6 marzo 8° secolo

San Crodegango di Metz

Vescovo di Metz

Festa
6 marzo
Morte
6 mars 766 (naturelle)
Epoca
8° secolo

Vescovo di Metz e ministro dei primi Carolingi nell'VIII secolo, Crodegango fu un attore principale dell'alleanza tra la Francia e il papato. Riformò il clero creando la vita canonicale e impose la liturgia romana così come il canto gregoriano nel regno. Fondatore dell'abbazia di Gorze, morì nel 766 dopo una vita che univa alta politica e austerità religiosa.

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Sezioni di lettura: 7

SAN CRODEGANGO, VESCOVO DI METZ

Vita 01 / 07

Giovinezza e ascesa politica

Proveniente dalla nobiltà d'Austrasia, Crodegango divenne cancelliere e poi primo ministro di Carlo Martello prima di essere nominato vescovo di Metz nel 742.

Crodegango, proveniente da un'illustre famiglia del regno d'Austrasia, in seguito alleata con i Carolingi, nacque nel paese di Hasbaye, nel Brabante, verso l'anno 712. Suo padre si chiamava Sigramno e sua madre Landrada. Fu educato nell'abbazia di San Trone, dove fece grandi progressi nelle lettere e nella pietà. Quando fu in età di entrare nel mondo, i suoi genitori lo inviarono alla corte di Carlo Martello per formarsi negli esercizi convenienti alla sua nascita. Il maggiordomo di palazzo, pieno di affetto e di stima per la sua virtù e la sua scienza, gli conferì l'incarico di referendario o cancelliere, e poi quello di primo ministro, nel 737. Crodegango era di bell'aspetto, molto eloquente, e parlava con grande facilità la lingua latina e la lingua tedesca. Sebbene fosse obbligato a vivere a corte, non cambiò nulla nella semplicità degli abiti che era solito indossare. Continuò anche ad affliggere il suo corpo con digiuni, veglie e altre austerità. Il suo amore per la mortificazione andava così lontano che concedeva alla natura solo ciò che le era assolutamente necessario. La sua carità per i poveri non conosceva confini; provvedeva ai bisogni di una moltitudine innumerevole di infelici e proteggeva, con bontà paterna, le vedove e gli orfani. Egli mostrò, nell'elevata carica che occupava, tanta saggezza ed equità che, essendo la sede di Metz divenuta vacante nel 742 per la morte di san Sigebaldo, fu scelto per sostituirlo. Ma Pipino, che era appena succeduto a Carlo Martell o, su Pépin Re dei Franchi la cui ascesa al trono fu sostenuta da Burcardo. o padre, non volle acconsentire alla sua consacrazione se non alla condizione che continuasse a svolgere le sue funzioni di ministro. Il santo, che aveva una grande capacità, trovò il modo di bastare a tutto, senza trascurare nessuno dei doveri così numerosi e difficili che gli imponeva la sua doppia dignità. Non perse nulla della sua umiltà, della sua dolcezza, del suo raccoglimento, né della semplicità che regnava in tutto il suo aspetto. Portava sempre un cilicio sotto i suoi abiti. Passava gran parte della notte in preghiera e i suoi occhi erano soliti versare un torrente di lacrime durante questo santo servizio. Lo zelo che mostrò per ravvivare nel suo clero quello spirito di preghiera e di fervore che caratterizzava i primi secoli della Chiesa è una prova ben sensibile del suo ardore per il servizio di Dio e per il compimento della sua gloria. Rese il Capitolo della sua cattedrale una comunità regolare e diede ai suoi canonici e ai suoi chierici una regola molto saggia, in trentaquattro articoli, tratti in gran parte da quella di san Benedetto. Questa regola si discostava saint Benoît Fondatore dell'ordine benedettino, citato come riferimento cronologico. poco, in effetti, da quella delle case religiose: l'abitazione comune, la tavola comune, un costume simile, la divisione delle ore di preghiera, le occupazioni nell'intervallo. La sola differenza tra i canonici e i religiosi è che questi ultimi avevano come capo il loro abate e quelli il vescovo. Tuttavia, essi erano considerati ecclesiastici secolari e, in tale qualità, avevano la priorità sui monaci. Il santo vescovo fece costruire il chiostro della cattedrale; vi aggiunse due chiese: quella di San Pietro il Vecchio, chiamata per corruzione San Pietro il Vivo, e quella di San Paolo. Il vescovo aveva un alloggio a parte, per esercitarvi l'ospitalità, senza disturbare la comunità.

