6 aprile 17° secolo

Caterina Mechtilde del Santissimo Sacramento

DEL SANTISSIMO SACRAMENTO, ISTITUTRICE DELLE RELIGIOSE DELL'ADORAZIONE PERPETUA

Istitutrice delle Religiose dell'Adorazione Perpetua

Festa
6 aprile
Morte
6 avril 1698 (naturelle)
Categorie
religiosa , fondatrice , mistica
Epoca
17° secolo

Catherine de Bar, in religione Madre Mechtilde del Santissimo Sacramento, è la fondatrice dell'Istituto delle Benedettine dell'Adorazione Perpetua. Nata nei Vosgi, attraversa le guerre di Lorena prima di stabilire a Parigi, sotto la protezione di Anna d'Austria, un ordine dedicato alla riparazione degli oltraggi verso l'Eucaristia. La sua vita fu segnata da intense sofferenze fisiche e da una mistica incentrata sullo stato di vittima e sull'amore puro.

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Sezioni di lettura: 8

LA REVERENDA MADRE CATERINA MECHTILDE

DEL SANTISSIMO SACRAMENTO, ISTITUTRICE DELLE RELIGIOSE DELL'ADORAZIONE PERPETUA

Vita 01 / 08

Giovinezza e prima vocazione

Nata a Saint-Dié nel 1614, Catherine de Bar manifestò fin dall'infanzia una pietà precoce e un desiderio di consacrazione totale a Dio.

Questa donna illustre venne al mondo a Saint-Dié, nei Vosgi, il 31 dicembre 1614; fu battezzata il giorno seguente con il nome di Ca therine. Catherine Fondatrice dell'Istituto delle Benedettine dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Suo padre si chiamava Jean de Bar e sua madre Marguerite Guyon; essi ebbero grande cura di educare i propri figli nella sapienza cristiana: tra questi figli, Dio scelse la piccola Catherine e la favorì di grazie singolarissime fin dai suoi anni più teneri. Non aveva ancora raggiunto l'età di tre anni che si sentì portata a donarsi interamente a Dio in modo particolare; e l'impressione che ne conservò le fece sempre pensare di appartenere a Dio e di dover vivere solo per Lui.

Essendo più avanti negli anni, una formula dei voti che si pronunciano nell'Ordine di San Francesco d'Assisi le capitò tra le mani; la trovò così conforme ai suoi sentimenti che non si stancava mai di ripeterla. Gesù Cristo cominciò a renderla partecipe della sua croce, fin dall'età di otto anni, con una malattia che le tolse l'uso della vista; ma avendola recuperata, non senza un soccorso speciale, Dio le riservò un'altra prova, con la morte di sua madre che amava teneramente; il buon uso che fece di questa afflizione fece conoscere che era già ben al di sopra della sua età: poiché andò a gettarsi ai piedi della Santa Vergine, pregandola di farle da madre, e da allora vi fece sempre ricorso nei suoi pressanti bisogni. Fece la sua prima comunione all'età di nove anni, contro l'usanza, perché si videro in lei disposizioni che permettevano di anticiparle questa grazia. Le benedizioni da cui fu prevenuta in questa azione furono come un germe sacro che ne fece nascere un'infinità di altre nel seguito della sua vita.

Sempre in guardia contro la leggerezza comune alle giovani persone della sua età, nel mezzo dei piccoli divertimenti che formava con le sue compagne, si sottraeva segretamente per andare a praticare discipline così dure che a volte ne cadeva in deliquio. All'età di quattordici o quindici anni, il racconto degli spaventosi sacrilegi commessi dagli eretici contro il Santissimo Sacramento, al tempo delle guerre di Germania dell'anno 1629, la toccarono così vivamente che, animata da uno zelo ardente per vendicare gli interessi della gloria di questo augusto Mistero, si offrì fin da quel tempo alla divina Maestà per esserne la vittima; fu un presagio dei grandi disegni che Dio aveva su di lei per l'istituzione dell'Adorazione perpetua, di cui è diventata in seguito la degna istitutrice.

Vita 02 / 08

L'esperienza delle Annunziate e le guerre

Entra tra le Annunziate di Bruyères nel 1632, ma i flagelli della guerra in Lorena la costringono a fuggire dal suo monastero saccheggiato.

Il timore dei pericoli che si corrono nel mondo la spinse a entrare, nonostante le insistenze dei suoi genitori e dei suoi amici, in un monastero delle Annunziate delle Dieci Virtù, situato nel borgo di Bruyères, a quattro leghe da Saint-Dié; vi ricevette l'abito nel 1632 e vi prese il nome di suor San Giovanni Evangelista. La superiora di questa casa, che era molto esperta nelle vie di Dio, conobbe le grazie particolari di cui Dio favoriva questa giovane novizia: la guidava conformemente alla sua inclinazione; non vi era mortificazione che non volesse intraprendere, e la saggia superiora le lasciò anche la libertà di fare molte più penitenze di quante ne permettesse alle altre novizie, delle quali Dio non chiedeva ciò che esigeva da suor San Giovanni; permise che in quello stesso tempo la Comunità fosse colpita da febbri maligne, che misero quasi tutte le religiose nell'impossibilità di assistere all'ufficio divino e all'orazione comune: suor San Giovanni, che fu preservata da questa pericolosa malattia, si trovava spesso sola ai Mattutini, e allora, volendo supplire alle assenti, vi adempiva con una pietà straordinaria. I demoni le tesero frequenti insidie. Avendo superato questi attacchi, fu provata da tentazioni più sottili; poiché, essendo obbligata a lasciare essa stessa l'ufficio divino per servire da infermiera alla Madre priora, il demonio le suggerì che era chiamata a uno stato più perfetto, che non poteva adempiere in quella casa agli obblighi della vita religiosa. La virtuosa novizia trionfò su tutti questi assalti con un soccorso speciale della santa Vergine, alla quale rappresentava tutte le pene e le terribili agitazioni nelle quali si trovava, pregandola di ottenerle soccorso e prendendola come sua principale Madre maestra. Questa preghiera ebbe un felice successo; e la nostra novizia assicura, nei suoi scritti, di aver ricevuto una protezione molto speciale dalla santa Vergine, da quando si fu rivolta a lei con una perfetta fiducia.

Avvicinandosi il tempo della sua professione, vi si preparò con un ritiro di quaranta giorni, durante i quali ricevette grazie e lumi ammirevoli, riguardanti la perfezione dello stato religioso; passò la notte della vigilia del giorno della sua professione in chiesa, davanti al Santissimo Sacramento, dove il suo cuore le sembrò consumarsi tra le fiamme dell'amore divino, in attesa del momento felice del suo sacrificio. Dopo la sua professione, fece ancora un ritiro di dieci giorni, che viene comunemente chiamato nell'Ordine il Silenzio della Sposa, durante il quale non è permesso nemmeno parlare alla superiora. La nostra nuova professa fece progressi così grandi in tutte le virtù religiose che, in una congiuntura in cui la comunità si trovò senza superiora, il provinciale giudicò opportuno affidarne, per commissione, il governo a suor San Giovanni, sebbene avesse allora solo diciannove anni.

Bisognava avere la prudenza e la saggezza di cui il cielo l'aveva favorita per sostenere le disgrazie che accaddero alla comunità di cui le era stata affidata la cura. Appena ebbe preso qualche conoscenza degli affari di quella casa, fu avvertita che dei soldati nemici (la Lorena era allora teatro di guerre sanguinose) si avvicinavano al monastero, e che bisognava uscirne al più presto se lei e le sue religiose non volevano essere esposte ai loro insulti. Approfittò molto felicemente di questo avviso e uscì con le sue figlie; l'esercito arrivò, il borgo e il monastero furono saccheggiati e bruciati; ella rimase per due anni e mezzo nel mondo con la sua comunità, della quale aveva una cura particolare, tanto per lo spirituale quanto per il temporale; giunto il tempo delle elezioni, fu eletta senza alcuna difficoltà come superiora in tutte le forme ordinarie.

Vita 03 / 08

Passaggio all'Ordine di San Benedetto

Sotto l'influenza di Madre Bernardine, si unì alle Benedettine di Ramberviller nel 1639 e prese il nome di Mechtilde.

