Fratello di san Basilio e di santa Macrina, Gregorio di Nissa fu un illustre teologo e vescovo del IV secolo. Dopo una carriera di retore e un matrimonio, abbracciò la vita ecclesiastica e divenne vescovo di Nissa, dove lottò fermamente contro l'arianesimo nonostante l'esilio. Grande difensore dell'ortodossia ai concili di Costantinopoli, lasciò un'opera letteraria e filosofica immensa.
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SAN GREGORIO DI NISSA, VESCOVO
E DOTTORE DELLA CHIESA
Origini e vita secolare
Nato in Cappadocia in una famiglia di santi, Gregorio studia le lettere e si sposa prima di intraprendere la via ecclesiastica.
Questo illustre Dottore della Ch Cet illustre Docteur de l'Église Padre della Chiesa citato come fonte. iesa nacque in Cappadocia, verso l'anno 331, in una famiglia di Santi. Santa Macrin a e san Basi saint Basile Fratello di Macrina, dottore della Chiesa influenzato dalla sorella. lio, i suoi fratelli maggiori, contribuirono alla sua educazione tanto quanto i suoi genitori. Non appena l'età glielo permise, studiò le lettere umane. Teodoreto dice ancora espressamente che condusse per qualche tempo la vita monastica; ma non vi si impegnò affatto. Si legò persino al mondo con i vincoli del matrimonio. Se ne pentì più tardi, nel suo *Trattato sulla Verginità*; gemette per non poter approfittare lui stesso di ciò che dice di questa virtù, e deplora la perdita di un bene che ha conosciuto troppo tardi. Sposò tuttavia una donna di grande merito, che si rese compagna della sua virtù. Vivendo insieme in modo conforme al Vangelo, si allontanavano poco dalla perfezione di coloro che, nella loro famiglia, servivano Dio nel celibato.
Dopo un certo tempo, che la storia non precisa, Gregorio abbracciò lo stato ecclesiastico e ricoprì la funzione di lettore. Ma, sedotto dall'ambizione o dal fascino delle lettere profane, cessò di fare ai fedeli la lettura dei libri sacri, per insegnare la retorica ai giovani. Fu uno scandalo tra i cristiani; si vedeva in questa condotta una sorta di diserzione dalla carriera ecclesiastica e un grande pericolo per colui che vi si lanciava. San Gregorio di N azianzo, suo amico, gli in Saint Grégoire de Nazianze Amico intimo e teologo cappadoce. dirizzò in una lettera, a questo proposito, dei rimproveri ugualmente pieni di veemenza e di carità. Si è portati a credere che questi rimproveri toccarono il nostro Santo. È certo, in ogni caso, che non fu a lungo retore, e che, rientrato nello stato ecclesiastico, fu elevato al sacerdozio.
Fu qualche anno dopo, secondo alcuni autori, che perse la moglie, della quale san Gregorio di Nazianzo fece un così bell'elogio; egli dice «che era l'ornamento della Chiesa; la chiama una persona sacra, vera sposa di un sacerdote, uguale in onore e in dignità al marito, e degna di grandi misteri». Queste parole hanno fatto credere a molti che, essendosi volontariamente separata dal marito, quando egli entrò nel sacerdozio, ella fosse stata onorata dell'ufficio di diaconessa.
L'episcopato e la lotta contro l'arianesimo
Nominato vescovo di Nissa da suo fratello Basilio, subì la persecuzione degli ariani e l'esilio sotto l'imperatore Valente prima di essere reintegrato da Graziano.
San Basilio, soprannominato il Saint Basile, surnommé le Grand Fratello di Macrina, dottore della Chiesa influenzato dalla sorella. Grande, fratello del nostro Santo, elevato nel 370 alla sede di Cesarea, metropoli della Cappadocia, pensò di impiegare al servizio pubblico della Chiesa i grandi talenti di Greg orio. Nysse Città della Cappadocia di cui Gregorio fu vescovo. Essendosi resa vacante, sei o sette mesi dopo, la sede di Nissa, città della Cappadocia a trenta leghe da Cesarea, verso la Galazia, la fece occupare da suo fratello. Nel comunicare questa elezione a Eusebio di Samosata, gli disse: «Avrei desiderato che mio fratello Gregorio avesse a governare una Chiesa proporzionata al suo merito e alla sua capacità; vale a dire tutta la Chiesa che è sotto il sole. Ma non potendosi fare ciò, bisogna accontentarsi che Gregorio onori il luogo in cui sarà vescovo. La vera grandezza non consiste solo nell'essere capaci di grandi cose, ma nel poter far apparire grandi le piccole».
