20 novembre 12° secolo

San Felice di Valois

FONDATORE DELL'ORDINE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ PER LA REDENZIONE DEGLI SCHIAVI

Fondatore dell'Ordine della Santissima Trinità per la Redenzione degli Schiavi

Festa
20 novembre
Morte
4 novembre 1212 (naturelle)
Epoca
12° secolo

Principe della casa di Valois, Felice rinuncia ai suoi titoli per diventare eremita e poi monaco a Clairvaux. Con san Giovanni de Matha, fonda l'Ordine della Santissima Trinità a Cerfroid, dedicato alla redenzione dei cristiani prigionieri dei Mori. La sua vita è segnata da una carità eroica verso i poveri e da una visione mistica di un cervo che porta una croce.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 9

SAN FELICE DI VALOIS,

FONDATORE DELL'ORDINE DELLA SANTISSIMA TRINITÀ PER LA REDENZIONE DEGLI SCHIAVI

Vita 01 / 09

Giovinezza e carità precoce

Fin dall'infanzia, Felice manifesta una devozione eccezionale verso i poveri e i prigionieri, arrivando a ottenere miracolosamente la conversione di un criminale condannato.

Questo amabile fanciullo progrediva nelle virtù man mano che avanzava in età. Non aveva cure e pensieri se non per soccorrere i poveri; si privava di tutto ciò che gli veniva dato per condividerlo con loro; portava loro le dolcezze che gli venivano offerte; stando a tavola, accumulava sul suo piatto tutti i bocconi che poteva ottenere e, lasciando la compagnia, senza alcun fine umano, andava a conversare con i poveri e a distribuire loro, con grande prudenza e grande bontà, tutte le buone vivande che aveva portato loro. Diceva che bisognava preferire a tutti i propri doveri quelli che si è obbligati a rendere a Gesù Cristo nella persona dei poveri.

Il pio giovane, in un'età più avanzata, avendo riconosciuto che suo zio, il conte Tebaldo, ama va anch'egli comte Thibaud Zio di Felice e conte di Champagne. fare del bene a coloro che erano nel bisogno, sapeva saggiamente ottenere da lui grosse somme per assisterli: il che fece dire un giorno a questo zio che credeva che il conte di Valois, suo nipote, avesse formato il disegno di renderlo povero per rendere i poveri ricchi. Donava spesso i suoi abiti a coloro che vedeva nel bisogno, e rispondeva a chi gli diceva che bisognava usare un po' di discrezione, che era proprio della prudenza della carne prendere tutte queste misure, ma che la sapienza dello spirito evangelico non aveva affatto queste vedute. Più i poveri erano spregevoli e ripugnanti, carichi di ulcere e piaghe, più egli si avvicinava a loro e più li stimava. Un giorno, un povero, coperto di ulcere, venne a implorare la sua carità. Felice si sottrasse agli sguardi delle persone del suo seguito, condusse il mendicante in disparte e lo rivestì con i propri abiti; ma Dio permise che quegli stessi indumenti si ritrovassero miracolosamente, il giorno seguente, sotto il capezzale del letto del giovane conte: il che lo riempì di stupore e di riconoscenza verso la bontà divina, che gli faceva conoscere in tal modo che non si perde ciò che si dona ai poveri per amore di Gesù Cristo.

