Senatore romano divenuto monaco, Gregorio Magno fu eletto papa nel 590 in un periodo di crisi profonde. Riformò la liturgia, il canto ecclesiastico e inviò missionari a convertire l'Inghilterra. Grande dottore della Chiesa, si distinse per la sua umiltà, definendosi 'servo dei servi di Dio'.
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SAN GREGORIO MAGNO, PAPA
E DOTTORE DELLA CHIESA
Origini e carriera civile
Nato a Roma intorno al 540 in una famiglia nobile e pia, Gregorio occupò dapprima alte cariche civili come prefetto di Roma prima di rinunciare al mondo.
Eccelse principalmente in tre cose: nel pregare, nel leggere e nel meditare.
Jacopo da Varagine, serm. II, de S. Gregor.
Per giudicare il merito di un pastore, bisogna considerare per quale via sia giunto alla suprema dignità, in che modo vi abbia vissuto, come vi abbia insegnato e se vi sia entrato ben consapevole delle proprie infermità.
S. Greg. Magno, Regula Pastoralis.
Il Santo di cui intraprendiamo a scrivere la storia merita il glorioso titolo di Grande, per tutte le ragioni che possono elevare un uomo al di sopra dei suoi simili: poiché fu Grande per nobiltà e per tutte le qualità che derivano dalla nascita e dagli antenati; Grande nei privilegi della grazia di cui il cielo lo colmò; Grande nelle meraviglie che Dio operò per suo mezzo, e Grande nelle dignità di cardinale, di legato, di papa, alle quali la divina Provvidenza e i suoi meriti lo elevarono.
Nacque a Roma verso l'a Rome Città natale di Massimiano. nno 540. Gordiano, suo padre, era senatore e godeva di una fortuna considerevole. Ma rinunciò al mondo dopo la nascita di questo figlio e si consacrò a Dio; quando morì, era annoverato tra i sette cardinali diaconi che avevano cura, ciascuno nel proprio quartiere, dei poveri e degli ospedali. Silvia, sua madre, seguendo il medesimo impulso della grazia, santificò anch'ella l'ultima parte della sua vita, servendo Dio in un piccolo oratorio, vicino al portico di San Paolo. Gregorio era nipote di Felice III, papa santissimo, e nipote della beata vergine Tarsilla, che meritò di udire, nell'ora della sua morte, la musica celeste e di vedere Gesù Cristo, che venne a ricevere la sua anima beata.
Aveva ricevuto, dai suoi illustri genitori, le più felici disposizioni per la scienza e la virtù. Apprese con tanta facilità le lettere divine e umane, che era l'ammirazione della città di Roma. Le sue azioni erano sempre accompagnate da modestia, e i suoi movimenti molto regolati negli anni della sua giovinezza. Durante la vita di suo padre, prese parte al governo dello Stato: l'imperatore Giustino II lo elevò alla prima magistratura di Roma; dovette portarne le insegne, che consistevano in una veste di seta, arricchita da un magnifico ricamo e tutta coperta di pietre preziose. Ma è probabile che il suo cuore fosse come quello di Ester, distaccato da quel lusso, da quella pompa inseparabile dal suo rango. È probabile che stimasse già solo le cose del cielo, poiché trovava tanto piacere nel colloquio con gli uomini di Dio, con i santi religiosi, nella preghiera e nella meditazione. Ma Dio esige da lui di più: lo illumina, lo sprona; Gregorio si arrende, rompe dopo la morte di suo padre gli ultimi legami che lo attaccano al secolo.
La conversione al monachesimo
Gregorio fonda sette monasteri, tra cui quello di Sant'Andrea a Roma, dove adotta la regola di san Benedetto e si distingue per la sua estrema carità.
Fonda sei monasteri in Sicilia e un altro a Roma, nel suo stesso palazzo, sotto il nome di San t'Andrea (o Saint-André Monastero fondato da Gregorio nel proprio palazzo a Roma. ggi porta il nome del suo santo fondatore e appartiene ai Camaldolesi; è da lì, dice M. de Montalembert, che è uscito, dopo tredici secoli, un altro Gregorio, papa e monaco, Gregorio XVI), vi introduce la regola di san Ben edetto e vi prende eg règle de saint Benoît Ordine religioso che occupa il monastero di Honnecourt. li stesso l'abito nel 575, sotto l'abate Valentino, all'età di trentacinque anni, dopo aver distribuito ai poveri ciò che gli restava del suo patrimonio. Così, dice il suo storico, e dopo di lui il conte di Montalembert, Roma che aveva visto questo opulento patrizio attraversare le sue strade con abiti di seta, scintillanti di pietre preziose, lo vide con molta più ammirazione, coperto da un rozzo vestito, servire i mendicanti, — mendicante egli stesso, — nel suo palazzo divenuto monastero e ospedale.
Non aveva conservato che un solo resto del suo antico splendore: era una scodella d'argento, nella quale sua madre gli inviava ogni giorno povere verdure per il suo nutrimento. Questo lusso non durò a lungo. Un povero mercante che aveva, diceva al nostro Santo, fatto naufragio e perso tutto, lo supplicò di soccorrerlo. Gregorio diede ordine di contargli sei monete; ma il povero replicando che era ben poca cosa, Gregorio gliene fece dare altrettante. Tuttavia lo stesso mendicante si presentò di nuovo due giorni dopo al Santo, e lo pregò di avere pietà della sua estrema miseria. L'uomo di Dio, intenerendosi sui pressanti bisogni del povero, comandò al suo procuratore di dargli ancora sei monete; ma non avendole quest'ultimo contate, il Santo, il cui cuore era tutto colmo di carità e incapace di rifiutare alcunché, diede al mendicante l'ultimo resto della sua argenteria, la scodella di cui abbiamo parlato. In seguito a questa azione, compì un così gran numero di miracoli, che sospettò sotto il naufrago qualche abitante del cielo. In effetti, molto tempo dopo, ebbe una visione di cui parleremo più avanti.
Il nostro Santo si dedicava con tanto ardore alla lettura dei libri santi; le sue veglie, le sue mortificazioni erano tali che la sua salute ne soccombette e la sua stessa vita fu compromessa. Lo obbligarono a prendere un nutrimento più frequente e più sostanzioso, cosa che lo affliggeva molto. Era soprattutto inconsolabile di non poter nemmeno digiunare il sabato santo, in quel giorno in cui anche i bambini piccoli digiunano, dice Paolo Diacono. Avendo comunicato il suo dolore al pio monaco Eleuterio, riunirono entrambi le loro preghiere per ottenere da Dio la liberazione da una così grande sventura, e furono esauditi oltre le loro richieste.
Servizio della Chiesa e legazione
Nominato cardinale diacono e poi inviato come nunzio a Costantinopoli, difende gli interessi dell'Italia e combatte le eresie prima di diventare abate.
San Gregorio aveva uno zelo così ardente per la salvezza delle anime, che si estendeva su tutto il mondo. Un giorno passò per un mercato dove vide dei giovani fanciulli di una bellezza incantevole che venivano esposti in vendita. Appreso che erano inglesi e che gli abitanti di quel paese non avevano ancora ricevuto la fede di Gesù Cristo, ne ebbe una tale compassione che pianse, aggiungendo queste parole: «Come, è possibile che Satana possieda le anime di questi angeli corporei!». Andò subito a trovare il Papa Benedetto I e lo supplicò vivamente di dargli la sua benedizione apostolica per andare a predicare il Vangelo a quegli isolani. Il Papa accolse la sua richiesta e il Santo, con alcuni altri servitori di Dio, si mise subito in cammino per questa missione; ma quando si seppe della sua partenza in città, il popolo ne mormorò così forte che il Papa, recandosi alla chiesa di San Pietro, si trovò circondato da una moltitudine di persone che gridavano: «Santo Padre, avete offeso gravemente san Pietro; avete perduto Roma permettendo che Gregorio ne uscisse». Di modo che Benedetto fu costretto a richiamarlo e a farlo tornare nel suo monastero. Il Santo ne ebbe un estremo rammarico e conservò sempre nella sua anima un grande zelo per la conversione degli inglesi. Qualche tempo dopo, fu costretto a comparire in pubblico e a uscire dal suo ritiro; dapprima il Papa Benedetto I, nel 577, lo creò cardinale diacono o regionale. Coloro che erano rivestiti di questa dignità, in numero di sette, presiedevano alle sette regioni principali di Roma. «Non cedette che molto a malincuore all'autorità del Pontefice. Quando una nave», diceva, «non è ben ormeggiata al porto, la tempesta la trascina via dalla riva anche più sicura: eccomi ripiombato nell'Oceano del mondo, sotto un pretesto ecclesiastico. Imparo, perdendola, ad apprezzare la pace del monastero, che non ho saputo difendere abbastanza quando la possedevo». Fu ben peggio quando il Papa Pelagio II lo inviò come apocrisario, o nunzio, presso l'imperatore Tiberio, per trattare alcuni affari di grande importanza, la cui negoziazione richiedeva un uomo tanto santo e prudente. Vedendosi obbligato a uscire dal suo monastero, portò con sé alcuni dei suoi religiosi, per continuare, in loro compagnia, i santi esercizi che era solito praticare nel chiostro. Fu ricevuto dall'imperatore con tutto il rispetto immaginabile e ottenne il soccorso delle sue armi per la difesa dell'Italia oppressa dai Longobardi: che era il motivo principale della sua legazione. Fu in questo viaggio che contrasse una stretta amicizia con san Leandro, arcivesc ovo di Sivigl saint Léandre Arcivescovo di Siviglia e amico intimo di Gregorio. ia.
Egli confutò gli errori di Eutiche, patriarca di Costantinopoli, e ricevette la sua ritrattazione. Durante questi sei anni, edificò la corte di Costantinopoli con la sua semplicità e la sua modestia. Dio lo liberò in quella città da una malattia pericolosa e da un naufragio durante il suo ritorno. Riportava un generale contro i Longobardi, Smaragdo, e preziose reliquie per l'Italia, soprattutto per il suo monastero, tra le altre il braccio di sant'Andrea e la testa di san Luca, apostoli. Fu dunque ricevuto come un angelo del cielo, che riportava la pace e la felicità nel suo paese. Poco tempo dopo (584), i religiosi di Sant'Andrea lo elessero abate. Gustò ancora per qualche tempo in quella casa le delizie della solitudine.
«Teneramente amato dai suoi fratelli, si associava paternamente alle loro prove, alle loro croci interiori, provvedeva alle loro necessità temporali e spirituali, e ammirava soprattutto la santa morte di molti di loro. Ne ha raccontato i dettagli nei suoi D ialoghi, Dialogues Scritti spirituali in forma di dialogo. e sembra respirarvi in anticipo il profumo del cielo. Ma l'affettuosa bontà che lo ispirò sempre, non gli impediva di mantenere con scrupolosa severità le esigenze della regola. Fece gettare nella spazzatura il corpo di un monaco che era anche un abile medico, e presso il quale furono trovate tre monete d'oro, in spregio all'articolo della regola che proibiva ogni proprietà individuale. Le tre monete d'oro furono gettate sul cadavere, alla presenza di tutti i religiosi, che dovettero ripetere a voce alta il testo del versetto: *Pecunia tua tecum sit in perditionem*: Che il tuo denaro perisca con te. Una volta compiuta questa giustizia, la misericordia riprese il sopravvento nel cuore dell'abate, che fece celebrare per trenta giorni di seguito la messa, per liberare quella povera anima dal purgatorio».
