Eletto papa nel 649, Martino I si oppose fermamente all'eresia monotelita sostenuta dall'imperatore bizantino Costante II. Arrestato a Roma e deportato a Costantinopoli, subì oltraggi e una detenzione rigorosa prima di essere esiliato in Crimea. Vi morì nel 655, esausto per la fame e i maltrattamenti, offrendo la sua vita per l'unità della fede.
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SAN MARTINO DI TODI, PAPA E MARTIRE
Origini ed elezione al pontificato
Nato a Todi in una famiglia nobile, Martino si distinse per la sua intelligenza e la sua pietà prima di essere eletto papa all'unanimità nel 649.
Martin Martin Papa martire mandato in esilio da Costante II. o nacque a Todi (ducato di Spoleto), e ebbe come padre un patrizio, di nome Fabrizio, che univa alla sua nobiltà e alle ricchezze ereditate dai suoi antenati molto timor di Dio e pietà. Ricevette dal cielo la bellezza e uno spirito così vivo e penetrante, che superò presto, sia nelle lettere umane, sia nella retorica e nella filosofia, i maestri che gli venivano dati per istruirlo.
Si vide bene, da questi inizi, che la divina Provvidenza lo destinava a qualche grado eminente nella Chiesa. Infatti, essendosi consacrato con la tonsura clericale al servizio degli altari, percorse, con l'applauso generale di tutti coloro che lo conoscevano, tutti i gradi della gerarchia ecclesiastica, e giunse fino al sommo pontificato. Fu eletto papa a Roma, dopo la morte di Teo doro I, e o pape à Rome Papa martire mandato in esilio da Costante II. rdinato il 5 luglio 649, sotto l'imperatore d'Oriente Costante II e i l re di Francia Clodoveo II. empereur d'Orient Constant II Imperatore bizantino fautore dell'eresia monotelita e persecutore della Chiesa. Non si è quasi vista elezione più unanime, né che sia maggiormente piaciuta a tutti. Roma ne risuonò di allegrezza: il clero, il senato e il popolo ne testimoniarono una soddisfazione straordinaria, e l'imperatore approvò questa scelta di una persona così capace di sostenere il peso di un così grande incarico.
Un pontificato di carità
Papa Martino I dedica il suo regno alla preghiera, al sollievo dei poveri, all'accoglienza dei pellegrini e al restauro delle chiese.
Martino non deluse affatto le aspettative di questa grande città. La pietà verso Dio e la misericordia verso i poveri furono i due perni sui quali fece ruotare tutta la sua vita. O pregava, o era dedito al sollievo degli infelici o al governo del gregge che gli era stato affidato. Nutriva un affetto particolare per i religiosi e provava un singolare piacere a intrattenersi con loro. Accoglieva i pellegrini, lavava loro i piedi e li trattava splendidamente nel suo palazzo. Faceva grandi elemosine ai bisognosi e si toglieva per così dire il pane di bocca per darlo a loro. Restaurò diverse chiese che erano cadute in rovina e riconciliò tra loro varie famiglie che nutrivano da tempo inimicizie molto crudeli; ma la sua cura più grande fu quella di mantenere la Chiesa universale nell'eredità preziosa della vera fede.
La lotta contro il Monotelismo
Il Papa si oppone fermamente all'eresia monotelita sostenuta dagli imperatori Eraclio e Costante II, rifiutandosi di firmare l'editto imperiale chiamato 'Typos'.
Erano già passati diversi anni da quando Sergio, patriarca di Costantinopoli, e Ciro, patriarca di Alessandria, non osando più, dopo le decisioni del Concilio ecumenico di Calcedonia, confondere apertamente le due nature in Gesù Cristo, come faceva Eutiche, avevano seminato in Oriente la perniciosa eresi a del Monotelismo, che hérésie du Monothélisme Eresia cristologica sostenuta da Costante II. non attribuiva all'Uomo-Dio che un solo intelletto, una sola volontà e una sola operazione. L'imperatore Eraclio aveva aderito al loro pensiero e lo aveva persino pubblicato nel suo impero tramite un'esposizione di fede eretica, che aveva inviato ovunque sotto forma di editto imperiale. Paolo che, dopo un certo Pirro, era succeduto a Sergio sulla cattedra di Costantinopoli, si era reso fautore dei medesimi errori, e vi aveva coinvolto anche l'imperatore Costante, nipote di Eraclio, nonostante la condanna che i papi Severino, Giovanni IV e Teodoro I ne avevano fatto.
