Nato a Ischia nel 1654, Giovanni Giuseppe della Croce fu un pilastro della riforma alcantarina in Italia. Riconosciuto per la sua umiltà eroica e le sue mortificazioni estreme, in particolare il porto di una croce chiodata, fu gratificato di numerosi doni mistici come la bilocazione e le estasi. Morì a Napoli nel 1734 dopo una vita dedicata ai poveri e alla direzione spirituale.
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SAN GIOVANNI GIUSEPPE DELLA CROCE
Giovinezza e Vocazione
Nato a Ischia nel 1654 con il nome di Carlo Gaetano, manifestò molto presto un'austera pietà prima di unirsi ai Francescani riformati a Napoli.
La parola della croce è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che sono sulla via della salvezza, essa è potenza di Dio. I Cor., I, 18.
Solo colui è un cristiano perfetto, che è crocifisso al mondo e a cui il mondo è crocifisso, e che non si gloria in nient'altro che nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Al nostro ingresso nella vita, siamo segnati dal segno della croce, e moriamo premendo la croce sulle nostre labbra; la croce è incisa sulla nostra tomba per rendere testimonianza della nostra fede e della nostra speranza. «Se qualcuno vuol essere mio discepolo», ha detto Nostro Signore, «prenda la sua croce e mi segua»; vale a dire che, di tutte le cose della terra, non bisogna prendere, per seguire bene Gesù Cristo, che le pene e le tribolazioni; bisogna che i nostri cuori siano, come il nostro divino Salvatore, attaccati alla croce ed elevati da terra; bisogna che siano per questo mondo come se fossero morti. Tra i Santi che hanno più brillato per questo amore, per questa follia della croce, non possiamo dimenticare san Giovan Giuseppe della Croce, il cui nome solo ci invita ad amare la croce.
Nacque il giorno della festa dell'Assunzione dell'anno di Nostro Signore 1654, nella città di Ischia, nell'isola di questo nome che fa parte del regno di Napoli, da genitori rispettabili, Giuseppe Calosirto e Laura Garguilo, e ricevette, il giorno stesso, sui sacri fonti del battesimo , i nomi di Car Charles-Cajétan Santo francescano alcantarino noto per il suo estremo ascetismo e i suoi doni mistici. lo Gaetano. Distinto per la sua pietà sopra i suoi fratelli, dei quali almeno cinque si consacrarono al servizio di Dio, lasciò apparire di buon'ora i semi delle virtù che hanno santificato la sua vita nello stato religioso: vogliamo dire l'umiltà, la dolcezza, l'obbedienza e un'incomparabile modestia; manifestò ugualmente una meravigliosa inclinazione per il silenzio, il ritiro e la preghiera. Così, fin dalla sua infanzia, scelse una stanza nel luogo più ritirato della casa paterna; vi eresse un piccolo altare in onore della Santa Vergine, nella cui grande festa aveva avuto la felicità di nascere, e con la quale intrattenne tutta la vita una devozione tenera e tutta filiale. Passava tutto il suo tempo nello studio e negli esercizi di pietà; non manifestò meno di buon'ora il suo amore per la croce, dormendo su un letto stretto e duro, e digiunando in certi giorni della settimana; a questa mortificazione prematura della carne unì un grande zelo nello soffocare ogni sentimento di orgoglio, portando costantemente vestiti molto comuni, nonostante la sua nascita, la sua posizione, i rimproveri e le critiche che gli venivano fatti. L'orrore del peccato eguagliava in lui l'amore della virtù, di modo che il suo cuore, fin dalla prima aurora della ragione, seppe sottrarsi, come una pianta delicata, all'ombra stessa del peccato, e si trovò tutto penetrato di zelo per la gloria di Dio. Così non si accontentava di fuggire con la massima cura la compagnia dei giovani della sua età, per timore di sporcarvi la sua innocenza; ricercava ancora tutte le occasioni per ispirare agli altri l'odio e il timore del peccato, la cui più leggera apparenza risvegliava la sua indignazione e gli strappava dei lamenti. La pigrizia, la leggerezza, la vanità e la menzogna, nelle cose meno importanti, erano ai suoi occhi colpe degne di un severo rimprovero. Quando i suoi sforzi per distruggere il peccato gli attiravano persecuzioni da parte degli altri, lungi dal perdere la pazienza, non vi vedeva che una nuova occasione di praticare la virtù. Un giorno, avendo per carità provato a fermare una lite, ricevette uno schiaffo sul viso in piena strada: subito cadde in ginocchio e si mise a pregare per colui che lo aveva colpito. La sua tenerezza per i poveri superava tutto ciò che si può dire: riservava loro la parte migliore dei suoi pasti e dava a Nostro Signore, nella loro persona, il denaro che riceveva per i suoi piccoli svaghi.
La santità dei suoi primi anni gli meritò la grazia di essere chiamato a uno stato santo: sentendosi interiormente spinto a lasciare il mondo, ebbe gran cura di prendere consiglio dal Padre delle luci; per questo, moltiplicò le sue preghiere e le sue mortificazioni; fu esaudito: Dio gli ispirò il desiderio di entrare nell'Ordine di San Francesco d'Assisi, riformato da san Pietro d'Alcantara. Fu ammesso al noviziato nella casa di Napoli. Manifestò tanto ardore, che i superiori giudicarono opportuno rivestirlo del santo abito prima della scadenza del tempo previsto. Quando era ancora nel suo sedicesimo anno, il giorno della festa di san Giovanni Battista, l'anno del nostro redentore 1671, prese il nome di Giovan Giuseppe della C roce. Prolungò tuttavia Jean-Joseph de la Croix Santo francescano alcantarino noto per il suo estremo ascetismo e i suoi doni mistici. gli esercizi del suo noviziato e continuò soprattutto a praticare, per tre anni, una mortificazione straordinaria. All'età di diciannove anni, i suoi superiori
Fondazione di Piedimonte
A 19 anni, dirige la costruzione del monastero di Piedimonte di Afile, dove instaura una regola rigorosa e sperimenta le sue prime estasi.
lo inviarono a dirigere l'erezione di un convento a Piedimonte di Afile Piedimonte di Afile Luogo di fondazione di un convento da parte del santo ai piedi dell'Appennino. (il monastero di Afila) ai piedi dell'Appennino. Non contento di dare al suo monastero un aspetto esteriore semplice e povero e dimensioni ristrette in proporzione, il nostro Santo si curò che la regola fosse osservata rigorosamente. Esigette il massimo silenzio, il raccoglimento più profondo, un'esatta sottomissione agli ordini e alle raccomandazioni. Non ritenne che le due ore e mezza consacrate all'orazione mentale fossero sufficienti; volle che si recitasse l'ufficio divino con maggiore attenzione e solennità. Nulla poteva fermarlo nella rapida costruzione di questa casa; non si fece scrupolo di dedicarsi ai lavori più umili e faticosi, portando egli stesso sulle spalle mattoni e malta agli operai. Il suo zelo non rimase senza ricompensa: fu in questa occasione che provò per la prima volta quelle estasi e quei rapimenti di cui fu in seguito così singolarmente favorito. Un giorno, dopo averlo cercato invano per tutto il monastero, lo trovarono infine nella cappella, rapito in estasi, e così sollevato da terra che toccava il soffitto con la testa.
Ministero e vita eremitica
Divenuto sacerdote, fonda un eremo boschivo per imitare i Padri del deserto e assume gli incarichi di maestro dei novizi e di guardiano.
