San Francesco di Sales
Vescovo e Principe di Ginevra
Vescovo e Principe di Ginevra, Dottore della Chiesa
Vescovo di Ginevra residente ad Annecy, Francesco di Sales fu uno dei grandi riformatori cattolici del XVII secolo. Celebre per la sua dolcezza e il suo zelo, riconquistò lo Chablais al cattolicesimo prima di fondare l'Ordine della Visitazione con Giovanna di Chantal. La sua opera letteraria, tra cui l'Introduzione alla vita devota, ha segnato durevolmente la spiritualità cristiana.
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SAN FRANCESCO DI SALES,
VESCOVO E PRINCIPE DI GINEVRA
Giovinezza e formazione intellettuale
Nato in Savoia nel 1567, Francesco di Sales riceve un'educazione curata a La Roche e Annecy prima di proseguire gli studi a Parigi e Padova.
Monsieur de Genève Monsieur de Genève Vescovo di Ginevra che profetizzò la vocazione di Olier. è veramente la fenice dei prelati. Vi è quasi sempre negli antistiti qualche lato debole: nell'uno è la scienza, in un altro la pietà, in altri la nascita, laddove Monsieur de Genève riunisce tutto al più alto grado: nascita illustre, scienza rara e pietà eminente.
Giudizio del re Enrico IV su S. Franc. di Sales.
Questo illustre Santo venne al mondo al castello di Sales, in Savoia, il 21 agosto 1567, château de Sales Luogo di nascita del santo in Savoia. e fu battezzato il giorno seguente nella chiesa parrocchiale di Thorens. Ricevette al battesimo i nomi di Francesco-Bonaventura. Suo padre, dell'antica e illustre casa di Sales, si chiamava Francesco, signore di Nouvelles, e sua madre era figlia del signore di Boisy. Il giovane Francesco rivelò fin dalla culla ciò che sarebbe stato un giorno. Non aveva ancora due anni che già si vedevano spuntare in lui i primi bagliori della sua pietà e del suo amore per i poveri, che non fecero che svilupparsi con l'età. «Questo benedetto fanciullo», dice il Padre la Rivière, «portava in tutta la sua persona il carattere della bontà: sempre il suo volto era grazioso, i suoi occhi dolci, il suo sguardo amorevole e il suo piccolo portamento così modesto che nulla di più: sembrava un piccolo angelo». Le prime parole che poté articolare furono: «Il buon Dio e la mamma mi amano tanto». I suoi genitori risolsero fin d'allora di dargli una buona educazione; e, comprendendo che la religione sola, impadronendosi del cuore, può renderlo veramente e solidamente virtuoso, lo iniziarono il più presto possibile agli elementi del cristianesimo. Il giovane Francesco, con il suo spirito vivace e la sua memoria pronta, fece meravigliosi progressi in questo insegnamento. L'orrore della menzogna e del vizio, l'amore del vero e del bene, tale fu il frutto di questa prima educazione data nel maniero paterno.
Verso l'età di sette anni, Francesco di Sales fu inviato al collegio di La Roche, situato a una lega e mezza dal castello di Sales. Dopo due anni passati in questa scuola dove stupì i suoi maestri ben più ancora per le sue virtù che per i suoi rapidi prog collège d'Annecy Città centrale del suo ministero episcopale. ressi, fu inviato al collegio di Annecy, dove portò lo stesso ardore per la scienza e la virtù. Per cinque anni vi studiò la lingua latina e le lettere umane, e ottenne sempre i primi posti, grazie ai suoi talenti e alla sua applicazione assidua. La decenza del suo aspetto e i suoi modi amabili edificavano tutti; la sua presenza sosteneva nel dovere i suoi condiscepoli: «Siamo saggi, ecco il Santo che arriva», dicevano. Non contento di impedire loro di fare il male, li portava al bene con le sue parole come con i suoi esempi: «Impariamo di buon'ora, amici miei, a servire il buon Dio e a benedirlo mentre ce ne dà il tempo».
All'età di dieci anni, fece la sua prima comunione nella chiesa dei Domenicani di Annecy e ricevette lo stesso giorno la cresima dalle mani di Mons. Ange Justinian i, vescovo di Gi évêque de Genève Sede teorica della sua diocesi, allora in mano ai protestanti. nevra, il quale, vedendo l'aria tutta celeste che raggiava sul volto del giovane Francesco, predisse che questo fanciullo sarebbe stato una grande luce nella Chiesa di Dio e la meraviglia del suo tempo. Dopo aver ricevuto questi due grandi sacramenti, Francesco di Sales raddoppiò lo zelo per la sua santificazione e fece ogni giorno sensibili progressi nella scienza e nella pietà. Da allora non ebbe più che un solo desiderio, quello di consacrarsi tutto intero a Dio nello stato ecclesiastico. Suo padre, a cui se n'era aperto, non volle dapprincipio acconsentire; ma, vedendo le insistenze di suo figlio e la pena profonda che gli procurava questo rifiuto, finì per accondiscendere. Francesco, allora di undici anni, si recò con felicità a Clermont, nella contea del Genevese, dove ricevette la tonsura il 20 settembre 1578. A partire da quel giorno si accostò più spesso alla santa mensa, moltiplicò le sue visite al Santissimo Sacramento e consacrò i suoi momenti di svago alla lettura delle Vite dei Santi.
Crisi spirituale e voto di castità
Durante i suoi studi a Parigi, attraversa una profonda crisi di disperazione spirituale dalla quale viene liberato attraverso la preghiera alla Vergine Maria, suggellando così la sua vocazione.
Terminati gli studi umanistici ad Annecy, fu inviato a Parigi, al collegio di Clermont, tenuto dai Gesuiti, per studiarvi retorica e filosofia. Si dedicò con ardore allo studio e ottenne i primi posti tra i suoi condiscepoli. Grazie alla sua modestia e alla sua semplicità, questi successi non lusingarono mai il suo amor proprio, poiché ricercava sopra ogni cosa il suo progresso nella scienza dei Santi e nelle virtù solide. «Nostro Signore», diceva, «è il mio maestro nella scienza dei Santi; vado spesso da lui affinché me la insegni; poiché mi importerebbe ben poco essere sapiente se non diventassi Santo». Ammesso nella Congregazione della Santa Vergine istituita presso il collegio dei Gesuiti, questo fu per lui il principio di una vita tutta nuova. Maria era la confidente delle sue pene come delle sue gioie, e diceva spesso in un santo trasporto: «Ah! chi potrebbe non amarvi, mia carissima Madre? Che io sia eternamente tutto vostro, e che con me tutte le creature vivano e muoiano per il vostro amore!». Le chiese e i monasteri erano i luoghi che prediligeva di più: dopo la preghiera amava conversare con i religiosi in questi asili della pietà, e ritemprare così il suo fervore accanto a quegli uomini che avevano rinunciato a tutto per abbracciare una vita di penitenza, di umiltà e di preghiera.
Francesco di Sales, avendo terminato il suo corso di retorica, passò alla filosofia: aveva allora quindici anni. Univa a questo studio quello della teologia, alla quale si dedicò con ardore. Con il permesso del suo precettore, seguì contemporaneamente al collegio reale i corsi di Sacra Scrittura ed ebraico. Queste molteplici occupazioni non gli fecero trascurare nulla dei suoi esercizi di pietà. La sua inclinazione per lo stato ecclesiastico andava sempre crescendo, e con essa il suo amore per la castità che aveva risolto di conservare fino alla morte e di cui aveva affidato la custodia alla Regina delle vergini. Ma lo spirito delle tenebre non poteva lasciare che questo fiore di santità sbocciasse su un così vasto teatro, senza tentare di appassirlo e di farlo avvizzire sotto il vento della tentazione. Vani erano stati fino ad allora i suoi sforzi per far inciampare la virtù di Francesco: né le grandezze del secolo, né le dolcezze della famiglia erano state capaci di comprimere nel suo cuore lo slancio che lo portava verso la Chiesa; lo spettacolo delle feste mondane, così come le insinuazioni di compagni perversi, non avevano potuto diminuire nella sua anima l'amore di Dio e i tesori di perfezione di cui questo amore così puro è il principio e la fonte. Il padre della menzogna comprese che bisognava tentare un'altra via per scuotere questa virtù così ferma e precoce. Si mise ad attaccarlo con lo scoraggiamento, insinuandogli il pensiero che forse non era in stato di grazia. Questa tentazione andò sempre crescendo, al punto che finì per immaginare che l'inferno sarebbe stato probabilmente la sua sorte per l'eternità. Un pensiero così doloroso e crudele gli faceva dire: «Signore, se non devo vedervi, mettete almeno questo addolcimento alla mia pena: non permettete che mai io vi maledica e vi bestemmi. O amore, o carità! o bellezza alla quale ho votato tutti i miei affetti! non godrei dunque delle vostre delizie! non sarei dunque inebriato dall'abbondanza dei beni della vostra casa! non passerei dunque nel luogo del tabernacolo ammirabile dove risiede il mio Dio! O Vergine tutta amabile! voi i cui vezzi non possono rallegrare l'inferno, non vi vedrei dunque mai nel regno di vostro Figlio, bella come la luna, brillante come il sole! Cosa! non parteciperei dunque all'immenso beneficio della risurrezione! Il mio dolce Gesù non è morto per me così come per gli altri? Ah! comunque sia, Signore, se non posso amarvi nell'altra vita, poiché nessuno vi loda nell'inferno, che almeno io metta a profitto per amarvi tutti i momenti della mia breve esistenza quaggiù!». In un'ansia così crudele, Francesco fu presto ridotto a un triste stato di deperimento e di debolezza. La sua pietà, per quanto gli ispirasse le riflessioni più giuste e consolanti, non riusciva a farlo rinascere alla fiducia e alla speranza.
Tuttavia l'ora della liberazione stava per suonare. Essendo un giorno entrato, uscendo dal collegio, nella chiesa di Saint-Étienne-des-Grès, andò a gettarsi ai piedi della statua della Santa Vergine, e le rivolse con molte lacrime questa preghiera: «Ricordatevi, o Vergine Maria, mia tenera Madre, che non si è mai sentito dire che alcuno di coloro che hanno fatto ricorso alla vostra protezione e implorato la vostra assistenza sia stato respinto. Pieno di questa fiducia, o Vergine, madre delle vergini, corro a voi, mi getto ai vostri piedi, gemendo sotto il peso dei miei peccati. O Madre del Verbo! non disprezzate le mie preghiere, ma rendetevi propizia ai miei bisogni ed esauditemi». Dopo questa preghiera, fece voto di castità perpetua e promise di recitare ogni giorno il rosario di sei decine. È fatta: all'istante la tentazione svanisce, le angosce scompaiono, e con la speranza ritornano la serenità e la salute! Purificato in tal modo dal fuoco della prova, Francesco di Sales attinse a questa scuola una tenera e profonda commiserazione per le persone tentate o affaticate da pene interiori, e divenne molto abile nella direzione delle anime.
Diritto e teologia a Padova
A Padova, concilia lo studio della giurisprudenza e della teologia sotto la guida di Padre Possevino, forgiandosi al contempo una rigorosa regola di vita.
Dopo sei anni di soggiorno a Parigi, Francesco di Sales, accompagnato dal suo precettore, ritornò in seno alla sua famiglia. Dire quale fu la gioia dei suoi genitori alla vista del nobile giovane, in cui le grazie del corpo contendevano con quelle dell'anima, e che a una distinzione perfetta di maniere univa conoscenze tanto profonde quanto varie, è cosa impossibile da esprimere. Erano nel rapimento per ciò che vedevano e udivano, ed egli era felice della felicità della sua famiglia e riportava all'autore di ogni dono le lodi ben meritate che gli venivano rivolte da ogni parte. Ma il suo soggiorno presso i genitori non doveva essere lungo. Desideroso di dargli un'educazione degna in tutto della sua alta nascita e soprattutto di fargli abbracciare la carriera della magistratura, suo padre non tardò a inviarlo all'Università di Padova, nello Stato di Venezia, per seguirvi i corsi del celebre Guido Panciroli, il primo giureconsulto di quel tempo.
Sotto la guida del suo precettore, Francesco di Sales varcò le Alpi e arrivò senza incidenti a Padova all'inizio dell'anno 1587. Si dedicò con ardore allo studio della giurisprudenza e della teologia, e il tempo che gli lasciavano libero le lezioni dell'Università lo impiegava negli esercizi di pietà. Prese come direttore un pio e dotto gesuita, Padre Possevino, lo rese partecipe dell'attrazione che lo portava verso lo stato ecclesiastico, gli svelò l'anima sua tutta intera e si abbandonò ai suoi saggi consigli. Il santo religioso, dopo aver ben esaminato la sua vocazione, vi riconobbe il dito di Dio; andò anche oltre e, in un impeto profetico, affermò che la Provvidenza lo chiamava a diventare un giorno vescovo di Ginevra e uno dei più grandi prelati della Chiesa.
Sotto l'abile direzione di Padre Possevino, Francesco di Sales studiò la teologia: la Somma di san Tommaso e le opere di san Bonaventura divennero, con le Controversie del cardinale Bellarmino, i suoi libri prediletti. A questo studio unì la lettura dei Padri, come san Giovanni Crisostomo, sant'Agostino, san Girolamo, san Bernardo e san Cipriano. Questo sovraccarico di lavoro non gli fece trascurare gli esercizi di pietà, ai quali si incoraggiava con queste parole: «A quale fine sei in questo mondo? Ad quid venisti? I giorni dell'uomo sono brevi e passano come l'ombra. Facciamo il bene finché ne abbiamo il tempo: la notte si avvicina, quando non si può più lavorare». Fu allora che entrò nella Congregazione dell'Annunciazione della santa Vergine e che si tracciò delle regole di condotta divise in quattro parti. Nella prima, si propone di fare ogni mattina un esame per trascorrere bene la giornata. Dopo essersi umiliato davanti a Dio, supplica il Signore di venire in suo soccorso nei pericoli ai quali potrebbe essere esposto; passando poi in rassegna ciò che dovrà fare nella giornata, esamina davanti a Dio il modo di comportarsi bene, e dopo una ferma risoluzione di fare ciò che avrà giudicato essere più perfetto, raccomanda a Dio tutto il suo essere e gli chiede di conformarsi in tutto alla sua santa volontà.
La seconda parte riguarda la santificazione del giorno e della notte. «Appena sveglio», dice san Francesco di Sales, «rivolgerò i miei ringraziamenti al Signore, penserò alla devozione dei pastori che vennero fin dall'aurora ad adorare il divino Bambino di Betlemme, al fervore delle tre Marie, che, toccate da un vivo sentimento di pietà, si alzarono di buon mattino il giorno della Risurrezione, per andare a vedere Gesù Cristo al sepolcro. Seguendo questi bei modelli, onorerò Nostro Signore come la luce del mondo che dissipa le tenebre del peccato, mostra la via del paradiso, e gli consacrerò tutta la mia giornata. Assisterò durante il giorno al santo sacrificio della messa, e convocherò a questa grande azione tutte le potenze della mia anima con queste parole: Venite et videte opera Domini, quæ posuit prodigia super terram; transveamus usque Bethleem et videamus hoc verbum quod factum est, quod Dominus ostendit nobis. Farò esattamente la mia meditazione ogni giorno; e, se non ne avrò il tempo durante la giornata, lo toglierò al mio sonno piuttosto che mancarvi. Per disporvi l'anima mia, se mi sveglio durante la notte, risveglierò il mio cuore con queste parole: Media nocte clamor factus est: Ecce sponsus venit, exite obviam ei; poi, pensando che è durante la notte che Gesù è venuto al mondo, lo pregherò di nascere ancora in me; le tenebre esteriori mi faranno pensare alle tenebre interiori in cui la tiepidezza e il peccato gettano le anime, e scongiurerò il Signore di dissipare queste tenebre con la sua dolce e benefica luce. Mi ricorderò ancora di queste parole del Salmista: «Durante la notte, elevate le vostre mani verso il Signore, e beneditelo. Piangete nei vostri letti i peccati del giorno. Innaffierò il mio giaciglio con le mie lacrime». Se qualche spavento notturno verrà ad assediarmi, mi rassicurerò con il pensiero che il mio angelo custode veglia su di me, e soprattutto con la considerazione della presenza di Dio, dicendo a me stesso: Che cosa può temere colui che è con Dio? «Colui che custodisce Israele non si addormenterà; il Signore è alla mia destra per impedire che mi accada alcun male. La sua verità vi coprirà con il suo scudo; non temerete gli spaventi della notte. Il Signore è la mia luce e la mia salvezza: che cosa temerò?»
