Guillaume de Grimoard, divenuto Urbano V nel 1362, fu un papa benedettino caratterizzato dalla sua austerità e dal suo zelo riformatore. È celebre per aver tentato di riportare definitivamente la Santa Sede a Roma e per il suo immenso sostegno all'istruzione, fondando diverse università. Morì ad Avignone nel 1370 dopo aver operato per l'unità della Chiesa e la pace in Europa.
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IL BEATO URBANO V, PAPA
Giovinezza e formazione intellettuale
Guglielmo di Grimoard nasce nel 1310 nelle Cevenne e si distingue presto per la sua pietà e i suoi brillanti studi in diritto e filosofia a Montpellier e Tolosa.
Guglielmo di Grimoard Guillaume de Grimoard Papa riformatore di origine francese, 200º papa della Chiesa cattolica. , che avrebbe fatto dimenticare il suo cognome per immortalare quello di Urbano V, nacque al castello di Gr château de Grisac Luogo di nascita del santo nella diocesi di Mende. isac, nella diocesi di Mende, sulla sommità delle Cevenne, nel 1310. Ebbe come padrino san Elze saint Elzéar de Sabran Padrino di Guglielmo di Grimoard. aro da Sabran e, fin dalla più tenera età, si mostrò degno di essere stato tenuto al fonte battesimale da tali mani. Ancora bambino, amava così tanto la preghiera e così poco i divertimenti frivoli che sua madre, stupita, gli diceva: «Figlio mio, non ti capisco, ma mi basta che Dio ti capisca». Dotato di una viva intelligenza, studiò le belle lettere, la filosofia e il diritto con un'applicazione che gli fece compiere, in tutte queste scienze, rapidi progressi. Le celebri scuole di Montpellier e di Tolosa lo annoverarono tra i loro allievi più distinti, senza che egli si lasciasse mai andare ai disordini allora troppo frequenti tra gli studenti: la sua fedeltà a Dio e la sua assiduità ai doveri religiosi lo protessero contro la corruzione del secolo.
Impegno monastico e carriera accademica
Entra tra i Benedettini a San Vittore di Marsiglia e diviene un rinomato dottore in diritto canonico, insegnando nelle più grandi università europee.
La nobiltà della sua famiglia, l'elevazione del suo spirito, la varietà delle sue conoscenze, l'affabilità dei suoi modi che conquistava tutti i cuori, gli assicuravano un brillante avvenire. Ma ancora giovane, rinunciò al mondo per soddisfare, senza riserve, le più nobili aspirazioni della sua anima: l'amore per lo studio e la pietà. Abbracciò la Regola d Règle de Saint-Benoît Ordine religioso che occupa il monastero di Honnecourt. i San Benedetto e fece la sua professione religiosa a Marsiglia, nel monastero monastère de Saint-Victor Monastero dove emise la professione religiosa e di cui divenne abate. di San Vittore. Si sa quale ampio spazio la scienza ecclesiastica occupasse nella vita dei monaci benedettini. Non si può pronunciare il loro nome senza ricordare gli immensi servizi che hanno reso alla Chiesa e gli innumerevoli capolavori di paziente erudizione che ci hanno lasciato. Ma Guglielmo di Grimoard non rinchiudeva la sua giovinezza nel chiostro unicamente per circondarsi di manoscritti e assaporare le tranquille dolcezze della scienza; era Dio soprattutto che cercava nella solitudine, e lo servì con un fervore che gli fece trovare facili le pratiche più austere della vita monastica. Già a quell'epoca si distingueva per la sua tenera devozione per la santissima Vergine; la sua fiducia nella nostra Buona Madre non fece che crescere con gli anni, e i numerosi santuari che elevò più tardi in suo onore sono una toccante testimonianza del culto che le aveva votato.
La professione religiosa, che aveva sospeso gli studi del giovane Guglielmo, non gli impedì di riprenderli qualche tempo dopo, e lo fece con nuovi successi che stupivano i suoi stessi maestri! Aveva appena conquistato il titolo di dottore in diritto canonico che i suoi superiori, colpiti dallo splendore con cui aveva superato le sue prove universitarie, così come dall'ampiezza e dalla solidità del suo sapere, si decisero a lasciargli seguire la sua inclinazione per l'insegnamento del diritto. Questa sarà d'ora in poi l'occupazione principale della sua vita fino all'epoca in cui sarà elevato al sovrano Pontificato: le università di Tolosa, Montpellier, Parigi e Avignone lo vedranno, a turno, attirare presso la sua cattedra moltitudini di uditori che istruiva con grande profondità di dottrina e che affascinava con l'interesse legato alla sua parola.