San Gregorio ci dice che dopo la messa del trentesimo giorno, il defunto apparve a uno dei suoi fratelli e gli fece sapere che era appena stato liberato dalle pene che pativa dalla sua morte.
L'ascesa al pontificato
Eletto papa nel 590 durante un'epidemia di peste, tentò di fuggire da tale incarico per umiltà, prima di essere miracolosamente scoperto e incoronato.
La sollecitudine di Gregorio dovette presto varcare le mura del suo monastero. Roma fu desolata da terribili inondazioni, seguite da un flagello ancora più grande, la peste, che diffuse il lutto e la solitudine in quasi tutte le case, privando la Chiesa del suo capo. Papa Pelagio morì nel 590. Il clero, il senato e il popolo chiesero a una sola voce che il diacono Gregorio gli succedesse. Egli fu il solo a opporsi alla sua elezione, ma invano. Scrisse inutilmente all' imperatore Maurizi l'empereur Maurice Imperatore bizantino regnante alla fine della vita di Simeone. o affinché si opponesse; Germano, prefetto di Roma e fratello del nostro Santo, fermò il corriere, trattenne le lettere e ne scrisse altre a nome del clero, del senato e del popolo, supplicando il principe di confermare una scelta così giusta e canonica. Tuttavia, la peste aumentava e causava danni così gravi in città che sembrava che Dio avesse riversato tutta la sua ira sui Romani. San Gregorio li esortò a fare penitenza e a riconoscere che quel castigo proveniva dal cielo a causa dei loro peccati. Fece indire una processione generale per tre giorni, durante la quale apparvero per la prima volta tutti gli abati dei monasteri di Roma con i loro monaci e tutte le badesse con le loro religiose. L'immagine della santa Vergine, dipinta da san Luca, fu portata in quella solennità, e si racconta che, ovunque passasse quella augusta figura, l'aria corrotta si diradasse cedendole il posto, e che san Gregorio scorgesse sulla sommità del mausoleo dell'imperatore Adriano un angelo che rinfoderava la spada. (L'immagine di questo angelo, in piedi su quel superbo monumento, gli ha fatto dare il nome di Castel Sant'Ang château Saint-Ange Forte romano rinominato in seguito all'apparizione dell'Arcangelo. elo e perpetua ancora oggi la visione di san Gregorio.) Il nostro Santo comprese da ciò che l'ira del Dio vivente era placata e che la misericordia stava per prendere il posto della giustizia. In effetti, la peste cessò.
Non vedendo altro modo per sfuggire al sommo pontificato, Gregorio fuggì travestito. Ma il sacro Sposo della Chiesa, che lo aveva designato nel cielo, lo fece scoprire per mezzo di una colonna di luce che appariva sopra di lui e lo accompagnava ovunque andasse. Fu prelevato da una caverna dove si era nascosto, condotto a Roma nonostante ogni sua resistenza e infine incoronato nella basilica di San Pietro, il 3 settembre dell'anno di Nostro Signore 590.
Quando la notizia della sua esaltazione si diffuse in tutta la cristianità, gli furono scritte numerose lettere di congratulazioni. Egli rispose con lacrime e gemiti: «Ho perduto», scriveva a Teoctista, sorella dell'Imperatore, «tutti i piaceri del riposo. Sembro salire all'esterno, ma sono caduto interiormente... Sebbene non tema nulla per me, temo molto per coloro di cui sono responsabile... L'imperatore (Maurizio), approvando la mia elezione, non mi ha dato il merito e le virtù necessarie». Al patrizio Narsete: «Sono talmente oppresso dal dolore che riesco a stento a parlare». Aggiunge di essere sempre triste, perché vede da quale regione tranquilla è caduto e in quale abisso di imbarazzi. Ad Andrea, del rango degli illustri: «Nell'apprendere la mia promozione all'episcopato, piangete se mi amate, poiché vi sono qui tante occupazioni temporali che mi trovo, a causa di questa dignità, quasi separato dall'amore di Dio».
Molto tempo dopo, un giorno in cui, più oppresso che mai dal peso degli affari secolari, si era ritirato in un luogo segreto per abbandonarsi in un lungo silenzio alla sua tristezza, fu raggiunto dal diacono Pietro, suo allievo, amico d'infanzia e compagno dei suoi cari studi. «Vi è dunque giunto qualche nuovo dolore», gli disse il giovane, «perché siate così più triste del solito?» «Il mio dolore», gli rispose il Pontefice, «è quello di tutti i miei giorni, sempre vecchio per l'abitudine e sempre nuovo per la sua crescita quotidiana. La mia povera anima ricorda ciò che era un tempo nel nostro monastero, quando volava sopra tutto ciò che passa, sopra tutto ciò che cambia; quando non pensava che al cielo; quando varcava con la contemplazione il chiostro di questo corpo che la racchiude; quando amava in anticipo la morte come l'ingresso alla vita. E ora deve, a causa del mio incarico pastorale, sopportare le mille faccende degli uomini del secolo e sporcarsi in questa polvere. E quando, dopo essersi così diffusa all'esterno, vuole ritrovare il suo ritiro interiore, vi ritorna solo indebolita. Medito su tutto ciò che ho perduto. Eccomi battuto dall'oceano e tutto infranto dalla tempesta. Quando penso alla mia vita di un tempo, mi sembra di guardare indietro verso la riva. E ciò che vi è di più triste è che, così sballottato dalla tempesta, riesco a stento a intravedere il porto che ho lasciato».
Difesa della Cristianità
Gestisce i conflitti con i Longobardi e l'Impero d'Oriente, opponendosi al titolo di vescovo universale rivendicato dal patriarca di Costantinopoli.
Queste lamentele non nascevano solo dalla sua umiltà; questo vasto spirito vedeva tutta l'estensione del male che Dio lo chiamava a guarire. La Chiesa era nel più deplorevole stato, soffrendo in Africa del donatismo, in Spagna dell'eresia ariana, in Inghilterra dell'idolatria, in Gallia della simonia, dei crimini di Fredegonda e degli errori di Brunechilde; in Italia dei Longobardi, popolo ariano e rivale della potenza bizantina; in Oriente, dell'arroganza dei patriarchi di Costantinopoli, della cattiva volontà degli imperatori, i quali, non potendo più difendere né governare l'Italia, erano gelosi di vedere i Papi adempiere a questo ruolo. Egli seppe condurre la sua barca, così agitata, con un'energia e un'abilità tra le più rare. Romano, l'esarca di Ravenna, ovvero governatore dell'Italia in nome dell'imperatore di Costantinopoli, rompe in malafede un trattato che aveva stipulato con i Longobardi. Immediatamente questi ultimi, comandati dai loro duchi Arnulfo e Arigis, invadono il centro e il sud dell'Italia. L'esarca non protegge affatto Roma né Napoli, e tuttavia proibisce al Papa di trattare con i Longobardi, che assediano Roma e diffondono tutto intorno quella desolazione, quella sterilità che non si è mai potuta riparare da allora. Allora Gregorio si moltiplica: capitano, re, pontefice, padre dei Romani, rimprovera l'esarca per la sua malafede, il che gli attira l'ira dell'imperatore greco, raduna le truppe, paga il loro soldo, fornisce ai barbari i tributi che esigono, nutre e consola il suo popolo. Infine, dopo nove anni di sforzi, riesce a concludere, tra i Longobardi e i Greci, una pace che presto si rompe. Tratta allora a nome proprio e ottiene dal re dei Longobardi una tregua per Roma e il suo territorio. Fa di più. Teodolinda, sposa di Agilulfo, che gli doveva la corona, era cristiana e amica fedele del santo Papa: uniscono i loro sforzi e riportano dall'arianesimo alla fede cattolica l'intera nazione dei Longobardi. San Gregorio liberò poi il territorio romano da tutti i piccoli tiranni sorti dal seno dell'anarchia; e tale è l'origine del potere temporale dei Papi: «Unici custodi di Roma, ne sono diventati padroni!». Ma un giogo ben più insopportabile di quello dei barbari pesava sull'Italia: era la dominazione greca, l'impero d'Oriente. Gregorio lavorò abilmente e coraggiosamente per alleggerirlo, per addolcirlo; denunciò in una lettera all'imperatrice le frodi, le rapine dei funzionari imperiali: in Sardegna vendevano a caro prezzo, ai pagani, il diritto di sacrificare agli idoli, e continuavano a prelevare questa tassa su coloro che si facevano battezzare; in Corsica opprimevano i poveri con tali imposte che li riducevano a vendere i propri figli per pagare e a cercare rifugio presso i Longobardi. Si dissanguava così l'Italia con il pretesto di difenderla. Perciò Gregorio osò dire all'imperatrice: «Si potrebbe suggerire all'imperatore che sarebbe meglio sopprimere alcune spese in Italia, al fine di sopprimere le lacrime degli oppressi in Sicilia». Non fu meno fermo quando si trattò di dare una lezione di umiltà a Giovanni il Digiunatore, patriarca di Costantinopoli, che as sumeva nei suoi Jean le Jeûneur Patriarca di Costantinopoli che si attribuì il titolo di ecumenico. atti il titolo di ecumenico o universale, parola fino ad allora riservata ai concili generali o a chi rappresentava l'intera Chiesa. Chiamarsi così significava attribuire a sé solo l'episcopato e non considerare gli altri vescovi se non come suoi inferiori, suoi vicari. Giovanni non dava senza dubbio a questo nome un significato così esteso, ma ebbe torto a prendere un titolo così nuovo e fastoso, lui, il vescovo di una sede non fondata dagli Apostoli, e che non aveva altro merito che quello di essere nella capitale dell'impero, vale a dire molto esposto a diventare troppo dipendente dalla corte imperiale, a cadere nella domesticità, secondo il termine di M. de Montalembert. L'umiltà di san Gregorio gli fornì armi invincibili per combattere questa pretesa. Incaricò il suo nunzio a Costantinopoli di fare rimostranze al patriarca; scrisse a lui, scrisse all'imperatore: «Comprendete», diceva a Giovanni, «quale presunzione sia voler essere chiamato con un nome che mai nessun vero santo ha osato attribuirsi. Non sapete che il concilio di Calcedonia offrì questo onore ai vescovi di Roma, nominandoli universali? Ma nessuno ha voluto riceverlo, per paura che sembrasse attribuirsi l'episcopato a sé solo e toglierlo a tutti i suoi fratelli». In una lettera al suo nunzio Fabiano, scopre l'artificio di Giovanni, che faceva scrivere l'imperatore al Papa per lui. «Spera», dice, «di autorizzare la sua vana pretesa, se ascolto l'imperatore, o di irritarlo contro di me, se non lo ascolto. Ma io cammino sulla retta via, non temendo in questa faccenda che Dio solo. Non temete nulla neanche voi; disprezzate per la verità tutto ciò che appare grande in questo mondo e, confidando nella grazia di Dio e nel soccorso di san Pietro, agite con sovrana autorità. Poiché non possono difendere l'Italia dalle spade dei barbari, poiché la Chiesa è stata obbligata a sacrificare i suoi beni per difendere lo Stato, è una vergogna troppo grande che ci chiedano di sacrificare anche la nostra fede».