Per obbedienza, acconsentì a ricevere l'ordine del sacerdozio e fu incaricato di ascoltare le confessioni; fu lì che mostrò la sua scienza teologica, la sua esperienza nella vita spirituale, che aveva acquisito come san Bonaventura, san Tommaso d'Aquino, santa Teresa, studiando il crocifisso, il più utile di tutti i libri. Affinché la sua anima potesse, senza essere distratta da oggetti estranei, avere lo sguardo costantemente fissato sulla croce, e attingervi ogni giorno nuovi tesori di grazie attraverso nuove austerità e continue preghiere, risolse di farsi, in un bosco adiacente al suo monastero, una sorta di solitudine, alla maniera degli antichi Padri del deserto. Dio benedisse questa santa impresa facendole produrre i frutti più abbondanti, e gli conciliò i cuori di coloro che erano lontani come di coloro che erano vicini; si scoprì nel bosco una deliziosa fontana, le cui acque guarivano i malati; vicino a questa fontana, egli eresse una piccola chiesa, e tutto intorno, a certe distanze, cinque piccoli eremi, dove, congiuntamente ai suoi compagni, rinnovò la vita austera e tutta celeste degli antichi anacoreti; affinché nessuna cura terrena venisse a turbarla, il monastero forniva loro ogni giorno il cibo di cui avevano bisogno. Ma i superiori, che sapevano quale ricco tesoro possedessero nella persona del nostro Santo, lo scelsero come maestro dei novizi, non appena ebbe raggiunto il suo ventiquattresimo anno. In questo nuovo posto, lungi dal concedersi la minima dispensa, fu sempre il primo a dare l'esempio di una scrupolosa osservanza di tutte le regole, dell'assiduità al coro, della fedeltà al silenzio, alla preghiera e al raccoglimento: aveva cura di far penetrare nel cuore di coloro che erano sotto la sua guida, un ardente amore per Nostro Signore Gesù Cristo, un grande desiderio di imitarlo in tutto, e, inoltre, una venerazione speciale e un tenero attaccamento per la Santa Vergine, sua madre. Era un monitore zelante, ma pieno di dolcezza, senza violenza come senza capriccio, vigile senza essere assillante né fastidioso; discreto, buono, di un umore sempre uguale, non ricercava e non scopriva le colpe se non per rimediarvi con una tenera carità; portava gli altri alla virtù, molto più con i suoi esempi che con rimproveri spesso fuori tempo. Si comportò soprattutto in tal modo, quando fu investito della carica di guardiano a Piedimonte: aveva cura di far apprezzare le sue prescrizioni agli altri, mostrandosi il primo a osservarle, imitando il capitano che incoraggia i suoi soldati sfidando lui stesso i pericoli e superando gli ostacoli, o l'uccello che, per insegnare ai suoi piccoli a prendere il volo e a librarsi nell'aria, misura, per primo, la distanza, e stimola il loro volo inesperto. Guadagnò presto i cuori di tutti i religiosi che, sotto la sua guida, avanzarono a grandi passi verso la perfezione. Tuttavia, la sua umiltà gemeva sotto un peso così gravoso; avendo ottenuto, dopo due anni, il riposo al quale aspirava, rivolse il suo zelo verso la direzione delle anime, l'assistenza e il sollievo dei morenti e degli infelici, e la conversione dei peccatori. Non godette a lungo di questa santa libertà. Ebbe il dolore di vedersi ristabilito nella carica di guardiano dal Capitolo provinciale del 1684; e, lungi dal rendergli questa croce leggera, piacque a Nostro Signore di avvolgere la sua anima di tenebre, di aridità e di desolazione; egli guardava se stesso come sull'orlo dell'abisso, incapace di impedire agli altri di caderci. Ma, il buon Salvatore, che non sembrava abbandonarlo un istante, se non affinché egli si rivolgesse a lui con più forza, come un bambino vicino a perire si getta tra le braccia di sua madre, riportò la calma nel suo spirito attraverso una visione molto consolante. Il nostro Santo sembrò vedere l'anima di un confratello, morto da poco tempo, che placò i suoi allarmi dandogli la dolce assicurazione che tutti i religiosi di San Pietro d'Alcantara, che erano venuti a Napoli, o che vi avevano fatto professione, avevano condotto una condotta così santa, che nessuno si era perduto. Ciò gli diede coraggio e lo incoraggiò ad abbracciare i doveri che la sua carica gli imponeva, e Dio degnò di glorificarlo più di una volta con dei miracoli. Dei soccorsi soprannaturali vennero a sollevare i bisogni e le privazioni ai quali il monastero si trovava ridotto; tanto che, in un tempo di carestia, essendo stato distribuito tutto il pane ai poveri, di modo che non ne restava più affatto per la comunità, nel momento stesso una persona sconosciuta portò e depositò, alla porta del monastero, tanti pani precisamente quanti erano i membri della comunità. Questo fatto meraviglioso si rinnovò in due circostanze dello stesso genere; ancor più, si vide più di una volta il pane moltiplicarsi miracolosamente e il vino diventato acido riprendere il suo stato naturale, e le stesse erbe che, un giorno, erano state colte per essere date ai poveri, ricrebbero durante la notte e in maggiore abbondanza.
Governo e riforme dell'Ordine
Svolge un ruolo cruciale nel mantenimento del ramo italiano degli Alcantarini e diventa Provinciale prima di ritirarsi a Napoli.
Quando fu nuovamente sollevato dalla sua funzione di guardiano, fu solo per riprendere il posto di maestro dei novizi, che occupò per quattro anni consecutivi, esercitandolo in parte a Napoli e in parte a Piedimonte. In quel periodo, fu chiamato nel suo luogo natale, Ischia, per ricevere l'ultimo respiro di sua madre; alla sua vista, tutte le potenze vitali si radunarono attorno alla loro fiamma morente, che da quel momento bruciò gioiosamente nella lampada fino alla fine. Ella non poteva sopportare che egli la privasse un momento della sua cara compagnia, non potendo saziare i suoi occhi materni, finché la morte non li ebbe spenti, dal contemplare il frutto delle sue viscere, e non cessando un istante di raccomandarsi alle sue preghiere. Morì piena di speranza e di calma, alla presenza di quel figlio tanto amato. Egli, racchiudendo dentro il suo cuore i sentimenti del dolore, accompagnò in chiesa le sue spoglie mortali e offrì il sacrificio di propiziazione per il riposo della sua anima. Chi potrebbe farsi una giusta idea di ciò che accadeva allora in lui? Come i flutti del suo dolore trapelavano attraverso i santi pensieri che occupavano la sua anima e la sua fronte! Come vedeva in spirito l'anima supplice di sua madre rallegrarsi a ogni preghiera che usciva dalla bocca di suo figlio! Come vedeva il suo volto brillare di un maggiore splendore, a mano a mano che la sua pena temporale gli veniva rimessa dal sangue dell'Agnello di Dio! Con quale felicità, alla fine del sacrificio, vide quell'anima riconoscente salire al soggiorno dell'eterna felicità, e ivi esercitare all'istante il suo credito, pregando a sua volta per il suo figlio beneamato!
Ecco come si comportò in questa grande circostanza; non gli occorse meno coraggio quando le aridità e la desolazione perpetua tornarono a tormentare la sua anima. Il demonio mescolò un'altra amarezza a questa coppa di tribolazioni; il nostro Santo temeva di non procurare la gloria di Dio attraverso le austerità che egli stesso praticava, o raccomandava a coloro che erano sotto la sua direzione, e temeva che fossero l'effetto di una ingannevole illusione. Una visione lo consolò ancora in questa prova: un novizio, che era morto, gli apparve circondato da una gloria celeste e gli assicurò in termini formali che era unicamente alla sua direzione che doveva quella gloria: ciò che ristabilì infine la calma nella sua anima. Il Capitolo provinciale del 1690 lo incaricò dell'ufficio di definitore, senza togliergli l'incarico che già aveva; le difficoltà legate a queste due funzioni esigevano la riunione delle virtù della vita attiva a quelle della vita contemplativa: il nostro Santo le superò tutte in una maniera tanto ammirevole quanto felice; ebbe occasione di mostrare che era il sostegno più fermo del suo Ordine. I religiosi di San Pietro d'Alcantara di Spagna, avendo avuto alcuni dissidi con quelli d'Italia, ottennero dalla Santa Sede di esserne separati: quelli d'Italia si videro dunque abbandonati; in una congregazione tenuta nel 1702, i cardinali e i vescovi erano tutti disposti a ordinarne la soppressione; Giovanni della Croce li fece cambiare sentimento, di modo che, il giorno dopo la festa dell'apostolo san Tommaso, fu pubblicato un decreto in virtù del quale l'Ordine era stabilito in Italia, sotto la forma di una provincia. Un Capitolo ne affidò il governo o piuttosto lo impose al nostro Santo, che, attraverso difficoltà e ostacoli incredibili, lo stabilì in una maniera ferma e solida. Più evitava le dignità, più il suo Ordine gliele imponeva; ottenne infine dal Papa un breve che lo esentava da ogni incarico e che gli toglieva persino la sua voce attiva e passiva nel Capitolo. Nel corso dell'anno 1722, un altro Breve abbandonò ai religiosi di San Giovanni d'Alcantara il monastero di Santa monastère de Sainte-Luce, à Naples Monastero a Napoli dove il santo si ritirò e morì. Lucia, a Napoli; ed è là che si ritirò il nostro Santo, per non apparire più d'ora in avanti alla luce del sole che fuggiva con tanta cura, e dove restò per edificare i suoi fratelli durante il resto della sua vita ed elevare l'edificio delle sue virtù, di cui stiamo ora per tracciare un debole schizzo.
