San Leonardo da Porto Maurizio
DELL'ORDINE DI SAN FRANCESCO
dell'Ordine di San Francesco
Religioso francescano del XVIII secolo, Leonardo da Porto Maurizio fu uno dei più grandi missionari d'Italia. Fondatore del ritiro dell'Incontro, percorse la penisola e la Corsica per predicare la penitenza, diffondendo l'esercizio della Via Crucis e la devozione al Nome di Gesù. Morì a Roma nel 1751 dopo una vita di austerità estreme e zelo apostolico.
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SAN LEONARDO DA PORTO MAURIZIO,
DELL'ORDINE DI SAN FRANCESCO
Infanzia e pietà precoce
Nato a Porto Maurizio nel 1676, Paolo Girolamo manifesta fin dalla più tenera età un'intensa devozione, organizzando processioni e sermoni per i suoi compagni.
Per non lasciarsi andare all'impazienza o ad altri difetti, bisogna camminare costantemente alla presenza di Dio. Massima del Santo.
Porto Maurizio, città della diocesi di Albenga, sulla riviera di Genova, si gloria di essere la patria del beato L eonardo Léonard Santo la cui lettera profetica invocava la definizione del mistero. . Nacque il 20 dicembre dell'anno 1676, da genitori abbastanza ricchi dei beni della terra, ma molto più di quelli del cielo: la pietà e la virtù. Suo padre perse la prima moglie, che era madre del nostro Beato, quando questi aveva appena due anni, e ne sposò una seconda, dalla quale ebbe quattro figli. Li portò tutti all'amore di Dio con i suoi esempi ancora più che con le sue parole; si prese una cura particolare del nostro Beato, che si chiamava Paolo Girolamo, perché si notavano in lui tutti gli indizi di un'anima privilegiata e nata per il cielo.
In effetti, Paolo Girolamo mostrò, fin dalla più tenera età, un grande distacco dai divertimenti e dai giochi dell'infanzia; il suo più grande piacere era costruire piccoli altari e fare processioni alle quali invitava i suoi compagni: e, dopo aver recitato con loro varie preghiere o cantato cantici, faceva loro spesso piccoli sermoni, alla maniera di un predicatore. Si restava meravigliati nel vedere questo giovane fanciullo recitare sera e mattina, con un fervore straordinario, il suo rosario e altre preghiere, per rendere alla santissima Vergine il suo tributo di omaggio e di venerazione.
Faceva inoltre, a piedi nudi, in compagnia dei suoi giovani compagni, frequenti pellegrinaggi alla chiesa di Nostra Signora della Piana, situata a circa due miglia da Porto Maurizio; là, dava libero sfogo alla sua devozione; è lì soprattutto che, nel tempo in cui i terremoti affliggevano la città di Napoli e portavano ovunque lo spavento, andava a scongiurare ardentemente la potente Madre di Dio di liberare il suo paese da questo terribile flagello. Visitava ancora altre chiese, sempre accompagnato dagli stessi condiscepoli; eccitava la loro devozione verso la santa Vergine, recitava con loro varie preghiere, li istruiva al meglio che poteva nella dottrina cristiana, e cercava, in questo modo, di tenerli lontani dalle occasioni di peccato.
Studi e formazione a Roma
Inviato a Roma presso lo zio, studia al Collegio Romano sotto la guida di maestri rinomati e si dedica a una vita di ascesi e di preghiera rigorosa.
All'età di dieci anni, un capitano di nave, attirando a sé lui e i suoi giovani compagni, tentò, con carezze e piccoli doni, di spingerli al male: questi deboli agnelli si raccomandarono a Dio e presero subito la fuga per sfuggire al dente del lupo che li inseguiva. Non appena il nostro Beato fu fuori pericolo, si recò in chiesa per ringraziare Dio di aver salvato la sua innocenza; poi fece un pellegrinaggio, a piedi nudi, a Nostra Signora della Piana, per testimoniare la sua riconoscenza alla sua buona Madre. Dopo aver studiato con il massimo successo nella sua città natale, andò a Roma presso uno Rome Città natale di Massimiano. zio paterno, di nome Agostino; quest'uomo, saggio e virtuoso, lo affidò a un maestro abile e gli trovò un pio confessore nella persona di Padre Grifonelli, e, incantato dai suoi progressi nelle scienze e dalla sua condotta edificante, lo trattò con tanto affetto quanto i propri figli. Dopo tre anni, gli fece seguire le lezioni pubbliche del Collegio Romano. Il nostro Beato ebbe come maestro Padre Tolomei, che il suo sapere così come le sue virtù hanno reso celebre e che fu in seguito cardinale. I suoi progressi non furono minori nella pietà che nella scienza. Si dedicò in modo del tutto speciale a una vita tutta interiore e spirituale; si accostava ai Sacramenti negli oratori, tutti i giorni di festa, e prese l'abitudine di raccomandare ogni giorno la sua anima a Dio, sera e mattina, come se dovesse morire il giorno stesso o la notte seguente. Era modesto, umile, pio, studioso e vigilante su se stesso, al punto che mai disse una parola, né fece la minima azione che si potesse guardare come un peccato, o che fosse di natura tale da causare scandalo e stupore; tutti i suoi colloqui con i compagni vertevano su argomenti di pietà o di studio, tanto che la sua virtù e la sua vita esemplare ne facevano lo specchio di tutta la gioventù che frequentava il Collegio Romano; era per ciascuno un oggetto di edificazione e un modello compiuto.
Amico della solitudine e del ritiro, ebbe pochi amici, ma ne ebbe solo di virtuosi, come deve essere. Amava soprattutto uno di loro, perché ne aveva appreso la grande massima che, per non lasciarsi andare all'impazienza o ad altri difetti, bisogna camminare costantemente alla presenza di Dio. Questo prezioso compagno, avendogli proposto un giorno di condurlo al sermone, lo portò su una piazza dove si vedeva ancora sospeso al patibolo il corpo di un criminale, e, voltandosi verso di lui: «Caro mio», disse, «ecco il sermone: chiunque vive male, è prima o poi raggiunto dalla giustizia divina; poiché quando un uomo non ha il timore di Dio, è capace di commettere tutti i crimini». Queste parole e questo spettacolo commossero vivamente il servo di Dio, che ne concepì ancora un maggiore orrore del peccato.
Ancora giovanissimo, si fece iscrivere in pie congregazioni, che si riunivano, una all'oratorio di Padre Caravita, gesuita, l'altra a quello di san Filippo Neri, alla Chiesa Nuova; si esercitava già a compiere la missione di apostolo, andando per le strade e le piazze pubbliche di Roma nei giorni di festa, ed esortando tutti a recarsi ai sermoni: le parole sconvenienti, i disprezzi, gli insulti che spesso doveva subire da parte dei libertini e delle persone irreligiose non potevano rallentare il suo zelo.
Faceva assiduamente la sua lettura spirituale, particolarmente nell'Introduzione alla vita devota, di san Francesco di Sales, che portava sempre con sé, professando per il santo autore una devozione speciale. Si accostava saint François de Sales Vescovo di Ginevra che profetizzò la vocazione di Olier. spesso ai sacramenti e trovava le sue delizie nel visitare le chiese e nell'ascoltare sermoni; li riteneva in parte a memoria e li ripeteva poi alle persone di casa sua. Raccontava lui stesso, in un'età più avanzata, che avendo fatto, quando era ancora secolare, la sua confessione generale a Padre Grifonelli, nella cella stessa un tempo occupata da san Filippo Neri, Dio degnò di dargli una così viva contrizione, che, cambiato in un altro uomo, sentì accrescersi nel suo cuore l'amore delle austerità e delle penitenze; aggiungeva poi, per umiltà, che allora aveva un po' di fervore, ma che da allora l'aveva totalmente perduta.