Questo principe, ispirato e guidato da un così cattivo ministro, vedendo che l'esposizione del suo avo era riprovata dalla maggior parte delle chiese, e soprattutto che i Pontefici romani l'avevano respinta e proscritta come eretica, ne formò un'altra, che chiamò Typos, con la quale imponeva silenzio a tutti sul tema di una o due volontà e di una o due operazioni in Gesù Cristo: ordinava di non dire né l'una né l'altra; pretendendo con questo mezzo di sopprimere la vera dottrina della Chiesa, che è che Gesù Cristo, avendo due nature intere e perfette in una sola persona, ha anche tutto ciò che appartiene a queste due nature: un intelletto divino e un intelletto umano; una volontà divina e una volontà umana; un'operazione divina e un'operazione umana.
Non appena fu informato dell'elezione di san Martino, non mancò di inviargli questo Typos, di pregarlo di approvarlo e di fortificarlo con la sua autorità apostolica, come un editto necessario per pacificare i torbidi che vi erano nell'impero in materia di religione; ma questo grande Papa vide bene che questa esposizione non era che un artificio per rovinare la fede ortodossa e insinuare negli spiriti il veleno del Monotelismo, e persino per far credere che Gesù Cristo, come uomo, non avesse né intelletto, né volontà, né operazione proprie e naturali, ma che la divinità gli servisse per tutte queste cose; rispose costantemente che avrebbe perso piuttosto mille vite che approvare uno scritto così pericoloso; che quando anche tutto il mondo si fosse separato dalla dottrina dei santi Padri, che ci hanno sempre proposto Gesù Cristo come un essere adorabile composto di due nature intere e perfette, egli non se ne sarebbe mai separato; e che, né le promesse, né le minacce, né la morte stessa e i più crudeli supplizi gli avrebbero fatto dire né credere nient'altro.
Il Concilio del Laterano
Nel 649, Martino riunì più di cento vescovi al Laterano per condannare ufficialmente gli scritti imperiali e l'eresia orientale.
Dopo una risposta così generosa, volendo tagliare di colpo la radice all'eresia, egli riunì al più presto un con cilio composto da più di cento vescovi nella chiesa di San Giovanni in Lat concile composé de plus de cent évêques dans l'église Saint-Jean de Latran Concilio convocato da Martino I per condannare il monotelismo. erano; lì, senza temere l'indignazione e il furore dell'imperatore, condannò il suo Tipo, così come l'Esposizione di Eraclio, suo nonno, e dichiarò anatemi e scomunicati tutti coloro che li seguivano. Arringò più volte, nelle cinque sessioni sinodali, con una forza e un'eloquenza tutte divine, e scrisse in seguito a tutti i prelati della Chiesa cattolica, su questo argomento, una lettera circolare piena di vigore apostolico, inviando loro allo stesso tempo gli atti del Concilio; ciò fu fatto fin dal primo anno del suo pontificato (5 ottobre 649); in questo, il suo coraggio è tanto più ammirevole, in quanto allora i tre patriarchi d'Oriente essendo infestati dall'eresia, e i Longobardi avendo potenti eserciti pronti a piombare su Roma, la Santa Sede si vedeva quasi sopraffatta dal gran numero dei suoi nemici spirituali e temporali.
Il fallimento dell'esarca Olimpio
L'esarca Olimpio tenta di far assassinare il Papa a Santa Maria Maggiore, ma il suo scudiero viene colpito da cecità miracolosa.