Virtù e carità
Il testo descrive la sua fede profonda, la sua speranza incrollabile e la sua carità eroica verso i malati e i poveri.
Si inchinava con totale sottomissione davanti alle verità della fede, senza sollevare con mano temeraria o profana il velo di quel santuario. Un giorno, vedendo qualcuno mormorare contro la Provvidenza, esclamò vivamente, portandosi la mano sulla fronte: «Cosa può comprendere un osso largo tre dita nei disegni imperscrutabili di Dio?». Da questa virtù della fede scaturivano, come dalla loro fonte, un grande zelo nell'istruire gli ignoranti sui misteri della religione, la forza, il fervore e la prodigiosa chiarezza con cui esponeva i dogmi sublimi della Trinità e dell'Incarnazione, e persino della predestinazione e della grazia; il dono che possedeva di calmare le apprensioni e placare i dubbi relativi alla fede, e infine quell'esercizio continuo della presenza di Dio, che praticava senza interruzione e che non cessava di raccomandare dicendo: «Colui che cammina sempre alla presenza di Dio non commetterà mai peccati, ma conserverà la sua innocenza e diventerà un grande Santo».
Da qui ancora, quel raccoglimento interiore che né i rapporti con il mondo, né l'esercizio di diversi doveri che lo mettevano in contatto con gli altri potevano turbare; da qui l'abitudine di riferire a Dio tutti i suoi pensieri, tutte le sue parole e tutte le sue azioni; una sottomissione cieca e una conformità totale alla volontà di Dio tra le innumerevoli croci da cui fu visitato, e infine quel calore di sentimento che scaturiva in questi termini: «Morire per Gesù! Posso essere degno di versare il mio sangue per lui! Oh! con quale ardore desidero versare il mio sangue per rendere testimonianza alla santa fede!». Conservava un volto sereno e gioioso in mezzo alle più orribili pene; benediceva Dio per tutti i suoi mali. Tra le numerose malattie che dovette sopportare, ve ne fu una che durò ventitré giorni, durante i quali fu costretto a restare con la testa appoggiata su cuscini e le braccia distese senza movimento. Ma non una parola di mormorio o di lamento uscì dalle sue labbra; rispondeva con gioia e con pazienza a tutti coloro che venivano a visitarlo: ciò che lo fece chiamare «il Giobbe dei tempi moderni, un uomo esente dalle fragilità umane». Ciò che lo sosteneva così era la speranza che aveva in Dio. Aveva l'abitudine di dire ai suoi compagni, quando si scoraggiavano alla vista delle persecuzioni che dovevano subire: «Speriamo in Dio, e saremo certamente consolati»; e agli infelici che affluivano verso di lui: «Dio è un tenero padre che ama e soccorre tutti i suoi figli»; oppure: «Non dubitatene; sperate in Dio, egli provvederà ai vostri bisogni». Sapendo che Dio lo destinava a un regno eterno, non dubitava affatto che gli avrebbe fornito i mezzi necessari per arrivarvi; tutto ciò che passa gli sembrava spregevole rispetto a ciò che dura eternamente. «Cos'è questa terra», diceva, «se non fango, un pezzo di polvere, un puro nulla! Il paradiso, il cielo: Dio è tutto. Non attaccatevi ai beni di questo mondo, fissate i vostri affetti in alto; pensate a quella felicità che durerà eternamente, mentre l'ombra di questo mondo svanirà».
Sebbene la sua speranza, in vista dei meriti della santa Passione di Nostro Signore, fosse senza limiti, pensava tuttavia con terrore alla gravità dei peccati e alla temibile severità dei giudizi di Dio; provava il più vivo rammarico per le minime colpe, deplorava senza sosta la sua mancanza di corrispondenza alla grazia divina, si proclamava ovunque peccatore e si raccomandava alle preghiere degli altri.
Dio ricompensò la fiducia del suo servo con diversi miracoli; eccone uno che accadde otto anni prima della sua morte: nel mese di febbraio, un mercante napoletano lo attese fino a sera alla porta del suo giardino e, nel momento in cui rientrava, lo avvicinò scongiurandolo di pregare per sua moglie che si trovava allora in grande pericolo, essendo presa da un violento desiderio di avere delle pesche che era impossibile procurarsi in quel periodo dell'anno. Il Santo gli ordinò di stare in pace e di consolarsi, dicendogli che il mattino seguente il Signore, san Pietro d'Alcantara e san Pasquale avrebbero soddisfatto il suo desiderio. Scorgendo allora, nel momento in cui saliva i gradini, alcuni rami di castagno, si voltò verso il suo compagno e gli disse: «Fratello Michele, prendete tre di questi rami e piantateli; se lo farete, il Signore, san Pietro d'Alcantara e san Pasquale avranno riguardo ai bisogni di questa povera donna». Il fratello converso esclamò tutto meravigliato: «Cosa, padre mio, dei rami di castagno possono produrre pesche? — Lasciate tutto, replicò il Santo, nelle mani della Provvidenza e di san Pietro d'Alcantara». Il fratello obbedì dunque e piantò i rami di castagno in un vaso da fiori fuori dalla finestra del Santo, ed ecco che al mattino li si trovò coperti di foglie verdi, e ognuno di questi rami portava una superba pesca. La moglie del mercante ne mangiò e scampò così alla morte.
L'amore di Dio bruciava così ardentemente nel suo cuore, che scoppiava persino nei suoi tratti, dove diffondeva una luce soprannaturale e celeste, e dava ai suoi discorsi un'unzione particolare. «Quando non ci fossero né cielo, né inferno, diceva, vorrei, nondimeno, amare Dio sempre». Oppure: «Amiamo Nostro Signore, amiamolo realmente e in verità; perché l'amore di Dio è un grande tesoro. Felice colui che ama Dio!».
Faceva ogni sforzo per accendere nel cuore degli altri il fuoco che divorava il suo. Amando così Dio che non vedeva, poteva mancare di avere viscere di padre per il suo prossimo che vedeva? Tutta la vita si fece un dovere di nutrire i poveri; e, quando fu scelto come superiore, proibì di rimandare un solo mendicante dalla porta del monastero, senza dargli l'elemosina. In un tempo di carestia, consacrò al sollievo degli infelici la propria porzione e quella della sua comunità, riposando sulla Provvidenza per la cura di provvedere ai bisogni della sua casa; non essendo che un semplice monaco, raccomandò fortemente questo atto di carità ai suoi superiori. Otteneva ai poveri e ai mercanti, che ricorrevano spesso a lui per questo scopo, il pagamento delle cose che erano loro dovute. Ma fu soprattutto verso i malati che la sua carità non conobbe limiti; visitava, non solo quelli del monastero, ma anche quelli di fuori, durante le stagioni più rigide. Arrivò persino a pregare Dio di trasferire su di lui le sofferenze degli altri, e la sua preghiera fu esaudita. Così il P. Michele, poi arcivescovo di Cosenza, soffrendo molto per due ulcere alle gambe, dove un'incisione dolorosa era divenuta necessaria, si raccomandò alle preghiere del nostro Santo, che pregò Dio generosamente di trasportare su di lui questa afflizione: subito i membri del malato furono liberati dalla loro infermità, e quelli del Santo furono infettati da due orribili ulcere che gli causarono atroci dolori. Proprio come Dio fa splendere il suo sole sui malvagi così come sui buoni, così il nostro Santo non escludeva i suoi nemici stessi dai benefici della sua carità senza limiti. Mise tutto in atto per procurare un posto vantaggioso a un uomo che lo aveva insultato; e, poiché lo si avvertiva che quell'uomo era suo nemico, rispose che aveva di conseguenza un obbligo più grave di rendergli servizio. La sua carità raddoppiava ancora d'ardore quando si trattava di opere di misericordia spirituale da compiere. Poiché nei suoi anni avanzati gli si raccomandava di risparmiarsi, a causa delle sue infermità: «Non ho alcuna infermità», rispose, «che mi impedisca di lavorare; ma, anche se fosse, non dovrei sacrificare la mia vita per lo stesso fine, per il quale Nostro Signore Gesù Cristo è stato crocifisso?». Così Dio si serviva di lui per operare un gran numero di conversioni. Lo stesso spirito di carità, che gli faceva prendere su di sé le malattie degli altri, lo portava ugualmente a caricarsi delle loro pene spirituali. Un servitore di un principe viveva da cinque anni lontano dai Sacramenti e si immergeva senza freno in ogni sorta di disordini: vinto infine dai rimorsi della sua coscienza, fece una confessione generale al nostro Santo, che in considerazione della sincerità dei suoi sentimenti, e toccato da compassione per la sua debolezza, non gli impose che una penitenza leggera, incaricandosi di compiere lui stesso il resto della pena dovuta ai suoi peccati.
