Figlio del visconte di Thiers, Stefano si formò in Italia prima di fondare un eremitaggio rigoroso nella foresta di Muret nel Limosino. Rifiutando il titolo di abate per quello di correttore, instaurò una regola basata sul Vangelo e una povertà assoluta. Il suo ordine, trasferito a Grandmont dopo la sua morte, divenne uno dei più austeri del Medioevo.
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SANTO STEFANO DI MURET,
FONDATORE DELL'ORDINE DI GRANDMONT
Origini e formazione in Italia
Stefano nasce a Thiers in Alvernia e viaggia da giovane in Italia, dove viene educato dall'arcivescovo di Benevento prima di scoprire la vita eremitica in Calabria.
San Stefano, più noto con il nome di Muret, l Saint Étienne, plus connu par le nom de Muret Fondatore dell'Ordine di Grandmont ed eremita nel Limosino. uogo della sua solitudine, e con quello di Grandmont, primo convento del suo Ordine, piuttosto che con i Thiers Città dove Avito fece costruire una chiesa. l nome di Thiers, che era quello della sua famiglia, nacque nella regione dell'Alvernia. Suo padre si chiamava Stefano ed era visconte di Thiers, e sua madre si chiamava Candida: entrambi ragguardevoli per i beni di fortuna, ma ancor più raccomandabili per la loro virtù e pietà. Dopo essere stati a lungo senza figli, fecero preghiere, digiuni ed elemosine per ottenerne dalla bontà di Dio, e promisero di consacrare al suo servizio il primo che Egli avrebbe dato loro. Il loro voto fu esaudito, poiché Candida, qualche tempo dopo, diede alla luce un figlio che fu chiamato Stefano, come suo padre (1046). Questo bambino cominciò, fin dai suoi anni più teneri, a dare segni evidenti di ciò che sarebbe stato un giorno, non compiacendosi fin d'allora che nel ritiro e nel silenzio, al fine di meglio attendere alla preghiera. «Dio volle che i miracoli che avvenivano davanti alla tomba di san Nicola, a Bari, in Calabria, dove le sue reliquie erano state appena trasferite, facessero un tale clamore che... la fama ne giunse fino in Alvernia, il che diede al visconte la volontà di andarli a visitare e di condurvi suo figlio...» Ma mentre ritornava in Francia, essendo il giovane Stefano caduto malato a Benevento (1038), fu obbligato a lasciarvelo sotto la guida dell' arciv Milon Vescovo di Troyes che scoprì il corpo della santa nel 992. escovo di quella città, chiamato Milone, che era anch'egli originario dell'Alvernia. Questo prelato lo trattenne volentieri presso di sé e prese un singolare piacere nell'educazione di un giovane così ben nato; gli diede dei maestri per farlo avanzare nelle scienze, ed egli stesso era ben lieto di applicarsi talvolta a istruirlo; e, per fortificargli maggiormente lo spirito, lo faceva ordinariamente assistere al giudizio delle cause che si discutevano in sua presenza. Infine, secondo alcuni, lo ordinò diacono e lo fece suo arcidiacono e suo ufficiale. Ma poiché Stefano aveva il cuore naturalmente portato alla solitudine, non si compiaceva affatto di ascoltare le parti in causa. Per questo motivo, dopo essere rimasto alcuni anni sotto la direzione di Milone, si recò in Calabria per visitare certi religiosi di cui aveva sentito parlare, che conducevano, sulla terra, una vita tutta angelica. Prese tanto gusto al loro genere di vita che risolse fin d'allora di conformarvi la propria, per quanto Dio gliene avrebbe dato il mezzo. Con questa risoluzione, se ne tornò in Francia.
Ma subito dopo il suo ritorno dall'Italia, suo padre era stato colto da una malattia «che lo fece partire da questo mondo con segni visibili di santità per andare ad attendere suo figlio in cielo». Anche sua madre era andata a Dio, sicché egli riprese la via verso l'Italia senza curarsi del ricco patrimonio di cui aveva ereditato.
Soggiorno a Roma e approvazione papale
Dopo la morte dei suoi genitori, Stefano studia le regole monastiche a Roma e ottiene da papa Gregorio VII l'autorizzazione a fondare un nuovo istituto in Francia.