La sua carità non si limitava solo a soccorrere coloro che erano privi dei beni temporali; si estendeva anche a tutte le altre persone afflitte, che cercava di consolare con tutti i mezzi che gli erano possibili; aveva tanta compassione per i criminali, che gli sembrava di essere egli stesso carico delle catene di cui li vedeva oppressi, e si sarebbe detto, a vederlo gemere con loro, che ne risentisse il peso. Lavorava con grande sollecitudine per ottenere la loro grazia; si rendeva persino loro garante. Ne liberò uno in modo ammirevole, che la Chiesa racconta nel suo ufficio. Avendo solo dieci anni, seppe che stavano per condannare un criminale a morte per assassinii e omicidi. Si sentì interiormente spinto a chiedere la sua grazia, conoscendo, per una luce segreta, che avrebbe fatto penitenza e che sarebbe diventato un Santo. Andò a visitare questo infelice nel suo carcere e lo convertì. In seguito, si mise in orazione, versò una grandissima abbondanza di lacrime e promise a Dio di riparare quanto più poteva per i crimini di colui in favore del quale pregava. Questa azione fu così gradita a Dio, che il giovane conte meritò di ricevere una rivelazione nella quale conobbe chiaramente che quel grande peccatore sarebbe diventato un grande Santo. Pieno di fiducia in Dio, fece ogni sorta di passo presso i giudici e Tebaldo, suo zio, di cui il condannato era suddito; fece tanto che ottenne la sua grazia. Questo peccatore si ritirò in un'orribile solitudine; vi fece una penitenza molto austera e vi terminò infine felicemente i suoi giorni.

Vita 02 / 09

Rottura con il secolo

Segnato dal divorzio conflittuale dei suoi genitori e dai disordini politici che ne derivarono, Felice decide di abbandonare i suoi titoli e le sue terre per consacrarsi a Dio.

Tuttavia, la reputazione che queste virtù e questi prodigi procurarono a san Felice lo spinsero ad allontanarsi per cercare la calma e la solitudine. Il divorzio che a vvenn Raoul Padre di Felice, conte di Valois. e tra Rodolfo, suo padre, e la cont Éléonore Madre di Felice. essa Eleonora, sua madre, che egli ripudiò per sposare a suo discapito la principessa Alice-Petronilla, seconda figlia del duca d'Aquitania, non fu un motivo di poco conto per confermarlo nel suo proposito; questa azione ingiusta di Rodolfo, che causò tanto dolore a Eleonora, attirò i fulmini della scomunica sulla persona del conte, suo sposo, obbligò i legati inviati appositamente da Roma a sottoporre all'interdetto tutte le sue terre e tutti i suoi domini, e fece nascere guerre crudeli nello Stato. Questi tristi eventi, questi disordini, queste divisioni e tanti interessi umani da ogni parte, non contribuirono poco a far risolvere il santo giovane ad abbandonare il secolo e tutto ciò a cui vi poteva pretendere per andare a cercare un luogo d'asilo dove pensare unicamente all'affare della sua salvezza; abbandonò dunque a Tebaldo, conte di Champagne, suo zio e fratello di Eleonora, la cura della riconciliazione che bisognava gestire tra suo padre e sua madre, e lasciò, seguendo il consiglio dello Spirito Santo, il suo popolo, la sua patria e la casa di suo padre per mettersi nel cammino del cielo.

Vita 03 / 09

Soggiorno a Chiaravalle

Si ritira nell'abbazia di Chiaravalle sotto la guida di san Bernardo, dove si esercita nelle più dure austerità monastiche prima di cercare una solitudine più profonda.

Ricordandosi che gli era stato detto più volte di essere stato offerto a Dio a Chiaravalle, per le mani di s an Bernardo, saint Bernard Abate di Chiaravalle e maestro spirituale di Raoul. si recò in quell'abbazia per rinnovare e ratificare quella prima consacrazione. Non appena fu in quella santa comunità, dimenticò in un momento tutti gli affari del mondo; credeva di essere in cielo vedendosi in una casa dove si viveva come angeli. Nulla gli parve difficile; copiava facilmente tutto ciò che vedeva di edificante negli altri: le austerità, i digiuni, le penitenze, le veglie, il lavoro, tutto gli sembrava facile; il pane di miglio e d'avena che gli veniva presentato, le foglie di faggio bollite che gli venivano date come companatico, le verdure, le radici selvatiche e tutte le altre cose simili erano per lui cibi deliziosi. Vi trovò Enrico, figlio di Luigi il Grosso e di Adelaide di Savoia, che un giorno avrebbe governato la Chiesa di Beauvais e più tardi quella di Reims. Gli esempi di questo principe, come quelli di san Bernardo, suscitarono la sua ammirazione e alimentarono il suo zelo.