Il nostro Santo non condivideva questi sentimenti sui propri meriti, si credeva ben al di sotto della dignità e dell'incarico dell'episcopato; fu necessario che i vescovi della provincia gli facessero violenza per obbligarlo a ricevere l'imposizione delle mani. La loro scelta fu presto giustificata dalla condotta di questo santo prelato. Praticava la povertà su se stesso per arricchire i poveri; consacrò loro il suo patrimonio. Zelante, caritatevole, prudente, la sua scienza profonda non gli impediva di mettersi alla portata di tutti. Parleremo più avanti degli scritti che compose per regolare i costumi e la disciplina della Chiesa; vegliò sull'osservazione dei canoni con vigore ancora maggiore di suo fratello. Non combatté l'errore meno vivamente del vizio, e mai alcuna considerazione umana arrestò il suo ardore episcopale. Dottore, serviva con la sua penna la Chiesa universale; vescovo, lavorava con tutte le sue forze, sia con l'esempio che con la predicazione, al bene della Chiesa di Nissa; questo era un titolo per l'odio degli ariani. Questi eretici lo calunniarono presso Demostene, vicario del Ponto, grande nemico dei cattolici, com e il suo padrone, l'empereur Valens Imperatore romano sostenitore dell'arianesimo che esiliò Eusebio. l'imperatore Valente. Demostene inviò dei soldati per arrestare il santo vescovo. Questi si lasciò dapprima prendere senza resistenza; ma quando vide che non gli si voleva concedere alcun sollievo, nonostante il cattivo stato della sua salute e il rigore della stagione, sfuggì dalle mani dei soldati. Invano Basilio, in una lettera rispettosa, tentò di addolcire Demostene, esponendogli da parte di tutti i vescovi della Cappadocia l'innocenza di suo fratello.
Il concilio che era incaricato di giudicarlo a Nissa era composto unicamente da ariani. Ciò che causò più dolore al nostro Santo fu meno la persecuzione che subiva che i progressi dell'eresia e il triste destino del suo gregge, governato da un intruso senza fede, senza costumi e senza capacità. Ne scrisse a san Gregorio di Nazianzo, che gli rispose di mettere la sua fiducia in Dio e di sperare che l'errore non avrebbe trionfato a lungo sulla verità. Questa predizione si realizzò nel 378, alla morte dell'imperatore Valente. Graziano, suo successore, richiamò i vescovi esiliati e rese loro le loro chiese.
Missioni orientali e lutti familiari
Dopo la morte di Basilio, Gregorio partecipa al concilio di Antiochia e visita l'Arabia e la Palestina per riformare le Chiese.
L'esilio di san Gregorio di Nissa non fu affatto perduto per la Chiesa; fu anzi il momento più bello della sua vita, poiché le chiese dei luoghi in cui si sapeva che doveva passare, lo chiamavano per pacificarle e regolarle. San Gregorio di Nazianzo dice che questo continuo cambiamento di luogo lo rendeva simile al sole, che, senza mai fermarsi in alcun posto, porta ovunque calore, luce e fecondità. Il nostro Santo risalì dunque sulla sua cattedra; ma, a stento aveva gustato la gioia di rivedere il suo popolo, che fu chiamato a Cesarea dalla morte di suo fratello, san Basilio, che aveva sempre considerato come sua guida, suo oracolo. I pensieri della religione poterono soli dargli abbastanza forza per sopportare la perdita di una persona così cara, nel momento in cui la pace restituita alla Chiesa avrebbe permesso loro di corrispondere e di vedersi più liberamente (379). Lo stesso anno dovette recarsi ad Antiochia, dove il patriarca san Melezio tenne un concilio. San Gregorio di Nissa vi ricevette l'incarico di visitare l'Arabia e la Palestina, per riformarvi le chiese. Ma compì questi viaggi solo l'anno dopo, vale a dire nel 380.