Predicando a Roma, nel 1749, ed esortando i fedeli a conservare e ad accrescere in loro la grazia di Dio, tra gli altri mezzi che indicò loro per ottenere questo risultato, consigliò di affiliarsi a qualche pia congregazione, assicurandoli che parlava per esperienza e aggiungendo che, se aveva fatto del bene, e soprattutto evitato il male nella sua giovinezza, se ne credeva debitore al favore che aveva avuto di essere aggregato all'oratorio di Padre Caravita e a quello della Chiesa Nuova.
Nelle pie riunioni di queste congregazioni, si infiammava di un tale amore per la virtù, di un tale desiderio di soffrire e di mortificare il suo corpo, che rientrando dallo zio, non poteva fare a meno di lasciar trasparire il fervore di cui era colmo; non parlava che delle cose di Dio, raccontava la vita dei Santi di cui si faceva memoria quel giorno, o ripeteva i sermoni e le istruzioni che aveva ascoltato, sia negli oratori, sia nelle chiese. Si abbandonava spesso a questi pii discorsi la sera, durante la cena, ed era così preoccupato del suo soggetto, che dimenticava persino di mangiare. Suo zio, accorgendosi a volte che il pasto stava per finire senza che avesse preso la minima cosa, gli ordinava di tacere e di mangiare, aggiungendo che i suoi ascoltatori avrebbero avuto cura di imitare la vita dei Santi di cui aveva parlato. Tuttavia, alcuni auguravano da ciò che questo virtuoso giovane sarebbe diventato un giorno un grande predicatore; altri notarono che passava apposta l'ora della cena in questi pii colloqui, affinché nel frattempo, le vivande di cui voleva privarsi raffreddandosi, avesse un pretesto per farne a meno e potesse dissimulare così il suo spirito di mortificazione. Usava mille industrie per nascondere allo stesso modo le altre penitenze con le quali castigava il suo corpo per assoggettarlo allo spirito; tuttavia non poté impedire che diverse persone della casa si accorgessero chiaramente che lasciava il suo letto la notte, per coricarsi sul pavimento nudo della sua camera, riposando la testa su una tavola, o su una pietra che teneva nascosta nella camera stessa; si trovarono ancora altri strumenti di penitenza, come discipline e cilici, dei quali si notò molto bene che faceva uso.
Sebbene vivesse nel mondo come non essendo del mondo, risolse di assicurare meglio la sua salvezza e di servire Dio più perfettamente seguendo la voce interiore che lo chiamava allo stato religioso. Ne parlò al suo confessore che volle dapprima prepararlo a una così santa vocazione con le più umilianti prove. Un giorno, gli ordinò di passare dai librai di Roma, per acquistare un libro che contenesse, riunite in un solo volume ben rilegato, le favole di Esopo, di Bertoldo e di Bertoldino. Sebbene il giovane prevedesse all'istante stesso l'impossibilità di trovare un simile libro, e le derisioni alle quali le sue ricerche lo avrebbero esposto, si mise subito in cammino per eseguire questo ordine singolare, e fece il giro delle librerie, senza scoraggiarsi, sebbene non raccogliesse dalle sue ricerche che ciò che aveva previsto. Infine, come se nulla fosse, tornò gaiamente alla Chiesa Nuova, per dire a Padre Grifonelli che non aveva potuto trovare il libro in questione, ma che era disposto a ricominciare e a fare più diligenti ricerche, se lo avesse giudicato bene; questi gli rispose che era persuaso che la sua stupidità non gli avrebbe permesso di trovare una cosa così facile; il giovane tacque e non disse una parola per difendersi e discolparsi.
Vocazione francescana
Colpito dalla vista di due religiosi, nel 1697 entra tra i Frati Minori nel convento di San Bonaventura al Palatino, assumendo il nome di Leonardo.
Mentre Paolo Girolamo, moltiplicando le sue orazioni e le sue penitenze, chiedeva a Nostro Signore di fargli conoscere definitivamente la sua santa volontà, vide, attraversando piazza del Gesù, due religiosi dall'aspetto povero e dal portamento assai modesto; ne rimase edificato e colpito, e, come raccontava in seguito parlando della sua vocazione, gli sembrò di vedere due angeli scesi dal cielo; allo stesso tempo si sentì infiammato dal desiderio di abbracciare il loro genere di vita. Ma, non sapendo a quale Ordine appartenessero, né quale convento abitassero, si mise a seguirli finché non li vide entrare nel convento o ritiro di San Bonaventura, situato sul Palatino e abitato dai Frati Minori, che sono la più povera delle diverse branche dell'Ordine. Entrò nella chiesa del convento nel momento in cui i religiosi iniziavano la recita dei Vespri, e udì le prime parole: Converte nos, Deus, salutaris noster: «Convertici, o Dio, nostra salvezza!». Si sentì immediatamente colpito al cuore da queste parole e, illuminato da una luce dall'alto, si determinò seduta stante ad abbracciare quel rigoroso istituto, dicendo a se stesso: Hac requies mea: «Questo è il luogo del mio riposo». Infatti, si presentò a quella casa, dopo aver consultato il suo confessore e altre pie persone, nonostante la resistenza di suo zio, il 2 ottobre 1697, e ricevette allo stesso tempo il nome di Leonardo. La sua umiltà ci ha fatto conoscere con quale fervore compì il suo no Léonard Santo la cui lettera profetica invocava la definizione del mistero. viziato: poiché, in età più avanzata, quando gli capitava di parlare di quell'epoca felice, chiamava il giorno in cui aveva ricevuto l'abito religioso il giorno della sua conversione, e l'anno del suo noviziato l'anno santo: si lamentava di aver perduto la devozione che aveva allora, e di non aver fatto altro che tornare indietro invece di avanzare nel cammino della perfezione. Si prevedeva fin da allora che sarebbe stato un giorno la gloria dell'Ordine. Fu ammesso all'unanimità alla professione solenne, il 2 ottobre 1698. Non appena ebbe pronunciato i voti, fu applicato allo studio della teologia. Si ammirarono presto, non solo i suoi successi in questa scienza, ma anche la sua grande regolarità. Esortava i suoi compagni ad essere fedeli anche nelle più piccole cose, ed esatti nel mantenere le pie pratiche dell'Ordine, per la ragione che non bisogna considerare come poca cosa ciò che può piacere o dispiacere a Dio. «Se, mentre siamo giovani», aggiungeva talvolta, «non facciamo caso alle piccole cose e se vi manchiamo con avvertenza, ci permetteremo di mancare ai punti più importanti, quando saremo più avanzati in età e avremo più libertà». Se, con la sua condotta, serviva da modello, con tali discorsi animava gli altri religiosi alla pratica di tutte le virtù; così la comunità era meravigliata di vedere con quale rapidità tendesse alla santità più sublime. Questo pensiero lo seguiva anche durante le ore di ricreazione, quando passeggiava in giardino con i suoi confratelli: «Speriamo in Dio», soleva dire, «e con il soccorso della sua grazia, che non manca mai, possiamo non solo essere buoni, ma persino diventare Santi». Li portò a scegliersi ogni settimana una virtù, di cui ciascuno doveva produrre in quel tempo il maggior numero possibile di atti; questa virtù e i mezzi per acquisirla dovevano costituire l'oggetto delle conversazioni. Stabilì inoltre che, se qualcuno avesse commesso una colpa, sarebbe stato obbligato, nella conferenza che tenevano tra loro, a mettersi in ginocchio davanti a uno dei suoi condiscepoli, a pregarlo di avere la carità di avvertirlo delle mancanze che erano state notate in lui, e di promettere, con l'aiuto di Dio, di emendarsi.