Mortificazioni e ascetismo
Pratica penitenze estreme, tra cui l'uso di croci chiodate, cilici e un'astinenza totale dai liquidi per trent'anni.
Oltre a queste virtù generali, possedeva in alto grado quelle proprie dello stato religioso, soprattutto un'obbedienza pronta e illimitata a tutti gli ordini dei suoi superiori, per quanto penosi o difficili potessero essere. Un giorno, dovendo intraprendere un viaggio molto lungo, partì con gioia, sebbene le sue membra fossero afflitte da gravi ulcere; giunto in una città che si trovava sul suo cammino, il medico del luogo lo esortò vivamente a non proseguire, poiché le sue piaghe erano infiammate e il tempo era eccessivamente freddo; e, vedendo che il suo amore per l'obbedienza impediva al Santo di cedere alle sue ragioni, gli propose di scrivere al suo superiore; ma il Santo rifiutò invincibilmente, seppur cortesemente, e continuò il suo cammino senza alcuna sosta. A poca distanza da lì, essendo scivolato sul ghiaccio, cadde e lacerò crudelmente le sue membra malate, al punto da avere difficoltà a stare in piedi; tuttavia, con un coraggio e una perseveranza davvero eroici, proseguì il suo compito e lo portò a termine.
Questa obbedienza che egli stesso praticava, ebbe grande cura di esigerla dagli altri, quando la sua qualità di superiore glielo rendeva un dovere: poiché considerava questa virtù essenziale per un religioso. Così, quando scopriva, tramite una luce soprannaturale, qualche trasgressione segreta di questo precetto da parte di uno dei novizi, puniva immediatamente e con severità tale colpa, spogliando il colpevole del santo abito. Il suo amore per la povertà non era meno notevole. Una sedia e un tavolo tra i più comuni; un letto composto da due assi strette, con due pelli di pecora e una misera coperta di lana, uno sgabello per sostenere le sue gambe ulcerate, poi il suo Breviario: ecco ciò che formava tutto l'arredamento della sua cella. Sebbene l'Ordine permettesse a ciascuno dei religiosi di avere due paia di abiti, egli non ne ebbe altri, durante i quarantasei anni in cui ne fece parte, se non quello di cui fu rivestito al noviziato. Tuttavia, fu nella cura che pose nel vegliare sulla custodia della sua castità che apparve più ammirevole. Le sue mortificazioni continue, la sua estrema modestia e la vigilanza perpetua che esercitava su tutti i suoi sensi, lo preservarono dal più leggero soffio della corruzione: mai, durante i sessant'anni che visse, lo si vide guardare in faccia una persona dell'altro sesso; tutte le sue parole e tutte le sue azioni raccomandavano la purezza e ne ispiravano l'amore: per le strade, ricambiava cortesemente i saluti che riceveva da tutti coloro che incontrava, ma senza mai alzare gli occhi da terra, e non conversava mai con persone di sesso diverso senza necessità o senza osservare la massima riservatezza. Quando si recava in un convento di religiose, prendeva sempre un compagno con sé; e per tutto il tempo che vi trascorreva, faceva così poco uso dei suoi occhi che gli sarebbe stato impossibile dire nulla di ciò che vi si trovava, persino degli oggetti che fossero stati segnalati alla sua attenzione. Con i membri del suo Ordine, non credeva di doversi discostare da questa singolare modestia di condotta: conversando con loro a distanza e tenendo sempre gli occhi abbassati verso terra. Per abituare i novizi a questa ritenzione dei sensi, proibiva loro di alzare gli occhi, persino per esaminare le sante immagini. Il suo amore per questa virtù fu sempre così costante e delicato che, sul suo letto di morte, quando uno dei suoi confratelli sollevava la coperta dalle sue gambe per medicare le piaghe di cui erano affette, il Santo, per quanto morente, fece uno sforzo per riportarla giù. In ricompensa di questa purezza verginale che conservò senza macchia fin dal suo battesimo, come il suo confessore attestò in seguito, Dio volle che il suo corpo, nonostante l'età, le infermità e le piaghe di cui non era mai esente, emanasse un odore soave e delizioso, che si faceva sentire da tutti coloro che gli si avvicinavano.
Questa virtù, così solidamente radicata nel nostro Santo, non era separata dal suo unico e vero fondamento: l'umiltà. Si dilettava a svolgere i lavori domestici del monastero e, quando il suo compito era finito, si mostrava sollecito nel compiere quello degli altri. Questa stessa virtù lo portava a nascondere abilmente le sue mortificazioni straordinarie. Non avendo vissuto, per molto tempo, che di un po' di pane e frutta, si divertiva a ripetere di essere goloso di frutta e di soddisfare la sua sensualità. È anche questo che lo faceva fuggire da tutti i posti e da tutti gli onori, almeno per quanto lo consentisse il suo voto di obbedienza. Quando percorreva l'Italia in qualità di provinciale, non voleva farsi conoscere nelle locande dove alloggiava, per timore di diventare oggetto di qualche distinzione. Si può attribuire alla stessa causa la riluttanza che ebbe sempre a tornare a visitare il suo paese natale; la ripugnanza che provava a trovarsi in compagnia dei grandi, quando i loro interessi spirituali non lo richiedevano; il rifiuto di accettare gli inviti che il viceré di Napoli e sua moglie gli rivolsero di recarsi a palazzo; l'abitudine che aveva di chiamarsi il più grande peccatore che fosse al mondo, un ingrato che non rispondeva ai benefici di Dio se non con una criminale ingratitudine, un verme sulla superficie della terra; l'uso che aveva di baciare frequentemente le mani dei sacerdoti; la sua riluttanza a dichiarare la sua opinione nei consigli; la cura che si prendeva di astenersi dal parlare della sua nascita e dei suoi amici, di ringraziare Dio perché illuminava coloro che lo disprezzavano, di non scandalizzarsi mai dei peccati degli altri, per quanto grandi fossero, e infine di non mostrare mai il minimo risentimento per gli insulti o le offese che riceveva. Si studiava di nascondere e dissimulare il dono dei miracoli e della profezia di cui Dio lo aveva favorito in così alto grado, attribuendo i miracoli che operava alla fede di coloro in favore dei quali venivano compiuti, o all'intercessione dei Santi. Spesso ordinava a coloro che guariva di prendere qualche medicina, affinché la guarigione potesse essere attribuita a un rimedio puramente naturale. Quanto alle sue profezie, che sono in gran numero, fingeva di giudicare in base all'analogia e all'esperienza. Così, durante lo spaventoso terremoto che ebbe luogo il giorno di sant'Andrea (1732), poiché le religiose di diversi convent i non osavano andare nei loro dormitori, le rassicurò dicendo l tremblement de terre qui eut lieu le jour de saint André (1732) Evento sismico predetto dal santo. oro che, dopo poche scosse, sarebbe cessato senza causare il minimo danno alla città o ai suoi abitanti. Qualcuno gli chiese quale ragione avesse per esprimersi in modo così positivo: «Sono sicuro», rispose, «che accadrà così, perché è così che è accaduto in precedenza». L'evento giustificò la sua predizione e, il giorno precedente il terremoto, aveva avvertito i suoi compagni in questo modo: «Fratelli miei, se avvenisse un terremoto, dove troveremmo un rifugio sicuro?». Nessuno rispondendo: «È nel refettorio», aggiunse, «perché è situato più avanti nella montagna».