Gli ultimi istanti di santa Macrina
Gregorio assiste sua sorella Macrina nei suoi ultimi momenti e presiede i suoi funerali, segnati da racconti di miracoli e di grande pietà.
Al ritorno dal concilio si recò a Nissa, poi partì per visitare sua sorella, santa Macrina, sainte Macrine Sorella di san Basilio, citata come modello di sorella educatrice. che non vedeva da otto anni. Aveva bisogno di consolarsi con lei per la morte di san Basilio, ma trovò un nuovo motivo di dolore; quando fu vicino al monastero dove santa Macrina era superiora, apprese che era malata. I monaci che vivevano nello stesso luogo, sotto la guida di san Pietro, suo fratello, gli andarono incontro, secondo la loro consuetudine; le vergini lo attesero in chiesa. Dopo la preghiera, chinarono il capo per ricevere la sua benedizione e si ritirarono modestamente, senza che ne rimanesse una sola. Egli vide da ciò, poiché erano velate, che sua sorella non c'era. Andò a trovarla nella sua stanza, dove la trovò coricata per terra, su una tavola; era rivolta verso l'Oriente per poter pregare. Il discorso cadde presto su san Basilio: «Il mio spirito», disse san Gregorio, «ne era tutto turbato, il mio volto abbattuto, e non potei trattenere le lacrime. Ma lei, lungi dal lasciarsi abbattere come me, ne approfittò per dire cose così meravigliose sulla Provvidenza divina e sulla vita futura, che ne fui tutto trasportato fuori di me stesso». Questi pensieri servirono poi al nostro Santo per comporre un Trattato sull'anima e sulla Risurrezione.
In questi dolci sfoghi della sorella e del fratello, dove ognuno raccontava ciò che era accaduto, Gregorio le parlò delle disgrazie che aveva subito sotto l'imperatore Valente, il suo esilio, le sue privazioni. «Cosa! fratello mio», gli disse santa Macrina, «prendete voi questo per delle disgrazie? sarebbe essere ingrati non considerarli come grandi favori del cielo». Il vescovo di Nissa, rapito da questo colloquio celeste, avrebbe desiderato che durasse più a lungo; ma udirono il canto dei salmi, per la preghiera delle lampade, cioè i Vespri; sua sorella lo mandò in chiesa e pregò per conto suo; il mattino seguente, la trovò esausta per la febbre, e vide bene che non avrebbe superato la giornata: ma lei, superando la violenza del suo male e la difficoltà di respirare, si sforzava di dissipare con i suoi discorsi la tristezza che appariva sul volto di suo fratello. Verso sera, sentendosi morire, cessò di parlargli e si mise in preghiera, ma con una voce così bassa che a stento si poteva udire. Tuttavia giungeva le mani e faceva il segno della croce sui suoi occhi, sulla sua bocca e sul suo cuore. Quando fu portata la luce, si riconobbe, dai movimenti delle sue labbra e dei suoi occhi, che stava compiendo, per quanto poteva, la preghiera della sera, di cui segnò la fine facendo il segno della croce sul suo volto; e, gettando un profondo sospiro, terminò la sua vita con la sua preghiera. San Gregorio, che ella aveva pregato di chiuderle gli occhi e la bocca, trovò le sue palpebre dolcemente abbassate, come se fosse stata addormentata, la sua bocca e le sue mani sul petto, infine tutto il suo corpo così ben composto, che non ci fu bisogno di toccarlo per seppellirlo.
San Gregorio pregò due delle principali religiose, un'illustre vedova chiamata Vestiana e una diaconessa chiamata Lampadia, che, sotto la defunta, guidava la comunità, di aiutarlo a rendere a sua sorella gli onori funebri. Chiese loro se non avessero in serbo qualche abito prezioso, per adornare il corpo di sua sorella, secondo la consuetudine. Lampadia rispose piangendo: «Vedete tutto ciò che aveva. Ecco il suo mantello, il suo velo e le sue scarpe tutte logore». San Gregorio fu dunque ridotto all'uso di uno dei suoi mantelli; poiché gli abiti degli uomini e delle donne consistevano in grandi drappeggi di cui molti potevano servirsi indifferentemente. Vestiana, adornando il capo della defunta, disse a san Gregorio: «Ecco quale era la sua collana». Dicendo ciò, la staccò da dietro e gli mostrò una croce e un anello, entrambi di ferro, che la Santa portava sempre sul cuore. «Potete tenere la croce», disse san Gregorio, «io mi accontenterò dell'anello, poiché vi vedo anche una croce incisa». — «Non avete scelto male», rispose Vestiana, «l'anello è cavo in quel punto e racchiude del legno della vera croce».
