San Tommaso d'Aquino
E DOTTORE DELLA CHIESA
Religioso domenicano e Dottore della Chiesa
Nato nel 1226 in una nobile famiglia italiana, Tommaso d'Aquino entra nell'ordine di San Domenico nonostante la violenta opposizione dei suoi familiari. Soprannominato il 'Dottore angelico', rivoluziona la teologia con i suoi scritti, in particolare la Somma Teologica, e compone l'ufficio del Corpus Domini. Muore nel 1274 nell'abbazia di Fossanova, lasciando un'opera intellettuale che rimane il pilastro dell'insegnamento della Chiesa.
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SAN TOMMASO D'AQUINO, RELIGIOSO DOMENICANO
E DOTTORE DELLA CHIESA
Origini e segni precoci
Nato in un'illustre famiglia italo-normanna vicino ad Aquino, Tommaso manifesta fin dall'infanzia una singolare pietà e scampa miracolosamente a un fulmine.
1274. — Papa: Gregorio X. — Re di Napoli: Carlo I.
Angelo della scuola... vale a dire vergine e dottore.
Dio, che si compiace di porre fiori vicino ai ruscelli e che predestina la culla dei Santi, fece nascere san Tomma so d'Aquino in un an saint Thomas d'Aquin Santo citato come esempio di resistenza alla tentazione. golo di terra ammirevole, protetto dalle ultime cime degli Appennini, chiamato ancora oggi nel dolce linguaggio di quei luoghi: la campagna felice; felice campagna, in effetti, distesa come un ricco tappeto ai piedi del più celebre monastero del mondo: Montecassino.
La città di Aquino, che questo gra le Mont-Cassin Monastero di riferimento per la regola benedettina. nde Santo e questo grande genio ha immortalato, è situata nel mezzo della campagna felice, nell'antica Terra di Lavoro, a eguale distanza all'incirca da Roma e da Napoli.
Sulla punta di una roccia che si protende nella pianura e chiamata Roccasecca, sorgeva un tempo un castello dello stesso nome: è lì che abitava la potente famiglia d'Aquino, signori di Loreto, di Belcastro, di Sommacle e altri luoghi. Questa casata faceva risalire la sua origine fino all'VIII secolo, al tempo delle guerre di Carlo Magno, dove molti dei suoi membri apparvero con splendore. Alla fine del XVII secolo, i suoi ultimi discendenti aiutavano il nipote di Luigi XIV a fondare una nuova monarchia in Spagna. Nella seconda metà del XIX secolo, la gloria di questa casata era sostenuta da Tommaso di Sommacle, uno dei favoriti di Federico Barbarossa: questo Tommaso fu l'avo del Santo di cui abbozziamo la vita. Dal matrimonio di Tommaso con Francesca di Svevia, sorella dell'imperatore, nacque Landolfo, padre del nostro Santo. Landolfo aveva sposato Teodora, dell'illustre famiglia dei Caracciolo: essa discendeva a sua volta dai principi Normanni, che, duecento anni prima, erano venuti a ritagliarsi un regno sotto il bel cielo di Napoli. La principessa Teodora era degna della sua origine: in lei rivivevano l'orgoglio dei suoi antenati, la loro religione, ma anche un sentimento esagerato dell'autorità; la storia accusa lo spirito altero di questa nobile donna pur rispettandone il cuore e le virtù.
San Tommaso d'Aquino venne al mondo nel 1226, l'anno che vide san Francesco d'Assisi scendere nella tomba e san Luigi salire sul trono. Quali nomi e quale secolo! Ci vorrebbe un volume per dare solo la lista dei grandi uomini e dei monumenti di quest'epoca. Ma non basta nominare Innocenzo III e Tommaso d'Aquino, san Luigi e Alberto Magno, Ruggero Bacone e san Bonaventura, Giotto e Dante, la Somma Teologica e la Divina Commedia, la cattedrale di Colonia e la Sainte-Chapelle di Parigi, l'Imitazione di Gesù Cristo e la cattedrale di Amiens: è nel XIII secolo che furono fondate le università di Oxford e di Parigi, l'Ordine di San Domenico e quello di San Francesco d'Assisi, che f urono dati gli stabiliment l'Ordre de Saint-Dominique Ordine religioso a cui appartiene la santa. i di San Luigi e la Magna Carta inglese.
Ma al centro di questo secolo appare san Tommaso d'Aquino, poiché san Tommaso fu più di un pio cenobita; egli dominò la sua epoca con la potenza dell'idea, diresse il movimento politico del suo secolo, non solo come teologo, ma come filosofo.
È ciò che ci proverà il seguito di questa storia.
L'ultimo dei figli di Landolfo e di Teodora d'Aquino fu chiamato al fonte battesimale Tommaso, come il suo avo. Se è vero che i Santi ricevono da Dio il nome che li qualifica, tutto l'avvenire era racchiuso in questa parola Tommaso, che significa abisso, profondità: poiché egli fu un abisso di scienza e di virtù.
I primi anni di una vita celebre sono raramente conosciuti: non è il caso di Tommaso d'Aquino. I suoi più antichi storici ci hanno conservato numerosi dettagli sulla sua prima infanzia e anche sulle circostanze che precedettero la sua nascita. Non potendo dire tutto, ci limiteremo ai due tratti seguenti:
Un giorno un fulmine colpisce una delle torri del castello in cui il bambino si trovava, uccide sua sorella accanto a lui e lo risparmia: lo sguardo del cielo veglia sui suoi giorni.
Accadde un altro giorno che la contessa sua madre, recandosi ai bagni con altre dame, diede ordine alla nutrice di accompagnarla con il bambino. Questa, avendolo seduto al posto consueto per attendere l'ora del bagno, si accorse poco dopo che egli teneva stretta nella mano una piccolissima foglia di carta, senza che lei potesse comprendere come l'avesse trovata in quel luogo. Provò dapprima ad aprire la mano del bambino; ma questi si difese con le sue lacrime. Fu necessario lasciarlo in possesso di questo singolare tesoro, e riportarlo alla sua dimora, senza che egli aprisse per un solo istante la mano. Questa resistenza inusitata avendo tuttavia stuzzicato la curiosità della contessa, ella sciolse la mano di suo figlio, nonostante le sue grida e i suoi pianti. La carta non conteneva altro che queste parole: Ave, Maria, il saluto della gloriosa Vergine.
Altro tratto non meno affascinante: quando piangeva, il mezzo più sicuro per placarlo era dargli un libro che potesse sfogliare.
Educazione e vocazione domenicana
Dopo gli studi a Montecassino e poi all'Università di Napoli, Tommaso decide di unirsi all'Ordine dei Predicatori nonostante la violenta opposizione della sua famiglia.
La celebre abbazia di Montecassino sorge a sei miglia da Roccasecca. Un membro della famiglia d'Aquino, Landolfo Sinibaldo, ne era abate: fu tra le sue mani che Tommaso fu affidato all'età di cinque anni. Si notò fin da allora che, in un'età in cui i bambini sanno solitamente solo balbettare, Tommaso sapeva tacere e riflettere.
Il suo vecchio biografo ce lo mostra mentre interrompe i suoi giochi infantili per trattare gravemente la questione: che cos'è Dio, circondato da testoline bionde, attente e silenziose, dietro le quali si nascondeva più di una testa imbiancata dalla scienza, ma non meno immobile di ammirazione e stupore.
Queste meditazioni dell'infanzia preludevano degnamente alle ricerche che avrebbero dovuto riempire un'intera vita: nessun dottore avrebbe risposto in modo più soddisfacente a questa domanda: che cos'è Dio.
Tommaso aveva dieci anni: lo sviluppo della sua intelligenza determinò il conte d'Aquino a ritirarlo da Montecassino per inviarlo in una di quelle Università allora così fiorenti in Europa: scelse quella di Napoli, che Federico II aveva ap pena creato Frédéric II Imperatore del Sacro Romano Impero. .
Un motivo politico poté solo dettare questa scelta, poiché Napoli era la città più voluttuosa dell'universo e in pochi anni la sua università era giunta all'ultimo stadio della depravazione.
Tra questi due periodi della sua vita studiosa, un momento fu lasciato al nostro Santo, che trascorse con i suoi nel castello di Loreto. Partito all'età di cinque anni, non aveva potuto ancora gustare le delizie di un'opulenza principesca, né le gioie della famiglia. Il ricordo indelebile dei baci di cui sua madre coprì la sua fronte sarà un giorno il martirio di Tommaso; ma senza martirio, non c'è Santo.
La carestia desolava allora la contrada: il generoso fanciullo chiese come una grazia di essere il distributore delle elemosine dei suoi genitori: ma queste elemosine erano ben lungi dal bastare alle numerose miserie che ogni giorno venivano a palesarsi alla porta del castello. Il giovane Tommaso entrò allora in lotta con il maggiordomo e si mise a saccheggiare il più abilmente possibile la dispensa a profitto dei poveri, suoi amici. Il maggiordomo, per salvare il suo onore compromesso, ne diede avviso al conte, che si mise in agguato per sorprendere i pii furti del fanciullo.
Un giorno dunque che Tommaso se ne andava furtivamente attraverso i corridoi dell'antico castello di Loreto, portando in una piega del suo mantello il dolce bottino della carità, fu tutto a un tratto fermato dall'incontro inopinato del suo temutissimo signore e padre. Questi, sbarrandogli il passaggio, gli comandò di scoprire ciò che nascondeva con tanta cura. Turbato dallo sguardo e dalla voce del conte, Tommaso lascia ricadere il lembo ripiegato del suo vestito: si trovò pieno solo di fiori, che, con grande stupore dell'uno e dell'altro, coprirono i piedi del fanciullo e del vecchio. Alla vista di una tale giustificazione, Landolfo, commosso fino alle lacrime, abbraccia suo figlio con trasporto e gli permette di seguire d'ora in poi l'ispirazione della sua carità, finché resterà un obolo o un pezzo di pane nel vecchio maniero dei Sommacle.
Più tardi gli abitanti di Loreto dedicheranno un culto d'amore e di riconoscenza a Tommaso, si onoreranno di portare il suo nome, gli faranno erigere una chiesa e incaricheranno le arti di raccontare sulla pietra e sulla tela le azioni del loro caritatevole benefattore.
Ma seguiamo il giovane studente a Napoli, dove la carità doveva servirgli da scudo allo stesso tempo che da occupazione.
Posto sotto la guida di un saggio governatore, e formato dalle lezioni del cielo che parlava al suo cuore, Tommaso si conservò puro in mezzo ai cattivi consigli dei suoi condiscepoli, ai loro esempi perversi e alle seduzioni di ogni specie che lo circondavano. Non si saprebbe raccomandare troppo alla gioventù cristiana i mezzi che impiegò per preservarsi da questi pericoli.
Fece dapprima un patto con i suoi occhi e proibì loro di vedere nulla che avrebbe potuto ammorbidire il suo cuore. Il suo amore per la preghiera, la sua devozione verso la Santa Vergine, la pratica delle opere di carità alle quali impiegava il suo superfluo, la sua applicazione al lavoro, una vita ritirata, tali furono le altre armi con le quali combatté le influenze della corruzione.
I due professori dell'Università di Napoli ai quali Tommaso si legò più particolarmente furono Pietro d'Irlanda e Pietro Martino. Il primo, uno degli uomini più dotti del suo tempo, teneva scuola di dialettica e di filosofia; il secondo insegnava con splendore la retorica e le belle lettere.
Questi maestri non tardarono a scoprire i tesori dello spirito del loro discepolo, nonostante la riserva di cui questi si avvolgeva; presto lo proposero come modello agli allievi riuniti attorno alla loro cattedra. Si notò fin da allora che i resoconti di Tommaso erano più chiari e più dotti allo stesso tempo delle lezioni dei professori stessi.
Esiliato nel seno di una terra straniera, e per così dire perduto in mezzo a Babilonia, Tommaso aveva ritrovato dei fratelli nei figli di san Domenico: il più grande piacere che il suo governatore potesse fargli era di permettergli di visitare i buoni religiosi e di andare a pregare nella loro chiesa. Il saggio precettore non vedeva alcun pericolo in queste visite ripetute: le permetteva, assicurato che non potevano che contribuire ad affermare il suo giovane allievo nel bene e a consolidare in lui i principi salutari che, più tardi, sarebbero serviti da contrappeso alle seduzioni del mondo. Ma non tardò ad accorgersi che il giovane affidato alla sua custodia pensava di seppellire il suo avvenire sotto l'ombra del chiostro.
Tommaso aveva allora diciannove anni. Da molto tempo postulava il bianco vestito dei Domenicani. Tanto questi religiosi avevano creduto di dover mettere, con dei ritardi, la sua vocazione alla prova, tanto usarono della santa libertà dei figli di Dio, quando credettero di riconoscere in questa vocazione la chiamata dall'alto. Invano il conte d'Aquino, informato dal governatore di ciò che si tramava, fece udire minacce e parlò dell'intervento dell'imperatore, suo cugino. Il cielo si era pronunciato.
Un giorno che Tommaso era in preghiera nella chiesa, uno dei religiosi vide come dei raggi luminosi uscire dai suoi occhi e illuminare tutta l'assistenza. Il giorno fu fissato per la presa d'abito del giovane signore: la cerimonia ebbe luogo in presenza dei religiosi e di tutto ciò che Napoli contava di più importante. Il mondo non mancò di disapprovare; ma i Santi non esitano tra il mondo e il Vangelo.
La contessa d'Aquino (poiché si pensa che il conte fosse morto nell'intervallo), apprese con tanto dispetto quanto dolore la realizzazione di un progetto così contrario alle sue speranze. Senza tardare parte per Napoli, sperando di riportare suo figlio.
Ora, nella guerra spirituale, la fuga non è affatto una vergogna. Non appena dunque Tommaso ebbe appreso la partenza di sua madre per Napoli, lasciò quella città e andò a continuare il suo noviziato a Roma, nel celebre convento di Santa Sabina. Ma la sua fuga non ha fatto che irritare la disperazione di una madre; essa ritorna su Roma, e, questa volta, senza che Tommaso fosse stato avvertito del rumore di questo secondo viaggio. Sorpreso nel suo ritiro, Tommaso vi si rende invisibile: rifiuta di vedere sua madre. Quale rinuncia e quale violenza sovrumana questo giovane di vent'anni non dovette imporsi! Se le lacrime della madre fanno scorrere le nostre, il pensiero delle orribili sofferenze della natura nel figlio non fa forse fremere? Una sola cosa può spiegare sacrifici così inspiegabili: la potenza della grazia di Dio. «Chi non lascerà suo padre e sua madre per seguirmi», è detto nel Vangelo, «non è degno di me».
Prigionia e vittoria sulla tentazione
Imprigionato dai suoi fratelli, resiste a un tentativo di seduzione e riceve dagli angeli una cintura di castità perpetua.
Temendo che la contessa, molto influente alla corte del Papa, riuscisse alla lunga a forzare le porte della loro dimora, i Domenicani decisero di far partire segretamente Tommaso per Parigi; ma Dio, che voleva servirsi di lui per convertire le sue sorelle, permise che cadesse nelle mani dei suoi due fratelli, Landolfo e Rinaldo, che servivano negli eserciti imperiali e che, avvertiti dalla madre, fecero sorvegliare tutte le strade dalle quali si poteva uscire dagli Stati della Chiesa.
Stremato dalla fatica, Tommaso si era fermato con i suoi compagni non lontano da Acquapendente, tra Siena e il lago di Bolsena. All'improvviso si vide circondato da un distaccamento di uomini armati, dallo sguardo feroce e dal linguaggio brutale. Il giovane novizio dovette arrendersi senza resistenza: si accontentò di chiedere in nome di chi venisse fatto prigioniero. Il capo della scorta si nominò: era Rinaldo d'Aquino, il fratello stesso di Tommaso.
Rinaldo volle strappare con la forza al novizio l'abito religioso: di fronte a questo oltraggio, il figlio di san Domenico rialzò fieramente la testa e resistette agli ordini di suo fratello così come alla brutalità dei soldati: «È una cosa abominevole», disse a coloro che lo violavano, «voler riprendere a Dio ciò che gli si è dato una volta». Fu dunque rivestito delle livree della povertà e dell'umiltà che fu ricondotto al castello di Aquino.