La terza parte comprende il modo di occuparsi nell'orazione. «Comincerò», dice, «col ricordarmi tutto il bene che Dio mi ha fatto, tutto ciò che mi ha ispirato, nel passato, di buoni pensieri e di pii sentimenti, tutto ciò che mi ha concesso di grazie, soprattutto la grazia di certe malattie e infermità, che, indebolendo il mio corpo, sono state così utili alla mia anima, e ne dedurrò il fermo proposito di non offendere mai il Dio che è stato così buono con me. A questo quadro delle bontà di Dio opporrò la vanità delle grandezze, delle ricchezze e dei piaceri del mondo, la loro poca durata, la loro incertezza, la loro fine; li disprezzerò, li avrò in orrore, e dirò loro: Ritiratevi lontano da me, beni ingannevoli con i quali il demonio seduce e perde le anime: non voglio nulla di voi, non ho nulla in comune con voi. Poi considererò la bruttezza e la miseria del peccato, che degrada l'uomo, che è indegno di un cuore onesto, che, lungi dal dare un contentamento vero e solido, non porta con sé che il rimorso e l'amarezza, che infine dispiace a Dio, considerazione sola più che sufficiente per farlo detestare per sempre. Da queste riflessioni accosterò ciò che la mia coscienza mi dice dell'eccellenza della virtù, che è così bella, così nobile, così degna di un'anima retta e onesta, che santifica l'uomo, ne fa un angelo, e quasi un Dio, che gli fa gustare sulla terra i piaceri del paradiso e lo rende oggetto delle compiacenze del suo Creatore. Al fine di eccitare ancora più fortemente in me l'orrore del vizio e l'amore della virtù, ammirerò la bellezza della ragione, questo fiaccola discesa dal cielo per illuminare i nostri passi: ahimè! ci si smarrisce solo chiudendo gli occhi alla sua luce. Ma soprattutto considererò la morte, i giudizi di Dio, il purgatorio, l'inferno, dicendo a me stesso: Che cosa mi serviranno allora tutte le cose presenti? Di là mi eleverò alla contemplazione delle perfezioni di Dio, che studierò, dapprima nella vita e nella morte di Gesù Cristo, in Maria e in tutti i Santi, dove brilla di uno splendore così puro un'emanazione di questi bei attributi, poi nel cielo stesso, dove entrerò con il pensiero, e dove, dopo aver ammirato la felicità degli angeli e dei Santi, mi riposerò dolcemente nell'amore della divina bontà: la gusterò in se stessa, questa bontà infinita; berrò di quest'acqua vivificante alla sua stessa fonte, e le dirò: O Signore! voi solo siete buono per essenza, la bontà stessa, la bontà eterna, inesauribile, incomprensibile...»
San Francesco di Sales esamina poi le regole da seguire nel commercio della vita civile. «Non disprezzerò», dice, «e non sembrerò fuggire nessuno; mi guarderò dall'agire troppo liberamente con chi che sia, nemmeno con i miei migliori amici; non dirò né farò nulla che non sia nell'ordine, eviterò soprattutto di urtare, di pungere o schernire gli altri, e onorerò ciascuno secondo il suo merito o la sua dignità; osserverò la modestia, parlando poco e bene. Sarò amico di tutti e familiare con pochi; osserverò una dolcezza che non abbia nulla di affettato, una modestia che bandisca ogni aria di fierezza, una disinvoltura che allontani l'austerità, una compiacenza che si vieti la contraddizione, tutte le volte che la coscienza non la prescrive; sarò cordiale senza dissimulazione; tuttavia mi aprirò più o meno, a seconda delle persone con le quali sarò. Varierò il genere della mia conversazione secondo i ranghi e i caratteri. Se la necessità mi costringe ad avere rapporti con i grandi, mi terrò accuratamente in guardia; poiché bisogna essere con loro come con il fuoco, non bisogna avvicinarsi troppo; avrò in loro presenza molta modestia e allo stesso tempo un'onesta libertà...»
Queste regole, approvate dal suo precettore e dal suo direttore, servirono non solo alla sua santificazione personale, ma a quella di molti altri. La castità di Francesco fu più volte messa a dura prova, ma egli uscì sempre vincitore in questa lotta contro l'inferno. Per meglio conservare questa virtù in mezzo a un mondo corruttore, aggiunse, ai digiuni e ai cilici, la disciplina con la quale macerava la sua carne innocente. Dopo qualche tempo cadde in uno stato di languore al quale vennero ad aggiungersi una febbre acuta, la gotta, la dissenteria e un reumatismo universale. Francesco accolse questi mali con una rassegnazione intera alla volontà di Dio. Steso sul suo letto di dolore, pallido e disfatto, era in preda alle più crudeli sofferenze. Avendo i medici dichiarato che non vi era guarigione da sperare, il santo giovane chiese di ricevere i Sacramenti. Al culmine della malattia, quando ogni speranza sembrava perduta, avvenne un cambiamento straordinario; le forze tornarono a poco a poco e presto il ristabilimento fu completo. Attribuendo questa guarigione inaspettata a Dio e alla santa Vergine, rese loro i ringraziamenti più ferventi e si consacrò da allora con un ardore nuovo al servizio degli altari e alla pratica delle virtù cristiane.
Francesco di Sales, pur cercando i mezzi per santificarsi ogni giorno di più, si dedicava allo studio con un ardore senza sosta crescente; seguì con onore il corso di giurisprudenza e, nei primi giorni del mese di settembre 1591, poté, dopo gli esami più brillanti, ricevere solennemente dalle mani del vescovo di Padova la corona e il berretto di dottore. Avendo così raggiunto lo scopo che si era proposto venendo in questa città, la lasciò in mezzo a un concerto unanime di benedizioni e di lodi. Ma, prima di riprendere la strada del paese che lo aveva visto nascere, volle, con il consenso di suo padre, fare il pellegrinaggio di Roma e quello di Loreto. Visitò con grandi sentimenti di fede e di pietà tutti i monumenti della capitale del mondo cristiano, poi si recò a Nostra Signora di Loreto. «Appena», dice Padre la Rivière, «ebbe piegato le ginocchia in questo meraviglioso santuario, che, come se fosse entrato in una fornace ardente, si sentì infiammato di una carità straordinaria». Ricevette i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia in questo venerato santuario, vi si consacrò di nuovo a Nostro Signore e alla santa Vergine, e rinnovò il suo voto di castità: Dio gli accordò in cambio grazie straordinarie. Da Loreto si recò ad Ancona, fece vela per il porto di Cattolica e di là per Venezia. Francesco lasciò questa città per ritornare in patria, passò per Pavia, Milano, Torino, il monte Cenisio, e arrivò in Savoia nella primavera dell'anno 1592. Era allora nel suo venticinquesimo anno, alto e ben fatto, abile nella quasi universalità delle scienze umane, e rilevava con una modestia e una dolcezza senza eguali l'espressione felice del suo volto e la buona grazia del suo portamento.
L'ingresso nello stato ecclesiastico
Nonostante le ambizioni mondane del padre, divenne prevosto del capitolo di Ginevra nel 1593 e iniziò un ministero che si distinse per la sua eloquenza.
Giustamente orgoglioso di un tale figlio, il marchese di Sales non si accontentò di proporlo come modello agli altri suoi figli, ma volle anche presentarlo al mondo. La prima persona a cui lo presentò fu Claude de Granier, vescovo di Ginevra. Questo venerabile prelato non ebbe appena scorto Francesco che si sentì, come egli stesso disse, «soprannaturalmente inclinato, non solo a un affetto del tutto speciale, ma anche a un grande sentimento di venerazione». Poi aggiunse, rivolgendosi ai sacerdoti che lo circondavano: «Questo giovane signore diventerà un grande personaggio, una colonna della Chiesa: sarà il mio successore in questo vescovado». Tali non erano tuttavia le vedute del marchese di Sales: egli sognava per suo figlio gli onori di cui il mondo si mostra così geloso. Appena Francesco fu di ritorno ad Annecy, suo padre pretese che si recasse a Chambéry per farsi ricevere avvocato al senato di Savoia. Francesco vi acconsentì tanto più volentieri in quanto quell'illustre tribunale annoverava due ecclesiastici tra i suoi avvocati. D'altronde non ebbe a pentirsi di aver ceduto su questo punto alle esigenze di suo padre: la sua ricezione, che avvenne a Chambéry nel modo più solenne, il 24 novembre 1592, gli procurò dapprima l'occasione di stringere un intimo legame con il pio e d otto Antoine Antoine Favre Giureconsulto e amico intimo del santo. Favre, ornamento del senato di Savoia e amico intimo della sua famiglia; poi, nei suoi ringraziamenti al senato, quella di fare un magnifico elogio della giustizia, che presentò come «la più bella di tutte le virtù, la virtù tutta intera, discesa dal cielo e nata da Dio, il legame del mondo, la pace delle nazioni, il sostegno della patria, la salvaguardia del popolo, la forza di un paese, la protezione del debole, la consolazione del povero, l'eredità dei figli, la gioia di tutti gli uomini e la speranza di una felicità eterna per coloro che l'amministrano degnamente».
Il marchese di Sales era al colmo della gioia e, non pensando più che ad assicurare l'avvenire di suo figlio con un'alleanza degna di lui, gettò gli occhi sulla figlia del signore di Végy, che, a una grande fortuna, univa le più belle qualità dello spirito e del cuore, e volle che Francesco venisse con lui a far visita a questa damigella. Francesco, che questa iniziativa contrariava, si prestò tuttavia ai desideri di suo padre; lo accompagnò a Sallanches in Faucigny, dove ella risiedeva; ma fu così freddo, così poco espansivo nel suo colloquio con questa giovane persona, che nulla fece sospettare a lei che egli fosse venuto da lei per altro che per una semplice visita di cortesia. Nel frattempo, il barone d'Hermance arrivò da Torino presso il marchese di Sales, per offrire a Francesco, da parte del duca di Savoia, la dignità di senatore al senato di Chambéry. Non ne occorreva di più per accrescere le speranze che suo padre aveva concepito. Ma il giovane dichiarò che nessuna potenza al mondo gli avrebbe fatto accettare questa alta posizione e che era risoluto a intraprendere lo stato ecclesiastico. Questa determinazione mandava all'aria tutti i piani del marchese di Sales; perciò mise tutto in atto per ostacolarne l'esecuzione. Ma nulla poté scuotere questo figlio prediletto che, vedendo tutti opporsi ai suoi giusti desideri, si rimise alla divina Provvidenza per affrettarne il compimento.
Il canonico Louis de Sales, suo cugino, in cui aveva la massima fiducia e che conosceva tutti i segreti del suo cuore, fu lo strumento di cui il cielo si servì in questa occasione, ed ecco come. Essendo venuto a mancare il prevosto del capitolo di Ginevra, il virtuoso canonico pensò che lo splendore di questa dignità, la prima della diocesi dopo quella del vescovo, avrebbe potuto, se fosse stata conferita a Francesco, indurre il marchese di Sales a dargli finalmente il permesso di intraprendere lo stato ecclesiastico. A tal fine, col consenso del suo vescovo, fece sollecitare presso la corte di Roma il titolo di prevosto per Francesco di Sales. La Santa Sede accolse prontamente la sua richiesta e, nel mese di maggio 1593, il buon canonico si presentò a suo zio, con le bolle di collazione in mano. Questa nomina, che Francesco si aspettava meno di chiunque altro, poiché le cose erano state fatte a sua insaputa, causò la più grande sorpresa alla famiglia di Sales; ma non poté dapprincipio far fallire i disegni fin troppo umani del marchese. Fu necessario che Francesco si gettasse ai suoi piedi, lo supplicasse con le lacrime agli occhi, gli dicesse che aveva fatto voto di castità a Parigi e gli raccontasse come, qualche tempo prima, Dio gli avesse manifestato che lo voleva sotto lo stendardo della croce permettendo che cadesse per tre volte da cavallo, nella foresta di Sonaz, sulla sua spada uscita dal fodero e formante con esso una croce perfetta.
Appena il consenso paterno fu dato al santo giovane, egli si affrettò a spogliarsi dei suoi abiti secolari per rivestire l'abito ecclesiastico che la sua pia madre, la confidente dei suoi progetti e l'anima delle sue risoluzioni, gli aveva da tempo fatto preparare. Questo bel giorno per Francesco fu il 13 maggio 1593. Aveva allora ventisei anni. Qualche giorno dopo, fu solennemente installato prevosto e ricevette dal suo vescovo l'invito a prepararsi all'ordinazione della Trinità per ricevere gli Ordini minori e il suddiaconato. Monsignor de Granier gli conferì egli stesso questi santi Ordini e gli ingiunse di predicare nella sua cattedrale il giorno dell'Ottava del Corpus Domini. Francesco, diffidando di se stesso, acconsentì tremando alla voce del suo vescovo; ma, dopo essersi rivolto a Dio con fiducia, si sentì straordinariamente fortificato e incoraggiato, e apparve per la prima volta sul pulpito con tanta sicurezza come se avesse esercitato per lunghi anni il ministero della predicazione. La folla immensa, che si era data appuntamento attorno a lui per ascoltarlo, si ritirò talmente meravigliata della sua eloquenza e della sua dottrina che, da ogni parte, si esclamava: «Felici le viscere che hanno portato questo frutto benedetto di santità!»
Francesco di Sales lasciò il castello dei suoi padri per andare a stabilirsi ad Annecy. Questa città offrì un vasto campo al suo zelo e alla sua carità. Visitare i malati, assistere gli indigenti, riconciliare i nemici, consolare gli afflitti, istruire gli ignoranti, catechizzare i fanciulli, ricondurre i peccatori sulle vie della salvezza, tale fu la sua occupazione di ogni giorno al di fuori del tempo che gli prendevano i doveri della sua carica capitolare. Al fine di placare l'ira del cielo offeso dai crimini della terra, fondò, sotto il titolo della Santa Croce, a imitazione delle associazioni pie che esistevano in Italia e in Provenza, una Confraternita di Penitenti, i cui membri erano obbligati alla frequenza dei Sacramenti, alla preghiera e alle buone opere, e tenuti a visitare i malati e i prigionieri, e a riconciliare i nemici. L'erezione di questa Confraternita ebbe luogo il 1° settembre 1593, e Francesco di Sales ne fu al tempo stesso il capo venerato e il saggio legislatore.
Pur lavorando in tal modo alla santificazione del prossimo, non si guardò bene dal dimenticare la propria. Nonostante le opere esteriori che richiedeva la sua dedizione alla causa di Dio e a quella della sua Chiesa, si donava sempre più alla vita interiore, unendosi con aspirazioni continue all'Autore di ogni bene e sprofondando costantemente nella meditazione delle grandezze e delle misericordie di questo Essere infinitamente grande e infinitamente misericordioso. È così che si preparava a ricevere l'unzione sacerdotale. Dopo essere stato ordinato diacono, il 18 settembre 1593, fu ordinato sacerdote il 18 dicembre seguente. Imponendogli le mani, il venerabile vescovo di Ginevra non poté trattenere le lacrime; gli sembrava di vedere ai suoi piedi un serafino piuttosto che un uomo. L'emozione del prelato contagiò l'assistenza e la cerimonia dell'ordinazione si concluse tra i singhiozzi di tutti coloro che ne erano i felici testimoni.
Francesco di Sales si rialzò come trasfigurato. Non era più l'umile levita che aveva scelto per sua parte gli ultimi gradi del santuario; era il sacerdote di Gesù Cristo che sentiva tutto ciò che vi era di regale e di grande nel suo sacerdozio, che conosceva tutta la sublimità e la santità della dignità alla quale era appena stato promosso; perciò, non giudicandosi ancora sufficientemente disposto a salire al santo altare, volle prepararsi per tre giorni alla sua prima messa. Fu, infatti, il 21 dicembre, festa di san Tommaso, che celebrò per la prima volta i santi Misteri nella cattedrale di Annecy. Il suo raccoglimento durante questa azione tremenda penetrò di una profonda ammirazione tutti coloro che erano attorno a lui, e sul suo volto «riluceva», per usare le parole di uno di loro, «non so che di angelico e di divino che costringeva le persone ad amarlo, onorarlo e stimarlo».
Debuttò nell'esercizio del ministero sacerdotale con predicazioni veramente apostoliche nelle diverse chiese di Annecy e nelle parrocchie che circondano questa città. I suoi sermoni, nei quali l'eleganza della forma gareggiava con la solidità della dottrina, fecero una profonda impressione. La fama se ne diffuse fino a Ginevra, in mezzo agli eretici che cominciarono da quel momento a tremare, e lo guardarono come il loro avversario più terribile, e il solo capace di tener testa ai loro ministri e di abbatterli con il vigore della sua parola. Dal pulpito passava al confessionale e, per intere giornate, era occupato ad ascoltare nel santo tribunale i fedeli di ogni rango, di ogni età, di ogni condizione e di ogni sesso che venivano a chiedere al suo ministero di riconciliarli con Dio. La folla, che ogni giorno si accalcava attorno a questo zelante e caritatevole direttore, crebbe a tal punto che, su istanza del Capitolo tutto intero, Monsignor de Granier nominò il nostro Santo all'ufficio di gran penitenziere della sua diocesi, sebbene avesse ancora solo ventisette anni. Si vide da allora apparire in tutta la sua luce il dono meraviglioso che san Francesco aveva ricevuto dal cielo per dirigere le coscienze.
Nel frattempo, il duca di Savoia, informato dei suoi brillanti successi e del suo merito sempre crescente, gli fece offrire per la seconda volta la dignità di senatore al senato di Chambéry. Ma per quanta insistenza mettesse il suo sovrano nel fargli questa offerta, per quanti motivi suo padre e il senatore Favre adducessero per fargliela accettare, egli oppose a tutte le istanze il rifiuto e le ragioni che aveva opposto alla stessa offerta, un anno prima. Sembra che tanto disinteresse e abnegazione avrebbero dovuto imporre silenzio all'invidia. Non fu tuttavia così, e il prevosto di Ginevra non solo si vide in balia della gelosia, ma fu anche calunniato nel modo più odioso. È proprio delle opere di Dio essere contraddette: quella che la Provvidenza stava per compiere attraverso il ministero di Francesco di Sales non poteva non essere segnata da questo sigillo divino. La tribolazione, tuttavia, non fu di lunga durata: i detrattori del santo sacerdote non tardarono a essere confusi, ed egli poté in tutta sicurezza occuparsi della salvezza delle anime e della glorificazione del nostro Padre, che è nei cieli.