Vestiana gli fece notare, sotto il collo di Macrina, una macchia nera grande come la p untura di un ago, e gl bois de la vraie croix La croce sulla quale Gesù Cristo fu crocifisso, oggetto centrale della festa. i disse: «È un monumento della pietà e della protezione di Dio nei suoi riguardi. Avendo un giorno una specie di cancro in quel punto, non volle mai soffrire che i chirurghi vi mettessero mano; la sua modestia le faceva guardare questo rimedio come qualcosa di peggiore del male. Poiché sua madre voleva obbligarla a subire l'operazione, la Santa passò una notte in chiesa in preghiere e in lacrime. Il giorno seguente, sua madre tornò alla carica; Macrina la pregò allora di fare solo il segno della croce sul suo seno. La madre lo fece e il cancro si trovò interamente guarito; non ne rimase che la piccola macchia nera che vedete».
Si passò la notte a cantare i salmi, come nelle feste dei martiri; e, giunto il giorno, poiché era accorsa una grandissima moltitudine di popolo, san Gregorio li dispose in due cori, le donne con le vergini, gli uomini con i monaci. Il vescovo del luogo, chiamato Arasse, era lì anche lui con tutto il suo clero. San Gregorio e lui presero davanti il letto sul quale era il corpo, due dei primi del clero lo presero da dietro, e lo portarono così lentamente, fermati dalla folla del popolo che camminava davanti e si accalcava tutto intorno. Due file di diaconi e altri ministri camminavano davanti al corpo, portando torce di cera, e si cantavano salmi a una sola voce, da un'estremità all'altra della processione. Sebbene non ci fossero che sette o otto stadi fino al luogo della sepoltura, cioè circa mille passi, impiegarono quasi tutto il giorno a percorrerli. Era la chiesa dei quaranta martiri, dove il padre e la madre di santa Macrina erano sepolti. Essendovi arrivati, si fecero le preghiere consuete; e, prima di aprire il sepolcro, san Gregorio ebbe cura di coprire con un drappo bianco i corpi di suo padre e di sua madre, per non mancare al rispetto esponendoli alla vista sfigurati dalla morte. In seguito, lui e Arasse presero il corpo di santa Macrina dal letto e lo deposero come lei aveva sempre desiderato, accanto a santa Emilia, sua madre, facendo una preghiera comune per entrambe. Tutto essendo compiuto, san Gregorio si prostrò sulla tomba e ne baciò la polvere. È così che egli descrive lui stesso i funerali di santa Macrina, sua sorella, nella lettera al monaco Olimpio, che contiene la vita di questa Santa.
Pellegrinaggio in Terra Santa e grandi concili
Viaggia a Gerusalemme, partecipa al concilio ecumenico di Costantinopoli nel 381 e si impone come un pilastro dell'ortodossia.
San Gregorio, dopo aver reso alla sorella gli ultimi doveri, ritornò a Nissa verso la fine dell'anno 379. Vi rimase finché la bella stagione gli permise di visitare l'Arabia e la Palestina. L'imperatore gli concesse per questo viaggio l'uso dei mezzi pubblici: un carro fu messo a sua disposizione e servì a lui e a coloro che lo accompagnavano da chiesa e da monastero. Cantavano salmi lungo il cammino e vi osservavano i digiuni. Visitò dunque l'Arabia, poi Betlemme, il Calvario, il monte degli Ulivi e il Santo Sepolcro, per soddisfare la sua devozione; ma trovò tanto disordine e corruzione tra gli abitanti di quel paese, che considerò questo pellegrinaggio pericoloso, soprattutto per le donne e i religiosi, la cui virtù vi si trovava assai esposta. In seguito si spiegò in un discorso sotto forma di lettera; non è che condanni assolutamente i pellegrinaggi, poiché egli stesso ne fece uno, ma ne segnala i pericoli. Gli affari della Chiesa non erano in condizioni migliori dei costumi degli abitanti, nonostante lo zelo di san Cirillo, vescovo di Gerusalemme. San Gregorio non ebbe maggior fortuna nel riformare quella Chiesa; fu costretto a ritornare sui suoi passi, senza aver fatto altro che accrescere i propri meriti con nobili intenzioni e coraggiosi sforzi.
