Nato verso il 388 in Provenza, Massimo fu il secondo abate di Lerino prima di diventare vescovo di Riez nel 434 nonostante la sua grande umiltà. Illustrò il suo episcopato con la sua carità, la fondazione di monasteri e la sua lotta contro le insidie demoniache. Morì nel 460 nel suo villaggio natale, lasciando dietro di sé una reputazione di santità confermata da numerosi miracoli.
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SAN MASSIMO, VESCOVO DI RIEZ
Origini e formazione cristiana
Nato verso il 388 in una famiglia nobile a Châteauredon, Massimo riceve un'educazione pia e si distingue presto per la sua castità e il suo gusto per lo studio delle Scritture.
San Massimo Saint Maxime Abate di Lerino e successivamente vescovo di Riez nel V secolo. nacque nella dio cesi di Riez, v diocèse de Riez Sede episcopale del santo. erso l'anno 388, nel suo castello di Comer o Déco château de Comer Luogo di nascita e di morte del santo. mer, villaggio allora considerevole e noto nei secoli successivi con il nome di Cornette, Castrum de Corneto, e infine con quello di Château-Redon. I suoi genitori, che univano alla nobiltà della loro origine la pratica delle virtù cristiane, lo fecero battezzare subito dopo la nascita, nonostante l'usanza allora ricevuta di differire il battesimo fino all'età virile o anche a un'età più avanzata. Essi apportarono una cura del tutto particolare alla sua educazione: le loro parole, sostenute dai loro esempi, ispirarono così al nostro giovane Santo un'umiltà profonda e una solida pietà che lo resero degno del nome glorioso di Massimo, che significa grandissimo. Lo fu in effetti davanti a Dio e davanti agli uomini.
Ciò che lo rese ancora un perfetto cristiano fu lo zelo che ebbe fin dalla sua giovinezza fino alla fine della sua vita, di acquisire sempre qualche nuova virtù, come se ogni giorno non avesse fatto che cominciare a servire Dio. Applicato a rendersi padrone delle sue passioni in un'età in cui sembra che non si sia liberi di non seguirle, conservò con una fedeltà costante, nelle occasioni anche più delicate, la purezza dei suoi costumi e la sua innocenza battesimale. Tesoro inestimabile, per la conservazione del quale i giovani non saprebbero prendere troppe precauzioni.
All'età di circa diciotto anni, votò generosamente a Dio la sua verginità. Fermamente risoluto di essere fedele a questo voto, respinse con orrore i minimi piaceri seducenti, e si fece un dovere giornaliero di affievolire, con l'astinenza e con digiuni reiterati, le forze del corpo che diventano spesso così pregiudizievoli alla salvezza. Tutto ciò non bastando al suo zelo, si rivestì di un cilicio che non lasciò più, e prese più cura ancora che in precedenza di combattere le sue passioni, di prevenire persino prima della loro nascita i vizi più pericolosi, con tante austerità e mortificazioni che sembra che, per acquisire la gloria del martirio, nulla gli sia mancato, se non un tiranno che lo perseguitasse.
Una condotta così edificante gli attirò facilmente il cuore e l'ammirazione di tutti coloro con cui doveva vivere. Il suo sguardo obbligante, la dolcezza delle sue parole, la tranquillità del suo spirito, e la sua modestia che appariva persino nei suoi abiti, lo rendevano venerabile a tutti coloro che lo vedevano. Affabile, premuroso nei confronti di tutti, interamente distaccato dalle cose della terra, liberale verso i poveri, pieno di tenerezza e di compassione per gli infelici, dotato di una pazienza inalterabile, di un coraggio a tutta prova, di una grandezza d'animo che lo rendeva superiore a ogni evento spiacevole, riuniva in una parola nella sua persona tutte le qualità che il mondo ricerca e ammira.
Massimo non mise meno ardore nell'ornare il suo spirito di tutte le conoscenze utili, che nell'ornare il suo cuore di tutte le virtù cristiane. Poiché aveva ingegno e amava la lettura, si applicò con tanta cura allo studio delle belle lettere, che superò l'attesa dei suoi maestri. Fu presto in grado di cercare nelle sacre Scritture il nutrimento celeste dopo il quale sospirava. È così che fece servire la lodevole passione che aveva per lo studio, e i talenti del suo spirito al profitto della sua anima attraverso la meditazione seria delle verità della salvezza. Era in effetti persuaso che un uomo distinto per la sua nascita debba essere meglio istruito dei suoi doveri e della sua religione rispetto al comune degli uomini. Con una tale condotta e sentimenti simili, il giovane signore divenne il buon odore di Gesù Cristo, non solo a Décomer dove, secondo ogni apparenza, fece i suoi studi; ma anche in tutta la diocesi e nelle altre contrade del vicinato.
L'ingresso nel monastero di Lerino
Dopo aver messo alla prova la sua vocazione nel mondo, si unisce al monastero fondato da sant'Onorato sull'isola di Lerino, dove diventa un modello di disciplina.