Lo stato degli affari della provincia, che era in un turbamento continuo, la costrinse a lasciare Épinal, dove si trovava allora e dove soffriva un'estrema miseria; e, in virtù di un'obbedienza del superiore del suo Ordine, si recò a Saint-Dié, luogo della sua nascita, presso suo padre, dove rimase circa sei settimane con la sua piccola comunità. Durante il soggiorno che vi fecero, Dio permise che venisse a conoscenza del monastero delle Benedettine di Ramberviller, situato a quattro leghe da Saint-Dié, la cui superiora le offrì asilo nella sua casa. Accettò questa offerta e si recò a Ramberviller con la sua comunità, dove gustò con un nuovo piacere il fascino e le delizie della solitudine, del silenzio e della regolarità, vivendo con le sue figlie secondo le regole della loro professione: ciò durò per lo spazio di quattordici o quindici mesi, durante i quali questa virtuosa superiora rivolgeva ogni giorno nuove preghiere a Dio per conoscere la sua santa volontà su di lei nella penosa situazione in cui si trovava.

La madre priora, avendo scoperto i tesori di grazie che Dio aveva racchiuso in Madre Saint-Jean, non pensò più che ai mezzi per attirarla all'Ordine di San Benedetto. Un giorno, mentre conversavano insieme sull'impossibilità di ristabilire il monastero di Bruyères e sui tristi incidenti ai quali le religiose erano esposte in tempo di guerra, Madre Bernardine le rappresentò l'obbligo che aveva di vegliare sulla sicurezza della sua persona, aggiungendo che i santi Canoni permettevano di passare da un Ordine a un altro più austero; Madre Saint-Jean rifletté su questo e, avendo concepito inoltre una stima altissima della Regola di San Benedetto, che vedeva osservata alla lettera in quella casa, pregò molto per conoscere la volontà di Dio in un affare di tale importanza. Consultò i più abili dottori, i quali decisero che non solo poteva fare questo cambiamento, ma che doveva farlo in una simile congiuntura; dopo di che lavorò per ottenere i permessi necessari che le furono accordati; in seguito, la sua prima cura fu di collocare le poche religiose che le restavano in diverse case del loro Ordine. Prese l'abito di San Benedetto il 2 luglio 1639. Il suo nome fu cambiato in quello di Mechtilde: ebbe felicemente come maestra la venerabile Madre Benoîte de la Passion, mor ta in odo Mechtilde Fondatrice dell'Istituto delle Benedettine dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. re di santità in quel monastero nel 1668.

Madre Mechtilde fece infine la sua seconda professione l'11 luglio 1640; fu in quel periodo che iniziò ad avere parte alle comunicazioni più sublimi di cui Dio favorisce le sue spose quando gli piace. Divenne in breve tempo un perfetto modello di perfezione per tutta la comunità; ma il dolce riposo di cui godeva in quella casa fu presto interrotto dal proseguire delle guerre, che ridussero infine il monastero di Ramberviller a una così estrema povertà che, per un comando del gran vicario di Toul, diverse religiose di quella casa, tra cui Madre Mechtilde, andarono a rifugiarsi nella città di Saint-Mihiel, dove mantennero tutte la loro Regola con un'edificazione che attirò loro la stima e la venerazione di tutto il paese.

Vita 04 / 08

Esilio a Parigi e direzione spirituale

Rifugiata a Parigi nel 1641, viene aiutata da san Vincenzo de' Paoli e intraprende una vita di mortificazioni estreme sotto la direzione di Padre Jean Chrysostome.

Soffrirono in quel luogo oltre ogni dire; i soccorsi che erano stati loro promessi vennero a mancare; tutti provavano compassione per loro, ma nessuno era in grado di offrire il sollievo di cui avevano bisogno, il che le costrinse a cercare aiuto altrove. Il 21 agosto 1641, partì da Saint-Mihiel con una delle sue compagne; arrivarono a Parigi il 29 e si stabilirono presso Madame Le Gras, fondatrice e prima superiora delle Figlie della Carità. Il giorno seguente, san Vincenzo de' Paoli, generale dei Padri dell a Missione, le condus saint Vincent de Paul Santo contemporaneo di Olier, fondatore dei Preti della Missione. se a Montmartre e le presentò a Madame de Beauvilliers, che ne era badessa, la quale le accolse, insieme alla sua comunità, con tutte le testimonianze di benevolenza che ci si poteva attendere dalla carità più tenera e perfetta. Madre Mechtilde non dimenticò le sue compagne; ottenne che venissero fatte venire e furono collocate in diverse abbazie dell'Ordine di San Benedetto. Qualche tempo dopo, avendole una dama offerto una casa a Saint-Maur, a due leghe da Parigi, affinché servisse loro da ospizio, vi si riunirono nell'anno 1643, sotto la guida di Madre Bernardine de la Conception, che cedette presto il suo posto a Madre Mechtilde e tornò a Ramberviller.

Fu in quest'epoca che Madre Mechtilde conobbe il signor de Bernières, tesoriere di Francia a Caen, e il Padre Jean Chrysostome, ex provinciale dei religiosi Penitenti, che si re se meritevole per la Père Jean Chrysostome Religioso penitente e influente direttore spirituale di Caterina de Bar. grande esperienza che possedeva negli stati di orazione più sublimi e per il generoso disprezzo che nutriva per tutte le cose terrene. Quest'uomo grande comprese perfettamente l'estensione della grazia di Madre Mechtilde; andava spesso a trovarla a Saint-Maur per conferire con lei sui mezzi più sicuri per tendere alla perfezione. Disse spesso di trovare più spiritualità nel piccolo ridotto di Saint-Maur che in tutta la grande città di Parigi e che, per quanto teologo fosse, Madre Mechtilde del Santissimo Sacramento gli aveva insegnato segreti che non trovava nei libri.

Questo saggio direttore comprese che bisognava lasciare a Madre del Santissimo Sacramento più libertà di quanta ne avesse nell'esercitarsi nelle pratiche della penitenza; ella continuava tuttavia, da lungo tempo, a essere incomodata da una tosse molto fastidiosa e appariva così fortemente colpita ai polmoni che si giudicò che, se non vi si fosse apportato un pronto rimedio, non ne sarebbe scampata. Madre Bernardine de la Conception, temendo di perderla, la fece curare dai più abili medici di Parigi, ma inutilmente. Padre Jean Chrysostome giudicò che bisognasse lasciarle intraprendere un genere di vita molto austero. Ella ridusse quindi molto il suo sonno; la si vedeva continuamente in orazione; prendeva ogni giorno la disciplina; i suoi digiuni erano molto rigorosi e osservava, con tutto ciò, di recarsi con fedeltà inviolabile a tutti gli uffici del coro e della comunità.

La Madre priora acconsentì solo a stento a tutte queste mortificazioni, ma si vide costretta a lasciare da parte il proprio giudizio per non opporsi ai disegni di Dio su Madre Mechtilde la quale, per quanto inferma fosse, passava, oltre a quanto abbiamo detto, tre ore in preghiera ogni notte, in un luogo dove faceva molto freddo, avendo i piedi e le ginocchia nudi, e si recava segretamente, prima e dopo i Mattutini, in un luogo appartato, a offrirsi alla divina Giustizia, lacerando il suo corpo fino al sangue con rudi flagellazioni; portò a lungo una cintura di ferro, armata di punte acuminate, che entrarono profondamente nella sua carne; ma poiché praticava queste austerità solo con permesso e sotto obbedienza, lasciò quella cintura non appena le fu ordinato; ma, non volendo ammettere alcun testimone che potesse venire a conoscenza di questa orribile mortificazione, ebbe abbastanza coraggio da strapparla lei stessa con violenza. Dio solo ha conosciuto il dolore che soffrì in questa crudele operazione, dalla quale fu pericolosamente malata e rimase incomodata fino alla fine dei suoi giorni.

Fondazione 05 / 08

Fondazione dell'Adorazione perpetua

Nel 1652, con il sostegno di Anna d'Austria e di diverse nobildonne, fondò l'Istituto dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.