L'anno seguente (381) si trovò al celebre concilio di Costantinopoli, che, composto solo da vescovi orientali, è divenuto ecumenico perché tutta la Chiesa ne ha adottato i decreti. È uno dei quattro concili che papa san Gregorio rispettava come i quattro vangeli; vi fece la conoscenza di san Girolamo e mostrò a lui e a san Gregorio di Nazianzo un libro che aveva scritto contro l'eretico Eunomio. Vi pronunciò l'orazione funebre di san Melezio di Antiochia, presidente dell'assemblea; inoltr e, fu un Eunomius Eresiarca anomeo confutato da Gregorio. o dei prelati stabiliti in Oriente come centro della comunione cattolica; di modo che, se qualcuno avesse rifiutato di comunicare con lui, non sarebbe stato considerato appartenente alla vera Chiesa. Assistette ancora l'anno seguente (382) a un altro concilio di Costantinopoli, dove pronunciò un bel discorso sulla divinità del Figlio e dello Spirito Santo. Tre anni dopo (385) fu costretto a ritornare nella città imperiale e a farvi un lungo soggiorno: vi pronunciò due orazioni funebri: una per la giovane principessa Pulcheria, figlia dell'imperatore Teodosio; l'altra per l'imperatrice, prima moglie di Teodosio e madre di Pulcheria. Quest'ultima è «eccellente e compiuta, dice il Padre Giry; contiene le virtù proprie delle regine e delle principesse; può essere letta dalle dame, che vi troveranno un modello di perfezione cristiana, ben adatto alle persone della loro condizione».
Ultimi anni e opera letteraria
Termina la sua vita tra il 394 e il 404, lasciando un'opera teologica e filosofica immensa, che gli è valsa il titolo di Padre dei Padri.
Ritornato a Nissa, il nostro Santo vi vide spesso il suo riposo turbato da Elladio, vescovo di Cesarea, successore di san Basilio, suo fratello, uomo inquieto e di merito assai mediocre, che non si applicava ad altro che a perseguitare, a stancare senza ragione i parenti e gli amici del suo santo predecessore. San Gregorio, nonostante la sua pazienza e la sua umiltà, fu costretto ad affidare a san Flaviano, patriarca di Antiochia, il compito di difenderlo da questi ingiusti attacchi. L'anno 394, san Gregorio assistette ancora a un concilio di Costantinopoli, per la dedicazione della chiesa di Rufino; fu posto tra i metropoliti, grande distinzione accordata alla sua persona e al suo merito, poiché la sua sede episcopale era poco considerevole. Terminò la sua gloriosa carriera tra l'anno 394 e l'anno 404: non si conosce con esattezza l'anno.
[APPENDICE: NOTA SULLE OPERE DI SAN GREGORIO DI NISSA.]
1° L'Esamerone, o libro sull'opera dei sei giorni. È un supplemento alle omelie di san Basilio sullo stesso soggetto. Quest'ultimo aveva omesso tutte le questioni che erano al di sopra della portata del popolo. San Gregorio intraprese di spiegarle, su preghiera di diverse persone raccomandabili per la loro scienza e la loro virtù, e lo fece con un'esattezza degna di un fratello del grande Basilio. Egli mostra in quest'opera di avere una perfetta conoscenza della filosofia antica.
2° Il Trattato sulla formazione dell'uomo può essere considerato come una continuazione dell'opera precedente, sebbene sia stato composto per primo, cioè verso l'anno 379. È molto curioso e pieno di erudizione: vi si trovano cose assai belle sull'eccellenza e sulla dignità dell'uomo, sulla sua somiglianza con Dio, sulla spiritualità della sua anima, sulla risurrezione dei corpi, ecc.
