Figlio prediletto di Giacobbe venduto dai suoi fratelli, Giuseppe diventa governatore dell'Egitto dopo aver interpretato i sogni del Faraone. Nonostante la calunnia e la prigione, la sua virtù e la sua saggezza gli permettono di salvare il suo popolo e la sua famiglia dalla carestia. È considerato una figura profetica di Cristo per il suo tradimento e il suo ruolo di salvatore.
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IL PATRIARCA GIUSEPPE,
GOVERNATORE DELL'EGITTO
Giovinezza e tradimento fraterno
Giuseppe, figlio prediletto di Giacobbe, suscita la gelosia dei suoi fratelli per le sue virtù e i suoi sogni profetici, il che li spinge a complottare contro di lui.
Tra tutti i figli di Giacobbe, Giuse Joseph Figlio di Giacobbe, venduto dai suoi fratelli, divenuto governatore d'Egitto. ppe (na to ad Haran Luogo di nascita di Giuseppe in Mesopotamia. Haran, in Mesopotamia) era il più virtuoso e il più amabile. Per questo divenne oggetto delle particolari tenerezze di suo padre. Sebbene legittima in sé, la predilezione del vecchio patriarca non era priva di inconvenienti. Egli non poteva certo dissimulare le sue preferenze, e i fratelli di Giuseppe potevano ancor meno non accorgersene; poiché, da un lato, gli affetti dei vecchi sono volentieri indiscreti, e dall'altro, la reciproca gelosia dei fratelli è sospettosa e intrattabile. Oltre a diversi segni di benevolenza esclusiva, Giacobbe donò al suo beniamino una tunica di lino di vari colori; da quel momento Giuseppe non trovò più nei suoi fratelli che sentimenti odiosi e parole di amarezza: basta un soffio così leggero per sollevare nel cuore dell'uomo la tempesta delle più violente passioni!
Virtuoso e semplice, Giuseppe aumentò ancora questo odio senza volerlo: rese loro partecipi di sogni gloriosi che aveva fatto: «Credevo», disse, «di legare con voi dei covoni nella campagna, e vedevo il mio covone levarsi e stare ritto, e i vostri disporsi attorno per adorarlo». E ancora: «Ho visto, in un altro sogno, il sole, la luna e undici stelle che mi adoravano». I suoi fratelli esclamarono: «Sarai tu il nostro re, e ci piegheremo sotto il tuo potere?». Suo padre stesso lo rimproverò, forse per calmare l'irritazione degli altri suoi figli; poiché, nel suo pensiero, soppesava le misteriose parole di Giuseppe e cercava di penetrarne il senso.
Ora, un giorno in cui i fratelli di Giuseppe avevano condotto le loro greggi fino verso Sichem, Giacobbe lo inviò presso di loro. Giuseppe partì e trovò i suoi fratelli nei campi di Dotan. Essi lo scorsero da lontano e si dissero: «Ecco il nostro sognatore che viene; su, uccidiamolo e gettiamolo in questa vecchia cisterna; diremo che una bestia feroce lo ha divorato, e si vedrà in tal modo a cosa gli servono i suoi sogni».
Venduto come schiavo
I suoi fratelli lo gettano in una cisterna prima di venderlo a mercanti ismaeliti che lo portano in Egitto, mentre fanno credere a Giacobbe che Giuseppe sia morto.
Ruben, il primogenito, ebbe orrore di un tale crimine; propose di calare Giuseppe nella cisterna: la sua intenzione segreta era di salvargli così la vita e di restituirlo a suo padre. Non appena Giuseppe fu arrivato, lo spogliarono della sua veste, fatale oggetto di invidia, e lo gettarono nella cisterna, che era senz'acqua. Poco tempo dopo, passarono degli Ismaeliti e dei Madianiti; andavano da Galaad in Egit to, co Égypte Luogo in cui avviene il leggendario incontro tra Disma e la Sacra Famiglia. nducendo cammelli carichi di profumi, resina e mirra. Allora Giuda, uno dei complici, prese la parola: «Che ci servirà uccidere nostro fratello e nascondere la sua morte? È meglio venderlo a questi Ismaeliti e non macchiare le nostre mani; poiché è nostro fratello e la nostra carne».