Quando Felice si accorse della stima di cui era oggetto, volle sfuggire alle tentazioni dell'amor proprio e ritirarsi in una solitudine inaccessibile alla lode, dove la sua vita, il suo nome, la sua memoria sarebbero rimasti sepolti in un eterno oblio. Confidò i suoi progetti a san Bernardo, che li approvò.

Vita 04 / 09

L'anacoreta delle Alpi

Sotto il nome di Felice, divenne discepolo di un eremita nelle Alpi, conducendovi una vita di preghiera e mortificazione prima di essere ordinato sacerdote.

Per meglio celare il suo disegno, Felice si recò alla corte di suo zio Tebaldo, conte di Champagne. Vi fu ricevuto con gli onori dovuti al suo rango e, dopo un breve soggiorno, manifestò l'intenzione di visitare l'Italia. Tebaldo non vi vide che un mezzo per perfezionare l'educazione del nipote e gli fornì una scorta per compiere la sua escursione.

Non appena Felice ebbe attraversato le Alpi, pensò di realizzare il progetto che aveva guidato i suoi passi. Ovunque si informava sul genere di vita che si conduceva nei monasteri, sulla regolarità che vi fioriva, sui santi personaggi che li edificavano con le loro virtù. Avendo appreso che un pio anacoreta aveva confinato la sua esistenza nel mezzo delle Alpi e praticava in quella solitudine una perfezione sovrumana, sentì improvvisamente nella sua anima un'attrazione misteriosa per quel genere di vita e risolse di farsi discepolo del santo anacoreta, senza che si potesse sospettare il luogo del suo esilio volontario. Approfittò di un'escursione per sottrarsi agli sguardi del suo seguito e addentrarsi nella foresta. Quando i suoi servitori ebbero notato la sua assenza, si misero alla sua ricerca; i loro tentativi prolungati rimanendo infruttuosi, credettero che il loro signore fosse perito in qualche burrone e diffusero la notizia della sua morte.

Il giovane conte di Valois, essendo riuscito a trovare la grotta del solitario, gli espose il suo disegno di seppellire nell'oblio il suo nome e la sua esistenza. Incoraggiato dal santo uomo a realizzare i suoi umili progetti, il figlio d i Rod Félix Cofondatore dell'Ordine della Santissima Trinità. olfo ed Eleonora cambiò il suo nome di Ugo in quello di Felice, che scelse per esprimere la felicità che provava nel consacrarsi d'ora in poi interamente al servizio del Signore.

Sull'esempio del modello che si era scelto, Felice prolungava durante la notte le sue preghiere e le sue meditazioni, e si dedicava ad austerità che facevano rivivere in lui le tradizioni della Tebaide; mortificava il suo spirito ancora più della sua carne e sottometteva tutte le sue inclinazioni alla volontà divina. Obbediva con la docilità di un bambino al suo compagno che lo metteva talvolta alla prova con ordini ineseguibili. Nulla poteva alterare la pazienza e la dolcezza di Felice; una pace deliziosa diventava il premio della sua abnegazione e della sua immolazione perpetua.

Così grandi virtù, sostenute con tanta fedeltà, impegnarono il venerabile solitario a far prendere gli ordini sacri al suo discepolo. Quando Felice ebbe ricevuto il carattere del sacerdozio, ricominciò ad affliggere il suo corpo con nuove mortificazioni; non prendeva quasi per nulla cibo; la sua obbedienza al suo superiore era così grande che questi, pieno di ammirazione, trattava Felice come suo fratello e gli chiedeva spesso consigli riguardanti la vita interiore. Quel santo vecchio, sapendo che stava per morire, rese partecipe di questa notizia il suo caro discepolo e gli diede i suoi ultimi avvertimenti per seguire con fedeltà la sua vocazione; gli lasciò in eredità la sua cella e il suo deserto, e infine spirò tra le sue braccia.