Missioni diplomatiche e prelatura
Nominato vicario generale e poi abate, svolse missioni di legato in Italia per conto di Papa Clemente VI al fine di pacificare gli Stati pontifici.
Nonostante la sua inclinazione per l'insegnamento, Guglielmo di Grimoard dovette interrompere, più di una volta, il corso delle sue dotte lezioni per occupare gli alti incarichi ai quali la sua scienza e le sue virtù sembravano averlo destinato. Divenuto successivamente vicario generale dei vescovi di Clermont e di Uzès, fu, per i prelati che lo avevano onorato della loro fiducia, un collaboratore, o meglio un amico tanto fedele quanto soccorrevole.
Mettendo in pratica ciò che aveva insegnato, dall'alto della sua cattedra, sull'unione intima e perfetta che il vicario generale deve avere con il proprio vescovo, lo si vide assecondare lo zelo dei pastori che lo avevano scelto, con una lealtà inalterabile e un disinteresse a tutta prova, senza mai cercare se stesso. Così il Signore benediceva il suo ministero: mentre la sua parola sincera e persuasiva operava i frutti di salvezza più abbondanti, i popoli, penetrati di ammirazione per le sue virtù, e principalmente per la sua inesauribile carità verso i poveri, lo veneravano già come un vero servitore di Dio e come un Santo.
Tanti meriti attirarono su Guglielmo l'attenzione di Papa Clemente VI, che lo nominò abate di Saint-Germain d'Auxerre e lo scelse, poco dopo, come legato in Italia, incaricandolo di una missione della massima importanza. Si trattava nientemeno che di far rientrare sotto l'autorità della Santa Sede le province e le città usurpate, e di preparare le vie, attraverso la pacificazione di Roma e del patrimonio di San Pietro, al ritorno del papato nella città predestinata, dove deve risiedere.
In quell'epoca, Roma era ancora più desolata che in tempi recenti. Poiché, per quanto grandi possano essere le sue sventure in quest'ora, esse possono a stento dare un'idea di ciò che ha sofferto a metà del XIV secolo. Diverse fazioni rivali si contendevano il suo possesso: subiva, a turno, gli eccessi della tirannia popolare e gli orrori dell'anarchia. Per un momento l'audace Rienzi le restituì un governo regolare; ma il tribuno, inebriato dal successo, sognò il ristabilimento dell'impero romano. La resistenza che incontrano i suoi folli progetti lo rende crudele. Versa sangue, il popolo si solleva; tremante davanti alla folla aizzata, che poco prima lo aveva acclamato al Campidoglio, viene ucciso ignominiosamente. I piccoli despoti che gli succedono ereditano solo i suoi difetti. Portati al potere dal capriccio popolare, vengono rovesciati il giorno seguente. L'Italia non è che un campo di battaglia, Roma un covo di banditi. Il papato, che solo poteva restituirle la felicità, attendeva il momento in cui il successo dei suoi legati gli avrebbe permesso di ritornare presso la tomba dei santi Apostoli.
Non rientra nei limiti che ci siamo imposti far conoscere, in dettaglio, le diverse legazioni di Guglielmo di Grimoard.
A considerarlo solo come un uomo di Stato ordinario, bisognerebbe riconoscere che vi dispiegò qualità eminenti, ma la sua virtù lo elevò maggiormente. Gli storici della sua vita concordano nel constatare che portò al più alto grado, nelle sue azioni, il sentimento della giustizia; che la rettitudine e la verità, che presiedettero a tutte le sue negoziazioni, ne fecero la più sicura abilità. Rendono ancora omaggio alla fermezza e al coraggio eroico di cui diede prova verso gli invasori dei domini della Santa Sede, e in particolare davanti alle minacce e alle violenze del terribile Barnabò Visconti.
L'ascesa al trono di San Pietro
Nel 1362, mentre si trova in missione a Napoli, viene eletto Papa con il nome di Urbano V, succedendo a Innocenzo VI.
Mentre questi lieti eventi allietavano la vecchiaia di Innocenzo VI, l'abbazia di San Vittore divenne vacante per la morte di Etienne de Clapiers; il Papa vi nominò subito Guglielmo di Grimoard, al quale voleva testimoniare la sua riconoscenza e che era, da qualche tempo, tornato ad Avignone. Con quale felicità il pio benedettino non rientrò nella tranquillità della vita monastica! Ritrovava finalmente quella cara abbazia dove, nella sua giovinezza, si era consacrato a Dio e verso la quale, nel mezzo delle agitazioni della vita pubblica, non aveva cessato di volgere lo sguardo. Semplice religioso, si era fatto notare, a San Vittore, per la sua perfetta regolarità e per la sua obbedienza; divenuto superiore, non si distinse di meno per la saggezza del suo governo.