L'apostolo dello Chablais
Intraprende la difficile riconversione dello Chablais protestante, utilizzando la dolcezza e la parola scritta per riportare le popolazioni al cattolicesimo.
Il Signore, del resto, stava per far brillare di uno splendore più vivo il suo zelo apostolico, chiamandolo a dispiegarlo su un teatro più vasto. Una porzione della diocesi di Ginevra, la provincia dello Chablais, era, sebbene situata in Savoia, devastata in modo spaventoso dal protestantesimo, che vi regnava sovrano, grazie all'insigne debolezza della diplomazia di quell'epoca. Il Duca di Savoia risolse di porre fine ai progressi dell'eresia: a tal fine, chiese al vescovo di Ginevra di inviarvi un missionario dotato di un coraggio a tutta prova. Francesco si presentò egli stesso al suo vescovo per adempiere a questa missione così delicata e pericolosa; e nonostante l'opposizione di suo padre, partì risolutamente, non avendo altro bagaglio che il suo breviario e alcuni libri di controversia, e altro compagno che suo cugino, il canonico Luigi di Sales, verso il forte degli Allinges che, per la sua posizione dominante, comandava il paese. Questa cittadella era stata scelta da lui come suo quartier generale. Al suo arrivo, non poté trattenere le lacrime alla vista delle rovine lasciate dagli eretici, ed esalò il suo dolore in questi termini: «Ecco dunque come il Signore ha strappato la siepe della sua vigna e abbattuto il muro che la proteggeva; eccola deserta, sradicata e calpestata; questa terra, un tempo così bella, è stata desolata dai suoi stessi abitanti, perché hanno violato la legge di Dio, cambiato i suoi ordinamenti, infranto le sue alleanze. Le vie di Sion piangono, perché non c'è più nessuno che venga alle sue solennità. Il nemico ha messo la mano su tutto ciò che aveva di più prezioso; la legge e i Profeti sono scomparsi, le pietre del santuario sono state disperse... O Gerusalemme! o Chablais! o Ginevra! convertiti al Signore tuo Dio, e che la tua contrizione diventi grande come il mare!»
Fin dal giorno seguente, si recarono insieme alla città di Thonon, sede principale dell'eresia, dove ciò che restava dei cattolici si trovava ridotto a un piccolo numero. Francesco di Sales, sempre seguito dal suo compagno, si recò successivamente in tutti i villaggi circostanti, camminando continuamente a piedi, un bastone alla mano, predicando più volte al giorno con una perseveranza tanto più meritoria quanto meno coronata da successo e quanto più provata da difficoltà e ostacoli. Era, tra i ministri protestanti che inondavano la provincia, una gara a chi ostacolasse maggiormente il cammino e gli sforzi dell'infaticabile apostolo: calunnie, ingiurie, minacce, insidie, tutto fu messo in atto per fermarlo. L'inferno, che spingeva questi ministri dell'errore, suscitò persino contro Francesco la tenerezza dei suoi cari che, allarmata dai pericoli che correva per la sua vita, fece di tutto per richiamarlo ad Annecy. Ma nulla poté fargli abbandonare l'impresa. Né la pioggia, né la neve, né i ghiacci, né il freddo, né le strade rese impraticabili, furono capaci di interrompere il corso delle sue escursioni apostoliche. Le privazioni di ogni sorta non lo abbatterono un solo istante; e sebbene sapesse positivamente di essere designato al pugnale e al fucile di vili sicari, non smise per questo di evangelizzare con ardore una popolazione che l'errore teneva sotto il suo dispotico dominio in un vero stato di tremore e di timore.
Il poco speranza che vi era di convertire eretici così ostinati non poté abbattere il suo coraggio: «Non sono ancora che all'inizio del mio lavoro», diceva, «e voglio continuare e sperare in Dio contro ogni apparenza umana». Passò quasi un anno senza vedere il successo coronare la sua impresa: i felici risultati della missione, che aveva predicato alla guarnigione cattolica degli Allinges, erano stati il solo incoraggiamento dato dal cielo ai suoi sforzi. Poiché non poteva farsi ascoltare dai protestanti, risolse, per far entrare più facilmente la verità nelle famiglie, di mettere per iscritto la difesa della religione cattolica, con la confutazione dell'eresia. A tal fine, compose il libro delle Controversie. Il modo vittorioso in cui rispose agli attacchi dei ministri protestanti, e lo spettacolo della vita apostolica che conduceva, colpirono molti eretici: il suo coraggio e la sua intrepidezza in mezzo ai pericoli di ogni sorta finirono di aprire loro gli occhi, ed essi si arresero alle sue paterne esortazioni, rientrando nel grembo della Chiesa cattolica. Poiché questi nuovi convertiti potevano, restando nel paese, essere esposti a ricadute, li fece accogliere da suo padre nel castello di Sales, dove fu generosamente e liberalmente provveduto ai loro bisogni.
Una volta dato lo slancio, le conversioni si moltiplicarono: i ministri eretici, tanto in conferenze pubbliche quanto in colloqui privati, furono ridotti al silenzio, e da ogni parte la religione riprese il posto che, sessant'anni prima, l'eresia le aveva fatto perdere. La voce pubblica portò lontano i frutti ammirevoli che aveva prodotto lo zelo del santo Apostolo, soprattutto dopo che il barone d'Avully e l'avvocato Poncet, le due colonne del protestantesimo nello Chablais, ebbero abiurato solennemente il calvinismo. Il padre e la madre di Francesco ne sussultarono di gioia; il suo vescovo ne fu rapito; il Padre Possevin e il senatore Favre, che si trovavano entrambi a Chambéry, gli scrissero per congratularsi. Ma invece di inorgoglirsi per il concerto di lodi che si levava in quell'occasione attorno a lui, il fervente missionario ne rimandava al contrario a Dio tutta la gloria, e volava verso nuove conquiste.
La città di Thonon, che aveva rinnovato per così dire, non bastava più al suo zelo. Vedeva, d'altronde, che era necessario colpire l'eresia al centro del suo focolare, se voleva mettere lo Chablais al riparo dalle sue insidie. Si recò dunque a Ginevra, in compagnia del barone d'Avully e di alcune altre persone, per avere una disputa con La Faye, uno dei più famosi ministri dell'epoca: non gli fu difficile confonderlo; poiché, per tutta risposta ai suoi argomenti, non ottenne che ingiurie e oltraggi. Questa eclatante vittoria sull'eresia ebbe una portata immensa. L'apostolo dello Chablais fu considerato l'atleta invincibile della verità.
A questa notizia, il Duca di Savoia si affrettò a fargli pervenire l'espressione delle sue congratulazioni e gli chiese di indicargli con quali mezzi avrebbe potuto, per parte sua, assecondare il suo zelo e contribuire a sviluppare i frutti della sua missione. Francesco lo pregò di aumentare innanzitutto il numero degli operai apostolici nello Chablais e di assicurare loro delle rendite per il loro sostentamento, poi di restaurarvi le chiese rovinate e di far aprire quelle che erano chiuse, e infine, di invitare gli abitanti della provincia ad assistere alle predicazioni cattoliche. Gli suggerì, inoltre, l'idea di stabilire nel paese una compagnia di fanteria o di cavalleria, per occupare gli ozii pericolosi di una gioventù sfaccendata; di fondare un collegio di Gesuiti a Thonon stessa, e soprattutto, di allontanare gli eretici dalle cariche pubbliche.
Il Papa Clemente VIII, che sedeva allora sulla cattedra di san Pietro, apprendendo, dal canto suo, tutto ciò che il santo sacerdote faceva alle porte di Ginevra per la religione cattolica, non credette di dover affidare ad altri che a lui la gloriosa ma delicata missione di misurarsi corpo a corpo, nella città stessa di Calvino, con il dotto Teodoro di Beza che passava ancora, e a ragione, nonostante la sua tarda età, per il portabandiera dell'eresia e il suo più fermo sostegno. Francesco ricevet te l'ordine del Théodore de Bèze Successore di Calvino a Ginevra, oppositore teologico. Papa, come se gli fosse venuto direttamente dal cielo; ma, prima di metterlo in esecuzione, credette di doversi recare a Torino al fine di mettere più efficacemente a profitto, per il successo della sua opera, le buone disposizioni del Duca di Savoia che lo chiamava presso di sé. Questo viaggio gli riuscì mirabilmente, e non tardò a tornare a Thonon dove il suo primo atto, nonostante i timori fondati che la rabbia degli eretici faceva concepire, fu di celebrare pubblicamente la messa della notte di Natale 1596, nella chiesa di Sant'Ippolito. Il cielo lo ricompensò di questo tratto di coraggio: tre parrocchie dello Chablais, gli Allinges, Mezinges e Brens, tornarono alla sua voce, pochi giorni dopo, nell'ovile del Padre di famiglia, e poté senza ostacoli compiere in tutta libertà a Thonon la cerimonia della benedizione e dell'imposizione delle Ceneri, il primo giorno di Quaresima. E, come se questi lavori non bastassero per il suo cuore di apostolo, compose e pubblicò nello stesso periodo le sue *Considerazioni sul Simbolo*. Il ministro Viret tentò di attaccare questo libro. Francesco gli rispose con una confutazione che ridusse al silenzio questo abile e fallace artefice dell'errore e della menzogna. Questa nuova sconfitta dell'eresia portò alla conversione, poi all'abiura solenne di alcuni calvinisti.
Confronto con l'eresia ed episcopato
Incontra Teodoro di Beza a Ginevra e, dopo essere stato nominato coadiutore, succede a Monsignor de Granier sulla cattedra di Ginevra nel 1602.
Il momento, tuttavia, era giunto per Francesco di misurarsi con Teodoro di Beza. Aveva appena ricevuto l'abiura del primo magistrato municipale di Thonon e completato la conversione della guarnigione di quella città. Era più che sufficiente per eccitare l'odio dei protestanti e metterli in guardia contro la sua persona. Ma l'uomo di Dio non temeva nulla. Sebbene sapesse, senza ombra di dubbio, che i ginevrini erano disposti a fargli pagare con la testa l'audacia di penetrare fino nella loro città per tentare di sottrarre all'eresia il suo principale sostegno, si recò più volte a Ginevra, a rischio della propria vita, nei primi mesi dell'anno 1597, senza poter trovare l'occasione favorevole per avere un colloquio a quattr'occhi con l'eresiarca. Infine, il martedì di Pasqua, dopo aver dato la santa comunione nottetempo e di nascosto ad alcuni cattolici di Ginevra, andò a bussare alla porta di Teodoro di Beza. Fu quest'ultimo a riceverlo, e lo fece con una cortesia e un'urbanità che non abbandonò, del resto, per tutto il tempo dei suoi colloqui con il Santo. Questa conferenza durò tre ore: non ebbe altro risultato che quello di eccitare l'ira di Teodoro contro la religione cattolica; ma, passato il primo momento di impeto, l'urbanità ebbe il sopravvento nel suo cuore, ed egli invitò cortesemente il suo visitatore a tornare a trovarlo.
Non appena Francesco fu di ritorno a Thonon, si affrettò a rendere conto al Sommo Pontefice del suo colloquio con il ministro. Il Papa gli rispose lodando il suo zelo ed esortandolo a continuare le battaglie del Signore. Per quanto preziosi fossero per lui gli incoraggiamenti e le congratulazioni della Santa Sede, il nostro Santo non aveva bisogno, si può dire, di questa testimonianza di solenne approvazione per proseguire la sua missione fino in fondo. Il suo cuore era troppo divorato dalla salvezza delle anime perché potesse lasciare la sua opera incompiuta. Ritornò ancora due volte da Teodoro di Beza. Ma sfortunatamente non ebbe alcun potere su quel cuore di pietra, indurito nel male da lungo tempo: il vecchio eresiarca riconobbe la verità, ma non ebbe la forza di abbracciarla e, trattenuto dal rispetto umano, morì, esteriormente almeno, nella pratica della religione cosiddetta riformata.
Pur lavorando con tutte le sue forze per ricondurre Teodoro di Beza nel grembo della Chiesa cattolica, Francesco di Sales non trascurava le fatiche che aveva iniziato nel Chiablese: così, stabiliva parroci in diverse parrocchie che da lungo tempo non avevano più una guida e un pastore; riuniva più volte, per conferire con loro sui bisogni della missione, i sacerdoti che erano posti sotto i suoi ordini; vendicava gli esorcismi della Chiesa scrivendo un *Trattato sui demoni*; cercava di ristabilire le antiche osservanze monastiche nell'abbazia di Abondance, situata ai confini del Chiablese e del Faucigny, che era decaduta dalla sua regolarità primitiva; calmava a Thonon una sommossa popolare che si era formata, temibile e minacciosa, contro la vita di Padre Esprit de Baume, che aiutava il Santo nei suoi lavori apostolici; prendeva parte attiva al sinodo diocesano riunito dal suo vescovo; piantava solennemente una croce sulla strada da Annemasse a Ginevra; volava poi ad Annecy per dedicarsi al sollievo degli appestati, e con tanto zelo che contraeva egli stesso al loro capezzale la malattia contagiosa di cui erano affetti; stabiliva un collegio dei Gesuiti a Thonon; si faceva, in una parola, tutto a tutti e diventava con i suoi lavori, con le sue virtù, con la sua scienza, il terrore degli eretici, al punto che i ministri protestanti finivano per rifiutarsi del tutto di entrare in lizza con un così formidabile giostratore.
Francesco di Sales era tutto preso dalle sue occupazioni, quando il duca di Savoia, che aveva passato i monti per venire a esaminare le fortificazioni dei suoi Stati sulla frontiera di Francia, volle giudicare da sé i progressi che la religione cattolica aveva fatto nel Chiablese, grazie a un tale araldo. Nei primi giorni di ottobre 1598, Sua Altezza, accompagnata dal cardinale Alessandro de' Medici, legato del Papa in Francia, dal vescovo di Saint-Paul-Trois-Châteaux e dal vescovo di Ginevra, si recò a Thonon dove il nostro Santo predicava gli esercizi delle Quarantore nella chiesa di Sant'Agostino. Impreziositi dalla presenza di così grandi personaggi, i pii esercizi si svolsero con una solennità impossibile da descrivere e in mezzo a un'affluenza straordinaria: il Santissimo Sacramento fu portato due volte in processione attraverso le vie della città; diverse centinaia di persone, tra le quali ministri dell'errore, abiurarono il calvinismo nelle mani dei prelati.
Dopo Dio, che solo compie le grandi meraviglie, l'onore di queste feste splendide tornò tutto a Francesco di Sales, che era stato lo strumento della divina Provvidenza nella loro organizzazione. «Ecco l'apostolo del Chiablese», esclamò il duca di Savoia presentandolo al cardinale: «è un uomo di Dio che il cielo ci ha inviato; è lui che per primo ha osato penetrare solo in questo paese a rischio della sua vita, lui che ha seminato la divina parola, strappato la zizzania, piantato la croce e fatto germogliare la fede romana in queste contrade da cui era stata bandita per più di sessant'anni dagli sforzi dell'inferno. Ho ben assecondato con la mia spada una così santa impresa, ma tutta la gloria di questa buona opera è dovuta a questo zelante missionario». Il virtuoso principe non si fermò qui: incaricò il nostro Santo della distribuzione di abbondanti elemosine in favore delle miserie senza numero che si incontravano nel Chiablese, e si ispirò alla sua esperienza e ai suoi consigli per prendere nuove misure ed emanare nuove ordinanze nell'interesse della religione cattolica in seno a queste popolazioni, recentemente rese all'unità e continuamente esposte a ritornare ai loro errori primi.
Fece di più ancora: su richiesta di Monsignor de Granier, che i geli dell'età avvertivano che avrebbe presto dovuto rendere conto a Dio della sua amministrazione episcopale, offrì a Francesco la coadiutoria del vescovado di Ginevra. Fu quello un colpo di fulmine per quest'ultimo. Si stimava troppo poco per aver mai pretese a una simile dignità, e sebbene proprio di recente il cielo avesse glorificato la sua santità a Thonon stessa accordando alle sue preghiere la risurrezione di un bambino morto senza battesimo, si considerava come l'ultimo degli uomini, come un verme di terra, come il più spregevole dei peccatori. Oppose di conseguenza un rifiuto formale al suo sovrano e al suo vescovo, e venne a prendere qualche giorno di riposo presso la sua famiglia, non volendo accettare alcun rimborso delle spese che aveva fatto per il proprio mantenimento durante i suoi quattro anni di missione in mezzo agli eretici.
Il vescovo di Ginevra non si ritenne battuto dal suo rifiuto; ma, invece di rinnovare presso di lui le sue istanze, gli inviò il suo primo elemosiniere con le lettere patenti del duca di Savoia, che lo nominava coadiutore di Ginevra, e una lettera del cardinale Alessandro de' Medici, che si impegnava a far approvare questa nomina dal Papa. A questa vista, il Santo comprese che non poteva più tirarsi indietro: atterrito, corse alla chiesa di Thorens a gettarsi ai piedi dell'altare dove era custodita la santa Eucaristia; poi, rialzandosi dopo essere rimasto qualche istante in preghiera, diede tutto commosso il suo consenso al messaggero del vescovo.