Del resto, O limpio, esarca ch Olympius, exarque Padre di santa Ceronne. e l'imperatore aveva inviato in Italia con l'ordine espresso di diffondervi quanto più possibile la setta dei monoteliti e di farvi accogliere il suo Tipo, era entrato a Roma con mano forte e faceva ogni sforzo per ingannare il popolo e coinvolgerlo nei sentimenti del suo padrone: tanto che fu proprio in sua presenza che il Papa tenne il suo Concilio e condannò ciò che egli era venuto a pubblicare. Si può immaginare quale fu il dispetto di questo ufficiale, interamente devoto alle passioni dell'imperatore, nel vedere le sue sollecitazioni rese inutili da una condanna così solenne. Non ebbe altro pensiero che quello di rapire il Papa da Roma o di farlo morire; e, poiché il primo mezzo gli sembrò più difficile, a causa dell'incredibile affetto che il popolo nutriva per il suo beato pastore, si determinò infine a essere egli stesso il suo assassino e a commettere questo parricidio ai piedi degli altari, che era il luogo dove meno ci si poteva aspettare un tale atto. Finse per questo di essere in buoni rapporti con lui e di voler comunicare dalla sua stessa mano, quando avrebbe celebrato la messa nella chiesa di Santa Maria Maggiore; ma diede ordine al suo scudiero che, quando avesse visto il Pontefice scendere per portargli il corpo di Nostro Signore, non mancasse di trafiggerlo con la sua spada. Olimpio giunse effettivamente in chiesa e si avvicinò alla santa Mensa con l'intenzione di assassinare l'unto del Signore; ma, nel momento in cui lo scudiero volle sferrare un colpo di spada per eseguire il suo detestabile disegno, divenne cieco e, nel turbamento in cui si trovava, non poté eseguire il comando del suo padrone. L'esarca comprese bene che quel colpo veniva dal cielo; così, si riconciliò con san Martino, si conformò ai suoi insegnamenti e gli rivelò tutti i dettagli delle istruzioni imperiali. Avendo così fatto pace con la santa Chiesa di Dio, partì da Roma con il suo esercito per andare a combattere in Sicilia i Saraceni che si erano impadroniti di quel paese. Ma la peste decimò presto le sue truppe ed egli stesso ne morì.
Arresto e deportazione
Arrestato da Teodoro Calliopa, il Papa viene condotto segretamente fuori da Roma e detenuto per un anno sull'isola di Nasso nonostante la sua malattia.
Costante Constant Imperatore bizantino fautore dell'eresia monotelita e persecutore della Chiesa. , venuto a conoscenza di tutto ciò che era accaduto, affidò il governo d'Italia a Teodoro Calliopa e, affiancandogli il ciambellano Pellurio, che sapeva interamente devoto ai suoi voleri, li inviò a Roma per impadronirsi del beato Pontefice e inviarglielo a Costantinopoli. Essi eseguirono quest'ordine senza alcuna resistenza. Il terzo giorno dal loro arrivo, giunsero con molti soldati a San Giovanni in Laterano per prelevarlo; egli si consegnò spontaneamente nelle loro mani, senza permettere ai suoi chierici né ai suoi domestici di difenderlo, e non volle nemmeno che si muovesse alcunché per lui in città, per timore che venisse sparso sangue a causa sua. Fu condotto dapprima al palazzo imperiale, dove l'esarca lo trattenne per alcuni giorni. Di lì, lo fecero salire segretamente su una nave, senza che i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, che volevano assolutamente accompagnarlo, potessero accorgersene. Era il 19 giugno. Fu condotto per tre mesi per terra e per mare, in diverse città, senza alcun sollievo umano, sebbene fosse malato da più di nove mesi e la sua debolezza fosse così grande che aveva persino difficoltà a reggersi in piedi. Trascorso questo tempo, fu condotto a Nasso, isola del Mar Egeo, dove rimase per un anno intero, malato e privo di tutti i soccorsi che gli erano necessari.