Il suo disegno era di ritornare a Benevento; ma, apprendendo a Roma che l'arcivescovo era morto, si fermò presso un cardinale (1070) dove, attraverso il colloquio con alcuni dotti personaggi, si istruì molto accuratamente su tutte le regole e le costituzioni delle case religiose che fiorivano allora nella Chiesa; ma nessuna gli piacque tanto quanto quella che aveva osservato in Calabria. Per questo motivo, dopo un soggiorno di quattro anni a Roma, decise di venire a stabilire una simile casa in Francia. Ne ottenne il permesso dal pap a san Gregorio VII, che pape saint Grégoire VII Papa sotto il cui pontificato morì san Gausberto. gli fece spedire una bolla con la quale concedeva diverse grandi indulgenze a coloro che avessero abbracciato questo nuovo istituto.
L'eremo di Muret
Stefano si stabilisce nella foresta di Muret, vicino a Limoges, dove si consacra a Dio con un voto simbolico che coinvolge il suo anello di famiglia.
Stefano, soddisfatto di questo felice successo, partì da Roma per recarsi in Alvernia e, avendo disposto (con l'eccezione di un anello) di tutti i beni che gli erano pervenuti per la morte di suo padre e di sua madre, se ne andò senza rumore e all'insaputa degli altri suoi parenti (1076). Per meglio ottenere da Dio che affrettasse il suo disegno, iniziò il suo viaggio con la preghiera, durante la quale fu rapito in estasi; ne fu estremamente consolato e fortificato per il proseguimento della sua impresa. Dopo aver visitato diversi deserti, giunse infine, per espressa provvidenza di Dio, nella provincia di Limoges, tutta piena di foreste, e, fermandosi in quel Muret Città dove riposano le reliquie del santo. la di Muret, che era del tutto deserta, vi scelse la sua dimora per il resto della sua vita.
Aveva circa trent'anni e, per iniziare questa nuova vita con un sacrificio di se stesso, prese l'anello che era l'unico bene che aveva riservato dall'eredità dei suoi genitori e si consacrò interamente al servizio di Gesù Cristo, con queste parole, che pronunciò mentre le scriveva: «Io, Stefano, rinuncio al demonio e a tutte le sue pompe, e mi offro e mi dono a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, unico Dio, vero e vivente in tre persone». Sigillò con il suo anello questo scritto e, mettendolo sulla sua testa, aggiunse: «O Dio onnipotente, che vivete eternamente e regnate solo in tre persone, prometto di servirvi in questo eremo, nella fede cattolica, in segno di che pongo questa scrittura sulla mia testa e metto questo anello al mio dito, affinché all'ora della mia morte questa promessa solenne mi serva di difesa contro i miei nemici». Quindi, si rivolse alla santa Vergine in questi termini: «Santa Maria, Madre di Dio, raccomando, a vostro Figlio e a voi stessa, la mia anima, il mio corpo e i miei sensi».
Austerità e vita comunitaria
Il santo conduce una vita di estremo rigore fisico e attira discepoli, fondando una comunità basata sull'umiltà in cui rifiuta il titolo di abate.
Fatto questo voto, risolse di non tornare mai più nel mondo, qualunque necessità sembrasse chiamarvelo; ma, rinchiudendosi in una stretta cella, vi sopportò ugualmente i calori dell'estate e i rigori dell'inverno, poiché non era più vestito in una stagione che in un'altra, e si serviva in ogni tempo di una cotta di maglia come camicia. Il suo sonno era così leggero che non era propriamente un riposo, e tuttavia si rammaricava del poco tempo che l'estremo bisogno della natura lo costringeva a dedicarvi. Il suo letto somigliava più al sepolcro di un morto che al letto di un uomo vivo. Consisteva solo in due assi conficcate nella terra, senza materasso né pagliericcio, e persino senza coperta. Sebbene il suo corpo fosse estenuato da tante austerità, il suo coraggio non era da meno, e il suo volto appariva sempre così gioioso e affabile che tutti coloro che lo avvicinavano erano incantati dalla sua estrema dolcezza. Oltre all'Ufficio del Breviario, recitava ogni giorno salmi, preghiere in onore della Santissima Trinità e della Santa Vergine, e per i defunti; il suo fervore era così grande che lo faceva sempre in ginocchio e a capo scoperto, e spesso si prostrava con il volto a terra; ne era diventato tutto livido, e la sua pelle appariva tutta callosa alle ginocchia e ai gomiti, e persino sulla fronte e sul naso. Dedicava anche molto tempo alla contemplazione, nella quale rimaneva spesso tutto assorto; si dice persino che vi abbia trascorso fino a dieci giorni senza prendere nutrimento, tanto il colloquio che aveva con Dio lo sosteneva: si poteva dire di lui come dell'apostolo san Paolo, che viveva più in Gesù Cristo che in se stesso.