Questo parere prevalse; Giuseppe fu tirato fuori dalla cisterna e venduto per venti pezzi d'argento.
I colpevoli intinsero la veste di Giuseppe nel sangue di un capretto e la inviarono a Giacobbe con queste parole: «Ecco una veste che abbiamo trovato; vedi se è quella di tuo figlio». Giacobbe, avendola riconosciuta, disse: «È la tunica di mio figlio; una bestia crudele lo ha divorato; una bestia ha divorato Giuseppe». Si strappò le vesti, si coprì di un cilicio e pianse a lungo suo figlio. I suoi figli si riunirono per cercare di addolcire il suo dolore; ma egli rimase inconsolabile e disse loro: «Piangerò finché non raggiungerò mio figlio nella morte». E continuò a versare lacrime; poiché Giuseppe gli era appena stato rapito, e B eniamino Benjamin Fratello minore di Giuseppe, figlio di Rachele. era ormai l'unico pegno che gli restava dell'affetto di Rachele.
La prova presso Putifarre
In Egitto, Giuseppe diventa l'intendente di Putifarre ma finisce in prigione dopo aver rifiutato le avances della moglie del suo padrone, che lo accusa calunniosamente.
Tuttavia Giuseppe fu condotto in Egitto e venduto dai Madianiti a Pu tifarre, Putiphar Ufficiale del re d'Egitto e primo padrone di Giuseppe. uno dei primi ufficiali del re. Il giovane schiavo aveva trovato grazia davanti a Dio, che non manda agli uomini la prova di una breve tribolazione se non per fornire loro un'occasione di virtù e una fonte di gloria; le sue belle qualità lo resero anche gradito al suo padrone, che gli affidò l'amministrazione della sua casa e si riposò su di lui per la cura dei suoi affari. L'Egiziano non fu ingannato e Dio lo benedisse a causa di Giuseppe: i suoi beni crescevano in modo sensibile e il successo coronava tutte le sue imprese.
Erano già alcuni anni che Giuseppe faceva risplendere nell'oscurità di un servizio ingrato un'intelligenza e una virtù superiori, quando la mog lie del padrone femme du maître Accusatrice di Giuseppe dopo il suo rifiuto di cedere alla tentazione. gettò su di lui sguardi colpevoli e lo sollecitò al crimine. Il nobile prigioniero rimase fedele a Dio e all'onore, e rispose con tanta moderazione quanta fermezza. «Ecco che il mio padrone mi ha affidato ogni cosa», disse, «al punto che ignora persino ciò che possiede; non ha nulla che non sia in mio potere e che non mi abbia rimesso tra le mani, non riservando per sé che voi che siete sua moglie. E potrei commettere una tale iniquità e peccare contro il mio Dio!» Questa risposta, invece di scoraggiare la passione, parve animarla e darle una asprezza crescente. Un giorno, trovandosi Giuseppe solo in un appartamento, la moglie del suo padrone tentò un ultimo sforzo e lo afferrò per il mantello. Quando una donna ha perso ogni rispetto di sé e meritato di perdere la stima altrui, non sa far altro che soffocare sotto i piaceri sensuali la memoria della sua dignità abolita, e osa tutto per abbassare nella complicità di uno stesso crimine colui che, dall'alto della sua virtù, minaccia di restare sempre il suo accusatore e il suo giudice.