Dopo tutte le prove di cui abbiamo parlato, la sapienza divina, che ha i suoi tempi per l'esecuzione dei suoi disegni, giudicò opportuno compiere nella Madre Mechtilde quello dell'istituzione dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento dell'altare. Diverse persone di rara pietà assicurarono che Dio voleva servirsi di lei per questa grande opera. La contessa di Châteauvieux, che riconobbe l'elevazione dello spirito e la grazia della Madre Mechtilde, le promise di assisterla in tutto ciò che avrebbe intrapreso per la gloria di Gesù Cristo. La marchesa di Bauves le offrì diecimila lire, la marchesa di Sessac seimila e la signora Mangot tremila, se avesse voluto stabilire questa Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento tra le sue figlie.

La signora di Châteauvieux ebbe pene inconcepibili per superare le difficoltà della Madre Mechtilde del Santissimo Sacramento in questa faccenda, perché non poteva risolversi, diceva, a lasciare la sua povertà, né a dare il suo nome per un affare di prestigio; e non vi fu che l'autorità di un grande prelato, a cui fece la dichiarazione di questo disegno in confessione, che la determinò ad acconsentire all'esecuzione di questa bella opera. Il contratto di fondazione fu stipulato il 14 agosto 1652, firmato dalle quattro dame sopra nominate. La regin a Anna d'Austri Anne d'Autriche Regina di Francia che assistette alle missioni di Giovanni Eudes. a approvò questo stabilimento e diede ordine che vi si lavorasse incessantemente; volle persino, nelle lettere patenti, prendere il titolo di Fondatrice, affinché le religiose potessero godere dei privilegi accordati alle case di fondazione reale, senza impedire, tuttavia, che la contessa di Châteauvieux e la marchesa di Bauves godessero di tutti gli onori legati a tale qualità, come principali benefattrici del monastero. Sua Maestà diede ordine al governatore di Parigi, il signor de l'Hôpital, di far conoscere le sue intenzioni in merito agli scabini, i quali diedero tutti con piacere il loro consenso, e se ne fecero spedire lettere particolari.

La Madre Mechtilde, che era sempre attenta a ritirarsi e a nascondersi per dedicarsi agli esercizi interiori dell'orazione, fece tutto il possibile per non essere dichiarata superiora; ma, non potendosene scusare, si trovò costretta a caricarsi di questo peso e, vedendo tutti gli affari in ottimo stato da parte delle potenze secolari, pensò seriamente a farsi autorizzare dai superiori ecclesiastici, che contribuirono quanto poterono con il loro potere a consolidare questa bella opera. Gli affari di questo santo Istituto erano in questa felice situazione, quando piacque a Dio di provare ancora la Madre Mechtilde con mille difficoltà e imbarazzi. Fu censurata su tutto: soffrì mille affronti: le si volle far intendere che mai delle figlie avrebbero avuto la forza di sostenere l'Adorazione perpetua durante i giorni e le notti delle più rigide stagioni invernali; che era un'impresa troppo audace e troppo temeraria. Si istruirono informazioni contro la sua vita e i suoi costumi; si interpretò maliziosamente ciò che era accaduto negli altri luoghi in cui aveva dimorato. Si parlò di sottoporla a una specie di inquisizione per esaminare le sue vie e i suoi stati spirituali.

La degna religiosa non si turbò mai in tutti questi diversi attacchi: li sopportava con una pazienza angelica. Si univa interiormente a coloro che l'accusavano e aderiva alle loro ragioni. Scrivendo in merito al suo confessore, gli disse: «Nostro Signore mi fa una grazia che non è piccola; è che in tutto ciò di cui mi si può accusare e umiliare, trovo che coloro che mi biasimano abbiano ragione. Ciò è così giusto, che non ho alcuna parola per scusarmene». Ecco ancora come si spiega su questo soggetto, scrivendo al signor de Bernières: «Diverse persone mi procurano croci quanto possono, e se Nostro Signore mi lasciasse sentire ciò che si fa e ciò che si dice, forse crederei di essere ben crocifissa; ma non vedo altro che Gesù Cristo ovunque, e in tutti gli incontri spiacevoli, tutto in Dio, e Dio in tutto. Non voglio più nulla se non perdermi nel suo amore. Pregate Nostro Signore che mi distrugga come gli piacerà; che faccia la sua opera annientandomi. Mi sembra di trarne troppa soddisfazione, e temo di non esservi abbastanza morta».

Aveva preso come motto queste parole del Cantico, che aveva un poco cambiato: Fulcite me opprobriis: stipate me pudore et confusione quia amore langueo: «Sostenetemi con la moltitudine degli obbrobri, fortificatemi coprendomi di confusione e di ignominia, perché languisco d'amore». Aveva un'attrazione particolare per onorare l'immutabilità di Dio; amava in Dio questo attributo, non solo per una stima speciale che ne concepiva, ma cercando anche di conformarvisi e di imitarlo quanto poteva, rimanendo sempre uguale e sempre la stessa in tutti gli eventi più terribili e spiacevoli della vita, non lamentandosi mai di nulla, non esagerando mai i mali nelle sue malattie più dolorose e acute, rispettando con perfetta sottomissione tutti gli ordini di Dio e conformandovisi con compiacenza. Si è ammirata in lei questa costanza e questa uguaglianza di spirito, soprattutto durante gli ultimi dieci anni della sua vita, che sono stati per lei anni di pura sofferenza, durante i quali prendeva piacere nel vedersi distruggere e consumare nello stato di vittima che portava abitualmente. Se la Madre Mechtilde riceveva con tanta conformità e umiltà tutte le opposizioni e le avversità che le arrivavano riguardo al suo nuovo Istituto, e se non pensava che ad abbassarsi e a distruggersi, Dio, d'altra parte, che era il principale autore di questo disegno, la colmava di benedizioni e fece dare la perfezione alla sua opera; poiché infine, dopo aver affittato una casa di grandezza ragionevole, dove si potesse mantenere la clausura, la regina volle fare lei stessa la cerimonia di porre la croce sulla porta, il che avvenne il 12 marzo 1654, e in seguito questa pia principessa, essendosi recata nella cappella dove il Santissimo Sacramento era esposto, vi venne a fare un sacrificio di tutte le grandezze umane, davanti a questo adorabile Salvatore, e, il cero in mano, rese omaggio di tutto ciò che era al suo sovrano Signore. È da quel giorno che le religiose di cui parliamo hanno avuto il privilegio di esporre, come fanno ogni giovedì, il Santissimo Sacramento, e di praticare nelle loro case, giorno e notte, l'adorazione perpetua di questo divino mistero; ed è per questo che le si chiama le Figlie del Santissimo Sacramento. Dimorarono alcuni anni in questa casa, situata in rue Férou, in attesa di poterne trovare una da acquistare che fosse loro conveniente. Dopo diverse ricerche, si stabilirono infine nel sobborgo Saint-Germain, in rue Cassette, dove acquistarono una casa; non appen a fu pronta, la Madre Mec Filles du Saint-Sacrement Ordine religioso fondato da Catherine de Bar. htilde vi fece venire la sua comunità: fu il 27 marzo 1659 che avvenne questo trasferimento; Henri de Maupas, allora vescovo di Le Puy, e in seguito vescovo di Évreux, fece la benedizione di questo nuovo monastero il giorno dell'Annunciazione.

Eredità 06 / 08

Espansione dell'Istituto e prove

Nonostante le calunnie e le malattie, fondò nove monasteri, di cui uno in Polonia, e redasse le costituzioni del suo ordine.