Lungi dall'esplodere in rimproveri, sua madre non ebbe che lacrime da versare sul collo di questo prodigo della grazia. Nessuna allusione fu fatta inizialmente agli eventi delicati che erano appena accaduti. Ma quella calma, quei sorrisi, quelle attenzioni premurose della prima accoglienza inquietavano Tommaso. Tentò di nuovo la fuga; ma i ponti levatoi del castello non si abbassarono davanti a lui. Allora sua madre iniziò l'attacco: impiegò dapprima le lacrime, le preghiere, il ragionamento: Tommaso rimase incrollabile. «Madre mia», le diceva, «per amare Dio di più, vi amerò forse di meno?». Quando la collera agitava la fiera discendente dei Normanni, egli manteneva il silenzio e, quando lei piangeva, mescolava le sue lacrime alle sue, cercando al contempo di farle comprendere i motivi divini che determinavano la sua condotta.
Questi combattimenti durarono ancora qualche tempo, ma sempre con altrettanto scarso successo. Nel suo dispetto, la contessa d'Aquino si condannò a non vedere più suo figlio e lo relegò in una delle torri del castello, dove nessuno avrebbe avuto il diritto di vederlo se non le sue due sorelle, che avevano accettato la missione di tormentarlo senza sosta per indurlo a cambiare risoluzione. Le sorelle di Tommaso rispettavano la religione senza dubbio, ma prima di tutto erano mondane. Il santo giovane non si spaventò affatto dei loro discorsi: parlò loro al contrario con tanta calma, serenità e convinzione della felicità di servire Dio che il loro cuore e il loro spirito ne furono soggiogati. La maggiore rinunciò al mondo e a un brillante matrimonio per seppellirsi nel monastero di Santa Maria di Capua, di cui divenne più tardi badessa. Ammirabile Provvidenza di Dio, che faceva volgere la prova del prigioniero alla santificazione della sua famiglia.
Ma non anticipiamo: le giovani ragazze mantennero il segreto della loro conversione. Continuando a penetrare nella torre, facevano pervenire al giovane prigioniero i soccorsi esterni che gli erano così necessari: libri pii e di studio, incoraggiamenti dei suoi amici di Napoli e di Roma.
Tuttavia i due fratelli di Tommaso, Landolfo e Rinaldo, erano appena rientrati al castello di Roccasecca. Intrapresero, come una questione d'onore, di rovinare la sua generosa risoluzione: l'oblio dei principi religiosi, di cui la professione delle armi è troppo spesso l'occasione, li spinse a impiegare armi indegne non solo di uomini cristiani, ma di leali soldati.
Dopo aver esaurito i sarcasmi, i rimproveri e i maltrattamenti, dopo aver strappato l'abito di San Domenico di cui era rivestito Tommaso e averlo costretto a riprendere le livree del mondo, chiamarono in loro soccorso, per sferrare l'ultimo assalto, il demone dell'impurità. Una donna più bella che virtuosa fu introdotta nella torre dove Tommaso era rinchiuso. Fuori condizione di prendere la fuga, egli levò uno sguardo al cielo, afferrò un tizzone che, fortunatamente, era alla sua portata, e respinse la sventurata che si era fatta strumento dei disegni dei suoi fratelli. Poi, cadendo in ginocchio davanti a una croce che aveva tracciato sul muro con lo stesso tizzone, fece salire verso Dio, che solo può renderci continenti, il suo inno di ringraziamento e rinnovò il voto con il quale già si era interamente consacrato al Signore.
Mentre pregava, un dolce sonno assopì i suoi sensi. Durante questo sonno, che un pio autore paragona a quello di Adamo, il primo uomo nel paradiso terrestre, fu visitato dagli angeli: quegli spiriti beati si congratularono con lui per la sua vittoria e cinsero i suoi fianchi con la cintura della castità dicendogli: «Veniamo a te da parte di Dio, per conferirti il dono della verginità perpetua di cui ti fa fin da questo momento dono irrevocabile». Tommaso non fu armato cavaliere della purezza senza un vivo sentimento di dolore che gli fece emettere un grido molto acuto. Le guardie accorsero, ma egli le rimandò. Non parlò mai di questa estasi virginale, di questo sonno misterioso e fecondo, se non all'approssimarsi della morte: il suo confessore, Padre Rinaldo, solo ne ricevette la confidenza. Confessando allora fino alla fine la misericordia del Signore, dichiarò che la cintura celeste lo aveva messo per tutta la vita al riparo da quelle tentazioni umilia nti, da quegli sch ceinture ou cordon Reliquia miracolosa donata dagli angeli a Tommaso. iaffi di Satana di cui fu afflitto l'apostolo san Paolo stesso.
Questa cintura o cordone, che divenne, dopo la morte del Santo, proprietà dei Domenicani di Vercelli, ha dato origine a una pia Confraternita conosciuta sotto il nome di Milizia Angelica. I membri di questa Confraternita portano un cordone simile a quello consacrato dalla memoria di san Tommaso allo scopo di conservare il tesoro sacro della castità o di recuperarlo dopo averlo perduto.
Sebbene san Tommaso avesse ricevuto direttamente dal cielo il dono della continenza, è una meraviglia vedere, dicono i vecchi agiografi, quale ritegno egli mantenne per tutta la vita e quale cura pose sempre nel fuggire la società delle donne. Avendogli una dama un giorno chiesto il motivo di questa condotta riservata: «È che», rispose, «essendo figlio di una donna, le temo tutte». Così P. Rinaldo, il suo confessore, poté dichiarare più tardi che Tommaso era morto puro come un bambino di cinque anni.
L'iconografia cristiana ha sempre posto, nelle armi del dottore angelico, i gigli della purezza vicino a un sole luminoso che raffigura lo splendore del genio, fratello dello splendore della castità. I nostri padri hanno avuto ragione, poiché il genio di san Tommaso d'Aquino è una conquista della sua castità. Se, giovane studente a Napoli, si fosse abbandonato alle voluttà omicide e devastatrici, invece di un grande dottore, si sarebbe avuto presto non sappiamo quale essere inutile esausto di corpo e di spirito, dimenticato fin dal giorno dopo una morte senza onore. Si figura Tommaso d'Aquino... semplicemente sposato! E invece dell'illustre destino del grande religioso, invece di quegli scritti immortali che sono l'onore della Chiesa, invece della Somma, in una parola, qualche giorno oscuro di una felicità volgare in un maniero dell'Italia!
Non lo diciamo dunque senza ragione: il genio del grande san Tommaso è una conquista della castità. Ahimè! Quanto il nostro tempo ha bisogno di questi esempi, e quanto è necessario ricordargli che l'onore dell'intelligenza è fratello di un altro onore: quello dei costumi e della virtù. La stoltezza, doveva dire più tardi san Tommaso stesso, è un peccato, perché è figlia della lussuria.
L'allievo di Alberto Magno
A Colonia, il suo umile mutismo gli vale il soprannome di «Bue muto», prima che Alberto Magno riveli al mondo il suo genio profetico.
Tuttavia la prigionia di Tommaso durava da due anni e nulla lasciava presagire la fine. I Domenicani di Napoli colsero il momento in cui l'imperatore di Germania aveva appena fatto pace con il Papa per portare ai suoi piedi le lamentele della religione e della libertà oltraggiate. Per ingraziarsi il sovrano Pontefice, l'imperatore si mostrò molto irritato che fosse stato incatenato un religioso sulle sue terre, e trasmise ai due ufficiali del suo esercito, Landolfo e Rinaldo, l'ordine formale di restituire Tommaso alla famiglia domenicana. Si volle, al castello d'Aquino, salvare le apparenze. Le due sorelle di Tommaso fecero pregare i Domenicani di Napoli di recarsi la notte ai piedi della torre di Rocca Secca. All'ora convenuta, il prigioniero fu sospeso in una cesta per mano di due deboli donne che lo lasciarono scivolare fino alle braccia dei suoi fratelli. Tornato a Napoli, Tommaso rinnovò con la professione religiosa il sacrificio intero e irrevocabile della sua libertà.
In quel t empo, Frate Frère Albert Maestro di Tommaso d'Aquino a Colonia. Alberto insegnava teologia nel convento che i Domenicani avevano a Colonia: le lezioni di questo dotto maestro dovevano essere l'ultimo gradino attraverso il quale Tommaso sarebbe salito alla regalità della scienza divina. Lasciò l'Italia nel mese di ottobre del 1244, in compagnia di Giovanni il Teutonico, generale di tutto l'Ordine, e arrivò a Colonia all'inizio dell'anno seguente. I santi viaggiatori visitarono passando la capitale della Francia. Si racconta che, arrivando alle Paris Luogo di nascita, di ministero e di morte del santo. porte di Parigi, san Tommaso si fermò su una collina da cui si scorgeva la grande città, con le sue guglie di chiese e abbazie, disseminate sulle due rive della Senna, e che, colto da ammirazione, sembrasse assorbito dalla contemplazione di quelle meraviglie. Il suo compagno gli disse: «Frate Tommaso, cosa dareste per essere il re di questa capitale?» — «Vorrei piuttosto», rispose Tommaso, «avere il trattato di san Giovanni Crisostomo su san Matteo che tutta questa grande città». Questa risposta mostra quanto fosse difficile in quell'epoca procurarsi le opere anche più celebri, indicando al contempo il genere di ambizione alla quale il futuro re della teologia aveva consacrato la sua anima.
La stima pubblica, le distinzioni onorevoli di cui Tommaso era stato oggetto a Napoli avevano allarmato la sua umiltà: perciò risolse, una volta arrivato a Colonia, di sottrarsi agli sguardi degli uomini e di avvolgersi in un mutismo assoluto.
Gli scolari, solitamente abili a distinguere tra loro un talento che l'occhio del maestro non sempre scorge, così come lo sono nel rimettere al suo posto una mediocrità in favore, si trovarono tutti in difetto in questa circostanza. Non credettero di poter meglio caratterizzare il silenzioso condiscepolo che l'Italia aveva loro inviato se non chiamandolo il grande Bue muto del secolo. Si sa solo che il loro professore scuoteva la testa sorridendo, quando per caso sentiva uscire dalla loro bocca l'epiteto ormai ricevuto: Bos magnus, Bos mutus; grande Bue, Bue muto.
Ma se un'umiltà così profonda era cosa del tutto ignorata tra gli scolari del convento domenicano, vi si conoscevano almeno i doveri della carità cristiana. Ciò che lo prova in modo del tutto indubitabile è che uno dei condiscepoli di Tommaso, attribuendo, come tutti gli altri, il suo silenzio durante le lezioni e la lunghezza dei suoi studi alla lentezza della sua intelligenza, credette di dover venire in suo soccorso. Si offrì dunque, con tanta generosità quanta fiducia, di fornirgli ogni giorno spiegazioni particolari su ciò che avrebbe costituito il soggetto della lezione pubblica, data forse troppo rapidamente dal dotto professore.
Ma il talento del taciturno siciliano si era qui teso una trappola da solo. Non aveva affatto previsto il pericolo in cui lo poneva incessantemente la sua bontà naturale. Un giorno, infatti, vedendo il suo nuovo maestro affaticarsi inutilmente a sviluppargli un punto oscuro proposto da Alberto, e sprofondare sempre più, per gli sforzi stessi che faceva, nel dedalo tenebroso dei suoi ragionamenti, senza speranza di ritorno, Tommaso si credette caritatevolmente obbligato, dice l'antico narratore, a venire in suo aiuto; o piuttosto, senza ragionare, e per il movimento istintivo del suo cuore, si lasciò naturalmente andare a trarre d'impaccio il suo imprudente condiscepolo.
Appena ebbe affrontato la difficoltà, ponendo nettamente la questione, secondo il metodo dal quale non si scostò mai, ogni oscurità svanì subito. Ma era fatta; il piano concepito dalla sua umiltà aveva appena ricevuto un colpo mortale. Le poche parole che pronunciò portarono nello spirito del suo condiscepolo una luce così viva e così improvvisa, che ne rimase come abbagliato: ritrovò la parola solo per chiedere perdono a frate Tommaso delle lezioni che aveva osato dargli, e per scongiurarlo di conservare nei suoi confronti il ruolo che la natura gli aveva chiaramente assegnato, diventando d'ora in poi il suo maestro; cosa a cui il nostro Santo acconsentì con la stessa semplicità che aveva inizialmente messo nel ricevere un ruolo del tutto opposto. Cedendo tuttavia ai desideri di un confratello, agli impulsi della carità, Tommaso fece un passo in più verso quello splendore esteriore che fuggiva con tanta sollecitudine; se non era affatto rivestito dagli uomini del potere di insegnare, sembrava averlo ricevuto da Dio stesso: era naturalmente maestro e licenziato. Fu invano che l'umiltà prese le sue precauzioni, esigendo dal discepolo un segreto che era stata ben lungi dall'imporre al professore. Questi non si credette affatto obbligato.
Qualche tempo dopo, infatti, Alberto propone ai suoi allievi la spiegazione di un passaggio molto oscuro tratto da un'opera comunemente attribuita a san Dionigi l'Areopagita, e in cui si tratta dei nomi che conviene dare all'Essere supremo. Lo studente che da poco tempo era diventato il giusto apprezzatore di Tommaso, prega insistentemente quest'ultimo di mettere per iscritto, sia lo stato della questione generalmente poco compresa, sia la risposta che pensava di dovervi dare. Ciò gli fu ancora concesso, ma sempre sotto il sigillo del segreto. La questione fu spiegata con tanta forza, profondità e nettezza, che si sarebbe detto, secondo l'osservazione di uno storico, che l'autore stesso del testo si fosse servito della penna di Tommaso per sviluppare il suo pensiero.
A bella posta o altrimenti, lo scritto cadde tra le mani di frate Alberto; ed è allora soprattutto che quest'uomo veramente grande fu colto da quella gioia divina che uno spirito superiore può solo provare alla vista di un genio che deve, eclissandolo lui stesso, far trionfare la causa santa alla quale saranno l'uno e l'altro interamente devoti. Vide allo scoperto il glorioso mistero che aveva fatto solo intravedere.
Così il segreto della sua umiltà sfuggiva rapidamente al giovane studente, nonostante i suoi sforzi e il suo dolore. Frate Alberto, volendo giustificare agli occhi di tutti l'ammirazione che provava per il suo allievo, gli ordina di tenersi pronto per l'indomani, su un certo numero di questioni spinose, alle quali doveva rispondere in presenza di una grande assemblea. L'obbedienza di Tommaso era pari alla sua umiltà: si prepara dunque, senza pretestare il poco tempo che gli viene dato per questo, tanto più adatto, del resto, a impiegarlo bene, quanto più è indifferente al risultato di questa prova.
L'indomani, appare con la sicurezza dell'abnegazione, con la modestia del vero merito, davanti a tutti gli allievi e a tutti i professori della scuola domenicana. Espone il suo soggetto con tanta erudizione, giustezza e lucidità, che tutti gli assistenti, nonostante la grandezza della loro attesa, ne rimangono confusi. Il maestro degli studenti vuole fare alcune obiezioni, secondo la consuetudine e l'ordine di frate Alberto; Tommaso riprende i suoi argomenti, per conformarsi alle regole conosciute di questo tipo di scherma scientifica. Ma subito pone alcuni principi generali di soluzione, talmente luminosi e facili, che sembrano rendere ogni istanza impossibile. L'argomentatore, ridotto al silenzio sull'oggetto stesso della questione, fa un rimprovero a Tommaso per il suo modo di rispondere; le parole che gli rivolse mostrerebbero il dispetto della sconfitta, se non servissero a nascondere un sentimento del tutto opposto, nell'intenzione di provare la modestia del rispondente. — «Frate Tommaso», gli disse, «sembrate dimenticare che non siete qui un maestro che decide, ma uno scolaro che deve risolvere le obiezioni che gli vengono proposte». — «Non ho visto modo migliore di rispondere agli argomenti enunciati». — «Ebbene!» proseguì il professore, «applicate i vostri principi a ciò che mi resta ancora da obiettarvi!...»