Giuseppe aveva l'intelligenza pari al coraggio del dovere; lasciò il suo mantello tra le mani dell'impudente donna e fuggì, unico modo di vincere in simile pericolo; effettivamente, se lo spirito ha le sue convinzioni e la sua prontezza, i sensi hanno il loro vacillamento e la loro debolezza. Si comprendono i trasporti del tentativo disprezzato. La sua passione delusa, il suo impero misconosciuto, la moglie di Putifarre aveva da temere, ma aveva soprattutto da vendicarsi: bisognava prevenire le possibili lagnanze di Giuseppe, soprattutto bisognava far portare a uno schiavo la pena della sua virtù. Chiamò la sua gente come per prestargli soccorso e si lamentò con arie di orgoglio pudico che quello straniero avesse osato portare fino a lei le sue temerità colpevoli; non doveva la sua salvezza che alle sue grida, e aveva potuto strappare quel vestito come prova contro Giuseppe. Poi, quando suo marito fu di ritorno, fece risalire fino a lui l'origine di tutta quella sventura e lo avvolse fraudolentemente nell'atto di accusa, affinché, dovendosi giustificare dal sospetto di imprudenza, egli pensasse tanto meno ad accusare lei stessa di infedeltà. «Quello schiavo che hai portato», disse, «è venuto per farmi insulto e, quando mi ha sentita gridare, mi ha lasciato questo mantello tra le mani ed è fuggito».
La calunnia riuscì molto bene; Putifarre non fu abbastanza abile da sfuggire agli artifici di sua moglie e sorprendere la verità sotto le apparenze studiate di cui si copriva l'impostura. Senza riflettere che un uomo non si prepara certo ai grandi crimini con dieci anni di virtù e di servizi devoti, e che la violenza poteva venire tanto da colei che aveva strappato il mantello quanto da colui che lo aveva lasciato prendere, egli entrò in estrema collera contro il suo intendente e lo fece gettare in prigione. Ma il Signore fu con Giuseppe; poiché, imponendo il lavoro, Dio dà la forza di sostenerlo e, per la sua grazia, non vi sono prove così dure che un generoso coraggio non le superi.
L'interprete dei sogni
In prigionia, Giuseppe interpreta i sogni dei suoi compagni e poi quelli del Faraone, predicendo sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia.
Il Signore, inoltre, permise che Giuseppe si conciliasse i favori del governatore della prigione. Questi, avendo pietà del giovane prigioniero e non vedendo in lui nulla che tradisse un'anima abietta e criminale, lo investì della sua fiducia e gli affidò in parte la cura degli altri prigionieri. Ora, una mattina, Giuseppe vide due dei suoi compagni più abbattuti del solito: dei sogni li avevano gettati in quella tristezza. Egli ascoltò il racconto di quei sogni, ne diede la spiegazione e predisse a uno dei condannati che sarebbe stato crocifisso entro tre giorni, e all'altro che entro tre giorni sarebbe stato reso alla libertà e reintegrato nel suo antico incarico; poi scongiurò quest'ultimo di non dimenticarlo al tempo della sua buona sorte. L'evento giustificò questa interpretazione: dopo tre giorni, uno dei proscritti fu crocifisso, l'altro reso alla libertà e reintegrato nel suo antico incarico; tuttavia, egli dimenticò Giuseppe, poiché la felicità toglie la memoria dei servizi ricevuti. Dio lo permetteva così in quella circostanza, affinché il suo eletto contasse sul soccorso del cielo, e non su quello della terra, e affinché, destinato a comandare agli uomini, imparasse a conoscerli.