Guglielmo non aveva desiderio più ardente che lavorare alla propria santificazione, nella calma e nel silenzio di quel pio ritiro: ma già il merito del santo Abate aveva diffuso troppo splendore perché il sovrano Pontefice acconsentisse a lasciarlo a lungo nascosto nel chiostro. Innocenzo VI, giudicando la presenza di Guglielmo necessaria in Italia, gli aveva appena affidato una nuova missione, e già il nostro Beato era giunto a Napoli, quando si apprese la morte del Papa.
I cardinali si riunirono in conclave, secondo l'uso, ma non riuscirono ad accordarsi per eleggere uno di loro: si risolsero allora a scegliere il nuovo Papa fuori dal Sacro Collegio, e presto i loro voti unanimi si rivolsero a Guglielmo di Grimoard, abate di San Vittore, che si trovava ancora in Italia. Una sola persona si rattristò di questa elezione, colui che ne era l'oggetto; ma la cristianità intera se ne rallegrò e lo acclamò. «Dio ha dunque pietà di coloro che ama», esclamava in quell'occasione uno dei più grandi poeti d'Italia, «vuole dunque far rivivere l'età dell'oro e ricondurre, alla sua antica sede, la Chiesa che ha lasciato errare così a lungo per castigare i crimini degli uomini». Chinando il capo sotto il «giogo della servitù apostolica», Guglielmo di Grimoard prese il nome di Urbano V. Fece il suo ingresso ad Avignone, il 31 otto Urbain V Papa riformatore di origine francese, 200º papa della Chiesa cattolica. bre 1362, e fu consacrato e incoronato la domenica seguente, 6 novembre.
Il ritorno del papato a Roma
Urbano V si adopera per pacificare l'Italia e riesce a riportare la sede apostolica a Roma nel 1367, ponendo fine temporaneamente all'esilio di Avignone.
Appena salito sulla cattedra di san Pietro, il nuovo Papa si propose tre disegni degni della sua grande anima: riportare il Papato a Roma, riformare i costumi, in particolare combattendo l'ignoranza; infine propagare lontano la fede cattolica. Senza costringerci a seguire l'ordine cronologico, considereremo successivamente ciò che fece Urbano V per realizzare questi tre grandi pensieri.
Le rivalità, incessantemente rinascenti, che armavano le piccole repubbliche italiane le une contro le altre e facevano di tutti i signori dei capi di bande sempre pronti a guerreggiare, formavano un ostacolo, in apparenza insormontabile, al ritorno del Papato a Roma. Bisognava, prima di tutto, rendere alla sfortunata Italia i benefici della pace, riconciliare le città rivali, riavvicinare nemici assetati di vendetta. Urbano V, deciso a perseguire un così nobile scopo, continuò come Papa, e con la stessa perseveranza e la stessa energia, ciò che aveva fatto qualche tempo prima come inviato di Innocenzo VI. Incaricò dunque il generale dei Frati Minori, Marco da Viterbo, di andare di città in città a predicare la pace e indurre i capi di parte a concluderla sinceramente. «Vi esortiamo», scrisse egli stesso a Galeazzo Visconti e al marchese del Monferrato, «vi supplichiamo di voler considerare la moltitudine dei mali che la guerra produce e di disporvi a fare una pace onorevole». La missione di Marco da Viterbo era irta di difficoltà: i capi delle bande promettevano la pace quando si sentivano minacciati, ma presto ricominciavano la guerra. Per fermare l'effusione di sangue, che scorreva da tanti anni, Urbano V accettò accordi con questi infaticabili combattenti. La sua condiscendenza portò felici frutti. L'Italia ritrovò finalmente la tranquillità, e l'illustre cardinale Egidio Albornoz, a cui spetta, dopo il Papa, il principale onore di questa pacificazione, poté dare allo Stato pontificio quelle celebri costituzioni che lo hanno retto per diversi secoli e che dal nome del cardinale si chiamavano Egidiane. Allora scomparvero le vecchie denominazioni di Guelfi e Ghibellini. Gli antichi partiti si cancellarono; non vi fu più che un popolo sottomesso all'autorità del sovrano Pontefice, invocando con tutti i suoi voti il suo ritorno a Roma. Urbano V ricevette, ad Avignone, un'ambasciata inviata dai Romani per scongiurarlo di affrettare la sua partenza. La sua gioia fu grande nel ricevere l'assicurazione che lo Stato pontificio, completamente pacificato, sospirava la sua presenza e che l'indipendenza del Vicario di Gesù Cristo non vi sarebbe più stata minacciata! Tuttavia non fu senza imporsi i più penosi sforzi che si decise ad allontanarsi dalla Francia: non aveva mai dimenticato che essa era la sua patria e vi era profondamente legato; inoltre, la sua partenza lo avrebbe separato dal suo vecchio padre di cent'anni, che aveva fatto venire presso di sé ad Avignone per circondarlo delle sue cure e della sua tenerezza.