Del resto, questa occupazione interiore non gli impediva di soddisfare ciò che l'amore del prossimo richiedeva da lui; sebbene facesse tutto il possibile per nascondere le grazie di cui era favorito, «tuttavia, come lo specchio non può essere opposto al sole senza rifletterne scintille e piccoli raggi, così non poteva coprire così bene lo splendore delle sue sante azioni che esse non brillassero nel vicinato di Muret», di modo che ognuno vi accorreva per ammirare il suo modo di vivere e per avere la sua benedizione. Rimase solo il primo anno; in seguito due discepoli si unirono a lui, ma per lungo tempo non furono seguiti da nessuno, perché l'austerità della sua regola spaventava gli uomini. Tuttavia, il profumo della sua virtù ne chiamò infine un gran numero, che si misero sotto di lui per essere condotti sulla via che porta alla vita. La sua carità non gli permise di rifiutarli, ma li ricevette solo a condizione che non gli dessero mai il nome di maestro, né di abate, ma solo l'umile titolo di correttore. Era il primo a svolgere i compiti più umili della casa: prendeva il suo posto per ultimo a tavola, dove faceva ordinariamente la lettura della vita dei santi martiri e degli anacoreti o di qualche altro soggetto di pietà.
Segni prodigiosi e carità
Il testo riporta numerosi miracoli legati al cibo, ai ladri e alla chiaroveggenza spirituale di Stefano, oltre alla sua grande carità verso i poveri.
Questo modo di governare del santo patriarca fu così gradito a Dio che Egli gli rivelava spesso le colpe segrete dei suoi religiosi, le loro distrazioni nell'orazione e i pericoli ai quali li esponeva qualche violenta tentazione, affinché egli li soccorresse nei loro bisogni; perciò li ammoniva con uno spirito così pieno d'amore che conquistava i loro cuori. Aveva un dono particolare di condurre alla virtù coloro che intratteneva; sia che riprendesse gli uni o consolasse gli altri, era sempre nel modo in cui bisognava farlo, di modo che le sue parole, in qualche modo come quelle di Dio, «non tornavano mai vuote, ma facevano ciò che Egli aveva ordinato». Se talvolta l'effetto non sembrava seguire così prontamente, il Santo, aggiungendo la preghiera al suo discorso, le rendeva presto efficaci. L'esempio che segue ce ne darà le prove. Un uomo ostinato nel suo crimine assistette un giorno a un sermone del santo religioso, dove trattò dell'orrore del peccato e delle strane pene che gli sono preparate; dopo il sermone, quest'ostinato gli disse: «Buon uomo, potete predicare quanto volete, io non cambierò per questo il mio modo di vivere; pregate, se volete, per gli altri, ma per me, vi prego di non pensarci affatto, non voglio avere alcuna parte nelle vostre orazioni». Queste parole gelarono il cuore del servo di Dio, ma sperando di ottenere con le sue preghiere ciò che non aveva potuto fare con la sua predicazione, disse ai suoi religiosi: «Andiamo a pregare per questo povero cieco». E poche ore dopo, questo peccatore tornò, tutto diverso da come era prima, poiché, gettandosi ai piedi del Santo, gli chiese perdono e gli promise di abbandonare il suo peccato e di non tornarvi più. La preghiera del Santo e dei suoi religiosi non fu meno efficace un'altra volta: due ladri avevano portato il provveditore del monastero in fondo alla foresta; il Santo, non avendone notizie, disse ai suoi religiosi che si affliggevano per questa assenza: «Andiamo a piedi