Si ammirerà questo linguaggio, se si ricorda che Gregorio era suddito dell'imperatore di Costantinopoli e che nessuno avrebbe allora osato parlare con una così nobile indipendenza. Scrivendo all'imperatore stesso: «Cosa», esclama, «san Pietro che ha ricevuto le chiavi del cielo, il potere di legare e sciogliere, l'incarico e il primato di tutta la Chiesa, non è stato chiamato apostolo universale, ed ecco che il mio pio confratello Giovanni vorrebbe farsi chiamare vescovo universale? Bisogna ben scrivere: O tempi! o costumi! tutta l'Europa è alla discrezione dei Barbari. Le città sono rovesciate, i castelli in rovina, le province spopolate; la terra non ha più braccia che la coltivino; gli idolatri infieriscono sui fedeli fino alla morte, e dei sacerdoti che dovrebbero prostrarsi sul sagrato tra lacrime e cenere, cercano di farsi titoli di vanità!». Ricorda all'imperatore che la sede di Costantinopoli è stata occupata da Nestorio e Macedonio, eretici ed eresiarchi. «Se dunque», dice, «colui che occupa questa sede fosse vescovo universale, tutta la chiesa cadrebbe con lui. Per quanto mi riguarda, sono il servitore di tutti i vescovi, finché vivono da vescovi; ma se qualcuno alza la testa contro Dio e contro la legge dei nostri Padri, spero che non farà curvare la mia, nemmeno con la spada». Oppose a questa pericolosa vanità del vescovo di Costantinopoli qualcosa di ancora più forte delle sue reprimende: fu la sua stessa umiltà. «Aveva impresso il sigillo di questa umiltà stessa, prendendo, il primo tra i Papi, nell'intestazione dei suoi atti ufficiali, quel bel nome di servitore dei servitori di Dio, che è diventato il titolo distintivo dei suoi successori». Riprese Rusticiana perché nelle lettere che gli scriveva si chiamava sua serva, e la pregò di cambiare stile, perché non voleva essere il signore di nessuno, ma il servitore di tutto il mondo. È riportato nel Prato Spirituale che Giovanni, abate di Persia, uomo santo e di grandissimo merito, essendo venuto a Roma per visitare le tombe dei gloriosi apostoli san Pietro e san Paolo, incontrò un giorno san Gregorio per strada e venne a gettarsi ai suoi piedi: ma il santo Papa lo prevenne, si prostrò lui stesso ai piedi dell'abate e non acconsentì a rialzarsi senza che l'abate si rialzasse pure. Per tornare a Giovanni, patriarca di Costantinopoli, si crede che si arrese alle ammonizioni del santo Papa, poiché è certo che continuò a riconoscere l'autorità della Santa Sede e a rinviare al Papa il giudizio definitivo delle cause ecclesiastiche. In uno di questi casi, Gregorio scoprì e dimostrò agli inviati di Giovanni che il concilio di Calcedonia e quello di Efeso si trovavano falsificati nella chiesa di Costantinopoli; raccomandò loro dunque di ricercare esemplari più antichi di questi concili, e disse loro di passaggio che la verità si conserva ben meglio presso i Latini che presso i Greci, poiché i Latini, che non hanno tanto spirito, usano meno imposture; solida critica sia di storia che di costumi. In un altro caso, rinviò assolto, dopo averlo giudicato in un concilio, Giovanni, prete di Calcedonia, contro il quale era stata pronunciata un'ingiusta sentenza in nome del patriarca di Costantinopoli: precedentemente un monaco falsamente accusato di manicheismo, e battuto con verghe per ordine dello stesso patriarca, avendone fatto appello al Papa, questi lo aveva giudicato di nuovo, cassato la sentenza del patriarca e fatto a quest'ultimo una severa reprimenda, esortandolo a licenziare un favorito che abusava della sua fiducia e a chiedere perdono a Dio; se rifiutate, gli diceva, di osservare i canoni della Chiesa, non so chi voi siate.
Non possiamo stancarci di considerare questo grande Santo, che, in ogni istante e su ogni punto del globo, veglia, scruta ogni cosa, e se scorge che la libertà delle anime, che l'onore di Dio, che gli interessi della religione, della civiltà soffrono, viene subito in loro soccorso. L'imperatore e i suoi mille funzionari invadevano senza sosta cose che il nostro Santo era obbligato a difendere. Nel 592, l'imperatore Maurizio proibì, con un editto, ai soldati di abbracciare la vita monastica. San Gregorio ricevette questo editto come tutti i patriarchi per notificarlo ai vescovi del suo distretto. Scrisse all'imperatore per rappresentargli che esso contravveniva alle leggi di Dio e ai diritti della coscienza; gli ricorda abilmente l'origine di questo potere di cui abusa, e lo invita a pensare al giudizio universale, dove Cristo gli dirà: «Ti ho fatto da segretario, conte delle guardie; da conte, cesare; da cesare, imperatore; non è abbastanza, ti ho fatto padre di imperatore. Ho sottomesso i miei sacerdoti alla tua potenza, e tu ritiri i tuoi soldati dal mio servizio. Dite, signore», continua, «dite al vostro servitore cosa potrete rispondere a Colui che, nel giorno del giudizio, vi parlerà così!». Il suddito rimaneva sempre fedele in questo grande Papa. Diede alla sua rimostranza il nome di *supplica* e la accompagnò con tutti i termini ossequiosi allora in uso: inoltre, spedì la legge, contro la quale reclamava, nelle varie province. «Con ciò», diceva a Maurizio, «ho adempiuto al mio duplice dovere; obbedito all'imperatore pubblicando il suo editto, e adempiuto al mio ministero rappresentando che questo editto non si accordava affatto con gli interessi della gloria di Dio». Se questa reclamazione dispiacque dapprima all'imperatore, essa lo illuminò tuttavia; moderò il rigore della sua legge permettendo di ricevere i soldati alla professione monastica dopo un noviziato di tre anni. San Gregorio lo annunciò e ne testimoniò la sua gioia in una lettera ai vescovi dell'impero.
Maurizio fu del resto uno degli imperatori greci che ebbero più rispetto per i canoni; il nostro santo Papa loda la sua pietà e il suo zelo per la Chiesa. Ma fu crudelmente punito per la sua avarizia. Dodicimila prigionieri greci, che rifiutò di riscattare dagli Avari, furono massacrati. Si pentì di questo crimine senza correggersi del vizio che ne era il principio. Nel 602, ridusse il suo esercito a vivere di saccheggio, nel paese nemico, durante l'inverno. Le truppe si rivoltarono e misero sul trono un ufficiale chiamato Foca, che fece sgozzare l'imperatore con i suoi sei figli, poi suo fratello, l'imperatrice e le sue tr Phocas Imperatore bizantino che concesse il Pantheon al papa. e figlie. Questo mostro, come lo chiama M. de Montalembert, inviò, dopo questo massacro, la sua immagine e quella di sua moglie a Roma, dove il senato e il popolo, secondo la loro vergognosa abitudine, li ricevettero con acclamazione. Si rimprovera al nostro Santo di essersi associato a queste acclamazioni e di aver scritto a Foca una lettera di congratulazioni, in cui biasima la condotta di Maurizio. Si ammette che è l'unica macchia che si trova su questa gloriosa vita; si riconosce d'altronde che le intenzioni di san Gregorio erano pure, che i termini di cui si serve erano in qualche modo dello stile ufficiale di quel tempo per ogni cambio di regno. Si ammette che ciò che biasima in Maurizio era biasimevole; che, con questo biasimo, consigliava a Foca di non cadere nelle stesse colpe; che doveva, nell'interesse dell'Italia, non irritare il nuovo imperatore; che dopo le congratulazioni d'uso, lo esortava a far regnare la giustizia, la pace e la libertà tra i suoi sudditi. Con queste riserve, siamo dell'opinione che non si dovrebbe tenere oggi, e che san Gregorio non terrebbe certamente, se vivesse, la stessa condotta.
L'Apostolo delle nazioni barbare
Gregorio lavora alla conversione dei Visigoti in Spagna, dei Longobardi in Italia e invia sant'Agostino a evangelizzare l'Inghilterra.
Mentre seguiva l'integrità della fede e la libertà della Chiesa, da parte dell'Impero d'Oriente, il nostro Santo non dimenticò i popoli barbari che avevano appena invaso quasi tutto l'Occidente e il sud dell'Europa. Si fece loro amico, educatore e maestro, per civilizzarli e farli entrare nel seno della Chiesa. Possiamo solo abbozzare queste nobili imprese. Virgilio, vescovo di Arles, avendogli scritto e fatto scrivere dal re d'Austrasia, Childeberto, per chiedergli il pallio, il Papa accolse la sua richiesta (595), lo nominò suo vicario in quelle contrade, senza pregiudizio per il diritto dei metropoliti, e lo pregò di accordarsi con il re e con tutti i vescovi per estirpare due vizi che corrodevano il sacerdozio gallo-franco: la simonia e l'elezione dei laici all'episcopato. Per il primo argomento scrisse diverse lettere ai vescovi e al re. Disse al giovane Childeberto, per fargli comprendere il suo ruolo di re cattolico, circondato da ariani, pagani e al comando di sudditi ancora mezzo barbari: «Quanto la dignità reale è al di sopra degli altri uomini, tanto il vostro regno prevale sulle altre regalità delle nazioni. È poco essere re quando altri lo sono, ma è molto essere cattolico, quando altri non hanno parte al medesimo onore. Come una grande lampada brilla con tutto lo splendore della sua luce nelle tenebre di una profonda notte, così lo splendore della vostra fede rifulga in mezzo all'oscurità volontaria dei popoli stranieri. Affinché dunque superiate gli altri uomini, per le opere come per la fede, la vostra Eccellenza non cessi di mostrarsi clemente verso i suoi sudditi. Se vi sono cose che vi offendono, non punitele senza discussione. Inizierete a piacere maggiormente al Re dei re, quando, restringendo la vostra autorità, riterrete di avere meno diritto che potere». Questo linguaggio non appare forse di una luce, di una mansuetudine, di una saggezza sovrumane, se si pensa che siamo all'epoca di Fredegonda e Brunechilde, epoca tenebrosa e sanguinosa, in cui i nostri re erano più mostri che uomini? I Papi hanno saputo vedere, in questo caos, e trarne il regno cristianissimo.