Processo e umiliazioni a Costantinopoli
Tradotto davanti al senato bizantino, Martino subisce un interrogatorio brutale, accuse di tradimento politico e una degradazione pubblica.
Il 17 settembre dell'anno 654, arrivò a Cost antinopoli, do Constantinople Città in cui il santo esercita il suo ministero e il suo patriarcato. po insulti e oltraggi inauditi che pagani e barbari avrebbero avuto orrore di infliggere al capo della Chiesa cattolica; fu gettato in una prigione, chiamata Pandearia, dove fu tenuto rinchiuso per tre mesi senza che nessuno avesse la libertà di parlargli. Dopo tre mesi della più rigorosa detenzione, fu trasportato dai soldati (poiché la malattia non gli lasciava più la forza di camminare) nell'appartamento del sacellario Troilo, e interrogato dal patrizio Bucoleone: il senato era riunito per pr ocede sénat Assemblea che ha proceduto all'interrogatorio del Papa. re all'interrogatorio del santo Pontefice. Quando vi fu giunto, il sacellario gli ordinò di alzarsi per rispondere alle domande che gli venivano poste; i suoi portatori risposero che non poteva stare in piedi a causa della sua estrema debolezza; ma quel barbaro, più insensibile delle rocce, si fece beffe di questa impotenza, volle assolutamente che si alzasse e che si mettesse in piedi in mezzo all'assemblea: due soldati lo sostennero e, in tale posizione, subì l'interrogatorio più brutale.
Bucoleone rivolse per primo la parola all'eroico martire: «Rispondi, miserabile», disse, «quale male ti ha fatto l'imperatore? Ha confiscato i tuoi beni? Puoi rimproverargli un solo atto di violenza?». Martino non rispose una parola; i fatti parlavano abbastanza eloquentemente. Il sacellario riprese allora con rabbia: «Non rispondi nulla? I tuoi accusatori stanno per entrare». Erano in numero di venti, la maggior parte soldati, gli altri appartenenti alla feccia del popolo. Alla loro vista, il Papa disse sorridendo: «Sono questi i testimoni? È questa la vostra procedura?». Poi, mentre li si faceva giurare sul libro dei Vangeli, si rivolse ai magistrati dicendo: «Vi supplico, in nome di Dio, di dispensarli da un giuramento sacrilego; dicano ciò che vogliono. Fate voi stessi ciò che vi è ordinato. Ma non esponeteli a perdere la loro anima». Il primo dei falsi testimoni, indicando il Papa con il dito, esclamò: «Se avesse cinquanta teste, meriterebbe di perderle tutte per aver cospirato in Occidente contro l'imperatore, di concerto con Olimpio, l'ex esarca». A questa accusa formulata in maniera così energica, Martino rispose che non aveva mai tradito gli interessi dell'imperatore in materia politica, ma che non poteva obbedirgli quando la causa della fede era in pericolo. «Non parlarci della fede», riprese il calunniatore, «qui si tratta solo del crimine di lesa maestà. Siamo tutti cristiani e ortodossi, i Romani e noi». — «Piacesse a Dio», rispose il Papa. «Tuttavia, nel giorno terribile del giudizio, renderò testimonianza contro di voi riguardo a questa fede». — «Perché», gli fu chiesto allora, «quando Olimpio tradiva l'imperatore, non lo distogliesti?». — «Come», disse il Papa, «avrei potuto resistere a Olimpio che disponeva di tutte le forze dell'Italia? Sono forse io che l'ho fatto esarca? Ma vi scongiuro, in nome di Dio, portate a termine al più presto la missione di cui siete incaricati. Dio sa che mi state procurando una bella ricompensa».