Fondazione 02 / 07

Riforma del clero e regola canonicale

Il vescovo impone una vita comunitaria rigorosa al suo clero redigendo una regola ispirata a san Benedetto, che servirà da modello per l'Impero carolingio.

La regola di san Crodegango fu così stimata che diverse chiese l'adottarono e che essa servì in seguito da modello per la riforma generale che i concili cercarono di attuare nel clero. Il concilio di Aquisgrana, nell'816, vi apportò alcune aggiunte e ne raccomandò l'osservanza a tutti i canonici dell'impero di Ludovico il Pio. Leofric, vescovo di Exeter, che aveva soggiornato per qualche tempo in Austrasia, la portò in Inghilterra e la introdusse nella sua cattedrale.

Fondazione 03 / 07

Fondazione dell'abbazia di Gorze

Nel 749, fonda l'abbazia di Gorze, centro maggiore di riforma monastica e spirituale in Austrasia.

San Crodegango non mostrò minor zelo per il ristabilimento dell'osservanza religiosa nei monasteri della sua vasta diocesi. Fondò, verso l'anno 749, vicino a Metz, in una valle interamente coperta di foreste, la celebre abbazia d i Gorze, che di abbaye de Gorze Luogo di formazione iniziale di Adalberone II. ede al regno d'Austrasia tanti santi riformatori, illustri prelati, e fu colmata, alle sue origini, dalle ricche donazioni di Pipino e di Carlo Magno. Il santo vescovo la edificò in onore degli Apostoli san Pietro e san Paolo, e di santo Stefano, patrono della sua chiesa, e le diede la regola di san Benedetto.

Missione 04 / 07

Diplomazia e sostegno al papato

Crodegango svolge un ruolo cruciale di mediatore tra papa Stefano II, minacciato dai Longobardi, e il re Pipino il Breve, facilitando l'alleanza franco-papale.