Parliamo ora delle sue mortificazioni straordinarie. Alle penitenze e alle numerose austerità prescritte dalle regole del suo Ordine, ne aggiungeva quante ne potesse immaginare un'ingegnosa abnegazione di sé. Vegliava in modo molto particolare sulla custodia dei suoi sensi; fin dalla giovinezza, non si permetteva di alzare gli occhi al soffitto della sua cella e, quando fu elevato al sacerdozio, si fece regola di non guardare nessuno in faccia. Mortificava le sue orecchie rifiutando loro il piacere di ascoltare la musica; non avrebbe voluto nemmeno annusare un fiore.
Osservando il silenzio il più a lungo possibile, parlava solo a voce bassa. Andava a capo scoperto in tutte le stagioni; e, sotto i suoi abiti che erano grossolani e pesanti, portava diversi cilici e diverse catene, che aveva cura di variare per risvegliare sempre il sentimento del dolore. Inoltre, si infliggeva dure discipline; e quando, all'età di quarant'anni, i suoi superiori lo obbligarono a portare i sandali, metteva tra essi e i suoi piedi una quantità di piccoli chiodi; ma il più atroce strumento di penitenza che inventò contro se stesso fu una croce lunga circa un piede, guarnita di punte acuminate, che si legava così strettamente sulle spalle che vi si formò una piaga che non si chiuse più. Portava anche, attaccata al petto, un'altra croce dello stesso genere, ma più piccola. Abbreviava il suo sonno a un grado che ha del prodigioso; e quel poco che ne prendeva, lo prendeva solo seduto per terra, o con il corpo rannicchiato sul suo giaciglio, troppo piccolo perché potesse distendervisi, e la testa spesso appoggiata contro un pezzo di legno che sporgeva dal muro. La sua astinenza non era meno straordinaria. Negli ultimi trent'anni della sua vita, superò interamente il più insaziabile di tutti i bisogni, la sete, astenendosi non solo dal vino e dall'acqua, ma persino da ogni specie di liquido. Un giorno, mentre il suo confessore gli chiedeva come fosse riuscito a dominare un bisogno così imperioso della natura, rispose che gli era costato terribili combattimenti; che tuttavia la riflessione che faceva sulle sofferenze alle quali gli uomini si dedicano volontariamente per motivi che non ne valgono la pena, lo aveva fatto perseverare nel suo intento. Certamente, tutto ciò ci sembrerebbe incredibile, se non ricordassimo che san Giovanni Giuseppe della Croce si era fatto carico dello strumento della santa Passione di Nostro Signore Gesù e che fu miracolosamente sostenuto sotto il suo peso. Se non siamo dotati di un così grande coraggio, siamo tutti capaci almeno di soffrire molto più di quanto ci venga chiesto per guadagnare il cielo.
Doni mistici e profezie
Soggetto a bilocazioni, estasi e visioni, possiede anche il dono della profezia e della lettura dei cuori.
I rapimenti estatici e le visioni celesti erano qualcosa di abituale per il nostro Santo. In questo stato, egli era morto a tutto ciò che accadeva intorno a lui: non vedendo, non udendo e non sentendo più nulla, restava immobile come una statua di marmo; e, al suo risveglio, il suo volto brillava come un carbone ardente. In uno stato così analogo a quello dei Beati, partecipava di tanto in tanto alla loro gloria. Così, mentre era in preghiera, spesso il suo capo appariva circondato da un cerchio di luce; e, mentre diceva la messa, il suo volto irradiava uno splendore soprannaturale. Si dice che abbia dichiarato, in un momento di trasporto, che la santa Vergine gli era apparsa e che gli aveva parlato. La notte di Natale e in altre circostanze ancora, il bambino Gesù scendeva tra le sue braccia e vi restava per diverse ore di seguito. I suoi frequenti rapimenti, nei quali non toccava più terra, ma restava sospeso in aria, erano perfettamente noti; diverse persone che assistevano alla sua messa ne furono testimoni; la stessa cosa accadde anche in modo assai straordinario, nel corso di una processione.
Dio non gli rifiutò nemmeno quella singolare prerogativa di cui ha talvolta favorito i suoi Santi, di essere presenti in più luoghi contemporaneamente, o di passare con la prontezza degli spiriti celesti, da un luogo all'altro. Si racconta che, in un momento in cui era rimasto gravemente malato nella sua cella, una dama lo mandò a chiamare per venire ad ascoltarla in chiesa. «Vedete», disse al messaggero, «in che stato sono: non posso muovermi». Ma quando il servitore tornò a riferire questa risposta alla sua padrona, che, durante la sua assenza, aveva conversato con il Santo, ella rifiutò di credere alle sue parole, finché non ebbe acquisito la certezza che il Santo era realmente nella posizione che diceva. Francisco Viveros, che era domestico di una certa duchessa, venne a pregare il Santo di accompagnarlo dalla sua padrona, che desiderava vederlo, e, trovandolo del tutto incapace di muoversi, si affrettò ad andare a riferire questa circostanza alla duchessa, ai lati del cui letto trovò il Santo intento a consolarla.
Non c'è nulla al di sopra dello stupore di cui fu allora colto, ed egli lo espresse in modo assai vivo; ma il Santo gli disse con aria per nulla imbarazzata: «Quanto siete semplice; sono passato proprio accanto a voi, e non mi avete visto!». Allo stesso modo anche, la signora Artemisia, madre della marchesa di Rugiano, vedendosi colta dagli orribili dolori ai quali era soggetta, e non avendo alcun mezzo per chiamare il Santo in suo aiuto, lasciò sfuggire questa lamentevole esclamazione: «Oh padre Giovanni Giuseppe, siete lontano da me nella mia angoscia, e non ho nessuno che mi faccia il servizio di farvi venire qui». Stava ancora parlando che egli apparve all'improvviso e le disse con l'aria di benevolenza che gli era abituale: «Non è nulla, non è nulla!» poi la benedisse, la guarì e scomparve all'istante.
I segreti dei cuori non avevano nulla di nascosto per lui. Così, rese partecipe un fratello del suo Ordine della conoscenza che aveva del desiderio che egli nutriva segretamente di andare nei paesi infedeli per subirvi il martirio. Un'altra volta, essendo stato introdotto presso una dama che non aveva mai visto prima: «Ah! ecco», disse, «questa dama che ha tanto da soffrire per la cattiva condotta del suo sposo!». Poi, rivolgendosi a lei, le disse: «Perché gliene date l'occasione?» e si mise a rimproverarle i suoi torti su questo punto.
Ora, aggiungeremo alcuni tratti relativi alla conoscenza che aveva degli eventi lontani e futuri. Predisse la guarigione di una dama che era stata abbandonata dai medici, e che, in effetti, tornò in salute. Si raccomandava alle sue preghiere una religiosa che era gravemente malata: «Non temete», disse, «andrà bene»; e così avvenne. Al contrario, predisse la morte di diverse persone che non si sospettavano così vicine al trapasso. Essendo stato chiamato per assistere una religiosa che era in fin di vita, scorse accanto al suo letto una giovane persona che era sua nipote: «Mi avete chiamato qui», disse, «per assistere alla morte della zia la cui vita deve ancora prolungarsi, mentre è la nipote che è sull'orlo dell'eternità». Poco dopo, in effetti, la religiosa recuperò una salute perfetta, e la giovane persona fu portata via improvvisamente da un attacco di apoplessia.