Guarigione e inizio delle missioni
Dopo una grave malattia, viene guarito per intercessione della Vergine e inizia le sue missioni apostoliche, propagando in particolare l'esercizio della Via Crucis.
Infiammato d'amore per Dio e di zelo per la salvezza del prossimo, nutriva il più vivo desiderio di andare tra gli infedeli, e fu sul punto di accompagnare in Cina Monsignor de Tournon, che fu poi cardinale; ma il Signore, che voleva che evangelizzasse i popoli d'Italia, non permise che questo progetto potesse realizzarsi: ripeté spesso in seguito di non essere stato giudicato degno di versare il suo sangue per Gesù Cristo. Quando apprendeva della persecuzione che mandava al cielo tanti martiri in quel paese lontano: «Anch'io», esclamava, «avrei dovuto esserlo, ma i miei peccati sono stati la causa per cui non vi sono andato». Quando fu ordinato sacerdote, prese l'abitudine di confessarsi ogni mattina prima di salire all'altare: spesso si confessava anche la sera e la mattina. Terminò il corso dei suoi studi con un successo meraviglioso, che non era dovuto meno alla sua applicazione che ai suoi talenti naturali. Nelle sue conferenze ai religiosi, tornò per tutta la vita sulla necessità di acquisire nuove conoscenze per procurare la gloria di Dio e la salvezza delle anime; il che non può farsi che attraverso lo studio. Aggiungeva talvolta di aver sempre studiato e di studiare ancora continuamente a questo scopo. Così seppe unire la reputazione di sapiente a quella di Santo: ecco perché fu nominato professore di filosofia. Ma la Provvidenza, che voleva farne non un Tommaso d'Aquino, ma un Vincenzo Ferrer, permise che cadesse malato: la sua costituzione delicata, le sue rigorose penitenze, la sua applicazione allo studio fecero presto disperare della sua salute: divenne come uno scheletro che non aveva più che la pelle e le ossa. Fu obbligato ad andare a Napoli, poi a Porto Maurizio, suo paese natale, per ristabilirsi.
Lì, dopo aver sperimentato l'impotenza dei rimedi umani, si rivolse alla santa Vergine, supplicandola di ottenergli dal suo divin Figlio una salute che avrebbe consacrato a guadagnare anime per il cielo. La sua preghiera fu esaudita; l'infermità di cui soffriva da cinque anni scomparve così completamente che poté intraprendere e continuare senza sosta lavori più numerosi, più difficili e più gloriosi di quelli di Ercole, poiché abbatté mostri ben altrimenti terribili, vogliamo dire quelli che divorano le anime. Iniziò facendo conoscere il pio esercizio della Via Crucis e l'incomparabile tesoro delle indulgenze che si possono guadagnare praticandolo; si adoperò persino presso i sovrani pontefici Benedetto XIII, Clemente XII e Benedetto XIV, affin ché queste Benoît XIV Papa che ha beatificato Girolamo Emiliani. indulgenze fossero estese a tutti i luoghi. Fu nella diocesi di Albenga che fece la sua prima missione, ad Artallo, distante due miglia da Porto Maurizio. Partiva ogni mattina da questa residenza, e vi tornava la sera, a piedi nudi, sebbene fosse in pieno inverno, pratica che continuò, nonostante le sue fatiche, fino al penultimo anno della sua vita, quando Benedetto XIV lo obbligò a portare i sandali. Due tratti basteranno a mostrare i frutti che il nostro Beato dovette raccogliere in questa missione.
Apostolato in Toscana
Sostenuto dal Granduca Cosimo III, percorre la Toscana, convertendo le folle con la sua eloquenza e le sue spettacolari penitenze pubbliche.
Un giorno, mentre tornava piuttosto tardi, secondo la sua consuetudine, al convento dei Minori Osservanti dove alloggiava, si accorse che un uomo lo seguiva emettendo profondi sospiri; si voltò, lo attese, iniziò a conversare con lui su un argomento spirituale e gli chiese se potesse essergli utile in qualcosa, assicurandolo di essere pronto ad aiutarlo. Il pover'uomo, mettendosi in ginocchio, gli disse piangendo: «Padre mio, avete ai vostri piedi il più grande peccatore che sia sulla terra». Il Beato, intenerito dalle sue parole e dalle sue lacrime, gli rispose subito: «E voi, figlio mio, avete trovato in me, per quanto miserabile io sia, un padre che sarà per voi pieno di tenerezza». Incoraggiò quel peccatore a riconciliarsi con Dio, lo condusse al convento, ascoltò la sua lunga confessione e lo congedò pieno di gioia per essersi liberato da un peso di peccati di cui finora non aveva avuto il coraggio di fare ammenda.
In occasione della festa di San Bartolomeo apostolo, che doveva celebrarsi a Caramagna, fu invitato a tenervi un sermone: essendo stato avvertito di un abuso che si ripeteva ogni anno in quel giorno, e che consisteva nel fatto che uomini e donne ballavano insieme pubblicamente, facendo di un giorno di festa un vero carnevale, si scagliò con forza contro tale disordine, dimostrando con le ragioni più forti che il demonio ha tutto da guadagnare nei balli. Nonostante ciò, la maggior parte dei suoi uditori, appena usciti dalla chiesa, si recò, come gli altri anni, nel luogo dove si ballava. Leonardo, essendone informato, prese in mano un crocifisso e, accompagnato da due uomini che portavano ceri accesi, si recò egli stesso sul posto. Al suo apparire, i suonatori e gli altri fuggirono, ma egli li invitò a fermarsi, rivolse loro la parola e fece una così viva impressione sugli astanti che tutta la folla, sciogliendosi in lacrime, offrì lo spettacolo del pentimento più sincero e universale. Accadde che, mentre parlava, un braccio del crocifisso si staccò dalla croce; il popolo, a quella vista più commosso che mai, gridava chiedendo misericordia a Dio; l'uomo di Dio approfittò di questa circostanza per condannare con maggiore energia l'uso colpevole di profanare con i balli le feste consacrate ai Santi, aggiungendo che il Signore aveva voluto far capire con quel segno che era pronto a scagliare il suo fulmine se non avessero promesso di non commettere più tali profanazioni. Il popolo, colto da un santo timore, lo promise all'istante e da allora mantenne fedelmente la promessa. Il nuovo missionario, vedendo che il cielo benediceva i suoi lavori, ne fu incoraggiato alla predicazione e al bene spirituale del prossimo, tanto che correva ovunque fosse chiamato, senza preoccuparsi delle fatiche o delle difficoltà.