Crodegango non era solo un grande Santo, ma un saggio ministro e un abile negoziatore, a cui il suo sapere e la sua eloquenza conferivano grande autorità nei consigli della nazione. Pipino amava impiegarlo negli affari più delicati. Astolfo, re dei Longobardi, divenuto padrone dell'esarcato di Ravenna, aveva intimato a Roma di riconoscerlo come sovrano, con la minaccia di portare ferro e fuoco sul suo territorio. Papa Stefano II fece tut to il possibile pape Étienne II Fratello e predecessore di Paolo I. presso il re dei Longobardi per piegarlo e impegnarlo ad avere qualche riguardo per la cattedra di san Pietro; ma, vedendo che le preghiere, i doni, la mediazione stessa dell'imperatore d'Oriente erano inutili, risolse di rivolgersi al popolo franco. Scrisse a Pipino lo stato deplorevole in cui si trovava Roma e lo pregò di inviargli degli ambasciatori, affinché potesse intendersi con loro. Il monarca franco gli inviò Droctegango, abate di Gorze, per assicurargli la sua protezione. Stefano, colmo di gioia, congedò subito questo ambasciatore con un'altra lettera per Pipino; pregava segretamente il re di far giungere a Roma nuovi ministri, il cui nome e la cui dignità facessero rispettare la sua persona, affinché in loro compagnia potesse arrivare ai piedi delle Alpi e recarsi in Francia. Due nuovi ambasciatori furono designati da Pipino e dall'assemblea dei signori franchi per recarsi presso il Pontefice: erano Crodegango e il duca Antcario. Il vescovo di Metz soprattutto fece mostra in questa missione delicata di molta prudenza e coraggio, poiché a tutte le sue virtù episcopali univa una devozione senza limiti alla cattedra di san Pietro. Quando i due inviati arrivarono a Roma, trovarono i Longobardi già padroni delle fortezze vicine alla città; i Romani erano nella costernazione e il Papa si preparava a partire per Pavia, per implorare la pietà del re dei Longobardi. Stefano si aggregò dunque i due deputati di Pipino e, accompagnato da una scorta di prelati e chierici della chiesa romana e dai principali personaggi della città, uscì da Roma il 14 ottobre 753. Il duca Antcario prese l'iniziativa e si recò in fretta a Pavia per attendervi il Papa e preparare il suo arrivo. Stefano scongiurò di nuovo Astolfo di rimettere le cose nello stato in cui erano prima delle sue imprese; ma il re dei Longobardi persistette ostinatamente a mantenere le sue conquiste e impiegò tutti i mezzi immaginabili per impedire al Papa di uscire dall'Italia. Allora i deputati di Pipino gli chiesero, a nome del loro re, di non opporsi al disegno che aveva il sovrano Pontefice di andare in Francia. Astolfo, sorpreso, rimandò la sua risposta al giorno seguente. Nell'intervallo inviò persone per spaventare Stefano, se avesse persistito nel suo progetto; e, quando arrivò l'udienza, in cui gli ambasciatori franchi rinnovarono la loro richiesta, il re, contando sull'effetto delle sue minacce segrete, scongiurò il Pontefice di dire se realmente volesse recarsi in Francia. Questi, incoraggiato dalla presenza di Crodegango e di Antcario, rispose con aria rispettosa: «Sì, tale è il mio disegno, se l'intenzione della vostra gloria è di rendermi la libertà». Astolfo, vedendo che avrebbe combattuto inutilmente la risoluzione del Papa, non vi si oppose più e lo lasciò libero di proseguire il suo viaggio.

Stefano, accompagnato dai prelati della sua casa e dai due inviati del re di Francia, che dirigevano il suo cammino, uscì da Pavia il 15 novembre e, nonostante il rigore della stagione, arrivò felicemente in Francia. Pipino si trovava a Thionville, tenuta reale sulla Mosella, quando apprese che il Papa aveva già attraversato le Alpi. Inviò subito Carlo, suo figlio primogenito, che era all ora nel suo dodicesimo Charles, son fils aîné Imperatore dei Franchi e zio di San Folchino. anno, per accompagnare il Pontefice fino al palazzo di Ponthion, in Champagne, dove si recò di persona con la regina Bertrada, i suoi altri figli e i grandi della sua corte. Alla notizia dell'avvicinarsi del Papa, Pipino si portò egli stesso a una lega dal palazzo per riceverlo. Non appena lo scorse, scese da cavallo, si prostrò davanti a lui con sua moglie e i suoi figli, e i signori che lo accompagnavano; camminò per qualche tempo a piedi accanto alla sua cavalcatura, servendogli da scudiero. Stefano, penetrato di gioia, elevò la voce e, rendendo grazie a Dio, intonò inni e cantici, che tutto il seguito ripeté. Arrivarono così al palazzo di Ponthion, il 6 gennaio 754, giorno dell'Epifania. Da Ponthion il Papa si ritirò al monastero di Saint-Denis, dove rimase fino alla fine dell'inverno, attendendo il risultato dei negoziati.

Tra i più fermi sostegni del Papa fu sempre il vescovo di Metz, che non solo usò in questo affare tutta la sua influenza a corte, ma agì ancora presso i signori franchi, nell'assemblea di Quierzy-sur-Oise, per convincerli a intraprendere la guerra d'Italia e a far restituire alla Santa Sede i domini che le erano stati rapiti ingiustamente. Ma prima di passare le Alpi, Pipino, su rappresentazione del sovrano Pontefice, credette di dover fare un ultimo tentativo sullo spirito di Astolfo. Gli inviò di nuovo san Crodegango per scongiurarlo, a nome dei santi Apostoli, di non esercitare alcuna ostilità contro Roma, di rendere alla Santa Sede i luoghi che le aveva tolto e di non assoggettare i Romani a superstizioni incompatibili con le loro leggi. Il vescovo di Metz era, inoltre, portatore di una lettera del Papa al re dei Longobardi, nella quale lo pregava, per i misteri sacri e per il temibile giudizio di Dio, di ascoltare finalmente la voce della religione e della giustizia. Ma tutto lo zelo e tutta l'abilità di Crodegango dovevano fallire davanti a un principe di un'ambizione cieca e sacrilega, che non voleva sentir parlare di restituzione.

Eredità 05 / 07

Riforma liturgica e canto romano

Egli introdusse la liturgia e il canto romano (gregoriano) in Francia, facendo di Metz il centro d'eccellenza della musica sacra nell'Impero.

San Crodegango non meritava solo il riconoscimento dei sovrani Pontefici, contribuendo, più di ogni altro vescovo del suo tempo, al ristabilimento e all'ingrandimento della sovranità temporale della Santa Sede, ma ebbe anche la gloria di cooperare in modo efficace al compimento di un voto che stava loro ugualmente a cuore, l'estensione della liturgia romana. La libertà che ogni chiesa aveva all'origine del cristianesimo di redigere la propria liturgia doveva produrre differenze a volte molto grandi tra gli uffici delle chiese di una stessa provincia. Si sentì presto il bisogno di stabilire una certa unità. I sinodi provinciali iniziarono a prescrivere alle chiese suffraganee l'unità di salmodia. Presto i concili nazionali si adoperarono allo stesso modo per estendere questa uniformità a tutte le Chiese di una stessa nazione. Ma questo stato di cose non poteva sfuggire alla vigilanza dei Pontefici romani. Fin dalla fine del IV secolo, essi fecero gli sforzi più perseveranti per ricondurre tutte le chiese dell'Occidente a una perfetta conformità di rito con la Chiesa romana, madre e maestra di tutte le chiese del mondo, ma unita, sembra, da legami più stretti con le chiese dell'Occidente che erano uscite immediatamente dal suo seno e ricevettero da essa, con la fede, i primi elementi della loro liturgia. Si possiedono lettere scritte a questo proposito da san Siricio, verso la fine del IV secolo, da sant'Innocenzo e san Celestino, nel V, da san Gregorio Magno, all'inizio del VI, da san Gregorio II e san Zaccaria, nella prima metà dell'VIII. Già prima del VI secolo, il canto gregoriano era stato introdotto nella maggior parte d ei paesi dell'O chant grégorien Tradizione liturgica mantenuta con cura dal Papa. ccidente. Quando san Gregorio inviò sant'Agostino nella Gran Bretagna, egli disperse in tutto l'Occidente dei cantori istruiti alla scuola di Roma. Ma, nonostante tutti gli sforzi di questo grande Papa e dei suoi successori per diffondere il canto romano e conservarlo nella sua purezza; nonostante il frequente invio di cantori abili, formati alla scuola del Laterano, il canto ecclesiastico era lontano dall'essere uniforme. Era caduto in Francia in una grande decadenza, soprattutto sotto la rude amministrazione di Carlo Martello. Spiacevoli alterazioni ne avevano annientato il fascino. Quando il Papa Stefano II venne in Francia, secondo il resoconto di Valafrido Strabone, scrittore del IX secolo, egli chiese al re Pipino, in segno della fede che univa la Francia alla Santa Sede, di assecondare i suoi sforzi per introdurre nel regno gli uffici della Chiesa romana. Il re, continua il cronista, accolse il pio disegno del Pontefice, e i chierici del seguito di Stefano diedero ai cantori franchi lezioni sul modo di celebrare gli uffici. Si è concordi nel pensare che fu la chiesa di Metz, sotto san Crodegango, la prima delle Gallie a ricevere il canto e la liturgia romana. Nella missione che il santo vescovo compì presso Stefano II, egli fu, senza dubbio, iniziato dal Sommo Pontefice al progetto la cui esecuzione i Papi perseguivano da tempo. Testimone d'altronde, durante la sua ambasciata a Roma, delle magnificenze liturgiche della Chiesa romana e della maestà della Sede apostolica, non poteva mancare di esserne soggiogato. Si confermò anche nel disegno, che forse aveva già realizzato, di stabilire la vita regolare nel suo clero, dopo essere stato testimone della vita esemplare dei vari collegi apostolici che servivano le basiliche. Per unire maggiormente il clero della sua Chiesa alla Chiesa romana, e dare agli uffici divini una forma più augusta, si affrettò, al ritorno in Francia, a introdurre nella sua diocesi il canto e l'ordine degli uffici romani. Lo zelante prelato usò tutta la sua influenza presso Pipino e il clero franco, di cui era la luce e la gloria, come si esprime Teodulfo, vescovo di Orléans, per assecondare l'opera di unità alla quale i sovrani Pontefici lavoravano con tanta perseveranza. Tra i dodici cantori inviati in Francia da Stefano II, su richiesta del re, per propagarvi le sante tradizioni del canto gregoriano, alcuni vennero senza dubbio a stabilirsi a Metz, la cui scuola di canto iniziò presto a godere di una grande celebrità.

Culto 06 / 07

Reliquie e ultime fondazioni

Ottiene da Roma le reliquie dei santi Gorgonio, Nabore e Nazario, che distribuisce tra Gorze, Saint-Avold e Lorsch.

Il merito di san Crodegango era così universalmente riconosciuto che egli prese parte a quasi tutti gli affari importanti del suo tempo. Assistette alle assemblee e ai concili di Verberie (753), di Quierzy-sur-Oise (754), di Verneuil (755), di Compiègne (757), di Attigny (765), che presiedette, e tenne egli stesso diversi concili nella sua città episcopale. Aiutato dalle pie liberalità di Pipino, fece ricostruire o restaurare il coro e il santuario della sua Chiesa cattedrale, e li circondò di navate laterali. Paolo Diacono, storico dei vescovi di Metz, cita, come lavori notevoli eseguiti per suo ordine, l'altare maggiore sormontato da un baldacchino e le balaustre di cui lo circondò. Infine, il santo Pontefice, colmo di meriti, andò a raggiungere in cielo i santi ai quali aveva reso tanti pii onori. Morì il 6 marzo 766 e fu inumato nel monastero di Gorze, al quale aveva lasciato grandi beni con il suo testamento, che ancora possediamo. Teodulfo, vescovo di Orléans, compose il suo epitaffio in versi, in cui fa un magnifico elogio dei suoi talenti e delle sue virtù. In seguito, una parte delle reliquie di san Crodegango fu trasferita a Metz, nell'abbazia benedettina di Saint-Symphorien. Esse sono scomparse nel mezzo delle spogliazioni sacrileghe della rivoluzione.

Vita 07 / 07

Morte e posterità

Chrodegand muore nel 766 e viene sepolto a Gorze; la sua opera è celebrata da Teodulfo d'Orléans e perdura attraverso la scuola di canto di Metz.

I. Notizia sull'abbazia di Gorze. — Gorze, a quindici chilometri a sud-ovest di Metz, non era un tempo, come dicono le nostre antiche cronache, che una fitta foresta dove i re d'Austrasia prendevano spesso il piacere della caccia, un deserto montuoso e pietroso, bagnato da una moltitudine di limpidi ruscelli. Il principale portava il nome di Gorzia, Gorgia o Gurges (abisso), apparentemente a causa della profondità e dell'abbondanza delle acque della sorgente. È lì che iniziava il magnifico acquedotto romano, di cui alcune arcate sussistono ancora nel villaggio di Jouy, e che conduceva a Metz le acque di Gorze. Da qui ancora il nome di Gurgitenses, dato ai monaci, di Gurgitemum Monasterium, dato al monastero. Questa celebre abbazia fu fondata, verso l'anno 749, da san Chrodegand. Si assicura che egli la elevò nello stesso luogo in cui san Clemente, venendo da Roma a Metz per annunciare il Vangelo, aveva costruito un oratorio in onore del Principe degli Apostoli.

San Chrodegand costruì egli stesso il suo monastero in onore degli apostoli san Pietro e san Paolo; gli diede la regola di San Benedetto e lo pose sotto la custodia e la protezione della chiesa di Santo Stefano di Metz. Fece la dedicazione della Chiesa nel 753, poco tempo prima del suo celebre viaggio presso papa Stefano II. Fin dalla sua origine, Gorze trasse dal suo fondatore una rinomanza attestata dai versi di Alcuino.

Nel 763, san Chrodegand condusse una colonia dei suoi religiosi di Gorze al monastero di Lauresheim, che la sua famiglia aveva appena fondato nella diocesi di Magonza, e che divenne una delle più illustri della Germania. Ma, circa due secoli dopo la sua fondazione, Gorze era caduta nello stato più deplorevole, in seguito alle guerre civili e alle devastazioni dei barbari che desolarono il regno. Nel 933, il vescovo di Metz, Adalberone I, che il suo zelo per il ristabilimento dell'osservanza regolare fece soprannominare il Padre dei monaci, introdusse a Gorze una celebre riforma, di cui san Giovanni di Vondières fu uno dei principali strumenti. L'antica abbazia, così rinnovata, divenne presto un vivaio di Santi e di Riformatori. La cronaca ricorre alle più vive immagini per rendere i pregi di questa dimora santa: «Gorze era come un sole che scagliava lontano i raggi della religione monastica», un paradiso smaltato dei fiori della santità. Le ricchezze di Gorze, rapidamente accresciute dagli imperatori e dai re, furono immense. Il suo territorio signorile, non compresi diversi domini lontani, racchiudeva ventotto borghi o villaggi; gli abati godevano dei diritti regali, battevano moneta e avevano parte all'elezione del maestro scabino di Metz. Numerosi e ricchi priorati dipendevano dalla messa abbaziale, e lo splendore di tutto questo fulgore temporale vide a lungo fiorire la pietà e la scienza in scuole da cui uscirono, nel medioevo, diversi prelati illustri. Questa abbazia, che somigliava a una cittadella e serviva da difesa alla città che si era formata attorno alla sua cinta, ebbe molto a soffrire dalle guerre di religione che desolarono la Francia durante il XVI secolo. Fu secolarizzata nel 1572, secondo le sollecitazioni del grande cardinale Carlo di Lorena, che ne era allora abate, e che divise i beni del monastero tra la primaziale che i duchi di Lorena avevano il progetto di erigere a Nancy, e il collegio dei gesuiti di Pont-à-Mousson. Il titolo abbaziale fu posto alla primaziale, e l'abbazia convertita in un Capitolo di canonici, che fece l'ufficio nella chiesa parrocchiale, eretta da allora in collegiata. La chiesa abbaziale e tutti i luoghi regolari furono demoliti nel 1689. Fin dall'anno 1717, le vestigia dell'antica abbazia erano talmente cancellate, che i due viaggiatori benedettini Martène e Durand, passando per il borgo dove esistette, furono sorpresi di non trovare più Gorze in Gorze. Non ne resta più oggi che un pezzo di muraglia e un fossato, che l'attuale proprietario ha religiosamente rispettato. La chiesa collegiata, bell'edificio del XIII secolo, costruito dai monaci di Gorze, serve ancora oggi da parrocchia; ma l'antico castello abbaziale è stato trasformato in deposito di mendicità.