E su questo si mette a sollevare difficoltà nuove, che sembrano dover schiacciare lo spirito di uno studente così giovane. Ma ciascuna di queste difficoltà è a turno colta e rovesciata dall'imperturbabile dialettica di Tommaso. Il professore insiste; l'allievo non si lascia scuotere: la tesi è diventata una vera lotta. Altri oppositori entrano in lizza; ma la vittoria resta sempre a Tommaso: allo scontro di una parola armata, il suo talento si era appena rivelato senza risparmio e senza riserve; l'assemblea tutta intera condivideva ormai l'ammirazione di Alberto Magno; questi sentì crescere quella che aveva già concepito. Nei primi bagliori di questa gloria nascente, aveva abbracciato con uno sguardo profetico successi e trionfi che sarebbero stati quelli del suo Ordine e della Chiesa, questi due oggetti delle sue potenti affezioni. È in seguito a questa tesi, davanti al rispondente e all'assemblea, che pronunciò queste parole, che il loro compimento doveva rendere così celebri: «Noi chiamiamo costui un Bue muto; ma in verità, i suoi muggiti si leveranno così in alto, che risuoneranno in tutto l'universo».
Tommaso aveva in quell'epoca circa ventidue anni. Durante il suo soggiorno di alcuni mesi a Colonia, trovò abbastanza tempo libero per scrivere il suo primo Trattato sulla morale di Aristotele.
Maestro all'Università di Parigi
Tommaso diventa dottore a Parigi, distinguendosi per il suo insegnamento, la sua difesa degli ordini mendicanti e la sua amicizia con san Bonaventura.
Nel mese di giugno del 1245, il Capitolo generale dei Predicatori decise che, alla fine dell'anno accademico, il maestro Alberto si sarebbe recato a Parigi per conseguire il grado di dottore, e che Tommaso lo avrebbe seguito per ricevere quel perfezionamento che già, a quell'epoca, solo Parigi sembrava poter dare all'educazione della gioventù. I due pellegrini furono accolti in quella casa di rue Saint-Jacques che Jean de Barastre, cappellano del re di Francia e professore all'Università, aveva ceduto vent'anni prima ai Domenicani.
Il fine ultimo degli studi di Tommaso rimase invariabilmente lo stesso. Avrebbe detto più tardi di non concepire un religioso che si dedicasse ad altri studi se non a quelli che hanno Dio come oggetto.
Studiava dunque da uomo veramente religioso, e questo carattere di religione permeava tutte le conoscenze, anche profane, che si sforzava di acquisire; le piegava tutte al suo fine ultimo e le faceva servire come gradini per elevarsi alla conoscenza di Colui che è la Verità per essenza.
Nonostante la natura dei suoi studi e il fine che si proponeva sempre nel perseguirli, Tommaso provava, in questo lavoro puramente scientifico, ciò che ogni uomo che vi si dedica con perseveranza prova a sua volta, ciò che aveva provato prima di lui il santo fondatore del suo Ordine: ovvero che la scienza inaridisce il cuore e che la vita dell'intelligenza è, dopo tutto, solo la metà della vita dell'anima. Ricorreva dunque al mezzo impiegato da san Domenico. Le Conferenze di Cassiano non lasciavano mai il suo tavolo di lavoro; e di tanto in tanto sospendeva lo studio per dissetare la sua anima affaticata a quelle fonti rinfrescanti della pietà primitiva. Questo pio autore, con le sue narrazioni semplici e toccanti, lo strappava all'improvviso agli aridi lavori della scuola e lo trasportava nella società degli antichi Padri del deserto: diventava, in qualche modo, testimone delle loro prodigiose austerità, delle loro ferventi preghiere, delle loro meditazioni prolungate durante tutta la notte, delle loro estasi e dei loro rapimenti: la sua anima volava verso quelle sante solitudini, la sua immaginazione le popolava di nuovo dei loro antichi abitanti; erano quelli gli unici sogni che si concedeva un Tommaso d'Aquino. Avrebbe voluto ritracciare nella sua vita la conversazione angelica dei solitari cristiani; gemeva sulle necessità presenti e future della sua vocazione apostolica; ma si trovava sempre nella sua condotta un riflesso delle sue pie letture.
La modestia del suo portamento, la saggezza dei suoi discorsi, la sua dolcezza inalterabile, la bellezza naturale dei suoi tratti, il fondo di bontà che traspariva in tutta la sua persona, comunicavano qualcosa di celeste e di divino a coloro che conversavano con lui.
La sua mortificazione ci rivela, in parte, il segreto della sua castità come quello del suo fervore: sottomettendo la carne allo spirito, la rendeva più capace delle comunicazioni divine. È in anime così indipendenti dagli appetiti, dalle necessità stesse del corpo, che lo Spirito Santo ama risiedere. La condotta che Tommaso manteneva durante i pasti era quella che si è vista brillare nei più grandi Santi di tutti i secoli: aveva come perso il gusto degli alimenti; mangiava solo per una sorta di obbedienza passiva; la sua anima non si mescolava a questa azione materiale se non per elevarla con motivi celesti; non sapeva quasi mai, dopo aver lasciato la tavola, né cosa fosse stato servito, né cosa avesse mangiato. Rimpiangendo le ore che bisogna dedicare alle cure del corpo, si concentrava solitamente in se stesso attraverso la preghiera o la riflessione.
Ricordiamo infine di questa scuola di Parigi un tratto che caratterizza allo stesso tempo due delle virtù del nostro Santo. Un giorno, mentre leggeva in refettorio, il correttore di tavola, per errore, gli fece segno di pronunciare una parola diversamente da come aveva fatto: il lettore si corresse subito, come se avesse effettivamente sbagliato. All'uscita dal pasto, avendo molti dei suoi confratelli detto che non avrebbe dovuto ripetere l'errore di chi lo aveva ripreso a sproposito, egli diede loro questa risposta, veramente degna di Tommaso: «Poco importa pronunciare una parola in un modo o nell'altro; ma importa infinitamente a un religioso praticare l'obbedienza e l'umiltà». Mai il precetto evangelico fu meglio compiuto: «Diventate simili ai piccoli fanciulli!»
Dopo tre anni trascorsi in questo lavoro silenzioso di preghiera e di studio, Tommaso fu inviato a insegnare a Colonia, sotto Alberto Magno, in qualità di baccelliere (1248). Coloro che, ai nostri giorni, si dedicano ancora agli studi seri, ameranno ascoltare i consigli che san Tommaso dava ai suoi allievi sul modo di studiare. «Mi chiedete», scriveva a uno di loro, «qual è il vero mezzo per riuscire nei vostri studi e arrivare sicuramente al possesso della saggezza? Il consiglio che vi do è di non attaccarvi subito alle questioni difficili, ma di elevarvi come per gradi; la conoscenza che potrete acquisire delle verità più semplici vi condurrà insensibilmente alla conoscenza di verità più profonde. Non abbiate fretta di dire ciò che pensate o di mostrare ciò che avete imparato; parlate poco e non rispondete mai con precipitazione. Fuggite le conversazioni inutili; vi si perde allo stesso tempo il tempo e lo spirito di devozione. Conservate soprattutto con cura la purezza di coscienza e non fate mai nulla che possa sporcarla o rendervi meno graditi agli occhi di Dio. Che la vostra preghiera sia continua. Amate nascondervi, per dare alla lettura o alla meditazione tutto il tempo che impiegate a intrattenervi senza frutto con le creature. Sarete ammessi nel segreto dello sposo, se saprete conversare cuore a cuore con lui nella ritirata. Che la solitudine però non vi renda difficili o fastidiosi; mostratevi sempre dolci e affabili, ma senza familiarizzare troppo con nessuno; poiché la familiarità è solitamente seguita dal disprezzo. Lasciate a ciascuno la cura di ciò che lo riguarda e non preoccupatevi di ciò che si fa o si dice nel mondo. Vi importa infinitamente fuggire le corse o le visite inutili. Ricordandovi la vita e le azioni dei santi, camminate sulle loro tracce quanto più vi è possibile e umiliatevi se non potete raggiungere la loro perfezione. Conservate sempre il ricordo di ciò che imparate di buono, da qualunque parte lo impariate. Non accontentatevi di ricevere superficialmente ciò che leggete o ciò che sentite; ma cercate di penetrarne e approfondirne tutto il senso. Non rimanete mai in dubbio sulle cose che potete sapere con certezza. Lavorate con una santa avidità ad arricchire il vostro spirito; classificate con ordine negli scomparti della vostra memoria tutte le conoscenze che potrete acquisire; tuttavia non forzate i talenti che avete ricevuto da Dio e non cercate di penetrare ciò che sarà sempre al di sopra della vostra intelligenza.
«Se seguirete esattamente i consigli che vi do, non dubitate che arriverete, secondo i vostri desideri, al possesso della saggezza. La vostra vita sarà piena di fiori e di frutti. Feconderete la vigna del Signore, tutto il tempo che porterete e trascinerete il giogo di questa vita mortale».
È all'epoca del suo professorato a Colonia che si colloca la sua ammissione al sacerdozio. Per prepararsi alla celebrazione dei santi misteri, Tommaso passava gran parte della notte ai piedi dei santi Tabernacoli. Lì, rivaleggiava in fervore e umiltà con quegli spiriti puri che ci sono rappresentati vegliare attorno al santuario. Dopo il santo sacrificio, prolungava nell'azione di grazie la felicità che aveva provato nella ricezione del pane eucaristico. Di solito, si onorava di compiere il ministero dei chierichetti e di servire un altro sacerdote all'altare.
Strane rivoluzioni avevano avuto luogo in Italia da quando Tommaso aveva lasciato quel primo teatro della sua vita militante. Federico II aspirava alla monarchia universale: per giungere al suo scopo, l'imperatore di Germania si fece persecutore della Chiesa che opponeva una barriera insormontabile al trionfo della forza bruta: questo persecutore dei Papi doveva finire come tutti coloro che ogni secolo ha visto elevarsi, ma trascinando molte rovine nella sua caduta. La maggior parte dei signori italiani, tra i quali bisogna contare i fratelli di san Tommaso d'Aquino, si erano staccati dalla causa dello scomunicato. Federico si vendicò di queste defezioni devastando l'Italia: la città di Aquino tra le altre fu rasa al suolo (1250). Apprendendo le sventure temporali dei suoi genitori, Tommaso sperò di più per la loro salvezza eterna. Landolfo e Rinaldo compresero infatti la lezione severa che la Provvidenza aveva appena dato loro: la loro fede risvegliata dalla sventura si elevò fino alla pratica più generosa delle virtù cristiane. La madre di san Tommaso, la contessa Teodora, piegò sotto i colpi che colpivano la sua casa e imitò d'ora in poi una santità che aveva un tempo combattuto. Delle due sorelle di Tommaso, la maggiore votò nel chiostro il suo corpo al lavoro, i suoi occhi alle lacrime e la sua anima alla contemplazione. La virtù della più giovane brillò nell'adempimento dei doveri sociali: fu sposata al conte di San Severino.
Tommaso non tardò a recarsi di nuovo nella capitale della Francia, la vera culla della sua gloria (1252). Avvertiti della sua partenza, i canonici del Capitolo di Lovanio lo pregarono di onorarli di una visita e lo fecero arbitro di divergenze sorte tra loro: omaggio glorioso reso all'estrema giovinezza del nostro Santo, e che ricorda quello che i baroni inglesi resero allo spirito di giustizia del suo reale amico Luigi IX.
L'ingresso di Tommaso a Parigi non fu ignorato come la prima e nemmeno la seconda volta.
L'università di Parigi non aveva dimenticato i trionfi del suo allievo; la rivedeva singolarmente cresciuto dalle lezioni pubbliche, date, durante quattro anni, nella nuova università di Colonia. L'accolse con quell'entusiasmo che presagisce di solito gli eclatanti successi, lo ricevette senza fargli subire le prove consuete, nel numero dei suoi baccellieri. Era rivestirlo del ministero di quell'insegnamento secondario che aveva appena esercitato su un teatro meno vasto; gli permise di sedersi immediatamente su una cattedra di teologia. Non era tuttavia che all'età di trentacinque anni che i regolamenti dell'università permettevano di insegnare la più alta come la più difficile di tutte le scienze; ma Tommaso non tardò a coprire con un velo glorioso l'offesa che si era appena recata in suo favore alla lettera, se non allo spirito della legge comune. Il recinto del collegio Saint-Jacques non poté presto più bastare alla moltitudine sempre crescente di uditori che si accalcavano attorno al giovane Baccelliere domenicano; l'inferiorità di questo titolo era completamente scomparsa sotto la superiorità dell'insegnamento. Il genio ha dunque bisogno di un abito o di un nome? Si lasci a lui un campo libero, e improvvisamente esercita il suo ascendente e la sua sovranità!
Gli antichi dottori stessi, le guide e i pastori dei popoli, si fecero discepoli di un giovane di ventisei anni. Le questioni più difficili gli arrivavano colpo su colpo, da tutte le parti del mondo cattolico; ma la vivacità del suo spirito, secondata dall'ardore della sua carità, moltiplicava le soluzioni con le difficoltà, le risposte con le domande: i suoi trattati si diffondevano simultaneamente presso tutte le nazioni cristiane. La fecondità della sua parola, irradiando in tutti i sensi con così meravigliosa abbondanza, poté fin da allora farlo paragonare a quell'astro unico, il cui sguardo fecondo abbellisce e fertilizza allo stesso tempo la natura intera e la cui immagine è diventata il radioso simbolo del suo potente genio!
Si vide allora rinnovarsi ciò che l'antichità ci racconta di alcuni spiriti rari e quasi sovrumani, che sembrano, in effetti, prendere in prestito qualcosa dagli attributi esclusivi della divinità: Tommaso dettava allo stesso tempo a tre o anche a quattro segretari, su materie del tutto dissimili, e spesso tutte ugualmente spinose. Senza dubbio, le opere che uscivano così rapidamente da quella povera cella del convento domenicano, e se ne andavano, in tutte le direzioni, a dissipare le tenebre e il dubbio, dirigere l'opinione, affermare la dottrina ortodossa, non sono giunte integralmente fino a noi; ma ne resta abbastanza perché si sia obbligati, per spiegarne l'esistenza, a ricorrere a quella sorta di fenomeno intellettuale che dà al nostro giovane Santo una così gloriosa somiglianza con quello spaventoso genio che si chiamava Origene!
Il Baccelliere domenicano era lontano dal dimenticare che era stato rivestito del carattere e della missione del sacerdozio. Le numerose chiese di Parigi risuonavano così spesso della sua parola, che i fedeli, dal canto loro, potevano immaginarsi facilmente che frate Tommaso non avesse che un'unica occupazione, un unico ministero, l'apostolato. Nella società dei cristiani, Tommaso era, in effetti, un apostolo.
Il carattere e gli effetti dell'eloquenza apostolica di Tommaso d'Aquino non ci sono stati conservati che dalla tradizione e dalla storia. Dei sermoni senza numero che pronunciò nel corso del suo ministero, non possediamo che analisi brevi e scarnificate, abbastanza simili a quei rapidi ricordi che Bossuet era solito tracciare, scendendo dalla cattedra dove il suo genio era appena esploso con tanta ampiezza e magnificenza. Si ritrova nondimeno in queste note abbreviate del Dottore angelico, l'impronta ineffabile del suo largo pensiero, l'inflessibile rigore del suo metodo, un ammirevole impiego della Scrittura, l'inalterabile purezza dell'insegnamento religioso, e quella guerra soprattutto che non ha cessato di fare ai vizi, alla depravazione del mondo: tutto lo conduce a questo ultimo fine, il panegirico di un santo, come la meditazione di un mistero, come un discorso diretto di morale evangelica.
Le lezioni di Tommaso furono interrotte da dissidi che divisero, nel 1253, i dottori secolari e i dottori regolari.