Non si può dire quanti peccatori abbia tratto dai loro traviamenti; quasi tutta l'Italia fu successivamente testimone dei suoi lavori e delle sue vittorie sul peccato. Il Granduca di Toscana, Cosimo III, lo chiamò per riformare i costumi dei suoi Stati e andava s pesso a f Cosme III Granduca di Toscana, protettore e amico del santo. argli visita per imparare a governare gli altri e soprattutto, cosa ben più difficile, a governare se stesso. Al fine di estendere il più possibile i frutti dello zelo del nostro apostolo, lo pregò di tenere missioni in tutto il Granducato, offrendogli assistenza e protezione, tanto per lui quanto per i suoi compagni. Il servo di Dio ringraziò quel buon principe per la sua generosità e gli disse con santa libertà che si assumeva ben volentieri il compito di lavorare nella vigna del Signore, ma che, per quanto riguardava il suo sostentamento, aveva un Maestro più ricco di Sua Altezza, che vi aveva sempre provveduto in passato e che certamente non avrebbe mancato di farlo in futuro. Il Granduca gli chiese chi fosse questo maestro ed egli rispose che era Dio stesso, sulla cui provvidenza si riposava, non volendo vivere che di elemosine, persuaso che quel divino Maestro non lo avrebbe dimenticato mentre lavorava per la sua gloria. Si può immaginare quanto quel principe, che era molto religioso, fu edificato da una tale risposta. Nominò qualcuno per prendersi cura del missionario, ed ecco in quali termini questa persona rende conto, in una lettera, dei risultati della missione di Pitigliano: «Non posso fare a meno di darvi notizia, con i sentimenti della più viva gioia, della fortuna che ha avuto Pitigliano di possedere questo grande servo di Dio, che vi termina la sua missione per andare poi a Sorano e santificare a sua volta quel luogo; perché non è solo convertire, è santificare ciò che egli fa. Padre Leonardo è uno strumento dello Spirito Santo che, con i suoi buoni modi, attrae a sé tutti coloro che lo ascoltano, anche i più induriti. Ho l'onore di essere stato incaricato da Sua Altezza Reale di servirlo e di fargli preparare tutto ciò di cui ha bisogno; ma ho avuto poche occasioni di essergli utile, così come ai suoi compagni; perché quel poco che prendono per il loro nutrimento, vanno a chiederlo in elemosina. Gli avevo fatto preparare un piccolo appartamento composto da cinque stanze, con un letto per lui, fornito di materassi e di tutto ciò che conviene; appena arrivato, fece portare via tutto per mettere al posto qualche asse su cui prende il suo riposo la notte. Credo che Dio gli conservi la vita con un'assistenza speciale, perché non è possibile sostenersi naturalmente nel mezzo di così grandi fatiche, con così dure penitenze».
Non si può avere un'idea delle moltitudini che si accalcavano attorno al nostro Beato, come un tempo sui passi del Figlio di Dio, per ricevere il pane della divina parola. Un giorno, mentre si portava in processione un'immagine miracolosa della Santa Vergine per ringraziare quella buona Madre di aver liberato la Toscana dalla peste, il numero dei fedeli che assistevano a questa toccante cerimonia ammontava a più di centomila. Quando la processione fu arrivata in cima alla collina di Santa Maria, il santo missionario pronunciò un discorso caloroso che fu chiaramente udito da tutta la moltitudine, senza che i più lontani, che erano ben a un miglio di distanza dal predicatore, perdessero una sola parola. Questo discorso fu seguito dalla benedizione; e contemporaneamente dei cannoni, posti appositamente su luoghi elevati, a distanza l'uno dall'altro in tutta l'estensione del paese, fecero una scarica generale, affinché si fosse avvertiti in tutta la Toscana del momento preciso della benedizione e che ognuno, in qualunque luogo si trovasse, potesse prostrarsi per riceverla. L'emozione era al culmine, tutto il popolo si scioglieva in lacrime.
Tutte le diocesi avrebbero voluto possedere il servo di Dio; egli percorse quelle di Massa, Arezzo, Volterra e le campagne di Siena, raccogliendo ovunque abbondanti messi per il cielo. Non si sapeva cosa ammirare di più, se il suo zelo, la sua eloquenza o le sue austerità. Il vescovo di San Miniato, ringraziando in una lettera il Padre guardiano di San Francesco del Monte per avergli inviato un apostolo così santo e zelante, si esprime così: «Padre Leonardo rientra nella sua santa ritirata carico di meriti; ha lavorato con uno zelo ammirabile per quindici giorni, e potrei dire anche per quindici notti, alla salvezza del mio amato gregge. Nulla supera la sua dedizione, se non, oso sperare, i frutti che produce. Per quanto mi riguarda, dico che la grazia divina trionfa in lui, perché non mi sembra possibile che, senza un soccorso tutto speciale di Dio, un uomo possa fare tanto».
Ecco ora ciò che scrisse il parroco di San Rocco, vicino a Pistoia, quando il nostro Beato vi ebbe terminato la missione: «Benedetta sia l'ora in cui mi venne il pensiero di importunarvi, mio reverendo Padre, per ottenere Padre Leonardo. Tutto ciò che Dio si è degnato di operare per mezzo del suo servo, Dio solo potrebbe farlo conoscere, perché Dio solo lo sa. Tutta la città venera Padre Leonardo come un Santo, come un predicatore sapiente, come un fervente missionario, e tutte le anime sono state come incatenate alla sua parola di fuoco. Egli spezza i cuori, anche i più indifferenti, che non prestano orecchio che a ciò che li lusinga e la chiudono alla verità. Nessuno ha potuto resistere se non chi non è venuto ad ascoltarlo. Il suo uditorio è stato dei più numerosi; alla seconda processione di penitenza si giudica che vi fossero ben quindicimila persone, e alla benedizione papale circa ventimila. Tutti i confessori della città hanno avuto molto da fare e si notavano in tutti i penitenti disposizioni straordinarie, una preoccupazione molto viva dei bisogni della loro anima e un profondo oblio di ogni altra cosa. Ha portato con sé i rimpianti universali manifestati dalle lacrime dei fedeli che non lo lasciavano partire. Anche la città, in modo speciale, attende con ansia la fortuna di possederlo di nuovo. Gli abitanti più notabili di Pistoia, uomini e donne, venivano a San Rocco a ore molto scomode e nel pieno del caldo per poterlo ascoltare e confessarsi da lui. Molte persone passavano la notte sotto il portico della chiesa. Dio sia benedetto, che si degna di visitare la sua Chiesa inviandole tali servitori! Si può giudicare il frutto della missione solo a vedere la devozione con cui si pratica l'esercizio della Via Crucis. È una cosa del tutto strana vedere gli uomini e le dame di qualità di Pistoia, così nemici delle dimostrazioni esteriori di pietà, fare la Via Crucis con tanto raccoglimento e fervore che non arrossiscono di baciare la terra, e ciò anche da quando la missione è terminata».
Fondazione dell'eremo dell'Incontro
Fonda l'eremo di Santa Maria dell'Incontro vicino a Firenze, istituendo una regola di vita estremamente austera per i religiosi in cerca di solitudine.
Nel 1715, mentre lavorava in tal modo in Toscana, e precisamente dopo le missioni che abbiamo appena descritto, fu nominato guardiano e direttore del convento di San Francesco del Monte, a Firenze. Vi stabilì la massima regolarità con le sue esortazioni e con i suoi esempi. Parlava con tanto calore e unzione che ci si sentiva, ascoltandolo, spinti non solo ad essere buoni, ma a diventare Santi. Non contento di osservare con grande esattezza tutto ciò che era prescritto, si dedicava inoltre a grandi austerità; non prendeva che un breve riposo su assi nude e non aveva per guanciale che un pezzo di legno; non prendeva che un solo pasto al giorno, e si trattava di un semplice legume: camminava scalzo, anche nei freddi più rigidi; non portava in ogni stagione che un solo abito tutto strappato e rattoppato, senza parlare di molte altre mortificazioni che si avrà occasione di menzionare in seguito. Non si poteva abbastanza ammirare la carità che metteva in ogni incontro nell'aiutare i suoi religiosi così come le persone secolari, non risparmiandosi alcuna fatica per condurre gli uni a una perfetta osservanza, e per soccorrere gli altri nei loro bisogni di qualsiasi genere.