nudi nell'oratorio e imploriamo il soccorso della santissima Vergine, perché non vi è prigione così nascosta, né paese così lontano, da cui ella non possa farci tornare il nostro fratello». E in effetti, fin dal mattino, gli stessi ladri apparvero alla porta del convento con il loro prigioniero; ma, cosa ancora più ammirevole, è che il prigioniero era libero e sciolto, e che loro erano incatenati. Il santo Padre, avendo fatto loro riconoscere la loro colpa, diede loro la sua benedizione e li rimandò. Due altri ladri avendo preso un pane che alcune persone inviavano per elemosina al monastero di Muret, non poterono mai romperlo né tagliarlo, perché avevano detto con disprezzo del Santo: «Che quando Dio si facesse vedere a loro, non si asterrebbero dal mangiare il pane del suo servo»; ma vedendosi puniti in tal modo, gli mandarono a chiedere perdono, cosa che egli concesse loro di buon cuore con una parte dello stesso pane. Una donna gli fece dono di un pane che aveva fatto con le spighe spigate nel suo campo; ma questo pane si ruppe all'istante e apparve tutto sanguinante, perché era la porzione dei poveri, ordinata dalla legge di Dio. Un altro gli diede delle uova; ma il Santo, apprendendo da una luce divina che erano rubate, le rese alla stessa donna, esortandola a farne restituzione. Questi esempi, che contengono altrettanti prodigi, sono prove abbastanza evidenti della santità di Stefano. Possedeva la purezza a un grado così alto che non sentì mai in tutta la sua vita un solo movimento contrario a questa virtù. Tuttavia, non tralasciava di dire ai suoi religiosi che proprio questo era per lui motivo di maggior timore: «Perché la virtù della verginità», diceva, «si perde per i movimenti di vanità così come per i piaceri disonesti». Il poco stima che aveva della sua persona faceva sì che si compiacesse più nel colloquio con i poveri che con quello dei ricchi; una volta che si era intrattenuto tutto il giorno con dei signori che erano venuti a visitarlo, volle ricompensare i poveri durante la notte; e poiché i religiosi volevano distoglierlo, egli diede loro questa risposta: «Ora che Gesù Cristo è con noi, volete che mi ritiri? Non commetterò questa colpa, dopo aver dato il giorno ai grandi del mondo, di non intrattenermi almeno la notte con i poveri». La sua conversazione era così piacevole che si può dire di essa ciò che è detto della Sapienza, che non aveva alcuna amarezza; la sua reputazione, diffondendosi nel paese, attirava a lui tutti; di questo numero furono due cardinali, Gregorio e Pietro di Leone, legati del Papa in Francia. Avendo sentito parlare a Limoges di questo grande uomo di Dio che era a Muret, vennero a visitarlo nel suo deserto e rimasero così affascinati dalla sua conversazione che entrambi protestarono di non aver mai avuto un colloquio così edificante e che sicuramente lo Spirito Santo parlava per la sua bocca. Rivolgendosi a lui stesso: «Uomo di Dio», gli dissero, «se perseverate come avete iniziato, senza dubbio riceverete una ricompensa uguale ai santi Apostoli e ai Martiri, perché seguite la loro strada». Infine, avendogli dato la loro benedizione, si raccomandarono alle sue preghiere e se ne tornarono molto soddisfatti a Limoges.
Trapasso e riconoscimento celeste
Stefano muore a 80 anni dopo 50 anni di solitudine; la sua morte è accompagnata da visioni celesti e viene in seguito canonizzato da Clemente III.