La notizia se ne diffuse presto da ogni parte, e facevano a gara a chi indirizzasse più congratulazioni al nuovo coadiutore e ai suoi virtuosi genitori. Tuttavia, la scossa era stata troppo forte e troppo violenta per il temperamento del Santo, considerevolmente scosso dalle fatiche di ogni genere inseparabili dai suoi lavori apostolici nel Chiablese. Cadde malato, e così gravemente, che in pochi giorni si trovò agli estremi. Tutti erano nella costernazione; la sua famiglia, il vescovo, i canonici, non potevano darsene pace. Ma il Signore aveva i suoi disegni: questa malattia non doveva giungere fino alla morte; essa arrivava affinché Dio fosse glorificato. In effetti, le preghiere che salirono da ogni parte verso l'arbitro supremo della vita e della morte, valsero al santo malato, contro ogni speranza e ogni previsione, la grazia di una pronta guarigione e di una convalescenza ancora più pronta.
Nel mese di febbraio 1599, Francesco partiva per Roma, inviato da Monsignor de Granier per esporre al Papa la triste e deplorevole posizione che gli eventi politici sopravvenuti tra la Francia e la Savoia facevano alla diocesi di Ginevra. Si fermava qualche giorno a Torino per conferire della sua missione con il nunzio apostolico; poi si dirigeva a grandi giornate verso la città santa dove suo fratello Luigi e il suo amico Antonio Favre lo avevano preceduto di qualche ora. Clemente VIII lo accolse con estrema bontà, chiamandolo pubblicamente l'Apostolo del Chiablese, e ratificando la scelta che aveva fatto della sua persona il vescovo di Ginevra per il suo coadiutore, lo preconizzò vescovo di Nicopoli in partibus infidelium. Sua Santità, non potendosi stancare di vederlo, di ascoltarlo, e derogando agli usi della corte romana nei confronti dei vescovi di Savoia, volle, in un esame solenne presieduto da lei stessa, mettere in rilievo agli occhi di tutto ciò che Roma contava di personaggi eminenti la scienza del nuovo Prelato. Il Sommo Pontefice non fu ingannato nella sua attesa: Francesco la giustificò in ogni punto e meritò di sentire uscire questo elogio dalla bocca augusta del Vicario di Gesù Cristo: Bibe, fili mi, aquam de cisterna tua et fluenta putei tui; deriventur fontes tui foras et in plateis aquas tuas divide. Questa circostanza lo mise in relazione con Baronio e Bellarmino che erano nel numero dei suoi esaminatori e con i quali contrasse, a partire da quel momento, una stretta amicizia. Si legò soprattutto durante il suo soggiorno a Roma con il venerabile Ancina, sacerdote dell'Oratorio, che fu più tardi elevato sulla cattedra episcopale di Saluzzo. È così che i Santi ricercano i Santi: c'è tra loro come un'attrazione segreta, e quando si sono incontrati, le loro anime si incollano l'una all'altra, come un tempo l'anima di Davide a quella di Gionata.
Dopo aver soddisfatto alla sua devozione a San Pietro e alle Catacombe, Francesco di Sales lasciò Roma il 31 marzo dello stesso anno: aveva completamente riuscito nella sua missione presso il Papa. Il pellegrinaggio che aveva fatto, nel 1591, al venerato santuario di Loreto, aveva lasciato nel suo cuore ricordi troppo profondi perché non desiderasse, poiché si trovava in Italia, di ritemprarsi di nuovo nella meditazione dell'Incarnazione del Figlio di Dio sotto l'umile tetto che aveva visto compiersi questo mistero adorabile. Si diresse dunque verso Loreto, all'uscita dalla città eterna, e là, inginocchiato sul marmo della Santa Casa, lasciò sfuggire dalle sue labbra benedette questa preghiera che la posterità ha raccolto e che meriterebbe di essere scritta in lettere d'oro sulle pareti della santa dimora di Maria: «Sono dunque qui, o bella Sposa del Re eterno, i vostri travicelli di cedro e i vostri pavimenti di cipresso! E sono dunque dietro queste pareti, o divino Amore, che voi siete stato un giorno arrestato, guardando dalle finestre e dalle grate! Voi pascolavate qui tra i gigli, fino a quando il giorno declinava e le ombre si abbassavano. È in questo luogo, o Signore, che voi siete stato fatto mio fratello. Eh! chi mi farà dunque la grazia che io vi trovi fuori attaccato alle mammelle di mia madre, e che io vi baci senza essere più disprezzato da nessuno? O Dio! voi mi avete insegnato fin dalla mia tenera età; ma voglio bene che voi mi insegniate qui di più, e io vi presenterò una bevanda del miglior vino e del succo delle mie melagrane!». Da Loreto si recò a Bologna seguendo i bordi del mare Adriatico, poi a Milano dove venerò i resti preziosi di san Carlo Borromeo, e infine a Torino dove comunicò al duca di Savoia le lettere apostoliche che il Santo Padre indirizzava al vescovo di Ginevra in risposta a tutte le sue richieste.
Un mese dopo, era di ritorno ad Annecy dove segnalava la sua presenza rendendo la salute a una donna malata e pubblicando il suo libro dello Stendardo della Croce, per vendicare il culto della croce dalle invettive del ministro la Faye. Partiva poi per Thonon dove, sotto il titolo di Santa Casa, fondava, con l'assenso della Santa Sede, una sorta di Università dove dovevano essere insegnati tutti i mestieri, tutte le scienze, e dove i nuovi convertiti potevano trovare un asilo sicuro e mezzi onorevoli di sussistenza. Faceva allo stesso tempo restituire dal duca di Savoia al vescovo di Ginevra il priorato di Thonon e le sue rendite. Poi piazzava sacerdoti in tutte le parrocchie e otteneva da Sua Altezza i fondi necessari al mantenimento di questi zelanti ministri di Gesù Cristo. Era mettere la mano finale alla sua opera e perpetuare il bene che le sue predicazioni avevano prodotto nel Chiablese.
Un evento spiacevole mancò tuttavia di compromettere, se non distruggere la sua opera, nel momento in cui ne poneva il coronamento. Le ostilità erano scoppiate tra la Francia e la Savoia. Enrico IV stesso, alla testa delle sue truppe, si era avanzato fino ad Annecy. I protestanti di Ginevra e di Berna vollero approfittare di questa circostanza per sottrarre alla religione cattolica la provincia del Chiablese che le predicazioni di Francesco di Sales avevano ricondotto dai sentieri dell'eresia: offrirono al re cristianissimo di prestargli manforte nella sua spedizione. Enrico IV aveva troppa perspicacia per non indovinare i loro progetti segreti: accettò le loro offerte; ma quando gli chiesero di estendere ai paesi conquistati o da conquistare in Savoia dalle sue armi l'editto di Nantes che permetteva il libero esercizio del protestantesimo in tutto il territorio francese, non degnò nemmeno di rispondere loro. Fece di più ancora: su sollecitazione del Santo che era venuto a perorare presso di lui, al castello di Annecy, la causa del cattolicesimo, ordinò al governatore francese del Chiablese di mantenere intatto in questa provincia tutto ciò che vi era stato così felicemente fatto per la fede cattolica. Francesco si incaricò di rimettere lui stesso l'ordinanza reale al governatore. Fu nell'adempiere a questa missione che cadde in un'imboscata francese: fu fatto prigioniero dai soldati e condotto da loro al marchese di Vitry, loro capitano, che, dopo aver riconosciuto chi fosse, si affrettò a renderlo alla libertà e a farlo scortare per onore fino al forte degli Allinges dove si trovava il governatore. Questi, tutto calvinista che fosse, lo ricevette con estrema benevolenza e, dopo aver preso conoscenza dei documenti che gli aveva rimesso, si affrettò a eseguire gli ordini e le raccomandazioni del re.
Grazie alla protezione di Enrico IV, il santo missionario poté in tal modo consumare la sua opera, sia operando conversioni più eclatanti e più numerose, sia organizzando nuove parrocchie. Il trattato di pace sopravvenuto tra la Francia e la Savoia venne fortunatamente a inaugurare per il Chiablese un'era di pace e di prosperità. Completamente rassicurato sulla perseveranza di coloro che aveva reso a Gesù Cristo e alla Chiesa, Francesco di Sales poté venire a predicare la Quaresima ad Annecy. Ma una grande prova lo attendeva al suo arrivo in questa città: il suo vecchio padre era agli estremi. La religione non soffoca affatto i sentimenti della natura, essa non fa che depurarli. Francesco, il cui cuore era così amante e che sembrava avere la mansuetudine in sorte, non poté apprendere questa triste notizia senza sentirsi commosso fino al fondo dell'anima. Accorse in tutta fretta al castello di Sales, e ebbe la consolazione di preparare lui stesso, al terribile passaggio dal tempo all'eternità, colui a cui doveva la vita e di cui faceva la gloria e la gioia. Richiamato presto ad Annecy dai doveri del suo ministero, non si trovò agli ultimi momenti del venerabile vecchio. Un giorno che stava per salire in cattedra, un messaggero venne ad annunciargli che quel padre beneamato aveva cessato di vivere. Poiché doveva predicare sulla risurrezione di Lazzaro, ebbe abbastanza potere su se stesso per comprimere la sua emozione durante tutto il tempo del sermone; ma alla fine, non potendo più contenere il suo dolore e fermare le sue lacrime, fece parte, singhiozzando, di questo crudele evento al suo uditorio, e gli chiese il suffragio delle sue preghiere. Alla vista della sua desolazione, gli assistenti scoppiarono a loro volta in singhiozzi, e non fu, per qualche istante, che un profondo gemito in tutta la chiesa.
La sua pietà filiale lo ricondusse il giorno stesso al castello di Sales. Dispose in persona la pompa funebre del convoglio di suo padre. Durante la cerimonia, si tenne costantemente dietro la bara, e se ne allontanò solo dopo che l'ebbe visto deporre nella tomba della sua famiglia. Ritornò allora presso la sua pia madre, di cui cercò di addolcire l'immenso dolore con tutto ciò che la fede e la tenerezza potevano suggerirgli. Compiuto questo dovere di un buon figlio, ritornò ad Annecy, dove terminò le sue predicazioni di Quaresima in mezzo ai più grandi successi. Dio, che ha un balsamo per tutte le piaghe, un rimedio per tutti i mali, una consolazione per tutti i dolori, e che non dimentica mai di porre la compensazione accanto al sacrificio, gli preparava una piacevole sorpresa in mezzo al suo lutto. Il baliato di Gaillard, composto da sette a otto parrocchie e situato a una debole distanza da Ginevra, abiurò tutto intero l'eresia alla voce di due Padri Gesuiti che il Santo vi aveva inviati al suo posto. Questo evento fu per lui una vera felicità; poiché si rallegrava del bene che facevano gli altri più che del bene che poteva fare lui stesso, tanto era grande la sua umiltà. Possedeva questa virtù a un tal grado, che non volle ricevere la consacrazione episcopale per tutto il tempo che rimase coadiutore. Quando lo si pressava su questo punto, si accontentava di rispondere: «Finché Dio ci lascerà Monsignor nostro Vescovo, non cambierò né il mio rango nella Chiesa, né il colore del mio abito».
Le istanze dei suoi amici raddoppiarono a questo riguardo all'inizio dell'anno 1602. Partiva per Parigi, dove Monsignor de Granier lo inviava alla corte di Francia per combattere le pretese dei ginevrini, chiedendo a Enrico IV di confermare l'usurpazione che avevano commesso a detrimento della Chiesa di Ginevra su diversi villaggi racchiusi nel paese di Gex. Ma, pur accettando questa missione delicata tra tutte, Francesco rifiutò di farsi consacrare, amando meglio presentarsi al re cristianissimo con tutta la semplicità di un sacerdote. Non racconteremo i diversi incidenti di questo viaggio. Diciamo solo che debuttò in una maniera tragica: una violenta tempesta assalì la barca che il Santo e i suoi compagni avevano preso per passare la Saona, i marinai non potevano resistere alla corrente, le onde furiose stavano per inghiottire tutto, i passeggeri erano alla disperazione; solo Francesco rimaneva calmo e impassibile, alzando gli occhi al cielo come per chiedergli soccorso e assistenza. Nel momento in cui si credeva tutto perduto, lo schifo si rialzò al di sopra dei flutti, e a forza di remi, si riuscì a guadagnare la riva. Tutti vollero ringraziare il Santo della protezione dall'alto che aveva ottenuto loro per le sue preghiere; ma egli si affrettò a deviare la conversazione, dirigendo la loro riconoscenza verso colui che comanda ai flutti e sa placare il loro furore.
Passando per Digione, prese lettere di raccomandazione per il re al quale, del resto, il Nunzio apostolico si fece un dovere di presentarlo fin dal giorno dopo il suo arrivo a Parigi. Enrico IV lo indirizzò al suo ministro Villeroi, che incaricò dell'esame dell'affare. Nonostante questo facile ingresso in materia, il beato prelato dovette fare un soggiorno abbastanza lungo nella capitale della Francia prima di ottenere una soluzione. Ebbe gran cura di mettere questo tempo a profitto per la religione di cui era il ministro. Così, diede la stazione della Quaresima alla corte; pronunciò a Notre-Dame l'orazione funebre del duca di Mercœur; predicò la domenica di Quasimodo al castello di Fontainebleau, davanti a Enrico IV; convertì al cattolicesimo diverse dame di alto rango che erano sfortunatamente impegnate nei sentieri dell'eresia; si occupò della direzione di diverse persone raccomandabili per la loro pietà, tra le altre della celebre Madame Acarie, beatificata da Pio VI sotto il nome di Maria dell'Incarnazione, e prese una larga parte all'opera dello stabilimento delle Carmelitane in Francia, opera di cui si occupava allora attivamente la duchessa di Longueville, congiuntamente con M. de Bérulle.
Ma questi affari, per quanto importanti fossero, non gli facevano perdere di vista lo scopo principale del suo viaggio a Parigi. Non lasciava al ministro Villeroi né posa, né tregua, così bene che questi finì per arrendersi alle sue istanze ottenendo dal re tutto ciò che il vescovo di Ginevra chiedeva. Non appena il nostro Santo ebbe ricevuto l'assicurazione che il successo aveva coronato le sue negoziazioni, si mise in cammino per ritornare ad Annecy: erano sei mesi che era a Parigi. Arrivando a Lione, apprese la morte di Monsignor de Granier. Questo prelato, carico d'anni e di meriti, era soccombuto a una malattia contratta da lui a Thonon, dove aveva appena aperto solennemente l'anno santo del Giubileo. Francesco, vedendosi per questo evento chiamato a sostituirlo d'ora in poi nell'esercizio della sua carica e delle sue funzioni pastorali, prese la strada di Annonay in Vivarais, per consultare l'alta esperienza di Monsignor Pierre de Villars, arcivescovo dimissionario di Vienne e suo antico metropolita, che viveva, ritirato da un anno, in quella città. Da Annonay ritornò a Lione; poi si recò a Gex, dove installò come parroco suo cugino e compagno fedele, il canonico Luigi di Sales, e si ritirò al castello dei suoi padri per farvi, durante venti giorni, sotto la direzione di Padre Forrier, gesuita di Thonon, il ritiro preparatorio alla sua consacrazione. Sua madre, dal canto suo, volle anche fare un ritiro, al fine di disporsi alle grazie che sperava di ricevere durante la consacrazione episcopale del suo caro figlio. Fu durante i giorni che precedettero questo ritiro che scrisse, alla Comunità delle Figlie di Dio di Parigi, una lettera notevole, per richiamare al fervore della loro prima osservanza queste religiose ospedaliere, alquanto decadute dalla loro antica regolarità. Durante il suo ritiro, Francesco di Sales si fece un regolamento per la vita interiore, nel quale parla così dell'orazione mentale: «È là che si guarda il cielo più da vicino e che si trova la terra ben lontana dai suoi occhi e dal suo gusto; è là che le anime impegnate per il pubblico si fanno nel loro cuore come un gabinetto, dove studiano la legge del loro maestro e la ricevono dalla sua propria mano. È là quella montagna così elevata, che non vi si sente punto il rumore delle creature, dove si gusta quanto Dio è dolce e soave».
Terminato il suo ritiro, la cerimonia della sua consacrazione si compì con la più grande pompa la domenica, 8 dicembre 1603, festa dell'Immacolata Concezione della santissima Vergine, nella chiesa parrocchiale di Thorens dove era stato battezzato. Il tempio santo aveva rivestito un'ornamentazione sontuosa dovuta alle cure di Madame de Sales. Monsignor Vespasiano Gribaldi, antico arcivescovo di Vienne, fu il prelato consacrante: era assistito da Monsignor Thomas Pobel, vescovo di Saint-Paul-Trois-Châteaux e da Monsignor Jacques Maistret, vescovo di Damasco in partibus infidelium.