Dopo questo interrogatorio, il cui verbale fu redatto seduta stante, il sacellario tornò presso il Pontefice e, in un accesso di vera rabbia, osò porre una mano sacrilega sull'unto del Signore. Costante assisteva a questa scena da un luogo in cui poteva vedere tutto senza essere visto. Un soldato, su ordine del sacellario, strappò il mantello del Papa e lo spogliò dei suoi ornamenti pontificali. Ridotto a una nudità quasi completa, Martino fu caricato di catene e trascinato attraverso le strade della città. In mezzo a questi oltraggi, il martire conservava la stessa tranquillità che avrebbe mostrato in mezzo a un'assemblea di pii fedeli. Presentava ai suoi carnefici un volto pieno di maestosa dolcezza e non cessava di pregare per loro. Arrivato al pretorio, fu gettato nella prigione di Diomede, riservata ai ladri e agli assassini. Vi fu lasciato un giorno intero senza cibo. Nel frattempo, il patriarca Paolo essendo caduto malato, l'imperatore andò a trovarlo e gli raccontò in che modo il Papa era stato trattato. Emesso un profondo sospiro, il moribondo esclamò voltandosi verso la parete: «Ahimè! È questo che metterà il sigillo alla mia condanna». Spirò poco dopo.
Esilio finale in Crimea e morte
Deportato a Cherson in Crimea, il Papa muore di fame e di stenti nel 655, abbandonato da molti ma saldo nella sua fede.
Il 10 marzo 655, le porte del carcere di Diomede si aprirono una seconda volta e san Martino vide entrare lo scriba Sagoleba, che gli disse: «Ho ordine di trasferirvi nella mia dimora, per attendervi le istruzioni che entro due giorni deve trasmettermi il sacellario». Il Papa chiese dove volessero condurlo definitivamente; ma lo scriba si rifiutò di rispondere. «Almeno», disse il Papa, «lasciatemi in questa prigione fino al momento di partire per l'esilio». Questa grazia non gli fu concessa. Era l'ora del tramonto. Il venerabile Pontefice chiamò i suoi compagni di prigionia. «Fratelli», disse, «datemi il vostro addio, perché mi porteranno via di qui». Un calice fu tenuto in serbo per questa agape della partenza. Martino ne bevve per primo, lo passò agli altri prigionieri, poi rivolgendosi a uno di loro, quello che amava di più: «Venite, fratello», disse, «e datemi il bacio di pace». Come un tempo gli apostoli di fronte alla croce del Calvario, tutti i presenti scoppiarono in lacrime. Colui che il Papa aveva chiamato scoppiò in singhiozzi e il rumore dei lamenti risuonò fino all'esterno del recinto. Il beato Pontefice, commosso da questa dimostrazione, li pregò di cessare i loro lamenti e, imponendo le sue venerabili mani sul loro capo, disse con un angelico sorriso: «Questi sono davanti a Dio i veri beni, i favori celesti. Rallegratevi con me perché sono stato trovato degno di soffrire per il nome di Gesù Cristo». In quel momento, lo scriba apparve con i suoi satelliti; condusse il Papa nella sua dimora. Alcuni giorni dopo, l'augusto prigioniero fu imbarcato, nel più grande segreto, su una nave che lo trasportò a Cherson, l'attuale Crimea. Arrivò nel mese di maggio del 655. Le sue soffer enze, che sembravano al cul Cherson, la Crimée actuelle Luogo di esilio e di morte del Papa. mine, aumentarono ancora. «La carestia e la penuria», scriveva al clero di Roma, «sono tali in questo paese, che si parla di pane ma senza vederne». Aveva qualche diritto di aspettarsi che la Chiesa romana, della quale egli stesso aveva dispensato le elemosine con tanta liberalità, non dimenticasse l'angoscia del Pontefice esiliato. Ma le crudeli precauzioni di Costante impedivano a ogni soccorso di giungere fino a lui. Le lamentele del Papa sul suo abbandono e sulla sua miseria, mescolate al sentimento della più ardente carità, meritano di essere citate. «Noi siamo», diceva nella stessa lettera, «non solo separati dal resto del mondo, ma come sepolti vivi in mezzo a un popolo quasi interamente pagano, presso il quale non si trova alcun sentimento di umanità, nemmeno la compassione naturale che si incontra presso i barbari. Non ci giungono viveri se non dall'esterno, non ho potuto procurarmi altro che una misura di grano per quattro solidi d'oro. Che non mi giunga alcun soccorso, è cosa tanto sorprendente quanto certa; ma ne benedico il Signore che regola le nostre sofferenze come a Lui piace. Lo prego, per l'intercessione di san Pietro, di conservarvi tutti incrollabili nella fede ortodossa, principalmente il pastore che vi governa ora! Per questo misero corpo, il Signore ne avrà cura; egli è vicino.