Miracolo 05 / 09

Il ritorno in Francia e la visione

Di ritorno in Francia, si stabilì a Cerfroid dove ebbe la visione di un cervo che portava una croce, segno precursore della fondazione del suo ordine.

Qualche tempo dopo, seguendo l'attrazione della grazia, il nostro Santo ritornò in Francia, dove la sua lunga assenza, l'alterazione dei suoi tratti, il cambiamento di abiti gli impedirono di essere riconosciuto. Si costruì una piccola cella nella diocesi di Meaux, nel mezzo di una foresta che era allora spaventosa e impraticabile, piena di bestie feroci e quasi inaccessibile agli uomini per la sua posizione; vi costruì un piccolo oratorio. Questo luogo, che fu poi chiamato Cerfroid, era molto scomodo, bisognava andare a cercare l'acqua a mezza lega di distanza; questa difficoltà non stupì affatto questo pio solitario abituato al lavoro, e questo covo di bestie feroci divenne per lui un paradiso; vi condusse una vita tutta angelica; sembrava vivere solo per miracolo; passava talvolta le settimane senza prendere nulla; alcune radici selvatiche o alcuni pezzi di pane nero che gli venivano portati dai villaggi, costituivano tutto il suo nutrimento. Passava le notti e i giorni in orazione e nella contemplazione dei nostri più santi misteri. Fu nel segreto del profondo silenzio di questa amabile solitudine che Dio diede a Felice le prime idee dell'Ordine della Redenzione dei Cattivi, di cui voleva far lo fondatore con sa saint Jean de Matha Cofondatore dell'Ordine della Santissima Trinità per la redenzione degli schiavi insieme a Felice. n Giovanni di Matha; ebbe, in questa occasione, una visione che lo preparò a questo grande disegno. Essendo vicino alla fontana dove andava a prendere tutti i giorni il suo piccolo ristoro, scorse un cervo che veniva a rinfrescarsi nel corso delle sue acque e che portava tra le sue corna una croce rossa e blu; non poté penetrare questo mistero in quel momento, e ne conobbe il segreto solo in seguito.

Fondazione 06 / 09

Fondazione dell'Ordine dei Trinitari

Raggiunto da Giovanni de Matha, fonda l'Ordine della Redenzione dei Prigionieri, approvato a Roma dal Papa per il riscatto dei cristiani prigionieri.

Quando Dio iniziò a rivelare i suoi disegni a Felice nella sua solitudine, ne istruì anche Giovanni de Matha, il quale, obbedendo a una voce segreta, venne a cercare Felice nel suo deserto. Poiché avevano ricevuto dal cielo le medesime impressioni sull'istituzione dell'Ordine della Redenzione dei Prigionieri, non dubitarono più che Dio fosse l'autore di questo disegno e che dovessero rimanere insieme per gettare le prime fondamenta di questo istituto.

Giudicarono dapprima opportuno tracciare per iscritto delle Regole che potessero seguire con fedeltà: cantavano insieme l'ufficio divino con una modestia angelica; non prendevano quasi riposo durante la notte; facevano un solo pasto al giorno; il loro nutrimento era un pezzo di pane che andavano a mangiare sul bordo della fontana di cui abbiamo parlato. Rimasero tre anni in quel luogo nell'esercizio delle virtù più eroiche e più austere, guarendo miracolosamente tutti i malati dei dintorni; pregarono tuttavia Nostro Signore, con grande abbondanza di lacrime, di trasferire ad altri questo dono insigne che attirava loro troppa gente e troppa reputazione: preferivano la vita sconosciuta e nascosta a queste grandi azioni di fama. Era una cosa degna di ammirazione e di grande edificazione vedere questi due santi anacoreti attribuirsi l'un l'altro questo grande potere di guarire i malati.