II. Sull'abbazia di Louresheim al Lorach. — Questa abbazia, molto celebre nella storia carolingia, era situata sul piccolo fiume Weschmitz, chiamato allora Wisgor, tra Magonza e Heidelberg. La Chiesa fu consacrata, nel 774, davanti a Carlo Magno e alla regina Ildegarda, da Lullo di Magonza, Angelramo di Metz e diversi altri prelati. Questa abbazia divenne una delle più illustri della Germania: la si contava tra le quattro prime dell'impero, e possedette, a titolo di principato, il paese detto Berystrass (Strato-Montana), tra Heidelberg e il piccolo fiume Dietbourg. Più di quattromila carte erano trascritte sul suo cartulario, che l'accademia palatina fece stampare a causa delle preziose informazioni storiche che fornisce. La tradizione fa onore ai monaci di Lauresheim di aver formato la prima biblioteca della Germania; e fu, in effetti, presso di loro che si trovarono, al rinascimento, i manoscritti di diversi autori dell'antichità classica. Tassilone, detronizzato da Carlo Magno, fu relegato nel monastero di Lauresheim, dove un tempo si mostrava la sua tomba. Nel XIII secolo, i Benedettini furono sostituiti dai Premonstratensi, e il principato abbaziale fu unito alla sede di Magonza per duecento anni; poi passò ai conti palatini. In seguito a ciò accadde, nel XVI secolo, che gli elettori palatini, avendo abbracciato la Riforma, distrussero Lauresheim. La devastazione ebbe luogo nel 1558, e un incendio, avvenuto nel 1621, consumò ciò che era sfuggito alla prima rovina.

III. Sulla celebre scuola di canto di Metz. — La scuola di canto ecclesiastico, fondata a Metz da san Chrodegand, divenne soprattutto fiorente sotto i regni di Carlo Magno e di Ludovico il Pio, suo figlio, durante l'episcopato di Agilramo e di Drogone. In un primo viaggio che Carlo Magno fece a Roma, nel 774, dice Giovanni Bixere, storico di san Gregorio Magno, lasciò al papa Adriano due chierici intelligenti della sua cappella, per perfezionarsi nella conoscenza del canto romano. Li destinava alla chiesa di Metz, per mezzo della quale si proponeva di operare la riforma del canto in tutto il suo vasto impero. In un secondo viaggio che Carlo Magno fece a Roma, nel 787, chiese al Papa dei cantori istruiti che potessero rimettere i Franchi nella linea delle sane tradizioni; Adriano si affrettò ad acconsentire al desiderio del religioso monarca. Gli diede due cantori abili, Teodoro e Benedetto, che erano stati educati alla scuola di san Gregorio, e univano a una scienza approfondita del canto, conoscenze assai estese. Carlo, di ritorno in Francia, pose uno di questi cantori a Metz per l'Austrasia, l'altro a Soissons per la Neustria, e ordinò a tutti i maestri di canto delle altre città di Francia di presentare loro i propri antifonari da correggere. La scuola di Metz, già celebre, divenne la più fiorente di tutto l'impero. Il canto gregoriano vi si elevò al più alto punto di perfezione, in modo che, dice il monaco di Angoulême, essa superava le altre scuole di Francia tanto quanto essa stessa cedeva a quella di Roma. È ancora la lode che le dava lo storico romano di san Gregorio Magno. La scuola di Metz estese la sua influenza su tutto l'impero: il suo antifonario era il modello sul quale si correggevano tutti gli altri. In un capitolare di Thionville, dell'anno 805, Carlo Magno ordinò che si traessero dalla scuola di Metz tutti i maestri di canto. Per il canale di questa famosa scuola, il canto romano cominciò talmente a propagarsi in tutte le province, che, secondo la testimonianza del monaco di San Gallo, il canto ecclesiastico prese, fino in Germania, il nome di canto messinese.