Ma, nel cuore di Urbano, era da tempo che l'adempimento del dovere prevaleva sui sacrifici; in questo frangente, il suo venerabile padre morì, egli lo pianse come un buon figlio, e infine, essendo i preparativi del suo viaggio ultimati, partì da Avignone il 30 aprile 1367; si recò a Marsiglia e vi attese, nell'abbazia di San Vittore, la riunione delle galee inviate per formare la sua scorta.
Fu il 19 maggio che Urbano V si allontanò dai lidi di Marsiglia, benedicendo la città e la terra di Francia, dove il papato perseguitato trovò sempre un asilo ospitale. Nell'apprendere il ritorno così ardentemente desiderato del sovrano Pontefice, l'Italia fremette di gioia. A Genova, a Corneto, a Viterbo, il popolo accorse al suo passaggio, agitando rami d'ulivo e gridando quelle grida di gioia mille volte ripetute: «Lodato sia Gesù Cristo! Viva il Santo Padre!». Dopo un soggiorno di alcuni mesi a Viterbo, per sistemarvi diversi affari, Urbano V fece il suo ingresso solenne a Roma: era sabato 13 ottobre 1367. Una folla immensa, ebbra di felic ità, Rome Città natale di Massimiano. precedeva e seguiva il corteo; fu un vero trionfo. Ovunque sventolavano bandiere e risuonavano gioiose acclamazioni. Non ci si stancava di contemplare il Pontefice che Roma ritrovava, dopo averlo perduto così a lungo, e che ha bisogno di possedere per essere veramente Roma. Urbano V si recò nella basilica di San Pietro e andò a pregare sulla tomba dei santi Apostoli. I suoi occhi si inumidirono di lacrime. Ringraziò la Provvidenza di averlo finalmente condotto nella città, scelta da Dio per essere il soggiorno del Vicario di Gesù Cristo, e pensando al lungo esilio del papato, mormorò mentre le sue lacrime scorrevano: *Super flumina Babylonis illic sedimus et flevimus, cum recordaremur Sion*; «ci siamo seduti lungo i fiumi di Babilonia, e là abbiamo pianto ricordandoci di Sion».
Riportando il Papato a Roma, Urbano aveva compiuto uno dei principali disegni che si era imposto. Il suo soggiorno nella città eterna gli permetteva di lavorare più efficacemente che in ogni altro luogo del mondo alla riforma dei costumi e alla propagazione della fede.
Riforma dei costumi e mecenatismo universitario
Il Papa lotta contro la corruzione del clero, riforma i monasteri e fonda o sostiene numerose università in tutta Europa.
Fin dai primi giorni del suo pontificato, afflitto dal rilassamento dei costumi, fatale conseguenza delle guerre che agitavano l'intera Europa, si sforzò di porvi rimedio. I principi davano l'esempio di ogni sorta di crimine. I soldati, vendendo la propria spada a chi li pagava meglio, non conoscevano più né patria, né disciplina, né senso del dovere. La corruzione morale, estendendosi come una malattia contagiosa, aveva invaso tutte le classi della società; il clero stesso e i monaci non ne erano esenti. I disordini erano tali che molti uomini, spaventati, credevano che il mondo stesse per finire. La grandezza del male non scoraggiò Urbano V. Iniziò col combattere gli abusi che si erano introdotti nella corte pontificia, per lavorare poi più audacemente a correggere i costumi dei chierici e dei fedeli. L'alto rango dei colpevoli non impedì mai al santo Papa di riprenderli per le loro colpe e di esortarli a cambiare vita: è così che agì nei confronti di Pietro il Crudele, re di Castiglia; di Pietro, re di Cipro; e di Casimiro, re di Polonia. Estese la riforma a un gran numero di monasteri, ma dobbiamo una menzione speciale all'opera di rinnovamento che compì a Montecassino. L'illustre abbazia ne ha conservato il riconoscente ricordo, considerandolo come il suo secondo fondatore.
