morire bene. Ma il primo accesso essendo stato seguito, due giorni dopo, da un secondo più violento, il suo confessore gli moderò le sue austerità e le sue lunghe preghiere, cosa che egli accettò senza resistenza. Non cessò tuttavia di dire la messa, come la diceva anche tutti i giorni in ogni altro tempo. E, poiché desiderava celebrarla ancora una volta pontificalmente nella sua cattedrale il giorno di Ognissanti, partì il 29 da quella montagna e si recò ad Arona, che era il luogo della sua nascita e il principale retaggio della sua casa. Di là prese per via d'acqua la strada di Ascona, per andare a terminare una fondazione di un collegio destinato all'istruzione dei figli degli svizzeri: cosa che fece con uno zelo e una diligenza meravigliosa. Ritornò poi sui suoi passi ad Arona per la stessa via; e, mentre era in barca, nonostante la sua debolezza, recitò il suo ufficio in ginocchio, fece la sua orazione mentale e intrattenne la compagnia con discorsi spirituali; catechizzò i barcaioli e i loro figli, e sbrigò diversi affari per la condotta della sua diocesi. Non poté arrivare in quella città che la vigilia di Ognissanti di sera. Vi alloggiò presso i Gesuiti, vi disse la messa, vi comunicò i novizi e molto popolo, e vi passò la festa in grandi sentimenti di devozione. Il giorno seguente, che era il giorno dei morti, dopo essersi confessato e aver comunicato in chiesa, poiché non poté dire la messa a causa dell'estrema violenza del suo accesso, si imbarcò sul Ticino e arrivò a due ore di notte a Milano. Si ritirò subito nel suo oratorio, secondo la sua consuetudine, per farvi la sua preghiera; e poi, mettendosi a letto, si abbandonò interamente alla condotta dei medici e ai consigli del suo confessore, che gli permetteva solo di ascoltare uno dei suoi cappellani recitare l'ufficio in ginocchio accanto al suo letto. Si preparò un altare nella sua camera, sul quale fece mettere un quadro della sepoltura del Salvatore; ne fece mettere uno simile sul suo letto, con un altro che lo rappresenta al giardino degli Ulivi. Il giorno seguente, su sua richiesta, l'arciprete del Duomo, accompagnato dai canonici, gli amministrò il Viatico e l'Estrema Unzione, che ricevette rivestito del suo rocchetto, della sua mozzetta e della sua stola, con un fervore ammirevole: fece poi coprire di ceneri benedette uno dei suoi cilici, e lo prese sul suo corpo per essere munito, da questa santa corazza della penitenza, contro gli ultimi assalti del nemico della salvezza.

Intanto, essendosi diffusa in città la notizia del pericolo della sua malattia, tutte le Compagnie e le Confraternite fecero processioni per chiedere a Dio, con umiltà e con lacrime, la vita del loro incomparabile prelato, e tutto il resto del popolo rimase quasi tutta la notte nelle chiese per fare la stessa preghiera al sovrano Pastore delle anime. Alcuni gridavano con voce lamentosa: "Preghiera, preghiera per la salute del nostro vescovo". Altri andavano per le strade a piedi nudi, coperti di sacchi e mettendosi a sangue a colpi di disciplina per piegare la divina Misericordia. Infine, il concorso di ogni sorta di persone all'arcivescovado fu così grande, che si dovettero far guardare le porte dagli svizzeri del governatore. Ma la divina Provvidenza, che ha contato le nostre ore e i nostri momenti, e le cui disposizioni sono sempre giuste, sebbene le ragioni ci siano ignote, volle che il grande Carlo Borromeo, cardinale e arcivescovo di Milano, dopo essere rimasto tre ore in un'agonia abbastanza pacifica, gettando un dolce sguardo sul crocifisso, e conservando un volto tranquillo, le rendesse la sua bella anima carica di trofei. Il suono delle campane del Duomo e delle altre chiese di Milano fece sapere al popolo la morte del loro santissimo pastore. Non si udirono più allora che gemiti, lamenti e grida. Gli uni rimpiangevano la perdita di un Santo; gli altri piangevano quella di un padre; questi si affliggevano per quella di un grande protettore della patria; tutti, infine, chiedevano misericordia, come se fossero stati colpevoli della sua morte e che egli fosse stato loro tolto, perché non si erano resi degni di possederlo.

Eredità 09 / 09

Culto, reliquie e scritti

Canonizzazione nel 1610 da parte di Paolo V, descrizione delle sue reliquie a Milano e importanza dei suoi scritti pastorali per la Chiesa universale.