3° Il libro della vita di Mosè o della vita perfetta, è indirizzato a un certo Cesario, che aveva pregato il Santo di insegnargli in cosa consista la vita perfetta, affinché egli cercasse di pervenirvi. San Gregorio gli tracciò un modello compiuto di tutte le virtù nella persona di Mosè.
4° I due Trattati sull'iscrizione dei Salmi, e l'Omelia sul sesto Salmo. San Gregorio dà in questi due trattati un'idea generale dei salmi, di cui mostra la meravigliosa utilità per la santificazione dei fedeli. Dice che ai suoi tempi i cristiani di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione, avevano senza sosta sulle labbra questi divini cantici.
5° Le otto Omelie sui primi tre capitoli dell'Ecclesiaste. Contengono istruzioni ammirevoli sulle virtù e sui vizi, e sugli effetti che ne sono le conseguenze.
6° Le quindici Omelie sul Cantico dei Cantici, che furono tutte predicate, sono indirizzate a una virtuosa dama di Costantinopoli, chiamata Olimpiade, che, divenuta vedova dopo circa venti mesi di matrimonio, distribuì i suoi beni ai poveri e alle chiese. Il santo dottore vi dice che il libro del Cantico dei Cantici deve essere letto solo da coloro che hanno il cuore puro e distaccato dall'amore delle cose terrene.
7° Le cinque Omelie sull'Orazione domenicale, che furono anch'esse predicate, contengono istruzioni assai utili sulla necessità e sull'efficacia della preghiera.
8° Le otto Omelie sulle otto beatitudini sono dello stesso stile delle precedenti. Vi si trovano istruzioni solide sull'umiltà, la dolcezza, la povertà di spirito, ecc.
9° I Trattati sulla sottomissione del Figlio, e sulla Pitonessa, e il Discorso sull'ordinazione di san Gregorio. Non è certo che la prima opera sia del nostro santo dottore. L'errore degli origenisti sulla cessazione delle pene dei dannati sembra esservi insegnato. Coloro che attribuiscono questo trattato a san Gregorio dicono che l'errore che vi si trova, vi sia stato aggiunto in seguito da qualche origenista. Il trattato sulla Pitonessa è in forma di lettera, e indirizzato a un vescovo chiamato Teodosio. San Gregorio vi agita la questione dell'evocazione dell'anima di Samuele, e pensa che fu il demonio che, sotto la figura di Samuele, parlò a Saul. Il discorso sull'ordinazione, che si dovrebbe piuttosto chiamare il discorso sulla dedicazione, fu pronunciato nel 394, in occasione della dedicazione di una magnifica chiesa che Rufino, prefetto del pretorio, aveva fatto costruire nel borgo della Quercia, vicino a Calcedonia.
10° L'Antirretico, o trattato contro Apollinare. Ve n'era solo un frammento nelle edizioni delle opere di san Gregorio; ma Lorenzo Zacagni, bibliotecario del Vaticano, lo diede per intero nel 1698, da un manoscritto di più di settecento anni. Leonzio di Bisanzio, Eutimio e san Giovanni Damasceno ne citano diversi passi sotto il nome di san Gregorio, e il sesto concilio generale glielo attribuisce. Non si può dunque dubitare che questo Padre ne sia l'autore. Fu composto verso l'anno 377. Il santo dottore vi prova, contro Apollinare, che la divinità è impassibile, che Gesù Cristo ha un'anima, che egli riunisce nella sua persona la natura divina e la natura umana, ecc.
11° Il Discorso sull'amore della povertà, che è un'esortazione patetica all'elemosina. Il Libro contro il destino, dove è provato che tutto avviene per l'Ordine della Provvidenza. Fu composto verso l'anno 381, ed è scritto in forma di dialogo. Il Trattato delle nozioni comuni, che è un'esposizione filosofica dei termini di cui gli antichi si erano serviti per spiegare il mistero della Trinità.
12° L'Epistola canonica a Letoio, vescovo di Melitene, metropoli d'Armenia. Essa fa parte dei canoni penitenziali pubblicati da Beveridge. San Gregorio vi prescrive penitenze per i peccati più enormi. B. Ceillier ha mostrato, t. VIII, p. 265 e 266, la poca solidità delle ragioni che hanno determinato alcuni protestanti a cancellare questa epistola dal catalogo delle opere di san Gregorio di Nissa.