Urbano V pubblicò, inoltre, numerosi decreti per la correzione dei costumi e, per assicurarne l'esecuzione, ordinò a più riprese la tenuta di concili provinciali e ne vigilò la celebrazione. Si possono citare tra le sue ordinanze più utili quelle che emanò contro gli usurai, contro il cumulo dei benefici, contro il lusso, contro l'immodestia degli abiti, contro gli uomini d'arme che vivevano di omicidi e saccheggi, invece di osservare le leggi dell'onore e la disciplina militare. Contribuì quanto Duguesclin a liberare la Francia da quelle temibili armate di mercenari che venivano chiamate i routiers o grandi compagnie.
La sollecitudine di Urbano V si estendeva su tutti i bisogni della società religiosa e della società civile, l'una e l'altra allora così strettamente unite. Ciò che aggiungeva efficacia ai suoi infaticabili sforzi era che predicava ancora più con l'esempio che con le parole. Si ammirava l'austerità della sua vita, la delicatezza della sua coscienza, il fervore della sua pietà. Lungi dal ricercare lo sfarzo, fece regnare nel suo palazzo la modestia e la semplicità. Portò per tutta la vita l'abito monastico, e il popolo era toccato nel vederlo, nelle feste pubbliche, vestito come un umile monaco. Conservò fino alla fine dei suoi giorni le abitudini di mortificazione e di frugalità che aveva contratto osservando con scrupolosa fedeltà la Regola benedettina. L'amore per i poveri fu una delle sue principali virtù. Quando sulla sua tavola venivano serviti alimenti meno semplici del solito, li faceva portare agli indigenti. Ogni giorno, durante i pasti, chiedeva a coloro che erano ammessi al suo cospetto se non conoscessero degli infelici la cui sventura nessuno alleviava. Si affrettava allora a inviare a quei poveri abbandonati denaro, cibo e vestiti. Talvolta costoro, abusando della sua carità, si presentavano alle sue udienze per sollecitare nuovi favori. I cardinali, per prudenza, volevano allontanarli; ma il Papa chiamava quegli infelici, li ascoltava con pazienza e non li congedava senza aver dato loro qualche prova del suo affetto.
Per consolidare le riforme morali che i suoi esempi e la sua parola raccomandavano così eloquentemente, Urbano V si applicò a diffondere l'istruzione e a favorire i buoni studi: considerava, a ragione, l'ignoranza come una delle cause principali della corruzione dei costumi.
In presenza dei signori, che facevano così poco conto del sapere da vantarsi di non saper nemmeno firmare il proprio nome, il popolo sarebbe stato sprofondato nella barbarie, se la Chiesa non gli avesse insegnato le verità più essenziali. Urbano V rianimò ovunque l'amore per lo studio. Restituì all'università di Parigi il suo antico splendore, le diede saggi regolamenti e l'aiutò a diventare quella potente corporazione i cui dottori furono, più di una v olta, consultati da université de Paris Istituzione accademica restaurata da Urbano V. i papi e dai re. Estendendo la sua sollecitudine ai paesi del Nord allora così diseredati, fondò l'università di Cracovia, per la Polonia; e poco tempo dopo, l'università di Vienna, per l'Austria. Al fine di dare una prova eclatante del valore che attribuiva al progresso delle lettere e delle scienze, mantenne, a sue spese, più di mille studenti nelle diverse università d'Europa, provvide al loro nutrimento, fornì loro libri e vestiti. Fondò a Montpellier il collegio di Saint-Germain per sedici studenti di diritto, dell'Ordine benedettino, e il collegio di Saint-Matthieu per dodici studenti di medicina, del Gévaudan, e si fece carico del loro mantenimento. Istituì una scuola di canto a Tolosa e affidò a maestri abili il compito di insegnare la musica a giovani fanciulli che dovevano farsi sentire, durante la messa solenne, nella chiesa dell'università.
È così che, moltiplicando le fonti d'istruzione e facilitando l'accesso alle alte scuole alla gioventù studiosa, Urbano V continuava la tradizione degli Alberto Magno, dei Tommaso d'Aquino, di tutti quei grandi uomini del XIII secolo, la cui fronte brilla della doppia aureola del genio e della santità.
Espansione della fede e diplomazia orientale
Invia missionari fino in Cina, ottiene l'abiura dell'imperatore bizantino Giovanni Paleologo e tenta di organizzare una crociata contro i Turchi.