La divina Provvidenza inviò loro diversi discepoli che, abbandonando generosamente beni, genitori, patria, piaceri, onori, fortuna, vennero a porsi sotto la disciplina di questi venerabili maestri nella via della salvezza. Riconobbero così bene la vanità delle grandezze e delle delizie del mondo, confrontandole con la solidità e i veri piaceri che trovavano per loro esperienza nel silenzio delle foreste, che si confermarono in brevissimo tempo nella loro santa vocazione. Le regole e l'esempio che diedero loro i due santi anacoreti furono i due mezzi più potenti che li condussero alla perfezione a cui aspiravano.

Dio ispirò a questi due celebri solitari di recarsi a Roma per consultare il sommo Pontefice sul loro disegno. Docili alla voce del cielo, abbandonarono i loro discep oli Rome Città natale di Massimiano. alle cure della divina Sapienza e partirono, sebbene la stagione iniziasse a essere inclemente. Alcuni giorni dopo il loro arrivo a Roma, il Papa approvò il loro istituto, come abbiamo detto nella vita di san Giovanni de Matha, l'8 febbraio.

Vita 07 / 09

Governo e combattimenti spirituali

Superiore di Cerfroid, sviluppa l'ordine subendo attacchi demoniaci e mantenendo una devozione particolare alla Vergine Maria.

Dopo così felici successi, ritornarono in Francia e andarono a consolare i cari discepoli che avevano lasciato a Cerfroid, alle cure della sola Provvidenza. Lavorarono subito a perfezionare le regole e le costituzioni che avevano già iniziato. Giovanni de Matha ritornò poco tempo dopo a Roma per far confermare la Regola, dopo averla interamente perfezionata, cosicché Felice di Valois rimase solo superiore di Cerfroid; fu allora che lavorò per dare un grande incremento all'Ordine, di cui era stato dichiarato Patriarca dal vicario di Gesù Cristo. Un gran numero di buoni soggetti si presentò per essere sotto la sua saggia guida; diverse persone di qualità e suoi stretti parenti gli davano tutto ciò di cui aveva bisogno per la costruzione degli edifici necessari. Era il consiglio di tutto il paese e il medico corporale e spirituale di tutti gli afflitti; guariva miracolosamente tutti i malati e dava consigli consolanti e salutari a tutti coloro che lo consultavano sulle loro pene.

Tutto l'inferno si sollevò contro questo Ordine nascente. I demoni attaccarono dapprima il santo Patriarca con un'infinità di assalti che gli sferrarono; talvolta ispirandogli sentimenti di vana gloria e di compiacimento sui grandi progressi che faceva nel suo Ordine; e altre volte volevano superarlo a forza aperta, caricandolo, anche esteriormente, di un'infinità di colpi, e inquietando i suoi discepoli e i suoi nuovi religiosi con un'infinità di cattive impressioni e di suggestioni maliziose e diaboliche che tendevano tutte a far lasciare il deserto a quegli innocenti solitari, e a persuaderli di ritornare nel mondo; ma Felice, sempre felice negli assalti, e sempre vittorioso nei rudi combattimenti, non perse nessuno di coloro che il cielo gli aveva affidato, e conservò sempre se stesso fino alla morte come il più umile di tutti gli uomini.

Sebbene questo santo Patriarca fosse obbligato a gettarsi per necessità, e contro tutte le sue inclinazioni, in un'infinità di cure e di lavori esteriori ai quali gli edifici dei suoi monasteri lo impegnavano ogni giorno, era nondimeno uno spettacolo degno di grande ammirazione vedere la modestia continua e il raccoglimento tutto angelico nel quale sapeva conservarsi. Bastava vederlo per essere toccati dalla devozione, e molti hanno confessato che il suo solo portamento esteriore e lo sguardo solo del suo volto venerabile avevano operato in loro grandi sentimenti di conversione. Nulla poteva fargli perdere le sue ore di orazione; e se la necessità metteva durante il giorno dell'interruzione a quel dolce esercizio che costituiva tutte le sue delizie, sapeva risarcirsi ampiamente durante la notte; passava abbastanza spesso il tempo, dalla sera fino al Mattutino, ad adorare, a pregare e a gemere davanti a Cristo ai piedi del grande altare della chiesa dove il santo Sacramento riposava, e, dopo il Mattutino, si ritirava in una cappella della santa Vergine, per passarvi il resto della notte in altri simili esercizi di pietà e di penitenza.