Durante la Quaresima di quello stesso anno, quattro studenti si erano rivoltati contro le guardie, nelle strade di Parigi; uno di loro era stato ucciso e gli altri messi in prigione. Grande rumore nell'università: essa richiede i suoi allievi, che le sono resi fin dal giorno dopo; essa esige di più ancora, vuole che coloro che li hanno così crudelmente trattati siano puniti. Questa seconda riparazione essendosi fatta attendere, i dottori secolari sospendono le loro lezioni e si impegnano con giuramento a perseguirla fino in fondo. I dottori regolari continuano tuttavia ad aprire le loro scuole e non credono di dover adottare per se stessi una simile misura. In ciò non facevano che imitare la condotta dei loro predecessori, che avevano ugualmente rifiutato di entrare in quella sorta di cospirazione, quando, in un'occasione del tutto simile, nel 1229, sotto la minorità del re e la reggenza di sua madre, i dottori abbandonarono la capitale per ritirarsi in diverse città del regno.
La soddisfazione, una volta ottenuta, i dottori universitari fanno uno statuto che porta che ogni maestro, in qualsiasi facoltà, sarà rigorosamente obbligato a chiudere la sua scuola, in casi simili a quello appena accaduto. Rifiuto da parte dei religiosi di giurare, come si esige da loro, l'osservazione di questa regola nuova, e ciò nonostante l'accortezza del tutto particolare con cui la formula ne era redatta. Nuovo decreto dell'università, che li esclude dal suo corpo e li priva delle loro cattedre.
Ma c'era una potenza allora nel mondo pronta a reprimere tutti i generi di oppressione e di tirannia. I religiosi, ingiustamente spogliati dei loro diritti, ne appellano subito alla Santa Sede. Innocenzo IV, e dopo di lui Alessandro IV, ordinarono il ristabilimento delle cattedre indipendenti dei dottori regolari, segnatamente quelle dei Domenicani. Tra tutti questi movimenti da cui era avvolto, Tommaso non perse nulla di quella pace interiore, che è la sfera propria del genio quanto della virtù. Il suo nome si mescolava frequentemente a queste ardenti contese, senza che ne mostrasse alcuna preoccupazione. Invano era insultato fino nell'esercizio pubblico del ministero apostolico; mantenne costantemente la calma dell'innocenza e della dignità. Interrotto nella sua predicazione, una domenica delle Palme, nella chiesa stessa di Saint-Jacques, da un emissario dell'università, ascolta senza emozione l'avvertimento ingiurioso che quest'uomo veniva a portare all'uditorio, da parte dei suoi maestri, e prosegue, senza rispondere, l'istruzione iniziata.
All'epoca in cui siamo giunti, Bonaventura e Tommaso si visitavano spesso nella povera cella che ciascuno di loro, nel suo convento, aveva reso così celebre e così potente. Lì, nel lavoro non interrotto della preghiera e dello studio, si forgiavano le armi terribili che tra poco se rviranno pe Bonaventure Santo francescano, amico contemporaneo di Tommaso d'Aquino. r il trionfo della religione e la confusione dei suoi nemici. Il religioso di san Francesco venne a visitare un giorno il suo fratello domenicano; e nella ingenuità del suo affetto e della sua umiltà, gli diceva: Qual è il libro, fratello mio, dove attingete le belle cose che il mondo ammira nelle vostre opere? — Ecco il mio libro! rispose frate Tommaso mostrando al suo illustre amico l'immagine di Gesù crocifisso. — San Paolo avrebbe approvato questa risposta! Bonaventura ne aveva compreso tutto il senso. Si sa a che punto era avanzato nella lettura di questo grande libro, quali pagine toccanti e sublimi ne ha tratte, per consegnarle all'ammirazione, all'edificazione del mondo.
Un altro giorno, era Tommaso che se ne andava, accompagnato da uno dei suoi fratelli, a far visita al suo amico Bonaventura. Ma arrivato vicino alla cella di quest'ultimo, lo scorse chino sul suo tavolo solitario, e intento al lavoro della composizione. — Lasciamo, disse a voce bassa, lasciamo un santo scrivere alla gloria di un santo! — Bonaventura lavorava allora a quella vita di san Francesco dove l'anima di quel grande patriarca sembra essere passata tutta intera. Tommaso non ignorava il soggetto che occupava il suo amico; e conosceva abbastanza la sua anima serafica per precedere la voce della posterità, nel posto che essa doveva assegnare al figlio accanto a un tale padre!
Dopo un viaggio che Tommaso fu obbligato a fare in Italia per difendere davanti al Papa e al suo senato la causa dei religiosi mendicanti attaccati da un membro dell'università di Parigi — il famoso Guglielmo di Saint-Amour — tornò a Parigi dove lo attendeva il berretto di dottore. È qui il caso di ammirare la profonda umiltà dei santi. Tommaso d'Aquino si credeva indegno di cingere l'alloro dottorale! e non ci volle niente meno che un ordine del cielo per asciugare le sue lacrime e mettere un termine alle sue ripugnanze. La notte che precedette il giorno fissato per il suo atto pubblico, Tommaso vide in sogno un vecchio, dall'aspetto venerabile, dalla fronte serena, che gli chiese quale fosse il soggetto della sua tristezza. — Essa non è che troppo giusta, rispondeva, poiché mi si forza a prendere rango tra i dottori; di che non sono affatto capace. — E il vecchio gli disse: L'ordine stesso che avete ricevuto, figlio mio, deve fare la vostra sicurezza; esso distrugge la vostra volontà propria e vi manifesta la volontà di Dio in quella dei vostri superiori. Prenderete per testo della vostra tesi, queste parole del Salmista: «Voi annaffierete i monti dalle acque che scendono dalle vostre altezze sublimi; la terra si sazierà del frutto dei vostri lavori!». Il giorno dopo, nuova prova di umiltà, alla presenza di tutte le facoltà riunite in una delle sale del vescovado di Parigi: Bonaventura e Tommaso, che devono subire la prova lo stesso giorno, si contendono l'ultimo posto. Tommaso cede infine, come il più giovane. Sviluppa il magnifico passaggio del Profeta, applicandolo alla divina economia della religione, che mostra come illuminante tutte le anime dei celesti raggi della grazia e della verità. La posterità ha fatto di questo stesso testo un'altra applicazione; non ha trovato altra espressione per rendere l'influenza che il nuovo Dottore doveva esercitare sull'universo cristiano, di quel torrente di luce e di vita che doveva spargere sulle più alte vette come sulle più umili valli del mondo delle intelligenze. Un'acclamazione unanime lo aveva nominato dottore.
Quel giorno, 23 ottobre 1257, produsse Tommaso d'Aquino sul vasto teatro della società cristiana, investito della triplice autorità del genio, dell'ammirazione e della virtù. Ora, quest'uomo che aveva fatto tacere l'invidia, confuso l'errore, fatto trionfare la causa degli Ordini religiosi mendicanti e la dedizione evangelica, acquisito infine in modo così decisivo l'alta dominazione della scienza e della santità, era appena entrato nel trentunesimo anno della sua esistenza!
La dottrina e il miracolo del Crocifisso
Redige le sue prime somme e riceve l'approvazione miracolosa di Cristo in persona per i suoi scritti sull'Eucaristia.
Rivestito del titolo di dottore, Tommaso si affrettò a riprendere il triplice insegnamento di professore, predicatore e scrittore. Fu allora che indirizzò a Padre Reginaldo, il più caro e costante dei suoi amici, un trattato di teologia in duecentocinquantasei capitoli.
Qualunque idea ci si possa essere fatti della modestia del nostro Santo, si avrà senza dubbio difficoltà a credere che abbia dato a un'opera così considerevole il titolo di Compendio di Teologia. È tuttavia ciò che fa nel suo preambolo.
Nel primo anno del suo dottorato, Tommaso redasse inoltre la sua Apologia degli Ordini religiosi e la Somma contro i Gentili. Quest'ultima opera, intrapresa su preghiera di san Raimondo di Peñafort, un altro figlio di san Domenico, era tracciata su basi abbastanza ampie da comprendere la confutazione simultanea del giudaismo, del manicheismo e del maomettismo. Fu tradotta subito in greco, in ebraico, in siriaco, e i missionari che gli Ordini di San Domenico e di San Francesco non cessavano di inviare fin da allora presso le nazioni straniere, al centro del buddismo e fino in fondo all'Oriente, non si impegnavano più in queste difficili imprese senza portare con sé un'arma così preziosa.
Quest'opera così considerevole fu immediatamente seguita da un lavoro ancora più considerevole, su tutte le Epistole di san Paolo; era la porzione delle Scritture che Tommaso amava di più dopo il Vangelo.
La santa passione del giovane Dottore di Parigi per l'Apostolo delle genti meritò un favore miracoloso. Evocato dalla forza di questo sentimento, Paolo varcò i fatali limiti che separano questo mondo materiale dal sublime soggiorno delle anime; rivelò i suoi tratti immortali agli occhi del suo fervente interprete.
Ma questo colloquio con gli spiriti superiori non era che una prima prova per l'umiltà del nostro Santo, un saggio per il suo sguardo mortale. Dopo la visita dell'Apostolo, era destinato a ricevere quella del Maestro degli Apostoli.
All'epoca in cui viveva san Tommaso d'Aquino, la questione degli accidenti eucaristici si agitava in tutte le scuole cristiane, e divideva i dottori della prima di tutte, l'Università di Parigi. Bisognava decidere se questi accidenti avessero qualcosa di reale, o non fossero che una semplice apparenza. La presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia non era mai messa in discussione; era riconosciuta, proclamata come una verità antica quanto il cristianesimo: si trattava solo di determinare la natura degli accidenti che lo presentano ai nostri sensi.
Stanchi di discussioni di cui non si poteva prevedere il termine, tutti i dottori furono del parere di rimettersi, su questa grande questione, al sentimento del solo frate Tommaso d'Aquino, che insegnava allora nell'Università di Parigi da diversi anni, non avendo ancora che trentadue anni. Tutti i suoi confratelli dichiararono che avrebbero tenuto per veramente conforme ai lumi della ragione e della fede la decisione che avrebbe dato il giovane dottore, poiché avevano più di una volta provato quanto, più sicuramente degli altri, egli cogliesse il vero punto della difficoltà, quanto più chiaramente lo sviluppasse.
Essendo stati rimessi nelle sue mani gli scritti in cui ciascuno esprimeva il proprio sentimento, Tommaso d'Aquino si raccoglie, si eleva a un'alta contemplazione, prega secondo la sua consuetudine; poi traccia, con tanta precisione quanta lucidità, ciò che lo spirito di Dio degna di ispirare alla sua anima.
Tuttavia non vuole portare in presenza dei dottori e delle scuole il frutto della sua scienza e della sua orazione, prima di consultare colui stesso di cui aveva dovuto parlare, di cui aveva implorato l'aiuto. Viene all'altare, e ponendo di fronte al tabernacolo, come davanti al Maestro dei maestri, ciò che aveva scritto sul soggetto controverso, leva le mani verso l'immagine di Gesù crocifisso, e prega in questo modo:
« Signore Gesù, voi che risiedete veramente in questo Sacramento ammirabile, voi le cui opere sono incomprensibili meraviglie, vi scongiuro umilmente, se ciò che ho scritto su voi stesso è conforme alla verità, datemi di insegnarlo e di persuaderlo da parte vostra ai miei fratelli; se esiste, al contrario, in questo scritto qualcosa che si allontani dalla fede cattolica, mettetemi nell'impossibilità di produrlo ai loro occhi ».
Ora, il dottore era stato seguito dal suo compagno abituale e da diversi altri religiosi dell'Ordine, i quali videro Gesù Cristo che gli appariva, e che, in piedi sui fogli stessi scritti dalla mano di Tommaso, gli diceva con amore: « Hai scritto degnamente di me, Tommaso: *Bene scripsisti de me, Thoma* », e prolungandosi ancora l'orazione del Dottore, fu visto elevarsi a circa un cubito in aria, come spinto da un lato dall'ardore proprio della sua preghiera, e sollevato dall'altro dall'attrazione del suo Dio!
La soluzione di san Tommaso era in favore della realtà degli accidenti o specie eucaristiche. Secondo lui, questi accidenti, queste specie o apparenze, sebbene intimamente legati alla sostanza del pane e del vino che li sostiene, hanno tuttavia un'esistenza propria, e conservano questa esistenza, mentre le sostanze del pane e del vino sono state convertite in quelle del corpo e del sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Così ciò che vediamo, ciò che tocchiamo nell'Eucaristia, la quantità, il colore, la figura, sono cose reali, e i nostri sensi non sono affatto ingannati come si sarebbe obbligati ad ammettere nell'opinione contraria.
L'opinione di san Tommaso fu universalmente adottata; non è di fede, ma la Chiesa ha ben segnato la preferenza che le dà, poiché nell'ufficio del Santissimo Sacramento di cui avremo da parlare, fa recitare una parte di ciò che il santo Dottore ha scritto su questo soggetto.
Gli scienziati non erano i soli che rendevano giustizia al raro merito di Tommaso. San Luigi, re di Francia, aveva un'intera fiducia nei suoi lumi, e gli chiedev a il suo pa Saint Louis Re di Francia di cui Thomas Hélye fu il cappellano. rere sulle più importanti affari dello Stato. Lo invitava spesso a mangiare alla sua tavola, onore che il Santo accettava il più raramente possibile, per un principio di umiltà. Quando tuttavia era obbligato ad accettarlo, appariva a corte tanto modesto e raccolto quanto nel suo convento. Essendo un giorno alla tavola del re, gli capitò una di quelle distrazioni particolari ai grandi uomini che deve essere riportata qui. Lavorava allora a confutare l'eresia dei Bulgari, o nuovi manichei, la quale, da alcuni anni, si era rinnovata in Italia. Poiché aveva la testa piena della sua materia, e lo spirito fortemente occupato dalle profonde meditazioni che aveva fatto, esclamò tutto a un tratto: « Ecco ciò che è decisivo contro i manichei! ». Il suo priore, che lo aveva accompagnato, avendogli detto di pensare al luogo in cui si trovava, si mise in dovere di riparare la sua colpa chiedendo perdono al re: ma questo buon principe, lungi dal mostrare alcun malcontento, ordinò a uno dei suoi segretari di scrivere il ragionamento che il Santo aveva appena fatto, per paura che gli sfuggisse dalla memoria.
I capitoli generali tenuti regolarmente ogni anno dai Frati Predicatori, non avevano unicamente lo scopo di perpetuare la santità del loro Ordine: si proponevano allo stesso tempo il perfezionamento degli studi. Tommaso assistette a quello del 1259, tenuto a Valenciennes; gli aggiunsero Alberto Magno, il suo maestro, e Pietro di Tarantasia, il suo discepolo, per la redazione dei regolamenti che dovevano procurare l'uniformità dell'insegnamento nelle case domenicane. Questi regolamenti sono ancora in parte osservati ai nostri giorni nelle scuole dell'Ordine di San Domenico.
Al suo ritorno a Parigi, Tommaso avrebbe dovuto sospendere il corso delle sue lezioni pubbliche, secondo le leggi universitarie, che non permettevano ai professori di teologia che tre anni consecutivi di insegnamento nella stessa scuola: ma il movimento di ammirazione che aveva portato i dottori di Parigi a porre Tommaso sulla cattedra teologica prima dell'età richiesta, li portò ancora a prolungare un insegnamento il cui onore tornava tutto intero al loro corpo. I fascini della virtù, la sua affabilità e la sua modestia gli guadagnavano ancora più i cuori che la sua scienza.