Se tali erano le opere del beato Pontefice per riformare i costumi e combattere l'ignoranza, con quale ardore non lavorava egli per far risplendere di una luce più viva i lumi della fede? Poiché è proprio a lui che si possono applicare le parole del Salmista: Zelus domus tuæ comedit me; «lo zelo della tua casa mi ha divorato».
Ricorderemo presto questi infaticabili sforzi per convertire gli infedeli e per ricondurre alla Chiesa gli eretici e gli scismatici che se n'erano separati. Ma non possiamo dimenticare ciò che ha fatto per le nostre contrade cattoliche, al fine di conservarvi la religione; poiché è a questo pensiero che bisogna ricondurre le numerose chiese e i monasteri che ha costruito o restaurato.
L'abbazia di San Vittore, così cara al santo Pontefice, doveva essere la prima a fissare la sua attenzione, e, in effetti, vi fece compiere lavori considerevoli; questi lavori sono scomparsi per la maggior parte, in mezzo alle sventure dei tempi, tuttavia si vedono ancora oggi i resti delle antiche fortificazioni che aveva elevato attorno al monastero. L'abside attuale della chiesa di San Vittore è la stessa che egli fece edificare, e si possono venerare d'ora in poi i resti della tomba nella quale le sue ossa santificate hanno riposato per diversi secoli. Fece costruire a Montpellier, sotto il titolo di San Benedetto e di San Germano, una grande chiesa, oggi la cattedrale. A Mende, ricostruì ugualmente la cattedrale su un piano grandioso, e fondò, inoltre, nella stessa diocesi, due chiese collegiali. Una di esse si trovava a Bedouès, piccola città situata vicino al luogo della sua nascita, e dove si trovava la tomba della sua famiglia.
Che cosa non avremmo da aggiungere, se volessimo far conoscere ciò che fece il santo Papa in altre contrade? Tuttavia dobbiamo menzionare, se non altro per memoria, le opere innumerevoli di riedificazione e di restauro che ha compiuto a Roma e in Italia. Da più di sessant'anni che il Papato era assente, quasi tutte le chiese della città santa cadevano in rovina; le basiliche stesse, e in particolare quelle di San Paolo e del Laterano, erano nel più grande degrado. Urbano V si mise risolutamente all'opera; sotto il suo potente impulso, tutto cambiò presto aspetto, e i Luoghi santi divennero più degni della maestà di Colui al quale sono consacrati.
La ricognizione che il beato Pontefice operò dei capi sacri dei santi apostoli Pietro e Paolo, fu per la sua pietà l'occasione di un'immensa consolazione; volle egli stesso farne l'ostensione al popolo romano. Durante il suo pontificato, Urbano V approvò alcuni Ordini religiosi: il più celebre, a causa del nome della sua fondatrice, è quello che stabilì santa Brigida: la Santa vedova venne lei stessa a Roma dal profondo della Svezia, e ottenne l'approvazione che sollecitava. Queste opere, operate in mezzo al gregge fedele, non bastavano per soddisfare lo zelo del santo Pontefice. Il Signore aveva messo nel suo cuore la fiamma dell'apostolato, e aveva bisogno di spanderne gli ardori sui popoli seduti all'ombra dell'infedeltà, dello scisma e dell'eresia. Inviò missionari in Valacchia e in Lituania. I religiosi, ai quali affidò l'evangelizzazione della Bulgaria, battezzarono, in poco tempo, più di duecentomila persone. Un vescovo francescano e venticinque religiosi del suo Ordine si sparsero nella Georgia e nelle contrade vicine. Urbano V creò un arcivescovo di Cambalù o di Pechino, e lo inviò, accompagnato da diversi Frati Minori, in Cina e in Tartaria. Scrisse persino al temibile Tamerlano per raccomandargli i predicatori del Vangelo che percorrevano il suo vasto impero, e per ringraziarlo di essersi mostrato favorevole ai cristiani che vivevano sotto la sua dominazione.
Ma nulla eguaglia gli sforzi del nostro Beato per far cessare lo scisma funesto che aveva separato la Chiesa greca dal centro dell'unità. L'imperatore d'Oriente, Giovanni Paleologo, cedendo alle sue pressanti istanze, si recò a Roma con l'imperatrice Elena Cantacuzena. Dopo numerose conferenz e con il sovran Jean Paléologue Imperatore d'Oriente che abiurò lo scisma davanti a Urbano V. o Pontefice, abiurò lo scisma, il giorno di san Luca, 18 ottobre 1369, e fece solennemente professione della fede cattolica. Questo evento riempì di gioia il cuore di Urbano V. Lo annunciò al mondo cristiano e supplicò i Greci di imitare l'esempio che aveva appena dato loro l'imperatore. «Se Dio ci accordasse questa grazia», diceva loro, «che, sotto il nostro Pontificato, la Chiesa latina e la Chiesa d'Oriente potessero riunirsi dopo essere state così a lungo separate, chiuderemmo volentieri gli occhi alla luce, e diremmo, come il santo vecchio Simeone: Ora, Signore, lascia andare in pace il tuo servo, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Un grande movimento religioso agitò gli altri Orientali. Il patriarca dei Nestoriani venne da Mosul a Roma per inchinarsi sotto la benedizione del Papa; e diversi principi d'Albania e di Moldavia abiurarono lo scisma e rientrarono nel grembo della Chiesa cattolica.