Questa venerabile fondatrice sceglieva, per l'adorazione, le ore più scomode; vi trascorreva ordinariamente dalle undici di sera fino alle quattro del mattino, senza contare altre ore durante il giorno; ciò perché si considerava una vittima consacrata a Gesù Cristo. Non appena ebbe assunto tale qualità, iniziò a divenirlo e ad esserlo realmente per stato, facendole portare Nostro Signore le pene dovute ai peccatori, nel suo corpo, tramite malattie continue, e nella sua anima, tramite disposizioni interiori così crocifiggenti che sarebbero state capaci di farla morire, se non fosse stata sostenuta da una forza superiore; difatti ha confessato che avrebbe allora ricevuto molto volentieri la morte come una grazia singolare. Per più di sette anni sopportò queste terribili prove, tanto all'esterno quanto all'interno; le angustie e le sofferenze le sembravano essere il veleno dell'inferno di cui beveva ogni giorno a piene coppe. Tutti i rimedi umani ai quali si sottoponeva per obbedienza e per condiscendenza ai desideri della sua comunità, non le servivano ordinariamente a nulla. Quando i medici l'avevano condannata a morire, riceveva talvolta una guarigione subitanea, che sorprendeva tutti. Essendo attaccata da diverse malattie che si giudicavano incurabili, e disprezzando in tale stato tutti i rimedi umani, chiese con grande insistenza alla sua comunità che trovasse opportuno farle fare un ritiro per disporsi al grande viaggio dell'eternità. Dopo grandi opposizioni, le fu lasciata piena libertà di fare tutto ciò che desiderasse riguardo a questo ritiro: da quel momento, si rinchiuse nella sua cella e nessuno vi entrò durante le sei settimane in cui rimase segregata; ne usciva solo per andare a messa a comunicarsi con la comunità; non parlava con nessuno: le portavano in un paniere ciò che le occorreva per i suoi pasti e lo lasciavano alla sua porta. È durante il tempo di questo ritiro che compose il piccolo libro che ha per titolo: Le véritable esprit des religieuses Adoratrices perpétuelles, ecc.

Questa degna Madre, che non aveva più che un soffio di vita quando entrò nel ritiro di cui abbiamo appena parlato, ne uscì con Le véritable esprit des religieuses Adoratrices perpétuelles Opera spirituale redatta da Catherine de Bar durante un ritiro. una salute perfetta e un temperamento talmente cambiato e fortificato, che divenne in grado di sostenere senza fatica le fatiche inevitabili dei nuovi stabilimenti che fece in seguito. Dopo aver sofferto contraddizioni, insulti, maldicenze, imposture e mille altri mali da parte degli uomini, e persino da parte dei demoni che non potevano sopportare il nuovo stabilimento dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, ebbe la consolazione e la soddisfazione di vedere, durante la sua vita, nove monasteri stabiliti e strettamente uniti al primo dall'uniformità della Regola e delle Costituzioni che ella redasse per impulso dello Spirito divino, che le ispirò il primo disegno dell'Istituto. Ecco l'ordine della loro fondazione: Il primo monastero è quello di rue Cassette; la croce fu posta in grande cerimonia sulla porta di questa casa, il 27 marzo 1659. Il secondo monastero è quello di Toul, fondato l'8 novembre 1664. Il terzo è quello di Ramberviller, che fu stabilito nel 1666, nel mese di aprile. Il quarto è quello di Nancy, che fu aggregato all'Istituto nel 1669, nel mese di febbraio. In seguito si stabilì quello di Rouen, e fu il giorno di Ognissanti dell'anno 1677 che vi si espose per la prima volta il Santissimo Sacramento, e l'Adorazione vi è sempre continuata da quel momento. Il sesto è il secondo di Parigi, situato in rue Saint-Louis, nel quartiere del Marais. Vi si andò ad abitare il 21 settembre 1684. Il settimo è quello di Caen, che fu associato nel 1685, il 30 settembre. L'ottavo è quello che fu stabilito in Polonia, nella città di Varsavia, nel 1687, nel mese di ottobre. Infine il nono, che è quello di Châtillon, fu fondato il 22 ottobre 1688.

Predicazione 07 / 08

Teologia della vittima e della sofferenza

La sua spiritualità è incentrata sullo stato di vittima riparatrice, sull'amore puro e sull'accettazione gioiosa delle umiliazioni e della croce.

Le sofferenze e le pene di Madre Mechtilde aumentarono negli ultimi anni della sua vita come per completare la sua perfezione. Le aveva preannunciate a molte delle sue figlie, quando queste si congratulavano con lei per i suoi talenti, per i felici successi dei suoi affari e dei suoi istituti, o per gli applausi e gli onori che riceveva da persone della più alta distinzione: «Voi mi vedete ora», diceva loro, «in una sorta di prosperità e di onore davanti agli uomini, ma le cose devono cambiare, e verrà un tempo in cui queste lodi che mi si danno, questi applausi, queste amicizie, queste testimonianze di benevolenza e di affetto, si volgeranno in disprezzo, in indignazione, in odio, in maldicenza e in detrazione».

Sotto il pesante fardello di queste croci, tanto interiori quanto esteriori, questa illustre discepola del Calvario non si lamentò mai, seguendo in ciò l'obbligo che si era imposta con un voto speciale; era molto eloquente quando discorreva sulle sofferenze, e assicurava che esse costituivano la sovrana felicità di questa vita. Diceva piacevolmente che l'Invenzione della Croce era una festa ordinaria, che accadeva tutti i giorni, perché ogni giorno si trova da soffrire; ma che non era lo stesso per l'Esaltazione della Croce, e che non c'era nulla di più raro che vedere onorare e accettare con compiacenza le croci, perché esse fanno orrore alla natura e le si guarda troppo umanamente: «Per scoprirvi la grazia che vi è racchiusa», diceva, «bisogna guardarle nel disegno di Dio e riceverle dalla sua mano divina. Nostro Signore disteso sulla sua croce ha guardato più alla volontà di suo Padre che ai carnefici che lo crocifiggevano».

Avendo un giorno mancato di ricevere una grande umiliazione che attendeva e desiderava, ne testimoniò il suo dolore a una religiosa sua amica, alla quale scrisse in questi termini: «Dubito», le diceva, «se sarete abbastanza persuasa della dignità degli obbrobri, per piangere con me la perdita che faccio della partecipazione che la bontà del Salvatore sembrava volermi dare a questi stati di umiliazione. Oh! quanto sono infelice di non essere trovata degna di portare qualche piccola cosa delle abiezioni di Gesù Cristo! Sono mille volte più abietta nel non essere abietta, e più umiliata nel non essere umiliata, che se lo fossi. Oh! carissima, gli uomini guardano gli obbrobri e i disprezzi come oggetti di orrore e di vergogna; ma coloro che sono illuminati dalla luce di Gesù Cristo li vedono come tesori del gabinetto celeste, e non vedono nulla di degno di Dio sulla terra se non questo. Coloro che ne sono colmati sono quelli che hanno più parte in Gesù e più rapporti ai suoi stati... Credete che l'anima perda infinitamente quando perde l'obbrobrio e il disprezzo, e che, da qualunque parte venga, esso sia meravigliosamente vantaggioso all'anima che pretende di essere tutta di Gesù Cristo; sono i più preziosi pegni del suo amore. Addio, vado a confondermi ai piedi di Gesù». — «Felice l'anima», diceva ancora questa degna Madre, «che non cerca che di accontentare il suo adorabile Salvatore, abbandonandosi alla sofferenza come preda della sua giustizia e come vittima del suo amore. Tremo quando vedo un'anima che non soffre affatto: mi sembra che sia come sepolta nella natura e ben lontana dalla pura virtù che ci separa per mezzo della croce da tutto ciò che può dispiacere a Dio in noi».

I discorsi che faceva sull'utilità delle sofferenze erano sostenuti dall'esempio. Era disposta a tutte le avversità che potevano accadere, e, quando un giorno le si disse che la buona accoglienza e la bella ricezione che faceva alle croci era la ragione per cui se ne inviavano un così gran numero: «Alla buon'ora!» rispondeva, «sono sempre pronta a ricevere tutto; se avessimo fede, non troveremmo nulla di più amabile della croce». Aveva una singolare venerazione per l'apostolo sant'Andrea, a causa della stima infinita che egli faceva delle sue sofferenze e dei nobili sentimenti che aveva avuto sulla croce nel suo martirio. Diceva spesso con lui: O bona crux! perché aveva conosciuto il prezzo inestimabile di questo prezioso mezzo di cui Dio si serve per perfezionare le anime e far loro meritare una ricompensa eterna, facendole diventare simili al suo figlio crocifisso e poi glorificato.