Di che cosa sono in pena? Spero nella sua misericordia, essa non tarderà a terminare la mia carriera».
Posterità e miracoli
Il suo corpo fu trasferito a Roma; è onorato come martire e gli vengono attribuiti diversi miracoli, in particolare da sant'Ouen.
Infine morì nell'anno 655, avendo tenuto la Cattedra di san Pietro per cinque anni, quattro mesi e dodici giorni, o, secondo il computo del Breviario romano e del Liber Pontificalis, che contano gli anni dall'avvento di questo Papa fino alla sua morte, sei anni, un mese e ventisei giorni. Gli si attribuiscono due ordinazioni, nelle quali creò undici sacerdoti, cinque diaconi e tre vescovi. Il suo corpo fu in seguito trasferito a Roma e deposto con grande onore sotto l'altare maggiore della chiesa di San Martino ai Monti. Dio lo ha onorato durante la sua vita e dopo la sua mor te con diversi miracoli. Sant'O Saint Ouen, archevêque de Rouen Arcivescovo di Rouen che accolse il corpo del martire. uen, arcivescovo di Rouen, che viveva nello stesso periodo, riferisce, nella vita di sant'Eligio, che essendo ancora prigioniero a Costantinopoli, egli restituì la vista a un cieco per la forza delle sue preghiere; e l'autore che ha composto la storia del suo esilio e del suo martirio, e che ebbe l'onore di accompagnarlo ovunque, assicura che dopo la sua morte ogni sorta di malattia veniva guarita al suo sepolcro. È anche ciò che dice papa Gregorio II, nella sua Epistola a Leone Isaurico, imperatore.
La Chiesa lo onora giustamente come martire, poiché morì solo a causa delle miserie che gli causarono la sua prigionia e il suo esilio. Coloro ai quali Dio fa la grazia di sopportare alcune persecuzioni per la difesa della verità e della giustizia devono animarsi con il suo esempio a portare generosamente le pene del loro stato e ad attendere con pazienza quel grande giorno in cui gli empi che hanno trionfato in questo mondo saranno puniti con estremo rigore, e in cui i giusti che sono stati nella tribolazione, nel rifiuto e nell'obbrobrio, saranno ricompensati con grande magnificenza.
Lo si rappresenta sia in prigione, sia in piedi, con le mani elevate al cielo e in preghiera nel luogo del suo esilio.
Ci siamo serviti, per completare questa biografia, della Storia della Chiesa, dell'abate Daru.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Elezione al pontificato il 5 luglio 649
- Convocazione del Concilio Lateranense nell'ottobre 649 per condannare il monotelismo
- Arresto a Roma da parte dell'esarca Teodoro Calliopa il 19 giugno 653
- Esilio a Nasso e successivo trasferimento a Costantinopoli nel 654
- Condanna ed esilio definitivo a Cherson in Crimea, dove muore di stenti
Miracoli
- Cecità improvvisa dello scudiero di Olimpio che tentava di assassinare il Papa
- Guarigione di un cieco a Costantinopoli tramite le sue preghiere
- Guarigioni varie presso il suo sepolcro
Citazioni
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Preferirei perdere mille vite piuttosto che approvare uno scritto così pericoloso.
Risposta all'imperatore riguardo al Typus -
Signore, togli lo scisma e dona la pace alla tua Chiesa!
Orazione riportata nel testo