13° Discorso contro coloro che differiscono il loro battesimo. I peccatori vi sono esortati alla penitenza, e i catecumeni a ricevere il battesimo con ragioni assai forti che si traggono principalmente dall'incertezza dell'ora della morte, e dai diversi accidenti che possono in ogni istante precipitarci nella tomba.
14° I Discorsi contro la fornicazione e l'usura, sulla penitenza e l'elemosina, offrono una bellissima esposizione della morale cristiana su questi diversi punti. Il Discorso contro l'usura merita un'attenzione particolare, per la maniera forte e interessante in cui le cose vi sono trattate.
15° Discorso sulla Pentecoste. Testimonianza contro i Giudei. Si aveva solo la prima opera in latino; ma Zacagni l'ha pubblicata in greco da tre manoscritti della biblioteca del Vaticano.
San Gregorio si propone, nella seconda opera, di provare il mistero della Trinità contro i Giudei con le parole stesse della Scrittura. Non la si aveva neppure in latino, prima che Zacagni ne avesse pubblicato il testo greco. Questo dotto, non avendo trovato nei manoscritti gli ultimi tre capitoli delle antiche edizioni latine, ne ha concluso, a ragione, che fossero supposti, e al posto di questi tre capitoli, ne ha dati altri quattro che ne costituiscono un seguito e rendono l'opera completa.
16° I dodici libri contro Eunomio. San Gregorio vi vendica la memoria di san Basilio, suo fratello, attaccato da Eunomio, e vi prova, contro questo eresiarca, la divinità e la consustanzialità del Verbo. Vi dice che indipendentemente dalla Sacra Scrittura, che egli impiega con una sagacia meravigliosa, la tradizione sola basterebbe a confondere gli eretici.
17° Il Trattato ad Ablabio, e il Trattato sulla fede. È una difesa di diversi punti della dottrina cattolica contro gli Ariani.
18° La Grande Catechesi, divisa in quaranta capitoli, è citata da Teodoreto, Leonzio di Bisanzio, Eutimio, san Germano di Costantinopoli: le ultime venti righe vi sono state aggiunte in seguito. In quest'opera, san Gregorio di Nissa insegna ai catechisti come debbano provare, con il ragionamento, il mistero della fede.
19° Il Libro della verginità è diviso in ventiquattro capitoli, non compreso il prologo. Il santo dottore vi mostra l'eccellenza della verginità, e i vantaggi che essa ha sullo stato del matrimonio.
20° I dieci Sillogismi contro i Manichei, e il Libro dell'anima e della risurrezione. È provato, nella prima opera, che il male non è affatto una natura incorruttibile e increata, né lo è il diavolo, che ne è il padre e l'autore. Il secondo è un dialogo o racconto di un colloquio che san Gregorio ebbe con sua sorella la vigilia della sua morte, su quella di san Basilio. Fu composto verso l'anno 380.
21° La Lettera a Teofilo, patriarca di Alessandria, contro gli Apollinaristi. È citata nel quinto concilio generale e nella Panoplia di Eutimio.
22° Tre Trattati della perfezione cristiana. San Gregorio esamina nel primo a cosa obblighino il nome e la professione di cristiano; traccia, nel secondo, delle regole per arrivare alla perfezione; nel terzo, intitolato lo Scopo del cristiano, sviluppa e mette in piena luce le massime più sante del Vangelo.
23° Il Discorso contro coloro che non vogliono essere ripresi, e il Trattato sui bambini che muoiono prematuramente. Diverse questioni interessanti sono trattate nella seconda opera.
24° Il Discorso sulla Natività di Gesù Cristo, e i due Panegirici di santo Stefano. D. Ceillier prova, t. VIII, p. 345, che non si può contestare il discorso a san Gregorio. Vi si parla, non solo della nascita di Gesù Cristo, ma anche dell'uccisione degli innocenti. Si trovava solo il primo panegirico nelle antiche edizioni; si è debitori a Zacagni della pubblicazione del secondo.
25° Discorso sul battesimo, la risurrezione e l'ascensione di Gesù Cristo. Il primo, che è intitolato in alcune edizioni, sul giorno delle luci, fu pronunciato alla festa dell'Epifania, giorno in cui si battezzavano i catecumeni nelle chiese di Cappadocia. Dei cinque discorsi sulla risurrezione, solo il primo, il terzo e il quarto sembrano essere di san Gregorio.