Aveva una devozione molto singolare per la Madre di Dio; la faceva onorare sotto il titolo di Nostra Signora del Rimedio, per indicare che dobbiamo rivolgerci a lei per ottenere la guarigione dei nostri mali: si eresse, in segui to, sotto questo nom Notre-Dame du Remède Titolo mariano promosso da Felice per la guarigione dai mali. e, una Confraternita di Nostra Signora che è stata unita a quella della Santissima Trinità.

Vita 08 / 09

Ultimi giorni e trapasso

Dopo un ultimo incontro con Giovanni de Matha, Felice muore nel 1212, circondato da segni miracolosi e visioni celesti.

San Felice, avendo appreso per rivelazione che la sua morte si avvicinava, ne informò i suoi discepoli. Aveva un solo desiderio sulla terra: vedere ancora una volta, prima di morire, il Padre Giovanni de Matha. Dio non disapprovò questo innocente desiderio; gli fece persino sapere che lo avrebbe visto, e Felice dichiarò in anticipo ai suoi discepoli che il Padre Giovanni de Matha stava per arrivare: l'evento provò la sua predizione: il Padre de Matha, contro ogni apparenza, arrivò e portò una gioia indicibile alle case dell'Ordine già stabilite in Francia. Felice conferì con lui per l'ultima volta su tutti gli affari dell'Ordine. Giovanni de Matha gli fece il resoconto di tutte le benedizioni che Dio aveva concesso alle case che aveva stabilito in Spagna, in Italia, e gli raccontò con quali felici successi aveva compiuto diverse redenzioni sulle coste della Barberia, a Tunisi, ad Algeri e nel regno di Valencia. Felice, da parte sua, rese partecipe Giovanni de Matha dei progressi dell'Ordine in Francia, dei monasteri che erano stati fondati, delle disposizioni prossime che vi erano per stabilirne altri nuovi, e delle elemosine che aveva in deposito per andare a compiere redenzioni nei paesi degli infedeli, dell'osservanza regolare e delle altre cose necessarie per mantenere l'Ordine e dargli incremento.

Il suo santo amico essendo ripartito per l'Italia, Felice fu colto da una febbre che fece giudicare che la sua ora non fosse lontana, essendo anche anziano e consumato dai lavori e dalle austerità come lo era. Fu favorito da diverse estasi durante la sua malattia; ricevette il santo Viatico e l'Estrema Unzione con sentimenti di una devozione tutta angelica, ed entrò in un rapimento dopo aver ricevuto questi ultimi soccorsi della Chiesa; essendone tornato, pronunciò ancora alcune parole animate dal fuoco di un amore tutto serafico, che facevano vedere l'ardore di cui il suo cuore era appena stato infiammato; infine, la sua voce si spense e, alzando gli occhi al cielo, dove era già il suo cuore, rese lo spirito a Dio dando un bacio d'amore all'immagine di Gesù Cristo in croce. Era il 4 novembre dell'anno 1212. Il suo volto apparve subito tutto circondato di luce. Il suo corpo esalò un odore così soave, che superava quello dei profumi più squisiti. La morte di questo grande servitore di Dio non fu ignota a san Giovanni de Matha: Felice di Valois non fu appena deceduto, che gli apparve tutto circondato di gloria e di luce.

Culto 09 / 09

Culto e posterità

Il suo culto, inizialmente limitato al suo ordine, fu ufficialmente riconosciuto da Urbano IV e successivamente iscritto nel martirologio romano nel XVII secolo sotto l'impulso di Luigi XIV.