Questo fervente soldato di Gesù Cristo, non credendosi abbastanza forte contro i pericoli ai quali è esposta la salvezza nel mondo, formò il progetto di abbracciare lo stato religioso. Tuttavia, volle, prima di eseguirlo, assicurarsi se Dio lo chiamasse realmente a questo stato. Fece lunghe e serie prove sotto l'abito secolare, e passò così diversi anni nel suo paese e in seno alla sua famiglia, nella pratica delle virtù cristiane e in tutta l'austerità della vita solitaria. Infine, dopo essersi a lungo provato e dopo essersi ben istruito sulle grandi benedizioni che il Signore spandeva sul monastero che sant'Onorato aveva fondato nell'isola di Lerino, tra Antibes monastère que saint Honorat avait fondé dans l'île de Lérins Celebre monastero dove soggiornò Domiziano. e Fréjus, lasciò generosamente la sua famiglia, i suoi amici e le grandi ricchezze che gli erano destinate, per andare a rinchiudersi in quella beata solitudine. È così che Massimo insegna con il suo esempio alle persone che vogliono abbracciare lo stato religioso, a mettersi bene alla prova in precedenza, a conoscere con calma l'estensione dei doveri che stanno per contrarre, a ricercare la casa dove la regola è meglio osservata, a superare infine con coraggio e prontezza gli ostacoli che si oppongono alla loro vocazione.
Sant'Onorato, avendo riconosciuto le felici disposizioni di Massimo e la certezza della sua vocazione, lo ricevette con gioia nel numero dei suoi discepoli. Massimo, da parte sua, fu colmo di allegrezza nel vedersi ammesso nella società di tanti santi religiosi accorsi dalle province anche più remote dell'impero romano per porsi sotto la guida del santo fondatore. Si ammirò la sua esattezza nell'osservare la regola e la disciplina del monastero; così, dopo la sua professione pubblica, non cominciò tanto ad essere ciò che non era prima, quanto a rivelare ciò che era sempre stato. La sua umiltà, la sua dolcezza, il suo amore per la povertà evangelica, il suo raccoglimento perpetuo, il suo spirito di mortificazione, il suo fervore, la sua applicazione alla preghiera e il suo distacco generale dalle cose della terra, furono un soggetto continuo di edificazione per i suoi fratelli. Si elevò infine a un così alto punto di perfezione, che tutti i religiosi, dei quali si stimava essere l'ultimo, lo consideravano quasi già come il loro maestro.
Abate di Lerino e combattimenti spirituali
Succedendo a Onorato nel 426, dirige l'abbazia con vigilanza e trionfa su diverse insidie demoniache mediante il segno della croce.
Massimo trascorse così sette anni nell'obbedienza e nello stato di semplice monaco, quando verso la fin e dell'anno 426, sant'Onorato, el saint Honorat, élu évêque d'Arles Fondatore di Lerino e predecessore di Massimo. etto vescovo di Arles, volle stabilirlo abate al suo posto. Questa scelta ricevette l'approvazione di tutta la sua santa e numerosa comunità, e il nostro Santo fu costretto a sottomettersi alla volontà di Dio manifestata da un'elezione così unanime. Accettò, ma tremando, l'incarico che gli veniva imposto, e lo adempì per sette anni interi da buon padre e da vigilante abate. Prendendo in ogni cosa il suo predecessore a modello, si applicò a mantenere il bell'ordine che egli aveva stabilito a Lerino. Non fu certo procurando ai suoi religiosi le ricchezze e le altre comodità della vita che Massimo rese il suo monastero felice e celebre. Le sue istruzioni quotidiane, sostenute dai suoi buoni esempi, vi formarono perfetti religiosi; e sotto di lui, la solida pietà e la penitenza fiorirono tanto quanto i buoni studi che egli vi stabilì e diresse personalmente.
Il santo abate non si limitava a istruire i suoi religiosi e a occuparli santamente durante il giorno, vegliava ancora su di loro durante la notte. Mentre riposavano, Massimo faceva ordinariamente ogni sera la visita del monastero e di tutta l'isola che è assai piccola, per assicurarsi se ovunque regnasse l'ordine conveniente. Questa sollecitudine irritò così tanto il nemico comune degli uomini, che egli mise tutto in opera per distoglierlo da questa santa preoccupazione. A ciascuna delle sue insidie, il Santo, che riponeva tutta la sua fiducia in Gesù crocifisso, opponeva le armi della fede, e dissipava i suoi falsi prestigi con il segno della croce: insegnandoci con ciò a munirci del medesimo segno nelle tentazioni e nei pericoli, poiché è un segno efficace che richiama i principali misteri della fede.