La scuola di Metz raggiunse il suo apogeo sotto l'abile direzione di Amalario, arcidiacono della chiesa di Metz, il più abile liturgista del suo tempo. Amalario, soprannominato Symphosius a causa del suo gusto per la musica, aveva studiato sotto Alcuino, al quale succedette anche più tardi nella direzione della scuola di palazzo. Ludovico il Pio, che apprezzava il merito dell'arcidiacono di Metz, lo deputò a Roma, nell'827, con la missione di riportarne un nuovo esemplare dell'antifonario di san Gregorio. Amalario, durante il suo soggiorno nella città eterna, consultò i ministri delle chiese di San Pietro, e profittò delle loro istruzioni per correggere la sua grande opera *De Officio Divino*, di cui diede al suo ritorno una nuova edizione. Prese anche da lì occasione di comporre il suo prezioso libro: *De Ordine Antiphonarii*. «Questa raccolta», dice l'autore delle *Istituzioni liturgiche*, «divenne il regolatore del canto ecclesiastico nelle nostre Chiese. Non si tornò più d'ora in poi a Roma a cercare nuovi antifonari, e tale fu l'origine prima della liturgia romano-francese». La reputazione della scuola di Metz si sostenne per diversi secoli. Una lettera di san Bernardo ci apprende che i primi Padri di Cîteaux, volendo stabilire nella loro congregazione la migliore metodologia per cantare le lodi di Dio, ricorsero alla chiesa di Metz, e fecero trascrivere il suo antifonario. «Questa superiorità di cui la scuola di Metz conservava ancora la reputazione nel XIII secolo, sulle scuole di canto delle altre cattedrali di Francia, dice il T. R. Dom Guéranger, è dovuta senza dubbio alla disciplina che san Chrodegand aveva stabilito tra i canonici. Le tradizioni di questo genere dovevano conservarsi più pure in questa chiesa, il cui clero custodiva con tanta regolarità le osservanze della vita canonicale».

IV. Epitaffio di san Chrodegand, di Teodulfo, vescovo d'Orléans:

(Testo latino omesso)

«Chiunque tu sia, che tu venga dall'Occidente o dall'Oriente, apprendi che quest'urna racchiude le ceneri di un uomo pio e puro, avendo unito il fulgore del merito alla rettitudine che dà l'esercizio delle virtù. I suoi atti erano santi; la legge di Dio faceva l'oggetto delle sue meditazioni, e non ha punto vacillato nella fede. Riportò dalla sede di Pietro l'Insegna del Pallio, e Pastore ha esaltato il capo dei Pastori. Diede al suo clero la regola di una santa vita. Luce e gloria della Chiesa, con il suo esempio e le sue parole, ha inviato le sue opere al cielo, poiché possedeva ad alto grado la scienza della direzione delle anime. Pieno d'amore per la virtù, e d'orrore per il vizio, esercitò con vigore la sua carica di vescovo. Consolatore delle vedove, benefattore dei malati, si mostrò il padre degli orfani. Amato dai re, venerato dai popoli, la sua vita poteva servire da modello a tutti. E quando gli anni ebbero posto il limite della sua corsa, rese alla terra ciò che era della terra. La sua anima volò verso la regione degli astri.»

Mabill., *Veter. analect.*, p. 377.

M. l'abate Noël, professore al grande Seminario di Metz, attualmente curato di Briey (av. 1872).

Fonte ufficiale Les Petits Bollandistes, di mons. Paul GUÉRIN, cameriere di Sua Santità Pio IX.

Annessi ed entità collegate

Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.

Eventi principali

  1. Nascita intorno al 712 in Hesbaye
  2. Nominato primo ministro di Carlo Martello nel 737
  3. Elezione alla sede episcopale di Metz nel 742
  4. Fondazione dell'abbazia di Gorze verso il 749
  5. Ambasciata presso Papa Stefano II nel 753
  6. Ricezione del Pallio e titolo di arcivescovo nel 754
  7. Introduzione della liturgia e del canto romano in Francia
  8. Presidenza del concilio di Attigny nel 765

Citazioni

  • Statuit fecit cantores contra altare et in sono eorum dulce fecit modus. Eccli. xlvii, 11 (applicato dall'autore)
  • Vita ejus cunctis norma salutis erat. Teodulfo, vescovo di Orléans (Epitaffio)

Entità importanti

Classificate per pertinenza nel testo