26° Discorso sulla divinità del Figlio e dello Spirito Santo. Vi si trova la confutazione degli errori degli Ariani e degli Eunomiani.
27° I Panegirici di san Basilio e dei quaranta Martiri, le Orazioni funebri di Pulcheria e di Placilla; le Vite di san Gregorio Taumaturgo, di san Teodoro, di san Melezio, di sant'Efrem e di santa Macrina.
28° Il Discorso sulla morte è stato assai maltrattato dagli eretici. Lo scopo di san Gregorio era di fornire motivi di consolazione ai cristiani che si affliggevano eccessivamente per la morte dei loro cari.
29° Diverse lettere. In quella che è intitolata: Sul Pellegrinaggio di Gerusalemme, il santo si scaglia contro diversi abusi che commettevano alcuni cristiani con il pretesto di visitare i luoghi santi; ma non condanna affatto i pellegrinaggi in se stessi, come hanno preteso diversi protestanti. Oltre alle lettere di cui abbiamo appena parlato, Zacagni ne ha date altre quattordici, da un manoscritto del Vaticano. Giovan Battista Carraccioli, professore di filosofia al collegio di Pisa, ne fece anche stampare sette, che non erano mai state pubblicate, a Firenze, 1731, in-fol. Le aveva tratte da un manoscritto della biblioteca del granduca di Toscana.
San Gregorio di Nissa può essere paragonato ai più celebri oratori dell'antichità, per la purezza, la facilità, la dolcezza, la forza, la fecondità e la magnificenza del suo stile; ma si supera in qualche modo lui stesso nelle sue opere polemiche. Vi mostra una penetrazione di spirito singolare, e una sagacia meravigliosa nello smascherare e nel confondere i sofismi dell'errore. È quello tra tutti i Padri che ha meglio confutato Eunomio. Si è solo rimproverato a san Gregorio di aver dato troppo all'allegoria, e di aver talvolta spiegato, in un senso figurato, testi della Scrittura, che sarebbe stato più naturale prendere alla lettera.
La migliore edizione delle opere di san Gregorio di Nissa è quella che Fronton le Duc diede in greco e in latino a Parigi, nel 1615, 2 v. in-fol.; ma bisogna aggiungervi il terzo volume anch'esso in-fol., che lo stesso Fronton le Duc diede nel 1618 come appendice. Si preferisce questa edizione con il supplemento, a quella che apparve a Parigi, nel 1638, 3 vol. in-fol.
Si troverà un'edizione assai corretta, greco-latina, nella Patrologia di M. Migne.
Gli antichi hanno accordato grandi elogi al nostro Santo: lo chiamano degno fratello di san Basilio, a causa della sua fede, della sua buona vita, della sua virtù e della sua saggezza (Vincenzo di Lerino, Commonitorium, cap. xxxi); lo hanno chiamato la fede e la regola di tutte le virtù (Nazianzeno, Orat. 6, p. 138); hanno detto che questi due fratelli erano un modello compiuto della moderazione da mantenere nella prosperità e della forza con cui bisogna sopportare l'avversità (idem, epist. 37, p. 799). Nel secondo concilio di Nicea, gli fu dato il titolo di Padre dei Padri (Concil., t. vii, p. 477). Ci è stato necessario rifare la storia di questa vita, incompleta nella raccolta del Padre Giry.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita in Cappadocia verso il 331
- Matrimonio con una donna di merito
- Carriera di retore e successiva entrata nel sacerdozio
- Elezione alla sede di Nissa nel 371
- Esilio sotto l'imperatore Valente a causa degli ariani
- Ritorno dall'esilio nel 378 alla morte di Valente
- Partecipazione al concilio di Costantinopoli nel 381
- Viaggi in Arabia e in Palestina nel 380
- Assistenza ai funerali della sorella santa Macrina
Miracoli
- Guarigione miracolosa dal cancro di sua sorella Macrina tramite il segno della croce fatto dalla loro madre
Citazioni
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La vera grandezza non consiste solo nell'essere capaci di grandi cose, ma nel poter far apparire grandi le piccole
San Basilio Magno (citato nel testo)