Ma un esempio assai sorprendente della sua veracità profetica è ciò che accadde a tre giovani ai quali predisse i loro diversi destini, nella sua stessa casa di Ischia, nel 1694. I loro nomi erano Gabriele, Antonio e Sabato; tutti e tre manifestavano il desiderio di entrare nell'Ordine di San Pietro d'Alcantara. Quando il primo dei tre gli aprì il suo disegno, il nostro Santo esclamò con compassione: «Ahimè! figlio mio, un Ordine religioso non è la tua vocazione: hai una faccia da forca». Quando il secondo lo consultò, gli disse: «Stai in guardia, figlio mio, perché sei minacciato da un grande pericolo». Allora il terzo, che non era che un semplice contadino, avendo sentito in parte ciò che era già accaduto, rispose alle domande che gli fece il Santo relativamente a ciò che desiderava, dicendogli che «essendo morti i suoi genitori, e non trovando di meglio, desiderava unire il suo destino a quello degli altri due, che si proponevano di farsi monaci». — «Sabato», disse il Santo, «pregate la Santa Vergine con fervore, fate spesso il vostro dovere, e Dio vi assisterà». Seguendo questo consiglio, l'onesto contadino divenne fratello converso presso i Francescani scalzi, e si trovò spesso in rapporto con il nostro Santo. Condusse una vita santa, sopportò con un coraggio veramente cristiano le sofferenze orribili della sua ultima malattia, e morì con la reputazione di un grande servitore di Dio. Ma, prima della sua morte, ebbe occasione di essere testimone dell'adempimento delle altre due predizioni del nostro Santo; poiché, passando un giorno nelle vicinanze di Pozzuoli, gli fu indicato un luogo sulle montagne circostanti dove Antonio era stato ucciso e ridotto in cenere da un colpo di fulmine, quando era venuto nei dintorni per sposarsi e stabilirsi. Per una coincidenza veramente strana, incontrò, verso lo stesso periodo, nei dintorni dell'isola di Ischia, il terzo di cui il Santo aveva predetto il destino, Gabriele Martin, armato ed equipaggiato come un brigante. Apprese dalla sua stessa bocca che, avendo commesso un assassinio, era stato condannato a essere giustiziato, ma che era scappato dalla prigione in un momento di insurrezione, in cui tutte le prigioni erano state aperte, e che ora vagava come un fuggitivo, in una continua apprensione di essere perseguito per un altro omicidio di cui era colpevole.
Miracoli e dominio sulla natura
Il santo opera numerose guarigioni e manifesta un dominio sovrano sugli elementi e sugli spiriti maligni.
Resta da parlare dei miracoli del nostro Santo, il cui numero è incalcolabile. Innanzitutto, ebbe un dominio sovrano sugli spiriti maligni, che scacciò da diverse persone. La parte del monastero di Santa Lucia del Monte, chiamata il Noviziato, era infestata di notte da questi spiriti malvagi; ma il nostro Santo li sloggiò senza ritorno, benedicendo l'appartamento. Cosa strana: dopo la sua morte tentarono di tornarvi, ma ne furono respinti dalla semplice invocazione del suo nome. Gli elementi stessi gli obbedivano: la pioggia cessava di cadere al suo ordine, quando cadeva abbastanza forte da costringerlo a cercare un riparo. Un'altra volta, viaggiando con un compagno sotto una pioggia incessante, i loro vestiti si trovarono asciutti quando giunsero a destinazione, come se avessero avuto il sole per tutto il viaggio. La natura intera gli era sottomessa e serviva i suoi desideri. L'aria gli riportò sulle sue ali il bastone che aveva lasciato dietro di sé, e le piante, come abbiamo visto, crescevano soprannaturalmente per assecondare le vedute della sua carità. Talvolta operava miracoli con una semplice preghiera; spesso, facendo il segno della croce, o servendosi delle reliquie o delle sante immagini, o dell'olio delle lampade che ardevano davanti ad esse.
Non si citano meno guarigioni operate dal contatto con le cose che gli appartenevano, o da quello della sua stessa persona. Un mantello in suo uso liberò un individuo da una follia furiosa che era giudicata incurabile; il modo in cui si operò questa guarigione è davvero straordinario. La madre di questo malato, tenendo il suo mantello steso davanti a lui, egli saltò da una finestra molto alta in strada, e, quando ci si aspettava di trovarlo morto e tutto mutilato, lo si rialzò pieno di vita e tornato al suo buon senso; rimase in questo stato fino al momento della sua morte. Con un pezzo dell'abito del Santo, Casimir Avellon guarì sua moglie, a Londra, da un'affezione spasmodica alle spalle, contro la quale si erano invano tentati fino ad allora tutti i rimedi. Un gentiluomo fu liberato da un dolore acuto alla testa dal semplice contatto della sua persona; rinvigorì gli arti di un bambino di tre anni, e rese la vista a un giovane divenuto cieco, toccandoli semplicemente con le sue mani.
Morte e glorificazione
Muore il 5 marzo 1734 a Napoli dopo un'agonia segnata da segni prodigiosi legati a una reliquia di san Gaetano.
Fu così, nella pratica di tutte le virtù e favorito da grazie privilegiate, che il nostro Santo trascorse i giorni del suo pellegrinaggio, glorificando Dio, facendo l'elemosina e operando il bene, fino al momento in cui piacque al Signore di porre fine alla sua carriera terrena, non senza avergli fatto conoscere in anticipo il tempo e le circostanze della sua morte. L'anno in cui avvenne, avendo suo nipote scritto da Vienna che sarebbe tornato a casa nel mese di maggio, egli rispose che allora non lo avrebbe più trovato in vita. Solo una settimana prima della sua partenza, intrattenendosi con suo fratello Francesco, gli disse: «Finora non vi ho ancora chiesto nulla, fatemi la carità di pregare l'Onnipotente per me, venerdì prossimo; avete capito? Venerdì prossimo, ricordatevene, non dimenticate». Fu il giorno stesso della sua morte. Due giorni prima del suo ultimo attacco mortale, disse a Vincenzo Laine, avvicinandolo: «Non ci rivedremo più sulla terra». Ora, l'ultimo giorno di febbraio, dopo aver ascoltato la messa e ricevuto la comunione con un fervore straordinario, si ritirò nella sua stanza per rivolgere alla folla che si accalcava attorno a lui i suoi ultimi avvertimenti paterni. Continuò senza interruzione fino a mezzogiorno; e, a mezzogiorno preciso, voltandosi verso il fratello converso che si prendeva cura di lui, gli disse: «Tra poco, un colpo di tuono mi farà cadere a terra; voi mi rialzerete, ma sarà per l'ultima volta». In effetti, due ore e mezza dopo il tramonto, un attacco di apoplessia lo fece cadere a terra; era solo in quel momento; ma un fratello converso, entrato poco dopo nel suo appartamento, lo rialzò e lo mise sul suo letto. Mentre gli rendeva questo servizio, il Santo gli disse con dolcezza: «Vi raccomando questa immagine della Santa Vergine»; poi, con un volto pieno di gioia e di serenità, si coricò con gli occhi rivolti verso l'immagine della Madre di Dio. Dapprima si fraintese la natura del suo male; si pensò che l'eccesso di fatica avesse causato uno svenimento; ma, il giorno seguente, si manifestarono sintomi allarmanti, i cui progressi resistettero a tutti i rimedi. I Padri teatini, dai quali era teneramente amato, avendo appreso l'incidente che gli era accaduto, vennero a visitarlo, portando con loro la loro reliquia così rinomata, il bastone di san Gaetano. Quando gliene toccarono la testa, av saint Cajétan Santo la cui reliquia (bastone) manifestò segni durante l'agonia di Giovan Giuseppe. venne un fatto notevole, che riferiremo citando le parole stesse di padre Michele, dal quale la reliquia in questione fu applicata sulla testa del malato: «In virtù», disse, «dell'amore reciproco che esisteva tra il Padre Giovanni Giuseppe della Croce e me, e anche del mio profondo rispetto e dei miei obblighi particolari verso di lui, non appena seppi che era stato colpito da un attacco di apoplessia e che si temeva per la sua vita, gli portai il bastone di san Gaetano. Mentre gli toccavo la testa, avvenne un prodigio che non ha avuto eguali, né prima né dopo, sebbene la reliquia sia stata continuamente e sia ancora portata presso un gran numero di malati». Ecco il fatto: «Quando fui entrato nella cella del suddetto servo di Dio, che era morente, e gli ebbi posato la suddetta reliquia sulla testa, il bastone, all'istante stesso, fece certi salti e certi balzi corrispondenti a un suono melodioso che fu udito da tutti coloro che erano presenti; e, nonostante tutti i miei sforzi, non potevo impedirgli di muoversi tra le mie mani, con mio grande stupore e mia grande soddisfazione, che furono condivisi da tutti coloro che erano con me testimoni di un prodigio così inaudito. Nel momento stesso in cui questo prodigio si compiva, si vide il servo di Dio alzare lentamente la mano e indicare con l'indice il cielo. Colpito dallo stupore per ciò che stava accadendo, e per di più, vedendo che il Santo, per la violenza del suo male, era fuori di sé, mi disponevo ad avvicinare una seconda volta a lui la reliquia, quando il bastone si mise a saltellare come la prima volta e il suono melodioso si fece di nuovo udire; una seconda volta ancora il servo di Dio alzò la mano e mostrò il cielo con l'indice: il che mi fece comprendere che san Gaetano lo invitava al paradiso. Tutto ciò fu, per tutti coloro che erano presenti e per me, un grande motivo di consolazione e una sovrabbondanza di gioia spirituale; e il rumore di questo grande miracolo, diffondendosi a un tratto in tutto il monastero, si vide arrivare presso il malato una folla di religiosi e di persone di distinzione, che unirono le loro voci per pregarmi di applicargli ancora una volta la reliquia, affinché fossero anch'essi testimoni di questo prodigio. Dapprima rimasi indeciso, pensando che sarebbe stato in qualche modo tentare Dio; ma, cedendo infine alla loro importunità, mi prestai ai loro desideri, dicendo a me stesso: Forse Dio vuole ancora glorificare maggiormente il suo servo. Estraendo dunque la reliquia dal suo involucro, mentre tutti coloro che mi circondavano esaminavano con pia curiosità quale sarebbe stato il risultato, applicai la reliquia sul malato, a due riprese diverse, e ogni volta si rinnovarono i saltellamenti e i suoni di cui ho parlato; ogni volta anche, il servo di Dio alzò la mano e mostrò il cielo come le prime volte; il che mi confermò pienamente nella persuasione che fosse un invito con il quale san Gaetano lo chiamava alla felicità celeste, e al quale il Santo rispondeva con quel segno. Questo è un punto degno di seria attenzione, quando si riflette che il servo di Dio era stato colpito da apoplessia ed era privo di sensi».