Sfortunatamente, c'erano popoli che resistevano a tutti gli sforzi tentati per portarli alla vera fede. Erano i popoli Musulmani: fieri dei loro rapidi successi, nutrivano la speranza di sottomettere la terra intera alla legge di Maometto. Urbano V presentiva i pericoli che minacciavano la cristianità. Sentiva, per così dire, il rumore degli squadroni ottomani che stavano per precipitarsi su Costantinopoli. Avrebbe voluto impedire un tale disastro e armare contro il nemico comune tutti i principi dell'Occidente. Fin dal venerdì santo dell'anno 1363, aveva pubblicato la crociata contro i Turchi e supplicato i cristiani di andare a portare un pronto soccorso ai loro fratelli d'Oriente. Il re di Francia, Giovanni il Buono, e il re di Cipro, Pietro di Lusignano, avevano ricevuto la croce dalle mani del sovrano Pontefice e giurato di liberare il santo Sepolcro. Sembrava che il vecchio grido: «Dio lo vuole! Dio lo vuole!» stesse per risuonare in tutta l'Europa, come ai giorni di Pietro l'Eremita e di Goffredo di Buglione; la morte del re di Francia sconcertò tutti i piani di Urbano V, diminuì il numero dei crociati e ritardò la loro partenza. Quando Pietro di Lusignano lasciò il porto di Venezia, non portava con sé che dodicimila uomini. Questa piccola armata fece prodigi di valore e prese d'assalto Alessandria. Ma questo brillante fatto d'armi fu senza risultato. Lo scoraggiamento si impadronì presto dei Crociati, e la maggior parte ritornò ai propri focolari. Urbano V raddoppiò le istanze presso i principi cristiani; essi rimasero sordi alla sua voce. Non vollero dimenticare le loro contese particolari per legarsi contro il nemico temibile che stava per gettarsi sull'Europa, dopo aver sottomesso al suo giogo di ferro l'Egitto e la Palestina.
Ultimi giorni e riconoscimento del culto
Di ritorno ad Avignone per mediare la pace tra la Francia e l'Inghilterra, muore nel 1370. Il suo culto è ufficialmente confermato da Pio IX nel 1870.
Quali soccorsi avrebbero potuto portare ai cristiani d'Oriente la Francia e l'Inghilterra, se avessero unito le loro forze! Ma queste due nazioni rivali lottavano con accanimento, l'una per l'integrità del suo territorio, l'altra per l'ingrandimento della sua potenza. Se Urbano V estendeva la sua sollecitudine su tutti i popoli dell'Europa, non dimenticava che la Francia era la sua patria. Il suo cuore era straziato quando apprendeva che il sangue francese scorreva in eroici combattimenti. Dio, senza dubbio, aveva dato alla Francia un grande capitano, il connestabile Duguesclin, e, in Guienna come in Bretagna, i nostri nemici indietreggiavano davanti alle sue armi vittoriose; ma ogni successo era caramente pagato. Già il cannone, che i progressi della civiltà avrebbero dovuto far scomparire, e che hanno solo perfezionato, ammucchiava i cadaveri sul campo di battaglia. Urbano V risolse di interporsi tra i re di Francia e d'Inghilterra. Sperava che non avrebbero osato continuare la lotta quando li avrebbe supplicati lui stesso di deporre le armi. Tale fu uno dei principali motivi che lo determinò a lasciare Roma, sebbene indebolito dalla malattia; avrebbe voluto decidere i due più potenti re della cristianità a concludere un trattato di pace e a legarsi contro i Musulmani. La morte non gli permise di compiere quest'opera di pacificazione.