I suoi domestici raccolsero come preziose reliquie tutto ciò che gli era servito. Il suo cilicio fu tagliato in diversi pezzi e distribuito a tutti gli assistenti che ne chiesero ciascuno qualche frammento con molta insistenza. Si notò, lavando il suo corpo, il segno del colpo che aveva ricevuto in odio al fatto che aveva voluto ristabilire la disciplina regolare. Fu poi rivestito dei suoi paramenti pontificali e fu esposto per due giorni nella cappella pontificia alla venerazione di tutto il popolo. Vi fu un concorso di gente così grande che il palazzo era troppo piccolo per contenere coloro che vi entravano e ne uscivano. Era come il flusso e il riflusso di un mare agitato e in tempesta. Ognuno si credeva felice di poter far toccare il proprio rosario o qualche oggetto a questa preziosa reliquia.

Era morto un sabato e il mercoledì seguente tutti gli Ordini ecclesiastici iniziarono le sue esequie. Il cardinale Sfondrati, vescovo di Cremona, che fu poi papa con il nome di Gregorio XIV, celebrò la cerimonia. Vi assistettero i vescovi di Alessandria, di Vigevano e di Castro. Il governatore dello Stato, il senato e i magistrati, con i principi, suoi parenti, lo accompagnarono pure, e fu seguito da una moltitudine di gente così grande che sembrava che tutte le compagnie del paese si fossero riunite in città per questo motivo. Le dame e le vergini fecero il loro corteo a parte. Si misero sotto l'insegna del crocifisso e delle armi del prelato defunto, e si recarono alle sette chiese che egli aveva designato, come a Roma, per fare le loro preghiere per la sua anima; cosa che continuarono poi ogni anno, la prima domenica di ogni mese. Francesco Panigarola, dell'Ordine di San Francesco, e poi vescovo di Asti, fece il suo elogio funebre con tanta eloquenza e sentimenti di dolore che, piangendo egli stesso, fece piangere tutti i suoi uditori.

Lasciamo ai nostri lettori il compito di fare qui un'ampia riflessione sulle eminenti virtù di questo beato cardinale, e ci accontentiamo di toccarne i punti principali per non appesantire troppo questa nota. Egli ha manifestato la sua fede con le cure che ha dedicato alla conclusione del santo Concilio di Trento e alla stampa del catechismo dello stesso Concilio, indirizzato ai parroci; con la guerra immortale che ha fatto agli scismatici, agli eretici e a tutti i nemici della Chiesa; e con la sua applicazione infaticabile, sia nell'istruire il suo popolo sulle verità del cristianesimo, sia nel purificare la sua diocesi dalle superstizioni, dai malefici, dagli errori e dai libri perniciosi che vi erano diffusi.

Ha fatto risplendere la sua speranza e la sua grande fiducia in Dio, esponendosi a pericoli che sembravano insormontabili e intraprendendo cose che erano al di sopra delle forze umane, col solo sostegno della divina Provvidenza. Così ha spesso sperimentato il suo soccorso miracoloso in tempi e occasioni in cui tutto sembrava disperato: come quando i ministri reali dello Stato di Milano, che si erano riuniti per procedere contro di lui, furono cambiati in un istante e mutarono la loro avversione in una singolare ammirazione per la sua santità; quando le sue elemosine, avendo esaurito i suoi fondi senza che gli rimanesse nulla per il sostentamento della sua casa, gli giunse una lettera di cambio dalla Spagna per ricevere tremila scudi che non gli erano ancora dovuti; e quando, essendo caduto in torrenti e fosse profonde, ne uscì felicemente senza averne risentito alcun incomodo.

La sua vita non è stata che un esercizio continuo dell'amore di Dio; non diceva e non faceva nulla che non fosse per la sua gloria. La desiderava con tanto ardore che avrebbe dato mille vite per guadagnargli un cuore e per farlo conoscere e servire in un borgo o in un villaggio. È questo che lo faceva camminare a piedi e a digiuno, e talvolta tutto insanguinato attraverso le acque, i torrenti e le nevi per visitare un casale o una casa di contadini. È questo che lo faceva disprezzare il freddo, il caldo, le piogge e i temporali, quando c'era speranza di convertire un'anima e di farla entrare nelle vie della salvezza. È questo che gli metteva così spesso sulle labbra parole infuocate, con le quali incendiava del fuoco della carità le persone che lo vedevano e che avevano l'onore della sua conversazione. È infine questo che lo faceva amare l'orazione, dove ci si avvicina a Dio, e sospirare senza sosta dopo l'altra vita, dove si gode dei suoi abbracci beati.