«La cerimonia cominciò di buon'ora», dice M. Hamon, secondo tutti gli storici della sua vita; «ma un fatto miracoloso venne a interromperla, alla grande ammirazione di tutta l'assistenza. Mentre il santo prelato era in ginocchio, immobile di raccoglimento davanti al vescovo consacrante, il suo volto a un tratto apparve infiammato e raggiante, simbolo della luce divina che riempiva in quel momento tutto il suo interno, e che gli fece vedere, come in un gran giorno, secondo quanto egli stesso raccontò poco dopo, le tre persone della santa Trinità consacrarlo pontefice, la santa Vergine coprirlo del suo amore e della sua protezione, e gli apostoli san Pietro e san Paolo tenersi ai suoi due lati come suoi difensori e suoi sostegni. Dopo che fu rimasto così una mezz'ora in estasi senza alcun movimento, più simile a un angelo del cielo che a un uomo della terra, cadde in svenimento, ma si rialzò presto con grande stupore di tutto il mondo, assicurando che era in tutta la pienezza della sua forza, e che si poteva continuare la sua consacrazione. Lo si fece in effetti; e, a misura che il vescovo consacrante eseguì su di lui le cerimonie esteriori, vide chiaramente e distintamente, sono le sue proprie espressioni, la santa Trinità operare nella sua anima gli effetti misteriosi significati dai riti visibili che compiva il pontefice. Durante tutto quel tempo, i tre prelati risentirono, come protestarono più tardi, un'abbondanza di soavità interiore tale, che sembrava loro di essere in paradiso, tanto la santità imprimeva visibilmente il suo carattere su tutta la persona del prelato consacrato, o piuttosto tanto la divinità che agiva invisibilmente nella sua anima faceva rifulgere al di fuori come un raggio della sua presenza. Per lui, corrispondendo all'abbondanza delle grazie che riceveva, fece il voto di consacrarsi tutto intero, senza alcuna riserva, al servizio delle anime e di morire per esse, se fosse stato espediente».
Il giorno dopo la sua consacrazione, inviò suo cugino, il canonico Luigi di Sales, ad Annecy a prendere in suo nome possesso della sua cattedra. Il sabato seguente, 14 dicembre, giorno consacrato alla santa Vergine, fece il suo ingresso solenne nella sua città episcopale. «Sono ben lieto», disse, «che la santa Madre del sovrano Pastore sia la mia introduttrice nell'ovile del suo Figlio».
La Visitazione e le grandi opere
Fonda l'Ordine della Visitazione con Giovanna di Chantal e pubblica i suoi capolavori spirituali come l'Introduzione alla vita devota.
Avendolo la Santa Sede incaricato di andare a stabilire la riforma nel celebre monastero di Puy-d'Orbe, nella diocesi di Langres, vi si recò nel mese di agosto dell'anno 1608. Di lì si recò in Franca Contea, per discutere un progetto di scambio tra il principe Alberto, arciduca d'Austria, e il clero di Borgogna, relativo alle acque salate della città di Salins, e pronunciarsi in ultima istanza a nome della Santa Sede. Lungo tutto il suo passaggio, fu accolto con la venerazione che ispira un'eminente santità. Avendo terminato la sua missione con soddisfazione di entrambe le parti, lasciò la Francia e tornò prontamente in Savoia, dove riprese la visita della sua diocesi con lo stesso zelo e lo stesso successo del passato. Fu verso quest'epoca che mise l'ultima mano alla sua *Introduzione alla vita devota*. L'opera è divisa in cinque parti: nella prima, definisce così la vera devozione: «È un'agilità e vivacità spirituale, per la quale la carità ci fa fare prontamente, diligentemente e affettuosamente ciò che Dio chiede da noi. In quanto l'amore ci rende graditi a Dio, si chiama grazia; in quanto ci dà la forza di far bene, si chiama carità; ma quando è giunto a questo grado di perfezione, di farci non solo fare il bene, ma di farcelo fare accuratamente, frequentemente e prontamente, si chiama devozione».
Nella seconda parte, ecco in che modo insegna all'anima a unirsi a Dio: «Richiamate, il più spesso che potrete, il vostro spirito alla presenza di Dio, guardate ciò che Dio fa e ciò che voi fate; vedrete i suoi occhi rivolti dalla vostra parte e perpetuamente fissi su di voi con un amore incomparabile: O Dio! direte, perché non vi guardo sempre, come sempre voi mi guardate? Perché pensate a me così spesso, e perché penso così poco a voi? O anima mia! il nostro vero posto è Dio; come gli uccelli hanno dei nidi per ritirarsi, e i cervi degli asili per mettersi al riparo, così i nostri cuori devono scegliersi un posto ogni giorno, o sul monte Calvario, o nelle piaghe di Nostro Signore, o in qualche altro luogo vicino a lui, per farvi la loro ritirata in ogni sorta di occasioni ed esservi come in un forte contro le tentazioni. Felice l'anima che potrà dire a Nostro Signore: Voi siete la mia casa di rifugio, il mio baluardo, il mio tetto contro la pioggia e la mia ombra contro il calore! Ricordatevi, Filotea, di ritirarvi spesso nella solitudine del vostro cuore durante le conversazioni e gli affari: questa solitudine non può essere impedita dalla moltitudine di coloro che vi circondano; poiché essi non sono attorno al vostro cuore, ma attorno al vostro corpo. Così, che il vostro cuore dimori, lui tutto solo, alla presenza di Dio solo... Aspirate spesso a Dio con brevi ma ardenti slanci di cuore; ammirate la sua bellezza, invocate il suo aiuto, adorate la sua bontà, dategli mille volte al giorno la vostra anima, fissate i vostri occhi interiori sulla sua dimora, tendetegli la mano come un bambino piccolo a suo padre, affinché vi conduca». Nella terza parte, tratta della pratica delle virtù; nella quarta, del rispetto umano, dell'inquietudine, della tristezza, delle aridità e dei disgusti spirituali; e, nella quinta, del rinnovamento annuale dei buoni propositi tramite seri esami di coscienza, e delle considerazioni approfondite sull'eccellenza dell'anima, il prezzo della virtù, gli esempi dei Santi, l'amore di Dio e di Gesù Cristo verso di noi. Questo libro fece una sensazione prodigiosa e fu presto tradotto in tutte le lingue.
Nel 1609, Francesco di Sales fu incaricato, dal sovrano pontefice Paolo V, di operare la riforma dell'abbazia di Talloires; si recò subito in quel monastero e, grazie ai suoi saggi consigli, la disciplina regolare rifiorì presto in quella casa. Appena tornato ad Annecy, ricevette da Enrico IV l'ordine di recarsi a Gex, per conferire con il barone di Luz, luogotenente generale del re in Borgogna, sulle misure atte al ristabilimento della religione cattolica in quel paese. Partì subito per quella città, fece restituire ai cattolici otto chiese parrocchiali di cui gli eretici si erano impossessati, ed ebbe la consolazione di riportare un buon numero di eretici con le sue prediche e le sue conferenze. Una volta terminati i suoi affari, si recò al castello di Montholon per benedire il matrimonio del barone di Thorens, suo fratello, con la figlia maggiore di Madame de Chantal, e tornò prontamente ad Annecy. Qualche tempo dopo, ebbe il dolore di perdere la sua venerabile madre, di cui ricevette l'ultimo respiro. «È piaciuto a Dio», scrisse a Madame de Chantal, «di ritirare da questo miserabile mondo la nostra buonissima e carissima madre, per collocarla accanto a lui nel suo paradiso, come spero, tanto più che era una delle più belle e innocenti anime che fosse possibile trovare... Dio è buono e la sua misericordia eterna; tutte le sue volontà sono giuste e i suoi decreti equi; mi vi sottometto nonostante il dolore di questa separazione, dolore vivissimo senza dubbio, ma tuttavia sempre tranquillo; poiché dico come Davide: «Taccio, Signore, e non apro la mia bocca alla lamentela, perché sei tu che l'hai fatto»: senza ciò sarei stato inconsolabile; ma non oso né gridare, né testimoniare scontento sotto i colpi di questa mano paterna, che ho imparato ad amare teneramente fin dalla mia giovinezza».
L'Ordine della Visitazione, di cui abbiamo parlato a sufficienza nella vita di santa Chantal, al 4 dicembre, fu una delle più belle opere di sa n Francesco di Sales. Ordre de la Visitation Ordine religioso fondato da Francesco di Sales e Giovanna di Chantal. Fin dall'inizio, diede alle religiose delle regole provvisorie a titolo di prova: «Cominceremo», disse, «con la povertà, perché la nostra Congregazione non pretenderà di arricchirsi che di buone opere. Ecco, per cominciare, quale sarà la clausura: Nessun uomo entrerà nella casa se non nei casi in cui la cosa è permessa per i monasteri. Le donne stesse non vi entreranno che con il permesso del superiore. Le sorelle non usciranno che per il servizio dei malati, dopo l'anno del noviziato. Canteranno il piccolo Ufficio della santa Vergine per avere in ciò una santa e divina ricreazione; e, del resto, attenderanno a ogni sorta di buoni esercizi, segnatamente a quello della santa e cordiale orazione. Spero che la cosa riuscirà: non potendo far meglio per il momento, è bene fare questo». Il santo Vescovo, raddoppiando le cure per le sue sante figlie, raccomandava loro spesso una costante uguaglianza d'animo, l'orazione e la santa comunione. Per diventare vere spose di Gesù Cristo, «bisogna», diceva, «che tutte qui si lascino trattare, correggere e pulire, e si stabiliscano solidamente nell'umiltà, nella perfetta abnegazione della volontà propria, nel distacco da tutte le cose. Di lì, ci si eleverà alla pratica delle virtù; e nella scelta si preferiranno, non le più eclatanti, ma le più umili, le più piccole pratiche di dolcezza, di pazienza, di sopportazione del prossimo, di applicazione a far piacere a tutte in ogni cosa, salvo il peccato; infine, la modestia nello sguardo, nella parola e nel portamento».
Francesco di Sales, per incoraggiarle alla pratica di queste virtù, diceva loro: «Tutto volge al bene per coloro che amano Dio: le nostre miserie servono a renderci umili; le nostre affezioni, le nostre traversie e le nostre persecuzioni ben sopportate, ci meritano un accrescimento di felicità senza fine. Tutto è vanità, fuori dell'eternità. Ogni giorno ci avvicina a questa eternità, e già vi abbiamo quasi uno dei nostri piedi: purché ci sia felice, che importa che il passaggio, che non dura che un momento, sia un po' tempestoso!... È possibile che, sapendo che le nostre sofferenze di tre o quattro giorni producono eterne consolazioni, non le sopportiamo di buona grazia? Poiché Dio è nostro padre, padre così tenero, che veglia continuamente su di noi, e che un capello non cade senza di lui dalla nostra testa, come non siamo sempre preoccupati della cura di amarlo e di servirlo?» — «Prima di godere di Dio», diceva ancora, «bisogna soffrire molto per Dio».
Questi colloqui del santo vescovo con le sue religiose furono piamente raccolti da queste ultime, che ce li hanno trasmessi in un libro intitolato: *Trattenimenti spirituali*. Francesco di Sales vi espone tre leggi della vita spirituale, che sono di una «utilità non pari e atte a dare una grande pace e soavità interiore, perché sono tutte d'amore». La prima è di far tutto per Dio e nulla per sé; la seconda, di non abbassare mai nulla della propria esattezza in tutti i propri doveri in mezzo ai mali di questa vita; la terza, di benedire Dio nell'avversità come nella prosperità. Il santo vescovo raccomanda poi alle sue figlie di abbandonarsi interamente a Dio: «I Santi che sono in cielo», dice loro, «hanno una tale unione con la volontà di Dio, che, se ci fosse un po' più del buon piacere di Dio nel fatto che andassero all'inferno, lascerebbero all'istante il paradiso per andarvi. Noi dobbiamo allo stesso modo in ogni occasione lasciarci condurre alla volontà di Dio, senza preoccuparci delle conseguenze dannose o favorevoli che ne deriveranno, assicurati come siamo, che nulla potrebbe esserci inviato da quel cuore paterno, di cui non ci faccia trarre profitto, se abbiamo fiducia in lui». Non si guarda bene nemmeno di dimenticare la modestia esteriore e interiore, e soprattutto l'umiltà. «Le figlie della Visitazione», dice loro, «parleranno sempre molto umilmente della loro piccola Congregazione, e le preferiranno tutte le altre quanto all'onore e alla stima; tuttavia, le preferiranno anche a ogni altra quanto all'amore, testimoniando volentieri, quando l'occasione si presenterà, quanto vivano piacevolmente in questo stato. Così ognuno preferisce il suo paese in amore, non in stima; così ogni pilota ama più la nave nella quale naviga che le altre, sebbene più ricche».
A queste belle istruzioni, Francesco di Sales aggiunse alcuni consigli atti a premunire le sue sante figlie contro l'incostanza: «Dio», dice loro, «ha dato all'uomo la ragione per condurlo; e tuttavia pochi uomini si lasciano condurre da essa; si seguono le proprie passioni, i propri capricci, il proprio umore mutevole; ciò che piace in un giorno dispiace l'altro; si ama e si odia la stessa persona, secondo l'umore del momento; si è gioiosi o malinconici, spesso senza sapere perché... Non è questo lo spirito cristiano: l'ineguaglianza degli eventi non deve mai portare nelle nostre anime l'ineguaglianza d'umore; tra la varietà degli accidenti, bisogna sempre rimanere invariabili, contenti di servire Dio costantemente, coraggiosamente e audacemente, senza alcuna discontinuità. È nella pace di un cuore sempre uguale che Dio si mostra, allo stesso modo che, quando il lago è ben calmo e il vento non agita affatto le sue acque, il cielo in una notte serena vi è così ben rappresentato con le stelle, che se ne vede tanto la bellezza guardando in basso quanto se si guardasse in alto». Le religiose, così formate, fecero progressi rapidi nella virtù e nella santità; così non si parlava ovunque che del nuovo Ordine. Attirate dal profumo di tante virtù, nuove aspiranti vennero ad accrescere la fervente comunità, che in poco tempo stabilì una casa a Lione e a Moulins.
L'Ordine della Visitazione, cominciando così a diffondersi, Francesco di Sales gli diede una costituzione definitiva. I vescovi furono stabiliti superiori immediati di tutte le case dell'Ordine. Dopo aver regolato le condizioni per l'ammissione delle aspiranti, il numero di membri che deve avere ogni casa, divise le sorelle in tre categorie: quelle di coro, le associate e le domestiche; poi prescrisse la clausura, l'obbedienza alla superiora, l'impiego della giornata, i giorni di digiuno, ecc. Ciò che eleva al più alto grado il merito di queste regole, è lo spirito di carità e di umiltà, nel quale il pio legislatore vuole che si osservino. Dopo aver così redatto le sue Costituzioni, san Francesco di Sales le sottomise all'approvazione della Santa Sede e chiese l'erezione della sua Congregazione in Ordine religioso. Il sovrano Pontefice Paolo V, con una bolla del 23 aprile 1618, lo autorizzò a erigere il suo istituto in Ordine religioso sotto la Regola di Sant'Agostino.
Ultimo viaggio e morte a Lione
Esausto per le sue fatiche, muore a Lione nel 1622 dopo un ultimo viaggio diplomatico per il duca di Savoia.
Al suo ritorno ad Annecy, il santo vescovo, venuto a sapere che un certo Bernard Paris era in agonia, si recò subito al suo capezzale e, facendogli il segno della croce, lo guarì miracolosamente. Mentre restituiva così la salute agli altri, egli pensava per sé solo a prepararsi alla morte, che sentiva vicina; e un giorno che suo fratello, vedendolo pensieroso, gli chiese il motivo della sua tristezza: «Non sono affatto triste», rispose, «ma sono in ascolto per sentire quando suonerà l'ora della partenza... Non c'è più nulla in questo mondo capace di rallegrarmi e di appagarmi. Non penso più che al cielo e all'eterna beatitudine che ci attende. Più avanzo nella vita di questa mortalità, più la trovo misera e mi stupisco che gli uomini si attacchino così fortemente alle cose della terra». Le sue gambe gonfie e coperte di piaghe e i violenti dolori interiori lo avvertivano del resto che non gli restava molto da vivere; tuttavia non cambiava nulla delle sue abitudini e dei suoi lavori. Andò persino a Thonon, poi a Pinerolo, dove doveva tenersi il capitolo dei Foglianti che doveva presiedere in nome di papa Gregorio XV. Grazie alla sua consumata prudenza, trionfò su tutte le difficoltà, ristabilì l'ordine più perfetto nella comunità e fece eleggere un superiore. Di lì si recò a Torino, dove lo chiamavano tutti i desideri della corte. Ritiratosi nel convento dei Padri Foglianti, vi cadde gravemente malato; ma ciò che lo fece soffrire più crudelmente fu l'apprendere che una grande carestia regnava in Savoia e che il suo popolo soffriva senza che egli potesse soccorrerlo. «Ah!» diceva, «quando sarò di ritorno ad Annecy, venderò la mia mitra, il mio pastorale, i miei abiti, le mie stoviglie e tutto ciò che possiedo, per soccorrere i miei poveri». Non appena fu guarito, lasciò la corte e si mise in cammino per Annecy, dove il popolo lo accolse con gioia.