Una sera che il nostro Santo faceva la sua visita ordinaria, accompagnato da un giovane monaco che, per curiosità o per affetto verso di lui, aveva chiesto di seguirlo, il demonio si presentò all'improvviso a loro sotto la forma di un gigante di una figura enorme e terribile. Il Santo non ne fu affatto spaventato, ma il suo compagno fu colto all'istante da una febbre così violenta che dovette ritornare al monastero a passo tremante. Il demonio, vedendo il santo abate tutto solo, si promise di vincerlo più facilmente e di intimidirlo per sempre. Gli apparve allora sotto la forma di un drago furioso e minaccioso; ma appena Massimo ebbe fatto il segno della croce, quel drago minaccioso, spaventato a sua volta, scomparve e svanì. Il pio abate terminò pacificamente la sua visita, rientrò nel monastero dove trovò il giovane monaco mezzo morto e oppresso dalla febbre. Cadendo allora in ginocchio accanto al letto del malato, rivolse a Dio una preghiera così fervente, che ne ottenne una intera e perfetta guarigione. Così, nella stessa serata, trionfò per tre volte sullo spirito infernale, e procurò al Signore solenni azioni di grazie, tanto da parte del monaco guarito miracolosamente, quanto da tutta la comunità istruita di questo prodigio.
Un'altra volta questo eccellente pastore, facendo similmente la sua visita ordinaria, si avvicinò al litorale, nel luogo dove si trovava un piccolo porto chiamato Môle. Vi scorse una nave carica e diversi marinai che manovravano con grande forza, sistemando tutto l'attrezzaggio e tutti gli attrezzi del bastimento. Man mano che sbarcavano, due di loro, staccandosi dal gruppo, si avvicinarono al santo abate, e gli dissero che, attirati in quel luogo per affari di commercio, speravano di realizzare un guadagno enorme; che avendo sentito parlare di un uomo dabbene, chiamato Massimo, illustre tanto per la sua santità quanto per la sua reputazione nota nei paesi d'oltremare, e talmente desiderato in Siria e in Palestina, che se fossero stati così fortunati da trovarlo e condurlo con loro a Gerusalemme, avrebbero stimato questo vantaggio al di sopra di tutti i guadagni che avessero potuto fare nel loro commercio; che questo viaggio del resto non poteva che essere assai vantaggioso per Massimo, poiché sarebbe arrivato in un paese dove lo chiamavano i voti di ciascuno, e dove avrebbe potuto guadagnare molte anime al Signore.
L'uomo di Dio, che questo linguaggio insidioso feriva così tanto nella sua umiltà, sospettando subito una nuova insidia, un nuovo combattimento sferrato dal nemico della salvezza, si arma del segno della croce, implora il soccorso del cielo e risponde con autorità: «La malizia dell'impostore non può ingannare i soldati di Gesù Cristo; e lo spirito maligno con i suoi artifici non saprebbe illudere coloro ai quali Dio dona la grazia di conoscere la sua malvagità e di prevedere tutto ciò che inventa per perderli. Quanto a quest'isola, essa è stata così ben munita dalle preghiere del beato Onorato, che il demonio non vi ha più alcun ingresso, né alcun potere di nuocerle». A queste parole, nave e marinai scompaiono; e il Santo, ritornando prontamente alla chiesa del monastero, convoca i suoi religiosi prima dell'ora ordinaria, fa cantare l'ufficio, e rende solenni azioni di grazie a colui per il cui soccorso aveva riportato una così gloriosa vittoria.
La fuga dagli onori e l'elezione a Riez
Rifiutando le sedi di Antibes e Fréjus, fuggì in Italia prima di essere costretto con la forza ad accettare l'episcopato di Riez nel 434.
La reputazione di Massimo, estendendosi di giorno in giorno, fece sì che diverse città desiderassero ardentemente averlo come vescovo. Quella di Antibes, la più vicina a Lerino, fu la prima a richiederlo. Il nostro Santo rifiutò generosamente una dignità che apparve sempre formidabile ai veri servitori di Dio, e protestò con il suo rifiuto contro la propria elezione. Fu allora che al suo posto venne scelto san Armentario, uno dei suoi discepoli, nell'anno 430.
Due anni dopo, la chiesa di Fréjus, di cui Lerino faceva parte, perse il suo pontefice, san Leonzio. La scelta del clero e del popolo designò come suo successore l'umile abate di Lerino. Dei deputati furono di conseguenza inviati a quell'isola per ottenere il consenso dell'eletto e costringerlo con ogni mezzo di persuasione possibile. Massimo, venuto a conoscenza di questa determinazione e vedendo d'altro canto diverse imbarcazioni avvicinarsi all'isola, si gettò in fretta in un'altra barca che, per una rotta opposta, lo condusse sulla terraferma. Accompagnato nella sua fuga dal suo amato discepolo Fausto, si addentrò nelle terre e nei boschi vicini: lì, per tre giorni e tre notti, sopportò l'intemperie di una pioggia rude e continua, e scongiurò con lacrime e preghiere il Signore di cambiare le disposizioni degli abitanti di Fréjus. I deputati, dopo aver cercato invano il servitore di Dio, tornarono nella loro città dove si fu costretti a procedere a una nuova elezione. Teodoro, abate dei monaci delle Isole Stoechades, o di Hyères, fu eletto al posto di Massimo.