Le relazioni di questo padre della famiglia cristiana non erano meno cordiali con la nazione spagnola. La Spagna, evangelizzata fin dai primi secoli, era divenuta ariana con i Visigoti, che l'avevano invasa all'inizio del V secolo; ma la fede cattolica finì per trionfare e si sedette persino sul trono con Recaredo, nel 587. San Leandro, vescovo di Siviglia, fu il principale autore di questa conversione dei Visigoti. Essendo intimo amico del nostro Santo, gli scrisse, lui e diversi vescovi, e più tardi anche il re, per annunciare al Papa questa lieta novella; poi gli chiesero le sue opere, soprattutto il Pastorale e le Esposizioni su Giobbe; lo consultarono su casi imbarazzanti, gli chiesero consigli come si farebbe al direttore della propria coscienza. «Vi supplico, per la grazia di Dio, che sovrabbonda in voi», gli scriveva Liciniano, vescovo di Cartagena, «di non respingere la mia preghiera, ma di voler bene insegnarmi ciò che confesso di ignorare: poiché, ciò che voi insegnate, noi siamo nella necessità di farlo». Poi, dopo avergli esposto i casi di cui desidera ricevere la soluzione, aggiunge: «Degnatevi di inviarci sia l'opera su Giobbe, sia i vostri altri libri, di cui parlate nel vostro Pastorale, poiché noi siamo vostri, e amiamo leggere ciò che viene da voi». Il re Recaredo inviò a san Gregorio un calice d'oro, ornato di pietre preziose, pregandolo, nella sua lettera, di volerlo offrire al principe degli Apostoli. «Preghiamo anche la vostra Altezza, aggiunge questo principe, di onorarci delle sue sante lettere, quando ne avrà l'occasione».
«Voi non ignorate, credo, con quanta sincerità io vi ami: coloro che la distanza separa, la grazia di Cristo li unisce come se si vedessero. Coloro stessi che non vi contemplano da vicino, sanno per fama quanto siate buono». Il santo Papa, nella sua risposta, ringrazia teneramente il re dei suoi sentimenti e si congratula con lui per aver convertito la nazione dei Goti: si accusa, per un eccesso di umiltà, di essere lui pigro e inutile, e trema di apparire al giudizio finale a mani vuote, mentre il re vi apparirà seguito da una moltitudine di nuovi fedeli, che ha appena attirato alla grazia. Lo esorta a conservare, in mezzo a un così bel successo, l'umiltà del cuore e la purezza del corpo, poiché è scritto: «Chiunque si esalta sarà umiliato»; quando, per gonfiarci lo spirito, dice, lo spirito maligno ci ricorda il bene che abbiamo fatto, ricordiamoci le nostre colpe. Quanto alla purezza del corpo, l'Apostolo ha detto: «Il tempio di Dio è santo, e il vostro corpo è questo tempio; un cristiano deve astenersi dalla fornicazione e possedere il proprio corpo come un vaso sacro, nella santità e nell'onore, e non nella concupiscenza. Bisogna anche che riguardo ai vostri sudditi», continua, «il vostro governo sia temperato da una grande moderazione, per paura che la potenza non accechi lo spirito, poiché un regno è ben governato, quando la gloria di governare non domina l'anima. Bisogna ancora premunirsi contro l'ira e non fare troppo in fretta tutto ciò che è permesso: poiché l'ira, anche quando punisce le colpe dei colpevoli, non deve precedere la ragione, sua maestra, ma seguirla come una serva, e non presentarsi davanti a lei se non quando ne riceve l'ordine. Infatti, quando l'ira si è una volta impadronita dell'anima, si guarda come permesso tutto ciò che si fa di crudele. Perciò è scritto: che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, ma lento a parlare, e lento ad adirarsi. Non dubito che, per la grazia di Dio, voi osserviate tutto ciò; ma, trovando l'occasione di presentarvi qualche avviso, mi associo furtivamente alle vostre buone azioni, affinché d'ora innanzi non siate più solo a farle». Tale era l'influenza di questo santo Papa; non siamo certo nemici di alcun controllo, che modera nei suoi eccessi, senza ostacolarla nel suo esercizio legittimo, la potenza dei re: ma non guadagnerebbero, loro e i loro sudditi, a ricevere ancora oggi filialmente lezioni celesti che non hanno lo scopo di reprimere gli atti, ma di purificarli alla loro fonte, nel cuore?
Questa sollecitudine paterna del nostro Santo si estese ancora sull'Africa, dove scrisse quaranta lettere, ristabilendo la giurisdizione turbata, rendendo giustizia, portando il colpo finale all'eresia dei Donatisti, e facendo riscattare dei prigionieri sul mercato di Barca, poiché era quello il principale uso che la Chiesa romana faceva del reddito dei ricchi patrimoni che possedeva in Africa, in Gallia e in Italia. La Chiesa è stata, non appena ha potuto, proprietaria, perché non c'è modo migliore di avere regolarmente quaggiù l'indipendenza necessaria a una religione che non deve essere soggetta alle potenze terrestri. Due cose rendono le proprietà della Chiesa le più sacre di tutte: la loro origine, che fu ordinariamente una donazione, e il loro uso, che è di soccorrere i poveri e aiutare la propagazione della fede. Sempre con le sue istruzioni tanto solide quanto paterne, ma anche con la sua carità, con la sua invariabile equità, ricondusse all'unità cattolica quasi tutti gli scismatici dell'Istria. Ecco alcuni esempi della sua ammirevole condotta. Avendo appreso che due vescovi dell'Istria, Pietro e Providentio, desideravano venire a trovarlo, per chiedergli spiegazioni, se si promettesse loro di non fare loro alcun male, scrisse loro, nel mese di agosto 595, una lettera piena di carità: li esorta a venire da lui con tutta fiducia, loro e tutti coloro che volessero, promette di soddisfarli pienamente, e, sia che Dio faccia loro la grazia di riunirsi a lui, sia che abbiano la sventura di continuare nella loro dissensione, li rimanderà a casa loro, senza che sia fatto loro alcun male. Gli abitanti di Como, pressati da Costanzo, vescovo di Milano e amico di san Gregorio, di riunirsi alla Chiesa, risposero che il modo in cui venivano trattati non li attirava, che diversi cattolici trattenevano i loro beni ingiustamente, tra gli altri la Chiesa romana, che aveva usurpato loro una certa terra. Il santo Papa, essendo stato informato di queste lamentele da Costanzo, gli rispose: Se questa terra appartiene loro, vogliamo che sia loro restituita, anche se non si riunissero alla Chiesa. Il vescovo Natale, a cui san Gregorio rimproverava, tra le altre cose, i suoi banchetti troppo sontuosi, provò a giustificarsi con passaggi della Scrittura come questo: «Chi non mangia non giudichi chi mangia». Gregorio rispose: «Questo passaggio non conviene affatto, poiché non è vero che io non mangi, e san Paolo parla così solo per coloro che giudicano gli altri di cui non sono incaricati. Voi soffrite con pena che io vi abbia ripreso per i vostri grandi pasti; e io, che sono al di sopra di voi per il mio posto, sebbene non per i miei costumi, sono pronto a ricevere la correzione da chiunque, e non conto per amici che coloro i cui discorsi mi fanno cancellare le macchie della mia anima prima della venuta del Giudice terribile».
Ma una delle cose in cui lo zelo di san Gregorio apparve con più splendore, fu la conversione degli Inglesi. Scelse un religioso chiamato Agostino, priore del monastero di Sant'Andrea di Roma, che inviò in Inghilterra accompagnato da molti altri. Si crede che fossero quaranta; ma il demonio previde la perdita che stava per fare: mise loro in mente delle difficoltà che parvero loro invincibili; si fermarono dunque in cammino e inviarono sant'Agostino al sovrano Pontefice per rap Augustin Capo della missione evangelica in Inghilterra e primo arcivescovo di Canterbury. presentargli i motivi che avevano per non proseguire. Il Santo, ben lungi dal condiscendere alla loro debolezza e dall'ascoltare le ragioni che la pusillanimità aveva suggerito loro, scrisse loro, l'anno 596, la lettera che segue:
«Gregorio, vescovo, servo dei servi di Dio, e servo di Nostro Signore Gesù Cristo.
«Poiché sarebbe stato più opportuno non intraprendere il bene che abbandonarlo dopo averlo intrapreso, bisogna, miei carissimi fratelli, che vi sforziate di terminare, con la grazia di Dio, la buona opera che avete iniziato. Non spaventatevi della lunghezza del cammino né delle insidie dei malvagi; proseguite generosamente e con fervore il disegno che avete intrapreso per ordine di Dio, perché sicuramente i lavori più grandi saranno ricompensati da una gloria più grande nel cielo. Obbedite in ogni cosa con umiltà al vostro superiore Agostino, che ritorna verso di voi, e che ho designato per essere il vostro abate, essendo persuaso che tutto ciò che farete per suo consiglio sarà profittevole alla vostra anima. Che Dio onnipotente vi conservi e vi assista con la sua grazia, e che la dia a me per godere in cielo del frutto dei vostri lavori, e partecipare alla ricompensa che ne riceverete: poiché, sebbene io non possa andare con voi, ho tuttavia la volontà di lavorare tanto quanto voi».
I religiosi, avendo ricevuto questa lettera, ripresero coraggio, risolsero di proseguire, e approdarono finalmente felicemente in Inghilterra, grazie alle preghiere e ai meriti di colui che li inviava. Vi furono molto ben ricevuti, e fecero conoscere Gesù Cristo a Etelberto, re di Canterbury, e a una gran parte dei suoi sudditi: Dio benedisse talmente il loro zelo, che chiesero nuovi operai a Gregorio, al fine di fare una messe più abbondante. Il Santo ne ricevette una grandissima gioia e inviò loro ancora altri religiosi per predicarvi il Vangelo. Mellito, Giusto, Paolino e Rufiniano furono di questo numero, e portarono con loro tutto ciò che era necessario per la decorazione delle chiese: vasi sacri, ricchi ornamenti, preziose reliquie con libri adatti al servizio divino. Nominò Agostino arcivescovo dell'isola, e gli inviò il *Pallio*; ordinò dodici vescovi suffraganei di Canterbury; non volle che si abbattessero i templi dei Gentili, ma solo che fossero purificati con acqua benedetta, e consacrati al vero Dio vivente. Raccomandò a sant'Agostino di introdurre a poco a poco la religione cristiana in quel paese, e di non sradicare tutto d'un colpo e con violenza, alcune usanze, anche se non fossero del tutto lodevoli, purché non si trovassero assolutamente incompatibili con la religione; di dissimulare e di passare sopra, finché questa nuova pianta fosse più forte e capace di abbracciare interamente tutta la rigore della disciplina ecclesiastica. Lo avvertì anche di non attaccarsi troppo alle usanze della Chiesa, ma di prendere dalle altre Chiese ciò che giudicasse essere il più profittevole, secondo la disposizione e la necessità del paese; «perché non bisogna», dice, «amare le cose a causa dei luoghi, ma amare i luoghi per le buone cose che vi sono».