Ecco ciò che ci insegna Padre Michele. Sebbene apparisse così, secondo tutte le apparenze, privo di sensi durante i cinque giorni in cui sopravvisse, non si può dubitare che la sua anima non fosse interamente dedita a estasi e a una contemplazione profonda; è, infatti, ciò che indicavano il suo volto, le sue labbra e i suoi gesti, che avevano l'espressione della più tenera devozione. I suoi occhi, generalmente chiusi, si aprivano frequentemente per riposarsi sulla dolce immagine di Nostra Signora, di cui aveva un quadro di fronte a sé; talvolta anche li volgeva verso il suo confessore, come per chiedere l'assoluzione, così come era stato precedentemente convenuto tra loro. Si scorgeva anche un serrarsi degli occhi e un'inclinazione del capo, e lo si vide battersi il petto quando, per l'ultima volta, ricevette l'assoluzione sacramentale dalle mani del superiore. Allo stesso modo, quando il suo caro amico, Innocenzo Valetta, si gettò in ginocchio ai piedi del suo letto e gli effuse la sua anima, raccomandando segretamente se stesso e la sua famigl Innocent Valetta Amico intimo del santo e testimone di un'apparizione postuma. ia alle preghiere del santo uomo, e scongiurandolo di non dimenticarli quando fosse stato in Paradiso, il servo di Dio gettò su di lui uno sguardo di ineffabile dolcezza e benevolenza, stringendogli teneramente la mano in segno che prometteva di fare ciò che desiderava da lui. Fu allora che gli fu data l'Estrema Unzione, alla presenza della sua comunità e inoltre di diversi personaggi di distinzione, ecclesiastici e laici, che tutti erano in ginocchio attorno al misero giaciglio del Santo morente. Ora, quando, secondo l'uso osservato presso i religiosi di San Pietro d'Alcantara, il padre guardiano si rivolse alla comunità, per dichiarare a tutti i religiosi che il loro fratello morente chiedeva, in nome della carità, di essere sepolto in un povero abito, il servo di Dio fece un segno di assenso con il capo e toccò la veste di colui che parlava. Allora, tutti coloro che erano presenti non poterono fare a meno di essere vivamente colpiti, vedendo che l'abito che aveva appena scelto l'umile Santo era il più povero che ci fosse, essendo stato portato per sessant'anni ed essendo talmente rattoppato che non era più possibile scorgerne la forma.
Infine, l'aurora riportò il giorno, e si vide sorgere quel sole così desiderato che doveva illuminare il passaggio del nostro Santo da questa valle di lacrime e da questa terra di dolori a una vita migliore: fu il venerdì, 5 marzo, giorno che non era ancora occupato nel calendario, come se gli fosse stato riservato apposta. Aveva trascorso la notte precedente in continui e ferventi atti di contrizione, di rassegnazione, di amore e di riconoscenza, a quanto se ne poté giudicare vedendolo battersi frequentemente il petto, alzare le mani al cielo e farsi il segno della croce. A un'ora non avanzata di quest'ultimo giorno, rivolgendosi a un fratello converso che lo assisteva, come se uscisse da un'estasi, gli disse: «Non ho più che pochi momenti da vivere». Allora il fratello converso corre in tutta fretta ad avvertire il superiore che, con tutta la comunità, che era in quel momento al coro, si recò prontamente alla cella del morente. Si recitò la raccomandazione dell'anima versando torrenti di lacrime, e il nostro Santo si tenne così profondamente raccolto durante quel momento solenne, che, quando il fratello Bartolomeo, vedendo che aveva fatto due volte sforzi per sollevarsi, gli passò il braccio sotto la testa, il servo di Dio agitò la mano per avvertirlo di cessare, affinché la sua unione con Dio non fosse interrotta. Il padre guardiano, accorgendosi che era in agonia, gli diede l'ultima assoluzione sacramentale; il Santo inclinò il capo per riceverla e lo risollevò subito; poi aprì gli occhi per l'ultima volta, sembrando nuotare nella gioia e inebriato di celesti delizie, li fissò, nel momento stesso in cui si chiusero, con uno sguardo di ineffabile tenerezza, sull'immagine della santa Vergine; e infine, dando alle sue labbra l'espressione di un dolce sorriso, senza altro movimento e senza altra dimostrazione, cessò di respirare.
Così spirò, senza sforzo e senza alcuna ripugnanza nemmeno della natura, Giovanni Giuseppe della Croce, lo specchio della vita religiosa, il padre dei poveri, il consolatore degli afflitti e l'invincibile eroe cristiano. Appena ebbe reso l'anima, che cominciò a manifestarsi a molti in uno stato glorioso. All'ora stessa della sua partenza per l'altra vita, Diego Pignatelli, duca di Monte-Lione, che passeggiava allora nel suo appartamento, scorse il Padre Giovanni Giuseppe della Croce, che gli app arve in perfetta salute (sebbene l'a Diego Pignatelli, duc de Monte-Lione Nobile napoletano, testimone di un'apparizione del santo al momento della sua morte. vesse lasciato malato a Napoli pochi giorni prima), e tutto circondato da una luce soprannaturale. Colpito dallo stupore a quella vista, il duca esclamò: «Cosa! Padre Giovanni Giuseppe, siete dunque così improvvisamente guarito?». Al che il Santo rispose: «Sto bene e sono felice», poi scomparve. Il duca inviò allora a Napoli, e apprese che era morto all'ora in cui gli era gloriosamente apparso. Si manifestò in modo ancora più notevole a Innocenzo Valetta; poiché, trovandosi addormentato al momento del decesso del nostro Santo, si sentì tirare per il braccio e si sentì chiamare a gran voce per nome. Svegliandosi allora, colto da vivo spavento, scorse una nube di gloria, e, in piedi nel mezzo di quella nube, un religioso dell'Ordine di San Pietro d'Alcantara, avanzato in età, di cui tuttavia non poteva distinguere i tratti a causa della moltitudine dei raggi di luce che ne scaturivano senza sosta e che, per il loro vivo splendore, gli abbagliavano gli occhi. Il religioso che gli appariva così, avendogli chiesto se lo conoscesse, rispose di no; egli gli disse allora: «Sono l'anima del Padre Giovanni Giuseppe della Croce, liberato all'istante stesso dai legami della carne e in rotta per il paradiso, dove non cesserò di pregare per te e per la tua casa. Se desideri vedere il mio corpo, lo troverai nell'infermeria di Santa Lucia al Monte». A queste parole, scomparve con la nube, lasciando colui che aveva favorito di quella visita, sciogliersi in lacrime e colmo di una santa gioia. Si vestì subito in tutta fretta e si recò a Santa Lucia, dove trovò una folla numerosa, che gli annuncia la morte del Santo, e che egli colpisce di stupore con il racconto di ciò che aveva visto lui stesso. Cadendo allora sul corpo del Santo, esprime i suoi rimpianti con torrenti di lacrime e se ne torna inconsolabile di quella perdita: è ciò che egli stesso ha attestato trent'anni dopo, quando fu questione di redigere il processo per la sua beatificazione. Allo stesso modo, tre giorni dopo, apparve a Padre Buono, religioso della sua stessa comunità, ingiungendogli di dire al superiore di ordinare di recitare un *Gloria Patri* davanti all'altare del Santissimo Sacramento, per rendere grazie alla santissima Trinità dei favori che ne aveva ricevuti. Un po' più tardi, la signora Maria Anna Boulei di Verme fu visitata dal Santo, di cui, in quel momento, desiderava ardentemente ricevere soccorsi spirituali. Il barone Bassano, che una malattia mortale teneva a letto, fu favorito da una visione simile e così bene guarito che visse ancora parecchi anni; e quando morì, fu di una malattia del tutto diversa da quella di cui si trovava allora afflitto. Avendo dunque mandato a cercare Padre Buono, gli raccontò come il Santo lo avesse guarito, raccomandandogli di mandarlo a cercare, e di condursi in tutto secondo i suoi avvisi spirituali: ciò che egli compì fedelmente.