Più Massimo respingeva e fuggiva la dignità episcopale, più i popoli mostravano premura nell'offrirgliela, tanta era la stima per la sua persona e la venerazione per le sue virtù. La chiesa di Riez era vedova del suo pontefice: aveva perso un Santo sulla terra, ma aveva acquisito un protettore in più nel cielo. Nel suo dolore, non credette di poter riparare meglio a questa perdita se non dandogli come successore il santo abate di Lerino. Risolse dunque di richiederlo alla sua comunità come un deposito che essa le aveva affidato, e sul quale aveva più diritto di qualsiasi altra Chiesa, poiché apparteneva alla sua diocesi.
Tutti i vescovi comprovinciali, con san Ilario a capo, unirono i loro suffragi ai voti del popolo e del clero di Riez. Si inviarono dunque dei deputa ti p Riez Sede episcopale del santo. er supplicarlo di acconsentire alla sua elezione. Al primo avviso che ne ricevette, il nostro Santo si gettò di nuovo in fretta in una piccola barca condotta da un uomo fidato e istruito sul suo disegno, e fuggì lontano fuori dalle Gallie, sulle coste dell'Italia allora tutte popolate di solitari. La sua fuga, che faceva conoscere ancora meglio quanto fosse degno dell'episcopato, servì solo a raddoppiare l'ardore del suo popolo. I deputati, sebbene molto afflitti per non aver potuto ritrovarlo né a Lerino né nelle vicinanze, ebbero ordine di cercarlo ovunque. La loro perquisizione fu così esatta e fortunata che lo trovarono infine; ma dovettero usare violenza, impossessarsi della sua persona, condurlo a Riez, dove i vescovi della provincia e il clero di quella città riuniti ebbero ogni sorta di difficoltà per vincere la sua ripugnanza. Costretto infine a sottomettersi alla volontà del Signore così altamente manifestata, l'umile Massimo acconsentì tremando ad accettare l'episcopato. Appena ebbe espresso il suo consenso, ricevette l'unzione sacra dalle mani di san Ilario, suo metropolita, verso l'inizio dell'anno 434.
Episcopato e costruttore di chiese
Vescovo caritatevole, fondò monasteri a Moustiers e fece costruire le chiese di San Pietro e Sant'Albano a Riez utilizzando materiali antichi.
Massimo governò la sua diocesi, come aveva governato il suo monastero, da pastore caritatevole, vigile e zelante. Tutte le virtù salirono con lui sulla cattedra episcopale; e la vista delle sue azioni lo fece conoscere ancora più grande di quanto la fama non avesse divulgato. Si applicò accuratamente a insegnare al suo popolo la legge di Dio, e a farla praticare rendendola amabile. Sapendo temperare perfettamente con la dolcezza quell'aria grave e seria che dona la virtù, si fece amare, temere e rispettare. Fu il padre dei poveri, il protettore delle vedove, il consolatore degli afflitti, offrendo a tutti un accesso facile e benevolo.
L'episcopato non cambiò nulla dei suoi costumi: sempre ugualmente nemico del piacere e dell'ozio, amava il lavoro. Nulla gli stava più a cuore che parlare di Dio nelle sue conversazioni e intrattenersi con Lui nell'orazione. Era allora così compenetrato della Sua presenza che si sarebbe detto che lo vedesse faccia a faccia: e nel desiderio di essere per sempre unito a Lui, versava lacrime in abbondanza. Mai prendeva cibo senza dire con il Profeta: «Quando verrò e vedrò il volto di Dio?». Non aveva che fame e sete di giustizia e di vita eterna. Guardando le cose presenti come vane e già passate, si esortava a conquistare i beni futuri, dicendo con l'Apostolo: «Non stanchiamoci di fare il bene, poiché se non perdiamo coraggio, ne raccoglieremo il frutto a suo tempo».
Massimo, pur dedicandosi alle sue pecorelle e distribuendo loro il pane della parola nelle sue numerose visite, volle far fiorire nella sua diocesi la perfezione che regnava a Lerino. Vi trasportò, ci dice Fausto, quell'isola beata attraverso l'istituzione che vi fece degli stessi studi e di alcune colonie dei suoi monaci, che collocò principalmente in una specie di monastero scavato dalla natura in grotte di tufo (sulle quali è attualmente edificata la città di Moustiers) e in alcune altre montagne del vicinato. Fu lì che collocò i suoi religiosi; ed è lì che spesso si recava per istruire i suoi discepoli e animarli a conservare lo spirito del loro stato, spirito che egli stesso aveva cura di conservare. Poiché se, essendo abate, aveva condotto una vita laboriosa, essendo vescovo, continuò l'austera vita di monaco.