Ci sarebbero meraviglie da dire della sua religione verso Dio, della sua devozione al Santissimo Sacramento dell'altare, delle sue tenerezze per la santa Vergine, del suo rispetto verso gli Angeli e i Santi, della sua sottomissione alla Santa Sede apostolica e della sua venerazione per tutte le cose sacre o benedette. Era così attento e così pieno di riverenza nel dire il suo ufficio o nell'adempiere alle sue funzioni ecclesiastiche, che era facile vedere che il suo spirito ne era tutto penetrato dalla vista e dal gusto della presenza di Dio. Così, non pensava allora a nessun'altra cosa e non voleva che lo si interrompesse per qualsiasi affare che fosse. La sua orazione era eminente e vi impiegava spesso molte ore di notte e di giorno; ma si può dire che pregasse senza sosta, poiché anche nei suoi viaggi la sua anima era talmente assorbita nella contemplazione delle cose celesti che non si accorgeva delle fosse e dei precipizi che lo circondavano.

Abbiamo visto in tutto il corso di questa storia effetti ammirevoli della sua carità verso il prossimo. Se è proprio della carità procurare la salvezza spirituale e temporale, cos'altro ha fatto con le sue elemosine, le sue fondazioni, le sue visite, le sue predicazioni, le sue conferenze e tutte le altre azioni del suo ministero, se non soccorrere coloro che erano nella necessità? Se è dovere della carità esporre la propria vita per i propri amici, non si è messo mille volte in pericolo di perire per trarre le sue pecorelle dalle fauci del lupo e per ricondurle all'ovile? E non possiamo dire che ha notevolmente abbreviato i suoi giorni con le fatiche incredibili che ha affrontato per la riforma e la santificazione della sua diocesi? Infine, se la carità ama i nemici e perdona facilmente le ingiurie, Carlo non era forse un uomo senza risentimento e senza fiele? Non ha chiesto la grazia per colui che aveva voluto assassinarlo, e non si è fatto mediatore presso il re di Spagna per un signore che lo aveva perseguitato più di ogni altro, tanto a Milano quanto a Roma, sul fatto della sua giurisdizione? Amava i suoi parenti, ma era per il cielo, non per la terra. Non ha lasciato loro che i beni che l'antico compromesso della sua famiglia dava loro, ma ha avuto cura di riprenderli dai loro difetti, di animarli alla virtù, di formarli alla devozione e di incendiarli dello stesso fuoco di cui il suo cuore era acceso. Ne era talmente distaccato che pregò istantemente il papa Gregorio XIII di permettergli di lasciare le armi della sua casata per prenderne solo di ecclesiastiche, e le fece togliere da diversi luoghi dove erano state incise.

Non si può parlare abbastanza degnamente della sua dolcezza, della sua pazienza e della sua umiltà. Era sensibile solo agli interessi della gloria di Dio e alla correzione e all'emendamento di coloro la cui condotta la divina Provvidenza gli aveva affidato; per la sua persona, non ne faceva alcun conto e, non credendo di meritare che ingiurie e persecuzioni, le riceveva con mansuetudine e le sopportava con una pace e una tranquillità di spirito che nulla era capace di abbattere o anche solo di alterare. Aveva sentimenti così bassi di se stesso che non si considerava che come la spazzatura del mondo e, con questo spirito, odiava le lodi e gli onori; amava conversare con i poveri e alloggiare presso di loro; nascondeva quanto più poteva le sue buone opere; era sempre vestito molto poveramente, al punto che una delle sue vesti che aveva dismesso, essendo stata presentata a un mendicante, egli la trovò troppo logora e troppo rotta e non la volle. Infine, andava a piedi e senza seguito nella città di Milano. Sapeva tuttavia nelle occasioni agire con magnificenza, ed è in questo modo che si comportò verso il re Enrico III, quando, venendo dalla Polonia per prendere possesso del suo regno di Francia, passò per il Milanese. Coloro che hanno scritto che lo ricevette e lo festeggiò nel suo palazzo a Milano si sono sbagliati; ma è certo che andò a salutarlo a Monza, che ebbe due conferenze con lui e che gli fece bei doni, così come a tutti i principi che lo accompagnavano.