[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE.]

Felice fu sepolto nella chiesa di Cerfroid, località che faceva parte della diocesi di Meaux e che, dopo il Concordato, appartiene alla Chiesa di Soissons. La sua tomba divenne un luogo di pellegrinaggio molto frequentato. Lo si invocava soprattutto per i bambini affetti da languore; egli era particolarmente onorato dalla Chiesa di Meaux fin dall'anno 1219.

Salvo questa eccezione, il culto di san Felice di Valois fu a lungo solo una prerogativa dell'Ordine dei Trinitari. Solo il 1° maggio 1262 gli furono resi gli onori della canonizzazione solenne da Urbano IV Urbain IV Papa che ha canonizzato Felice nel 1262. , la cui bolla originale, datata 4 ottobre 1263, andò smarrita nel corso dei secoli successivi. Pertanto, quando i Trinitari, nel XVII secolo, sollecitarono l'iscrizione del nome dei loro fondatori nel Breviario romano, poterono solo produrre prove equivalenti, mostrando che Giovanni de Matha e Felice di Valois godevano da tempo immemorabile degli onori del culto e che erano stati qualificati come santi da diversi papi, in particolare in una bolla di Urbano VIII. Luigi XIV fece i ntervenir Louis XIV Re di Francia durante il ministero di Olier. e la sua potente sollecitazione e la sacra Congregazione dei Riti, nel 1671, iscrisse il nome di san Felice al 4 novembre nel martirologio romano.

Più tardi, ci si accorse che la festa di san Felice di Valois era sempre preceduta da quella di san Carlo Borromeo, che coincideva con essa; e nel 1679, fu spostata al 29 novembre.

Furono fatte vane ricerche a Cerfroid nel 1705 per ritrovare la sepoltura di san Felice di Valois. Una piccola reliquia è conservata nel monastero attuale.

I Trinitari di Saint-Quentin lasciarono questa città a metà del XIII secolo per stabilirsi a Templeux-la-Fosse, nell'attuale decanato di Boisel. La loro carta di fondazione, concessa da Vermando, vescovo di Noyon, è datata 29 gennaio 1254. Furono questi religiosi che, nel 1665, presero la direzione del collegio di Péronne.

Nel 1866, l'abate Capella, parroco di Authie, vicario generale di monsignor Massais, vicario apostolico dei Galla (Abissinia del sud), ha fondato, nella diocesi di Amiens, l'opera del riscatto degli schiavi, che è annessa all'Ordine della Santissima Trinità e adottata da quello di Nostra Signora della Mercede.

Per comporre questa biografia, ci siamo serviti della Vita dei Santi Giovanni de Matha e Felice di Valois, del R. P. Ignace Dilloud; e dell'Agiografia della diocesi di Amiens, dell'abate Corblot.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Offerto a Dio a Chiaravalle da san Bernardo
  2. Ritiro presso l'abbazia di Chiaravalle
  3. Esilio volontario nelle Alpi e vita da anacoreta
  4. Cambio di nome da Ugo a Felice
  5. Insediamento nel deserto di Cerfroid
  6. Visione del cervo crucifero presso una fonte
  7. Incontro con san Giovanni de Matha
  8. Viaggio a Roma per l'approvazione dell'Ordine
  9. Fondazione dell'Ordine della Santissima Trinità

Miracoli

  1. Indumenti donati a un povero ritrovati sotto il suo capezzale
  2. Guarigioni miracolose di malati a Cerfroid
  3. Visione di un cervo che porta una croce rossa e blu
  4. Apparizione della Vergine e degli angeli che cantano l'ufficio a Cerfroid
  5. Apparizione postuma a san Giovanni de Matha

Citazioni

  • Bisognava preferire a tutti i propri doveri quelli che si è obbligati a rendere a Gesù Cristo nella persona dei poveri. Testo fonte

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo