4 febbraio 17° secolo

Beato Giovanni de Britto

Martire

Festa
4 febbraio
Morte
4 février 1693 (martyre)
Categorie
martire , missionario , gesuita
Epoca
17° secolo
Luoghi associati
Lisbona (PT) , Goa (IN)

Gesuita portoghese del XVII secolo, Giovanni de Britto consacrò la sua vita all'evangelizzazione delle Indie, adottando i costumi locali per convertire migliaia di persone nel Madurai. Nonostante le persecuzioni dei brahmani e l'opposizione della corte di Lisbona che voleva trattenerlo, ritornò nel Marava dove fu arrestato. Morì martire per decapitazione il 4 febbraio 1693 dopo aver convertito il principe Tiriadevan.

Lettura guidata

Sezioni di lettura: 8

IL BEATO GIOVANNI DE BRITTO, MARTIRE

Vita 01 / 08

Giovinezza e vocazione portoghese

Nato a Lisbona nel 1647 da una famiglia nobile, Giovanni de Britto divenne paggio alla corte prima di entrare nel noviziato gesuita in seguito a una guarigione miracolosa attribuita a san Francesco Saverio.

Nato a Lisbona il 1° marzo 1647, da una delle più nobili famiglie del Portoga llo, Giovanni Jean de Britto Missionario gesuita portoghese e martire in India. de Britto mostrò, fin dall'infanzia, inclinazioni e qualità che facevano presagire i disegni che Dio aveva su di lui: carattere al contempo dolce e fermo, cuore generoso, non provava piacere se non nelle cose serie e nelle pratiche della religione. La sua virtù, all'età di nove anni, era già abbastanza forte da affrontare i pericoli della corte, quando vi fu introdotto in qualità di paggio di Dom Pedro, figlio di Giovanni IV. Condivise con altri giovani gentiluomini gli studi letterari dell'Infante, e si distinse tra i suoi compagni tanto per i suoi successi quanto per la sua pietà. Mentre gli altri si preoccupavano solo degli onori della loro posizione, egli aspirava già alla vita apostolica e si nutriva del racconto delle fatiche dei missionari. Pieno di ammirazione per quelle di san Francesco Saverio, concepì per lui una tenera devozione, che il Signore ricompensò con favori miracolosi. Essendosi ammalato pericolosamente, chiese la guarigione al suo santo patrono e gli promise di indossare per un anno l'abi to della Compagnia Compagnie de Jésus Ordine religioso a cui appartiene Pietro Canisio. di Gesù, se avesse recuperato la salute. Ottenne questo favore e mantenne la sua promessa. Dopo un anno, depose quelle sante vesti, ma conservò il desiderio di riprenderle per non lasciarle mai più. Infatti, non appena ebbe raggiunto l'età per compiere la sua risoluzione, iniziò a rimuovere tutti gli ostacoli che gli opponevano la sua famiglia e la corte, e, il 17 dicembre 1662, entrò nel noviziato di Lisbona. Vincitore del mondo, Giovanni de Britto non pensò più che a penetrarsi dello spirito di Gesù Cristo e a profittare dei mezzi che trovava nel suo nuovo stato, per formarsi alla perfezione evangelica. Camminò a passi così grandi in questa via, che fu per tutti i suoi confratelli un modello di carità, di umiltà, di obbedienza e di fervore.

Missione 02 / 08

Partenza per le missioni d'Oriente

Dopo gli studi, si imbarcò per le Indie nel 1673, curando i malati durante una traversata estenuante prima di raggiungere Goa.

La sua virtù non venne meno negli studi ai quali fu applicato dopo le prove del noviziato: al contrario, essi fornirono al suo zelo un nuovo alimento; vi si dedicò con ardore per trarne tutte le risorse che un giorno avrebbe dovuto impiegare nell'esercizio del ministero apostolico. Grazie a così sante intenzioni, ai suoi talenti, alla sua attitudine, alla sua applicazione, fece progressi sorprendenti nei corsi di belle lettere, filosofia e teologia. Non aveva ancora terminato l'ultimo quando eseguì il progetto che aveva formato da tempo di consacrarsi alla salvezza degli indiani. La sua famiglia, i suoi parenti, la corte accumularono difficoltà per impedirgli di lasciare la sua patria; ma, a forza di costanza ed energia, riuscì a superarle; e il 25 marzo 1673, si imbarcò per le Indie, con ventisette dei suoi confratelli, che dovevano condividere i suoi lavori.

La navigazione fu dapprima molto felice; ma arrivato sotto la linea, il vascello fu per così dire incatenato da una calma di parecchi giorni. I passeggeri non poterono resistere a quell'atmosfera di fuoco: presto la nave non offrì più che un orribile spettacolo di morti e di morenti. Giovanni de Britto, guarito tra i primi, consacrò tutte le sue forze al servizio dei malati; dispiegò verso di loro una carità così generosa, che gli meritò il titolo di Nuovo Saverio. Tuttavia, poiché le cure non bastavano a tanti mali, invocò il soccorso del cielo per l'intercessione dell'apostolo delle Indie. Subito si levò un vento favorevole, e il vascello, riprendendo la sua rotta, arrivò al porto di Goa, dopo aver subito al Capo di Buona Sp era Goa Luogo di traslazione delle reliquie dell'apostolo da parte dei portoghesi. nza una terribile tempesta, alla quale lo strappò anche la preghiera del nostro Beato.

La prima cura dei missionari, sbarcando a Goa, fu di andare a ringraziare sulla sua tomba san Francesco Saverio per la protezione che aveva loro accordato, e di pregarlo di ottenere loro lo zelo di cui egli stesso era stato animato. Fu soprattutto il voto di P. de Britto. Non tardò a mostrare che era animato dallo stesso spirito del suo illustre patrono: in attesa del momento di entrare nella sua missione, esercitò il suo zelo nella città di Goa, presso le classi più miserabili e più abbandonate della società. I lavori ai quali si dedicò allora abbatterono spesso le sue forze, ma infiammarono il suo coraggio e aumentarono in lui il desiderio di sopportarne ancora di più grandi. Doveva trovarli nella missione del Malabar.

Missione 03 / 08

L'apostolato nel Madurai

Si stabilì nella missione del Madurai, adottando i costumi locali e lo stile di vita dei Raja per evangelizzare nonostante l'ostilità dei Brahmani.

La Compagnia di Gesù aveva stabilito, nella penisola al di qua del Gange, diverse missioni, che erano divise in due province. La prima comprendeva le missioni del Mysore, di Agra, del Mogol, del Tibet e, più tardi, quella del Carnatico. Nella seconda erano comprese le missioni di Ceylon, di Mylapore, di Bisnagar, di Golconda, del Bengala, del Madurai, di Travancore, di Zancovin e la cristianità di San Tommaso. Fu nella missione del Madurai che il P. de Britto esercitò il suo zelo.

In questo paese, ancor più che nelle altre contrade delle Indie, i missionari incontravano seri ostacoli nei costumi degli indiani, nell'orrore che ispiravano loro i Prangui, ovvero gli europei; nell'attaccamento che avevano per le loro tradizioni, i loro usi, le loro superstizioni; nelle reciproche antipatie delle caste; nella potente gelosia dei Brahmani, che formavano la prima; nei calori brucianti del clima, nei disordini politici, nelle guerre intestine, che sconvolgevano continuamente il paese. Per vincere tutti questi ostacoli, i missionari si condannavano alle più crudeli privazioni: conformemente al consiglio di san Paolo, si facevano tutto a tutti per guadagnare tutto quel mondo a Gesù Cristo; adottavano gli usi, i costumi legittimi degli indiani; si incorporavano nelle caste, ne subivano le leggi, per condurle a quelle del Vangelo. Così il P. de Britto entrò nella classe intermedia dei Raja, e si presentò ai popoli del Madurai con il titolo e il costume di Pandavam-Souami.

La sua missione del Madurai si estendeva su tutto il regno di questo nome, s u quelli di Vel Pandavam-Souami Missionario gesuita portoghese e martire in India. lore, di Gingi, di Tanjore e del Marava. I re di questi diversi Stati si facevano allora una guerra accanita, e bande nemiche portavano ovunque devastazione, disordine, saccheggio e morte. I flagelli della

fame, della peste, delle inondazioni, si univano spesso al flagello della guerra per devastare questo infelice paese.

Era in mezzo a questi ostacoli e a molti altri che i missionari erano riusciti a fondare numerose cristianità; il P. de Britto dovette anch'egli lottare contro le stesse difficoltà per mantenere l'opera dei suoi confratelli. Per quanto grandi fossero i pericoli, non eguagliavano il suo zelo. Dopo averlo come sperimentato nella cristianità di Colei, dove stabilì un'ammirabile fervore, fu incaricato di tutte le cristianità comprese nel distretto di Tattouvantcheri, e poco dopo, di quelle dei distretti del Nord. Nelle une come nelle altre, dispiegò un coraggio sovrumano, un ardore infaticabile, una carità senza confini: continuamente occupato a visitarle, a istruirle, a distribuire loro i soccorsi della religione, si trovava soprattutto tra le più afflitte e le più infelici; il giorno, la notte, tutto il suo tempo e tutte le sue forze erano loro consacrati: spesso era obbligato a raccogliere intere popolazioni cacciate dalla guerra, e a creare per loro, nei boschi o su montagne deserte, una nuova patria dove provvedeva alle loro necessità temporali come ai loro bisogni spirituali. Per esse soffriva la fame, la sete, le intemperie del tempo, attraversava fiumi a nuoto, lottava contro la potente e implacabile odio dei Brahmani, affrontava le persecuzioni dei tiranni, si esponeva ai colpi dei sicari incaricati di togliergli la vita. Il Signore lo liberò dai pericoli che lo avvolgevano da ogni parte, così come dalle malattie mortali che gli causarono spesso le sue eccessive fatiche; ma scaricò la sua ira sui nemici del suo servo: alcuni perirono in fiumi straripati, altri furono consumati con le loro abitazioni dal fuoco del cielo; molti trovarono la morte nelle imboscate stesse che avevano teso al santo missionario. Castighi così terribili, i miracoli continui che operava il P. de Britto, e i prodigi ancora più sorprendenti del suo zelo, diedero al suo ministero una meravigliosa efficacia: intere popolazioni di pagani si convertivano al Vangelo, e formavano nuove cristianità che rivaleggiavano in fervore con le antiche.

Vita 04 / 08

Superiore di missione e prime prove

Nominato superiore nel 1682, affronta l'anarchia politica e una violenta persecuzione nel Marava, dove viene catturato e torturato prima di essere bandito.

I superiori di P. de Britto, colpiti dai suoi successi tanto quanto dalle sue qualità e dalla sua santità, gli affidarono, nel 1682, il governo dell'intera missione del Madurai. L'uomo di Dio non si consolò dell'onore di questo incarico se non per la difficoltà di adempierlo. Esso doveva infatti condannarlo alle più crudeli sofferenze, a fatiche inaudite. Mai il Signore aveva sottoposto la missione del Madurai a prove più dure, e non ci voleva nulla di meno di un nuovo Saverio per sostenerla in simili circostanze. I regni che essa comprendeva erano in preda a un'orribile anarchia: le guerre degli anni precedenti avevano spezzato molte teste e corone; vassalli ribelli o audaci briganti si contendevano questi resti; gli uni si impadronivano di una città, altri si rendevano padroni di una fortezza, tutti opprimevano i popoli e devastavano le campagne. Favorevolmente a questo disordine, si formavano ovunque bande di briganti che offrivano i loro servizi alle varie parti e si pagavano con il saccheggio. I Brahmani, questi implacabili nemici dei cristiani, approfittavano a loro volta della confusione generale per sfogare il loro odio; e poiché esercitavano sulle popolazioni un grande ascendente, i capi di tutte le parti, di tutte le bande, si affrettavano a prestarsi alla loro vendetta per ottenere il loro appoggio. I neofiti erano dunque, in tutta l'estensione della missione, calunniati, denunciati, rovinati, cacciati, perseguitati. La persecuzione scoppiava ora in una cristianità, ora in un'altra, spesso in interi distretti. Sebbene P. de Britto fosse ammirevolmente coadiuvato da molti dei suoi confratelli, volava sempre dove il pericolo era maggiore e i bisogni più pressanti: sosteneva con la sua presenza il coraggio dei suoi figli, rianimava la loro fede, risollevava le loro speranze, ricordava loro gli insegnamenti della nostra religione, li ritemprava nei sacramenti e nelle cerimonie del culto, dava loro regole di condotta senza cessare di procurare loro soccorsi. Talvolta otteneva per loro, con la sua prudenza, i favori dei governatori, che illuminava sulle imposture dei Brahmani; ma, più spesso, doveva condividere con loro le crudeltà di cui li opprimeva il fanatismo pagano, e non poteva dare loro altra consolazione che quella che provava lui stesso alla vista della loro costanza. Tale fu, in poche parole, la condotta di questo grande uomo durante i quattro anni in cui durò il suo incarico. Non possiamo qui entrare nei dettagli: si possono leggere nella sua storia; ci basterà ricordare brevemente gli orribili tormenti che subì nel Marava, l'ultimo anno della sua amministrazione. Nel 1669, una sanguinosa persecuzione av eva qu Marava Regno in cui il santo subì il martirio. asi annientato la cristianità del regno di Marava: i neofiti, che erano sfuggiti alla morte o all'esilio, si erano rifugiati nei boschi o nelle cristianità vicine; ma in seguito erano rientrati a poco a poco nel loro paese; vi praticarono la loro religione in segreto, la trasmisero ai loro figli e ne estesero prudentemente la conoscenza attorno a loro. I missionari del Madurai seguivano con attenzione la rinascita e i progressi della religione nel Marava; si recavano spesso sui confini di questo Stato, vi intrattenevano rapporti con i cristiani, inviavano loro catechisti abili che portavano, da parte loro, insegnamenti e regole di condotta. Per queste sante industrie e per altre suggerite dalla carità, la cristianità del Marava si ricostituì insensibilmente e divenne infine così numerosa che i Brahmani, spaventati, intrapresero di rinnovare la persecuzione del 1669. P. de Britto, essendone stato avvertito, corse in soccorso dei suoi figli, ben risoluto a condividere le loro sofferenze, se non poteva risparmiarle loro. Entrò nel Marava il 5 maggio 1686. Penetrò nei boschi dove numerosi neofiti, sotto la direzione dei loro catechisti, si dedicavano ai loro doveri religiosi, e in altri rifugi, dove riparavano il loro culto. Consacrò i giorni e le notti a esercitare in loro favore le funzioni del ministero. Subì privazioni, fatiche inaudite, ma ne fu ricompensato da successi prodigiosi. Oltre alle migliaia di cristiani che ammise ai sacramenti della penitenza e dell'eucaristia, ebbe la gioia di dare alla Chiesa, in due mesi, duemilasettanta figli in più.

Nonostante le precauzioni che prendevano i cristiani per nascondere ai Brahmani la presenza del Padre tra loro, la loro premura nel profittare delle sue cure e delle sue pene rivelò il loro segreto. I Brahmani si misero dunque alla ricerca del missionario e diedero l'allarme a tutte le autorità del paese. P. de Britto, così braccato, non tardò a cadere nelle mani dei suoi nemici. Stava portando i benefici del suo zelo da una cristianità all'altra con due catechisti e quattro neofiti, quando furono incontrati e catturati da un distaccamento delle truppe di Coumarà-Poullei, comandante generale degli eserciti del Marava, che tornava da una cerimonia espiatoria. Questi soldati, eccitati dal loro stesso fanatismo e dal desiderio di compiacere il loro capo, si gettarono con brutalità selvaggia sui loro prigionieri, li sopraffecero di oltraggi e di colpi e li trascinarono poi a Mangalam, dove si trovava Coumarà-Poullei. Questi, lungi dal reprimere questa insolente soldatesca, sembrò voler gareggiare con essa in grossolanità e barbarie. Dopo aver accolto con insulti e minacce P. de Britto e i suoi compagni, li fece incatenare sulla piazza pubblica e li consegnò, per tutta la notte, ai suoi soldati e alla plebaglia, che fecero loro subire trattamenti inumani. Coumarà-Poullei fu ancora più crudele dei suoi ministri: il giorno seguente, poiché i confessori della fede non cessavano di lodare Gesù Cristo, invece di rinnegarlo, li percosse brutalmente, li fece gettare più volte, mani e piedi legati, in una pozza d'acqua sporca, dove furono lasciati fino al momento in cui stavano per soffocare, poi li rinchiuse in una specie di tana, dove non ricevettero altro sollievo che la testimonianza della loro coscienza e il soccorso della grazia. Il giorno seguente, Coumarà-Poullei fece rinnovare su di loro gli stessi tormenti e di più crudeli ancora. Li fece poi trascinare al suo seguito a Caléiarcoil e, di là, a Pagany, dove li condannò a nuovi supplizi. P. de Britto vi ebbe la parte maggiore. Per ordine di Coumarà-Poullei, fu spogliato fino alla cintura, e steso sotto i fuochi del sole, su una roccia piatta, ma seminata, sulla sua superficie, di asperità acute. Quindi otto carnefici, armati di bastoni e di fruste di corda, scaricarono a colpi raddoppiati i loro strumenti sul suo corpo, già tutto coperto di piaghe. Quando i carnefici sentirono le loro braccia stanche, si misero a calpestare la loro vittima, come per schiacciarla sotto i loro piedi. La lasciarono quasi senza vita esposta agli ardori di un sole bruciante. Infine la trascinarono per i capelli e per le braccia in un sotterraneo. Gli altri confessori subirono vari generi di tormenti; ma Silvei-Mayagan, il principale catechista di P. de Britto, ebbe la stessa sorte del suo maestro: gli furono scaricati sulla testa colpi di rotang così violenti che uno dei suoi occhi, strappato dalla sua orbita, gli pendeva sulla guancia. Fu t Silvei-Mayagan Catechista principale di Giovanni de Britto, miracolosamente guarito. rascinato in questo stato nella prigione di P. de Britto che, vedendolo entrare, gli tese le braccia, lo strinse al suo cuore, baciò rispettosamente le sue piaghe, rimise il suo occhio al suo posto e lo guarì per la virtù del segno della croce.

Questo miracolo non cambiò le disposizioni di Coumarà-Poullei nei confronti dei confessori della fede: vinto dalla loro costanza, li condannò a essere impalati, dopo aver avuto le mani e i piedi tagliati. Ma non osò eseguire la sua sentenza prima di averne ottenuto la conferma dal re di Marava. Mentre l'attendeva, sottoponeva ogni giorno le sue vittime a crudeltà raffinate. I confessori, animati da P. de Britto, offrivano a Dio tutte le loro sofferenze per meritare il martirio che era stato loro promesso. Cantavano insieme le lodi del Salvatore, che non avevano cessato di benedire nelle loro prove, e chiamavano con tutti i loro occhi la morte che doveva riunirli, nel cielo, al coro dei martiri. Era soprattutto il voto del nostro Beato, la cui grande anima non aspirava che a soffrire per l'amore e la gloria del suo divino Maestro. Ma il Signore, che lo destinava a nuovi sacrifici, si accontentò questa volta di quelli che gli aveva appena offerto. Il re di Marava non ratificò affatto la sentenza del suo ministro, si limitò, dopo aver ascoltato i confessori, a vietare loro d'ora in poi l'ingresso nei suoi Stati. Quanto a Coumarà-Poullei, accusato più tardi di aver cospirato contro il suo sovrano, subì il supplizio al quale li aveva condannati.

Contesto 05 / 08

Ritorno diplomatico in Europa

Richiamato in Portogallo per gli affari della missione, rifiuta gli onori e le sedi vescovili proposti dal re Pietro II per tornare dai suoi neofiti.