Otto giorni dopo questa solenne visita, il Santo, sentendo che il momento estremo della sua vita era vicino, come aveva appreso nella preghiera, ne diede avviso ai suoi religiosi e, per spingerli alla perseveranza e all'esatta pratica della loro santa regola, rivolse loro questo discorso: «Figli miei, vi lascio in eredità Dio, in cui, dal quale e per il quale tutto sussiste, per amore del quale avete lasciato tutto. Se rimarrete fedeli nel cammino che vi ho mostrato, Egli provvederà senza dubbio a ciò di cui avete bisogno; ricordate che dimoro in questa solitudine da quasi cinquant'anni, alcuni dei quali trascorsi in estrema miseria, altri in grande abbondanza; ma, nella mia miseria, non mi è mancato nulla e, nella mia abbondanza, non ho avuto nulla di superfluo; così che Dio si è comportato allo stesso modo con me in entrambi questi stati. La stessa cosa accadrà a voi, se osserverete bene questa regola che vi lascio e che ho attinto dal Vangelo». Quattro giorni trascorsero in queste esortazioni, durante i quali cantava sempre alcune devote preghiere, «più dolcemente di un cigno», dice l'antica cronaca, «e con più forza di quanto avesse fatto in vita, mostrando in ciò che Dio continuava e accresceva le sue grazie in quell'ora». Il quinto giorno, sentendosi colto da un dolore estremo, che gli fece conoscere l'approssimarsi dell'ora che aveva tanto desiderato, si fece portare all'oratorio, dove, dopo essersi munito del santo Viatico e dell'Estrema Unzione, chiuse gli occhi del corpo al mondo per aprire quelli dell'anima all'eternità, terminando con queste parole: «Signore, raccomando il mio spirito nelle tue mani». Era un venerdì; aveva ottant'anni ed era nel cinquantesimo anno della sua professione, dalla quale era rimasto nell'ordine di diacono, non avendo la sua umiltà permesso di passare al sacerdozio. Nell'istante stesso in cui quest'anima santa partì da questo mondo, un giovane ragazzo, malato gravemente e che da tre giorni aveva perso l'uso dei sensi, annunciò distintamente a sua madre di vedere una scala tutta brillante che, toccando dal monastero di Muret fino al cielo, appariva carica di beati spiriti, i quali si dicevano l'un l'altro: «Andiamo a ricevere l'anima del beato Stefano e conduciamola con noi in cielo». Per provare che diceva la verità, aggiunse che l'ultima di queste parole sarebbe stata anche l'ultima della sua vita; infatti, spirò subito dopo. Appena Stefano ebbe reso la sua bella anima a Dio, la sua morte fu divinamente annunciata a Notre-Dame du Puy, dove era molto conosciuto. La stessa notizia volò contemporaneamente fino a Tours e a Limoges, il che spinse i canonici regolari di Sant'Agostino, accompagnati da una grande moltitudine di popolo, a recarsi a Muret per assistere alla sua sepoltura. Il portinaio fece loro intendere che non era morto, affinché si potessero celebrare i funerali del Santo in pace; ma i canonici insistettero, assicurando di aver conosciuto la sua morte per rivelazione.
I religiosi di Muret avvertirono i due cardinali che lo avevano onorato della loro visita otto giorni prima, di questa morte così preziosa davanti a Dio. Questi prelati erano già nella città di Chartres, dove, dopo aver esaltato in piena assemblea le virtù eroiche di quest'uomo di Dio, pregarono per la sua anima; dopodiché dissero apertamente: «Abbiamo pregato per lui, preghiamolo ora affinché sia il nostro intercessore presso Dio, perché sicuramente regna con Gesù Cristo in cielo». Questo fu un presagio della sua canonizzazione, avvenuta per opera di papa Clemente III, che ordinò che gli venissero resi gli stessi onori che si r endono pubblicam pape Clément III Papa che richiese ad Alberto di svolgere arbitrati. ente agli altri Santi.
La Regola di Grandmont
Analisi della regola monastica in 75 capitoli, incentrata sul Vangelo, la povertà radicale e l'obbedienza, approvata da diversi papi.