Ma la solitudine di un convento ordinario non bastava al nostro Beato; cercava, come il serafico san Francesco, un luogo appartato dove potesse, almeno di tanto in tanto, vivere solo con il suo Dio, e riscaldare a quel focolare dell'eterno calore, un'anima che si raffredda a mano a mano che se ne allontana. Nostro Signore esaudì le sue preghiere e gli procurò un eremo situato su una montagna, a sei miglia da Firenze, e chiamato Santa Maria dell'Incontro. Con il consenso d ei superiori del suo Ordin Sainte-Marie de l'Incontro Eremo fondato da Leonardo su un monte vicino a Firenze. e, Leonardo vi stabilì una solitudine in favore dei religiosi che Dio, per una particolare ispirazione, vi avrebbe chiamato di tanto in tanto. Redasse delle costituzioni che furono approvate, e il giorno dell'Annunciazione, partì scalzo sulla neve con alcuni religiosi, cantando salmi e cantici. Si premurò che si osservassero le regole della più stretta povertà. La cella di ogni solitario era così piccola, che estendendo le braccia, si potevano facilmente raggiungere le due estremità, e sollevandole toccare la volta, formata da semplici canne.
Quanto al cibo, stabilì che non si mangiasse né carne, né uova, né latticini, né pesci, e che vi si osservassero le nove Quaresime, sull'esempio di san Francesco; di modo che, eccetto quindici o sedici giorni all'anno, in cui era permesso fare uso di uova e latticini, si osservava un digiuno così rigoroso che il cibo poteva essere considerato come una penitenza continua; si aveva a mezzogiorno solo un piatto di erbe e un piatto di legumi, con qualche frutto, e la sera, la semplice colazione che è permessa nei giorni di digiuno prescritti dalla Chiesa. Ordinò inoltre che si dormisse sul duro, e che ciascuno si esercitasse ancora in altre mortificazioni. I pii solitari abbracciavano tutte le sue austerità con tanta gioia e premura, che erano l'uno per l'altro oggetto di una santa emulazione e che aspiravano sempre a fare di più.
Il beato Leonardo, in qualità di fondatore di questa solitudine, per dare l'esempio ai suoi, volle essere il primo a ritirarvisi e ad eseguire rigorosamente tutti i punti della sua Regola, facendo inoltre tutto ciò che il suo amore per le sofferenze e il fervore del suo spirito poteva suggerirgli. Osservava quel continuo e rigoroso silenzio che era prescritto; assisteva di giorno e di notte, senza mai mancarvi, all'orazione vocale e mentale che si faceva in comune; praticava quella severa ritirata, che non permetteva a nessuno, eccetto al superiore, di amministrare i sacramenti, né di scrivere, né di ricevere lettere, se non da personaggi altolocati; si dava la disciplina, come la Regola indicava, ogni notte, dopo il Mattutino, e il giorno, dopo i Vespri; si applicava come gli altri, per un'ora, a lavori manuali.
Avrebbe voluto non uscire mai da quella solitudine: la chiamava il luogo delle sue delizie, e, recandovisi, diceva che andava a fare il noviziato del paradiso. L'obbedienza e il suo zelo ardente per la conversione dei peccatori potevano solo strapparvelo. Perciò vi si recava regolarmente due volte l'anno; vi passava persino dei mesi per fare gli esercizi spirituali; vi andava inoltre all'approssimarsi di una solennità, per meglio prepararsi a celebrarla, e quando tornava dalle missioni alle quali, per ordine di Clemente XI, dovette dedicarsi, anche durante il tempo in cui era guardiano, il suo riposo, dopo una vita di apostolato e di fatiche, era una vita più mortificata e più penitente in quel deserto. Quando era sul punto di lasciare il convento per recarsi in quella cara solitudine, la vigilia della sua partenza, la sera, si prostrava in mezzo al refettorio, una pietra sospesa al collo, e accusandosi di essere un uomo di vita tiepida e negligente, bisognoso dell'assistenza di Dio per rianimare il suo fervore e emendarsi; chiedeva perdono di conseguenza alla comunità religiosa e la supplicava di ottenergli da Dio, con le sue preghiere, la grazia di cambiare vita. È in questi sentimenti che si ritirava per lavorare alla sua santificazione, e usciva dal suo ritiro pieno di un fervore che non si saprebbe rendere.
Il buon odore della vita tutta angelica che si conduceva in quel santuario si sparse all'esterno. Dei regolari di vari istituti chiesero di esservi ammessi per farvi gli esercizi spirituali, e, dopo esservi soggiornati alcuni giorni, se ne tornavano profondamente toccati ed edificati. Molti uomini del mondo stesso, mossi dal desiderio di emendarsi, guardavano come un favore singolare il poter passare una settimana con quei solitari; prendevano parte ai loro pii e austeri esercizi di giorno e di notte, e volevano persino rivestire la loro rozza tunica durante quei giorni di ritiro; e, quando il momento della partenza arrivava, protestavano versando lacrime che lasciavano un paradiso. Altri personaggi distinti, tanto ecclesiastici quanto secolari, vollero visitare quel santo luogo, e notando la povertà e l'austerità che vi regnavano, così come il fervore con cui ci si dedicava all'esercizio della perfezione cristiana, se ne tornavano pieni di stupore e di edificazione, lodando Dio, che non manca di inviare alla sua Chiesa dei servitori fedeli, unicamente attenti a servirlo e a glorificarlo. Il granduca stesso, Cosimo III, avendo sentito che si parlava molto a Firenze di quella solitudine e dei religiosi che l'abitavano, vi si recò di persona con la sua corte, e ne visitò in dettaglio le minime parti; più tardi, ricevette la visita della serenissima principessa elettrice, sua figlia, in compagnia di Monsignor Conti della Gherardesca, arcivescovo di Firenze; tutti rimasero meravigliati e colti da un santo orrore all'aspetto del luogo, tanto quanto di ammirazione per i suoi abitanti. Il sovrano Pontefice, Clemente XI, leggendo le costituzioni e ciò che prescrivevano, non poté trattenere le lacrime ed esclamò che realizzavano l'idea più perfetta di un Frate Minore, e che diffondeva le fiamme di cui il suo cuore ardeva in quasi tutta l'Italia. Perciò sarebbe difficile dire fino a dove arrivasse la venerazione pubblica per quel grande servitore di Dio.
Miracoli e predicazioni italiane
Le sue missioni attraverso l'Italia sono segnate da segni prodigiosi, guarigioni e castighi divini che colpiscono i bestemmiatori.