Il P. de Britto, liberato dalle sue catene, si recò al collegio di Topa per ristabilire le sue forze esaurite e attendere l'occasione di tornare verso le cristianità, in mezzo alle quali aveva trovato prove così terribili. Si stava già preparando a rientrare nel Marava, quando il P. Provinciale lo inviò in Europa per gli affari delle missioni delle Indie. Il santo missionario, non meno obbediente che zelante, si rassegnò alla volontà del suo superiore, senza perdere la speranza di riconquistare, un giorno, la palma del martirio. Partì accompagnato dai voti e dall'ammirazione dei suoi collaboratori: «Il P. de Britto», scrisse allora uno di loro, «è veramente un apostolo, un genio straordinario sotto tutti i rapporti. Da quando sono entrato in questa missione con lui, ne ha moltiplicato le cristianità e i fedeli. Non ha approfittato dei suoi poteri di superiore che per sollevare gli altri; si riservava sempre i lavori più penosi. Che attività! Che zelo! Affrontava tutti i pericoli per salvare le anime ed estendere il regno di Gesù Cristo, per amore del quale è stato preso più volte e condannato a tormenti spaventosi. Per quanto mi riguarda, non avrò mai abbastanza affetto nel cuore per riconoscere degnamente gli obblighi e i favori che devo a questo illustre missionario, a questo grande apostolo del nostro tempo». Queste testimonianze di venerazione, il P. de Britto le riceveva non solo dai suoi collaboratori, ma anche da tutti coloro che lo conoscevano. In Portogallo, dove si erano appresi i suoi lavori, le sue imprese, i suoi miracoli e le sue sofferenze, fu accolto con un santo entusiasmo: ovunque ci si contendeva la felicità di vederlo e di ascoltarlo; la corte invidiava la sua presenza ai suoi parenti; la sua famiglia lo reclamava senza sosta; i vescovi volevano che andasse a benedire ed edificare i loro popoli; le università pretendevano lo stesso favore; i monasteri, tutte le comunità religiose chiedevano a loro volta di assistere alla messa e alle esortazioni di un Santo; intere popolazioni si accalcavano al suo passaggio per ricevere la sua benedizione. Insensibile a così onorevoli premure, il P. de Britto si preoccupava solo degli interessi della gloria di Dio: si recava là dove credeva di poterla procurare; non concedeva al mondo che i doveri che la religione stessa gli vietava di rifiutare. Del resto, ovunque si trovasse, si ricordava sempre di essere un missionario del Madurai: i suoi cari indiani erano più presenti al suo pensiero delle persone che lo circondavano. Non prendeva al giorno che un solo pasto; riso, verdure e acqua costituivano tutto il suo nutrimento; una tavola o una pelle d'orso stesa sul duro gli serviva da letto; infine conservava nelle sue abitudini tutte le privazioni alle quali si condannavano i missionari del Madurai. Quando gli si chiedeva perché non approfittasse del suo soggiorno in Portogallo per riparare le sue forze, o per acquisirne di nuove: «Ebbene!», rispondeva, «i miei fratelli sopportano nel Madurai i lavori del ministero apostolico, le fatiche dei viaggi, il peso del giorno e del calore; sacrificano la loro salute, la loro vita, alla gloria di Gesù Cristo; i miei stessi neofiti, i miei figli, sfidano le persecuzioni: e io, vile soldato, dovrei abbandonarmi qui ai dolori dell'ozio! Cosa direbbe il grande Saverio? Cosa direbbe sant'Ignazio, mio padre? Cosa direbbe Gesù, mio capo e mio maestro; se, contento di aver sfiorato con la punta delle labbra i bordi del calice, non aspirassi alla felicità di berlo fino alla feccia?». Pieno di questi pensieri, il P. de Britto non si consolava di essere separato dalla sua missione se non per i servizi che le rendeva in Europa. Le ne rese infatti di grandissimi durante il suo soggiorno in Portogallo: reclutò per essa numerosi e generosi operai; raccolse aiuti temporali per i suoi neofiti; regolò delle controversie che ostacolavano lo zelo dei missionari. Non appena ebbe così assicurato gli interessi della sua missione e terminato gli affari che lo avevano chiamato in Europa, si dispose a tornare nelle Indie. Pietro II, che aveva deciso di affidargli l'educazione di suo figlio, impiegò ogni sorta di me zzi per t Pierre II Re del Portogallo ed ex compagno di studi del santo. rattenerlo in Portogallo, ma nulla poté fermare il P. de Britto. Partì infine per le Indie, l'8 aprile 1690, accompagnato da venticinque dei suoi confratelli, che avevano sollecitato questo favore.

Conversione 06 / 08

La conversione del principe Tériadéven

Tornato in India, convertì il principe Tériadéven, il che provocò la furia del re del Marava, la cui nipote era una delle mogli ripudiate dal principe.

Non tutti, purtroppo, dovevano arrivare al termine del viaggio: due morirono lungo la strada, vittime dell'epidemia che scoppiò sulla nave. In quell'occasione, il P. de Britto rinnovò quei prodigi di zelo e di dedizione che aveva operato nel suo primo viaggio. Le sue forze non poterono bastare agli sforzi della sua carità: esausto per la fatica, fu lui stesso colpito dal flagello, e presto la malattia lo ridusse all'estremo. Poiché il capitano e gli ufficiali della nave si preoccupavano vivamente della sua sorte: «Date, vi prego», disse loro l'uomo di Dio, «tutte le vostre cure ai miei compagni, che ne hanno un bisogno maggiore; non preoccupatevi di me: i miei neofiti mi attendono; numerosi catecumeni vogliono ricevere il battesimo dalle mie mani, Dio non permetterà che io muoia lontano da loro». In effetti, il P. de Britto recuperò la salute e poté arrivare sano e salvo a Goa.

Lungi dal prendervi il riposo di cui aveva bisogno, si dedicò agli ardori del suo zelo, in attesa del momento di rientrare nella sua missione. Tuttavia, la stima del suo sovrano rischiò di strapparlo ai lavori apostolici. Persuaso di non poter affidare a un maestro più abile l'educazione dell'Infante, Pietro II agiva a Roma per far tornare il P. de Britto in Portogallo. Cedette infine alle osservazioni del P. Generale; ma, per dare qualche soddisfazione ai suoi rimpianti, intraprese di far elevare il santo missionario sulla sede arcivescovile di Amangalam o di Cranganore. Tutti questi tentativi fallirono davanti all'abnegazione del P. de Britto. Il martirio aveva per lui più attrattiva delle dignità della Chiesa; il desiderio di soffrirlo, che lo aveva spinto a tornare nelle Indie, lo spingeva anche a rientrare nella missione del Madurai.

Ma, prima di renderlo ai suoi neofiti, Dio ispirò ai superiori il pensiero di incaricarlo di visitare tutte le residenze della provincia del Malabar, come se avesse voluto mettere un'ultima volta sotto gli occhi dei missionari colui che era il modello di tutti e di cui doveva presto accogliere il sacrificio. Il P. de Britto assolse questa missione con grande soddisfazione di Dio e degli uomini. «Nonostante i disordini e le guerre intestine che continuavano a desolare questo infelice paese», dice uno dei suoi storici, «ne visitò tutte le cristianità, ricevette le benedizioni dei neofiti, li colmò delle sue, rianimò la loro fede e il loro fervore; comunicò il suo coraggio ai missionari; e presto tutte le missioni del Malabar furono infiammate dal fuoco sacro che consumava il suo cuore. Questo movimento straordinario trascinò i pagani stessi: vennero in folla a chiedere al P. de Britto gli insegnamenti della fede e il Sacramento del Battesimo».