## RELIQUIE E CULTO DI SANTO STEFANO. — I SUOI SCRITTI.
Tritemio, Yepoz e Le Mire hanno sostenuto che santo Stefano avesse composto la sua regola su quella di san Benedetto. Anche il P. Mabillon aveva inizialmente adottato questo parere, *Procl. in part.* 2, sec. 6, *Bened.*; ma in seguito lo abbandonò e dimostrò, *Annal. Bened.*, 1, 64, n. 37 e 112, che il santo fondatore dell'Ordine di Grandmont non aveva seguito né la regola di san Benedetto, né quella di sant'Agostino. Questo punto di critica è trattato molto bene nella prefazione che D. Martène ha posto in testa alla sua collezione degli antichi scrittori, t. vi, n. 20, ecc. Helyot, Baillet, ecc., hanno sostenuto senza fondamento che santo Stefano non avesse mai scritto nulla e che la regola che porta il suo nome non fosse altro che una compilazione delle massime che egli inculcava e delle diverse osservanze che faceva praticare, compilazione che sarebbe stata redatta da qualcuno dei suoi successori. Se avessero approfondito un po' questa materia, non si sarebbero così facilmente determinati ad ammettere una tale opinione e avrebbero visto che i passi stessi che citavano a loro favore erano loro del tutto contrari. D'altronde santo Stefano si dichiara autore della regola che porta il suo nome, e ciò in diversi luoghi, *Crol.* c. 9, 11, 14. Si può vedere su questo argomento l'aggiunta fatta dal P. Martène agli annali dell'Ordine di San Benedetto, t. vi, 1, 74, n. 91.
La regola di santo Stefano di Grandmont è divisa in settantacinque capitoli. È preceduta da un prologo o da una prefazione, nella quale il Santo ricorda ai suoi discepoli che il Vangelo è la regola delle regole, l'origine di tutte quelle che si osservano nei monasteri e la vera fonte da cui si devono attingere i mezzi per giungere alla perfezione. Raccomanda loro la povertà e l'obbedienza, che dice essere il fondamento della vita religiosa; proibisce loro di ricevere retribuzioni per le loro messe e di aprire ai secolari la porta del loro oratorio nei giorni di festa e di domenica, per timore che ne prendano occasione per mancare agli uffici della loro parrocchia. Proibisce loro anche ogni sorta di processo e l'uso di cibi grassi, anche in tempo di malattia. Prescrive loro digiuni rigorosi per la maggior parte dell'anno, ecc. Urbano III approvò questa regola nel 1186. Essa fu mitigata da Innocenzo IV, nel 1247, e da Clemente V, nel 1309. È stata stampata a Rouen nel 1672.
Oltre a questa regola, si hanno ancora diverse istruzioni di santo Stefano, che sono state raccolte dai suoi discepoli dopo la sua morte. Furono stampate a Parigi nel 1764, con una traduzione francese. Si è posto senza ragione il nome di Baillet su diversi esemplari di questa traduzione del 1714. Si ammira in queste istruzioni la bellezza e la fecondità del genio; esse contengono anche eccellenti cose su diversi punti di morale, le tentazioni, la vanagloria, l'ambizione, la dolcezza del servizio di Dio, la necessità di tendere alla perfezione, ecc. Potrebbe accadere che qualcuno dei discepoli del nostro Santo abbia fatto delle aggiunte alla raccolta edificante di cui parliamo. Si trovano ancora alcune massime di santo Stefano nella più antica delle sue vite, intitolata: *S. Stephani dicta et facta*. Questa compilazione ha per autore Stefano di Liciac.
Traslazione e culto delle reliquie
In seguito a un conflitto con i monaci di Ambazac, i discepoli trasferirono il corpo a Grandmont. Il testo dettaglia l'attuale ubicazione delle reliquie nel Limosino.
Quattro mesi dopo la morte di sant'Etienne, i monaci di Ambazac, dell'Ordine di San Benedetto, reclamarono Muret come loro proprietà. I discepoli di Etienne, cedendo a queste ingiuste pretese, si ritirarono nel deserto di Grandmont, che si trova a una lega da Muret, portando con sé i preziosi resti del loro fondatore. Da qui il loro nome di Grandmontesi.