Quando questa grande anima si trovava come accasciata sotto il peso dei travagli interiori, era sua consuetudine andare in chiesa, per spiegarsi con il suo Dio nell'orazione, riguardo all'angoscia e all'agonia in cui si trovava ridotta: «Vado allora in coro», diceva, «per rappresentare a Dio lo stato pietoso in cui mi trovo, e vi resto tutto il tempo che mi si lascia, e la conclusione è sempre di schierarmi dalla parte di Dio contro me stessa, e di trovare buono, giusto e santo, tutto ciò che Egli permette e tutto ciò che Egli fa, ammirando persino la sua bontà di non avermi ancora folgorata e annientata. Dobbiamo convincerci di una verità, che è che Dio non ci deve nulla, e che così non abbiamo mai motivo di lamentarci, in qualunque modo Egli agisca nei nostri riguardi».

Era una pratica abbastanza ordinaria per quest'anima amica dell'abiezione, prostrarsi interamente sul pavimento, davanti al Santissimo Sacramento, e adorarlo in questa umile postura il più a lungo che poteva, e più volte durante il giorno. Le religiose della sua comunità, temendo che questa azione, di cui erano testimoni, fosse dannosa alla sua salute verso la fine dei suoi giorni, la impegnarono a usare una piccola stuoia della sua grandezza, sulla quale si metteva per fare le sue prostrazioni. Si esercitava ancora molto più a lungo nelle sue posture di umiliazione durante la notte, nella sua cella dove era in maggiore libertà. Questa cella era piuttosto un oratorio che la camera di una religiosa, avendo vista sulla chiesa, accanto al santuario, nel quale il Santissimo Sacramento riposava. Non vi dormiva quasi mai, e disse un giorno che sarebbe stata molto dispiaciuta di essere più di due ore di seguito sepolta nel sonno, senza occuparsi di Dio, e che, per la sua divina misericordia, ciò non le accadeva mai.

Aveva per se stessa sentimenti così bassi che non trovava termini abbastanza forti per esprimersi su questo punto. Credeva che lei sola fosse il soggetto dell'indignazione di Dio: «Non abbiate compassione di me», diceva a coloro che volevano compiangerla nelle sue pene; «perché è una pura giustizia in Dio trattarmi così, io lo merito. Dio fa la sua opera annientandomi e distruggendomi fino alle fondamenta: Exinanite, exinanite usque ad fundamentum in ea; che mi si condanni e che mi si conduca ai supplizi più vergognosi, sono disposta ad accettarli e a subirli».

Non si è mai avvalsa della bella opera che Dio aveva fatto per suo mezzo; non si guardava che come un debole organo, di cui la divina sapienza si era ben voluta servire per stabilire la sua opera senza supporre in lei alcun bene. Si è avuta la soddisfazione di sentirla un giorno dire che non aveva alcuna parte in tutto ciò che Dio aveva operato per mezzo suo, nell'Istituto dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, che non era che un semplice piccolo strumento, che poteva essere gettato al fuoco dopo che se ne era serviti. Aggiunse che Dio la teneva interiormente in uno stato di così grande dipendenza e di così grande timore per l'affare della sua salvezza, che non poteva contare su nulla, e che si trovava attualmente nello stato di una persona che fosse sospesa con un semplice filo sopra un abisso infernale, e che si lasciasse sempre nel timore che questo debole filo venisse a rompersi: «Ecco», disse, «lo stato che provo riguardo alla mia salvezza e all'inferno che devo temere». La sua umiltà le rimetteva continuamente davanti agli occhi i suoi demeriti e le sue imperfezioni. «Dio mi fa vedere la mia indegnità, e me la fa gradire», diceva, «vedendo che il procedimento che Egli tiene è così santo e così giusto, che la mia anima si trova sciolta e liquefatta d'amore e di rispetto riguardo alla sua divina condotta».

Questa degna maestra della vita spirituale aveva talenti molto particolari per consolare gli altri nella più grande violenza delle loro pene, e se tutte le luci che aveva non le servivano a nulla per sollevare se stessa, come diceva spesso, esse erano d'altronde di un soccorso e di un'utilità ammirabili per tutte le persone che ricorrevano a lei nelle loro afflizioni; era una fonte inesauribile di conoscenze e di mezzi per penetrare ciò che le si diceva e per dare soluzioni e risposte utili a tutto ciò che le si proponeva. Preveniva spesso ciò che si aveva da dire e lo faceva conoscere alle persone che venivano a parlarle. Ha gettato più volte nello stupore persone a cui ha rivelato segreti di coscienza che Dio solo poteva conoscere: «Non è necessario», diceva alle sue figlie, «che io vi veda per sapere ciò che fate, ne ho un presentimento che non mi inganna».

Aveva anche un giustissimo discernimento degli spiriti, e conosceva in poco tempo il grado della grazia, i talenti, lo spirito e la capacità di coloro che venivano a consultarla. Era questa alta scienza e questa penetrazione di spirito di cui il cielo l'aveva favorita, che la faceva ricercare dalle persone del più grande merito e della più alta virtù. Una delle sue religiose si lamentava un giorno con se stessa di essere troppo facile nell'ascoltare certi spiriti imbarazzati e noiosi che prendevano tutto il suo tempo: «Trovate un mezzo», rispondeva, «per farmi uscire dal superiorato, e cesserò di ascoltare questi spiriti; perché, finché occuperò questo posto, il mio dovere mi obbliga a rispondere a tutto».

Molte persone hanno assicurato che la sua sola presenza, o il solo ricordo della sua tranquillità e della sua pazienza nelle sue avversità, ha dissipato in un momento le situazioni più penose nelle quali si trovavano allora. La sua estrema carità l'ha portata spesso a chiedere con istanza a Dio che gli piacesse di liberare certe persone dalle pene interiori di cui la vedeva accasciata, offrendosi lei stessa di riceverle e di portarle per tutto il tempo necessario, secondo i decreti della sua divina Provvidenza.

Questa caritatevole superiora aveva d'altronde attrattive singolari nella conversazione, e non c'era nessuno che non trovasse soddisfazione nel vederla e nell'ascoltarla. Tuttavia lasciava una grande libertà alle sue figlie, nelle conferenze dopo i pasti; voleva che tutti contribuissero all'innocente allegria che conviene in quei tempi; lei stessa faceva la gioia principale di queste conversazioni, sapeva mescolarvi l'utile e il dilettevole, e rispondeva con garbo e giustezza alle domande che le si facevano. Sebbene non l'avessero mai vista né conosciuta, era facile riconoscerla in mezzo alle sue figlie, per il suo portamento naturalmente nobile, per la sua aria grave e per la sua rara modestia.

La dolcezza ha sempre prevalso in lei; e la sua lunga esperienza, così come il suo buon spirito naturale, le hanno sempre fatto comprendere che bisognava usare pazienza, condiscendenza e una benevolenza particolare verso coloro sui quali si aveva qualche autorità. Una religiosa della sua comunità, che aveva più zelo che esperienza, avendo voluto persuaderla che doveva usare più fermezza e severità riguardo a certi soggetti che apparivano difficili da condurre, le rispose: «Sì, vi acconsento, devo agire con più severità; ma cominciamo da voi; lo volete bene?». Questa parola, detta con dolce fermezza, gettò lo spavento nello spirito di questa religiosa, che si gettò ai piedi di questa prudente Madre e le chiese molto umilmente perdono della sua temerità, riconoscendo che la sua condotta era piena di sapienza e che agiva per lo spirito di Dio. Un'altra religiosa, stupita dell'estrema pazienza che la Madre del Santissimo Sacramento aveva nell'ascoltare una delle sue figlie e nel perdonarle molte cose che faceva contro il suo dovere, prese ancora la libertà di dirle che avrebbe dovuto mettere ordine alle importunità che le causava questa figlia poco virtuosa; ma siccome qui si trattava solo degli interessi di questa prudente superiora, rispose con la sua tranquillità ordinaria: «Ho promesso un'infinità di volte al mio Dio che non l'avrei più offeso, e ho contravvenuto alle mie promesse altrettante volte; tuttavia Dio mi sopporta ancora, mi sostiene e mi insegna con la sua divina pazienza a sopportare me stessa e a sopportare gli altri». Non si stancava mai di ripetere alle sue figlie, nelle conferenze che faceva loro, che dovevano ricordarsi, che essendo per la loro professione e il loro stato vere vittime consacrate a Gesù Cristo, la prima delle vittime, dovevano senza sosta ricordarsene e trarre sempre soddisfazione nel vedersi distruggere ed essere contraddette in ogni cosa, senza mai formare la minima lamentela, per non ritrattare la loro professione né uscire dallo stato di ostia.