Pur lavorando a elevare templi al Signore nei cuori delle sue pecorelle, il santo pontefice non trascurò affatto la costruzione dei templi materiali. La città di Riez, assai importante e molto popolata allora, era divisa in città bassa o città, e in città alta o castello, in latino *castrum*. Non aveva tuttavia ancora che una sola chiesa sotto il titolo di Nostra Signora della Sede, costruita proprio in fondo alla città nel quartiere chiamato Champ-de-Foire. È lì che la sede episcopale rimase fissata per diversi secoli.
Massimo, volendo facilitare la pietà dei fedeli, fece costruire altre due chiese, al cui ornamento impiegò i resti di architettura degli antichi templi pagani. La prima, sotto il titolo dei santi Apostoli e in particolare di san Pietro, fu costruita sul versante del colle al quale Riez è addossata, tra la città alta e la città bassa. È in questa stessa chiesa che il nostro Santo fu deposto subito dopo la sua morte, come diremo più tardi. La seconda, dedicata a sant'Albano, martire, fu costruita sulla piattaforma del monte San Massimo, in cima alla città alta. Dedicando questa chiesa a sant'Albano, il nostro San to volle perpetuare saint Alban, martyr Martire inglese al quale Massimo dedicò una basilica. tra noi il culto e la devozione che aveva votato al più antico e al più celebre martire dell'Inghilterra. Questa chiesa, che tutti i più antichi titoli qualificano con il nome di basilica, era un vero monumento di architettura. Le belle colonne di granito di cui era ornata vi furono trasportate dalla città bassa e appartenevano probabilmente a qualcuno dei templi pagani. Questi pesanti pezzi furono trascinati sulla cima della collina dai buoi, e il nostro Santo assisteva ordinariamente a questa operazione. Un giorno che non aveva potuto recarsi sul luogo, i buoi rimasero immobili e fu impossibile farli avanzare; si aggiunsero dapprima molti altri buoi ai primi, nella speranza che, pungolati tutti insieme, il trasporto si effettuasse facilmente. Vana speranza! quegli animali rimasero immobili e come insensibili alle grida e ai colpi che si scaricavano su di loro. Ci si affrettò allora ad avvertire il nostro Santo; egli arrivò pieno di fiducia in Dio e, dopo aver esaminato con aria molto tranquilla ciò che accadeva: «È invano», disse agli astanti, «che tormentate questi poveri animali privi di ragione. Non vedete che è il demonio, nostro nemico, che per malizia impedisce loro di avanzare? Per quanto mi riguarda, lo scorgo sotto la forma e la figura di un etiope porsi davanti a loro e fermarli». Poi, mettendosi in ginocchio, pregò Dio di dissipare tutti gli artifici di quello spirito maligno. Il demonio non poté resistere alla potenza di una preghiera fatta con tanta fede, fervore e umiltà. Il Santo fece allora staccare i buoi che erano stati aggiunti ai primi, e questi trascinarono senza impedimento le colonne fino al luogo destinato alla costruzione della basilica.
Vita pubblica e direzione spirituale
Partecipa ai grandi concili della Provenza e forma san Apollinare di Valence alla vita religiosa.
Massimo assistette al primo concilio di Riez, tenutosi nel 439; a quello di Orange, nel 441; di Vaison, nel 442; di Arles, nel 451 e 453. Dopo aver formato nel chiostro di Lerino un gran numero di servitori di Dio giudicati degni dell'episcopato, fu destinato ancora alla fine della sua vita a formarne uno per la Chiesa di Valence, nel Delfinato. Apollinaire Discepolo di Massimo e futuro vescovo di Valence. Apollinare, allora giovane signore, figlio di sant'Esichio che, da senatore di Vienne ne divenne vescovo, conoscendo la reputazione di santità di Massimo, venne a Riez per visitarlo e intrattenersi con lui sui mezzi per assicurare la propria salvezza. Il pio vescovo si prestò volentieri alla sua richiesta, e gli ispirò presto il desiderio di una vita più perfetta e di una rinuncia assoluta alle cose di questo basso mondo. I legami di una stretta amicizia si formarono così tra il discepolo e il suo maestro. Apollinare fece dunque frequenti viaggi a Riez per fortificarsi sempre più nelle sue generose risoluzioni. Per conversare con lui con più agio e far fruttificare le sue lezioni attraverso la solitudine e il silenzio, Massimo aveva collocato il suo discepolo in un luogo isolato, a un'ora di distanza e a nord-est della città, dove si trovava un oratorio, e dove egli stesso si recava non appena le sue funzioni pastorali glielo permettevano. Apollinare approfittò così bene dei suoi consigli che rinunciò infine al mondo, e abbracciò lo stato religioso a Lerino, come ci apprendono le cronache di questa illustre abbazia. Fu obbligato in seguito a lasciare il chiostro per salire sulla sede episcopale di Valence che illustrò con le sue virtù.