1. — Stato attuale delle reliquie di sant'Etienne de Muret: 1° La parrocchia di Saint-Sylvestre, cantone di Laurière (Alta Vienne), sul cui territorio si trovava l'abbazia di Grandmont, possiede il capo di sant'Etienne de Muret in un bu chef de saint Étienne de Muret Reliquia insigne conservata a San Silvestro. sto d'argento donato a questa abbazia, nel 1494, dal cardinale Brissonnet, undicesimo abate di Grandmont; 2° Una parte del corpo di sant'Etienne de Muret si trova nella chiesa di Ambazac (cura di cantone, sul cui territorio si trova l'eremo di Muret), in una magnifica cassa bizantina, rivestita d'oro e di pietre preziose, dove la ricchezza del disegno gareggia con lo splendore dello smalto. Si trova ancora ad Ambazac una preziosa dalmatica di seta, donata a sant'Etienne de Muret dall'imper atrice Matilde, spos impératrice Mathilde Sposa dell'imperatore Enrico V, donatrice di una dalmatica. a dell'imperatore Enrico V;
3° Secondo uno stato delle reliquie della diocesi di Limoges, dell'inizio di questo secolo, si trovano ancora reliquie di sant'Etienne de Muret a Saint-Pierre de Limoges (dove le ho venerate), a Saint-Michel de Limoges e a Saint-Jouvent (Alta Vienne);
4° Nel 1790, alcuni anni dopo la soppressione dell'abbazia di Grandmont, le reliquie dell'abbazia furono distribuite tra le varie chiese della diocesi. Furono donate reliquie di sant'Etienne de Muret alle chiese di Saint-Michel de Limoges, alla cappella del grande seminario, all'abbazia della Règle, alle Carmelitane di Limoges, agli abati Sicelier e Legros (ibid.), e alle parrocchie di Saint-Léger-la-Montagne, Razès, Dempierre, Saint-Amand-Magnazeix, Saint-Jouvent, Bessines, Saint-Priest-Ligoure, la Geneytouse, Gianges, Journiac, ecc. Non so se tutte queste reliquie siano state conservate fino ad oggi.
II. — Culto di sant'Etienne de Muret.
Si celebra la sua festa, nel Breviario di Limoges, sotto il rito doppio, il 9 febbraio. Prima dell'adozione della liturgia romana, si celebrava la sua festa l'8 febbraio, giorno della sua morte.
III. — Stato attuale dell'abbazia di Grandmont.
Dell'antica e celebre abbazia non restano che alcuni granai o altre costruzioni insignificanti. Gli edifici e la chiesa (ricostruita alcuni anni prima della soppressione dell'Ordine) furono demoliti nel 1821; e i materiali, portati a Limoges per servire alla costruzione della casa centrale, hanno realizzato la parola profetica di M. de Maistre: «Dovranno costruire prigioni con le rovine dei conventi che avranno distrutto».
L'altare maggiore della chiesa di Grandmont, ornato da un bel rilievo in marmo bianco, che rappresenta i discepoli di Emmaus, si trova oggi nella chiesa di Saint-Junien (Alta Vienne).
Il nome di sant'Etienne de Muret figura nel Martirologio di Ussard, in quello dei Santi dell'Ordine di San Benedetto e, infine, nel nuovo dei Santi di Francia, il 13 febbraio, sebbene il Breviario di Limoges, sul quale ci siamo regolati, celebri la sua festa l'8 dello stesso mese. Per il tempo del suo decesso, il R. P. Dom Gérard Hier, settimo priore generale di Grandmont, dice espressamente, nella vita che ha scritto di questo santo Patriarca, che fu l'anno 1134, sebbene Baronius lo ponga nell'anno 1136. Questa vita è stata scritta da san Vincenzo di Beauvais, nel suo *Speculum historiale*, dal Padre Gérard Hier, di cui abbiamo appena parlato, che perseguì la canonizzazione del nostro Santo, e da Dom Charles Premon, religioso dello stesso Ordine. Il R. P. Benoît Genon, Celestino, non l'ha omesso nella sua raccolta della *Vie des saints Pères de l'Occident*.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Thiers nel 1046
- Viaggio a Bari e soggiorno a Benevento presso l'arcivescovo Milone
- Soggiorno di quattro anni a Roma e ottenimento di una bolla di Gregorio VII
- Insediamento nel deserto di Muret nel 1076
- Fondazione dell'Ordine di Grandmont
- Morto all'età di 80 anni dopo 50 anni di vita religiosa
Miracoli
- Visione di una scala luminosa che sale al cielo nell'ora della sua morte
- Moltiplicazione o trasformazione di pani
- Liberazione miracolosa di un prigioniero e incatenamento dei ladri
- Cessazione dei miracoli postumi per ordine del suo successore al fine di preservare la solitudine dei monaci
Citazioni
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Io, Stefano, rinuncio al demonio e a tutte le sue pompe, e mi offro e mi dono a Dio
Formula di consacrazione a Muret -
Il Vangelo è la regola delle regole
Prologo della sua Regola