Accolto a Marsiglia con trasporti di gioia, non poté andare oltre Avignone. Sentendo la sua fine vicina, volle, per umiltà, lasciare il palazzo apostolico e si fece portare nella casa di suo fratello, ai piedi di quelle alte torri dove aveva ricevuto tanti onori. Chiese che si aprissero le porte e che si permettesse al popolo di circolare attorno al suo letto. «Bisogna che possa vedere», diceva, «come i Papi muoiono!» Dopo aver ricevuto i sacramenti dei morenti e raccomandato la sua anima a Dio, rese l'ultimo respiro, tenendo la croce tra le mani; era il giovedì 19 dicembre 1370, verso le tre del pomeriggio. Era nel suo sessantunesimo anno.
La notizia della morte del santo Papa si sparse rapidamente e produsse un'afflizione generale, ma si levò, allo stesso tempo, nell'Europa intera, come un concerto unanime di lodi per ridire la santità della sua vita, le opere immortali che aveva compiuto, e la grandezza della sua fede e della sua carità la cui efficacia si era fatta sentire fino alle estremità del mondo.
## CULTO E RELIQUIE.
Le esequie solenni del beato Papa ebbero luogo tre giorni dopo la sua morte, in mezzo a un grande concorso di popolo; e quel giorno stesso, Dio si compiacque di far risplendere la santità del suo illustre Pontefice con prodigi di ogni sorta. Il corpo di Urbano V fu sepolto davanti all'altare della basilica di Notre-Dame des Doms, ad Avignone. Diciotto mesi dopo, il 31 maggio 1372, i suoi venerabili resti furono esumati e trasferiti a Marsiglia, dove i religiosi di San Vittore li collocarono in una magnifica tomba. Si sono appena praticati degli scavi in questa chiesa, ma il loro insuccesso comincia a far temere che i Vandali del '93 abbiano dissipato le sue reliquie.
I popoli resero spontaneamente a questo santo Papa l'onore che si rende ai Santi. Ovunque si incise la sua immagine; il nimbo sacro adornava la sua fronte, e il titolo di Santo o di Beato era iscritto in basso. Questa devozione aveva fatto progressi così rapidi che, quattro anni dopo la morte del beato Urbano V, le mura della chiesa di San Vittore erano letteralmente coperte di ex-voto.
La domanda di canonizzazione fu fatta al papa Gregorio XI, suo successore; ma le agitazioni del momento gli impedirono di proseguire questa causa. Si tornò alla carica presso Clemente VII, che sedeva ad Avignone, e questo pontefice affidò a diversi prelati e altri personaggi capaci la cura di fare l'inchiesta delle virtù e dei miracoli. Di tutte le informazioni che furono prese allora, si redasse un lungo verbale, il cui manoscritto originale esiste ancora a Roma, alla biblioteca del Vaticano. Nuovi torbidi che sopravvennero furono causa che la Santa Sede non abbia potuto, in quell'epoca, portare un giudizio definitivo.
Tuttavia, la devozione al beato Urbano V ha sempre perseverato; e sebbene attraverso il lungo spazio di cinquecento anni abbia avuto molto a soffrire dalle ingiurie del tempo, ne sono rimaste fino ai nostri giorni delle vestigia abbastanza rispettabili. È per questo che il nostro santo Padre il papa Pio IX, sollecitato da una ventina di vesc ovi di Fran pape Pie IX Papa che ha canonizzato Giosafat nel 1867. cia e d'Italia, ha degnato di confermare in maniera canonica e solenne il culto reso al nostro Beato. Il decreto pontificio porta la data del 10 marzo 1870. Si celebra il suo ufficio, nella diocesi di Marsiglia, sotto il rito doppio, il 19 dicembre.
Abbiamo tratto questa biografia dal *Mandement de Mgr Charles Philippe Place, évêque de Marseille, à l'occasion de la confirmation du culte du bienheureux pape Urbain V* (dicembre 1870). — Cf. *Vie du bienheureux Urbain V, pape*, di M. Lubbé Charbonnel. (Marsiglia, presso Mabilly, editore, 1871).
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita al castello di Grisac nel 1310
- Professione religiosa nell'abbazia di San Vittore a Marsiglia
- Insegnamento del diritto a Montpellier, Tolosa, Parigi e Avignone
- Elezione al pontificato nel 1362
- Ritorno del papato a Roma nel 1367
- Abiura dello scisma da parte dell'imperatore Giovanni Paleologo nel 1369
- Ritorno ad Avignone e morte nel 1370
Miracoli
- Prodigi di ogni genere avvenuti durante i suoi funerali ad Avignone
Citazioni
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Bisogna che possa vedere come muoiono i Papi!
Parole riferite sul suo letto di morte -
Super flumina Babylonis illic sedimus et flevimus, cum recordaremur Sion
Salmo citato durante il suo ingresso a Roma