Culto e riconoscimento ufficiale
Il suo corpo rimane flessibile e profumato; numerosi miracoli postumi portano alla sua canonizzazione nel 1839 da parte di Gregorio XVI.
Oltre a questi fatti, che ebbero come testimoni solo poche persone, vi è un'altra prova più pubblica dell'elevazione del nostro Santo alla gloria eterna. Il suo corpo, che, a causa dell'epoca della sua morte e della malattia che l'aveva causata, avrebbe dovuto naturalmente irrigidirsi quasi immediatamente, conservò tutta la sua flessibilità e presentò uno spettacolo davvero sorprendente quando, per avvolgerlo nel sudario, lo si mise a sedere. Il volto era bellissimo e frescamente colorito, sebbene durante la sua vita fosse di carnagione scura; e ne spirava una pace così dolce che il Santo sembrava solo addormentato. Dalle sue piaghe sgorgava un sangue caldo e vermiglio che esalava un soave profumo; molte persone vi intingevano i loro fazzoletti e li portavano via come reliquie. Quando il corpo fu trasferito dalla chiesa alla sacrestia, sembrava meno essere portato dai portatori che portarli essi stessi.
La notizia della morte del Santo non si fu appena diffusa a Napoli, che la folla si recò dove si trovava il corpo per vederlo; e, per ovviare a ogni violenza, si giudicò opportuno apporre delle guardie tutto intorno. Fu vano: il popolo superò ogni ostacolo e, in pochi istanti, non rimase più alcuna traccia dell'abito di cui era avvolto; se ne impossessarono con avidità come di una reliquia di gran pregio. La bara fu fatta a pezzi così come il velo che la copriva, e per tre volte fu necessario riportare il corpo in sacrestia per vestirlo decentemente. Si portavano croci e rosari per farli toccare alla sua persona sacra; indigeni e stranieri, tutti si accalcavano per baciargli i piedi.
Ancor prima che il corpo avesse ricevuto gli onori della sepoltura, il cielo glorificò con miracoli le spoglie sacre del nostro Santo. Frate Michele da San Pasquale, volendo resistere alla curiosità e alla devozione indiscreta della folla, ricevette una ferita alla testa, essendo stato colpito dalla punta di un'alabarda. Il sangue, che ne colava abbondantemente, fu arrestato applicandovi un pezzo dell'abito del Santo. Ma il prodigio più eclatante fu il miracolo operato in favore di Carlo Carafalo. Durante i funerali a cui assisteva, si raccomandò al Santo in un momento di fervore, promettendogli che, se fosse guarito dall'epilessia di cui soffriva da venticinque anni, avrebbe pubblicato questo miracolo in tutto l'universo. Il male lo lasciò all'istante. Ma il seguito fu ancora più straordinario; poiché avendo, per una colpevole ingratitudine, trascurato di mantenere il suo impegno, ebbe una ricaduta dopo un anno: ciò che lo portò ad andare a gettarsi ai piedi del Santo; implorò il suo perdono, riparò la sua colpa e guarì di nuovo.
Alcuni giacinti gettati sul corpo del Santo guarirono la figlia di Girolamo Politi da una violenta infiammazione all'occhio; e, senza parlare di una moltitudine innumerevole di fatti di questo genere, due piccole particelle dei suoi abiti guarirono Anna di Matia e Pasquale Christiano: la prima, da un violento dolore al fianco, che fino ad allora aveva resistito a tutti i rimedi; e l'altro, da orribili coliche che non lo avevano lasciato da sei anni e lo tenevano in una continua agonia. Questi favori eccitarono a tal punto l'ardore e la pietà del popolo, che tutti gli sforzi per mettere il corpo al riparo da uno zelo indiscreto furono inutili; e i superiori ritennero prudente accelerare la sepoltura. È per questo che, nonostante la risoluzione presa precedentemente di lasciare queste preziose spoglie esposte per tre giorni alla venerazione pubblica, il giorno seguente, di buon mattino, prima che la folla potesse entrare in chiesa, si celebrarono i funerali e il corpo fu piamente deposto nella tomba. Nulla potrebbe descrivere lo sconcerto del popolo nel momento in cui si aprirono le porte della chiesa; la violenza a cui si abbandonò è al di sopra di ogni descrizione: si precipitò in massa sulla pietra che ricopriva le preziose spoglie del Santo, baciandola e bagnandola con le sue lacrime. Margherita di Fraja ottenne, in questa occasione, la guarigione di suo nipote, che era morente a seguito di ferite ricevute in una caduta; e lo stesso giorno Vincenza Aldava fu guarita da una contrazione del ginocchio, che la rendeva incapace di camminare, sedendosi semplicemente sulla sedia che era appartenuta al nostro Santo e recitando l'Ave Maria in onore di Nostra Signora.
Allo stesso modo, dopo la sua inumazione, miracoli senza numero attestarono le virtù e la gloria del nostro Santo. Febbri, spasmi, attacchi di apoplessia ed epilessia, e diverse malattie giudicate incurabili, furono guarite con le sue reliquie. Questi prodigi determinarono il Papa Pio VI a iscriverlo nel Catalogo dei beati, il 15 maggio 1789. Pio VII riconobbe, il 27 aprile 1818, l'autenticità di due nuovi miracoli. Leone XII diede, il 29 settembre 1824, un decreto con il quale decideva che si poteva, in tutta sicurezza, procedere alla sua canonizzazione, e Gregorio XVI ne compì la cerimonia solenne il 26 maggio 1839.
La sua vita è stata Grégoire XVI Papa che ha fissato la festa liturgica del beato. scritta in italiano dal Padre Diodato e stampata a Napoli nel 1794. Quella che presentiamo è tratta dalle opere del cardinale Wiseman, t. xv; dalle Dimostrazioni evangeliche di M. Migne.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Ischia il 15 agosto 1654
- Ingresso nel noviziato dei Francescani riformati (Alcantarini) a Napoli nel 1671
- Direzione dell'erezione del monastero di Afila a 19 anni
- Nominato maestro dei novizi a 24 anni
- Eletto Provinciale dell'Ordine in Italia nel 1702
- Ritiro presso il monastero di Santa Lucia a Napoli nel 1722
- Morto a Napoli in seguito a un attacco di apoplessia nel 1734
Miracoli
- Moltiplicazione del pane e del vino nel monastero
- Germogli di pesco miracolosi su rami di castagno in febbraio
- Guarigione di ulcere tramite trasferimento della sofferenza
- Bilocazione presso una duchessa e la signora Artémisia
- Salti e suoni melodiosi del bastone di san Gaetano durante la sua agonia
Citazioni
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Cosa può comprendere un osso largo tre dita nei disegni imperscrutabili di Dio?
Risposta a un mormorio contro la Provvidenza -
Chi cammina sempre alla presenza di Dio non commetterà mai peccati.
Insegnamento spirituale