Il luogo dove i nostri due Santi si riunivano per conversare delle cose divine, prese in seguito e conserva ancora oggi il nome di Saint-Apollinaire, volgarmente Sant-Poulenar, tra Riez e Puimoisson, e a poca distanza dalla strada dipartimentale. Questo luogo, detto allora Lacunus, fu richiesto e concesso alla Chiesa di Valence da Carlo Magno. Questa donazione fu confermata da Federico I, imperatore e re di Borgogna, con atto dato a Vienne, il 15 delle calende di settembre dell'anno 1178, essendo Enrico vescovo di Riez. La cappella che vi si vedeva ancora nel secolo scorso era stata costruita e mantenuta dalla Chiesa di Valence, come un luogo santificato dalla nascita di Apollinare alla vita religiosa. In tempi già remoti, vi ci si recava annualmente in processione dalla parrocchia di Puimoisson. È a questo titolo ancora che la festa di Sant'Apollinare era annotata negli antichi calendari della Chiesa di Riez.
Ultimi giorni e risurrezione di una defunta
Muore nel 460 a Châteauredon; durante il suo corteo funebre, il contatto con la sua barella resuscita miracolosamente una giovane ragazza.
Sebbene il nostro santo vescovo fosse già così degno di nota per i suoi miracoli e le sue virtù, non credette tuttavia di aver fatto abbastanza per essere gradito al Signore. Le sue forze, esaurite da tante austerità, gli ricordavano ogni giorno che presto sarebbe stato riunito al suo Creatore. Concepì fin da allora un tale disprezzo per se stesso e sentimenti di penitenza così grandi che sembrava appena entrato in questa via, e che tutto ciò che aveva fatto fino ad allora non fosse che una prova. Si rinnovò nel suo fervore e nello spirito di mortificazione; lo zelo che ebbe per tutta la vita non fu quasi nulla rispetto a quello che dispiegò nella sua vecchiaia. Aumentò le sue buone opere ordinarie; la sua sollecitudine pastorale divenne più vigilante, le sue preghiere più ferventi, le sue elemosine più abbondanti, il suo raccoglimento più profondo, il suo ardore per il cielo più vivo. Penetrato più che mai dal timore di Dio, ripassava senza sosta nella sua mente queste parole di Giobbe: «Temevo l'ira del Signore come flutti sospesi sopra la mia testa e pronti a sommergermi». Tremava al pensiero che stava per apparire davanti a colui che giudica le giustizie stesse: ma si incoraggiava allo stesso tempo con la considerazione della bontà di Dio, la cui misericordia è infinita.
Tali erano le disposizioni del beato Massimo, quando, celebrando un giorno la santa messa nella sua chiesa cattedrale, ebbe rivelazione del giorno della sua morte. Terminato il santo sacrificio, chiese pubblicamente e con molta umiltà, al suo clero e al suo popolo, il permesso di andare a visitare ancora una volta la sua famiglia a Châteauredon Luogo di nascita e di morte del santo. Châteauredon. Partì poco tempo dopo per i luoghi che lo avevano visto nascere, e dove doveva morire, volendo Dio così che il paese già santificato dalla sua nascita e dalle virtù della sua giovinezza, lo fosse ancora dallo spettacolo dei suoi ultimi momenti.
La famiglia del nostro Santo si abbandonò alla gioia più viva nel vederlo arrivare; ma questa gioia fu di breve durata: Massimo gli aveva annunciato che non gli restavano che pochi giorni da passare su questa terra d'esilio. I vescovi del vicinato, avvertiti del motivo della sua venuta, accorsero prontamente per assisterlo e edificarsi dello spettacolo della sua morte. Dopo aver ricevuto con la fede più viva i sacramenti della Chiesa, e aver raccomandato che lo si seppellisse con il cilicio che non aveva mai lasciato, Massimo acconsentì a essere posto sul suo letto; poi, addormentandosi pacificamente al canto dei salmi sacri, rese la sua bella anima a Dio il 27 novembre 460. All'improvviso l'appartamento fu riempito di un odore molto gradevole, come se vi si fossero portati i profumi più squisiti, i fiori più soavi. Fu per tutti gli assistenti un giusto motivo di ammirazione e di azioni di grazie a Dio che sembrava volerli consolare con un evento così poco atteso, e far loro comprendere che dovevano piuttosto rallegrarsi che affliggersi della gloriosa nascita di Massimo nel cielo.
Si rappresenta san Massimo: 1° ai piedi di Maria, per ricordare che ne aveva sostenuto la dignità di Madre di Dio con tutti i religiosi che furono da lui formati alle sante lettere e alla virtù; 2° nascosto in un bosco per evitare di essere vescovo. Viene scoperto e consacrato suo malgrado.
[APPENDICE: CULTO E RELIQUIE.]
La notizia della morte di Massimo fu presto portata a Riez e nei paesi circonvicini. Le popolazioni si portarono in folla incontro al corteo funebre che si dirigeva verso la città episcopale. Erano grida, pianti, esclamazioni di gioia e di tristezza: si pubblicavano le sue virtù, si raccontavano i suoi miracoli, si ripetevano le sue parole e le sue istruzioni, si rimpiangeva un padre, si invocava un Santo.