Trascorsi circ a due anni, roi d'Égypte Sovrano d'Egitto che eleva Giuseppe al potere. il re d'Egitto ebbe due sogni che lo spaventarono. Era una delle superstizioni del paganesimo antico cercare sempre del mistero nei sogni, e Dio, che governa gli uomini tenendo misericordiosamente conto dei loro stessi errori e delle loro debolezze, dava talvolta un significato profondo a ciò che comunemente non era che un gioco dell'organismo o un capriccio dell'immaginazione. Questi sogni del re d'Egitto rientravano nel piano della sapienza celeste, ecco perché erano una vera figura del futuro; dovevano preparare il trionfo di Giuseppe, ecco perché la spiegazione gli fu riservata. Invano furono chiamati tutti gli interpreti volgari; il re era scoraggiato dall'ignoranza dei suoi indovini. Allora la tristezza del sovrano riportò il nome di Giuseppe sulle labbra del cortigiano, che lo aveva conosciuto nella sventura e che non se ne era più ricordato nella fortuna. Giuseppe fu tratto di prigione: apparve davanti al re; il re raccontò i suoi due sogni, e Giuseppe, spiegandoli entrambi nello stesso senso, annunciò che sette anni di abbondanza sarebbero stati seguiti da sette anni di sterilità. Propose dunque di stabilire su tutto l'Egitto un uomo saggio e abile che, durante i tempi di fertilità, mettesse in riserva una parte dei grani, affinché, giunta la carestia, il popolo non fosse senza risorse.
Ascesa al potere
Colpito, il re nomina Giuseppe governatore di tutto l'Egitto per gestire le riserve di grano, conferendogli il titolo di Salvatore del mondo.
Il re credette a ragione che nessuno avrebbe saputo rimediare ai mali del futuro meglio dell'uomo a cui Dio li rivelava così in anticipo. Sottomise dunque tutto l'Egitto a Giuseppe, non riservandosi al di sopra del giovane favorito che la grandezza del trono. Lo rivestì di una veste di lino finissimo, gli diede una collana d'oro, segno della sua nuova dignità, e gli mise al dito l'anello reale. Lo fece salire su un carro trionfale, ordinando a un araldo di gridare che tutto il popolo riconosceva l'autorità di Giuseppe, e piegò il ginocchio al suo passaggio. Poi, cambiando il suo nome di Giuseppe, lo chiamò con una parola egiziana sauveur du monde Figlio di Giacobbe, venduto dai suoi fratelli, divenuto governatore d'Egitto. che significa salvatore del mondo. Infine, per coronare tutte queste lusinghiere distinzioni, gli fece sposare la figlia di un sacerdote di Eliopoli, alleandolo così alla classe più nobile e potente dei suoi Stati. Così finirono le sventure di Giuseppe; esse furono come il germe fecondo delle prosperità e della gloria che riempirono il resto della sua vita.
Ritrovamento e perdono
La carestia spinge i suoi fratelli a cercare grano in Egitto; dopo averli messi alla prova, Giuseppe si fa riconoscere e perdona loro il crimine passato.
Le sue parole profetiche ebbero compimento: sette anni di abbondanza furono seguiti da sette anni di sterilità. Il flagello aveva colpito anche i paesi vicini. Giacobbe, pressato dalla carestia, inviò i suoi figli verso l'Egitto, di cui aveva appreso le risorse; solo Beniamino rimase presso di lui. Il grano si vendeva solo per ordine di Giuseppe; i suoi fratelli gli furono dunque presentati e lo adorarono, prosternandosi davanti a lui alla maniera degli orientali. Egli li riconobbe senza difficoltà, ma non fu riconosciuto da loro, poiché l'età virile e forse la sventura avevano mutato i tratti della sua adolescenza.
Alla vista dei suoi fratelli curvi davanti a lui, Giuseppe si ricordò dei suoi sogni di un tempo. Adottò un linguaggio severo e finse di credere che quegli stranieri fossero venuti come nemici. Li tenne tre giorni in prigione; poi, apprendendo che avevano ancora un fratello, li rimandò con l'ordine di condurlo e trattenne uno di loro come ostaggio. Essi, credendo di non essere compresi dal ministro egiziano, che fino ad allora aveva parlato loro tramite un interprete, si rinfacciarono a vicenda il loro antico fratricidio. Allora Giuseppe, vinto dalla tenerezza, si ritirò un momento per piangere, poi ritornò, esprimendo la volontà di trattenere in ostaggio Simeone, uno degli s Chanaan Terra d'origine della famiglia di Giacobbe. tranieri. Gli altri ritornarono tristi verso il paese di Canaan. Il loro padre cadde in una profonda afflizione quando gli fu annunciata la prigionia di Simeone e l'ordine formale di condurre Beniamino in Egitto; passò molto tempo prima che acconsentisse a esporre ancora quel figlio, caro e ultimo frutto della sua vecchiaia.