Passiamo sotto silenzio diverse altre istruzioni che diede a questo zelante discepolo e ai suoi compagni, a cui Dio accordò la grazia dei miracoli per finire di guadagnare quella nazione alla religione cristiana. Queste cure incomparabili del santo Pontefice gli hanno fatto meritare il titolo di *Apostolo dell'Inghilterra*. Poiché, sebbene quest'isola avesse precedentemente ricevuto la conoscenza di Gesù Cristo, poiché l'eresia di Pelagio vi si era insinuata fin dal tempo del grande sant'Agostino; tuttavia, poiché quei popoli, che erano Britanni, erano stati da allora soggiogati dagli Inglesi, che diedero un nuovo nome all'isola, avevano anche cambiato religione ed erano ricaduti nella loro antica idolatria: così avevano bisogno di un nuovo apostolo. Si chiama san Gregorio l'*Apostolo dell'Inghilterra*, come chiamiamo da noi san Remigio l'*Apostolo della Francia*, sebbene non sia il primo che abbia predicato il Vangelo.
Sant'Agostino rendeva un conto esatto a san Gregorio degli affari della sua missione, e si scrivevano l'un l'altro; ecco ciò che il santo Papa gli manda in una delle sue lettere: «So che Dio onnipotente ha fatto, per vostro mezzo, grandi miracoli in mezzo a questa nazione che ha eletto; ecco perché è necessario che godiate modestamente di questo dono celeste e temibile, e che non lo possediate che con timore e tremore; dovete rallegrarvi del fatto che l'anima degli Inglesi sia attirata da questi miracoli esteriori alla grazia interiore; ma dovete temere che questi prodigi non vi diano pensieri di presunzione, e non vi facciano cadere nella vana gloria». E nei Moralia, dice: «Gli Inglesi, che non conoscevano prima che una lingua barbara, hanno iniziato a lodare Dio in lingua ebraica; e l'Oceano, che era prima gonfio e furioso, è ora soggetto e vassallo dei servi di Dio. I popoli fieri, che i principi della terra non potevano domare con le armi, sono stati soggiogati dalla semplice parola dei sacerdoti: e la nazione infedele, che non temeva gli squadroni armati, da quando è fedele, trema a una parola di uomini poveri e umiliati».
Riforma della liturgia e del canto
Organizza il servizio divino, fissa il Sacramentario e istituisce il canto gregoriano, vegliando al contempo sulla disciplina del clero.
Ora che abbiamo tentato di dipingere la vigilanza e l'azione sovrana di Gregorio sulle principali regioni del mondo, lasciamo che Padre Giry ci racconti le sue virtù e ciò che fece, per così dire, nel cuore stesso della Chiesa. Non è facile esprimere sulla carta le meraviglie compiute da questo degnissimo Pontefice; sia che consideriamo l'ordine che stabilì nella Chiesa per la riforma dei costumi e per l'edificazione dei fedeli; sia che guardiamo a ciò che concerne l'assistenza ai poveri, la consolazione degli afflitti, il ristabilimento della disciplina ecclesiastica, e il lustro e l'ornamento della religione cristiana.
Egli pose innanzitutto un bellissimo ordine nel suo palazzo, non ignorando che la casa del principe deve essere un modello e un esempio di virtù per i sudditi. Non vi ricevette alcun secolare, ma solo ecclesiastici di riconosciuta pietà, bontà, dottrina e prudenza. Vi ammise anche alcuni religiosi, al fine di vivere egli stesso sempre da religioso per quanto gli fosse possibile. Non ebbe riguardo, nella collazione dei benefici, né alle ricchezze né alla povertà delle persone, ma solo alla santità della vita, all'eccellenza della dottrina e alle altre qualità richieste per ben adempiere ai propri doveri. Così, durante il suo pontificato, le arti e le scienze, sia umane che divine, furono in così grande reputazione a Roma che molti patrizi abbandonarono la spada per dedicarsi allo studio. Assemblò un concilio, dove furono eliminati numerosi abusi e furono utilmente stabilite diverse cose salutari e vantaggiose per il servizio di Dio e per l'edificazione dei fedeli. Ebbe una cura particolare per l'ufficio divino e per le cerimonie ecclesiastiche che vi devono essere osservate, e regolò le antifone, le orazioni, le epistole e i vangeli che si dicono durante il corso dell'anno alla messa, così come si può vedere nel suo Antifonario e nel suo Sacramentario.
Fu, secondo alcuni, questo grande Papa a istituire le grandi litanie, o (cosa più certa) a ordinare che la processione generale, che si faceva già cantando le litanie, fosse condotta a San Pietro, come apprendiamo da lui stesso, all'inizio del secondo libro del Registro, citato dal cardinale Baronio nelle sue Annotazioni sul martirologio, al 25 aprile, dove parla dell'istituzione di questa cerimonia. Aumentò anche le principali stazioni di Roma e riformò il canto ecclesiastico, che ancora oggi si chiama, per questo motivo, canto gregoriano. A tal fine, fece costruire due case: una vicino a San Giovanni in Laterano e l'altra presso San Pietro, per istruirvi i fanciulli de stinati al cor chant Grégoire Tradizione liturgica mantenuta con cura dal Papa. o; il suo zelo per il servizio di Dio era così ardente che, anche nei dolori più acuti della gotta, di cui era estremamente incomodato, si faceva trasportare alla casa dove erano i suoi allievi e li istruiva, coricato su un lettuccio, tenendo una piccola bacchetta in mano per riprendere coloro che sbagliavano: umiltà degna del vicario di Gesù Cristo, che ci ha così fortemente raccomandato la pratica di questa virtù. Il diacono Giovanni, che per primo scrisse questa storia, riferisce che, ai suoi tempi, si mostrava ancora con devozione il letto sul quale il Santo si faceva portare e la verga di cui si serviva per correggere quei giovani fanciulli. Dio approvò con miracoli il grande zelo di questo santo Papa per il culto della Religione.
Segni prodigiosi e virtù
Numerosi miracoli, tra cui apparizioni angeliche e prodigi eucaristici, illustrano la sua inesauribile carità verso i poveri.
Un giorno, volendo consacrare all'uso dei cattolici la chiesa di Sant'Agnese, profanata dagli Ariani, per farlo con maggiore solennità, portò in processione le reliquie di san Sebastiano e di questa Santa, e le pose egli stesso sotto l'altare; mentre vi celebrava la messa, un animale immondo uscì, si dice, dalla chiesa brontolando e facendo un gran rumore: il che fece credere che il demonio, che vi aveva stabilito la sua dimora, fosse costretto a fuggire alla presenza delle sante reliquie. Diverse lampade di questa chiesa si accesero da sole, senza che nessuno vi mettesse mano. Una nube luminosissima illuminò tutto l'altare e si diffuse un odore molto gradevole nella chiesa; sebbene questa chiesa fosse aperta, nessuno osava entrarvi, tanto quel meteoro miracoloso aveva impresso rispetto e riverenza nel cuore dei fedeli.
Si compì anche un altro prodigio per la conferma della verità dell'Eucaristia. Il nostro Santo celebrava un giorno il santo sacrificio della Redenzione; la donna che aveva offerto il pane da consacrare si avvicinò per comunicarsi; ma quando egli proferiva queste parole: «Che il corpo di Nostro Signore Gesù Cristo conservi la tua anima per la vita eterna», si accorse che questa donna sorrideva; la privò della comunione, riportò il Santissimo Sacramento all'altare e terminò la messa; dopo di che ordinò alla donna di dichiarare, alla presenza di tutto il popolo, perché avesse commesso l'irriverenza di ridere, essendo sul punto di ricevere il corpo di Gesù Cristo; ella rispose, dopo molte insistenze, che era perché egli aveva detto che quel pane, che ella aveva impastato con le sue mani, era il corpo di Gesù Cristo. Il Santo, udendo ciò, si mise in ginocchio ai piedi dell'altare e iniziò delle preghiere con il popolo, scongiurando il Padre delle luci di illuminare l'anima di questa povera donna incredula. E subito le specie si mutarono in carne; Gregorio la fece vedere a tutta l'assemblea e a quella donna infedele, che si convertì per questo miracolo; e il Santo, avendo fatto una seconda orazione, l'ostia riprese la sua prima figura. Queste meraviglie non servirono poco a confermare i cristiani nella fede alla presenza reale di Gesù Cristo nella santa Eucaristia.
In quello stesso tempo, essendo a Roma degli ambasciatori, con la richiesta di avere parte di alcune reliquie per onorare le loro chiese, il santo Pontefice prese un panno bianco, lo fece toccare ai corpi dei Santi e, avendolo messo in una scatola, secondo un'usanza di allora, la sigillò con molta riverenza e la diede agli ambasciatori affinché la portassero nel loro paese. Quando furono in cammino per ritornare, curiosi di sapere cosa portassero, trovarono il panno solo, senza alcuna reliquia. Molto stupiti, tornarono a Roma e si lamentarono col Papa per averli ingannati, dando loro uno straccio invece delle ossa dei Santi. Il santo Padre prese il panno e lo pose sull'altare e, postosi in ginocchio, pregò la Bontà divina di far vedere ciò che era contenuto in quel panno, per istruire i fedeli con quale riverenza e fede debbano ricevere tutto ciò che è dato come reliquia dalla Santa Sede; poi si alzò e, alla presenza degli ambasciatori, forò il panno con un coltello, e ne uscì subito del sangue in abbondanza; gli ambasciatori, confusi, ripresero quel panno sacro, con la scatola, e se ne andarono nel loro paese con tutta la soddisfazione possibile.
Questa usanza di inviare del panno che aveva riposato sulle reliquie sacre, o toccato i corpi santi, era allora molto praticata a Roma, come vediamo nella risposta che il nostro Santo diede all'imperatrice Costanza. Ella gli aveva chiesto la testa di san Paolo, per metterla in una chiesa magnifica che faceva costruire a Costantinopoli, sotto il nome di questo Apostolo delle Genti; san Gregorio le rispose che i sovrani Pontefici non avevano l'abitudine di dare le reliquie dei corpi santi, né nemmeno di toccarle, se non con molto rispetto; ma che, al posto delle reliquie, inviavano una benda, o un panno, per mezzo del quale la mano di Dio operava meraviglie. Le inviò, come un raro presente, delle limature delle catene di san Paolo, così come si può vedere nella sua epistola, che merita bene di essere letta, per imparare con quale venerazione bisogna toccare le sante reliquie.