Uno dei suoi stessi allievi, nel suo atto pubblico per la licenza, osò elevarsi contro i sentimenti che aveva insegnato, sostenere proposizioni che aveva formalmente combattuto. Tommaso, che era presente, mantenne tuttavia il silenzio. I suoi altri discepoli se ne lamentarono poi con lui stesso: Tommaso rinnovò loro a viva voce la lezione di pazienza e di bontà che aveva dato loro con la sua condotta. Ma se la carità era parsa esigere questo primo sacrificio, la verità non poteva nemmeno perdere i suoi diritti: e il nostro santo aveva da lungo tempo imparato a confondere i suoi interessi con quelli della verità. Il rispondente, secondo l'uso, dovette apparire ancora il giorno dopo in una delle sale del vescovado, davanti a un'assemblea più numerosa e più imponente. Né l'esempio toccante che aveva ricevuto dal suo maestro, né le riflessioni della notte apportarono alcun cambiamento alla sua tesi. Il Dottore credette allora di dover rompere il silenzio, per giustificare agli occhi di tutti l'insegnamento di cui aveva nutrito lo spirito dei suoi allievi. Citò le autorità, le discusse; pose i principi, ne dedusse le conseguenze; distrusse una a una tutte le proposizioni del giovane laureato, mostrando tutto ciò che racchiudevano di falso e di pericoloso; ma tutto ciò con un tale miscuglio di dolcezza e di serenità, che il suo allievo, rientrando tutto a un tratto nei limiti del dovere, efficacemente corretto dal suo amor proprio, si mostrò tutto felice di una sconfitta che gli faceva aprire gli occhi alla luce. Mal trattato da una fredda argomentazione, da una parola senza viscere, quest'anima giovane avrebbe potuto irrigidirsi nella sua opinione, sprofondare senza ritorno nelle vie tenebrose dell'errore. Ne è bastato meno qualche volta per dare nascita ad eresie! Risollevata teneramente da una mano paterna, tornò subito al culto, all'amore della verità.
Un altro giovane osò dirgli un giorno che non guadagnava a essere conosciuto, e che il suo merito era lontano dall'eguagliare la sua reputazione. Cosa avrebbe risposto uno dei nostri moderni filosofi? Ecco la risposta del Dottore cattolico: Avete ragione, amico mio; perciò vorrei che il mondo si ricredesse, vedendomi studiare senza tregua!
Il papa Urbano IV, che conosceva tutto il merito del nostro Santo, lo chiamò a Roma nel 1261. Tommaso vi fu incaricato dal suo generale di insegnare teologia, impiego di cui si disimpegnò con il suo talento ordinario. Il sovrano Pontefice volle elevarlo diverse volte alle dignità ecclesiastiche; ma il Santo le rifiutò tutte, e preferì lo stato di semplice religioso a posti che l'ambizione cercherebbe meno, se fosse capace di riflettere sui pericoli che li circondano. Tutto ciò che Urbano poté ottenere da lui fu che non si allontanasse punto dalla sua persona. Ciò gli procurò l'occasione di annunciare la parola di Dio in tutte le città dove il Papa aveva costume di risiedere, come a Roma, a Viterbo, a Orvieto, a Fondi e a Perugia. Predicando a Roma un giorno di venerdì santo, parlò in modo così toccante dell'amore di Gesù Cristo per gli uomini e dell'ingratitudine di questi ultimi verso il Redentore, che fece scorrere le lacrime di tutto il suo uditorio: i sospiri e i gemiti dell'assemblea lo obbligarono persino a fermarsi diverse volte. Il sermone che fece il giorno di Pasqua seguente sulla gloria di Gesù Cristo e sulla felicità di coloro che risorgono con lui per la grazia, produsse ancora meravigliosi effetti. Guglielmo di Tocco aggiunge che, mentre il Santo usciva dalla chiesa di San Pietro, dopo il suo sermone, una donna si trovò tutto a un tratto guarita da una perdita di sangue, toccando i lembi del suo abito. Ma la conversione di due rabbini distinti tra gli ebrei fu un prodigio ancora più grande. Il Santo, che li aveva incontrati per caso alla casa di campagna del cardinale Riccardo, entrò in disputa con loro, e provò loro solidamente che il Messia era venuto; che questo Messia era Gesù Cristo, Dio e uomo tutto insieme, e che bisognava di conseguenza sottomettersi al Vangelo. Si convenne da una parte e dall'altra che si sarebbe ripresa la conferenza il giorno dopo. Tommaso passò la notte ai piedi degli altari, e scongiurò Colui che può solo convertire i cuori di terminare l'opera che aveva già cominciato. La sua preghiera fu esaudita. In effetti, i due rabbini lo vennero a trovare il mattino seguente, non per ricominciare la disputa, ma per abbracciare la religione cristiana. Il loro esempio fu seguito da diversi altri ebrei.
Queste difficili conquiste, Tommaso non le ha solo compiute con la sua viva parola; dopo la sua morte, non ha cessato di parlare con la stessa efficacia!
La Spagna vide, nel XV secolo, un altro rabbino, il cui nome è conosciuto nella storia della scienza, rinunciare, leggendo la Somma di san Tommaso sull'accordo dell'antica con la nuova alleanza, alle sue antipatie nazionali, fortificate dagli studi di tutta la sua vita, per abbracciare la grazia del cristianesimo. Sotto l'ispirazione di questo genio così devoto alla Regina delle vergini, il rabbino Paolo di Burgos volle essere chiamato, al suo battesimo, Paolo di Santa Maria. Fu successivamente vescovo di Cartagena e di Burgos, sua patria; morì patriarca di Aquileia.
Nel secolo seguente, un zelante discepolo di Melantone, Teobaldo Thamer, intraprende la lettura della Somma, nel disegno di combatterne la dottrina, di rovinarne i risultati, e di distruggere uno dei più fermi appoggi della Chiesa cattolica. Aveva sentito la parola del suo confratello Martino Bucero, l'apostolo luterano di Strasburgo: Tolle Thomam, et dissipabo Ecclesiam; « Liberatemi di Tommaso, e farò crollare la Chiesa? » Ma si accorge presto che l'opera è al di sopra delle sue forze: cade schiacciato sotto il peso del genio; si rialza cattolico fervente. Un uomo ancora più illustre, educato nei principi di Calvino, ma che il dubbio tormenta in seno alla riforma, si sente spinto a cercare la verità cristiana nelle opere di san Tommaso d'Aquino; presto questa verità brilla ai suoi occhi: abiura il calvinismo, si getta con trasporto tra le braccia della Chiesa cattolica; questa l'accoglie con amore, e ricompensa più tardi i suoi talenti e i suoi servizi con le più eminenti dignità: quest'uomo fu il cardinale Jacques Davy Duperron!
È durante questo primo soggiorno a Roma che scrisse il suo *Commento letterale di tutto il libro di Giobbe*, e questa ammirevole spiegazione dei Vangeli da parte dei Padri, che gli eruditi non conoscono che sotto il nome di *Catena d'oro* (*Catena aurea*).
Composizione dell'Ufficio del Corpus Domini
Su richiesta di Urbano IV, compone gli inni liturgici del Santissimo Sacramento, superando per umiltà il lavoro di Bonaventura.
Qualche anno dopo, ovvero nel 1264, Tommaso d'Aquino fu chiamato nuovamente da papa Urban o IV, che si t pape Urbain IV Papa che ha canonizzato Felice nel 1262. rovava allora a Orvieto. Egli vi si recò e approfittò dei primi colloqui avuti con il Santo Padre per proporgli l'istituzione, in tutta la Chiesa cattolica, di una solennità speciale in onore della divina Eucaristia.
Già questa festa si celebrava in diverse chiese. Quella di Liegi era stata la prima di tutte. Una pia religiosa, di nome Giuliana, aveva avuto una visione a questo proposito e l'aveva comunicata all'arcidiacono di Liegi, che in seguito fu papa Urbano IV, il quale approvò il progetto di una festa per il Santissimo Sacramento. L'ufficio fu composto da un religioso dell'Ordine a cui apparteneva Giuliana, e la festa ebbe luogo per la prima volta nell'anno 1247. Da Liegi si diffuse in altre contrade, e l'entusiasmo delle popolazioni per queste pie cerimonie faceva desiderare che si potessero celebrare ovunque, e nessuno lo desiderava con più ardore di frate Tommaso.
I pii pensieri che il Santo nutriva da tempo nel suo cuore a questo proposito non erano né meno profondi né meno antichi nell'anima del Vicario di Gesù Cristo. I prodigi nuovi che si operavano ogni giorno sui santi altari non avevano fatto che eccitare i pii desideri del sommo Pontefice. Sembrava che Dio stesso avesse voluto confondere i dubbi o le profanazioni dell'empietà, e assecondare l'amore e la fede dei popoli con vari interventi miracolosi della sua potenza. Il sangue era più volte colato dalle ostie consacrate, e vari popoli cristiani erano stati testimoni di tali prodigi.
Il papa Urbano IV, avendo deciso l'istituzione della festa del Santissimo Sacramento, volle che l'ufficio fosse composto dai due più grandi geni del secolo. Mandò dunque a chiamare presso di sé l'angelico Tommaso e il serafico Bonaventura: «Fratelli», disse loro, «voglio stabilire in tutta la Chiesa la più grande e la più toccante solennità; voglio celebrare il Sacramento d'amore e di misericordia». Poi espose il suo piano ai due monaci e ordinò loro di mettersi all'opera per eseguirlo. L'umiltà dei due Santi si stupisce della scelta del Pontefice; essi resistono, ma invano; a una data fissata, devono sottoporre il loro lavoro a colui che, meglio di chiunque altro, è capace di giudicarlo.
Tommaso e Bonaventura, nel giorno determinato dal sommo Pontefice, si recano presso di lui, la modestia sul volto e la sfiducia in se stessi nel cuore. «Cominciate, Frate Tommaso», dice Urbano IV. Il santo Religioso legge dapprima le antifone delle varie parti dell'ufficio, le lezioni, i responsori; tutto era tratto dalla Sacra Scrittura e perfettamente adattato al tema della nuova solennità. Il Papa mantiene il silenzio, mentre Bonaventura non può trattenere un gesto di approvazione, prontamente represso dal rispetto.
Tommaso passa all'inno del mattino: *Sacris solemnis*; giunge a questa strofa incantevole:
Panis angelicus fit panis hominum, Dat panis coelicus figuris terminum. O res mirabilis ! manducat Dominum Pauper, servus et humilis.
Il pane degli angeli diventa il pane dell'uomo; questo pane celeste pone fine alle antiche figure. O meraviglia ineffabile! L'uomo povero, misero e ridotto alla condizione di schiavo, si nutre del corpo del suo Signore.
Lacrime inumidiscono le palpebre di Frate Bonaventura, e si sente, sotto la sua tonaca di lana grezza, lo sfregamento di una pergamena i cui frammenti cadono al suolo.
Quale ammirevole maestà nell'inizio dell'inno delle Lodi:
Verbum supernum prodiens, Nec patris linquens dexteram, Ad opus suum exiens, Venit ad vitae vesperem.
Il Verbo eterno, disceso fino a noi senza lasciare la destra del Padre, per compiere la sua opera, marciò da sé verso la sera della sua vita mortale.
Si sentono poi queste strofe così piene di soavità:
O Salutaris hostia ! Quae caeli pandis ostium, Bella premunt hostilia : Da robur, fer auxilium :
O Vittima santa della salvezza che ci apri la porta del cielo, vedi: il nemico ci infligge duri combattimenti. Fortificaci contro i suoi attacchi, prestaci il tuo soccorso.
Uni Trinoque Domino Sit sempiterna gloria, Qui vitam sine termino Nobis donet in patria.
Gloria eterna al Dio Tre e Uno! Degni la sua bontà di accordarci nella celeste Patria la vita che non avrà fine.
Il rapimento di Frate Bonaventura si contiene a stento, e nuovi frammenti di pergamena cadono ai suoi piedi.
Urbano IV, non meno profondo teologo che pio pontefice, sembra soprattutto colpito dal *Lauda, Sion*, dove trova un trattato completo della più alta e sublime teologia sul mistero del giorno.
Tommaso finisce con il * Pange, lingua Pange, lingua Celebre inno attribuito a Fortunato o a Claudiano Mamerto. *, di cui la quarta e la quinta strofa riassumono ammirevolmente il sacramento dell'Eucaristia:
Verbum caro panem verum, Verbo carnem efficit, Fitque sanguis Christi merum, Et si sensus deficit, Ad firmandum cor sincerum Sola fides sufficit.
Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola un pane vero nella sua propria carne: per la virtù di questa stessa parola, il vino diventa il sangue di Cristo; e se i sensi sono impotenti a spiegare un tale prodigio, la fede basta per confermare un cuore veramente sincero.
Tantum ergo Sacramentum Veneremur cernui, Et antiquum documentum Novo cedat ritui, Praestet fides supplementum Sensuum defectui.
Adoriamo, con profondo rispetto, un Sacramento così degno dei nostri omaggi; che l'antico precetto ceda al nuovo, e che la fede supplisca alla debolezza dei nostri sensi.
Quando il Dottore angelico ebbe finito di leggere quest'opera in cui il suo genio si era rivelato sotto una luce inattesa, poiché il profondo teologo vi si era mostrato poeta sublime, vi fu un lungo e profondo silenzio. Urbano IV disse infine: «A voi, frate Bonaventura!»
Il santo monaco si getta ai piedi del Papa, esclamando: «Santissimo Padre, mentre ascoltavo frate Tommaso, mi sembrava di udire lo Spirito Santo. Lui solo può aver ispirato pensieri così belli a mio fratello Tommaso. Perciò, santissimo Padre, avrei creduto di commettere un sacrilegio se avessi lasciato sussistere il mio debole lavoro. Ecco, santissimo Padre, ciò che ne resta»; e il Religioso mostrava al Papa i frammenti di pergamena che coprivano il pavimento. Il Pontefice ammirò e lodò l'umiltà di Bonaventura non meno del genio di Tommaso.
Il 19 giugno 1264, la festa del Corpus Domini fu celebrata con grande pompa, e da allora gli inni di san Tommaso d'Aquino ripetono, attraverso le generazioni e i secoli, lo stesso pensiero, lo stesso sentimento, la stessa vita. Vi sono alcune nazioni, alcune chiese che hanno canti particolari per ogni altra festa; ma qui si riuniscono tutte in una sola voce per ripetere la voce dell'Angelo della scuola; e questi canti del grande teologo, confusi con i canti ispirati del Re-Profeta, risaliranno senza sosta verso il trono dell'Agnello, con le nubi dell'incenso, i flutti dell'armonia, il profumo dei fiori nuovi e gli slanci infuocati di tutte le anime che, dalle oscurità del tempo, aspirano senza sosta alle pure visioni dell'immortalità!
È evidentemente nel culto della santa Eucaristia che il grande Dottore trovava le sue luci. Vogliamo conoscere la fonte di queste chiarezze meravigliose che stupiranno eternamente il filosofo e il teologo? Ascoltiamo il grande uomo, egli sta per rivelarci il suo segreto:
Adoro te devote, latens Deitas, Quae sub his figuris vere latitas : Tibi se cor meum totum subjicit, Quia te contemplans totum deficit.
O Dio! O mio Dio! Io vi adoro; voi siete qui nascosto sotto le figure, ma presente e vivente. Il mio cuore vi ha riconosciuto; esso si abbandona a voi perché, contemplandovi, viene meno d'amore ai vostri piedi.
Jesu quem velatum nunc aspicio, Oro, fiat illud quod tam sitio, Ut te revelata, cernens, facie Visu sim beatus tuae gloriae.
Vi scongiuro, accordatemi ciò di cui ho tanta sete: o Gesù, che contemplo senza i veli, fate che io sia felice alla vista della vostra gloria!
Il monumento della Somma
Egli dedica i suoi ultimi anni alla stesura della Somma Teologica, sintesi monumentale della fede cristiana.
Tuttavia, l'autorità del Sommo Pontefice stava per entrare un'ultima volta in conflitto con l'umiltà di Tommaso d'Aquino. Clemente IV, succeduto a Urbano IV il 5 febbraio 1265, sembrava aver ereditato i sentimenti del defunto papa per il Dottore Angelico. La bolla che gli conferiva la sede di Napoli era già firmata; ma allora l'afflizione del Frate Predicatore divenne così profonda, la sua preghiera così toccante, che Clemente IV acconsentì a sopprimere quell'atto autentico del suo potere.