Tuttavia, continuando a imperversare la carestia, Giacobbe fu costretto a cedere all'imperio delle circostanze e inviò i suoi figli in Egitto, affidando loro a malincuore Beniamino, di cui Giuda rispose sulla propria testa. Giuseppe, vedendoli arrivare con il suo giovane fratello, ordinò di introdurli nel suo palazzo e di preparare per loro un banchetto. Essi attendevano nella sala del pasto, quando infine apparve Giuseppe. Tutti si inchinarono davanti a lui. Egli li accolse con bontà e li interrogò sul loro vecchio padre. Poi, alzando gli occhi, scorse Beniamino e disse: «È questo il vostro giovane fratello di cui mi avevate parlato? Figlio mio», aggiunse, «che Dio ti sia propizio!». E si affrettò a uscire; poiché, alla vista di suo fratello, le sue viscere si erano commosse e non poteva trattenere le lacrime. Quando ebbe pianto liberamente, ritornò e, facendo sforzo per dominare la sua emozione, prese il pasto in compagnia dei suoi fratelli, ma a un altro tavolo, poiché gli egiziani consideravano gli stranieri come profani. Li servì lui stesso; Beniamino fu trattato più onorevolmente degli altri, il che li stupì. Del resto, il banchetto trascorse nella gioia.
Il giorno seguente, i fratelli dovevano partire. Giuseppe fece nascondere la sua coppa d'argento tra le provviste di Beniamino e, a stento ebbero ripreso il loro cammino, che egli inviò i suoi uomini al loro inseguimento. Li raggiunsero, li accusarono di aver commesso un furto; essi si difesero, ma la coppa fu trovata tra le provviste di Beniamino. Giuseppe minacciò di trattenerlo come schiavo. Allora Giuda fece conoscere tutte le resistenze che aveva provato Giacobbe nel lasciar partire Beniamino, e il colpo terribile che la prigionia di quel figlio teneramente amato avrebbe inferto alla sua tarda età. Nel nome di suo padre, Giuseppe non poté trattenersi più a lungo: congedò gli egiziani che lo circondavano ed esclamò versando lacrime: «Io sono Giuseppe. Vive ancora mio padre?». Ma i suoi fratelli non poterono rispondergli, tanto erano presi dallo spavento. «Avvicinatevi a me», disse loro con dolcezza, «io sono Giuseppe, vostro fratello, che avete venduto». Li rassicurò, dicendo che Dio aveva permesso ogni cosa per un bene maggiore; prescrisse loro di informare suo padre di tutto ciò che vedevano e di condurlo con loro in Egitto, dove sarebbero stati tutti nutriti durante i cinque anni che la carestia doveva ancora durare. E gettandosi al collo di Beniamino suo fratello per abbracciarlo, pianse, e anche Beniamino pianse ricevendolo tra le sue braccia. Giuseppe diede poi a tutti i suoi fratelli le stesse dimostrazioni di tenerezza e, riprendendosi a poco a poco dal loro muto terrore, essi osarono parlargli.
Insediamento di Giacobbe e morte di Giuseppe
Giacobbe e la sua famiglia si stabiliscono in Egitto nella terra di Gosen. Giuseppe muore a 110 anni dopo aver chiesto che le sue spoglie fossero riportate nella Terra promessa.