Tuttavia lo zelo dell'uomo di Dio aspirava incessantemente ad altri lavori e a sofferenze più grandi; la corona del martirio tentava sempre la sua santa ambizione. Aveva fretta di andare a riconquistarla nel Marava. D'altronde, i PP. de Mello e Giuseppe de Carvalho, che, durante la sua assenza, avevano dedicato le loro cure a questa missione, erano appena soccombuti alle persecuzioni e ai maltrattamenti dei Brahmani, e la loro morte la lasciava senza soccorso. Il P. de Britto rientrò dunque nel Marava, il 27 maggio 1691, nonostante il fanatismo dei Brahmani, che favorivano anche in questo regno i torbidi della guerra. Percorse successivamente diverse cristianità, accogliendo i neofiti che accorrevano in folla presso di lui, conferendo il battesimo a migliaia di catecumeni, istruendo i pagani che la grazia gli conduceva in gran numero. Quando, dopo due o tre settimane, aveva conferito il battesimo a cinquecento o seicento catecumeni, ascoltato le confessioni di millecinquecento o duemila neofiti, vale a dire tanti quanti se ne presentavano, distribuito a tutti i suoi insegnamenti e i suoi avvisi, si affrettava ad andare a cercare gli stessi lavori in altre località. «Tale era lo scuotimento causato dal suo nome», dice lo stesso storico, «che i neofiti e gli infedeli, al numero di diverse migliaia, senza attendere che avesse raggiunto la meta della sua corsa, lo fermavano spesso in piena campagna e gli chiedevano o l'istruzione religiosa, o il battesimo, o gli altri sacramenti. Il P. de Britto sospendeva allora il suo cammino, innalzava un altare all'aperto, costruiva una capanna e, per diversi giorni e diverse notti di seguito, soddisfaceva i pii desideri di quella moltitudine».

Tali successi infiammarono la collera dei Brahmani: seminarono mille trappole sui passi del P. de Britto, congiurarono la sua morte e misero al suo inseguimento agenti incaricati di eseguire il loro progetto. L'uomo di Dio, così braccato da tanti nemici accaniti alla sua rovina, si rifugiava ora nelle foreste, ora in qualche cristianità isolata, dove passava la notte e il giorno a confessare i neofiti, a istruire e a battezzare i catecumeni o i pagani che gli conducevano intrepidi catechisti. Infine si stabilì, sui confini del Marava, nel principato indipendente di Mouni, il cui sovrano, sebbene idolatra, gli permetteva il soggiorno. Di là, faceva spesso escursioni apostoliche nell'interno del paese, verso le cristianità troppo lontane per andare a cercare a Mouni i benefici del suo zelo. Il suo ministero fu ovunque così felice, che aumentò quella chiesa di un grandissimo numero di nuovi fedeli. Il P. Bouchet, così moderato nelle sue valutazioni, non osò, nella sua deposizione giuridica, calcolare le conversioni operate dal nostro Beato: «So solo», disse, «come missionario vicino al Marava, che, in quest'ultima occasione, il virtuoso Giovanni de Britto si dedicò talmente alla predicazione del Vangelo e alla conversione dei Gentili, che ne battezzò diverse migliaia. Non conosco alcun missionario che abbia guadagnato più anime a Dio e alla Chiesa». Il P. Bouchet aveva tuttavia conosciuto i PP. André Freyre, Luigi de Mello, Francesco Laynez, che avevano convertito ciascuno da quindici a venticinquemila idolatri. Ne aveva battezzati lui stesso più di trentamila. Tutti i testimoni chiamati a deporre su questo fatto, affermarono che non si poteva contare il numero di coloro che il P. de Britto, dal suo ritorno nel Marava, rigenerò nelle acque del battesimo. Spesso, gli accadde, come a san Francesco Saverio, che le sue braccia, appesantite dalla stanchezza, non potessero più muoversi a piacimento del suo zelo; i catechisti le sostenevano allora sulle loro mani affinché potessero bastare all'amministrazione di questo sacramento.

Tanti lavori meritarono infine al P. de Britto la corona del martirio, dopo la quale sospirava da così tanto tempo. Non lontano da Mouni si trovava il principato di Giroupullei, dove Tériadéven, la cui famiglia era stata spogliata del trono del Mara va da Rang Tériadéven Principe indiano convertito da Giovanni de Britto. anádadéven, si consolava di questa ingiusta usurpazione con l'affetto che gli conservavano i popoli. Questo principe, colpito da ciò che apprendeva del P. de Britto, concepì il desiderio di conoscere una religione predicata da un così santo uomo. Fu confermato nella sua risoluzione, dapprima dagli insegnamenti di un catechista, poi da una guarigione miracolosa che questi operò su di lui invocando il nome del Dio dei cristiani. Il P. de Britto, pressato dalle istanze di Tériadéven, si recò presso di lui, lo esaminò sulla sua istruzione religiosa, sui motivi della sua conversione, e lo ammise al battesimo, dopo averlo impegnato a non conservare delle sue mogli che quella che aveva sposato per prima. Tra le mogli ripudiate c'era la nipote di Ranganádadéven, tiranno del Marava. Pie na di furore, Ranganádadéven Re del Marava che ordinò l'arresto del santo. corse a Ramanadabouvam, capitale del regno, per accendere, contro il santo Missionario, quella di suo zio e il fanatismo dei Brahmani. Vi riuscì fin troppo bene.

Martirio 07 / 08

Arresto e martirio

Arrestato dalle truppe reali, viene condotto a Oréiour dove viene decapitato il 4 febbraio 1693 dopo aver pregato sul luogo del suo supplizio.