Era così poco gelosa della sua autorità, e così poco attaccata al proprio giudizio, che, nelle assemblee capitolari, non voleva mai parlare per prima, lasciando agli altri la libertà di dire ciò che lo spirito di Dio avrebbe loro ispirato; aveva orrore delle proprie luci, e seguiva con pia cere le decisioni d véritables victimes Concetto teologico di sacrificarsi per riparare le offese fatte a Dio. egli altri, che preferiva di buon cuore a tutti i suoi pensieri, sebbene tutti fossero persuasi d'altronde che avesse un giudizio molto netto e molto solido. È ancora in questo stesso spirito che ascoltava, sebbene con molto discernimento, tutti gli avvisi e i consigli che le si davano, o sulla propria condotta, o su quella degli altri; e lo si faceva tanto più volentieri in quanto si era persuasi della sua prudenza e della sua sapienza, nel mantenere inviolabilmente il segreto sulle cose che le si confidavano.

La purezza della fede era il nutrimento ordinario di questa fedele serva di Gesù Cristo: «La fede pura e nuda», dice in una delle sue lettere, «è il mio vero centro, e vi devo essere unita e consumata dal puro e divorante fuoco del divino amore». È su questo principio che la Madre del Santissimo Sacramento agiva, e che, sebbene fosse condotta per la via oscura delle privazioni, nell'ordine della grazia, non lasciava di credere, con una fedeltà e una sottomissione ammirabili, tutti i misteri e tutte le verità del Cristianesimo, essendo sempre animata da questo spirito di fede; le grandi feste dell'anno erano per lei un rinnovamento di fervore, e Dio la favoriva in quei giorni di tante grazie nuove, che ne faceva parte a tutti, pubblicando le bontà e le liberalità di Gesù Cristo e della sua Chiesa, nell'istituzione e la celebrazione di queste feste solenni, che risvegliano e rianimano la fede e la pietà dei fedeli.

Aveva ancora una stima altissima dello stato religioso, a causa dei voti che vi si fanno e che legano le anime a Dio per una professione particolare: «Una religiosa che ama il suo stato», diceva alle sue figlie, «e che si applica con fervore a compierne tutti i doveri, diventa beata fin da questa vita. È sicura che fa la volontà di Dio dal mattino alla sera, perché tutti gli esercizi della religione sono per lei una dichiarazione aperta della divina volontà alla quale si è impegnata di obbedire; in modo che, quando va a un'osservanza, se le si chiede dove va, può rispondere in sicurezza: Vado a Dio, vado alla mia eternità beata». Diceva spesso che faceva più conto della più piccola osservanza segnata dalla Regola, che delle più grandi austerità che si facevano per propria scelta.

Di tutti gli esercizi della religione, quello che preferiva a tutti gli altri era l'orazione. Si può dire che era il suo vero centro e il suo elemento, e che è in questo nobile esercizio che ha attinto tutte quelle belle conoscenze che si ammiravano in lei. Avrebbe passato le giornate intere in chiesa o al suo oratorio, in ginocchio, se i doveri del suo incarico e le altre osservanze non l'avessero ritirata. Riprendeva, sul tempo della notte, le ore che non aveva potuto dare alla contemplazione durante il giorno. Trovava in questo nobile esercizio, meglio che in ogni altro, i mezzi per testimoniare a suo agio l'amore che aveva per il suo Dio. Diceva che era l'amore divino che doveva essere il movente e l'oggetto principale di tutte le nostre azioni e di tutte le nostre pratiche. «Non bisogna desiderare di conoscere Dio», diceva alle sue figlie, «se non per amarlo in una maniera più perfetta». Il soggetto più ordinario dei suoi gemiti era che Dio non fosse né conosciuto né amato: «Pregate, mie sorelle», diceva alle sue religiose, «pregate Dio che si faccia conoscere; perché se lo si conoscesse, sarebbe impossibile non amarlo». — «Oh! quanto è grande la forza del puro amore!» dice nei suoi scritti; «esso rovescia tutto; distrugge tutto e annienta tutto; questo amore ha il potere di strappare i peccatori dalle loro voluttà, di abbassare i troni, e di ridurre al nulla tutto ciò che c'è di superbo e di più elevato sulla terra». — «O amore», continua in un trasporto, «quanto è estesa la tua potenza, e quante meraviglie operi in un cuore sul quale domini! Tu fai dei martiri, tu fai dei solitari, tu fai dei poveri, tu fai degli umili, tu fai degli dei. Quando regni, fai tutte le cose nuove, ma nuove alla maniera del paradiso. Non lasci nulla di imperfetto nel luogo dove fai la tua residenza; trionfi di tutto, e non vuoi nulla in tutto se non te stesso. O amore, poiché il tuo impero è così prezioso, così glorioso e così potente, dicci cosa sei, e da dove prendi la tua origine? Deus charitas est: Dio è amore; o amore, tu sei dunque Dio? Sì, io sono Dio, dice il puro amore; ecco perché devo regnare sovranamente ovunque; tutto è mio, e nulla deve essere in tutto se non me». Ecco ciò che scrive ancora a questo proposito a una delle sue amiche: «O amore puro e santo! riconosco la vostra potenza, la vostra grandezza e la vostra sovrana autorità; regnate dunque ed elevatevi al di sopra di tutto ciò che non siete voi, e apparite voi solo. Metto la mia libertà ai vostri piedi. O amore! traetemi dalla profonda solitudine, al martirio, alla morte, al nulla; strappatemi da me stessa e trasformatemi in voi, per farmi vivere unicamente di voi». Non credeva che si potesse trovare il mezzo di rendere la pace a una persona che fosse senza amore di Dio. «Ahimè», diceva, «si può consolare un'anima privata del suo Dio! O rigorosa privazione! O sottrazione insopportabile a un'anima che ama e che non è ancora morta! Ma se vi parlo secondo la mia piccola luce, oh! quanto è bello portare uno stato di morte a tutto!» — «Il puro amore», dice ancora altrove, «deve essere il padrone di tutto, in tutto, e ovunque: la pace del cuore diventa come eterna all'anima che vive di puro amore; esso vi si compiace, vi stabilisce il suo regno, e dice che vi fa la sua dimora per tutti i secoli dei secoli; invece di essermi occupata della morte, come credevo di fare nella solitudine, mi sono applicata ad amare. Non posso riflettere al passato meno che all'avvenire; la mia anima avendo incontrato il suo Dio entrando nel mio ritiro, vi si è legata in tal modo che non ha potuto ancora prendere altro pensiero. Bisogna che Dio mi serva di tutto, e che il suo amore faccia la mia preparazione per la morte».

È così che questa sapiente maestra nelle vie spirituali si esprimeva, perché era posseduta dal divino Spirito della bella carità; ma ecco su questo soggetto il sentimento di un direttore molto illuminato, che conduceva questa degna Sposa di Gesù Cristo. «Questa grande anima», dice, «era animata dal più puro amore divino di cui una creatura possa essere favorita sulla terra. Questo amore era senza mescolanza di alcun interesse proprio: lei non voleva e non cercava in ogni cosa che la pura gloria di Dio, l'adempimento della sua adorabile volontà e del suo buon piacere; non viveva e non operava che per stabilire questo divino amore: le sue azioni, le sue massime e i suoi sentimenti non respiravano che amore. Non bisogna stupirsi», continua questo direttore, «se le parole di questa Sposa di Gesù Cristo erano come carboni di fuoco che infiammavano i cuori».

Vita 08 / 08

Ultimi giorni ed eredità liturgica

Muore nel 1698 all'età di 83 anni. Il suo ordine è approvato da diversi papi e si distingue per specifici riti di riparazione.