La sua prima occupazione fu di sollevare i poveri che erano nella più grande indigenza: distribuì loro tutto ciò che possedeva, e quando la sua borsa fu esaurita, fece ricorso a quella di diverse persone caritatevoli, che si affrettarono ad aiutarlo nelle sue buone opere. Durante questo tempo, il duca di Savoia lo invitò a recarsi con lui ad Avignone, e il santo vescovo, nonostante il cattivo stato della sua salute che ispirava ai suoi amici giusti timori, si arrese all'invito del suo principe. «Bisogna andare», diceva, «dove Dio ci chiama; andremo finché potremo, e ci fermeremo quando la malattia non ci permetterà più di andare». Poiché prevedeva bene che questo viaggio sarebbe stato l'ultimo, mise ordine nei suoi affari, e dopo aver consacrato una parte della giornata del 7 novembre a fare un esame esatto della sua coscienza, esclamò: «Veramente, mi sembra, per la grazia di Dio, che io non tenga più alla terra che con la punta del piede, poiché l'altro è già sollevato in aria per partire». Dopo aver detto addio ai suoi parenti e ai suoi amici, ai suoi canonici e alle sue care figlie della Visitazione, partì il 9 novembre, lasciandoli tutti nel lutto e nelle lacrime. Lungo il cammino, visitò i monasteri della Visitazione di Belley, di Bellecour e di Valence, e arrivò infine ad Avignone, dove fu ricevuto come un angelo del cielo.
Durante il suo soggiorno in questa città, non si occupò che di cose sante, non avendo rapporti con i grandi della corte se non per gli interessi della religione. Dopo alcuni giorni trascorsi in questa città, si mise in cammino per Lione con il re di Francia e i l du Lyon Sede episcopale di sant'Eucherio. ca di Savoia. Mentre la città festeggiava l'arrivo dei due sovrani, il santo vescovo, fuggendo il rumore e il tumulto, si era ritirato al monastero della Visitazione per intrattenere le religiose su Dio e sui beni eterni. Un giorno che queste sante figlie gli chiedevano di scrivere su carta ciò che desiderava più di tutto da loro, scrisse solo questa parola: «Umiltà». Santa Chantal, che faceva allora la visita dei suoi monasteri, arrivò a Lione dove ebbe la felicità di conferire con il suo santo direttore. Il santo vescovo era oppresso dai numerosi visitatori che venivano da ogni parte a consultarlo, e tuttavia queste visite non gli facevano affatto trascurare i suoi altri doveri: andava a visitare i poveri ai quali portava soccorso, e predicava ovunque lo si richiedesse. Il giorno della festa di san Giovanni, vedendo la sua vista indebolirsi, disse a coloro che lo circondavano: «Ciò significa che bisogna andarsene, e ne benedico Dio; il corpo che si affossa appesantisce l'anima». Poco dopo ebbe uno svenimento che fu seguito da un'apoplessia: ci si affrettò attorno a lui per soccorrerlo. Poiché il male peggiorava sempre, chiese l'Estrema Unzione e rispose a tutte le preghiere con i più grandi sentimenti di pietà: alla sua preghiera, gli ecclesiastici che vegliavano al suo fianco gli suggerivano spesso atti di fede, di speranza, di carità, di conformità alla volontà di Dio, di contrizione e di umiltà. Il santo infermo, quando era uscito dall'assopimento nel quale ricadeva senza sosta, si intratteneva con il suo Dio, implorando la sua misericordia e confidando in lui. Amava ripetere queste parole della santa Scrittura: «O mio beneamato! mostrami il luogo dove sazi i tuoi agnelli, dove riposi in un mezzogiorno continuo»; ed esalava così i sospiri ardenti che traboccavano dal suo cuore: «O mio Dio! tutto il mio desiderio è davanti a te, e i miei gemiti ti sono noti: mio Dio e mio tutto! mio desiderio e il desiderio delle colline eterne!». Infine, giunta la sua ultima ora, perse la parola dopo aver pronunciato il santo nome di Gesù, e mentre gli astanti recitavano le preghiere della raccomandazione dell'anima, nel momento in cui si diceva l'invocazione: Omnes sancti Innocentes, orate pro eo, rese la sua anima pura e innocente a Dio, il giorno della festa dei santi Innocenti, con la stessa calma, la stessa tranquillità che aveva presieduto a tutta la sua vita.
Analisi delle virtù e della spiritualità
Il testo descrive la sua spiritualità incentrata sulla dolcezza, l'umiltà, l'abbandono alla Provvidenza e l'amore puro di Dio.
Dopo aver seguito il santo vescovo dalla culla alla tomba, esamineremo ora in particolare le belle qualità, le virtù eminenti che hanno abbellito e coronato una vita così santa.
Francesco di Sales, per elevarsi a un così alto grado di santità, si applicò fin da giovane alla preghiera che unisce l'anima a Dio. «L'orazione», diceva, «mettendo il nostro intelletto nella chiarezza e luce divina, non c'è nulla che purifichi tanto il nostro intelletto dalle sue ignoranze, e la nostra volontà dalle sue affezioni depravate. È l'acqua della benedizione che, con il suo irrigare, fa rinverdire e fiorire le piante dei nostri buoni desideri, lava le nostre anime dalle loro imperfezioni e disseta i nostri cuori dalle loro passioni». — Nell'orazione, conversava con Nostro Signore come un bambino con suo padre; e in queste divine comunicazioni con il suo beneamato, nulla era capace di distrarlo, come confessò un giorno a un canonico di Annecy: «Non so cosa ho fatto a Nostro Signore, la sua misericordia è incomprensibile verso di me; poiché non appena mi metto in orazione dimentico tutto, eccetto lui; mi sembra allora di non essere più che suo». — Le aridità che provava in questo santo esercizio gli facevano dire: «Quando Nostro Signore mi dà buoni sentimenti, li ricevo in semplicità, con una profondissima riverenza mescolata a fiducia, tenendomi molto umile, molto piccolo e molto abbassato davanti a lui, come un bambino d'amore. Quando non me ne dà, non ci penso, e non bado se sono in consolazione o in desolazione».
All'esercizio della preghiera, univa quello della presenza di Dio: «Oh, quanto è felice», esclamava, «l'anima che, nella tranquillità del suo cuore, conserva amorosamente il sacro sentimento della presenza di Dio! poiché la sua unione con la divina bontà tempererà tutto il suo spirito di infinita soavità... E perché l'anima raccolta in Dio dovrebbe inquietarsi? non ha forse ogni motivo di rimanere in riposo? poiché, cosa cercherebbe, dal momento che ha trovato colui che cercava? non le resta che esclamare: Ho trovato colui che il mio cuore ama e non lo lascerò mai». — Per perfezionarsi in questo santo esercizio, che chiamava il custode della purezza e dell'innocenza, ricorreva a diverse sante industrie. «Dobbiamo avere Dio davanti agli occhi», diceva, «sempre e in ogni luogo, sia essendo soli che in compagnia, in ogni tempo, anzi persino dormendo, coricandoci modestamente alla presenza di Dio, come farebbe colui al quale Nostro Signore, essendo ancora in vita, comandasse di dormire e di coricarsi alla sua presenza». — «Fate», diceva ancora, «come i bambini piccoli che, con una mano, si tengono al loro padre e, dall'altra, colgono fragole o more lungo le siepi. Allo stesso modo, maneggiando i beni di questo mondo con una delle vostre mani, tenete sempre con l'altra la mano del Padre celeste, voltandovi di tanto in tanto verso di lui per vedere se gradisce le vostre occupazioni. Tra gli affari che non richiedono un'attenzione così forte, guardate più Dio che gli affari; e, quando gli affari richiedono tutta la vostra attenzione, di tanto in tanto almeno guardate a Dio, come i navigatori che, per arrivare alla terra che desiderano, guardano al cielo». Oltre all'orazione e al raccoglimento, consacrava ogni anno alcuni giorni a un ritiro spirituale.
La vivacità e la grandezza della fede del santo Vescovo si rivelano in queste parole: «Oh Dio! la mia anima non trova nulla di difficile da credere tra gli effetti del divino amore: la bellezza della nostra santa fede mi appare così ravvivante, che ne muoio d'amore, e mi sembra di dover stringere il dono prezioso che Dio mi ne ha fatto in un cuore tutto profumato di devozione. Quando il nostro spirito, elevato al di sopra della luce naturale, comincia a vedere le verità sublimi della fede, oh Signore, che allegrezza! L'anima si scioglie di piacere sentendo la parola del suo celeste Sposo, che trova più soave del miele di tutte le scienze umane, o vedendo il suo volto, non, è vero, nel pieno giorno della gloria, ma nella debole chiarezza dell'aurora. Oh! quali delizie dona all'anima la santa luce della fede, che mostra con una certezza incomparabile, non solo l'origine e la destinazione delle creature, ma la nascita del Verbo divino, che, con il Padre e lo Spirito Santo, è un solo Dio adorabilissimo e benedetto nei secoli dei secoli! Il dotto Platone non seppe mai questo, l'eloquente Demostene lo ignorò. I felici pellegrini di Emmaus dicevano, sentendo le parole della fede: Il nostro cuore non era forse tutto ardente mentre ci parlava lungo il cammino? Ora, se le verità divine procurano così grandi soavità quando sono ancora proposte solo nella luce oscura della fede, oh Dio! che sarà quando le contempleremo nella chiarezza del mezzogiorno della gloria? La regina di Saba esclamava, dopo aver sentito le parole di saggezza che uscivano dalla bocca di Salomone, che ciò che le era stato detto di questa saggezza non era la metà di ciò che l'esperienza le faceva conoscere; ma quando, arrivati nella celeste Gerusalemme, il re di gloria ci manifesterà con una chiarezza incomprensibile le meraviglie della sovrana verità, e vedremo a nudo ciò che abbiamo creduto quaggiù; oh! allora quali rapimenti, quali estasi, quale ammirazione, quale amore, quali dolcezze! No, mai, diremo nell'eccesso dei nostri trasporti, avremmo pensato di vedere verità così dilettevoli». — Una delle sue massime era che bisognava camminare davanti a Dio secondo lo spirito della fede e non secondo il senso umano. «Una persona», diceva, «è molto dolce, molto gradevole; mi ama e mi rende servizio; amarla unicamente per questo, è amare secondo la carne e i sensi; poiché gli animali, che non hanno per guida che la carne e i sensi, amano i loro benefattori e coloro che li trattano con dolcezza e affetto. Ma una persona è rude, aspra, incivile; io l'avvicino, le testimonio affetto, le rendo servizio, non perché ne abbia piacere, ma perché ciò è secondo il buon piacere di Dio; questo è agire in spirito di fede. Sono triste, e a causa di ciò non voglio parlare; i pappagalli fanno così. Sono triste; ma, poiché la carità vuole che io parli, lo farò; questo è vivere di fede. Sono disprezzato, e me ne adiro; i pavoni e le scimmie fanno così. Sono disprezzato e me ne rallegro: questo è imitare gli Apostoli. Vivere dunque di fede, è compiere le azioni, dire le parole, avere i pensieri che lo spirito di fede richiede da noi. L'anima, appoggiata sullo spirito di fede, si incoraggia tra le difficoltà, perché sa che Dio ama, sopporta e soccorre i miseri che sperano in lui; essa si attacca a Dio e dice spesso che tutto ciò che non è Dio non è nulla, che ciò che non è per l'eternità non è che vanità». — Tutte le azioni del Santo non erano fatte che in vista di Dio. «Non dobbiamo più», diceva, «servirci del nostro cuore, dei nostri occhi, delle nostre parole per contentare il nostro umore e le nostre inclinazioni, ma solo per il servizio dello Sposo celeste».
La speranza di possedere un giorno i beni della vita futura lo faceva sospirare dopo l'ora della partenza. «Oh!» diceva, «che la durata del mio esilio si prolunghi! La mia anima langue lontano dalla mia patria... Quando sarà che tutte le nostre speranze saranno unicamente per il paradiso?... Quando il divino amore ci consumerà per farci morire interamente a noi stessi e vivere interamente a Dio?... Oh mio Dio, che trovo consolazione nell'assicurazione che ho che il mio cuore sarà eternamente abissato nell'amore del cuore di Gesù! Che la Provvidenza ci conduca dove le piacerà, che importa? arriveremo a questo porto». — La sua fiducia in Dio non è meno ammirevole. «Nostro Signore», diceva, «mi ha insegnato questa lezione fin dalla mia giovinezza, e se dovessi rinascere, vorrei lasciarmi governare fino nelle minime cose da questa divina Provvidenza, con una semplicità di bambino e un profondo disprezzo di ogni prudenza umana. Mi è una grande gioia camminare a occhi chiusi sotto la guida della Provvidenza. I suoi disegni sono imperscrutabili, ma sempre dolci e soavi a coloro che si confidano in lei. Lasciamola dunque condurre la nostra anima, che è la sua barca, essa ci farà approdare a buon porto. Felici coloro che si confidano in Colui che può come Dio, e vuole come padre darci tutto ciò che ci è buono; infelici, al contrario, coloro che mettono la loro fiducia nella creatura: questa promette tutto, dà poco, e fa pagare ben caro il poco che dà». — Nelle tentazioni, esclamava: «Più mi sento debole, e più metto la mia fiducia in Dio». — Il Signore tardava a esaudire la sua preghiera, egli diceva: «La Provvidenza non differisce il suo soccorso che per provocare la nostra fiducia. Se il nostro Padre celeste non ci accorda sempre ciò che chiediamo, è per trattenerci presso di lui e darci motivo di premerlo con un'amorosa violenza, così come fece ben vedere a quei due pellegrini di Emmaus, con i quali non si fermò che verso la fine del giorno e quando lo forzarono». — Alle anime provate, ispirava così la fiducia: «Vengano la tempesta e il temporale, voi non perirete, voi siete con Gesù. Se la paura vi assale, gridate forte: Oh Salvatore, salvatemi. Egli vi tenderà la mano, stringetela bene e andate gioiosamente, senza filosofare sul vostro male. Finché san Pietro ha fiducia, la tempesta non può farlo affondare; non appena teme, affonda. La paura è un male più grande del male stesso. Non bisogna volere che nessuna foglia del vostro albero sia agitata, ma deve bastarvi che esso rimanga profondamente radicato. Se fate delle cadute, prostratevi davanti a Dio per dirgli in spirito di fiducia e di umiltà: Misericordia, Signore, perché sono infermo. Rialzatevi poi in pace e andate avanti, bandendo ogni diffidenza con il pensiero che Dio è più misericordioso di quanto noi siamo miseri. Sopportate senza turbamento la privazione dei gusti sensibili, un solo atto fatto con aridità valendo meglio di molti fatti con grande tenerezza, purché sia fatto con un amore più forte, sebbene meno piacevole. Infine, fate di tutto voi stessi un abbandono pacifico alla Provvidenza in mezzo agli accidenti della vita e in presenza persino della morte. Dio vi ha custodito fino ad ora; tenetevi alla mano della sua provvidenza, ed egli vi assisterà; e là dove non potrete camminare, egli vi porterà. Non pensate a ciò che vi accadrà domani: poiché il Padre eterno, che ha avuto cura di voi oggi, ne avrà cura domani e sempre. O non vi darà del male, o, se ve ne darà, vi darà un coraggio invincibile per sopportarlo. Se siete in balia degli assalti delle tentazioni, non desiderate di esserne affrancati. È bene che noi le proviamo, al fine di avere l'occasione di combatterle e di riportare vittorie. Ciò serve a praticare le più eccellenti virtù e a stabilirle solidamente nell'anima».
Francesco di Sales, in tutte le sue azioni, agiva per puro amore di Dio. Una delle sue massime era che il vero segno dell'amore divino è amare Dio in tutte le cose. «Se non amassimo che Dio», diceva, «la povertà e le ricchezze, la salute e la malattia, la vita e la morte, tutte le vicissitudini di questo mondo ci sarebbero indifferenti, perché le vedremmo tutte in Dio, che le ordina o le permette con infinita saggezza». Per ben conoscere l'amore di cui bruciava per Dio, non c'è che da leggere il suo *Trattato dell'amore di Dio*, che non è che la storia fedele del suo cuore e della sua vita.