Ranganádadéven, irritato per l'insulto fatto a sua nipote, mandò a chiamare Tériadéven e gli rimproverò severamente la sua condotta. Ma fu più audace contro il P. de Britto: diede ordine di arrestarlo, di condurlo, carico di catene, alla capitale e di incendiare tutte le comunità cristiane nei dintorni di Mouni. Il P. de Britto, che si aspettava gli ordini del tiranno, aveva già preso provvedimenti per mettere al riparo i suoi neofiti. Quanto a lui, andò incontro ai sicari di Ranganádadéven, che lo caricarono di colpi e oltraggi, lo incatenarono insieme a due catechisti e a un bramino cristiano e li trascinarono a colpi di bastone fino alla città di Anoumandacouri. Il P. de Britto era coperto di piaghe, di polvere e di sangue: invece di dargli il tempo di respirare, i carnefici lo esposero, sulla piazza pubblica, agli insulti di una plebaglia brutale di cui fu il trastullo per il resto del giorno e durante la notte: gli sputavano in faccia, gli strappavano gli abiti, scaricavano sulla sua testa e su tutto il suo corpo colpi di pugno e di bastone. L'uomo di Dio trovava tanta consolazione in mezzo ai suoi tormenti che rifiutò i mezzi per sfuggirvi, offerti da uno dei suoi catechisti accorso in suo aiuto.

Il giorno seguente, fu condotto con la stessa inumanità a Ramanadabouvam, dove fu gettato in una stretta prigione, in attesa del ritorno del tiranno, allora assente dalla sua capitale. Durante quel tempo, il P. de Britto e i suoi compagni si preparavano al loro sacrificio con atti di una pietà sublime. La loro prigione risuonava incessantemente delle lodi del Signore o delle preghiere che gli rivolgevano. Talvolta l'uomo di Dio, trasportato dalla felicità al pensiero del martirio, esclamava come fuori di sé: «O mio Salvatore e mio Dio! Voi siete stato preso per me un venerdì, io sono stato preso per la vostra causa un venerdì; colmate le vostre grazie e fate che, come voi siete morto per me sull'albero della croce, io dia anche la mia vita per voi, ma in modo tale che il mio corpo fatto a pezzi serva da pasto agli uccelli del cielo o alle bestie feroci, poiché non merita gli onori della sepoltura». Vedremo presto che il Signore esaudì la sua preghiera.

Tuttavia, il principe Tériadéven e i principali catechisti del Padre de Britto, accorsi a Ramanadabouvam al rumore del suo arresto, prendevano attive misure per ottenere la liberazione del loro comune maestro. Ma il santo missionario, essendone stato informato, indirizzò loro delle lettere in cui li scongiurava vivamente di non rapirgli, con un attaccamento indiscreto, la felicità di morire per la fede. Scrisse anche agli altri missionari e alle comunità cristiane, pregandoli di chiedere per lui al Signore la grazia del martirio.

I suoi voti stavano finalmente per essere esauditi. Ranganádadéven, rientrato nella sua capitale, fu subito circondato dai sacerdoti dei falsi dei che, con atroci calunnie, si sforzarono di infiammare la sua ira contro l'uomo di Dio. Furono confusi dal principe Tériadéven; ma il re non si associò meno alla loro ira per sfogare il suo risentimento e vendicare sua nipote e i suoi dei. Fece comparire il Padre de Britto e i suoi compagni davanti al suo tribunale, allestito nella pianura vicina e circondato da un formidabile apparato militare. Alla vista del santo missionario, si scagliò contro di lui e contro la legge cristiana con invettive, imprecazioni, bestemmie: lo interrogò solo per insultarlo e per motivare la sentenza che era deciso a emettere contro di lui. Stava per farlo passare per le armi, quando Tériadéven si fece avanti per rimproverargli una condanna così ingiusta e fargliene temere le conseguenze.

Tériadéven era amato dalle truppe e da tutta la nazione. Il tiranno non osò né punirlo né contraddirlo: come se avesse voluto dargli qualche soddisfazione, commutò pubblicamente la pena di morte in quella dell'esilio e assegnò come soggiorno, al Padre de Britto, la città di Oréiour, situata sul fiume Pambarou, ai confini del Marava. Ma in seguito inviò a suo fratello, Ouréiardéven, governatore di quella provincia, l'ordine segreto di far perire il servitore di Dio. Si accontentò di rimandare gli altri prigionieri nelle loro celle, da dove Tériadéven li fece uscire liberi pochi giorni dopo.

Quanto al Padre de Britto, fu condotto da un plotone di soldati a Oréiour, luogo presunto del suo esi Oréiour Luogo dell'esecuzione del santo. lio, ma, in realtà, teatro del suo sacrificio. Non ne dubitava, e questa convinzione gli ispirava una felicità e un incoraggiamento che stupivano le sue guardie. Giunse a Oréiour il 31 gennaio 1693.

Ouréiardéven, meno crudele di suo fratello, concepì per il santo missionario tanta stima e venerazione nei colloqui che ebbe con lui, che era propenso a metterlo in libertà. Ma Couroumpapoullei, il suo primo ministro, uomo dal carattere feroce, pagano fanatico, lo minacciò dell'ira del re, se non avesse eseguito i suoi ordini. Infine, il 4 febbraio, mercoledì delle ceneri, il debole Ouréiardéven abbandonò il santo confessore al suo primo ministro.