A questa lieta notizia che gli fu riferita dai suoi figli, Gia cobbe Jacob Padre di Giuseppe e delle dodici tribù. sembrò risvegliarsi da un sonno profondo e rifiutò per qualche tempo di credere alle loro parole. Infine, ripresi i sensi, disse: «Se mio figlio Giuseppe è ancora vivo, basta così; andrò e lo vedrò prima di morire». In effetti, partì per l'Egitto con tutta la sua gente e i suoi beni. Giuseppe gli andò incontro e, scorgendolo, corse verso di lui e lo abbracciò strettamente tra molte lacrime. «Morirò con gioia ora», gli disse suo padre, «poiché ho visto il tuo volto e ti lascio dopo di me». Giacobbe fu anche presentato al re e ottenne di stabilirsi con i suoi figli nella regione di Gosen, la più fert ile de Gessen Regione fertile dell'Egitto dove si stabilì la famiglia di Giacobbe. ll'Egitto e la più adatta a un popolo di pastori. Diciassette anni dopo, morì, profetizzando i magnifici destini della sua stirpe. Adottò tra i suoi figli Manasse ed Efraim, figli di Giuseppe, e chiese che le sue ceneri fossero riunite un giorno alle ceneri dei suoi padri.
Giuseppe vide i figli dei suoi nipoti. In punto di morte, chiese che le sue ossa fossero trasportate nella Terra promessa; poi spirò, all'età di centodieci anni. Il suo corpo fu imbalsamato e posto in una bara che gli Israeliti, alla loro uscita dall'Egitto, portarono nel paese di Canaan.
Significato teologico e iconografia
Giuseppe è presentato come una figura profetica di Cristo, tradito dai suoi per diventare il salvatore di tutti. Il testo dettaglia anche le sue rappresentazioni artistiche.
Tale fu Giuseppe, esempio celebre delle difficoltà che attendono la virtù, del coraggio che essa deve impiegare e del trionfo che può ottenere. I tempi antichi non videro una più perfetta immagine di quel Giusto, che, tradito dai suoi fratelli e misconosciuto nelle sue opere, fu condannato come un criminale, e uscì dalla prigionia del sepolcro per nutrire la terra intera del pane della verità evangelica, e conquistare, con tutti i doni della sua carità divina, il glorioso titolo di Salvatore del mondo.
Si rappresenta Giuseppe il patriarca: 1° nel momento in cui viene venduto dai suoi fratelli; questi ricevono allora dai mercanti Madianiti il prezzo della vendita, mentre il fanciullo è consegnato alla carovana degli acquirenti per essere condotto in Egitto; 2° con l'indicazione palpabile del sogno in cui gli fu mostrata la sua grandezza futura, sotto la forma di un covone eretto in mezzo ad altri undici che si curvano davanti ad esso; 3° calato in un pozzo o cisterna dai suoi fratelli, poi ritirato da quel p ozzo pe Pharaon Sovrano d'Egitto che eleva Giuseppe al potere. r essere venduto; 4° mentre spiega i sogni del Faraone. — Aggiungiamo che la sua pudica resistenza alla moglie di Putifarre, il suo incontro con i fratelli e con il padre, possono fornire agli artisti bei soggetti di composizione.
Les Femmes de la Bible, di Mons. Darboy; Caractéristiques des Saints, del Reverendo Padre Cahier.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Venduto dai suoi fratelli per venti pezzi d'argento
- Schiavo presso Putifarre in Egitto
- Imprigionamento in seguito alla calunnia della moglie di Putifarre
- Interpretazione dei sogni del Faraone
- Elevazione al rango di Governatore dell'Egitto
- Ricongiungimento con la sua famiglia durante la carestia
Miracoli
- Dono di profezia e interpretazione dei sogni divini
Citazioni
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Come potrei commettere questo grande male e peccare contro il mio Dio!
Giuseppe alla moglie di Putifarre -
Io sono Giuseppe. Mio padre vive ancora?
Giuseppe ai suoi fratelli