La sua vigilanza non riguardava solo il servizio e l'ornamento esterni della Chiesa; non si estendeva meno sui templi viventi di Dio, che sono i fedeli, avendo cura insieme dello spirituale e del temporale delle sue pecorelle. La sua carità verso i poveri era secondo il cuore di Gesù Cristo: così fu ricompensata da favori considerevoli. Poiché era sua abitudine far mangiare alcuni mendicanti alla sua tavola, un giorno volle, per umiltà, dare egli stesso a un povero pellegrino di che lavarsi: ma mentre prendeva l'acquamanile e il bacile, il povero svenne e, la notte seguente, Nostro Signore gli apparve e gli disse: «Tu mi ricevi ordinariamente nelle mie membra, ma mi ricevesti ieri nella mia persona!». Un'altra volta, aveva ordinato a un elemosiniere di condurre dodici poveri a pranzo; quando si mise a tavola, ne trovò tredici: volle sapere perché si fosse ecceduto il numero che aveva prescritto; l'elemosiniere gli rispose che ne aveva condotti solo dodici e che non erano di più: in effetti, quell'uomo ne vedeva solo dodici. Il Santo vide bene che c'era qualche mistero in ciò e, gettando gli occhi sul tredicesimo, lo considerò attentamente e notò che aveva cambiato più volte figura durante il pasto, essendo apparso giovane al principio e apparendo alla fine come un venerabile vecchio. Dopo il pranzo, lo tirò in disparte e lo scongiurò di dirgli il suo nome e chi fosse. Egli gli rispose: «Perché vuoi sapere il mio nome, che è ammirabile? Io sono, per non celartelo, quel mercante sfortunato al quale facesti dare dodici scudi di elemosina e la scodella d'argento di tua madre. Credi certamente che è per questa buona opera che Dio ha voluto che tu fossi successore di san Pietro, e che ciò che aveva determinato dall'eternità si eseguisse in te. Come tu sei fedele imitatore di Pietro, e hai tanta cura dei poveri, Egli ha avuto una cura particolare di te». «Come sai questo?» gli disse san Gregorio. «Perché io sono», rispose il povero, «l'angelo stesso che Dio aveva inviato per provarti». A queste parole, san Gregorio si trovò estremamente sorpreso; ma l'angelo gli disse: «Non temere, Gregorio, il Dio del cielo mi ha inviato verso di te per assisterti e guardarti fino alla fine, e accordarti, per suo ministero, tutto ciò che gli chiederai». Allora il santo Prelato si prostrò col volto a terra, dicendo con timore e riverenza: «Se Dio mi ha fatto pastore della sua Chiesa per così poco, posso ben sperare di più dalla sua mano liberale, se lo servo con grande affetto e se divido ai poveri tutto ciò che è suo». Questa visione aumentò meravigliosamente lo zelo che aveva nel soccorrere i bisognosi; non c'era chiesa, né monastero, né ospedale, né casa di devozione, che non risentisse della sua liberalità. Aveva scritto in un libro i nomi dei poveri che erano a Roma, nei sobborghi e nei luoghi circonvicini, e dava loro l'elemosina secondo la loro qualità e necessità. Inviava ogni giorno qualche piatto della sua tavola ai malati e ai poveri vergognosi. Avendo saputo che era stato trovato un povero morto in un villaggio lontano dalla città, ne fu così contristato che, temendo che quell'uomo fosse morto di fame o di qualche altra incomodità per colpa sua, rimase, per penitenza, alcuni giorni senza dire la messa.
La sua carità si diffondeva per tutta l'Italia e fino alle province più lontane del dominio della Chiesa: poiché i ricevitori che vi erano stabiliti da parte sua avevano l'incarico di distribuire ai poveri ciò che egli prescriveva; e vi metteva un così bell'ordine, che coloro che prenderanno la pena di leggere le sue epistole su questo soggetto ne saranno rapiti: vi dice cose molto belle e toccanti sull'elemosina. Manteneva, nella città di Roma, tremila religiose. Diceva di queste sante figlie che si avevano grandi obblighi verso le loro lacrime e le loro preghiere, e che erano esse che, per il loro credito presso Dio, avevano allontanato le armi dei Longobardi.
Inviò a Gerusalemme un abate chiamato Probo, con una notevole somma di denaro, per farvi costruire un ospedale, che mantenne sempre, durante la sua vita, di tutto ciò che era necessario. Ebbe cura anche di fornire, ogni anno, viveri e abiti ai religiosi del Monte Sinai, di cui uno, chiamato Palladio, era superiore.
Morte e posterità
Indebolito dalla malattia, morì nel 604. La sua opera letteraria e le sue reliquie sono oggetto di un'immensa venerazione, in particolare in Francia.
Il suo zelo per la gloria della Chiesa lo portava a vigilare sui vescovi e sugli altri prelati, informandosi esattamente della loro condotta e riprendendoli generosamente quando mancavano al loro dovere. Scrisse a un vescovo che trascurava i poveri: «Sappiate che non basta, per rendere un fedele conto a Dio, essere ritirati, studiosi e dediti all'orazione, se le vostre opere non sono proficue ai vostri diocesani, se non avete la mano aperta per sovvenire alle necessità dei poveri; un prelato deve guardare alla povertà altrui come alla propria: è a torto che portate il nome di vescovo, se fate diversamente».
Ordinò che solo gli ecclesiastici avessero l'amministrazione delle chiese e delle loro rendite, e che la stessa persona non potesse possedere più cariche; affinché, secondo la dottrina dell'Apostolo, ogni membro del corpo ecclesiastico avesse il suo ufficio proprio, e che ciascuno potesse servire Dio in un medesimo spirito.
Vietò di affidare la guida dei monasteri agli ecclesiastici, dicendo che quello era il modo per rovinarli. Non voleva che essi, né i religiosi, intercedessero facilmente presso i giudici per i malfattori; ma, se lo facevano, che fosse con grande prudenza, in modo che la loro reputazione non perdesse nulla del suo lustro, e che non si potesse immaginare che la Chiesa favorisse i crimini e ritardasse l'esecuzione della giustizia. Riprese severamente i vescovi simoniaci e i laici che salivano agli episcopati senza aver passato gli altri gradi della Chiesa. Era nemico dei doni; ne fece restituire alcuni che gli erano stati inviati e fece riportare il denaro a coloro stessi che glieli avevano fatti. Riprese Gennaro, vescovo di Cagliari, per aver scomunicato un uomo per qualche ingiuria che aveva ricevuto da lui; disse che il vescovo non deve scomunicare nessuno per il suo interesse particolare, né impiegare per vendicarsi un'autorità che ha solo per il bene generale della Chiesa. Desiderio, arcivescovo di Vienne, gli aveva chiesto il Pallio: il santo Papa gli scrisse di non spiegare al pubblico i poeti né gli altri autori profani, perché ciò non conveniva affatto alla sua età né alla sua dignità.
Non permetteva ai vescovi di risiedere fuori dalle loro diocesi, se non quando la necessità lo richiedeva, e anche in quel caso solo per qualche tempo. Non approvava nemmeno che si impacciassero negli affari del mondo che non riguardavano le funzioni della loro carica. Vigilava con estrema cura affinché le religiose mantenessero il loro voto in tutta la sua purezza: per questo biasimò fortemente Vitaliano, vescovo di Manfredonia, per aver permesso che una religiosa lasciasse l'abito e tornasse al mondo; e rimproverò Romano, esarca d'Italia, per aver acconsentito al matrimonio di alcune religiose, minacciandolo dell'ira di Dio, se non ne avesse fatto penitenza. Avvertì anche Venanzio, che aveva lasciato l'abito religioso, che, se Anania e Saffira erano morti ai piedi di san Pietro per aver trattenuto e nascosto una parte del denaro che avevano ricevuto dalla loro eredità consacrata a Dio, egli poteva, con molta più ragione, temere il rigore della sua giustizia, per avergli sottratto, non già del denaro, ma se stesso e ciò che gli aveva promesso, quando si era consacrato interamente al suo servizio. Non poteva soffrire che gli ecclesiastici facessero nulla contro la santità del loro carattere. Scrisse ad Andrea, vescovo di Taranto, che era accusato di essere caduto in una colpa grave contro i costumi cristiani, che, se si sentiva colpevole, doveva dimettersi dal suo vescovado, perché, sebbene gli uomini non potessero convincerlo di quel peccato, non poteva nasconderlo a Dio né evitare i rigori della sua giustizia.
San Gregorio predicava egli stesso al suo popolo e, quando le malattie o qualche impedimento legittimo gli toglievano questa consolazione, componeva sermoni e omelie, e li faceva pronunciare in pubblico da qualcun altro. Infine, era così premuroso, così vigilante e così infaticabile nell'adempiere alla carica di buon pastore, che sembra quasi impossibile che un uomo solo abbia potuto fare tante e così diverse cose contemporaneamente: procurare la pace con la sua mediazione, pensare alla guerra, regolare gli ecclesiastici e i secolari, trattare con Dio nell'orazione e con gli uomini nella conversazione, applicarsi al governo dello spirituale e del temporale della Chiesa, predicare così spesso, dettare lettere così ammirevoli a tante persone di diverse condizioni; in una parola, comporre le belle opere che ci restano di lui. Così la Chiesa, durante la sua vita, estese i suoi rami in diversi luoghi e, per servirmi dei termini del Profeta: «La vigna del grande Dio degli eserciti coprì quasi tutta la terra»; molti santi personaggi fiorirono e brillarono in miracoli durante il suo pontificato, come possiamo apprendere da ciò che egli stesso ne dice nei suoi Dialoghi. La sua fermezza nel difendere la purezza dei costumi mise spesso la sua vita in pericolo. Scomunicò un cavaliere romano che, essendo caduto in adulterio, aveva ripudiato la sua moglie legittima. Questo miserabile, volendosi vendicare di lui, ricorse ai maghi; per l'esecuzione di questo disegno, costoro gli promisero che, un giorno in cui il Santo si sarebbe recato in città, avrebbero fatto entrare uno spirito maligno nel corpo del suo cavallo, affinché quest'ultimo, avendolo gettato a terra, gli marciasse sul ventre e gli togliesse la vita. Questo detestabile disegno fu eseguito nel modo in cui era stato progettato: un demone si impossessò del cavallo e gli fece fare dei salti così strani che non poté essere fermato da coloro che erano accanto al Santo Padre; ma Gregorio, scoprendo, per un'ispirazione divina, la fonte del male, fece il segno della croce e scacciò il demone dal corpo del suo cavallo. I maghi, in punizione della loro malizia, persero la vista corporale; ma questo incidente aprì loro gli occhi dell'anima e, facendogli conoscere l'enormità del loro crimine, rinunciarono a ogni commercio con il demone e chiesero il battesimo. Il santo Pontefice lo diede loro, senza tuttavia restituire loro la vista, per timore che tornassero ai loro malefici e alla lettura dei libri di incantesimi e di magia; preferendo farli mantenere a spese della Chiesa piuttosto che dare loro un motivo per perdersi.
Come abbiamo già detto, Gregorio univa a un grande coraggio per la difesa degli interessi di Dio, una così profonda umiltà e una dolcezza così meravigliosa, che è un prodigio vedere così ben unite insieme, in una stessa persona, due cose così diverse: la fermezza e la costanza di un sovrano Pontefice nel sostenere e conservare i diritti della Santa Sede, con l'umiltà di un semplice privato che si considerava l'ultimo degli uomini. Era una meraviglia degna degli occhi di Dio vederlo ora dare leggi e comandare ai sacerdoti, ai magistrati e ai principi stessi di osservarle, e ciò con tale autorità che li privava delle loro dignità se non obbedivano; e ora umiliarsi e abbassarsi come se fosse il minore di tutti e il più indegno di onore. Perché, così come egli stesso dice, i superiori non devono lasciarsi accecare dal loro potere, ma guardare al fatto che hanno una natura umana comune con i loro inferiori; e, invece di rallegrarsi di vedersi i superiori degli uomini, devono farsi un piacere di poter essere loro utili con le funzioni della loro carica.