Per sua preghiera, Cosimo III, Granduca di Toscana, fece revisionare il processo di una giovane condannata a morte e sul punto di essere giustiziata: fu trovata innocente e dovette la vita alla carità e al credito di Leonardo. In una città della diocesi di Pisa, produsse una commozione straordinaria sul suo uditorio predicando sullo scandalo; mentre si dava pubblicamente la disciplina, secondo l'uso che si pratica in Italia durante le missioni, il parroco del luogo, salendo sul palco, afferrò lo strumento di penitenza e cominciò a flagellarsi rudemente le spalle nude, confessando ad alta voce di essere lui stesso lo scandaloso; il popolo, che già si scioglieva in lacrime, fu ancora più commosso nel vedere il suo degno pastore, sacerdote virtuoso ed edificante, dargli questo segno eclatante di umiltà. Monsignor Frosini, arcivescovo di Pisa, avendo sentito parlare delle meraviglie che questo operaio evangelico operava nella sua diocesi, volle ascoltarlo di persona. Si recò di conseguenza a Pontedera, a sei miglia da Pisa, dove si trovava allora l'uomo di Dio; arrivò nel mezzo del sermone sul giudizio universale e, vedendo l'emozione del popolo che singhiozzava e chiedeva misericordia a gran voce, al punto da interrompere spesso il predicatore, confessò di non aver mai visto tante lacrime e singhiozzi. La città di Livorno sembrava essere la sentina di tutti i vizi: il ministro di Dio intraprese di convertirla all'approssimarsi del carnevale: si versarono presto lacrime ai suoi sermoni, si diedero pubblicamente i segni più manifesti del pentimento; non si parlò più di carnevale e, sebbene si fossero fatti grandi preparativi e grandi spese, le mascherate, di comune accordo, furono proibite; quanto ai teatri, rimasero chiusi per mancanza di spettatori e moltitudini di penitenti assediavano giorno e notte i santi tribunali della penitenza. Più di quaranta persone di malaffare, essendosi recate al sermone per curiosità, senza avere il minimo disegno di cambiare vita, furono spaventate dal loro stato sentendo le minacce terribili del predicatore contro coloro che odiano la propria anima fino a preferirle un vile piacere e che temono così poco di perderla eternamente: concepirono un tale dolore per i loro peccati che tutte insieme scoppiarono in singhiozzi e si misero a gridare misericordia e a chiedere perdono a Dio e alla città per lo scandalo che avevano dato fino ad allora. Il pio missionario le accolse e le collocò in una casa particolare, da dove, nei giorni seguenti, le si vedeva uscire, vestite di un abito di penitenza, per recarsi in chiesa; Dio concesse loro così la grazia di edificare la città che avevano scandalizzato. Le chiese di Roma furono troppo piccole per la folla, che era avida di ascoltare il nostro Beato, quando vi iniziò i suoi lavori apostolici, il 28 ottobre 1730. Tutti erano colpiti dalla forza e dalla santa libertà con cui riprendeva il vizio, ne faceva risaltare la bruttezza, esortava tutti a detestarlo. Si potevano trattenere le lacrime nel vederlo accompagnare le sue parole con una rude disciplina che si dava sulle spalle nude con uno strumento di ferro, fino a far zampillare il sangue in abbondanza? Il popolo non era meno edificato nel vederlo camminare scalzo e vestito poveramente. Aveva l'abitudine, nelle sue missioni, di fare un sermone sulle anime del purgatorio, seguito da una colletta il cui ricavato era impiegato in loro favore. Vedendo dunque il concorso prodigioso di persone di ogni rango, di ogni condizione, che si accalcavano a San Carlo, si decise a farvi questo sermone. Il suo uditorio, nell'ascoltarlo, fu toccato da una così viva compassione per le anime del purgatorio che si raccolsero quella sera nella chiesa sola oltre settecento scudi romani (quasi quattromila franchi); vi fu chi depositò i propri anelli e persino la propria spada. Non volle, in questa circostanza, né in nessun'altra, incaricarsi lui stesso dell'impiego di questo denaro; lasciò ad altri la cura di distribuirlo tra le diverse chiese di Roma, per farvi dire messe in favore delle anime dei defunti.
Predicò la penitenza nella città di Velletri con un meraviglioso successo; al fine di estirpare la bestemmia che regnava allora e di far concepire tutto l'orrore che questo orrendo peccato deve ispirare, portò gli abitanti a tracciare sopra le loro porte il monogramma del santissimo nome di Gesù; raccomandava ovunque questa pia pratica, sull'esempio di san Bernardino da Siena.
Il Granduca di Toscana e la principessa Violante non potevano sopportare l'assenza del nostro Beato; lo richiamarono nei loro Stati, dove fu ricevuto tra i trasporti di una gioia universale. Facendo l'apertura della missione nella diocesi di Lucca, dichiarò all'uditorio con una sicurezza straordinaria che vi era lì un popolo ostinato, deciso a perseverare nei suoi disordini e a non cambiare vita; che se la sua voce e le sue forze non fossero state capaci di scuoterlo, pregava Dio di far scoppiare la sua folgore per spezzare la sua durezza. Appena ebbe proferito queste parole, un colpo di tuono spaventoso si fece sentire sotto un cielo sereno, mentre lampi solcavano la chiesa in ogni senso e, senza toccare i corpi, portavano lo spavento e la costernazione nelle anime. Il popolo, commosso oltre ogni espressione, nel vedere che Dio confermava con segni così eclatanti gli sforzi del suo ministro per la conversione dei peccatori, rispose con l'impegno più unanime all'appello della grazia.
Ecco ancora alcuni esempi dei segni sorprendenti con cui Dio si prendeva cura di accompagnare la parola del suo servo. A Sezze, si levò con forza contro l'infernale abitudine della bestemmia che dominava in quel luogo. Un giovane libertino, grande bestemmiatore, rideva delle sue minacce: un giorno, mentre attraversava la città a cavallo, al momento del sermone, cadde subitamente a terra e morì miseramente, con la lingua che pendeva fuori dalla bocca in modo orrendo e nera come un carbone. Questo fatto fu considerato da tutti come un castigo manifesto del cielo e fece concepire un salutare spavento dei giudizi di Dio, che ha un tempo per punire coloro che, invece di aprire l'orecchio ai suoi avvertimenti, li disprezzano e se ne fanno beffe.
È ciò che si vide nella diocesi di Velletri durante il carnevale del 1732. Leonardo aveva fortemente esortato il popolo ad astenersi da balli e mascherate. Alcune persone, che erano venute ad ascoltarlo da un villaggio vicino, appena tornate a casa, accettarono un invito per una festa, senza tener conto delle esortazioni pressanti del missionario; vi si recarono in effetti, ma presto la gioia si mutò in lutto; poiché, nel bel mezzo del ballo, il pavimento della sala dove ci si era riuniti crollò all'improvviso e tutti furono più o meno gravemente feriti; si notò persino che coloro che erano stati i promotori della festa furono tutti ridotti all'estremo. Il signore del luogo voleva punirli severamente; ma, fatta riflessione, giudicò bene infliggere loro un castigo che divenne salutare per le loro anime: fu quello di obbligarli tutti a recarsi processionalmente agli esercizi della missione che il Padre Leonardo teneva a Segni. Obbedirono nei sentimenti di un vero pentimento e furono un soggetto di edificazione generale.
La città di Viterbo fu testimone di un castigo ben più terribile. Il nostro Beato aveva minacciato dell'ira di Dio coloro che avessero osato profanare i giorni di festa con il lavoro: una giovane, essendo andata, nonostante le sue minacce, a lavorare nei campi, si sentì presa da violenti dolori di viscere, come se un fuoco invisibile l'avesse consumata interiormente, e si mise a gridare: "Io brucio, io brucio!". Le sue compagne la portarono sotto un albero e, avendola lasciata un istante sola per andare a riprendere gli oggetti che erano rimasti nel mezzo del campo, furono spaventate nel tornare a trovarla nera come un carbone e senza vita. Tutti videro lì un castigo di Dio; si concepì una più alta idea di Leonardo e si risolse di osservare fedelmente tutto ciò che comandava. Per lui, era lontano dal gloriarsi di questi prodigi: si credeva indegno del suo ministero; così considerò come una dura prova ciò che gli accadde nella diocesi di Orte, dove era vescovo il venerabile Tenderini. Dopo il suo sermone per l'apertura della missione che doveva tenere a Orte, l'uomo di Dio fu condotto con i suoi compagni al palazzo episcopale, che gli era assegnato come alloggio. Entrandovi, trovò, preparato in una sala, un seggio, un bacino pieno d'acqua calda e tutto ciò che occorreva per lavarsi i piedi. Il nostro Beato fu stupito dapprima di tutti questi preparativi; ma fu ben più confuso e umiliato quando questo venerabile vescovo lo invitò a sedersi, volendo lui stesso lavargli i piedi. Dopo una santa contesa, il pio prelato, vedendo che non poteva ottenere nulla con le sue preghiere, gli ordinò, in nome dell'obbedienza, di soffrire che gli rendesse questo ufficio. Alla sola parola di obbedienza, il beato Leonardo si sedette, tutto coperto di confusione, e l'umile prelato, le ginocchia a terra, si sbrigò religiosamente del suo ufficio, lavando i piedi dapprima al servo di Dio, poi successivamente ai suoi compagni. Questo fatto, che non tardò a essere conosciuto, aumentò tra il popolo la venerazione che professava per il suo vescovo e lo dispose a ricevere con più sollecitudine il seme della parola di Dio.