Dopo aver ricevuto un'infinità di grazie straordinarie, dopo essere passata attraverso le dure prove di ogni sorta di pene interiori e aver sopportato anche un gran numero di diverse malattie corporali, piacque a Dio darle dei presentimenti della sua prossima morte. Circa sei settimane prima del suo trapasso, cominciò a preparare le sue figlie a questa triste separazione. Si trovava allora in grandi sofferenze e portava un duro stato di umiliazione; ma per lei erano delizie. «Oh! quanto bene fa Dio ciò che fa», diceva. «Non cesso di adorare la sua condotta, di benedirlo e di ringraziarlo; preferisco cessare di vivere che cessare di soffrire. Questo tempo è per me un tempo di grazia e di benedizione, che non darei per tutti gli altri anni della mia vita; è adesso che comincio a vivere». Durante la Settimana Santa dell'anno 1698, assistette ancora, sebbene molto languente, a tutto l'ufficio. Il martedì di Pasqua si recò come meglio poté in una piccola cappella dedicata alla santa Vergine; vi rimase prostrata per un'ora; al termine di questo tempo la si pregò di tornare, ma rispose che non poteva, perché doveva rimettere l'Istituto e tutta la comunità nelle mani e sotto la protezione della Madre di Dio. La notte tra mercoledì e giovedì, fece uno sforzo per adempiere alle sue tre ore ordinarie di orazione e per recitare anche il suo Breviario; ma, verso mezzogiorno, fu colta da una forte febbre accompagnata da vomito, che determinarono la comunità a farle amministrare gli ultimi sacramenti. Si confessò e in seguito si accusò pubblicamente di colpe che non si erano mai viste in lei e chiese perdono per il cattivo esempio che aveva dato, ma che nessuno aveva mai riconosciuto. Tutti i presenti erano penetrati dai sentimenti e dagli atti di contrizione che ella produceva. Ricevette il santo Viatico nello stesso momento, e rispose a tutte le preghiere con una presenza di spirito e un'unione a Dio che suscitavano ammirazione e devozione in tutti coloro che erano presenti. Il sabato, essendo la malattia molto aumentata, chiese del reverendo Padre Paulin, ex provinciale dei religiosi penitenti di Nazareth, al quale si confessò per l'ultima volta. Comunicò ancora la domenica in Albis, tra mezzanotte e l'una, in spirito di riparazione di tutte le sue negligenze commesse alla divina presenza. Verso le sei, chiedendole il Padre Paulin a cosa pensasse, rispose solo con queste due parole: «Adoro e mi sottometto». Diede poi la sua benedizione a tutta la comunità, poi, venendole a mancare interamente le forze, cadde in una dolce agonia che le lasciò ancora la libertà di abbandonarsi al suo Dio e di unirsi a Gesù Cristo spirante; è nell'esercizio di questi atti soprannaturali che rese pacificamente il suo spirito a Dio, il 6 aprile dell'anno 1698, all'età di ottantatré anni, tre mesi e sei giorni.

[APPENDICE: NOTA SULL'ORDINE DELLE BENEDETTINE]

L'Ordine di cui è stata l'istitutrice è stato ricevuto in tutte le forme dalle due potenze ecclesiastica e secolare; poiché, oltre ai permessi che aveva ottenuto dallo Stato, il cardinale di Vendôme, legato in Francia, lo approvò nell'anno 1668 con le Costituzioni che aveva redatto per meglio farlo osservare. Il papa Innocenzo XI confermò lo stesso Istituto nell'anno 1676 e Clemente XI lo ha ancora approvato in seguito con un breve del 1° aprile 1705, su sollecitazione della regina di Polonia, Maria Casimira, sposa di Giovanni III.

Le religiose Benedettine di Bayoux hanno adottato anch'esse la riforma dell'Adorazione perpetua, di cui fecero professione il 10 settembre 1701. Si fondò anche un convento di quest'Ordine nella città di Dreux, nella diocesi di Chartres. Si propose, fin dall'anno 1695, di fare questo stabilimento, quando la Reverenda Madre Mechtilde del Santissimo Sacramento viveva ancora; ma essendo sorte diverse difficoltà, questo affare non fu eseguito che nel 1708, dopo la morte di questa degna istitutrice. Le Benedettine dell'Adorazione perpetua hanno sempre diverse case, tra le altre due a Parigi; una nell'antico convento delle religiose di Sainte-Aure, rue Neuve-Sainte-Geneviève; l'altra nell'antico locale del Tempio dove fu rinchiuso Luigi XVI. Quest'ultimo monastero richiama augusti e lugubri ricordi, non solo per il suo locale, ma per la sua fondatrice e prima priora Louise de Bourbon-Condé, sorella dell'ultimo dei Condé, assassinato al castello di Saint-Lou, zia del duca d'Enghien, fucilato nei fossati del castello di Vincennes.

Si è riconosciuto qualcosa di così nobile e di così utile nel culto dell'Adorazione perpetua, che diverse altre celebri comunità, che non sono dell'istituzione della Madre Mechtilde, volendo partecipare agli esercizi e ai meriti di questo nuovo Istituto, si sono anch'esse consacrate per rendere questo onore continuo al santissimo Sacramento.

Al fine di estendere sempre più questo pio uso, descriveremo le edificanti pratiche che si osservano nell'Istituto della Madre Mechtilde, per onorare il Santissimo Sacramento.

Le religiose di quest'Ordine si obbligano, con un voto solenne, a rendere un'adorazione perpetua al santissimo Sacramento dell'altare, in riparazione di tutte le irriverenze commesse contro questo pegno adorabile della nostra redenzione. Ogni religiosa vi fa la sua adorazione tutti i giorni per lo spazio di un'ora, secondo il tempo che le è stato assegnato, e poiché questa adorazione deve essere perpetua e senza interruzione, è stata regolata in modo tale che il Santissimo Sacramento non è mai senza omaggio né di giorno né di notte; le religiose si succedono le une alle altre.

Tutti i mesi si estraggono le ore a sorte, e le adorazioni sono moltiplicate a ogni ora, secondo il numero delle religiose che compongono la comunità. Oltre a questa adorazione perpetua, la riparazione è ancora uno dei principali obblighi di questo Istituto. Tutti i giorni una religiosa, secondo il suo rango di professione, viene alla fine dell'ufficio che precede la messa conventuale, a mettersi in mezzo al coro, dove c'è una torcia accesa, posta su un grosso candeliere di legno, che si chiama palo; si mette al collo una grossa corda e, prendendo la torcia in mano, rimane in questa umile postura durante la santa messa, facendo ammenda onorevole alla maestà di Dio oltraggiata dai crimini di tanti empi e umiliata nel Santissimo Sacramento.

Quando giunge il tempo della comunione, lascia la torcia e la corda, e va a comunicarsi; poiché la comunione di quel giorno è indispensabile. La riparatrice va allo stesso modo al refettorio con la corda al collo e la torcia in mano, come una criminale, camminando per ultima tra tutte le sorelle, e essendosi messa in ginocchio in mezzo al refettorio in una profonda umiliazione, dice ad alta voce alla prima pausa della lettura: «Lodato e adorato sia per sempre il Santissimo Sacramento dell'altare! Mie carissime sorelle», continua, «ricordatevi che siamo votate a Dio in qualità di vittime, per riparare gli oltraggi e le profanazioni che si fanno incessantemente verso il santissimo Sacramento dell'altare. Chiedo umilmente il soccorso delle vostre preghiere, per adempiere a questo dovere come devo». In seguito questa religiosa ritorna al coro, e prende il suo pasto solo alla seconda tavola; rimane quel giorno in ritiro fino ai Vespri, per onorare la solitudine e la penitenza del Figlio di Dio.