Questo grande prelato è morto nel suo quarantasettesimo anno, con la stessa purezza che aveva nella sua infanzia; così trattava il suo corpo con tanta severità che non si curava di pensare ai piaceri e di lasciarsi andare ad azioni disoneste. Abbiamo già parlato dei suoi digiuni, delle sue veglie, dei suoi cilici e delle sue discipline; bisogna aggiungere che si era ridotto a non dormire quasi per nulla e a fare una tale astinenza, nonostante i suoi lavori immensi e continui, che passava settimane intere senza prendere altro che fichi secchi o lupini, il che obbligò persino il papa Gregorio XIII a comandargli di moderare i suoi rigori.

Il re Enrico III disse di lui che, se tutti i prelati d'Italia gli somigliassero, non vorrebbe nominarne altri ai vescovadi del suo regno. Filippo II, re di Spagna, conservava il suo ritratto nel suo gabinetto con singolare rispetto. I duchi di Savoia hanno avuto una grande venerazione per la sua persona e per la sua memoria. Alessandro Farnese, duca di Parma, essendo sul punto di prendere il governo delle province delle Fiandre, implorò il soccorso delle preghiere del santo Prelato, per ben condursi in una commissione così spinosa. Abbiamo già parlato dell'alta stima che il beato papa Pio V aveva del suo merito e dell'affetto paterno che gli portava. Gregorio XIII, successore di Pio V, sostenne sempre la sua innocenza contro i suoi persecutori e, avendo appreso il suo decesso, esclamò: «La luce è spenta in Israele». Sisto V, in testimonianza della venerazione che gli portava, fece cardinale Federico Borromeo, suo cugino, e gli diede l'arcivescovado di Milano per occupare il suo posto. Gregorio XIV, che aveva celebrato la cerimonia della sua sepoltura non essendo ancora che cardinale, conservò sempre un profondo rispetto per la sua eminente santità.

San Carlo Borromeo è rappresentato: 1° mentre guarisce i malati; 2° mentre prega per gli appestati: la santa Vergine presenta le sue preghiere al Figlio; 3° mentre dà la comunione agli appestati; 4° mentre tiene una grande croce e cammina alla testa del suo clero per soccorrere gli appestati; 5° in piedi, mentre abbraccia san Filippo Neri, nel mezzo di una piazza pubblica; 6° in preghiera e incoronato da due angeli.

CULTO E RELIQUIE. — I SUOI SCRITTI.

San Carlo Borromeo fu sepolto in una tomba, sotto i primi gradini dell'altare maggiore, così come aveva ordinato per grande umiltà, al fine di essere calpestato dai piedi di tutti coloro che salivano e scendevano quei gradini. Nulla tardò a glorificare il suo servitore con un gran numero di miracoli operati alla sua tomba. Il papa Clemente VIII, informato del concorso universale dei popoli al suo sepolcro, concorso al quale era impossibile opporsi, fece scrivere a Milano, nel 1601, dal cardinale Baronio, suo confessore, che si cambiasse il suo anniversario in una messa solenne del Santo, e tre anni dopo, diede commissione alla Sacra Congregazione di lavorare all'affare della sua canonizzazione. Leone XI non fu appena eletto al sommo pontificato che fece proseguire questo affare e che ebbe il disegno di far costruire una chiesa a Roma in suo onore e di farne persino un titolo cardinalizio, ma il suo pontificato essendo stato solo di ventisette giorni, non poté eseguire questa impresa. Infine, Paolo V lo canonizzò solennemente il 1° novembre dell'anno 1610 e, in testimonianza dei suoi meriti del tutto straordinari, diede in quel giorno le più Paul V Papa che approvò la bolla di erezione dell'Oratorio. grandi indulgenze che siano mai state date per anno dal sommo Pontefice. Questa canonizzazione fu fatta sulla prova di più di venti miracoli molto autentici che san Carlo aveva fatto durante la sua vita e dopo la sua morte.

Da quell'epoca, sono state costruite diverse chiese e cappelle in suo onore e diverse confraternite sono state erette sotto la sua protezione. Ce n'è stata una molto celebre nella chiesa parrocchiale di Saint-Jacques la Boucherie, a Parigi, dove la stola di cui si serviva al santo sacrificio della messa fu inviata nel 1607, dal cardinale Federico Borromeo, suo cugino e suo successore. Carlo di Lorena, duca d'Aumale, aveva ottenuto, l'anno precedente, da questo stesso cardinale, il suo manipolo conforme a questa stola, e l'aveva donata al convento di Anderlecht, vicino a Bruxelles, costruito e fondato con le sue liberalità sotto il nome di San Carlo. Il convento dei Minimi di Parigi possedeva il piccolo letto che gli veniva portato nelle sue visite.