L'umiltà di san Gregorio faceva sì che chiamasse i sacerdoti suoi fratelli, gli altri ecclesiastici suoi carissimi figli e i laici suoi signori; e, sebbene fosse il sovrano Pontefice, il pastore e il patriarca universale di tutta la Chiesa, non volle soffrire tuttavia, come abbiamo detto, che gli si desse questo titolo, ma prese solo la qualità di Servo dei servi di Dio, della quale usava nelle sue lettere apostoliche, e, da allora, tutti gli altri papi hanno seguito questo bell'esempio di modestia. In una lettera che scrisse a Gregoria, dama d'onore dell'imperatrice, le parla in questi termini: «Quanto a ciò di cui mi minacciate, che mi sarete sempre importuna finché non vi scriva che Dio mi ha rivelato che vi ha perdonato i vostri peccati, mi chiedete una cosa difficile e inutile; difficile, perché non sono degno di avere rivelazioni; inutile, perché non dovete essere certa del perdono dei vostri peccati fino all'ultimo respiro della vostra vita, quando non li potrete più piangere; finché quest'ora tarderà a venire, siate sempre in timore e in apprensione per le vostre colpe: lavatele tutti i giorni con le vostre lacrime». Scrivendo a Stefano, vescovo, dice: «Fate apparire dalle vostre lettere che avete molta stima per me, e più di quanto ne meriti; il Saggio ci avverte di non lodare l'uomo durante la sua vita; tuttavia, anche se non sono degno di ascoltare le cose che dite di me, vi supplico di rendermene degno con le vostre preghiere, affinché, avendo detto di me del bene che non c'è, esso sia in me in seguito, perché me lo avete detto».
Da questa umiltà nasceva il disprezzo che faceva di se stesso. Parla in questi termini all'imperatore Maurizio, in una lettera che gli scrisse nel pieno della sua persecuzione: «Sono un grande peccatore; ma se offendo continuamente il mio Dio, spero che nel giorno del suo tremendo giudizio mi perdonerà i miei peccati, per i quali sono afflitto in questa vita; e credo, o imperatore, che voi plachiate la giustizia divina perseguitandomi come fate, poiché non sono che un servo vile e pigro». Da questa stessa umiltà procedeva un grande distacco da tutte le cose della terra, poiché, sebbene possedesse molti beni, il suo cuore non vi era affatto attaccato. Un eremita, che era rimasto a lungo nei deserti, in perpetua orazione e in penitenza, aveva pregato Nostro Signore di fargli conoscere la ricompensa che poteva sperare per aver abbandonato tutte le comodità di questa vita, al fine di servirlo in una così stretta povertà; udì una voce durante il sonno: questa voce gli disse che poteva sperare lo stesso premio che era dovuto alla povertà del papa Gregorio. Il solitario si afflisse estremamente di questa risposta, temendo che la sua povertà non fosse gradita a Dio, poiché non prometteva altra ricompensa che quella che dava a un uomo elevato alla prima dignità del mondo, e che possedeva tesori immensi; se ne lamentò per diversi giorni, che passò tra sospiri e gemiti, finché Dio non gli insegnò, attraverso un secondo oracolo, che non era il possesso dei beni a rendere ricchi, ma la sola cupidigia, e che così non doveva preferire la sua povertà alle ricchezze di Gregorio, poiché egli amava il suo gatto più di quanto Gregorio avesse affetto per tutti i beni e i tesori che possedeva; perché Gregorio, invece di amarli, li disprezzava e ne faceva liberalmente parte ai poveri.
La sua pazienza non appariva con meno splendore della sua umiltà; era una cosa degna di ammirazione vedere come soffrisse le calamità pubbliche che avvennero ai suoi tempi, la guerra sanguinosa che i Longobardi fecero ai Romani, le persecuzioni e i maltrattamenti dei suoi nemici, e le malattie dolorose da cui fu attaccato. Ecco cosa ne dice nelle sue epistole: «Sono quasi due anni che sono su un letto, tormentato da così grandi dolori di gotta, che a stento mi posso alzare nei giorni di festa per celebrare la messa; non sono appena alzato che la violenza del dolore mi fa rimettere a letto, e mi preme in tal modo, che mi fa sospirare. Sebbene questo dolore sia più o meno sopportabile, mai è così piccolo che mi lasci interamente, né così acuto che mi faccia del tutto morire; così, morendo tutti i giorni, non posso cessare di vivere. Non mi stupisco del fatto che, essendo così grande peccatore, Dio mi tenga così a lungo in prigione». Dice in un'altra epistola: «Vi prego di non cessare di fare orazione per me, che sono un povero peccatore; perché il dolore che soffro sul mio corpo, e l'amarezza di cui il mio cuore è colmo nel vedere la desolazione e il saccheggio che causano i barbari, mi affliggono estremamente; non è che in mezzo a tanti mali cerchi una consolazione temporale, non chiedo che l'eterna; ma poiché non saprei ottenerla da me stesso dal mio sovrano Signore, non l'attendo che per mezzo delle vostre orazioni».
Apprendiamo, nelle sue altre epistole, che era talmente minato dalle malattie, che aveva il corpo così attenuato e così secco come se fosse stato già nella tomba; nulla era capace di consolarlo se non il desiderio e la speranza di morire presto. Scongiurava tutti i suoi amici di pregare per lui, al fine di ottenere la pazienza e la costanza nelle sue sofferenze, «per paura che le mie colpe», diceva, «che potrebbero essere guarite dai dolori, non si rinnovino con i miei lamenti». Infine, quando fu purificato da tante traversie, piacque a Dio, che dà ricompensa alle anime giuste, di soddisfare i suoi desideri e di liberare la sua bella anima, per darle la corona di gloria che aveva così ben meritata con le sue virtù eroiche. Aveva governato la Sede apostolica tredici anni, sei mesi e alcuni giorni. Morì l'anno 604, il secondo anno dell'impero di Foca, il 12 marzo, giorno in cui la Chiesa celebra la sua festa, e fu sepolto nella chiesa di San Pietro.
I Dottori della Chiesa, che gli sono succeduti, gli hanno dato elogi magnifici: lo chiamano «un uomo di grandissima erudizione, il principe dei teologi, la luce dei filosofi, lo splendore degli oratori, lo specchio della santità, l'organo dello Spirito Santo». Sant'Ildefonso, arcivescovo di Toledo, parla di lui in questi termini: «Fu talmente dotato dei meriti di tutti gli antichi, che non troviamo nulla di simile a lui nell'antichità: ha vinto Antonio in santità, Cipriano in eloquenza, Agostino in scienza, ecc.» Sant'Isidoro scrive che nessuno dei Dottori del suo tempo, né degli antichi, poteva entrare in paragone con lui. E l'ottavo concilio di Toledo dice che, nelle cose morali, san Gregorio deve essere preferito quasi a tutti i Dottori della Chiesa.
Le persecuzioni contro questo santo Papa non finirono alla sua morte: Dio voleva rendere la sua santità più splendente e più celebre attraverso i miracoli che si sarebbero fatti a questo proposito. In effetti, un giorno il popolo, in un tempo di carestia, si rivolse al papa Sabiniano, per rimostrargli la cura e la carità che san Gregorio, suo predecessore, aveva fatto apparire in simili calamità, sperando di portarlo, con ciò, a soccorrerli; questo Papa, sentendosi punto da questo rimprovero tacito, diede ordine a dei adulatori di pubblicare che Gregorio era stato un uomo vano e prodigo, e che, per la sua cattiva amministrazione, la Chiesa era talmente esausta di finanze, che non poteva bastare a questa estrema necessità. Questa lamentela ingiusta passò così avanti, che si cominciò ad ammassare tutti i libri del Santo per bruciarli; se ne bruciarono persino alcuni, secondo il diacono Giovanni, o bene si fu vicini a bruciarli, secondo il cardinale Baronio. Quelli che abbiamo furono conservati dall'industria di Pietro, diacono, che era stato molto familiare con il santo Pontefice; è lui che san Gregorio introduce, discorrendo, nei suoi Dialoghi. Questo santo diacono, vedendo l'ingiusto disegno di Sabiniano, assicurò che aveva spesso scorto lo Spirito Santo in forma di colomba, sulla testa di san Gregorio, quando scriveva, e che era commettere un crimine orribile contro il cielo e un sacrilegio contro lo spirito di Dio, voler bruciare libri che erano stati composti sotto la sua ispirazione; e, per convincerli che diceva la verità, aggiunse che era pronto a mantenere e a confermare la sua deposizione con un giuramento solenne in presenza di tutto il mondo; che, se fosse morto dopo aver giurato, dovevano credere che aveva detto loro il vero, e conservare con venerazione i libri di questo grande Papa; ma che, se non fosse morto, lo avrebbero tenuto per un bugiardo, e lui sarebbe stato il primo a bruciare i libri. La sua proposta fu accettata: Pietro affermò, con giuramento, ciò che aveva avanzato, e morì come aveva detto, finendo di giurare. Tutto il mondo fu estremamente spaventato da questo prodigio, e da allora, si ebbe tutta la venerazione possibile per colui che Dio aveva giustificato con un miracolo così evidente. Ecco perché i pittori rappresentano una colomba bianca accanto all'orecchio del nostro santo Papa, per significarci che lo Spirito Santo è l'autore di ciò che scrive.
Si fecero molti altri miracoli per i meriti di questo grande servitore di Dio, particolarmente contro le persone che profanarono il suo monastero con la loro vita sregolata, che spesero inutilmente, o gestirono male la sua rendita, che tolsero ai poveri ciò che egli aveva lasciato loro, o che commisero qualche altra azione contro il rispetto e la venerazione che si dovevano alla sua memoria.
Oltre alla colomba, di cui abbiamo appena parlato, si danno, nelle arti, un gran numero di altri attributi a san Gregorio. Poche vite offrono scene così grandiose: Tale è quella della processione che fece per ottenere dal cielo la cessazione della peste a Roma; nell'aria, sopra il mausoleo di Adriano che prenderà da allora il nome di Castel Sant'Angelo, appare un angelo, che rimette la spada nel fodero e diversi spiriti cantano nell'aria. Si può far entrare in questa scena l'immagine di Nostra Signora che il santo Papa fece portare in questa processione e che è ancora onorata oggi a Santa Maria Maggiore. — Il canto degli angeli era questo: Rallegrati, Regina del cielo, *Regina cæli lætare*, alleluia. Il Papa completò l'antifona aggiungendo queste parole che la terminano oggi: *Ora pro nobis Deum*; pregate Dio per noi: l'artista potrà dunque scrivere queste parole caratteristiche del Santo, sia su un cartiglio, sia su una banderuola.
San Gregorio Magno ha ancora ricevuto come attributo una chiesa sulla mano, sia per ricordare che è stato il sostegno della Chiesa, sia per designarlo come fondatore di monasteri.