Il Signore, che si era compiaciuto di manifestare al mondo l'alta santità del suo servo attraverso il dono dei miracoli durante la sua vita, volle ancora farla riconoscere subito dopo la sua morte. Decimes, in latino *Decimus*, villaggio distrutto da molti secoli, era situato in vista della strada per cui doveva passare il corteo. Molti abitanti di questo villaggio ne erano usciti per dare sepoltura a una ragazza già adulta: non avevano che da calare il cadavere nella fossa, quando scorsero il corteo funebre del nostro Santo, e udirono il canto dei salmi ripetuto da un clero numeroso e da un popolo innumerevole. Questi poveri abitanti del villaggio, mossi da un'ispirazione del cielo, abbandonano all'improvviso il loro disegno, e si dirigono in tutta fretta con il cadavere di questa ragazza verso il corteo del santo vescovo. Lì, chiedono con le istanze più vive e con una fiducia delle più ardenti, che sia loro permesso di far toccare la barella del Santo al cadavere della ragazza. Si acconsentì volentieri al desiderio di questi bravi abitanti del villaggio, sperando che il dono dei miracoli sarebbe stato dato, anche dopo la sua morte, al beato vescovo. Tutti gli assistenti, essendosi dunque prostrati con molta devozione, pregarono a lungo e cantarono per sette volte il *Kyrie eleison*.
La preghiera era appena terminata che questa ragazza tornò alla vita, uscì dalla sua bara e, gettando lontano da sé i suoi abiti funebri, ne prese altri; poi, mescolandosi al corteo, fece risuonare l'aria delle sue esclamazioni e delle sue lodi fino a Riez. Questo spettacolo colse tutto in una volta gli assistenti di stupore e di spavento, di timore e di gioia. Fu per tutti un segno evidente della potenza del santo Confessore presso Dio e della sua introduzione nella beatitudine eterna.
Il corteo essendo arrivato a Riez in mezzo alle acclamazioni rese ancora più vive e più generali dalla vista sia del miracolo recentemente operato, sia della persona su cui era stato operato, il corpo del santo prelato fu esposto, secondo l'usanza, nella cattedrale di Nostra Signora della Sede. L'affluenza dei fedeli fu numerosa e continua: si veniva a contemplare con rispetto i resti preziosi di questo pastore benamato; gli si indirizzavano voti e suppliche; si versavano dolci lacrime; già gli si rendevano tutti gli onori accordati ai Santi. Dalla chiesa cattedrale, il corpo fu portato nella chiesa degli Apostoli o di San Pietro, che egli aveva fatto costruire nella città, ma solo per restarvi in deposito. Fu infine trasferito nella basilica di Sant'Albano, dove gli era stato eretto un sepolcro decente e conveniente, che fu poi circondato da una balaustra di ferro. È da quest'epoca che questa basilica prese il nome di San Massimo, suo fondatore, nome che ha sempre conservato. Servì a lungo come chiesa cattedrale e si seppellì sotto le sue rovine all'inizio del XVIII secolo. Fu sulle rovine di questo antico monumento che si elevò l'attuale cappella di San Massimo, sotto l'episcopato di Nicolas de Valavoire, nel 1662.
Posterità e diffusione delle reliquie
Il suo culto si diffonde in tutta la Francia e le sue reliquie sono disperse tra Riez, il Piemonte, Grasse e diverse altre diocesi.
Il culto del nostro Santo risale alla sua morte; e, da quell'epoca, la solennità della sua festa è stata celebrata senza interruzione il 27 novembre, giorno del suo decesso. Dinamo, che scrisse la storia del nostro Santo circa cento anni dopo la sua morte, e su preghiera di Urbico, vescovo di Riez, attesta: 1° che era già un'antica consuetudine fare in questa festa il racconto delle azioni e delle virtù di Massimo; 2° che si continuava ad andare a pregare sulla sua tomba nella basilica che egli aveva fatto costruire e che portava il suo nome; e che ogni sorta di persone vi ricevevano diverse grazie per sua intercessione: ciò che lo rese celebre in tutta la Francia. San Gregorio, vescovo di Tours, rende la medesima testimonianza.
Nel 1230, il vescovo di Riez, Rostzing de Sabran, volendo ravvivare nel cuore dei suoi diocesani la tenera devozione di cui egli stesso era animato, convocò il clero e i fedeli per il 21 del mese di maggio. Lì, alla presenza di una folla immensa e raccolta, visitò e fece la ricognizione dei resti di san Massimo. Rinchiuse la parte superiore del cranio e l'osso di un braccio in due belle teche d'argento sovradorato che aveva fatto realizzare a sue spese. Queste preziose reliquie furono poi portate in trionfo, e con tutta la solennità possibile, per tutte le vie della città e i confini del suo territorio. Non riferiremo qui in dettaglio i diversi prodigi che si operarono durante questa traslazione su un gran numero di persone. Il ricordo ne è attestato: 1° da una festa particolare che è stata celebrata senza interruzione da quell'epoca fino ai nostri giorni, sotto la data del 21 maggio e sotto il titolo di *Trionfo di san Massimo*; 2° dal più antico calendario della Chiesa di Riez; 3° dalla processione annuale e dalla messa cantata nella cappella del Santo, la terza festa di Pentecoste, che, nel 1230, coincideva con il 21 maggio, giorno della traslazione delle reliquie.