Ci è impossibile seguirlo in tutte le sue missioni, dipingere tutte le sue sofferenze, raccontare tutti i suoi meriti. Andava sempre scalzo, come abbiamo detto, quale che fosse il rigore della stagione e lo stato della sua salute. Ci si stupiva che potesse resistere alle sue austerità e ai suoi lavori. Il cardinale Corradini, vedendolo estenuato, lo invitò a riposarsi. "Il mio riposo", rispose, "non lo desidero né lo voglio sulla terra, ma lo desidero e lo voglio in paradiso". Uno zelo così ardente era d'altronde sostenuto da numerosi miracoli. Un giorno, mentre predicava sul santo nome di Gesù, tutti videro una colomba passare più volte, volteggiando, sopra e sotto l'abat-voix del palco, e scomparire, senza che si potesse dire come, non appena il sermone fu terminato. Si giudicò da ciò che lo Spirito Santo, sotto questo simbolo, avesse voluto far comprendere che assisteva lui stesso il suo ministro e dava alle sue parole la loro forza e la loro virtù. Durante un altro sermone, tre colonne di marmo che ornavano la facciata della chiesa, sotto la quale si trovava molta gente, si staccarono dai loro capitelli; avrebbero dovuto, cadendo, schiacciarne parecchi; ma rimasero come sospese in aria, con grande stupore di tutti, e pertanto non causarono alcun danno.
Tra le pie industrie che era solito impiegare per soccorrere i peccatori, ve n'è una che consisteva semplicemente nel far suonare la campana grande la sera, tutti i giorni che durava la missione: voleva che nello stesso tempo si recitassero tre Pater e tre Ave per i più induriti. Accadde una sera, poiché si era rifiutato di eseguire quest'ordine, che la campana si mise a suonare da sola. In un'altra missione, una povera donna, desiderando vivamente andare ad ascoltare il catechismo che facevano i missionari, lasciò a letto il suo bambino di appena due anni e, dopo averlo raccomandato alla santa Vergine, si recò in chiesa. Rientrata a casa, e non vedendo più il piccolo, cominciò a cercarlo tra le lacrime e riconobbe che si era precipitato da un'apertura dell'altezza di due piani e che era rimasto sospeso in aria per i suoi vestiti, senza farsi alcun male; ciò che stupì tutti coloro che furono testimoni del fatto o che ne ebbero conoscenza.
A Gaeta, predicando sul peccatore ostinato, il Beato, con un tono straordinariamente animato, pronunciò, contro la sua consuetudine, queste parole: "Il mio cuore mi dice che c'è qui un peccatore ostinato. Se non rientra in se stesso, è finita per lui; questa notte stessa riceverà il suo castigo". In effetti, ve n'era uno nell'uditorio, che intratteneva una relazione scandalosa, dalla quale né le ammonizioni, né le minacce del suo vescovo avevano potuto distoglierlo, e che continuava persino durante il tempo della missione. Questo disgraziato cenava, la sera stessa, con due ecclesiastici; mentre mangiava un uovo, fu subitamente colto da un malore violento e cadde stecchito morto, senza che nessuno dei due preti avesse il tempo di proferire la formula dell'assoluzione. Divenne nero, contraffatto, orrendo e spaventoso a vedersi. Tutta la città fu vivamente commossa da questo funesto incidente; ne concepì una più alta idea del missionario e prese più che mai le sue parole per altrettanti oracoli. Nel sermone sulla santa Vergine, raccomandò ai suoi ascoltatori di perdonare le offese ricevute e di riconciliarsi con i propri nemici; il maggiore della piazza che, da molto tempo, non salutava nemmeno più il suo vescovo, toccato nell'ascoltare l'esortazione del servo di Dio, si staccò immediatamente dal corpo degli ufficiali e, in presenza di tutti, andò a baciare la mano del prelato sul suo trono, ciò che strappò lacrime di commozione dagli occhi del vescovo e della maggior parte degli assistenti.
Gli capitava talvolta di soccombere per lo sfinimento, di svenire nel mezzo del sermone e di restare mezzo morto; ma non teneva alcun conto di queste debolezze: "Il mio asino si è gettato a terra", diceva, "ma avrò cura di castigarlo affinché non si avvisi più di ricominciare e tenga fermo sui suoi piedi". Si metteva allora una catena al collo, sulla testa una corona di spine, prendeva la sua disciplina e si colpiva spesso fino a quando non si gettavano su di lui per trattenerlo. Genova, Lucca, l'isola di Corsica risentirono gli effetti di questo zelo instancabile. A Genova, si crede che il suo uditorio superasse talvolta il numero di centomila persone. Dopo la missione, si elevò un monticello di pietre bianche e nere sormontato da tre croci e recante per iscrizione queste parole, spesso ripetute dal servo di Dio: "Dolce Gesù mio, misericordia!". E poiché aveva raccomandato di mettere i nomi di Gesù e di Maria sulle porte delle case, si misero questi nomi sacri in lettere di bronzo dorato, placate su marmo, alla porta di Monte Reale, con grande pompa, al rumore del cannone del porto e al suono di tutte le campane della città. In Corsica, soggetta ad animosità e rancori, parecchie famiglie erano divise da odi inveterati, che le tenevano costantemente sotto le armi; ma nell'ascoltare le toccanti esortazioni del missionario, si rinunciò a ogni ostilità, si posero giù le armi e si concluse la pace. Vi fu una scena delle più commoventi: tutti piangevano a calde lacrime, si chiedevano reciprocamente perdono e si abbracciavano come fratelli. E ciò che vi è di più meraviglioso è che tutto ciò accadde come subitamente; coloro che avevano nutrito inimicizie mortali per molti anni, non solo si riconciliarono pubblicamente, alla voce del Beato, ma, di più, vollero ratificare la pace conclusa con un atto autentico.
Ultimi giorni e morte a Roma
Richiamato a Roma dal Papa, muore nel convento di San Bonaventura nel 1751 dopo una vita di logoramento al servizio del Vangelo.
Il nostro Santo percorse poi l'Italia fino a Roma dove predicò per il Giubileo; egli stesso si ritirò nel convento di San Bonaventura. Lì, come se, logorandosi al servizio degli altri, si fosse trascurato, volle dedicarsi a sua volta agli esercizi spirituali. La sera che precedeva il suo ritiro, si gettò ai piedi del suo superiore, nel refettorio comune, per chiedere il suo permesso e la sua benedizione; e mentre protestava davanti ai suoi confratelli di non avere del religioso che l'abito, e raccomandandosi alle preghiere della comunità, si mise a piangere talmente che i singhiozzi gli soffocavano la voce.
Si giudichi da ciò con quale raccoglimento e quale profitto per la sua anima egli si dedicò ai suoi santi esercizi; così, essendo andato poi a presentarsi al Papa ed essendo interrogato sul frutto che ne aveva tratto, rispose che questo frutto consisteva in un desiderio ardente di morire presto per andare a godere del suo Dio.