La Messa detta di san Gregorio è celebre: Descriviamo la scena che ricordano queste parole, da una vecchia incisione in legno, anteriore al XV secolo. San Gregorio rivestito della casula è inginocchiato sul gradino dell'altare, tra un diacono e un suddiacono, che portano una torcia. Il calice è in mezzo all'altare su un corporale steso; il libro è aperto dal lato del Vangelo e verso l'angolo opposto si vede la tiara papale. Gli accessori ricordano le diverse circostanze e strumenti della passione, che vi si trova rappresentata con infiniti dettagli. Ma qual è il significato di tutto questo insieme nel quale figura san Gregorio?
Abbiamo raccontato che san Gregorio, avendo riconosciuto che una donna non credeva alla presenza reale, ottenne un miracolo per convincerla e rianimare la fede del popolo: l'ostia consacrata si mostrò sul corporale in forma di carne, visibile per tutti gli assistenti. Questo fatto è l'idea prima dell'incisione in questione? La cosa ci sembra probabile.
Antichi libri di preghiere aggiungono a questa pittura che riproducono spesso, sette preghiere in onore della Passione, intitolate: Orazioni di san Gregorio. Le indulgenze menzionate in seguito hanno fatto senza dubbio la fortuna di queste preghiere e le preghiere hanno dato voga all'immagine.
Questo quadro può anche ricordare la parte considerevole che san Gregorio prese alla redazione del messale Romano e della liturgia dell'Eucaristia.
Che che ne sia del significato vero del quadro detto la Messa di san Gregorio, è talmente diventato il suo attributo che i monti di pietà d'Italia l'avevano preso per insegna, senza dubbio a causa del ricordo delle grandi elemosine del santo Papa, e che i Francescani l'avevano adottato come sigillo della loro provincia delle isole Filippine, il cui titolo era provincia di san Gregorio.
Si pongono ancora accanto a lui carte o libri di notazione musicale per mostrare che ha fissato le basi della liturgia e regolato il canto ecclesiastico. Ognuno sa che si nomina canto gregoriano il sistema di tonalità e di modulazioni che dominano nella musica della Chiesa.
San Gregorio è il patrono di Granada, di Peters-Hausen e dell'Inghilterra cattolica. È anche il patrono dei cantori e degli allievi di cappella.
Il concilio di Clif o Cloveshove, tenuto nel 747 sotto l'arcivescovo Guthbert, ordinò a tutti i monasteri d'Inghilterra di festeggiare il giorno nel quale la Chiesa onora san Gregorio. La festa divenne d'obbligo per tutto il regno, in virtù di un'ordinanza portata nel 1222 dal concilio di Oxford, e questa ordinanza è stata osservata fino alla pretesa riforma.
Ecco alcune note sullo stato del suo culto e delle sue reliquie nelle diocesi di Autun, di Sens e altrove.
## RELIQUIE E SCRITTI DI SAN GREGORIO MAGNO.
L'anno 826, una parte del corpo del nostro santo Pontefice fu portata in Francia, con reliquie di san Sebastiano, al celebre monastero di Saint-Médard di Soissons, che egli chiamava, fin da quando era in vita, il Padre dei monasteri. Le sue preziose ceneri vi riposavano ancora nel XVIII secolo, in una cassa sopra l'altare maggiore.
L'abbazia di Saint-Pierre-le-Vif, a Sens, possedeva il suo capo, che fu dato all'arcivescovo Angésille, per il favore del re cristianissimo Carlo il Calvo. Urbano VIII, l'anno 1628, ne chiese un frammento per Roma, affinché questa celebre città, che era stata il teatro delle belle azioni di questo grande Papa, non fosse del tutto privata delle sue preziose spoglie. Così san Gregorio, che, durante la sua vita, aveva parlato con tanto onore della Francia, fino a elevare i suoi re al di sopra degli altri re, tanto quanto questi sono elevati al di sopra dei loro sudditi, è infine venuto egl Sens Sede arcivescovile occupata da Sant'Aldrico. i stesso a onorare con la sua presenza con le sue sante reliquie.
## I. Stato attuale del culto di san Gregorio Magno a Sens.
Dal ristabilimento del culto a Sens, nel 1852, san Gregorio è stato rimesso al suo antico posto del 12 marzo, dove era sempre stato a Sens fino al 1702, quando fu messo al 3 settembre.
La leggenda attuale non è più che quella del Romano.
L'antica menzionava il dono del capo di san Gregorio a Sens nell'876, conservato fino al 1793 a Saint-Pierre-le-Vif, e il possesso di un oro al Tesoro della Metropoli.
## II. Reliquie di san Gregorio Magno a Sens.
Secondo la nuova descrizione del Tesoro della Chiesa metropolitana e primaziale, in-8°, stamperia Jentain, a Sens, verso il 1844, anonima, ma tuttavia ufficiale, e che credo del signor abate Carlier, canonico-tesoriere;
Il Tesoro di Sens possiede 4a pagina 8: Una vertebra di san Gregorio Magno; 2a pagina 14: Reliquiario vetrato; quattro frammenti del capo di san Gregorio Magno, donati dal papa Giovanni VIII nell'876.
«Diverse particelle del capo di san Gregorio sono state date in diversi tempi e a diverse chiese; tra le altre alla Chiesa romana, dove il ricordo del regalo fatto da Giovanni VIII si era conservato *in Vaticanum*, e che fece chiedere, dal nunzio apostolico, un frammento del suddetto capo da parte di Urbano VIII, a Ottavio di Bellegarde, allora arcivescovo di Sens. 1628».
Nel 1569, Saint-Germain-d'Auxerre possedeva un oro.
Pagina 9. Santi Sanciano, Beata, Gervasio, Protasio, Simeone il Giusto, Biagio, Agostino, martiri. Pagina 10. San Tommaso di Canterbury (ornamento). Pagina 11. Santa Paola, dama romana. Pagina 13. I quaranta martiri di Sebaste. Pagina 14. Santi Ursicino, Ambrogio, Agricio, Leone di Sens. Pagina 15. San Vittorino di Sens. Pagina 18. Lettera autografa di san Vincenzo de' Paoli, poltrona e pettine di san Lupo, ecc., ecc. (Il pettine di san Lupo è servito, il 28 ottobre 1862, all'incoronazione di monsignor Bravard, vescovo di Coutances.) Gli inventari del Tesoro e delle reliquie di Sens, dal 1200, ufficiali e non ufficiali, potrebbero salire al numero di venti. Sarebbe da desiderare che se ne facessero copie che sarebbero riunite in un bel volume in-folio, dorato su taglio, che sarebbe conservato al Tesoro.
## Parrocchie di Sens.
1. Saint-Pierre-le-Rond (reliquie)? 2. Saint-Maurice. Reliquie celebri dei santi Fort, Guinafort, Aveline (pellegrinaggio). 3. Saint-Pregte? 4. Saint-Savinien *intra muros*.
Saint-Savinien *extra muros*, ora Buon Pastore. Reliquie di santa Teodochilea, figlia di Clodoveo, fondatrice di Saint-Pierre-le-Vif, nel 509; sotterraneo o cripta di san Saviniano, altare ancora tinto del suo sangue, quattro iscrizioni celebri in lettere sociali.
Saint-Bidier. Reliquia e pellegrinaggio di san Mâthie di Troyes.
NOTA. La notizia analizzata, pagina 2, non parla del corpo di san Romano, celebre nutrice di san Benedetto, di cui i monaci di Montecassino hanno chiesto reliquie a Sens, alcuni anni fa, e che è al Tesoro.
Nel 1164, il papa Alessandro III, che passò diciotto mesi a Sens, fece una visita solenne delle reliquie della metropoli, e, in ricordo della benevola ospitalità che aveva ricevuto, ordinò che fossero tutte esposte e venerate, ogni anno, a Quasimodo, e accordò indulgenze a perpetuità.
Questa pia e gloriosa esposizione ebbe luogo ogni anno fino al 1793: è menzionata nei calendari storici di tutti i libri parrocchiali.
Era stata imitata dalle altre parrocchie, e il Banco d'opera si chiamava per questo *Ufficio delle Reliquie*.
Auxerre è estremamente ricca di reliquie. Le catacombe della chiesa Saint-Germain racchiudono sessanta corpi santi. I signori Thomas, decano di Chablis, e Labosse, curato di Carisey, hanno anche collezioni particolari di reliquie molto preziose.
1° Un giardino di diciassette arpenti, con i muri di cui fu chiuso nel 1112, dall'abate Arnoul. Quest'abate, ammirevole figura del medioevo, fece il catalogo della biblioteca di Saint-Pierre-le-Vif; ritagliava egli stesso la pergamena per i religiosi copisti.
Questo giardino racchiude il pozzo detto di Santa Petronilla, murato in pietre da taglio all'interno; è attribuito a Oderan, monaco, artista, scultore, storico, pittore, musicista, morto a Sens nel 1040. Questo pozzo non si prosciuga mai.
2° Uditorio dell'antico baliato di Saint-Pierre-le-Vif. 3° Edificio dell'antica bassa corte. 4° Giardino antico dell'abate, separato da un muro, appartiene a un privato. 5° La chiesa di Saint-Pierre-le-Vif è stata acquistata, poi demolita, da Loménie, di Brienne, arcivescovo divenuto primo vescovo dell'Yonne.
L'antica chiesa di Saint-Savinien *extra muros*, contigua a Saint-Pierre-le-Vif, acquistata e conservata da pii fedeli, poi data da loro agli arcivescovi a carico di conservazione e di manutenzione, è stata ceduta alle religiose del Buon Pastore di Angers, che hanno acquistato Saint-Pierre-le-Vif, e vi hanno fondato una casa di educazione e di rifugio.
6° Piazza Saint-Pierre-le-Vif; piazza pubblica, di fronte al Buon Pastore. 7° Finage detto di Saint-Pierre-le-Vif. 8° Alcuni cippi in arenaria, con due chiavi scolpite, serviti un tempo alle proprietà dei religiosi, e ora cippi privati. 9° Alcuni libri e manoscritti preziosi alle biblioteche di Sens e di Auxerre.
*Pedes sanctorum morum servabit, Et impit in tenebris canticescent*.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Roma verso il 540
- Prefetto di Roma sotto Giustino II
- Fondazione di sette monasteri e presa dell'abito nel 575
- Legazione a Costantinopoli (apocrisario) nel 577
- Elezione al pontificato nel 590
- Processione contro la peste e visione dell'angelo a Castel Sant'Angelo
- Missione di sant'Agostino per la conversione dell'Inghilterra nel 596
- Riforma del canto ecclesiastico e della liturgia
Miracoli
- Apparizione dell'angelo sulla sommità del mausoleo di Adriano per la fine della peste
- Trasformazione dell'ostia in carne per convincere una donna incredula
- Sanguinamento di un panno (brandeum) che aveva toccato delle reliquie
- Ispirazione dallo Spirito Santo sotto forma di colomba
Citazioni
-
Servus servorum Dei
Intitolazione dei suoi atti ufficiali -
Pecunia tua tecum sit in perditionem
Sentenza contro il monaco proprietario