Tutti i giorni, dopo la messa conventuale, colei che è di settimana per fare l'ufficio divino, si mette in ginocchio al palo, dove, avendo la torcia in mano e la corda al collo, pronuncia ad alta voce un atto di Adorazione composto dalla madre istitutrice, durante il quale tutte le sorelle sono prostrate a terra. A tutte le ore, tanto del giorno quanto della notte, si suonano cinque colpi della campana grande; per avvertire quelle che devono venire al coro e per far ricordare a tutte le altre il beneficio inestimabile racchiuso nella divina Eucaristia, e tanto colei che le suona, quanto quelle che le ascoltano, dicono in spirito di Adorazione: «Lodato sia il santissimo Sacramento dell'altare per sempre!» Hanno in ogni momento queste parole sulla bocca; è, per così dire, la loro parola d'ordine, sia nell'incontrarsi quando hanno qualcosa da chiedersi l'una all'altra, o quando bussano alla porta delle celle o degli uffici.

È anche il primo saluto nelle lettere, alle grate, al torno, o quando parlano alle persone di fuori; è da dove le lettrici cominciano le letture che si fanno in comune; sono le prime parole che pronunciano svegliandosi, e le ultime prima di addormentarsi. Tutte le ore dell'ufficio divino cominciano anche e si terminano con queste stesse parole, che si pronunciano in latino, baciando la terra, e si osserva la stessa cosa alla fine delle grazie e all'inizio delle conferenze comuni, dopo i pasti. Le religiose essendo allora dove devono stare, si mettono in ginocchio e si dice: *Laudetur sacrosanctum et augustissimum sacramentum in aeternum*. Non si passa mai davanti al Santissimo Sacramento, né davanti alla porta del coro, per quanto chiusa, senza fare una genuflessione, e, quando si è lontani, un'inclinazione. Ogni religiosa porta davanti a sé, sullo scapolare o sull'abito grande di chiesa, una figura del Santissimo Sacramento, di rame dorato, fatta a forma di sole, sul piede della quale sono incise anche queste parole: «Lodato sia il santissimo Sacramento per sempre!» così come in un anello che viene dato loro alla professione. Non lasciano mai questi simboli esteriori del loro stato; il sigillo del monastero è anche una figura del Santissimo Sacramento.

Per un obbligo indispensabile dell'Istituto, si espone, tutti i giovedì dell'anno, per tutto il giorno, il Santissimo Sacramento nella chiesa di ogni monastero. C'è quel giorno la comunione generale, e le sorelle si astengono dal lavoro manuale dall'esposizione fino dopo il saluto. Non ci sono neppure conferenze comuni dopo il pranzo né negli altri giorni di esposizione, affinché le sorelle si rendano più assidue alla sua presenza, da dove non escono che per prendere il loro pasto e quando la necessità le richiama. Ci sono quei giorni la messa solenne, il sermone e infine la benedizione prima delle Compiete.

Si celebra la festa del Santissimo Sacramento e la sua ottava con la massima solennità possibile; e tutti i primi giovedì di ogni mese, fuori dal tempo pasquale, si fa l'ufficio doppio, sotto il titolo di riparazione degli oltraggi e delle profanazioni commesse contro il santissimo Sacramento.

Il giovedì di Sessagesima, chiamato comunemente giovedì grasso, si celebra una festa doppia di seconda classe, con la stessa solennità di quella del Santissimo Sacramento. Durante la messa conventuale tutte le religiose sono in riparazione, la corda al collo e un cero in mano; fanno lo stesso al saluto; si canta il *Miserere*, i sacerdoti essendo prostrati nel santuario, la faccia contro terra, e si suona la campana dell'Adorazione fino alla fine.

Tutti gli anni, il giorno dell'Annunciazione della santa Vergine e durante la sua ottava, la comunità fa ammenda onorevole durante la messa, per riparare tutte le negligenze e le colpe che hanno commesso contro il Santissimo Sacramento durante tutto l'anno, e comunicano in memoria e in ringraziamento dell'istituzione dell'Istituto, che prese nascita in tale giorno nel 1653 e per chiedere anche a Dio dei soggetti capaci di mantenerlo nel suo vigore. Quando avviene o si apprende qualche profanazione straordinaria, oltre alle penitenze che ciascuna si impone in particolare con permesso, la priora ordina riparazioni e ammende pubbliche e generali, processioni, la corda al collo e il cero in mano, con altre azioni di penitenza.

Quando una religiosa è all'agonia, la priora fa riunire la comunità in infermeria, e tutte le sorelle, essendo in ginocchio, fanno ammenda onorevole nel modo consueto per riparare le colpe di colei che sta per apparire davanti a Dio; e quando ciò è possibile, le si mette anche una corda al collo e un cero benedetto in mano, affinché muoia come una vittima riparatrice e penitente.

Comunque sia di ciò che abbiamo detto della devozione al Santissimo Sacramento, che è essenziale all'Istituto, ce n'è ancora una particolare verso la santissima Vergine, che le religiose guardano come loro madre e loro protettrice, e che onorano in questa qualità con diverse pratiche di pietà; così espongono il Santissimo Sacramento nel giorno di tutte le feste di Nostro Signore, di san Benedetto e di santa Scolastica.

Abbiamo estratto questo compendio da un gran numero di memorie molto fedeli e da diverse lettere della reverenda Madre Mechtilde, che ci sono state comunicate dal primo monastero del suo Istituto. — Cfr. *Le véritable esprit des Religieuses Adoratrices perpétuelles du très-saint Sacrement*, dalla Madre Mechtilde del Santissimo Sacramento.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Saint-Dié il 31 dicembre 1614
  2. Ingresso tra le Annunziate di Bruyères nel 1632
  3. Eletta superiora all'età di 19 anni
  4. Vestizione dell'abito di San Benedetto il 2 luglio 1639
  5. Arrivo a Parigi nell'agosto 1641, accolta da San Vincenzo de' Paoli
  6. Fondazione dell'Istituto dell'Adorazione Perpetua il 14 agosto 1652
  7. Inaugurazione del monastero di rue Cassette nel 1659
  8. Approvazione dell'Istituto da parte di Papa Innocenzo XI nel 1676

Miracoli

  1. Guarigioni improvvise dopo essere stata dichiarata spacciata dai medici
  2. Presentimenti e rivelazioni dei segreti delle coscienze
  3. Protezione miracolosa del monastero di Ramberviller contro i soldati

Citazioni

  • Adoro e mi sottometto Ultime parole riportate da Padre Paulin
  • Fulcite me opprobriis: stipate me pudore et confusione quia amore langueo Motto personale adattato dal Cantico dei Cantici

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo
Catherine de Bar Persona 100 Fondatrice dell'Istituto delle Benedettine dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento. Menzioni: 23 · Sezioni: 15 Adorazione perpetua Concetto 80 Pratica centrale dell'istituto che consiste nell'onorare l'Eucaristia senza interruzione. Menzioni: 12 · Sezioni: 10 Benedettine dell'Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento Ordine 62 Ordine religioso fondato da Catherine de Bar. Menzioni: 2 · Sezioni: 2 Vittima riparatrice Concetto 55 Concetto teologico di sacrificarsi per riparare le offese fatte a Dio. Menzioni: 4 · Sezioni: 4 Rambervillers Luogo 54 Luogo della sua transizione verso l'ordine benedettino. Menzioni: 7 · Sezioni: 6 Anna d'Austria Persona 53 Regina di Francia che assistette alle missioni di Giovanni Eudes. Menzioni: 1 · Sezioni: 1 Giovanni Crisostomo Persona 46 Religioso penitente e influente direttore spirituale di Caterina de Bar. Menzioni: 2 · Sezioni: 2 Le véritable esprit des religieuses Adoratrices perpétuelles Opera 45 Opera spirituale redatta da Catherine de Bar durante un ritiro. Menzioni: 2 · Sezioni: 2 Saint-Dié-des-Vosges Luogo 43 Luogo di nascita della santa. Menzioni: 4 · Sezioni: 3 Vincenzo de' Paoli Santo 43 Santo contemporaneo di Olier, fondatore dei Preti della Missione. Menzioni: 1 · Sezioni: 1 Luisa di Marillac Persona 35 Fondatrice delle Figlie della Carità che accolse Caterina a Parigi. Menzioni: 1 · Sezioni: 1 Varsavia Luogo 33 Luogo di fondazione di un monastero in Polonia. Menzioni: 1 · Sezioni: 1