Il più alto grado di perfezione che un'anima possa raggiungere è l'unione perfetta della sua volontà a quella di Dio: tale fu la vita di san Francesco di Sales. «Non guardate minimamente alla sostanza delle cose che fate», diceva, «ma all'onore che hanno, per quanto meschine siano, di essere volute da Dio, di essere nell'ordine della sua provvidenza e disposte dalla sua saggezza. La purezza di cuore consiste nello stimare tutte le cose al peso del santuario, che non è altro che la volontà di Dio; non amate dunque nulla troppo ardentemente, nemmeno le virtù, che si perdono talvolta passando i limiti della moderazione». — Abbandonandosi in tutto e per tutto al buon piacere divino, diceva: «Qualunque cosa mi possa accadere, nulla mi farà desistere dalla ferma risoluzione in cui sono di acconsentire pienamente a tutto ciò che Dio vorrà fare di me e di tutto ciò che mi appartiene. Voglio confondere la mia volontà in quella di Dio, o piuttosto voglio lasciare che Nostro Signore voglia in me e per me tutto il suo buon piacere, e depongo ogni cura di me stesso tra le sue mani». — Nel suo *Trattato dell'amore di Dio*, libro IX, ecco la descrizione che dà di un'anima perfettamente unita a questo buon piacere divino: «Oh Dio, che la vostra volontà sia fatta, non solo in esecuzione dei vostri comandamenti, consigli e ispirazioni, ai quali dobbiamo obbedire, ma anche nella sofferenza delle afflizioni che ci accadono; che la vostra volontà faccia, per noi, per noi, in noi e di noi, tutto ciò che le piacerà... Il cuore veramente amante ama il buon piacere divino non solo nelle consolazioni, ma anche nelle afflizioni; lo ama persino di più nelle croci, nelle pene e nei lavori, perché la principale virtù dell'amore è far soffrire l'amante per l'oggetto amato... E come non si sopporterebbero amorosamente le avversità, poiché procedono dalla stessa mano del Signore, ugualmente amabile quando distribuisce le afflizioni come quando dà la consolazione?... Apriamo dunque le braccia della nostra volontà; abbracciamo la croce molto amorosamente, acconsentendo alla santissima volontà di Dio, e cantandole l'inno di eterno assenso: La vostra volontà sia fatta in terra come in cielo... Senza dubbio le pene stesse non possono essere amate; ma, viste nella volontà divina che le ordina, sono infinitamente amabili, sono tutte d'oro e più preziose di quanto si possa dire... Che la nostra volontà sia dunque indifferente a tutto ciò che Dio vuole, e si ponga tra le sue mani come una palla di cera disposta a prendere tutte le impressioni del suo buon piacere, senza scelta, senza preferenza di alcunché, senza altro amore che quello della volontà divina, amando non le cose che Dio vuole, ma la volontà di Dio che le vuole, lasciandosi condurre da questa divina volontà come da un legame molto amabile, per andare con felicità ovunque vorrà il divino buon piacere, fino a preferire, se la cosa fosse possibile, l'inferno con la volontà di Dio, al paradiso senza questa divina volontà... Indifferenza che deve estendersi a tutto: alle cose naturali, come la salute o la malattia, la bellezza o la bruttezza, la forza o la debolezza; alle cose della vita civile, come gli onori, i ranghi, le ricchezze; alle cose della vita spirituale, come le secchezze o le consolazioni, i gusti o le aridità; infine a tutti gli eventi, e all'azione come alla sofferenza. Oh! quanto sono beate tali anime, audaci e forti nel perseguire le imprese che Dio ispira loro, non meno pronte a lasciarle quando Dio lo vuole così, e sempre così dolci nei rovesci come nei successi!
Penetrato da un vivo sentimento delle grandezze divine, san Francesco di Sales non pronunciava mai il nome di Dio o di Nostro Signore che con profonda venerazione. Per eccitare i fedeli a fare il segno della croce con profondo rispetto, aveva immaginato le più graziose comparazioni: «Guardate il vostro cuore», diceva loro, «come un giardino dove pianterete l'albero sacro della croce; o, se preferite, consideratelo come una fortezza dove innalzate lo stendardo del grande re, che non dovete rendere che a colui di cui è lo stendardo, o come un gabinetto che chiudete con la chiave della croce, e che non dovete aprire che a colui a cui la chiave appartiene».
L'amore del Salvatore degli uomini si era talmente impadronito del suo cuore che lo esprimeva spesso e in ogni occasione con queste parole: «Viva Gesù che amo!» Parlando del santo nome di Gesù: «Quanto saremmo felici», diceva, «di non avere nell'intelletto che Gesù, nella memoria che Gesù, nella volontà che Gesù, nell'immaginazione che Gesù! Piaccia a questo divino Bambino di intingere i nostri cuori nel suo sangue e profumarli del suo santo nome, affinché i buoni desideri che abbiamo concepito ne siano tutti porporati e tutti odorosi! Baciamo mille volte i piedi di questo Salvatore e diciamogli: Il mio cuore, oh mio Dio, vi chiama, il mio sguardo vi desidera, io sospiro dopo il vostro volto». — La passione di Nostro Signore Gesù Cristo eccitava nella sua anima così violenti trasporti d'amore, che esclamava: «Oh Dio! se questo divino Salvatore ha fatto tutto per noi, che cosa non faremo noi per lui? Se ha dato la sua vita per noi, perché non consumeremmo la nostra al suo servizio e per il suo amore? Oh! che per sempre il giorno della sua santissima Passione sia il giorno caro del nostro cuore! Oh amore! quanto sei doloroso! oh dolore! quanto sei amoroso!» — La croce era, secondo lui, il vero libro del cristiano; perciò raccomandava di portarla sempre con sé, di baciarla con amore, dicendole: «Oh Gesù! il beneamato della mia anima, soffrite che io vi stringa sul mio seno come un mazzetto di mirra; vi prometto che la mia bocca, che è felice di baciare la vostra santa croce, si asterrà d'ora in poi da maldicenze, da mormorii, da ogni parola che potrebbe dispiacervi; che i miei occhi, che vedono scorrere il vostro sangue e le vostre lacrime per i miei peccati, non guarderanno più le vanità del mondo, né nulla di ciò che espone a offendervi; che le mie orecchie, che ascoltano con tanta consolazione le sette parole pronunciate da voi sulla croce, non prenderanno più piacere alle vane lodi, alle conversazioni inutili, alle parole che feriscono il prossimo; che il mio spirito, dopo aver studiato con tanto gusto il mistero della croce, non si aprirà più ai pensieri e immaginazioni vane o cattive; che la mia volontà, sottomessa alle leggi della croce e all'amore di Gesù crocifisso, non avrà più che carità per i miei fratelli; che infine nulla entrerà nel mio cuore o ne uscirà che con il permesso della santa croce, di cui traccerò su di me, con venerazione, il segno sacro al mio coricarmi e al mio levarmi, e tra tutte le angosce della vita».
Il santo prelato aveva una tenera devozione verso l'adorabile sacramento dell'Eucaristia, e raccomandava senza sosta ai fedeli la frequente comunione. «Comunicatevi arditamente in pace e in umiltà», diceva, «per corrispondere ai desideri dello Sposo divino, che, per unirsi a noi, si è annientato e abbassato fino a farsi nostra carne, la carne di noi che siamo la carne dei vermi; non lasciate la comunione per le vostre distrazioni e freddezze, poiché tutto ciò passa senza il vostro consenso nei sensi; e nulla rasserenerà tanto il vostro spirito quanto il suo re, nulla lo riscalderebbe tanto quanto il suo sole, nulla lo tempererà così soavemente quanto il suo balsamo... Dio! che felicità per noi che la nostra anima, nell'attendere questa unione che avremo con Nostro Signore in cielo, si unisca a lui per questo divino sacramento, in tal modo che mangiamo, per comunione reale, colui che i cherubini e i serafini adorano e mangiano per contemplazione reale. Allora Gesù Cristo è in tutte le parti del nostro essere; là egli raddrizza e purifica tutto, mortifica, vivifica, santifica tutto; egli ama nel cuore, egli intende dal cervello, egli anima nel petto, egli vede negli occhi, egli parla nella lingua, fa tutto in noi, e allora noi non viviamo più in noi stessi, ma Gesù Cristo vive in noi». — L'amore della Madre essendo inseparabile dall'amore del Figlio, aveva per Maria una devozione tutta particolare che cercava di comunicare agli altri, sia raccomandando la recita del rosario, sia stabilendo confraternite in suo onore. Fu a Maria che dedicò il suo *Trattato dell'amore di Dio*, e nella sua epistola dedicatoria ci mostra le sante arsure del suo cuore verso di lei: «Santissima Madre di Dio», dice, «la più amabile, la più amante e la più amata di tutte le creature, prostrato sulla mia faccia davanti ai vostri piedi, vi dedico e consacro questa piccola opera d'amore all'immensa grandezza della vostra dilezione. Oh Gesù! a chi posso meglio dedicare le parole del vostro amore, che al cuore amabilissimo della beneamata della vostra anima?» San Francesco di Sales aveva anche una grande devozione a san Giuseppe, agli angeli custodi e a tutti i Santi.
La sua carità verso il prossimo era così perfetta, che le pene, i lavori, le incomodità, i pericoli più grandi non erano nulla per lui, purché fosse utile e soccorrevole ai suoi fratelli in Gesù Cristo. «Bisogna fare tutto per il prossimo, eccetto dannarsi», diceva. «Gli ho dato tutta la mia persona, i miei mezzi, i miei affetti, affinché se ne serva secondo i suoi bisogni... Non so come ho fatto il cuore; ma ho un tale piacere, provo una soavità così deliziosa e così particolare nell'amare persino i miei nemici, che, se Dio mi avesse proibito di amarli, avrei avuto ben pena a obbedirgli. C'è ben qualche piccolo combattimento, ma infine bisogna giungere a questa parola di Davide: Adiratevi, ma non peccate». — Il prossimo aveva dei difetti? «Bisogna», diceva, «che gli uomini abbiano pazienza gli uni con gli altri, e i più bravi sono coloro che sopportano meglio i difetti altrui... È una grande parte della nostra perfezione sopportarci gli uni gli altri nelle nostre imperfezioni, e l'amore del prossimo non può meglio esercitarsi che in questo supporto. È agevole amare coloro che sono di un carattere gradevole e compiacente; ma amare coloro che hanno dei difetti, un umore fastidioso e stizzoso, è la vera pietra di paragone della carità... Bisogna avere un cuore buono e dolce verso il prossimo, particolarmente quando vi è di peso e di disgusto; poiché allora non abbiamo nulla in lui che ce lo faccia amare, se non il rispetto del Salvatore, che rende in questo incontro l'amore più eccellente e più degno, perché è più puro e più netto da condizioni caduche». — Quando sentiva scherni o maldicenze, aveva l'abitudine di dire: «Divertirsi a ricercare i difetti altrui, è segno che non ci si occupa affatto dei propri»; e ancora: «Se si togliesse dal mondo la maldicenza, si troncherebbe la maggior parte dei peccati». — La carità del santo vescovo si estendeva fino al di là della tomba: «Ahimè!» diceva, «noi non ci ricordiamo abbastanza dei nostri cari defunti; la loro memoria sembra perire con il suono delle campane, e dimentichiamo che l'amicizia, che può finire, persino con la morte, non fu mai vera; la Scrittura stessa ci insegna che il vero amore è più forte della morte. Dire male dei morti è un'umanità paragonabile a quella delle bestie feroci che dissotterrano i corpi per divorarli; dirne bene per eccitarsi a imitarli è cosa lodevole; ma soccorrerli è cosa ben migliore ancora, poiché è visitare i malati, è dare da bere a coloro che hanno sete della visione di Dio; è nutrire gli affamati, è riscattare i prigionieri, vestire coloro che sono nudi, e procurare l'ospitalità nella Gerusalemme celeste; è consolare gli afflitti, illuminare gli ignoranti, fare infine tutte le opere di misericordia in una sola».
La dolcezza era il carattere distintivo di san Francesco di Sales: è per essa che ha convertito tanti peccatori e ricondotto tanti eretici. «Bisogna», diceva, «agire sulle anime come fanno gli angeli, con movimenti graziosi e senza violenza; bisogna attirarle, ma alla maniera dei profumi che non hanno altro potere per attirare al loro seguito che la loro soavità; e la soavità, come potrebbe tirare, se non soavemente? Bisogna infine imitare l'esempio di Gesù Cristo che, stando alla porta dei cuori, preme l'apertura senza forzarla mai». — Accoglieva i peccatori con una tenerezza materna, dicendo loro: «Venite, miei cari figli, venite, che vi abbracci e che vi metta nel mio cuore. Dio ed io, vi assisteremo con fiducia». — Quando gli si rimproverava la sua troppo grande commiserazione per il prossimo, rispondeva: «Ah! vale meglio avere da rendere conto di troppa dolcezza che di troppa severità. Dio non è forse tutto amore? Dio il Padre è il Padre delle misericordie; Dio il Figlio si chiama un agnello; Dio lo Spirito Santo si mostra sotto la forma di una colomba, che è la dolcezza stessa. Se ci fosse qualcosa di meglio della benignità, Gesù Cristo ce l'avrebbe detto, e tuttavia egli non ci dà che due lezioni da imparare da lui: la mansuetudine e l'umiltà di cuore. Mi volete dunque impedire di imparare la lezione che Dio mi ha dato, e siete più sapiente di Dio?» Perciò raccomandava costantemente questa virtù con queste parole: «Lo spirito umano è fatto così, si impunta contro il rigore: tutto per dolcezza, nulla per forza; la rudezza perde tutto, inasprisce i cuori, genera l'odio; e il bene che fa, lo fa di così cattiva grazia, che non gliene si è grati. La dolcezza, al contrario, maneggia il cuore dell'uomo a volontà e lo modella secondo i suoi disegni... Si fanno dei penitenti con la dolcezza e degli ipocriti con la severità».
Nel corso della vita del Santo, abbiamo sufficientemente parlato del suo zelo per la salvezza delle anime che gli faceva tutto sopportare e tutto intraprendere per convertire gli uni o ricondurre gli altri nel cammino della virtù; non ci soffermeremo dunque più oltre.
La prudenza di san Francesco di Sales faceva convergere tutte le sue opere verso la più grande gloria di Dio e la salvezza delle anime, verso l'esaltazione della fede e il buon governo della sua diocesi. Questa virtù brillava con splendore nella direzione delle anime, dove appropriava i suoi consigli e il suo linguaggio a tutte le situazioni e a tutti i caratteri. La sua semplicità brilla nelle parole seguenti dove sembra essersi dipinto lui stesso: «Vedete un bambino piccolissimo, che non conosce ancora che sua madre: non ha che un solo amore, che è per sua madre; una sola pretesa, che è il seno di sua madre; coricato su questo seno beneamato, non vuole altra cosa. Così l'anima che ha la perfetta semplicità non ha che un amore, che è per Dio, una sola pretesa, che è di riposare sul petto del Padre celeste, e là, come un bambino d'amore, fare la sua dimora, lasciando interamente tutta la cura di se stessa al suo buon padre, senza mettersi in pena di nulla, se non di tenersi in questa santa fiducia: i desideri stessi delle virtù e delle grazie non l'inquietano punto, non che essa trascuri ciò che incontra sul suo cammino, ma essa vi si applica senza affrettarsi a ricercare altri mezzi di perfezione, che quelli che ha sotto mano. Essa non si volge né a destra né a sinistra, per vedere ciò che si dice, ciò che si pensa o ciò che si fa; essa segue semplicemente il suo cammino, fa ciò che giudica dover fare e non ci pensa più; essa si tiene tranquilla nella fiducia che ha che Dio sa il suo desiderio, che è di piacergli, e ciò le basta». — «Andiamo in semplicità», diceva ancora, «senza fermarci a considerare le nostre azioni per minuto. Non appena la nostra coscienza ci rende testimonianza che non vogliamo far nulla che per il santo amore, camminiamo con fiducia, umiltà e semplicità. Per me, penso che noi ci teniamo alla presenza di Dio, persino dormendo, quando ci addormentiamo alla sua vista, al suo volere e per la sua volontà, e che egli ci mette sul letto come statue nella loro nicchia; e quando ci svegliamo, troviamo che egli è là vicino a noi, che non si è mosso, e che noi ci siamo tenuti alla sua presenza, sebbene con gli occhi chiusi e serrati».
San Francesco di Sales attribuì sempre una grande importanza alla modestia, che faceva le delizie del suo cuore e sembrava risplendere in tutta la sua persona: in effetti, tutto in lui respirava questa amabile virtù. — L'umiltà, che consiste nel non stimarsi affatto, ma nell'avere i più bassi sentimenti di se stessi; nel non ricercare la stima e la lode, ma nell'amare l'oscurità, le umiliazioni, i disprezzi, riassume in qualche modo tutta la vita del Santo. «Ho tutta la mia vita», diceva un giorno, «desiderato il posto più basso; e temevo talmente di essere vescovo, perché si sarebbe fatto conto di me, che era una pena per il mio cuore trovarmi in una compagnia dove non c'era prelato al quale mi potessi sottomettere. Perciò, senza la considerazione della volontà di Dio, avrei preferito portare l'acqua benedetta, semplice ecclesiastico, per vacare più comodamente alla salvezza del povero popolo, che portare il pastorale alla mano e la mitra alla testa». Ecco in quali termini parla di questa virtù che guarda come assolutamente necessaria per la salvezza: «Colui che fa provvista di virtù senza umiltà, è simile a colui che porta nelle sue mani della polvere al vento... L'umiltà morale si ferma alla conoscenza della sua miseria e della sua povertà; l'umiltà cristiana va fino all'amore di questa povera e meschina condizione, fino al contentamento di non essere nulla ed essere contato per nulla, per rispetto per la verità e per le umiliazioni del Verbo incarnato. Gli atti esteriori di umiltà non sono l'umiltà; ma tuttavia essi le sono utilissimi: essi sono la scorza della virtù, ne conservano il frutto». — Quando il santo vescovo era in balia di biasimi ingiusti, aveva l'abitudine di dire: «Un'oncia di virtù praticata tra le contraddizioni, le censure e i rimproveri, vale meglio di dieci libbre di virtù praticata nella calma».
Francesco di Sales non attendeva e non desiderava altra grandezza e altra prosperità in questo mondo, che quelle che il Figlio di Dio ha avuto nella mangiatoia di Betlemme, perché, diceva, «chiunque ha il suo cuore in cielo non si mette punto in pena delle cose della terra». Questa elevazione d'anima al di sopra dei beni di questo mondo gli faceva dire: «Quando si ha poco, si ha meno da dare, meno cure per spendere, meno preoccupazioni per conservare o distribuire, meno conti da rendere a Dio. Per essere contenti di questo poco, non c'è che da considerare coloro che sono più poveri di noi: poiché noi non siamo poveri che comparativamente. Se non vogliamo che il necessario, non saremo quasi mai poveri; se vogliamo tutto ciò che la passione domanda, non saremo mai ricchi: il segreto per arricchirci in poco tempo e a poco prezzo, è dunque di moderare i nostri desideri, è di imitare gli scultori, che fanno la loro opera per sottrazione, e non i pittori, che fanno le loro per addizione. Per me, conosco appena la povertà: Dio mi è stato così buono, che mi ha dato ciò che desiderava il Saggio, uno stato di mezzo tra i bisogni dell'indigenza e l'abbondanza delle ricchezze; e, contento della mia sorte, mi stimo ricco». Fu questo spirito di povertà evangelica che gli ispirò le sue immense elemosine, la sua indifferenza per i beni temporali e la sua resistenza alle proposte di ricchi benefici che gli furono fatte.