Nel corso delle missioni che fece in seguito, disse più volte ai suoi compagni che erano le ultime. Lasciò intendere più volte che la sua morte si avvicinava. Avendogli il Papa scritto una lettera molto affettuosa, per richiamarlo a Roma, s i mi Rome Città natale di Massimiano. se in cammino per obbedirgli. Questo viaggio fu per lui molto penoso. Partendo da Tolentino, poiché le montagne che bisognava attraversare erano coperte di neve, sopportò un freddo così intenso che, ritirandosi tutto il calore dalle sue membra, presentava l'aspetto di un cadavere. Avendogli il suo compagno chiesto come si sentisse, rispose per due volte: «Sto male». Nessuna sofferenza aveva potuto strappargli questa lamentela da venticinque anni. Arrivato a Foligno, volle dire la messa; e, poiché il buon fratello lo pregava di astenersene per questa volta, dato che non si reggeva più sulle gambe, gli rispose con un tono molto compreso: «Mio fratello, una messa vale più di tutti i tesori del mondo». Non appena ebbe varcato la porta di Roma, disse al suo compagno: «Intonate il Te Deum, e io risponderò». Lo fece infatti, ed è recitando questo canto di ringraziamento che arrivò al convento di San Bonaventura, il 26 novembre dopo il tramonto del sole.
Lo fecero scendere a fatica dalla carrozza; poiché era così debole che non gli si sentiva più il polso: fu quindi necessario portarlo a braccia fino all'infermeria. Appena vi fu entrato, si confessò e chiese il santo Viatico, che gli fu amministrato circa un'ora dopo il suo arrivo, alla presenza di tutta la comunità. Quando il suo divino Salvatore entrò nella stanza, gli rivolse un colloquio così affettuoso, così espressivo, pronunciò i suoi atti di fede, di speranza e di carità con tanta energia e sentimento, che tutti gli assistenti furono commossi fino alle lacrime. Dopo essere rimasto per qualche tempo raccolto in Dio, ricevette la visita del medico, che pregò di non ordinargli di mangiare carne, tanto era geloso di osservare, fino al suo ultimo respiro, l'astinenza che praticava da tanti anni. Il dottore lo trovò del tutto senza polso, gli ordinò di prendere una bevanda fortificante; la ricevette dalle mani dell'infermiere ringraziandolo della sua carità, e aggiunse: «Oh! se si facesse altrettanto per l'anima che per il corpo!». Dopo aver bevuto, disse ancora: «Mio fratello, non ho termini sufficienti per ringraziare Dio della grazia che mi accorda di morire in mezzo ai miei confratelli». Il Beato, desiderando rimanere nel raccoglimento, congedò i religiosi, dicendo loro di andare a riposare; rimase vicino a lui solo l'infermiere per assisterlo al bisogno. Questi, stando fuori dalla stanza, la cui porta era aperta, era edificato di sentire il malato fare gli atti d'amore più ferventi, invocare la santa Vergine e intrattenersi con lei come se l'avesse avuta presente. Essendosi poi avvicinato al letto, vide che aveva il viso tutto infiammato; lo toccò, e gli trovò la carne bruciante. Gli fu data subito l'Estrema Unzione, che ricevette con i sentimenti della devozione più perfetta; poco dopo, avendo conservato fino alla fine tutta la sua presenza di spirito, parve come sorpreso da un dolce sonno; e, senza fare alcun movimento, si addormentò nel Signore.
Fu il venerdì, 26 novembre 1751, poco prima di mezzanotte, che andò a ricevere la ricompensa di tante fatiche intraprese per la gloria di Dio e per la salvezza del prossimo: aveva settantaquattro anni, undici mesi e sei giorni; aveva passato cinquantatré anni in religione e ne aveva consacrati quarantaquattro alle missioni. Il mattino, di buon'ora, conformemente alle istruzioni ricevute, se ne diede avviso al Santo Padre, che, nell'apprendere la morte di Padre Leonardo, disse con un profondo sentimento di dolore: «Abbiamo perso molto; ma abbiam o guadagna Saint-Père Papa che ha beatificato Girolamo Emiliani. to un protettore in cielo», e si videro scorrere lacrime dai suoi occhi.
Culto, reliquie e opere
Beatificato da Pio VI e canonizzato da Pio IX nel 1867, lascia importanti scritti spirituali e un corpo conservato a Roma.
Viene rappresentato mentre porta uno stendardo della Santa Vergine, per esprimere lo zelo che metteva nel propagare il culto della Madre di Dio.
## CULTO E RELIQUIE. — I SUOI SCRITTI.
I funerali del servo di Dio ebbero luogo il 28 novembre 1751: il concorso del popolo era così grande che si decise di non esporlo nella chiesa, per timore di disordini; ma solo durante il tempo della messa fu posto davanti all'altare maggiore. Fu poi trasportato dalla chiesa nella cappella del convento e deposto con grande pompa in una bara sigillata con ceralacca per ordine di Sua Santità; fu sepolto di fronte alla cappella di San Francesco. Questa tomba è divenuta molto celebre in Italia, a causa del gran numero di miracoli che vi si operano. Il corpo è sfuggito alla corruzione ed è perfettamente conservato: si direbbe che sia appena morto; riposa scoperto sotto l'altare maggiore. Si possono vedere nella cella dove morì, e che è stata trasformata in cappella, la sua disciplina di ferro, la sua cintura di corda, il suo crocifisso e cinque lettere scritte di suo pugno: la cella venerata è aperta tutto il giorno della festa del Santo all'affluenza e alla pietà dei visitatori. Nel 1796, papa Pio VI lo ha annoverato tra i Beati e, nel 1867, in occasione del Centenario di San Pietro, è stato solennemente canonizzato da papa Pio IX.
Abbiamo di San Leonard o: una Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. Quaresima; delle Meditazioni o esercizi per un Ritiro; un Direttorio e il Cammino dell'eternità. Quest'ultimo off re solo alcune medit Chemin de l'éternité Opera di meditazioni scritta dal santo. azioni e pratiche di pietà molto semplici. Tutti i suoi scritti si distinguono per un grande calore di sentimento, per molta abbondanza e unzione di parola, infine per una forza di persuasione e una semplicità che è stata definita aurea, che rapiscono il lettore.
Estratto dalla Vita del Santo, del R. P. Salvator d'Ormée, dell'Ordine di San Francesco.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Porto Maurizio il 20 dicembre 1676
- Studi presso il Collegio Romano
- Ingresso tra i Frati Minori di San Bonaventura il 2 ottobre 1697
- Professione solenne il 2 ottobre 1698
- Guarigione miracolosa dopo 5 anni di malattia
- Fondazione del ritiro di Santa Maria dell'Incontro
- Missioni apostoliche in Italia e in Corsica
- Predicazione del Giubileo a Roma nel 1750
- Morto nel convento di San Bonaventura a Roma
Miracoli
- Guarigione improvvisa da una malattia di cinque anni per intercessione della Vergine
- Colpo di tuono a ciel sereno a conferma della sua parola a Lucca
- Colomba che volteggia sopra di lui durante un sermone
- Colonne di marmo rimaste sospese in aria per non schiacciare la folla
- Campana che suona da sola per chiamare alla preghiera
Citazioni
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Per non lasciarsi andare all'impazienza o ad altri difetti, bisogna camminare costantemente alla presenza di Dio.
Massima del Santo -
Dolce Gesù mio, misericordia!
Parole frequenti del Santo