È nel primo anno del pontificato di Clemente IV che bisogna collocare gli inizi della Somm a di Teologia. Dov Somme de Théologie Opera maggiore di teologia di Alberto. eva essere, come si sa, il monumento principale del XIII secolo, la più alta formula che mai sia stata data dell'insegnamento cattolico e, come vedremo, il fine totale dell'esistenza di Tommaso d'Aquino. Disgustato, come egli stesso dice nel preambolo di questa grande opera, dall'esuberanza, dall'oscurità e dal disordine delle teologie scolastiche esistenti fino a quel giorno, concepì il piano di un riassunto sostanziale, luminoso e metodico, in cui fosse compreso il cristianesimo tutto intero, dall'esistenza di Dio fino all'ultimo precetto della morale evangelica; una vera enciclopedia religiosa, liberata da tutti gli elementi estranei, da tutte le superfetazioni inutili, comprendente nel loro ordine logico e naturale tutti i punti speculativi e pratici della fede rivelata; in modo che ciascuno formasse un tutto completo e che, nel loro concatenamento, concorressero tutti alla composizione di un vasto corpo di dottrina, immagine fedele di quella religione di cui una mano divina ha tracciato le linee inflessibili e le ammirevoli proporzioni, immagine di conseguenza della divinità stessa, che, tra tutte le sue opere, ha voluto che la rivelazione portasse i tratti più sorprendenti e gloriosi della sua eterna bellezza.
Per apprezzare l'influenza e i risultati della Somma di Teologia, bisognerebbe ripercorrere la storia di tutte le scuole cattoliche dal XIII secolo. I Sommi Pontefici, i Concili, gli Ordini religiosi e gli scrittori di tutti i secoli si sono riuniti per accettare gli insegnamenti e per esaltare il merito di questa grande opera. Quando gli ambasciatori del regno di Napoli vennero a chiedere la canonizzazione di Tommaso d'Aquino a papa Giovanni XXII, il pontefice, che li ricevette in pieno concistoro, disse loro: «Lui solo ha illuminato la Chiesa più di tutti gli altri dottori messi insieme; e si trarrà più profitto in un anno con i suoi libri che durante tutta una vita con i libri degli altri». E poiché qualcuno, nel corso del processo di canonizzazione, faceva notare che non aveva operato miracoli, il Papa rispose: «Ha fatto tanti miracoli quanti articoli ha scritto». La Chiesa greca concorda nei suoi elogi con la Chiesa latina. Il cardinale Bessarione, gloria della Grecia cattolica, uno dei più bei geni del XV secolo e dei più ardenti promotori del Rinascimento, era solito dire che Tommaso d'Aquino era il più dotto dei santi e il più santo dei dotti. Toledo, un altro principe della corte romana, coinvolto in tutti gli eventi religiosi e politici del secolo successivo, proclama senza esitare che i libri di Tommaso gli tengono luogo di tutti gli altri. Nell'impossibilità di riportare qui tutte le testimonianze gloriose rese al Dottore Angelico, e alla sua Somma in particolare, ci basti riportare un fatto che riassume magnificamente, a nostro avviso, questo concerto unanime di tutte le epoche e di tutte le intelligenze della cattolicità in suo onore. Nel Concilio di Trento, una tavola era posta al centro della sala dove sedevano i Padri del concilio, e su quella tavola vi erano la Sacra Scrittura, i decreti dei Papi e la Somma di san Tommaso. Dopo di ciò, concludiamo con il poeta del XIII secolo che il Dottore abita una sfera dove le lodi non possono più giungere, o bene, con uno scrittore dei nostri giorni, che Dio solo potrà lodare questo grande uomo nel concilio eterno dei suoi santi.
La composizione della Somma teologica occupò gli ultimi nove anni della vita di san Tommaso, senza che tuttavia egli rinunciasse ad alcuna delle funzioni, ad alcuno dei doveri che il cielo gli aveva imposto. Da tempo Bologna desiderava possedere un professore così capace di sostenere la sua antica rinomanza. La presenza di Tommaso in quella città rianimò l'amore per gli studi profondi.
partim quidem, quia secundem frequens repetitio et fastidium et confusionem generabat in animis auditorum.
Hæc igitur et alia hujusmodi evitare studentes, tentabimus, cum assistentia divini auxilii, ea quæ ad socram doctrinam pertinent, breviier ac dilucide prosequi, secundum quod materia patietur. (Sum. Theol. prol.)
La gloria del dotto professore non era tuttavia così sfolgorante da non essere talvolta misconosciuta, come abbiamo visto che era stata più di una volta insultata. Un giorno, dunque, mentre frate Tommaso passeggiava a passi lenti sotto il chiostro del convento di Bologna, completamente assorto nelle sue profonde meditazioni, un fratello laico gli disse che, essendo obbligato a uscire per alcuni affari, il superiore gli aveva permesso di prendere con sé il primo religioso che avesse incontrato. Il Dottore, senza addurre né il male di cui soffriva attualmente a una gamba, né le occupazioni più serie che riempivano tutti i suoi momenti, si mise subito a disposizione per accompagnare quel buon fratello; ma questi camminava con tanta precipitazione che Tommaso restava spesso indietro. Il grande uomo fu prontamente riconosciuto in città; e il corteo dei cittadini si incaricò di ricordare il suo dovere e di apprendere il nome del suo compagno a quel religioso, così completamente estraneo alle più grandi preoccupazioni del suo secolo, come alle più volgari attenzioni della carità. Rientrato nel convento, si getta ai piedi del Dottore Angelico e gli chiede perdono per la sua ignoranza e la sua indiscrezione. Tommaso lo rialza con la sua dolcezza abituale e gli dice sorridendo: Non siete voi, fratello mio, ad aver bisogno di scuse, sono io; avrei dovuto ricordare che lo stato della mia gamba non mi permetteva di camminare così velocemente come sarebbe stato necessario!
Tommaso aveva appena pubblicato allora la prima parte della sua Somma. Due anni di una vita così attiva gli erano bastati per elaborare i cinquecentoottantaquattro articoli di cui si compone questo magnifico lavoro!
Dopo la morte di Clemente IV, quell'amico devoto, quel potente ausiliario dei suoi generosi pensieri, Tommaso interruppe le lezioni di teologia che teneva da tre anni a Bologna, per recarsi ancora una volta nella capitale della Francia, come se avesse sentito il bisogno di dare i suoi ultimi addii a quella grande e nobile città, al santo e glorioso monarca che regnava allora su di essa. Quanto al motivo reale che lo chiamava a Parigi, fu molto probabilmente il capitolo generale del 1269, tenutosi in quella capitale, e senza dubbio anche l'appello di Luigi IX, che, nel momento di impegnarsi in una nuova crociata, desiderava ricevere i consigli e la benedizione di un religioso così grande per le sue luci quanto per la sua santità.
All'inizio del 1272, il capitolo generale dei Predicatori, tenutosi a Firenze, ricevette contemporaneamente da quasi tutte le Università d'Europa richieste che formavano il più magnifico concerto alla lode del Dottore Angelico. Come se uno strano presentimento della sua morte prossima si fosse diffuso improvvisamente nel mondo, ogni città dotta tentava gli ultimi sforzi per ottenere l'inapprezzabile vantaggio di possederlo e di ascoltarlo.
Bologna, il cui soggiorno era stato così favorevole al suo genio; Parigi, dove aveva gettato i primi fondamenti della sua gloria e che lo aveva allevato come un figlio; Roma, che sembrava essere l'unico teatro degno di quel re del pensiero; Napoli, che, dopo tutto, aveva dato il Dottore Angelico all'Ordine di San Domenico, e che sola, tra le grandi città d'Europa, non lo aveva ancora posseduto, lo reclamavano ugualmente e facevano a turno valere i loro diritti presso l'Assemblea. Napoli ebbe la meglio sulle sue rivali. Il nuovo re di Sicilia, Carlo I d'Angiò, fece pressioni così vive presso i superiori domenicani che Tommaso ricevette l'ordine di recarsi nella città di Napoli.
Roma si trovava sulla sua strada: l'illustre viaggiatore venne a prostrarsi, e fu per l'ultima volta, sulla soglia venerata dei santi Apostoli; l'obbedienza lo obbligò persino a fermarsi per alcuni giorni sotto il tetto ospitale che accoglieva i Domenicani a Santa Sabina. Ma quella sosta del genio non fu infruttuosa per la scienza cattolica e per la vecchia città. È lì che iniziò l'ultima parte della Somma e che scrisse i suoi Commentari su alcuni libri di Boezio. Fu persino costretto a riapparire, se non altro per un istante, sulla sua cattedra di teologia; e la folla non ne fu che più avida di raccogliere la sua parola. Roma vide allora uno di quei fenomeni intellettuali che sembreranno sempre incomprensibili, e per ciò stesso incredibili ad alcuni spiriti; essi manifestano tuttavia al più alto grado la potenza di riflessione e di meditazione di cui era dotata l'anima di Tommaso d'Aquino. Spiegava il libro di Boezio che tratta del mistero della Trinità; il cero che teneva per farsi luce si consumò tra le sue dita, e le bruciò per qualche tempo, senza che il sentimento di quel dolore fisico potesse distrarre un'anima assorta nella contemplazione della verità. L'antichità profana aveva visto una volontà energica operare questo tipo di divorzio tra l'anima e il corpo; ma l'intelligenza, mai!
Prima di riprendere la strada per Napoli, Tommaso aveva terminato il suo lavoro su Boezio, raccolto con cura dal suo inseparabile amico padre Reginaldo, e che forma attualmente il sessantanovesimo e il settantesimo dei suoi opuscoli. Uscendo dalla città di Roma, furono ricevuti entrambi in quella casa del cardinale Riccardo, dove il Dottore Angelico aveva sottomesso i due orgogliosi rabbini al giogo soave del Vangelo. Tommaso si ammalò presso il suo ospite; ma quella malattia fu breve e leggera. Padre Reginaldo, il suo compagno, si ammalò a sua volta, nella stessa villa; e questa volta il male si dichiarò con tanta intensità che presto ispirò ai medici le più serie inquietudini. Ma la santità possiede risorse che la scienza non può nemmeno sospettare: il nostro Santo prega per il suo compagno; pone su di lui le reliquie di sant'Agnese, e il malato ritrova improvvisamente le forze e la salute necessarie per continuare con il suo illustre amico il viaggio iniziato. Tommaso aveva sempre professato per quella amabile e casta sposa di Gesù Cristo una profonda venerazione, una tenera fiducia; portava costantemente con sé reliquie improntate della virtù del martirio e dello splendore della castità. Il ricordo di quella vergine cristiana, la cui debole infanzia trionfò dei piaceri e dei supplizi, aveva non so quale fascino potente per l'anima austera del Dottore cattolico. Si possono senza dubbio trovarne alcune ragioni nella storia stessa dei primi anni di Tommaso; ma non si potrebbe rifiutare di vedervi una nuova prova di quei rapporti intimi, di quella simpatia naturale, che abbiamo già colto tra il genio e la castità.
L'ingresso di Tommaso a Napoli fu un vero trionfo. La folla, commossa e rispettosa, lo accompagnò fino alle porte di quel convento domenicano dove Tommaso aveva abbracciato la professione religiosa. Che cosa avrebbe detto la principessa Teodora, se avesse visto il trionfo di suo figlio in quella stessa casa che aveva guardato come la tomba della sua gloria?
L'università di Napoli venne in corpo a deporre ai piedi di Carlo I l'omaggio pubblico della sua riconoscenza: non aveva dimenticato che era al credito, alla benevolenza di quel principe, che doveva il fatto di contare tra il numero dei suoi professori un maestro ormai senza rivali. Il re, da parte sua, assegnò al Dottore una pensione mensile sul tesoro reale, piuttosto come una testimonianza sfolgorante della sua stima e della sua venerazione, che come una ricompensa al di sopra della quale Tommaso si elevava con tutta l'altezza del suo genio, con tutta l'abnegazione della sua santità. Il pellegrino che visita ancora oggi il convento dei Domenicani, a Napoli, si ferma con rispetto davanti all'ingresso di una grande sala. L'immagine di un frate predicatore, coronata dall'aureola dei santi, fissa dapprima i suoi sguardi; e sotto quell'immagine legge questa iscrizione, incisa sul marmo: «Prima di entrare, venerate questa immagine, e questa cattedra da cui il celebre Tommaso d'Aquino fece udire un tempo i suoi oracoli a un numero infinito di discepoli, per la gloria e la felicità del suo secolo; il re Carlo I procurò questo vantaggio al suo regno, e assegnò un'oncia d'oro di pensione per ogni mese».
I personaggi più alti essi stessi non avvicinavano più Tommaso d'Aquino se non con un rispetto mescolato a una sorta di timore religioso. Il cardinale, attuale legato della Santa Sede nel regno di Napoli, desiderando ardentemente avere una conferenza con lui, volle che l'arcivescovo di Capua, antico discepolo del Dottore, lo accompagnasse nella sua visita. Essendosi recati al convento di san Domenico, fecero chiamare frate Tommaso nel chiostro. Questi si mise subito a disposizione per obbedire; ma, cammin facendo, il suo spirito fu talmente assorbito dall'oggetto dei suoi studi che, una volta sceso nel chiostro, dove i due nobili visitatori lo attendevano, continuò gravemente la sua passeggiata e la sua meditazione, non ricordandosi più di coloro che lo avevano richiesto, non scorgendoli nemmeno quando passavano sotto i suoi occhi. Tommaso non aveva qui, come alla tavola del re di Francia, un confratello presente per richiamarlo alla vita esteriore. Volentieri il legato si sarebbe offeso di una così strana accoglienza, se l'arcivescovo, che conosceva i rapimenti abituali del maestro, non avesse fatto conoscere al cardinale questo tratto particolare del suo carattere. Ritornato in sé, Tommaso chiese loro perdono per la sua dimenticanza; ne rigettò la causa sulla debolezza del suo spirito, che non gli aveva permesso che con quella pena e quella lentezza di trovare la soluzione di una difficoltà teologica! Il cardinale legato si ritirò, non sapendo che cosa dovesse ammirare di più, se la scienza o l'umiltà del santo Dottore, ma ammettendo che l'una come l'altra superava di molto la grandezza della sua rinomanza.
Nel breve spazio di un anno e mezzo, durante il quale la città di Napoli ebbe la fortuna di possederlo, compose i cinquecentoquarantanove articoli che ci restano dell'ultima parte della Somma. Presto il Dottore scrisse pochissimo sulla filosofia e sulla teologia propriamente detta: la meditazione delle Scritture assorbì quasi esclusivamente l'attività del suo spirito e quella del suo cuore. Alcuni commentari su diversi passaggi dei libri santi sfuggirono ancora alla sua penna. Gli elementi terrestri e passeggeri si cancellano a poco a poco dal suo pensiero; il suo occhio scorge altri orizzonti; l'angelo spiega più frequentemente le sue ali per sottrarsi alle influenze della vita, e slanciarsi verso il soggiorno dell'immortalità.
Visioni mistiche e fine della scrittura
Dopo rivelazioni soprannaturali, smette di scrivere, considerando le sue opere come paglia di fronte allo splendore divino intravisto.
Le estasi, i rapimenti che aveva sempre provato nell'orazione, diventavano ogni giorno più abituali e più intensi. In simili momenti, si sarebbe detto che la sua anima avesse interamente abbandonato il suo corpo, tanto egli tornava poi alla completa inerzia della materia. Al suo ritorno nella sua prigione terrena, lo si sentiva sospirare, con le parole stesse di san Paolo, dopo il giorno della liberazione e della visione. Tommaso andava ripetendo spesso in quell'epoca: «Chi mi libererà da questo corpo mortale? Oh! quanto desidero uscire dalla schiavitù e andarmene a Cristo».
Tommaso scriveva allora i suoi Commentari sulla Scrittura; spiegava il profeta Isaia, il misterioso evangelista dell'antica alleanza. Un passaggio del libro ispirato gli presenta insormontabili difficoltà: si sforza invano di scoprirne il senso; l'oscurità rimane sempre la stessa. L'interprete sospende il suo lavoro, o piuttosto ne raddoppia l'attività; ricorre alla preghiera. Come tutti i veri commentatori del testo divino, ne chiede l'intelligenza a colui che l'ha dettato. All'esempio di Agostino, suo più costante modello, esclama: «O Dio, fonte di luce, fate che io trovi grazia davanti a voi, affinché i segreti della vostra intelligenza si aprano finalmente all'ardore perseverante dei miei desideri!». Alla potenza dell'orazione univa l'efficacia del digiuno. Secondo le promesse del Vangelo, il cielo doveva rispondere ai suoi voti. Una notte, padre Reginaldo, che dormiva accanto alla sua cella, sentì il Dottore parlare a voce alta e intrattenersi con qualcuno, senza poter tuttavia distinguere le parole di quella strana conversazione. Pochi istanti dopo Tommaso lo chiama. — Prendete una lampada, gli dice, e il manoscritto già iniziato su Isaia. — E subito si mette a dettare con la stessa fermezza, la stessa abbondanza come se avesse attinto dai tesori della sua memoria o dalle pagine di un libro aperto davanti a lui. Poi congeda il suo segretario; ma questi si getta ai suoi piedi, e gli dice: — Padre, non acconsentirò a ritirarmi finché non mi avrete rivelato prima con chi avete conversato questa notte. — Vi importa poco saperlo, risponde il santo Dottore; andate, poiché vi restano ancora parecchie ore per il riposo. — In nome della vostra amicizia per me, riprende padre Reginaldo, in nome della religione, in nome di Dio, date al vostro figlio questa prova di fiducia. — Il nome adorabile che il religioso ha appena invocato non permette a Tommaso di resistere oltre: gli confessa che, per iniziarlo all'intelligenza delle Scritture, Dio si è degnato di dargli per maestri san Pietro e san Paolo, e che è con i Principi degli Apostoli che ha avuto la felicità di conversare durante quella notte. — Ma, in nome di Dio, aggiunse il nostro Santo, vi ordino di non rivelare nulla di tutto ciò prima dell'ora della mia morte.
Talvolta era camminando alla conquista di una verità teologica che il profondo pensatore entrava in comunicazione con gli abitanti di un altro mondo. Tommaso passava la notte in preghiera in quella chiesa di San Domenico Maggiore, che conserva ancora così vivo il ricordo del suo fervore e delle sue estasi; padre Romano, che gli era succeduto nella sua cattedra di Parigi, si mostra tutto a un tratto al suo sguardo, prima che la notizia della sua morte avesse potuto giungere fino a Napoli, e gli apprende che, dopo aver sofferto per sedici giorni nel purgatorio, gode ora della felicità dei cieli. Ecco un uomo che discende dal soggiorno stesso della luce; Tommaso si affretta a rivolgergli parecchie domande. Per un movimento che si potrebbe chiamare quello di un santo egoismo, gli chiede innanzitutto se ha conoscenza che egli sia in stato di grazia, e se il suo lavoro sia gradito a Dio. Gli chiede poi se i dati che la scienza acquisisce quaggiù perseverano o si cancellano in una vita migliore; lo scongiura infine di insegnargli il modo della visione beatifica. Padre Romano rassicura sull'umiltà timorosa del santo Dottore; la sua risposta è meno esplicita sulla seconda e la terza domanda: non tenta di sollevare i veli che rispettò san Paolo. Le sue parole confermano quelle del grande Apostolo, incoraggiando la scienza umana, secondo il rapporto di alcuni storici, la condannano, secondo la testimonianza di alcuni altri, e si concludono con una profezia nella quale annuncia chiaramente a Tommaso il possesso prossimo di quella felicità che non può manifestargli.
La morte di una persona la cui salvezza era in parte opera sua, gli fu annunciata in una maniera ugualmente meravigliosa. Sua sorella, morta da poco badessa di Santa Maria di Capua, venne a chiedergli il soccorso delle sue preghiere e dei suoi sacrifici, per finire di soddisfare alla giustizia di Dio. Tommaso non si guardò bene dal rifiutarsi a così toccanti sollecitazioni; e in pochi giorni ebbe la felicità di apprendere il successo dei suoi sforzi. Quella sorella beneamata, due volte generata alla vita dall'eloquenza e dalla pietà fraterne, varcò ancora una volta i limiti dell'eternità, per consolare la speranza del pio Dottore ed esprimergli la sua riconoscenza. Tommaso desidera inoltre apprendere dalla sua bocca la sorte dei suoi due fratelli, che erano morti, e lo stato della propria coscienza. Quell'anima beata aveva ricevuto missione di soddisfare a una così legittima curiosità. Il conte Landolfo era ancora nel purgatorio; Rinaldo era già nel cielo; i rovesci subiti per la causa della Chiesa erano serviti non solo a ricondurli nella via della salvezza, ma anche a far loro espiare in parte i traviamenti e gli eccessi della loro giovinezza. Si ricordano le violente attacchi diretti da questi due fratelli, Rinaldo in particolare, contro la vocazione di Tommaso. Dalla morte di Rinaldo, Tommaso non aveva cessato di chiedere a Dio la salvezza della sua anima: era una terza preghiera che aggiungeva ogni giorno ad altre due, che ogni giorno anche, durante tutto il corso della sua vita religiosa, ricadevano dal suo cuore verso quel cuore divino, la cui umiltà ne faceva il più toccante carattere. Tommaso chiedeva regolarmente al Signore la perseveranza nel fervore della carità, e la felicità di morire nello stato di semplice religioso.
Le assicurazioni che il Dottore angelico ricevette in questa visione, della purezza della sua anima, dell'ortodossia della sua dottrina, dei felici risultati di tutta la sua vita, gli furono trasmesse di nuovo in una visione mille volte più gloriosa. La Regina del cielo degnò di svelare i suoi tratti divini allo sguardo del suo fedele servitore; fece udire all'orecchio di un mortale il suono della sua voce divina. È ciò che il nostro Santo rivelò, ma solo sul suo letto di morte, per la glorificazione della grazia, per la consolazione del suo ultimo amico. L'amore, la fiducia di Tommaso per l'augusta Maria, questa misteriosa affezione che, nel suo cuore, aveva preceduto, come abbiamo visto, la coscienza di se stesso, ricevette dunque fin da quaggiù la più magnifica delle ricompense, e, per così dire, raggiunse per anticipazione la meta dei suoi sublimi slanci. Colei che è chiamata la sede della sapienza, la madre della castità, colei la cui immagine venerata presiedeva allora a tutto il movimento della scienza e della pietà cattoliche, si mostrava dunque a quel genio così luminoso e così puro.
Nella via misteriosa in cui siamo entrati, come nel pellegrinaggio ordinario della vita, così piamente descritto dagli autori del medioevo, la Vergine-Madre segna solo una stazione, la più elevata senza dubbio nella sfera degli esseri creati; ma il termine vero del viaggio è in Dio. Dio aveva già mostrato, una volta almeno, che giudicava l'anima di Tommaso degna di entrare in comunicazione con lui, per mezzo della visione esteriore e sensibile. È quando, nella chiesa di San Giacomo di Parigi, aveva degnato di approvare in una maniera così solenne uno scritto del pio Dottore, sulla divina Eucaristia. Una simile favore doveva rinnovarsi, per l'insieme delle sue opere, nella chiesa di San Domenico di Napoli. Tommaso sentiva avvicinarsi la fine dei suoi lavori scientifici; scriveva allora gli ultimi articoli della Somma di Teologia. Raddoppiò di fervore nelle sue mortificazioni e nelle sue preghiere, per ottenere dal cielo che l'errore non potesse scivolare, suo malgrado, in quella vasta moltitudine di articoli coordinati e di composizioni diverse. Mentre pregava, in una cappella dedicata a san Nicola, e spandeva in presenza del Signore la sollecitudine della sua anima, fu visto elevarsi da terra di parecchi cubiti, l'occhio fissato sul crocifisso. L'elevazione del suo corpo non era il solo segno che rivelava a quelli dei suoi fratelli che si trovarono nella chiesa, la potenza miracolosa di quello sguardo. L'immagine venerata si animò sotto la sua azione; queste parole uscirono dalla sua bocca: «Tommaso, hai scritto bene di me; quale sarà la tua ricompensa?» Il Dottore rispose subito: «Nessun'altra, Signore, che voi stesso!»
In un'altra circostanza, era la domenica della Passione dell'anno 1273, Tommaso celebrava i santi misteri nella chiesa di San Domenico; entrò in un così profondo rapimento, che fu necessario usare una sorta di violenza per richiamarlo al sentimento delle cose esteriori. Parecchi ufficiali del re di Napoli e alcuni Domenicani, testimoni di questa meraviglia, lo scongiurarono invano di lasciar scaturire ai loro occhi qualche raggio della grazia; tentarono inutili sforzi per ottenere la conoscenza di ciò che era accaduto nella sua anima durante gli istanti preziosi in cui essa fuggiva lontano dagli uomini e dalla terra. Pochi giorni dopo, Tommaso confessava, negli effluvi intimi dell'amicizia, che la grandezza stessa delle cose che gli furono rivelate, l'aveva tenuto nel silenzio dello stupore. La lingua dell'uomo, aggiungeva, all'esempio del grande Apostolo e quasi con le sue espressioni, è impotente a rendere convenientemente le meraviglie di Dio. Mi è stato rivelato di così grandi cose, diceva ancora, che tutto ciò che ho scritto, tutto ciò che ho insegnato nella mia vita non mi sembra che un pallido riflesso della verità, che un'immagine indegna della bellezza suprema.
A partire da quel giorno, il Dottore angelico si condanna al silenzio; ha risolto di non scrivere più, di non insegnare più.
Malgrado questa repulsione sempre crescente per gli oggetti terrestri, e questi slanci infiammati verso un mondo migliore, lo si vede allontanarsi un istante dalla sua pia solitudine, per andare a rendere un'ultima visita a sua sorella, la contessa Teodora, nel suo castello di San Severino, poco distante dalla città di Napoli. Là fu colto da un'estasi più lunga, più intensa dell'ordinario; rimase per parecchie ore senza dare alcun segno di vita; di tal modo che padre Reginaldo, il suo compagno, non poté dissipare gli allarmi di sua sorella, con tutto ciò che le raccontò di meraviglioso sulla vita del Dottore angelico, costretto com'era ad ammettere d'altronde che non si ricordava di averlo mai visto, per un così lungo tempo, rapito fuori di se stesso. Quando questo stato di contemplazione estatica fu cessato, Tommaso non poté che ridire al suo amico le sole parole che il grande Apostolo faceva udire al suo ritorno dal terzo cielo: «Ho visto, ho udito cose inenarrabili». Il Dottore aggiunse con certezza: La mia vita deve presto finire, come il mio insegnamento.
Trapasso a Fossanova ed eredità
In viaggio per il concilio di Lione, muore nell'abbazia di Fossanova nel 1274, lasciando un'opera che illuminerà la Chiesa per i secoli a venire.
Per disporsi più immediatamente alla presa di possesso della sua eternità, Tommaso d'Aquino si era nuovamente rinchiuso in quella taciturnità tranquilla e meditativa che aveva costituito il carattere distintivo della sua prima giovinezza, di quell'epoca della vita in cui l'uomo deve prepararsi alla pratica seria dell'esistenza. Ma mentre viveva così nel ritiro e nella preghiera, Gregorio X lo trasse dalla sua cara solitudine, per inviarlo al concilio che aveva appena convocato a Lione per lavorare all'estinzione dello scisma dei Greci e per procurare soccorso alla Terra Santa. Poiché gli ambasciatori dell'imperatore Michele Paleologo dovevano assistervi, così come diversi prelati della Chiesa Orientale, un uomo come Tommaso poteva rendere servizi importanti alla Chiesa. Il sovrano Pontefice gli ingiunse dunque, con un breve particolare, di recarsi al concilio, la cui apertura era fissata al 1° maggio 1274; gli ordinò allo stesso tempo di prepararsi a difendere la fede cattolica in presenza dei Greci. La salute del Santo era allora in cattivo stato; ma ciò non gli impedì affatto di partire da Napoli, dove si trovava, verso la fine del mese di gennaio. Gli fu dato ancora come compagno di viaggio il Padre Reginaldo da Piperno, che fu incaricato di prendersi cura di lui, perché era così poco occupato del suo corpo che avrebbe spesso dimenticato di provvedere alle più indispensabili necessità, se qualcuno non vi avesse vegliato particolarmente.
Tommaso, avendo trovato sulla sua strada il castello di Maenza, vi passò qualche tempo per vedere Francesca d'Aquino, sua nipote, sposata al conte di Ceccano. Lì, la sua malattia aumentò considerevolmente e fu preso da un disgusto generale per ogni sorta di cibo. Poiché un giorno lo si pressava di dire cosa avesse voglia di mangiare, rispose, per liberarsi dalle importunità dei suoi parenti, che avrebbe mangiato forse un certo pesce molto comune in Francia, ma assai raro in Italia. Ci si diede tuttavia tanto da fare che lo si trovò e glielo si servì; ma non volle toccarlo per spirito di mortificazione. Essendo questo disgusto universale un po' diminuito, e le sue forze cominciando a tornare, continuò il suo viaggio, nonostante la certezza che aveva che la sua ultima ora non fosse lontana. Tuttavia le fatiche del viaggio raddoppiarono il suo male, e la febbre divenne così violenta che fu obbligato a ferm arsi a Foss Fosse-Neuve Abbazia cistercense dove morì Tommaso d'Aquino. anova, celebre abbazia dell'Ordine di Cîteaux, nella diocesi di Terracina. La prima cosa che fece entrando fu di andare a salutare il Santissimo Sacramento, secondo la sua consuetudine. Con la faccia prosternata contro terra, sparse la sua anima in presenza di colui che doveva presto chiamarlo nel suo regno. Essendo poi passato nel chiostro, vi pronunciò queste parole del Salmista: Questo è per sempre il luogo del mio riposo. Lo misero nell'appartamento dell'abate, dove rimase malato per quasi un mese. I religiosi di Fossanova gli diedero tutte le marche possibili di rispetto e di venerazione. Si contendevano il vantaggio di servirlo, stimandosi felici di poter essere utili a un uomo che consideravano come un angelo rivestito di un corpo mortale. Erano tanto sorpresi quanto edificati dalla sua pazienza, dalla sua umiltà, dal suo raccoglimento e dal suo fervore nella preghiera.
Più il Santo vedeva avvicinarsi l'ora della sua morte, più sospirava dopo il momento felice che doveva farlo entrare nella gloria del suo Dio. Lo si sentiva ripetere continuamente queste parole di sant'Agostino: «Non comincerò a vivere veramente, o mio Dio, che quando sarò interamente riempito di voi e del vostro amore. Ora mi sono di peso a me stesso, perché non sono ancora abbastanza pieno di voi». I religiosi di Fossanova avendolo pregato di spiegare loro il Cantico dei Cantici, come san Bernardo aveva fatto un tempo in simile circostanza: «Datemi», disse loro, «lo spirito di san Bernardo, e mi arrenderò a ciò che esigete da me». Cedette tuttavia alla fine alle loro istanze reiterate, e dettò loro una breve esposizione di questo libro misterioso. Questa esposizione fu meno il frutto della sua scienza che della sua carità: essa non poteva venire in effetti che da un'anima che, correndo dietro l'odore dei profumi del celeste sposo, si affrettava a spezzare i legami della sua schiavitù per andare a godere delle delizie dell'eternità. Tuttavia il nostro Santo si trovò molto male. La sua debolezza divenne così grande che, dopo essersi raccomandato alle preghiere dei religiosi che lo circondavano, li scongiurò di lasciarlo solo, affinché potesse consacrare unicamente a Dio i pochi momenti che aveva ancora da vivere. Quando si vide in libertà, produsse, con i sentimenti della fede più viva, atti di adorazione, d'amore, di ringraziamento, d'umiltà e di contrizione. Fece poi una confessione generale di tutta la sua vita al Padre Reginaldo, e ciò con una grande abbondanza di lacrime. Non era che avesse commesso colpe gravi; ma il suo amore per Dio gli rappresentava le colpe più leggere come infedeltà considerevoli: poiché coloro ai quali aveva manifestato il suo interno, sono sempre stati persuasi che non si fosse mai reso colpevole di alcun peccato mortale. Disse al Padre Reginaldo, prima di morire, che ringraziava Dio di averlo costantemente prevenuto con la sua grazia, di averlo sempre condotto come per mano, e di aver preservato la sua anima da quelle cadute che distruggono la carità; poi, all'esempio di sant'Agostino, aggiunse che era per un puro effetto della misericordia divina che era stato liberato da tutti i peccati nei quali non era caduto.
Il santo dottore, avendo ricevuto l'assoluzione con tutti i sentimenti di un perfetto penitente, chiese il santo Viatico. Mentre l'abate e i suoi religiosi si preparavano a portarglielo, pregò coloro che erano attorno al suo letto di metterlo sulla cenere, affinché potesse, diceva, ricevere Gesù Cristo con più rispetto. Fu così che volle attendere il Salvatore, nonostante l'estrema debolezza in cui era ridotto. Quando vide la santa ostia tra le mani del sacerdote, pronunciò le seguenti parole con una tenerezza di devozione che trasse le lacrime dagli occhi a tutti gli assistenti: «Credo fermamente che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, è in questo augusto Sacramento. Vi adoro, o mio Dio e mio Salvatore! Vi ricevo, o voi che siete il prezzo della mia redenzione e il viatico del mio pellegrinaggio! voi per l'amore del quale ho studiato, lavorato, predicato e insegnato! Spero di non aver avanzato nulla di contrario alla vostra divina parola, o se ciò mi è accaduto per ignoranza, mi ritratto pubblicamente, e sottometto tutti i miei scritti al giudizio della santa Chiesa romana». Il Santo essendosi poi raccolto per formare alcuni atti di religione, ricevette la santa comunione, e non permise che lo portassero sul suo letto se non quando ebbe fatto la sua azione di grazie. Come le sue forze diminuivano sempre più, volle che gli si amministrasse il sacramento dell'Estrema Unzione, mentre era ancora in perfetta conoscenza. Rispose lui stesso distintamente a tutte le preghiere della Chiesa.
Rimase tranquillo dopo ciò, godendo di una pace profonda, che si manifestava con la serenità del suo volto. Lo si sentiva ripetere spesso: «Presto, presto il Dio di ogni consolazione metterà il colmo alle sue misericordie, e riempirà tutti i miei desideri; presto sarò saziato in lui, e berrò dal torrente delle sue delizie. Mi inebrierà dell'abbondanza della sua casa, e mi farà contemplare la vera luce nella sua essenza, che è la fonte della vita». Essendosi accorto che coloro che lo circondavano si scioglievano in lacrime, disse loro, per consolarli, che vedeva arrivare la morte con gioia, perché essa era un guadagno per lui; e come il Padre Reginaldo gli manifestava il rammarico che aveva di non vederlo trionfare dei nemici della Chiesa nel concilio di Lione, e occupare un posto dove potrebbe rendere servizi importanti alla sposa di Gesù Cristo, rispose con la sua umiltà ordinaria: «Ho sempre chiesto a Dio, come una rara grazia, di morire da semplice religioso, e lo ringrazio presentemente della bontà che ha avuto di esaudirmi. Chiamandomi al soggiorno della gloria in un'età così poco avanzata, mi ha fatto una grazia che ha rifiutato a molti dei suoi servitori. Non vi rattristate dunque sulla sorte di un uomo che è penetrato dalla gioia più viva».
Testimoniò poi la sua riconoscenza all'abate e ai religiosi di Fossanova, per tutti gli atti di carità che avevano esercitato nei suoi riguardi. Un religioso della comunità avendogli chiesto cosa bisognasse fare per vivere in una fedeltà perpetua alla grazia: «Chiunque», rispose, «camminerà senza sosta alla presenza di Dio, sarà sempre pronto a rendergli conto delle sue azioni, e non perderà mai il suo amore acconsentendo al peccato». Furono queste le sue ultime parole. Pregò ancora qualche momento, poi si addormentò nel Signore il 7 marzo 1274, poco dopo mezzanotte. Era nel cinquantesimo anno della sua età.
«Mentre il Dottore spezzava i vincoli di questa vita mortale a Fossanova, fratello Paolo da Aquila, dottore egli stesso e grande inquisitore della fede, residente in quell'epoca nel convento di Napoli, credette di vedere, nell'estasi della sua immaginazione, fratello Tommaso fare la sua lezione nell'università napoletana, in presenza di un numero prodigioso di scolari. San Paolo entra nella scuola, in compagnia di alcuni altri santi. Il professore si alza e scende immediatamente dalla cattedra, per venire all'incontro dell'Apostolo. Questi gli fa segno di continuare la sua lettura e di proseguire la lezione che aveva cominciato. Ma il Dottore scongiura l'Apostolo di dirgli in grazia se ha ben compreso il senso delle sue epistole. Paolo gli risponde: Sì, tanto quanto può comprenderlo un uomo immerso nelle tenebre di questa vita; ma vieni, ti condurrò in un luogo dove avrai una più chiara vista di ogni verità; e tirandolo per il lembo del suo scapolare, lo portava fuori dalle scuole. Il fratello si mise allora a gridare con tutte le sue forze: Al soccorso; ci portano via fratello Tommaso! Gli altri religiosi, attirati dalle sue grida, gli chiesero l'oggetto della sua visione, che egli raccontò loro. L'ora fu notata; e più tardi si seppe che era quella in cui il santo Dottore era andato a ricevere la sua ricompensa!».
Ma l'impressione prodotta da questa morte varcava con la stessa rapidità le più grandi distanze. Ecco cosa accadeva all'altra estremità dell'Europa, in quella vecchia città di Colonia, le cui scuole erano state il primo teatro dei successi di Tommaso, come allievo e come professore: «Maestro Alberto di Sassonia, vecchio più che ottuagenario, testa bianca e venerata, coronata di tutte le glorie della scienza e di tutti gli onori della religione, ai quali si era mostrato superiore deponendoli; cuore magnanimo verso un allievo soprattutto che doveva eclissare l'aureola dei suoi successi; Alberto Magno, il maestro di Tommaso, sentì anche, per una comunicazione divina, la perdita irreparabile che la Chiesa e il suo Ordine avevano appena provato. Era a tavola con gli altri religiosi del convento di Colonia; tutto a un tratto si scioglie in lacrime. Il priore gli chiede il motivo del suo dolore; Alberto risponde: È una triste e grande notizia che devo apprendervi; Tommaso d'Aquino, mio figlio in Gesù Cristo, il fiaccola di tutta la Chiesa, è appena morto; Dio me l'ha rivelato. Il priore tenne conto del giorno; e poche settimane dopo si seppe che era il giorno stesso della morte del Dottore angelico!». Ci sbagliamo di molto, o la storia presenta poche scene così colpenti come quella di un vecchio come Alberto Magno, che piange, in simili circostanze, la morte di un allievo come Tommaso d'Aquino. L'amicizia che sopravvive alla morte ha mai rivestito tratti più maestosi e più toccanti?
La fatale notizia, prima di arrivare in fondo alla Germania, aveva necessariamente attraversato la città di Lione, dove si assemblavano attualmente i deputati della Chiesa universale: essa circolava di bocca in bocca con la tristezza e lo scoraggiamento. I padri del Concilio non si accostavano che con il silenzio della sorpresa o le lacrime del dolore. Bonaventura era là, senza dubbio; ma l'intelligenza e il cuore di questo grande uomo sembrarono colpiti da una morte anticipata, alla notizia della morte di un amico impazientemente atteso, e che aveva costume di portare con lui la speranza di tutti i trionfi. Senza pretendere di legare a questo solo fatto il poco successo di questa assemblea in uno dei suoi oggetti principali, che erano la riunione dei Greci con i Latini; facendo d'altronde la parte delle passioni umane nella resistenza che esse oppongono al regno della verità, possiamo affermare, secondo tutti i documenti storici, che l'assenza di Tommaso d'Aquino fu guardata da tutti i membri come il più grande dei mali che potesse accadere alla cristianità in tali congiunture. Un velo di lutto pare estendersi sulle prime deliberazioni. Nulla ha potuto, meglio dell'aspetto del Concilio, ispirare questo tratto di un antico storico: Alla morte di Tommaso, appena arrivato nel mezzo della sua carriera di dottore, il mondo risentì una commozione simile a quella che proverebbe, se il sole venisse in pieno mezzogiorno a perdersi tutto a un tratto negli spazi!
Riassumiamo, per mezzo di dati iconografici, i principali tratti della vita e le principali virtù di san Tommaso d'Aquino:
Degli angeli passano una cintura attorno ai suoi fianchi durante il sonno mistico di cui abbiamo parlato; mette in fuga con un tizzone una donna che viene a tentarlo; si fa scendere da una finestra per sfuggire alla sua famiglia; si può piazzare vicino a lui un bue: si è visto nella vita perché.
Il calice o l'ostensorio che gli si mette in mano ricorda la composizione dell'ufficio del santo Sacramento. In ginocchio davanti a un crocifisso, tiene un cartiglio portante queste parole: Bene scripsisti de me, Thoma; quam mercedem postulas! — Non aliam nisi te, Domine; si concepisce che vi sono diverse maniere di disporre il cartiglio traducendo all'occhio questa grande grazia di cui san Tommaso fu l'oggetto. È soprattutto il sole, come abbiamo già visto, che serve ai pittori per caratterizzare il genio di san Tommaso: si piazza il sole sul suo petto o sulla sua mano; qualche volta è sospeso a una collana; forse è un modo di designare quello delle sue opere che si chiama la Catena d'oro. In un'incisione che riproduce il P. Cahier, l'astro dai raggi éclatanti è sostenuto da un libro aperto sul petto del Santo. Questo libro è senza dubbio la Somma di teologia. Lo si trova qualche volta rappresentato con due ali per ricordare il suo titolo di dottore evangelico; ma non consigliamo questa maniera, che non ci sembra abbastanza speciale. In effetti, questo emblema conviene a tutti i Dottori della Chiesa, e segnatamente al dottore serafico, san Bonaventura; bisogna dire lo stesso della colomba che alcuni pittori hanno dato per emblema a san Tommaso e ad alcuni altri Santi dell'Ordine di San Domenico: nulla ne autorizza l'uso; la stella, sebbene abbia indicato l'istante della sua morte, non è sufficientemente caratteristica neanche essa: essa appartiene più specialmente a san Domenico. Porta il giglio, come simbolo della sua verginità. Lo si unisce spesso a san Bonaventura, suo condiscepolo a Parigi.
Nel 1860, M. Gandolfi, artista italiano, ha edito una statuetta di san Tommaso, in piedi, che chiama la benedizione di Dio sulla Somma, che ha appena terminato. Una mitra ai suoi piedi ricorda la sua umiltà e il suo rifiuto delle dignità ecclesiastiche. Casini lo ha rappresentato accompagnato da due angeli; Erasmo Quellin, in ginocchio davanti alla Vergine che gli rimette un foglio; Abraham Diepembeck in piedi, tenendo una palma e un santo ciborio; Sebastiano Leclerc, in ginocchio, davanti a un altare; lo stesso, tenendo una penna da cui partono dei raggi che vanno a riunirsi a tanti volumi che tengono i Padri della Chiesa, ecc.
Beato Angelico da Fiesole ha dipinto san Tommaso in piedi, circondato dagli evangelisti, dai profeti e dai filosofi pagani: affresco eseguito al Vaticano, nella cappella di Niccolò V. In una pittura su smalto di un reliquiario appartenente alla cattedrale di Orvieto, lo si vede presentare l'ufficio del santo Sacramento a Urbano IV. Il gabinetto delle stampe di Parigi possiede diverse figure e ritratti di san Tommaso. Vedere la collezione dei Santi per ordine alfabetico. Infine, l'antica topografia di Tolosa, che si trova a questo stesso gabinetto delle stampe, riproduce la tomba e la meravigliosa cassa di san Tommaso, che erano nella chiesa dei Domenicani di Tolosa, prima della Rivoluzione.
San Tommaso era di una statura alta e ben proporzionata, ma di una complessione assai delicata. Era soggetto a grandi mali di stomaco, che aumentavano ancora per le sue austerità e per la sua applicazione infaticabile al lavoro. Quanto alle qualità del suo spirito, le abbiamo fatte conoscere quando l'occasione se n'è presentata, e non abbiamo detto nulla che non sia ancora al di sotto dell'idea che si è avuta in tutti i secoli; e ciò che aggiunge infinitamente a questa idea, è che l'opinione pubblica ha formato il suo giudizio su quello delle persone che si sono più distinte per la loro scienza.
Una delle più grandi marche del suo bel genio consiste nel fatto che faceva intendere, in pochissime parole, grandi meraviglie; di modo che se l'antichità ha fatto questo onore a un certo Lacedemone, di scrivere in lettere d'oro tutto ciò che usciva dalla sua bocca, tutte le parole e tutte le sentenze uscite da questo incomparabile spirito dovrebbero essere stampate in lettere di qualche sostanza più preziosa dell'oro, e più durevole del firmamento, tanto hanno di peso e di energia. Ne riporteremo alcune per nostra consolazione. Diceva dunque: «Che la povertà del religioso impaziente è una spesa inutile; — che l'anima senza la preghiera non avanza in nulla, e che il religioso senza l'orazione è come un soldato nudo, e che combatte senza armi; — che il religioso deve sempre camminare accompagnato, così come sant'Agostino comanda nella sua regola, perché il religioso solo è un demone solitario; — che non sapeva come un uomo, che si vedeva in peccato mortale, potesse ridere e rallegrarsi; né come fosse possibile che un religioso pensasse ad altro che a Dio; che l'oziosità era l'amo con il quale il nemico faceva la sua pesca; che con essa ogni sorta di esca era adatta». Gli si chiese un giorno il modo di conoscere se un uomo fosse perfetto e spirituale; disse: «Colui che parla nella sua conversazione di sciocchezze e di stoltezze, che ha paura di essere disprezzato, e che si adira di esserlo, quali meraviglie faccia, io non lo stimo perfetto, poiché tutto ciò è una virtù senza fondamento: e chiunque non può soffrire è ben vicino a cadere». Sua sorella gli chiese una volta come si potrebbe salvare; le rispose: «Volendolo». Un'altra volta che desiderò sapere cosa fosse più desiderabile in questa vita, le disse che «era di morire bene». Lo pregò anche di dirle cosa fosse il Paradiso: «Fino a quando non l'avrete meritato», disse, «nessuno ve lo saprebbe insegnare». Essendo all'articolo della morte, i religiosi gli chiesero come potessero passare la loro vita senza colpa; rispose loro: «Se potete rendere ragione di tutte le vostre azioni quando le fate». Come gli si chiedeva di quale sorta un uomo potesse diventare dotto: «Non leggendo», disse, «che un libro».
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita al castello di Roccasecca nel 1226
- Educazione presso l'abbazia di Montecassino dall'età di 5 anni
- Studi all'Università di Napoli
- Vestizione dell'abito domenicano a 19 anni nonostante l'opposizione della famiglia
- Prigionia di due anni in una torre del castello di famiglia
- Studi a Colonia sotto Alberto Magno
- Dottorato all'Università di Parigi nel 1257
- Composizione della Somma Teologica e dell'Ufficio del Santissimo Sacramento
- Morto nell'abbazia di Fossanova mentre era in viaggio per il Concilio di Lione
Miracoli
- Il crocifisso di Napoli gli parla: 'Bene scripsisti de me, Thoma'
- Apparizione dei santi Pietro e Paolo per aiutarlo a commentare Isaia
- Levitazioni durante la preghiera
- Guarigione di una donna tramite il tocco del suo abito a Roma
- Visione della cintura di castità donata dagli angeli
Citazioni
-
Nessun'altra ricompensa, Signore, se non Te stesso!
Risposta a Cristo in croce -
Bene scripsisti de me, Thoma
Parole di Cristo -
Tantum ergo Sacramentum / Veneremur cernui
Inno Pange Lingua