«Bisogna vivere in questo mondo», diceva san Francesco di Sales, «come se avessimo lo spirito in cielo e il corpo nella tomba. L'orazione senza la mortificazione è un'anima senza corpo, così come la mortificazione senza l'orazione è un corpo senza anima». Conformemente a questa massima, il Santo si applicava a praticare ogni sorta di mortificazioni, dandosi la disciplina fino al sangue; immolando in sé tutto l'uomo a Dio, cioè mortificando il suo spirito, il suo giudizio, la sua volontà e il suo amor proprio; consegnandosi a un digiuno rigoroso, di cui tuttavia si asteneva quando vedeva che la sua salute poteva soffrirne: «Poiché», diceva, «è nell'ordine di Dio che noi trattiamo i nostri corpi secondo le loro infermità, che li risparmiamo come poveri malati, con carità e pazienza; e questo esercizio non è il meno meritorio, perché mortifica il cuore e il coraggio. Se l'adempimento dei nostri doveri ci procura qualche malattia o abbrevia i nostri giorni, bisogna benedirne Dio e soffrirlo di buona grazia; ma, a parte ciò, il rispetto per la Provvidenza e la carità per noi stessi ci obbligano ad astenerci dalle penitenze che rovinano la salute, perché, come è una delicatezza che risente della donna, essere troppo teneri sulla propria salute, sarebbe anche una fierezza che risentirebbe della barbarie disprezzarla del tutto... Come lo spirito non può sopportare il corpo quando è troppo grasso, il corpo non può sopportare lo spirito quando è troppo magro: bisogna trattare il corpo come suo figlio, correggerlo senza ammazzarlo». — Evitava, nel nutrimento, tutto ciò che risentiva della sensualità e della ricerca. Un giorno che gli avevano servito un piatto di uova in camicia che nuotavano nell'acqua, continuò, dopo aver mangiato le uova, a intingere il suo pane nel piatto dove non restava più che dell'acqua, e quando gliene fu fatta la rimostranza: «Avete avuto gran torto», rispose, «a scoprirmi il mio errore: poiché, grazie al mio appetito, non ho mangiato quasi altra salsa che questa; tanto è vero il proverbio: Non c'è salsa come l'appetito». Un altro giorno, gli servirono per sbaglio un uovo tutto marcio che mangiò senza dirne nulla; e quando gli si testimoniò la pena che si provava per questo sbaglio: «Ne abbiamo così spesso mangiato di buoni», rispose dolcemente; «perché non ne mangeremmo di cattivi, se Dio permette che ci siano presentati? Non prendere ciò che vi si serve, e fare scelta dei cibi, è mostrare uno spirito attento ai piatti e alle salse; mangiare ciò che è buono senza compiacersene, ciò che è cattivo senza testimoniarne avversione, e mostrarsi così indifferenti nell'uno come nell'altro, ecco la vera mortificazione». Era così che praticava questa parola di Nostro Signore: «Mangiate ciò che vi si serve», e che la raccomandava agli altri. Monsignor di Belley racconta a questo proposito un tratto affascinante di mortificazione del Santo: «Un giorno», dice, «che gli avevo servito alla mia tavola un pezzo molto delicato, mi accorsi che lo metteva abilmente in un angolo del suo piatto, per mangiarne uno più grossolano. — Vi sorprendo sul fatto, gli dissi. E dov'è il precetto: Mangiate ciò che vi si servirà? — Voi non sapete dunque, mi rispose, che ho uno stomaco da contadino che ha bisogno di carni solide; i vostri cibi delicati non lo sosterrebbero. — Padre mio, ripresi, queste sono le vostre scuse, è con tali astuzie che nascondete la vostra mortificazione. — Certamente, esclamò, non ci intendo alcuna finezza, e vi parlo in tutta sincerità. Convengo che il mio appetito trova più gusto nei cibi delicati; ma, poiché si è a tavola per nutrirsi e non per soddisfare la golosità; poiché non si deve mangiare che per vivere, prendo ciò che so nutrirmi meglio. Sarebbe vivere per mangiare scegliere il proprio nutrimento in base al gusto dei cibi e delle salse. Nondimeno, per fare onore alla vostra buona cucina, se avete pazienza, vi darò contentamento; e, dopo aver gettato le fondamenta del pasto con questi nutrimenti più sostanziosi, li coprirò con le delicatezze che avete da servirmi».
Un'altra virtù del santo prelato era una pazienza mescolata a tanto amore e dolcezza, che non lo si sentiva mai formare il minimo desiderio che non fosse conforme alla volontà di Dio. «La condiscendenza agli umori altrui, il dolce, ma giusto supporto del prossimo, ecco», diceva, «le mie virtù care: oh! quanto è ben più presto fatto di accomodarsi agli altri che voler piegare gli altri ai nostri umori e alle nostre opinioni!» Guardava la persecuzione come il sovrano bene della vita presente, perché, diceva, «coloro che sono ingiustamente perseguitati portano meglio la somiglianza del Salvatore, e conducono una vita nascosta con Gesù Cristo in Dio: appaiono cattivi e sono buoni, morti e sono viventi, poveri e sono ricchi, folli e sono saggi, detestati davanti agli uomini, ma in benedizione davanti a Dio». — A questa virtù, Francesco di Sales univa un'uguaglianza d'anima perfetta che prendeva la sua fonte nell'umiltà e nella mortificazione. «Quando l'universo», diceva, «fosse sconvolto sottosopra, non bisognerebbe turbarsi, perché l'universo non vale la pace dell'anima». E questo è ciò che gli faceva dire a santa Chantal: «Ci accade qualche pena? bisogna riceverla con una sottomissione calma al buon piacere di Dio. Ci accade qualche soggetto di gioia? bisogna riceverlo pacificamente e moderatamente, senza per questo sussultare. Bisogna fuggire il male? bisogna che sia pacificamente e senza turbarci; altrimenti, fuggendo, potremmo cadere e dare al nemico il tempo di ucciderci. Bisogna fare il bene? bisogna farlo pacificamente; altrimenti, faremmo molti errori affrettandoci. Si è colpiti dal numero delle proprie imperfezioni? non bisogna turbarsene; poiché non c'è nulla che le conservi più dell'inquietudine e dell'affanno di toglierle. Infine, si è in balia degli assalti delle tentazioni? non bisogna per questo né inquietarsi né cambiare postura: è il diavolo che va ovunque attorno al nostro spirito, frugando per vedere se potrebbe trovare qualche porta aperta». Tenendo invariabilmente alla pratica di questa virtù, si vedeva in lui, ovunque e sempre, la stessa modestia e la stessa dolcezza, la stessa affabilità, la stessa uguaglianza d'anima e di portamento, la stessa attenzione a piacere a Dio e a rendere la virtù amabile agli altri.
Si rappresenta san Francesco di Sales: 1° tenendo con una mano un cartiglio dove si leggono queste parole: Viva Gesù (era l'intestazione di quasi tutte le sue lettere); e dall'altra un cuore infiammato, per allusione alla sua grande carità, al suo *Trattato dell'amore di Dio* e agli stemmi che scelse per le sue care figlie della Visitazione; 2° apparendo a san Vincenzo de' Paoli sotto la forma di un globo luminoso al quale viene ad aggiungersi un altro globo più piccolo (santa Chantal), per andare entrambi a perdersi in un'immensa sfera di fuoco (Dio stesso) che li attira dall'alto.
È il patrono di Annecy, di Chambéry e delle Visitandine.
Culto, canonizzazione e reliquie
Beatificato nel 1661 e canonizzato nel 1665, il suo corpo riposa ad Annecy mentre il suo cuore è oggetto di una particolare devozione a Lione.
## CULTO E RELIQUIE.
Non appena la notizia della morte del santo vescovo si diffuse nella città di Lione, un grido unanime e spontaneo ne proclamò la santità: i fedeli accorsero in massa per onorare il suo corpo e far toccare ad esso i loro rosari e altri oggetti di devozione. Avendo l'intendente di giustizia ordinato di aprirlo e imbalsamarlo, tutto il sangue che scorse durante questa operazione fu raccolto dalla pietà dei fedeli in panni e fazzoletti come preziose reliquie. Si arrivò persino a raschiare il tavolo e il pavimento dove ne erano cadute alcune gocce, e a raccogliere religiosamente tutto ciò che era servito al santo malato. Gli furono resi gli onori funebri nella chiesa della Visitazione, il 30 dicembre. Il santo deposito partì da Lione il 18 gennaio 1623 e, al suo arrivo ad Annecy, gli furono fatti funerali magnifici, dopo i quali il corpo fu deposto nella chiesa della Visitazione, in un modesto mausoleo dedicato alla sua memoria. Questo luogo divenne presto meta di pellegrinaggio, dove la folla accorreva da ogni parte per venerare le spoglie del santo vescovo. Le sue lettere, i suoi libri, i suoi abiti, tutto ciò che era stato in suo uso, fu piamente raccolto come altrettante reliquie. In mezzo a questa venerazione universale, la Francia non rimase indietro; la pietà dei suoi fedeli lo invocò come un Santo e i suoi vescovi, nell'assemblea del clero del 1625, indirizzarono al papa Urbano VIII una lettera collettiva per chiedere la beatificazione del servo di Dio. Il clero di Francia non si fermò a questa prima richiesta e reiterò le sue sollecitazioni l'11 agosto 1659, il 12 gennaio 1656, il 2 settembre 1660 e il 15 giugno 1661, tanto aveva a cuore la glorificazione del santo vescovo.
Santa Giovanna Francesca di Chantal, testimone dei miracoli senza numero che si operavano ogni giorno sulla tomba del servo di Dio, fece promuovere informazioni giuridiche sulla sua vita e sui suoi miracoli. Un'inchiesta ufficiale, ordinata dalla Santa Sede, iniziò ad Annecy nel 1627 e il 6 agosto 1632 si procedette all'apertura della tomba: il corpo fu trovato senza lesioni né alterazioni. Gli atti del processo, portati a Roma nel 1634, furono depositati negli archivi del Vaticano. Grazie agli intrighi dei Giansenisti per ostacolare la beatificazione, la causa rimase ferma fino al 1655. Sotto il pontificato di Alessandro VII, nel 1656, si riprese il perseguimento del processo e il decreto di beatificazione fu emesso il 28 dicembre 1661. Infine, dopo nuove inchieste e nuove discussioni, il beato Francesco di Sales fu solennemente canonizzato il 19 aprile 1665. Il nome del Santo fu da allora su tutte le bocche come in tutti i cuori, e numerosi miracoli, conversioni eclatanti, furono la ricompensa di un culto religioso così fervente.
All'epoca della Rivoluzione, il corpo del Santo fu deposto in un luogo segreto per sottrarlo alle mani sacrileghe dei rivoluzionari. Dopo il regno del Terrore, quando fu permesso di riaprire i templi, le figlie della Visitazione di Annecy si costruirono un nuovo monastero e una nuova chiesa: il corpo del santo vescovo fu deposto in una magnifica teca e trasportato in grande pompa alla chiesa della Visitazione. La teca è posta sopra l'altare, contro la parete di fondo del santuario, e numerosi pellegrini vi si recano ogni giorno per venerare le preziose reliquie ivi racchiuse.
Il cuore di san Francesco di Sales fu deposto nella chiesa della Visitazione di Bellecour, a Lione; ma prima di racchiuderlo nella scatola di piombo che doveva contenerlo, fu deposto tra le mani di santa Giovanna Francesca di Chantal che si trovava allora in quella città, e quando si volle riporlo nella scatola, una particella di quel cuore prezioso si staccò e rimase nelle mani della Santa. Il monastero della Visitazione di Nevers possiede questa particella venerata. Quanto al cuore depositato nella chiesa della Visitazione di Bellecour, fu posto più tardi in un reliquiario d'argento, poi in un magnifico reliquiario d'oro, dono di Luigi XIII. Quando le religiose di Bellecour abbandonarono il loro monastero, a seguito delle persecuzioni dei rivoluzionari, si rifugiarono a Venezia e portarono con loro questo prezioso deposito.
Oltre alla particella del cuore del santo vescovo di Ginevra, di cui abbiamo parlato, e diverse particelle della sua carne, le Visitandine di Nevers possiedono ancora: 1° la sua mitra, tessuta e confezionata da santa Chantal; era quella di cui si serviva più ordinariamente: fu inviata da M. Jean-François de Sales, fratello del Santo, a Mme de Montmorency; 2° la casula di cui il Santo si servì per celebrare la santa messa quando venne a Moulins; 3° il piccolo Recueil des Constitutions che portava abitualmente con sé; 4° diverse sue lettere autografe; 5° il suo ritratto, in miniatura, che santa Chantal possedeva e di cui si spogliò in favore di Mme de Montmorency.
Abbiamo analizzato, per questa biografia, la Vie de saint François de Sales, di M. Hamon, parroco di Saint-Sulpice; e l'abbiamo completata con l'Hagiographie Nisernaise, di Mons. Crosnier; e le Caractéristiques des Salésiens, del R. P. Cahier. — Vedere il Supplemento, per i suoi scritti.
--SANT'ANTONIO, MONACO DI LÉRINS (verso il 525).
Sant'Antonio, na to in Pannonia, era figlio di SAINT ANTOINE, MOINE DE LÉRINS Monaco di Lerino menzionato alla fine del testo (biografia distinta). Secondino, che la sua nascita rendeva raccomandabile secondo il mondo. Non aveva ancora che otto anni quando perse il padre. San Severino, apostolo dell'Austria e della Baviera, ebbe occasione di conoscerlo; fu così colpito dalle benedizioni di cui il cielo lo aveva prevenuto, che annunciò che sarebbe stato un giorno un grande servo di Dio. Verso l'anno 482, Antonio si ritirò presso il vescovo di Costanza, suo zio paterno, e passò poi in Italia. Avendo sentito parlare di un santo sacerdote chiamato Mario, che dimorava in Valtellina, si mise sotto la sua guida e fece grandi progressi nella virtù. Ma poiché si voleva elevarlo agli ordini sacri, fuggì nelle Alpi, verso il Milanese, e si fermò vicino alla tomba di san Fedele, su una montagna deserta. Vi trovò due eremiti che lo ammisero nella loro compagnia, ma che la morte portò via successivamente. Risolse di restare solo in quel luogo. La sua preghiera era continua e i suoi digiuni rigorosi. Non prendeva riposo se non quando la natura esausta lo costringeva. Un uomo vestito da eremita venne un giorno a chiedergli ospitalità: credette che fosse un solitario che conduceva lo stesso genere di vita che lui; ma Dio gli fece conoscere che era un malfattore che, col favore di quel travestimento, voleva sfuggire alle ricerche della giustizia: lo obbligò ad andarsene. Le visite che la sua reputazione cominciava ad attirargli gli divennero presto insopportabili. Si addentrò nel deserto e visse diversi anni sconosciuto sotto una roccia. Alla fine lo si scoprì e si accorse da ogni parte alla sua caverna. La lasciò e venne a rinchiudersi nel monastero di Lérins. I monaci che l'abitavano trovarono in lui un modello di perfezione tale che non ne avevano mai visto tra loro. Ma non lo possederanno a lungo: non erano che due anni che era a Lérins quando morì. Si pone la sua morte verso l'anno 525. Il suo nome, che diversi miracoli resero celebre, si legge in questo giorno nel martirologio romano.
Godescard. — Vedere la sua vita scritta da sant'Ennodio, vescovo di Pavia, autore contemporaneo. La si trova tra le opere di questo santo vescovo, di cui il P. Sirmond ha dato una buona edizione, così come nel Recueil di Surius e nella Cronaca di Lérins, di Baraïl.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita al castello di Sales il 21 agosto 1567
- Tonsura clericale il 20 settembre 1578
- Studi a Parigi (Clermont) e Padova
- Dottorato in diritto a Padova nel settembre 1591
- Ordinazione sacerdotale il 18 dicembre 1593
- Missione nel Chiablese per convertire i protestanti (1594-1598)
- Consacrazione episcopale l'8 dicembre 1602
- Fondazione dell'Ordine della Visitazione con Giovanna di Chantal (1610)
- Pubblicazione del Trattato dell'amor di Dio
- Morto a Lione il 28 dicembre 1622
Miracoli
- Guarigione inaspettata da una malattia mortale a Padova
- Resurrezione di un bambino morto senza battesimo a Thonon
- Visione della Santissima Trinità durante la sua consacrazione episcopale
- Incorruttibilità del corpo constatata nel 1632
Citazioni
-
Viva Gesù che amo!
Motto personale -
Tutto per amore, nulla per forza.
Massima di direzione -
Bibe, fili mi, aquam de cisterna tua.
Papa Clemente VIII durante il suo esame