«Il Padre de Britto», dice uno dei suoi storici, «l'aveva previsto, forse anche Dio gli aveva rivelato questo epilogo; poiché, senza alcun avviso esterno, nella notte tra il 3 e il 4 febbraio, si avvolse accuratamente tutto il corpo con una tela fine, affinché, disse a due capitani cristiani che gliene chiedevano la ragione, fosse pronto a partire al primo segnale e che, quando lo avessero spogliato per tagliargli la testa, si trovasse in uno stato decente. Così quando, verso la metà del giorno, i satelliti vennero a trarre il Santo dalla sua prigione, si presentò a loro con il volto ridente e disse: "Eccomi, sono tutto pronto". Uscì subito e camminò verso il luogo del supplizio, come verso il termine dei suoi desideri.

«A mille passi dalla città, sulle rive del Pambarou, si elevava un'altura che dominava il fiume e la pianura: era lì che il servitore di Dio stava per offrire il suo sacrificio. Arrivandovi, chiese al capo della truppa il permesso di ritirarsi un po' in disparte per rimettere la sua anima nelle mani del suo Dio. Cadde subito in ginocchio e, con la faccia rivolta verso l'Oriente, rimase come rapito in estasi.

«Tuttavia una moltitudine innumerevole circondava il monticello: un po' più lontano c'era un gruppo di neofiti che avevano voluto seguire il loro Padre fino alla fine della sua carriera. Tutti, pagani e cristiani, avevano gli occhi fissi sull'uomo di Dio e, confusi in un medesimo sentimento di ammirazione, sembravano tutti rispettare, con un immenso silenzio, la preghiera del martire.

«Durante quel tempo, il carnefice incaricato di giustiziarlo arriva sul monticello, con una scimitarra in mano. Lo si vede esitare alla vista del Padre de Britto in estasi. Non osando interromperlo nella sua preghiera, prende meccanicamente una pietra e affila il taglio della sua arma. Tuttavia un inviato del ministro viene a sollecitarlo a eseguire i suoi ordini. Il Padre de Britto allora fa il segno della croce, si alza e, con il volto risplendente di una gioia divina, si avanza verso il carnefice, lo abbraccia affettuosamente e gli dice: "Amico mio, ho pregato il mio Dio; ho fatto dalla mia parte ciò che dovevo fare, eseguite ora l'ordine che vi è stato dato". Dicendo queste parole, si mette in ginocchio, saluta ancora una volta con i suoi sguardi il cielo dove la sua anima sta per volare e presenta la testa al carnefice; questi, con mano malferma, gliela abbatte a colpi ripetuti di scimitarra. Quindi, secondo l'ordine che ne aveva ricevuto, taglia al martire i piedi e le mani, li lega, insieme alla testa, alla cintura del busto e li sospende insieme sulla cima del palo piantato a questo scopo sulla collina.

«Alla vista di questi resti venerabili, un fremito generale corre tra gli spettatori: la moltitudine quasi silenziosa si dilegua a poco a poco; i pagani, sotto l'impressione di un'ammirazione mista a stupore, si chiedono quale sia dunque questa religione che ispira ai suoi discepoli un tale eroismo, e i cristiani si rallegrano di professare una legge che, pubblicata sul Calvario, è ancora sigillata dal sangue dei suoi apostoli».

Culto 08 / 08

Riconoscimento e culto

La sua morte rafforza la fede dei cristiani locali e la Chiesa riconosce ufficialmente la sua santità con una beatificazione nel 1833.

Fu questo anche il sentimento che ispirò in tutta la missione la notizia del martirio di Padre de Britto: essa infiammò lo zelo dei missionari, rafforzò i neofiti nella loro fede e vi ricondusse una folla di infedeli. Il nome del martire divenne per tutti un oggetto di venerazione: lo si invocava nelle famiglie, si andava a pregarlo sulla sua tomba. E il Signore, che voleva glorificare la memoria del suo servo, accordava alla sua intercessione numerosi e luminosi miracoli. Per questo la Chiesa, assecondando la volontà del cielo, fece esaminare queste testimonianze della santità di P. Giovanni de Britto; e, il 21 del mese di agosto 1833, lo offrì solennemente, per mezzo del suo capo, al rispetto e all'imitazione dei suoi figli. Si è rappresentato il beato Giovanni de Britto mentre predica a dei negri; ma si tratta di negri immaginari: non ne esistono nella penisola del Gange; per essere nella verità, bisognerebbe riprodurre il tipo del paese. Questo bel racconto ci è stato inviato dal R. P. Prat, della Compagnia di Gesù.

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita a Lisbona il 1° marzo 1647
  2. Ingresso nel noviziato della Compagnia di Gesù il 17 dicembre 1662
  3. Partenza per le Indie il 25 marzo 1673
  4. Nomina a superiore della missione del Madurai nel 1682
  5. Ritorno in Europa per gli affari delle missioni nel 1687
  6. Seconda partenza per le Indie l'8 aprile 1690
  7. Battesimo del principe Tériadéven
  8. Martirio per decapitazione a Oréiour il 4 febbraio 1693

Miracoli

  1. Guarigione miracolosa di Giovanni de Britto da bambino per intercessione di san Francesco Saverio
  2. Cessazione di una bonaccia in mare tramite la preghiera
  3. Placamento di una tempesta al Capo di Buona Speranza
  4. Guarigione dell'occhio del catechista Silvei-Mayagan tramite un segno di croce
  5. Guarigione miracolosa del principe Tériadéven tramite l'invocazione del nome di Dio

Citazioni

  • Prædicatio dicitur quasi prædiva actio. Collettore (Introduzione del testo)
  • Amico mio, ho pregato il mio Dio; ho fatto da parte mia ciò che dovevo fare, eseguite ora l'ordine che vi è stato dato. Parole al carnefice prima della morte

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo