Signore di Lambesc che rinunciò alla sua fortuna, Eldrado divenne abate di Novalesa nel IX secolo. Dedicò la sua vita all'eroica ospitalità dei viaggiatori che attraversavano il Moncenisio e fondò diversi ospizi alpini. Riconosciuto per i suoi miracoli e la sua carità, morì quasi centenario lasciando un'eredità spirituale e materiale importante nelle Alpi Cozie.
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SANT'ELDRADO, ABATE DI NOVALESA, IN PIEMONTE
Origini e giovinezza a Lambesc
Heldrad nasce a Lambesc in una famiglia nobile e pia alla fine dell'VIII secolo, ricevendo un'educazione curata prima di perdere i genitori.
Verso la fine dell'VIII secolo, la città di Lambesc (Bocche del Rodano), allora capoluogo di un'importante vallata, era governata da un Leudo, fedele al suo principe e a Dio. Colui che comprendeva così bene i propri doveri, ne ebbe dal cielo, come ricompensa, una sposa perfetta, che lo rese padre di un figlio dotato della migliore indole.
Questo figlio, chiamato Heldrad, non cessò mai di essere l'edificazione dei suoi contemporanei, dapprima come secolare e più tardi come monaco; tanto i suoi genitori avevano avuto cura di sviluppare in lui, fin dalla tenera età, i migliori sentimenti, soprattutto dal punto di vista religioso.
Si ignora a quale scuola celebre Heldrad sia stato inviato per compiere i suoi studi, e il nome dei professori che lo iniziarono alle belle lettere è ugualmente sconosciuto oggi; ma si sa che aveva appena fatto il suo ingresso nel mondo, quando ebbe la sventura di perdere suo padre e sua madre. Li pianse amaramente, e fu solo con grande rammarico che raccolse la loro eredità.
Prime fondazioni e vita ascetica
Erede di vasti possedimenti, rinuncia al lusso per consacrarsi ai poveri, costruendo una chiesa dedicata a San Pietro e un ospizio (xenodochium) per i viaggiatori.
D'ora in poi spettava a Heldrad amministrare possedimenti considerevoli e assicurare anche il benessere di numerose popolazioni, poiché il monarca lo aveva mantenuto, a Lambesc, in tutti gli onori paterni. Diciamo subito che le ricchezze, così come le distinzioni sociali, non furono mai in grado di impedirgli di riconoscere il nulla e la vanità delle cose più ricercate quaggiù: egli usava di tutto come se non ne usasse. Presto lo si vide, per abnegazione e umiltà, eliminare ogni lusso dai suoi abiti e dai suoi arredi, così come dalle sue attrezzature da caccia o da guerra. Se conservò dei cavalli, smise di farli bardare riccamente. Riforme simili ebbero inoltre il vantaggio di accrescere le risorse di Heldrad per le buone opere nelle quali si compiaceva maggiormente. Al fine di portare soccorso e consolazione ai poveri e agli afflitti, come anche allo scopo di istruire gli abitanti sui loro doveri religiosi, percorreva volentieri le contrade che dipendevano da Lambesc, e persino i paesi vicini. Tuttavia la località, che più attirava la sollecitudine di Heldrad, non era lontana dalla sua città natale. In un quartiere abbastanza vicino, dove si arriva orientandosi verso levante, esistevano diversi incroci delle antiche vie di comunicazione dei Salii. I marsigliesi ne avevano approfittato per stabilirvi un mercato e, se necessario, una sorta di dogana o un pedaggio; fatto sta che, ai tempi di Heldrad, si trovava quasi incessantemente, in quel luogo, un ingombro di viaggiatori poco inclini al bene, per la maggior parte, e soprattutto un'abbondanza di mercanti che non avevano ancora rinunciato alle pratiche del paganesimo, nella speranza di ingannare più facilmente gli acquirenti sull'origine e la qualità degli oggetti importati. Per venire in aiuto a tante anime degne di pietà, e farlo in maniera costante, Heldrad fece costruire, all'ingresso del suddetto mercato, una vasta e bella chiesa che dedicò al Principe degli Apostoli. Questa chiesa fu da lui arricchita di tutti gli oggetti necessari per l'esercizio del culto, e si curò soprattutto di farla provvedere di ministri degli altari, di cui assicurò l'esistenza in modo conveniente. Infine, a titolo di completamento della sua opera di moralizzazione verso gli stranieri ammassati alle porte di Lambesc, Heldrad stabilì, senza indugio, presso la chiesa di San Pietro, un grande Xenodochium o istituto caritatevole, che dotò largamente, in modo tale che gli ospiti, ricchi o poveri, sani o malati, vi fossero ben trattati senza pagare nulla. Volle persino, con l'aiuto di ombreggiature e giardini, piantati ad alberi da frutto, avere la possibilità di prolungare, per i convalescenti e i viaggiatori, le cure della carità e ancor più le lezioni della pietà. Non mancavano, come si vede, a Heldrad, a pochi passi dal suo palazzo, poveri nel corpo o nello spirito da curare. E la missione che si era data a questo riguardo sarebbe bastata a un'anima meno ardente della sua; mentre, per lui, il desiderio di venire in aiuto al prossimo, pur compiendo la propria salvezza personale, restava ancora incompleto. Heldrad mirava a un'azione immensa della carità, a qualcosa di soprannaturale in questo genere, e nel suo pensiero, associò ciò all'immolazione più totale della sua persona, non trovando, a quanto pare, il suo corpo ancora abbastanza sottomesso a un'obbedienza passiva.
Rinuncia e peregrinazione
Distribuisce i suoi beni rimanenti e lascia la Provenza per cercare un monastero ideale, viaggiando attraverso la Francia, la Spagna e l'Italia.
Per seguire più liberamente i suoi progetti futuri, prende allora la determinazione di spogliarsi della fortuna che può essergli rimasta e di lasciare per sempre Lambesc e la sua valle.
L'interesse che porta alle fondazioni pie che ha appena effettuato, l'attaccamento delle popolazioni, i ricordi di famiglia e la bellezza delle campagne che gli appartengono, non sono in grado di ispirargli rimpianti che non possa superare.
Si disfa dunque di tutti i suoi beni e ne distribuisce il valore ai poveri di Lambesc, dopo aver trattenuto, per il Corepiscopo della regione, somme considerevoli che destina al mantenimento di tutte le case religiose e caritatevoli stabilite, così come alla fondazione di un buon numero di altre, sia nella valle che fuori.
Heldrad ora non teme più per se stesso la sentenza pronunciata contro i ricchi dal sovrano Giudice; eccolo diventato povero volontario. Molto presto, ai suoi abiti già tra i più umili, sostituisce il costume semplice degli abitanti della campagna. Racchiude, in una bisaccia di tela grossolana, alimenti per due o tre giorni al massimo e, caricando il tutto sulla spalla, dove brillò a suo tempo il baudrier militare, si mette in cammino come il più infelice dei viaggiatori.
Andava quasi a caso, da un santuario celebre all'altro, inginocchiandosi e pregando; ma soprattutto, cercando un santuario o un istituto religioso, di una regolarità perfetta, nel quale potesse consacrarsi a Dio come monaco e avere da compiere atti di carità ben più grandi di quelli che la Provvidenza gli ha fino ad allora affidato.
Senza aver trovato nulla, secondo le sue vedute, in tutta la Francia occidentale, anche dopo aver varcato i Pirenei e passato nella marca di Spagna, compresa, a quell'epoca, nell'impero carolingio, fu nel caso di riprendere la strada di Lambesc.
Heldrad rivede, senza troppa emozione, i suoi cari istituti di San Pietro e, dopo pochi giorni di riposo, riprende i suoi viaggi di investigazione di un luogo di ritiro, tale come la sua anima lo richiede.
Questa volta, attraversando la Provenza da ponente a levante, si dirige verso l'Italia dei Franchi ed esplora con attenzione. Ancora lì, persino a Roma, non più che nella Provenza, sua patria, che abbondava di monasteri modello, Heldrad non trovò per sé il porto di salvezza tale come lo desiderava, e stava per portare le sue ricerche nella Francia orientale, dopo aver attraversato le Alpi Cozie, quando udì dalla bocca di alcuni pellegrini l'elogio della Novalesa.
L'arrivo all'abbazia della Novalesa
Nel 814, raggiunge l'abbazia della Novalesa ai piedi del Moncenisio, dove l'abate Amblulfo lo riconosce per ispirazione divina e lo accoglie come monaco.
Questo elogio, che consisteva nel rappresentare questa antica abbazia come un focolare di carità e di perfezione cristiana, come pochi ne esistevano, era meritato, dato che i monaci della Novalesa, non limitandosi più a esercitare l'ospitalità, giorno e notte, nel loro monastero, ai piedi delle Alpi, dal lato del Piemonte, si erano fatti carico del gravoso servizio dell'Elemosineria, stabilit a sulla so mont Cenis Valico alpino dove i monaci della Novalesa gestivano un ospizio. mmità del passo del Moncenisio, e lo adempivano con grande cura.
Durante la lunga stagione delle nevi, i monaci della Novalesa andavano sull'uno e sull'altro versante del Moncenisio a cercare i viaggiatori e, dopo averli accolti nell'ospizio sulla montagna, provvedevano largamente ai loro bisogni prima di lasciarli riprendere il loro cammino.
La stagione calda che seguiva, d'altronde così breve nelle Alpi, bastava appena ai monaci della Novalesa per riunire, in cima al Moncenisio, la legna e le altre provviste necessarie per assistere i disgraziati viaggiatori. Si era giunti alla fine di questo penoso rifornimento per l'inverno dell'anno 814, quando Heldrad, che aveva precisamente il passo del Moncenisio sul suo itinerario, raggiunse, all'ingresso stesso del suddetto passo, il monastero della Novalesa. Trovò nel vestibolo della casa degli st Amblulfe Abate della Novalesa che accolse Eldrado. ranieri l'abate Amblulfo, provenzale d'origine, che, quel giorno, adempiva alle funzioni di maestro degli ospiti; ma che non avrebbe mai riconosciuto il signore di Lambesc, suo compatriota, sotto la livrea della povertà, senza un'ispirazione dello Spirito Santo. Heldrad correva dunque il rischio di ricevere l'ordinario bacio di pace, e poi di essere condotto all'altare per pregare, prima di passare al refettorio; si sarebbe soprattutto provveduto ai suoi bisogni materiali, come si praticava per i comuni viaggiatori. Invece di ciò, grazie alla luce proveniente dal cielo, Amblulfo vede già tutto il profitto che la Novalesa può trarre dall'arrivo di Heldrad. Corre verso di lui, lo abbraccia affettuosamente e, terminata l'adorazione, lo invita a soggiornare, promettendogli di venire a visitarlo spesso, nell'interesse della sua anima.
Heldrad, nelle sue relazioni con l'abate della Novalesa, fu ben costretto ad ammettere che non era un uomo da nulla, carico di miserie, di cui bisognava solo avere pietà. Amblulfo lo portò persino a convenire che aveva fatto il sacrificio dei suoi beni per potersi più interamente donare a Dio. E più tardi, lo sentì dichiarargli che tutto ciò che vedeva alla Novalesa gli provava che aveva finalmente trovato il rifugio contro le tempeste del mondo che cercava, e tutte le condizioni per servire Dio e il prossimo, come desiderava da molto tempo.
Comunque sia, l'abate Amblulfo credette di dover mettere alla prova la determinazione di Heldrad prima di ammetterlo come novizio, e lo si vide durante questo tempo in abito laicale coltivare le vigne dell'abbazia, situate proprio in fondo alla valle della Novalesa. Quando Amblulfo si trovò ben edificato riguardo ai desideri di Heldrad, e perfettamente certo che il signore di Lambesc si credeva ben realmente giunto al termine dei suoi viaggi di ricerca, gli diede infine l'abito religioso.
Vita di preghiera, di studio e di servizio
Heldrad si distingue per il suo zelo nel lavoro manuale, lo studio delle regole di san Benedetto e san Basilio, e il suo servizio ai viaggiatori sul Moncenisio.
Heldrad, partecipando alla vita regolare in qualità di professo, non ebbe meno ardore per i lavori manuali rispetto al suo arrivo alla Novalesa; ma si racconta che, negli intervalli di questi, per arrivare a conoscere bene i suoi nuovi doveri, fosse alla ricerca di tutti gli insegnamenti che ci giungono dai fondatori della vita monastica.
Se mette in primo piano nelle sue letture e nelle sue meditazioni san Benedetto e la regola da lui lasciata, si sofferma volentieri su san Colombano e le sue prescrizioni cenobitiche, così come sugli scritti di san Basilio.
Heldrad non si faceva notare solo per il suo zelo negli studi religiosi, si ammirava la sua sollecitudine nel soccorrere i bisognosi e soprattutto la sua obbedienza perfetta, la sua dolcezza angelica; tanto che Amblulfo non tardò a farlo ordinare sacerdote e a lasciargli pronunciare i voti solenni in qualità di monaco di coro.
Il sacrificio di sé, che aveva tanto desiderato, sta per iniziare: eccolo soldato di Cristo, in un monastero che ha per patroni due apostoli morti sulla croce: Pietro e Andrea. Può contare con meno timore che mai le sue speranze di salvezza, poiché è definitivamente ammesso in un seminario di Santi.
Viene inviato, a sua volta, al Moncenisio per curare i viaggiatori, o prestar loro assistenza in mezzo alle nevi, e questo impiego particolare delle sue attitudini e delle sue forze non gli sembra mai abbastanza spesso comandato.
In altri momenti, Amblulfo gli affida un certo numero di giovani religiosi da istruire e familiarizzare con gli esercizi della pietà e della carità.
Heldrad, circondato dai suoi allievi, costituiva una sorta di piccolo monastero a parte. Infatti, come mezzo per regolare l'insegnamento, e anche come modo più facile per mantenere l'ordine, in mezzo a cinquecento religiosi, le celle formavano, a quel tempo, diversi gruppi attorno alle numerose cappelle, disseminate nella clausura della Novalesa.
Pur curando gli studi degli altri, Heldrad non trascurava di aggiungere al proprio sapere, poiché nessuno, più di lui, amava unire la scienza alla carità. Era d'altronde facile istruirsi alla Novalesa, dove esisteva una biblioteca provvista di grandi tesori, sia religiosi che puramente letterari, una biblioteca che andava arricchendosi ogni giorno con l'aiuto delle copie fatte dai monaci dell'abbazia e degli scambi che potevano essere così compiuti all'esterno.
È forse all'epoca attuale della vita di Heldrad che bisogna far risalire la sua corrispondenza con il diacono Floro della chiesa di Lione. Le lettere scambiate reciprocamente, a lungo conservate dai monaci della Novalesa, sono attualmente perdute: ma, secondo le altre corrispondenze di Floro che sono giunte fino a noi, si può supporre che queste lettere trattassero a fondo gli affari della Chiesa, così come dello Stato, in uno stile che, da una parte come dall'altra, non era privo di fascino, poiché il diacono di Lione sapeva scegliere i suoi interlocutori.
I monaci non dovevano essere estranei ai grandi interessi del mondo, poiché i sovrani non trovavano da attingere così sicuramente altrove che nei conventi gli uomini istruiti e capaci di cui avevano bisogno per il loro consiglio o per compiere le difficili funzioni di missi dominici. Heldrad, non più di altri religiosi istruiti del suo tempo, non fu dimenticato in fondo al suo chiostro; se ci riferiamo alla carta n. 55 del cartulario di Saint-Vincent di Mâcon, si sarebbe trovato a Cluny nell'anno 825 al seguito di Ludovico il Pio per aiutare a regolare affari importanti.
Tuttavia, era proprio contro la sua volontà che Heldrad pot eva essere cos Louis le Pieux Figlio di Carlo Magno, la cui ascesa al trono fu predetta da Alcuino. ì strappato alle dolcezze della sua solitudine, a quella contemplazione che egli prediligeva alla Novalesa stessa, in quella grotta che ci viene mostrata ancora e davanti alla quale si dispiegano in sintesi tutte le meraviglie della creazione, soprattutto in estate, quando si possono vedere e sentire le numerose cascate dei corsi d'acqua che hanno ripreso il loro cammino nella valle.
L'abbaziato e l'espansione dell'opera
Eletto abate nell'844 dopo Ugo, rafforza la disciplina, sviluppa l'ospizio del Moncenisio e ottiene protezioni imperiali da Lotario.
Heldrado si elevava volentieri verso Dio ammirando le sue opere, e sperava di poterlo fare ancora con una certa libertà, quando fu chiamato per gradi a una vita delle più attive e assorbenti.
L'abate Amblulfo era morto, e si era creduto di dover eleggere al suo posto, verso l'anno 837, Ugo, fr atello Hugues Fratello di Odile che intercedette per il suo ritorno. di Ludovico il Pio: era un atto di compiacenza verso il monarca che amava sapere la Novalesa in buone mani, visto che questo monastero, a causa della sua importanza, era tenuto, oltre alle preghiere per la salvezza dello Stato, al servizio militare più reale.
Sfortunatamente Ugo, che aveva altre abbazie da sorvegliare, si assentava spesso dalla Novalesa, e i servizi più importanti sarebbero stati in sofferenza, se Heldrado non avesse avuto la bontà di provvedervi senza sosta.
L'occasione per Heldrado di farsi conoscere, come amministratore dell'insieme del monastero, fu tale, durante tutto il tempo in cui Ugo godette della qualità di abate della Novalesa, che alla morte di questi, avvenuta nell'844, egli fu, all'unanimità dei voti, chiamato a succedergli.
Heldrado, che non aveva mai pensato agli onori della prelatura, reclamò contro la scelta di cui era appena stato oggetto. Osservando che vi erano nel monastero religiosi più degni, pregava, supplicava di distogliere da lui un fardello troppo pesante per un vecchio.
I monaci della Novalesa, al contrario, persistettero nella loro decisione; riuscirono infine a trionfare sulla resistenza di Heldrado, mostrandogli il pericolo di contrariare i disegni dell'Altissimo, sul monastero e su se stesso. Heldrado, fin dal suo ingresso in carica, impresse a tutto un raddoppiamento di vita. Il *Laus perennis*, o canto incessante delle lodi di Dio, procedeva di pari passo con opere caritatevoli di ogni istante. Più che mai, i poveri viaggiatori furono affettuosamente curati, in quell'ospizio del Moncenisio, dove tutto si compiva allora sotto la bella invocazione di Gesù Cristo *Salvatore* e della sua divina madre, Maria sempre *Vergine*.
Per ritrovare gli sventurati smarriti in mezzo alle nevi, i monaci andavano essi stessi a cercare fino in fondo ai precipizi, realizzando già tutto ciò che si è detto in seguito della dedizione dei religiosi del Gran San Bernardo.
Al fine di ispirare ai suoi collaboratori una carità verso i viaggiatori, spinta fino al martirio, egli aveva l'abitudine di dire loro, con quell'amenità che dona la perfezione: — «Vi affermo che non abbiamo nulla da attendere in un'altra vita, se non la giusta proporzione di ciò che avremo fatto per il prossimo, in vista di piacere a Dio. *Juxta mensuram, mercedem crede futuram*».
Su richiesta di Heldrado, Lotario, c he era s Lothaire Imperatore e figlio di Ludovico il Pio, sovrano di Everardo in Italia. ucceduto come imperatore a Ludovico il Pio, confermò più particolarmente, in favore dell'ospizio del Moncenisio, tutte le donazioni dei suoi predecessori, e unì nella maniera più formale alla Novalesa l'opulenta abbazia di San Pietro, fondata vicino alla città di Saluzzo da Astolfo, re dei Longobardi.
Sempre per compiacere Heldrado e per venire in aiuto all'ospizio del Moncenisio, uno di quei marchesi di Susa, la cui discendenza è continuata nella casa di Savoia, donò, all'ingresso della valle della Novalesa, presso il villaggio di Venaux, terre coltivabili e le montagne boschive sovrastanti. Oltre alle offerte dei principi, quelle dei semplici privati erano ogni giorno più considerevoli.
Se il nuovo abate era desideroso di accrescere le entrate del Moncenisio, non era meno geloso di conservare le facoltà di cui l'ospizio poteva già disporre; è per questo che fece condannare alcuni servi dei villaggi di Exilles e di Oulx a continuare le prestazioni da loro dovute convenzionalmente.
Sotto il governo di Heldrado, nulla rimase, in un certo senso, incompleto, anche dal punto di vista materiale. Per esempio, diremo, mancava una torre nel mezzo della cinta fortificata che racchiudeva allora tutti gli edifici regolari della Novalesa: ne fece costruire una delle più alte e ampie, i cui piani superiori avrebbero potuto servire per dei segnali, mentre i piani inferiori avrebbero ospitato gli oggetti più preziosi dell'abbazia, senza dimenticare la sua ricca collezione di libri.
Miracoli e protezione delle popolazioni
Compie numerosi miracoli, tra cui l'espulsione di serpenti al Lautaret e guarigioni di malati e infermi nella regione.
Quando non vi erano più miglioramenti possibili da apportare, sia a Novalesa che all'ospizio del Moncenisio, Heldrad impiegava le somme rimaste libere nelle sue mani per soccorrere i viaggiatori in altri punti delle Alpi Cozie. Allora il passo del Lautaret, nel Delfinato, attirò la sua attenzione, e vi inviò dei religiosi per costruire nei suoi pressi un ospizio, in un luogo oggi chiamato Monestier de Briançon. Le mura erano già ben Monestier de Briançon Luogo in cui Heldrad fondò un ospizio e scacciò i serpenti. elevate, quando i religiosi incaricati di questo lavoro arrivarono a Novalesa, dichiarando l'impresa resa impossibile dalla presenza di serpenti che desolavano tutto il paese. Appreso ciò, Heldrad ordinò ai messaggeri di una così spiacevole notizia di mettersi in preghiera per implorare la misericordia dell'Altissimo, e dopo averlo fatto egli stesso, si incamminò con loro verso il nuovo ospizio. Giunto sul posto, si assicurò della sua disciplina e si mise a scacciare i serpenti davanti a sé, in modo tale che furono ben presto tutti riuniti e confinati in una crepa di rocce non lontano da lì, così da non poter più nuocere.
Dio si servì della mano di Heldrad, questa volta e molte altre, per modificare gli effetti fisici nell'ordine naturale.
Soccorso in questo modo, il delegato dell'Onnipotente arrestò più volte il progresso di malattie contagiose, per gli uomini e per gli animali, che andavano invadendo la valle di Novalesa e i paesi vicini.
Si attribuirono alle preghiere di Heldrad, non senza qualche fondamento, la guarigione di un muto, di uno zoppo e di un lebbroso, le cui infermità erano ben note nella contrada.
Passando per la città di Asti per affari della sua abbazia, rese la salute a una donna malata, abbandonata dalle persone incaricate di curarla. Infine, si dovette a Heldrad, dopo Dio, il ritorno alla vita di diversi morti.
Questi benefici, indubbiamente molto grandi, non erano nulla in confronto a quelli che rendeva Heldrad, grazie all'attitudine che traeva dallo Spirito Santo, di leggere nel profondo delle coscienze e di ricondurre con facilità, all'adempimento dei loro doveri, tutte le persone con le quali si trovava in relazione.
Transito e ultime istruzioni
Heldrad muore serenamente il 13 marzo 875 all'età di 94 anni, dopo aver esortato i suoi monaci all'unione e all'osservanza della regola.
Qualunque fosse l'utilità della presenza di Heldrad sulla terra, giunto il novantaquattresimo anno della sua età, Dio non ritenne di dover ritardare oltre il momento di rendere conto con il suo servo.
Questo momento così temibile, anche per i Santi, fu rivelato quattro giorni prima a Heldrad, che non trascurò nulla per trarre profitto da questo prezioso favore.
Riunì attorno a sé tutti i religiosi che erano sotto la sua obbedienza e, dopo aver annunciato lui stesso che stava per separarsi da loro, cosa che li fece sciogliere in lacrime, li consolò quanto più poté e li pregò di perdonarlo per non averli edificati più di quanto avesse fatto.
Heldrad, in attesa della sua fine, intratteneva i suoi religiosi sulle dolcezze della vita in Gesù Cristo e rinnovava le più toccanti istruzioni per il tempo in cui non ci sarebbe più stato, consigliando l'unione, la concordia e la pace, che risultano dalla stretta osservanza della regola del grande san Benedetto.
Nel momento in cui sentì le sue forze affievolirsi, richiese gli ultimi sacramenti e li ricevette con la fede più ardente. Poco dopo, mentre pregava ancora adorando la santa Eucaristia che aveva appena ricevuto, levò le braccia al cielo e la sua anima si separò dal corpo senza agonia.
Questa morte, così degna di invidia, ebbe luogo quando Ludovico, figlio di Lotario, era imperatore e re d'Italia nell'875, il 3 delle idi di marzo, ovvero il 13 del suddetto mese.
Se si vuole conciliare il più cronologicamente possibile tutti i fatti della vita di Heldrad, bisogna ammettere che aveva lasciato il mondo a trentatré anni e trascorso alla Novalesa sessantuno anni, di cui gli ultimi trenta come abate.
Quale mortale potrà mai dire quanto tutta la durata di un'esistenza così lunga fu gradita a Dio e utile al prossimo!
Storia movimentata delle reliquie
Le sue reliquie, nascoste durante le invasioni saracene, conobbero diverse traslazioni attraverso l'Europa prima di essere divise tra la Novalesa, Susa e Lambesc.
## RELIQUIE E CULTO DI SANTO ELDRADO.
Al momento dei funerali, il corpo di Eldrado fu deposto solennemente in una tomba di pietra, davanti all'ingresso della cappella di San Nicola, su uno dei punti più scoscesi della clausura della Novalesa. Pochi anni più tardi, su richiesta dei fedeli, si elevò da terra il corpo di Eldrado sull'altare stesso della cappella di San Nicola, e questa cappella non fu più conosciuta che sotto il titolo del beato Eldrado. Nel X secolo, la levata del corpo, operata con pompa, teneva luogo della canonizzazione le cui forme non furono regolate che dal papa Alessandro III. Vi era stata una riinumazione del corpo di Eldrado alla vigilia dell'invasione del paese da parte dei Saraceni, nel 906, e dopo la lunga spopolazione dell'abbazia, si poteva dire o credere il corpo di Eldrado perduto, quando un giovane cieco ne segnalò l'esistenza in una caverna da dove i monaci lo ritirarono nell'anno 1021. Secondo la cronaca della Novalesa, nel 1040, vi fu la traslazione del corpo di Eldrado da una cassa modesta in una ricca cassa d'argento che è stata sempre considerata come uno dei bei campioni dell'oreficeria del X secolo. Questa nuova cassa, così preziosa a causa del suo contenuto, fu portata dalla Novalesa all'estremità dell'Italia del Nord, nel 1042, per la maggiore edificazione dei fedeli, in occasione di una grande assemblea di principi e vescovi che era stata tenuta a Ferrara, per avvisare ai mezzi di pacificare il paese. Ugualmente allo scopo di impressionare favorevolmente le popolazioni, la cassa, contenente il corpo intero del beato Eldrado, fu trasportata, nel 1114, attraverso la Savoia, la Borgogna, e altre province fino a Beauvais dove un concilio o sinodo stava allora per riunirsi. Una grande estensione delle reliquie del beato Eldrado ebbe luogo nel 1368. In questa occasione, Rufino, priore sia della Novalesa che del monastero di San Giusto di Susa, trattenne, fuori dalla cassa d'argento, il capo, una porzione di un braccio e alcune altre ossa. Il capo fu posto in un busto d'argento, e le ossa del braccio in un braccio ugualmente d'argento. Queste due reliquie divennero così proprietà del monastero di San Giusto di Susa. Le altre ossa, che non erano state riposte nella cassa d'argento, nel 1368, furono distribuite a diverse chiese, a Torino e altrove, o divennero proprietà dei principi della casa di Savoia che hanno avuto a lungo l'amore e il rispetto per le cose sante. È dalla casa dei principi di Savoia che H. Aubert, parroco della parrocchia di Lambesc, ricevette, nel 1743, il frammento d'osso importante che adorna l'altare del beato Eldrado nella sua città natale. La consegna di questa reliquia ebbe luogo diplomaticamente per il tramite dell'ambasciata di Ferrara a Torino. Quanto al resto del corpo del beato Eldrado, dal 1568, ha continuato a riposare nella sua antica e bella cassa d'argento nel monastero stesso della Novalesa, e i pii pellegrini potevano ancora vederlo, nel 1855, nella chiesa abbaziale, sul lato destro entrando. Speriamo che questo tesoro, al contempo religioso e artistico, sfuggendo alle profanazioni del governo italiano nel momento in cui ha disperso i monaci benedettini dell a Novalesa, sia rimasto sotto la moines bénédictins de la Novalèse Ordine monastico a cui apparteneva l'abbazia dell'Oratorio. custodia degli abitanti della valle, che hanno avuto la memoria del beato Eldrado in grande venerazione. L'abbazia della Novalesa e le sue dipendenze sono state secolarizzate, alcuni anni fa, e vendute per una somma irrisoria dal governo sacrilego di Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, divenuto, cosiddetto, re d'Italia.
I racconti del primo agiografo di Eldrado non essendo giunti fino a noi nella loro interezza, la parte del soprannaturale che conosciamo si trova incompleta, come, del resto, tutto il resto della sua vita; ma ciò che conosciamo in questo genere basta per portarci a credere a una grande santità. Tuttavia, se potessimo desiderare di accrescere la nostra convinzione, sarebbe bene rendersi conto della potenza del beato Eldrado nel cielo, soffermandosi a considerare il numero e l'estensione delle grazie ottenute per suo tramite, dall'epoca della sua morte. Il resoconto dei miracoli del X e in parte dell'XI secolo, riempie un certo numero delle lezioni del più antico ufficio di Eldrado. Dobbiamo notare le diverse guarigioni di ciechi e altri infermi condotti dalle loro famiglie alla tomba del Beato, e dobbiamo leggervi, non meno volentieri, la storia toccante di quella donna che, accorrendo per rendere omaggio alle reliquie di Eldrado, quando le si trasportava lungo la valle del Po, nel 1042, aveva trovato la morte nel fiume e fu richiamata alla vita, per la forza delle preghiere dei suoi figli. I miracoli della fine del X secolo, e di quattro o cinque secoli seguenti, sono riportati nelle opere di Dom Rocher e di Dom Carretin, come estratti più particolarmente dal Sanctorale della Novalesa, dove erano stati registrati in seguito alla vita del beato Eldrado. Tra questi miracoli, non si saprebbe abbastanza ammirare quello che ebbe per oggetto dei cavalieri del Piemonte o della Provenza che, nel 1099, dopo la presa di Gerusalemme, dovendo lottare contro una tempesta spaventosa, implorarono i loro compatrioti, e ottennero di terminare felicemente la traversata per ritornare nel loro paese. Non è meno toccante vedere la fede di quel maledetto storpio, guarito ad Aiguebelle, nel 1114, in occasione del passaggio delle reliquie del beato Eldrado attraverso la Savoia. Dom Rocher e Dom Carretto fanno anche conoscere altri miracoli molto edificanti, constatati dopo il tempo in cui il Sanctorale era stato scritto, e danno persino l'enumerazione dei favori ottenuti dalle persone della loro epoca, ovvero dal 1670 al 1693. Per il periodo più vicino a noi, la fiducia riposta in Eldrado non diminuendo, ci sarebbero ancora molti miracoli da segnalare; ma, al loro riguardo, dobbiamo attendere un esame canonico. Di questo numero è forse il ritorno alla salute di una donna paralitica avvenuto, nel 1743, nel momento felice in cui fu dato alla parrocchia della città di Lambesc di possedere una particella del corpo di Eldrado. Le popolazioni, colmate di benefici in modo sovrumano da Eldrado, durante la sua vita mortale, furono facilmente portate a credere che il loro protettore sarebbe passato da questo mondo al cielo per continuare a proteggerle.
Quanto all'autorità ecclesiastica, dopo aver studiato con prudenza il giudizio da dare a questo riguardo, permise presto di onorare Eldrado come Beato.
Prima dell'anno 906, la piccola cappella della clausura della Novalesa, primitivamente sotto il titolo di San Nicola, fu dedicata a Eldrado. Questa stessa cappella, dopo essere stata distrutta dai Saraceni, fu ristabilita, nel 1246, dal priore Jacques Scalis che la fece ornare di pitture riproducenti le principali circostanze della vita di Eldrado. Queste curiose pitture, che esistono ancora, sono accompagnate da numerose iscrizioni in caratteri antichi destinati a spiegarle.
Un altare fu riservato al beato Eldrado, fin dal 1029, nella chiesa dei Benedettini della città di Susa. Vi fu, dal 1020, nella chiesa abbaziale di San Pietro della Novalesa un altare sul quale non ha cessato di riposare la cassa delle reliquie di Eldrado. Questo altare, situato dal lato del mezzogiorno, era stato decorato, nel 1568, a spese del priore André Provana, di bellissime pitture che, sfortunatamente, non esistono più. Molto anticamente, i villaggi della valle della Novalesa hanno avuto, in ciascuna delle loro chiese, un altare dedicato al beato Eldrado. Dom Rocher e Dom Carretto, nelle loro opere relative a Eldrado, affermano che vi erano ai loro tempi diversi altari in Delfinato. Un altare forse più prezioso di tutti quelli già indicati, è quello che esiste fin dall'epoca più remota, nella chiesa della parrocchia della città di Lambesc. Questo altare ha conservato la sua posizione primitiva durante la ricostruzione sontuosa della chiesa, nel 1744, a spese, in gran parte, degli Stati di Provenza. E la tradizione, appoggiata da titoli, vuole che questo altare esista sull'ubicazione del palazzo dei genitori del beato Eldrado a Lambesc. Le sante anime provano qualche consolazione a pensare che la stessa potesse essere l'appartamento particolare abitato da Eldrado durante la sua vita. Bisogna vedere anche una bella testimonianza del ricordo costante dei compatrioti di Eldrado nella cappella di San Pietro, del territorio di Lambesc; cappella romanica, rimaneggiata in parte nel settembre 1580. Un buon quadro della scuola di Vanloo orna l'altare del beato Eldrado a Lambesc; ma questo quadro, sebbene edificante, deve meno piacere sotto il rapporto del soggetto di quello dell'altare del villaggio di Venaux nella valle della Novalesa.
Il pittore italiano ha rappresentato con felicità Eldrado avendo davanti a sé un gran numero di infelici ai bisogni più urgenti, e, in prima linea, una madre che porta il suo bambino morto tra le braccia. Il quadro di Venaux è servito, a suo tempo, da modello per un'immagine incisa all'acquaforte e per una bellissima medaglia in bronzo, che, molto diffuse dapprima, l'una e l'altra, sono molto rare ora. I Benedettini della Novalesa hanno avuto l'attenzione di far riprodurre l'immagine dalla litografia, Torino, 1845. Si proponevano di rendere lo stesso servizio ai fedeli per quanto riguarda la medaglia, nel momento in cui la Rivoluzione italiana li ha costretti ad abbandonare il loro monastero.
In memoria delle virtù di Eldrado, il suo nome non ha cessato di essere preso al battesimo, in Piemonte e in Provenza, dall'epoca in cui è stato dichiarato Beato fino ad oggi.
La festa di Eldrado è sempre stata celebrata nella valle della Novalesa, e a Lambesc, il 13 marzo, vale a dire il giorno della sua morte che sarebbe stato quello del suo ingresso nel cielo.
Il Padre Terraris, nel suo *Catalogue dei Santi d'Italia: Milano*, 1613, indica la festa di Eldrado come fissata molto anticamente dai Benedettini, al 13 marzo. Il Padre Ducelino, autore del *Menologio benedettino*, Torino, 1655, e gli Olandisti assegnano al 13 marzo la festa del beato Eldrado, Jean Molanus, nelle sue aggiunte al martirologio di Umberto, porta questa festa allo stesso giorno. Fino a questi ultimi tempi, le popolazioni della valle della Novalesa sono state nell'uso di accorrere in folla all'abbazia, non solo il 13 marzo, ma anche il giorno della seconda festa di Pasqua che corrisponde a qualche traslazione o relazione delle reliquie di Eldrado. Non si deve lasciar ignorare ugualmente che è sempre stato a cuore agli abitanti di questa valle poter portare la cassa del beato Eldrado ogni anno attorno al loro territorio in occasione delle Rogazioni. Un ufficio particolare di Eldrado fu composto verso l'anno 1010; ufficio che era nella sua interezza nel tomo III del Sanctorale della Novalesa e in un antico messale dell'abbazia. Dom Rocher e Dom Carretto che, entrambi, avevano promesso di pubblicare questo ufficio, non hanno mantenuto il loro impegno. È quasi in modo accidentale che Dom Rocher, nel suo libro intitolato: *Gloires de l'abbaye de la Novalèse*, pagine 103, 112, 120, 121 e 122, dà alcune parti di responsori, inni e orazioni che sono di natura a far rimpiangere il resto di quest'opera primitiva. Dom Rocher ha ancora, quasi senza volerlo, il merito di dare, secondo il *Sanctorale*, lezioni che non si trovano nella raccolta degli atti del beato Eldrado, trasmessa agli Olandisti da Turinetto. Questo ufficio proprio, molto antico, in uso alla Novalesa, è segnalato da Ducelino, pagina 194, del suo *Menologio benedettino*, e da Terraris, nel suo *Catalogue dei Santi d'Italia*. Roma approvò un ufficio proprio del beato Eldrado, nel 1782, e fissò la sua festa al 13 marzo come di precetto per la valle della Novalesa, il che fu mantenuto fino al 1792. Dopo il ritorno dei Benedettini alla Novalesa, il culto del beato Eldrado, avendo ripreso con fervore, un decreto di Pio VII, del 2 ottobre 1821, ha autorizzato, per il 13 marzo, la festa alla quale, lo stesso anno, è stato assegnato il rango di seconda classe. Per concessione di Leone XII, del 12 aprile 1825, l'ufficio proprio del beato Eldrado è stato regolato. Finalmente, sotto Pio IX, una decisione della congregazione dei riti, del 9 dicembre 1832, su richiesta del vescovo di Susa, eleva la festa dal rango di seconda classe al rango di prima classe per la valle della Novalesa.
L'ufficio e il decreto sono stati stampati a Susa da Gutti nel 1853.
Fonti e storiografia
La vita del santo è documentata dalla Cronaca della Novalesa e da vari lavori di eruditi benedettini e storici provenzali.
Una vita di Eldrado fu scritta subito dopo la sua morte da un monaco della Novalesa, che aveva visto e udito ciò che riportava. — Questo primo lavoro, attualmente perduto, era sotto gli occhi dell'antico autore che rielaborò gli Atti di Eldrado molto lucidamente nella cronaca della Novalesa. — Duchesne, Le Cointe, Muratori e altri, citando questa cronaca, la dichiarano molto mutilata e constatano che fu scritta prima del 1030. — Quando la cronaca era appena stata scritta per quanto riguarda sant'Eldrado, fu fatto di questa parte un riassunto per servire al suo ufficio fin dall'anno 1045. — La riunione parziale delle lezioni di questo ufficio ha formato la vita di Eldrado, che G. F. Turinetto spedì, nel 1854, alle richieste archivi della corte di Savoia, a Torino, e che fu pubblicata nel 1755 dai Bollandisti, t. II di marzo, p. 233 e segg. — È ancora la stessa vita che si trova nel Monumenta historiae patriae, Torino, 1848. — Secondo la vita del 1848, ma soprattutto con l'aiuto della cronaca non ancora mutilata, un monaco della Novalesa scrisse molto anticamente una vita di Eldrado abbastanza estesa, nel tomo IV del Sanctorale della Novalesa o raccolta di vite dei Santi, ad uso particolare dell'abbazia. — Il Sanctorale della Novalesa, oggi introvabile, è servito a Dom Rocher per la vita di Eldrado da lui data in francese, p. 90 e segg. del suo libro La gloire de l'abbaye de la Novalèse, Chambéry, 1670. — Approfittando del Sanctorale della Novalesa meglio di Dom Rocher, Dom Carretto ha pubblicato, in italiano, una vita di Eldrado molto edificante e molto notevole: Vita e miracoli di S. Eldrado, Torino, 1698. — Si devono citare solo per memoria le belle pagine che Gioffredo dedica a sant'Eldrado, nella sua Storia delle Alpi Marittime, poiché Gioffredo, la cui opera, scritta in italiano, è rimasta a lungo manoscritta prima di trovare posto nel tomo VIII del Monumenta historiae patriae, Torino, 1848, non ha avuto altro scopo che quello di cercare di sottrarre alla Provenza la culla di Eldrado, e di far così compiere a questo beato la sua vita intera negli Stati Sardi. — Le vere informazioni critiche sulla vita di Eldrado sono fornite dal canonico Galimia, nel tomo III, p. 196 e segg., della sua preziosa opera: Vita dei santi degli stati della regia casa di Savoia, che, pubblicata nel 1764, era stata scritta prima dell'anno 1757. — Galimia localizza a Lambesc la nascita di Eldrado e fissa la sua morte all'875. — Si deve, per tutto ciò che riguarda il beato Eldrado, consultare Mabillon, Annales hagiographicae, t. II, annotazioni per l'anno 874 più particolarmente. — Un piccolo manuale, ora introvabile, e che, ben prima del 1799, era stato stampato per l'uso dei priori di Saint-Pierre de Lambesc, presentava in poche parole la vita di Eldrado. — Una notizia interessante su sant'Eldrado è stata consegnata da Achard nel Dictionnaire des hommes illustres de Provence, t. III, p. 257 e 258, Marsiglia, 1786. — Vi sono anche buone informazioni su sant'Eldrado nella Statistique des Bouches-du-Rhône del 1820, t. III, p. 293. — M. Reinard, dell'Istituto, originario di Lambesc, ha inserito una nota su sant'Eldrado nel suo libro dell'Invasion des Sarrasins, p. 163 e 164, Parigi, 1834. — Una vita di sant'Eldrado molto abbreviata fa parte di una raccolta di preghiere pubblicata ad Aix, 1837, da M. d'Isoard, nativo di Lambesc. — Questa stessa raccolta, allo scopo di popolarizzare la vita di Eldrado, è stata ristampata a Torino, nel 1851, a cura dei Benedettini della Novalesa. — La biografia che diamo qui è stata scritta dal marchese Jessé-Charleval, e ci è stata comunicata dall'abate Ant. Ricard, canonico onorario, direttore della Semaine religieuse de Marseille.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Nascita a Lambesc alla fine dell'VIII secolo
- Distribuzione dei suoi beni ai poveri dopo la morte dei genitori
- Ingresso nel monastero della Novalesa nell'814
- Elezione ad abate della Novalesa nell'844
- Fondazione di ospizi al Moncenisio e al Lautaret
- Morto all'età di 94 anni
Miracoli
- Espulsione miracolosa dei serpenti al Lautaret
- Guarigione di un muto, di uno zoppo e di un lebbroso
- Resurrezione di diversi defunti
- Cessazione di malattie contagiose tramite la preghiera
Citazioni
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Juxta mensuram, mercedem crede futuram
Parole di Heldrad ai suoi monaci