Una porzione considerevole del cranio ne fu separata, nel 1354, con alcuni frammenti degli abiti del Santo, su sollecitazione di Giovanna I, regina delle Due Sicilie, contessa di Provenza e del Piemonte, che volle con ciò ricompensare un signore della sua corte. Questi li fece portare nel suo castello di Saint-Martin d'Aglie, vicino a Ivrea, in Piemonte, dove sono conservati in un capo d'argento puro, sovradorato, arricchito di pietre preziose su un busto anch'esso d'argento.
Le altre reliquie del Santo erano già state disperse da alcuni secoli in diversi luoghi; ma la maggior parte si conservava nell'abbazia di Grasse, diocesi di Carcassonne. Esse furono visitate e verificate il 5 novembre 1701, e, il giorno seguente, trasferite dal vecchio scrigno dove erano depositate. Si trovavano parimenti porzioni di queste reliquie in altri luoghi, come a Lérins, dove si conservavano due dei suoi denti; a Nantua, nella Bresse; a Beaufort, diocesi di Moutiers, in Savoia, dove si ha tanta devozione per lui che il luogo si chiama indifferentemente Beaufort de Saint-Maxime, e Saint-Maxime de Beaufort; a La Ferrière e a Saint-Maximin, diocesi di Grenoble, verso Pancharra e il forte di Barraux; a Eyragues, vicino a Saint-Remi, diocesi di Aix; a Vernon-sur-Seine, diocesi di Evreux; a Vienne, nel Delfinato; a Saint-Maime, diocesi di Digne, ecc.
San Massimo è ugualmente onorato come patrono dalle Chiese di Riez, di Vernon-sur-Seine, di Saint-Maime, di Châteauredon, di Eyragues, di Beaufort, di La Ferrière e di Saint-Maximin di Grenoble. Una società tra la chiesa cattedrale di Riez e la collegiata di Vernon fu fatta, nel 1232, il 7 maggio, e rinnovata il 5 marzo 1632. Le due chiese si impegnarono a riconoscere e a venerare gli stessi Santi come loro rispettivi patroni, a recitare lo stesso ufficio e ad accordare ai canonici e ai dignitari dell'uno e dell'altro Capitolo, gli stessi diritti, onori e prerogative quando si sarebbero visitati.
San Massimo era ancora il primo e il più antico patrono della parrocchia di Valensole. La sua chiesa parrocchiale era sotto il titolo del nostro Santo, quando i monaci di Cluny ne furono messi in possesso dal vescovo Alméralde, all'inizio dell'XI secolo. Il Padre Columbi ci insegna, nella sua Vierge de Romigier, che esistevano, nel territorio di Manosque, sua patria, due cappelle costruite, l'una in onore di san Massimo, l'altra in onore del santo martire Albano, entrambi onorati da un culto speciale.
La Chiesa di Thérouanne lo onora anche come suo patrono principale e come l'apostolo di tutta la provincia delle Alpi moriniane. Quelle di Boulogne e di Ypres lo venerano parimenti come patrono. Queste ultime due pretendono di possedere le reliquie del nostro Santo. Questo punto storico è molto controverso, e si crede comunemente che le reliquie che esse possiedono e che si ritrovano anche in parte in quelle di Saint-Omer e di Saint-Wulfrau d'Abbeville, siano quelle di un altro vescovo di Riez, chiamato anch'egli Massimo, ma molto posteriore a quello di cui scriviamo la vita.
Saints de l'Église de Riez, di M. l'abbé Ferand, curato di Sibyes.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita al castello di Comer verso il 388
- Voto di verginità all'età di 18 anni
- Ingresso nel monastero di Lerino sotto san Onorato
- Elezione ad abate di Lerino nel 426
- Consacrato Vescovo di Riez nel 434
- Partecipazione ai concili di Riez (439), Orange (441), Vaison (442) e Arles (451, 453)
- Morto a Châteauredon nel 460
Miracoli
- Guarigione di un giovane monaco tormentato da una visione demoniaca
- Scomparsa di una nave e di marinai illusori (inganno del demonio)
- Immobilizzazione e sblocco miracoloso di buoi che trasportavano colonne di granito
- Resurrezione di una giovane ragazza durante il suo corteo funebre
- Soave profumo che riempì la stanza alla sua morte
Citazioni
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La malizia dell'impostore non può ingannare i soldati di Gesù Cristo.
Risposta al demonio a Lerino -
Quando apparirò e mi presenterò davanti al volto del mio Dio?
Salmi, citato dal santo