La cattedrale di Nancy possiede una stola di san Carlo Borromeo, la quale fu salvata durante la Rivoluzione da M. de Malvoisin, canonico di questa chiesa, ed è stata canonicamente riconosciuta e approvata il 30 agosto 1803, da Monsignor Osmond; essa è conservata nella cassa di san Gauzlin; è in drappo d'oro e misura due metri e quindici centimetri in lunghezza.

Le reliquie di san Carlo sono in una magnifica cappella sotterranea, costruita sotto la cupola della grande chiesa, a Milano. L'altare di questa cappella è d'argento massiccio e la maggior parte della volta è rivestita di placche dello stesso metallo. Vi si mantengono notte e giorno diverse lampade d'oro e d'argento. Il corpo del Santo è racchiuso in una superba cassa d'argento, chiusa sul davanti da un cristallo di rocca che permette di vederlo in tutta la sua lunghezza. È coricato e rivestito di paramenti pontificali; è conservato senza alcuna corruzione.

San Carlo Borromeo era stato un uomo d'azione; prese una parte attiva al Catechismo romano, vero manuale della fede per il clero; prese parte anche, seppur meno attivamente, alla pubblicazione del Breviario corretto (1568) e del Messale (1570) così come alla revisione iniziata della Vulgata. Tutti i suoi scritti sono pratici e consistono, a poche eccezioni, in: 1° Istruzioni pastorali; 2° Omelie e Discorsi; 3° Lettere. Tra i principali scritti della prima categoria, si nota la sua incomparabile Istruzione ai confessori della città e della diocesi di Milano; gli Statuti e regole della Società delle Scuole della dottrina cristiana; e due scritti intitolati: Ricordi per il popolo della città e della diocesi di Milano, destinati a servire per una vita cristiana, per tutti gli stati; e Ricordi delle sofferenze dei giorni di peste. Il loro insieme forma una vera teologia pastorale fondata sull'esperienza. Tre di queste istruzioni hanno rapporto con l'amministrazione del sacramento della penitenza; un'altra tratta della predicazione e un'altra dell'amministrazione dell'Eucaristia. L'assemblea generale del clero di Francia (1657) aveva fatto stampare a sue spese, per servire da regola nell'esercizio del santo ministero, le Istruzioni ai Confessori.

Le Omelie furono stampate a Milano (1747), in due volumi, da J.-A. Sax, e ad Augusta (1758), in-fol., con traduzione latina delle omelie che, fino ad allora, non erano apparse che in italiano. Lo stesso Sax ha pubblicato i discorsi pronunciati nei sinodi provinciali e diocesani o nelle riunioni dei conventi, Milano, 1748, e Augusta, 1758. Nelle omelie, la parte didattica domina. Carlo voleva prima convincere e poi commuovere il cuore e la volontà. Impiegava frequentemente le analogie tratte dai fatti naturali e dalla vita umana. Lo stile dei suoi discorsi sinodali è classico e il movimento molto oratorio. La raccolta completa delle sue lettere si trova nella biblioteca del Santo Sepolcro, a Milano (31 volumi di lettere), e nell'edizione completa delle sue opere, in 5 vol. in-fol., Milano, 1747.

La Vita di san Carlo Borromeo è stata scritta da diversi autori, vale a dire: J.-B. Guissano, sacerdote della Congregazione degli Oblati di Sant'Ambrogio di Milano; Agostino Valier, vescovo di Verona, e Carlo Bascapè, generale dei Barnabiti e vescovo di Novara. Ce ne siamo serviti per comporre questa biografia, che abbiamo completato con Note dovute all'abate J.-F. Deblaye, parroco di Imling, e con il Dizionario enciclopedico della Teologia cattolica, di Gauthier.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita al castello di Arona il 2 ottobre 1538
  2. Nominato cardinale e arcivescovo di Milano a 22 anni da Pio IV
  3. Chiusura del Concilio di Trento nel 1563
  4. Tentato assassinio da parte degli Umiliati
  5. Dedizione eroica durante la peste di Milano del 1576
  6. Canonizzazione da parte di Paolo V il 1° novembre 1610

Miracoli

  1. Sopravvivenza miracolosa a un colpo di archibugio sparato a bruciapelo
  2. Moltiplicazione delle risorse per i poveri
  3. Guarigioni di malati presso la sua tomba

Citazioni

  • La luce si è spenta in Israele Gregorio XIII all'annuncio della sua morte

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo