Papa di origine siriana nell'VIII secolo, Zaccaria fu un grande pacificatore che salvò Roma dalle invasioni longobarde grazie alla sua diplomazia. Sostenne attivamente San Bonifacio nell'evangelizzazione della Germania e giocò un ruolo decisivo nell'avvento della dinastia carolingia in Francia. Riconosciuto per la sua dolcezza e carità, riscattò schiavi e convertì diversi sovrani alla vita monastica.
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SAN ZACCARIA, PAPA
Origini e carattere
Zaccaria, originario della Siria e monaco benedettino, accede al pontificato in un contesto di tensioni con i Longobardi, distinguendosi per la sua mitezza e carità.
« Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio! » Seguendo l'esempio di san Zaccaria, dobbiamo adempiere all'ufficio di pacificatori ogni volta che se ne presenti l'occasione, anche solo tra due persone.
Zaccar ia, nati Zacharie Papa che concesse l'esenzione a Fulda. vo della Siria, canonico regolare, poi monaco benedettino, creato prete cardinale da Gregorio II, era figlio di Polychronius. Dotato delle più rare qualità dello spirito e del cuore, educato con grande cura nella pietà e nelle scienze, passò in Italia nell'VIII secolo e fu ammesso nel clero romano in un tempo in cui la città di Roma era molto soggetta agli allarmi dei Longobard i. Liutpr Luitprand Re dei Longobardi in Italia. ando, che regnava su questi barbari in Italia da molto tempo, essendosi già avanzato una volta con il suo esercito per assediare Roma, ne era stato distolto da papa Gregorio II; si era persino riconciliato così bene che, come pegno della sua buona intesa, aveva offerto una croce d'argento e una corona d'oro alla tomba di san Pietro. Ma, dieci anni dopo, questo principe, mal soddisfatto della protezione che papa Gregorio III dava a Trasimondo, duca di Spoleto, venne a porre l'assedio davanti a Roma, e non se ne ritirò se non dopo che le sue truppe ebbero saccheggiato la chiesa di San Pietro, che i Goti avevano un tempo rispettato. Le cose erano in questo stato quando Gregorio, dopo aver chiesto soccorso a Carlo Martello, in Francia, contro Liutprando, che aveva ancora in seguito devastato le terre della Chiesa, lasciò la Sede vacante con la sua morte. Non si dovette deliberare molto sulla scelta del successore da dargli. Si aveva bisogno di un uomo che avesse la prudenza e la moderazione necessarie per ristabilire gli affari della Chiesa e dello Stato in Italia. È ciò che si trovava nel prete Zaccaria, di cui si conoscevano la virtù e la capacità. L'innocenza della sua vita e l'integrità dei suoi costumi erano accompagnate da una bontà naturale e da una dolcezza che incantavano tutti. Mai lo si era sorpreso nel minimo impeto: sempre pieno di carità per tutti, lo si era visto disposto a rendere il bene per il male in ogni incontro, e, quando divenne papa, lungi dal vendicarsi di coloro che lo avevano perseguitato, volle vincerli solo con i benefici.
Diplomazia con Liutprando
Sin dalla sua elezione nel 741, Zaccaria negozia con il re Liutprando a Terni, ottenendo la restituzione di città e la liberazione di prigionieri con la sola forza della sua persuasione.
Fu consacrato il 19 novembre dell'anno 741, nove giorni dopo la morte del suo predecessore e nove giorni prima della sua sepoltura. Il disordine in cui trovò gli affari pubblici al suo avvento gli fece giudicare che dovesse iniziare col porvi rimedio, per poter poi regolare quelli della Chiesa con maggiore facilità. Risoluto a esporsi a tutto per la salvezza del suo popolo, inviò dapprima un nunzio con lettere piene di civiltà al re Liutprando, che ne fu così toccato che, avendo concepito molta stima e rispetto per questo nuovo Pontefice, apparve addolcito e interamente propenso ad acconsentire a tutto ciò che gli sarebbe stato proposto da parte sua. Zaccaria seppe approfittare di queste felici disposizioni. Si recò egli stesso, accompagnato dai principa li me Terni Luogo dello storico incontro tra Zaccaria e Liutprando. mbri del suo clero, a incontrare il re a Terni, in Umbria. Questo principe, avendone avuto notizia, inviò i primi signori e ufficiali della sua corte incontro a lui, e lo ricevette con tutti gli onori immaginabili. Stipulò con lui un trattato di pace tanto vantaggioso quanto si potesse desiderare: rilasciò tutti i suoi prigionieri e restituì alla Santa Sede le città che aveva preso nel ducato di Roma e sulle terre della Chiesa. Il giorno seguente, che era una domenica, il re volle assistere, con la sua corte e i suoi ufficiali, alla consacrazione di un vescovo che il Papa doveva compiere nella chiesa di San Valentino di Terni. La santità della cerimonia e molto più ancora quella delle preghiere che vi fece, toccò così vivamente i Longobardi che la maggior parte non poté ascoltarle senza versare lacrime; e la pietà che egli mostrò in tutta questa azione, eccitò nel cuore di molti sentimenti di devozione per Dio e di rispetto per la Chiesa. Il Papa, all'uscita da questa cerimonia, invitò a pranzo il re, che vi ricevette la sua benedizione e che testimoniò di non essersi mai trovato a un pasto migliore. Lo fece poi riaccompagnare onorevolmente dal duca di Chiusi, suo nipote, e da altri signori di rilievo: essendo stato il trattato poi fedelmente eseguito, Zaccaria ordinò preghiere pubbliche a Roma, per rendere grazie a Dio del successo di tutta questa faccenda.
Intervento per Ravenna
Il Papa si reca a Pavia per proteggere Ravenna dall'oppressione longobarda, un viaggio segnato da segni miracolosi e da un importante successo diplomatico.
I popoli d'Italia, vedendo il grande credito che si era guadagnato presso Liutprando, cercarono con premura la sua mediazione e il suo favore presso quel principe. Zaccaria cercò sempre di impiegarlo in modo che il successo potesse tornare a gloria di Dio e a vantaggio della Chiesa. Con questo intento, intraprese l'opera di spegnere la guerra che era divampata tra gli abitanti di Ravenna e quel re, e di rico Ravenne Città natale del santo e luogo della sua ultima missione. nciliarli con lui. Vedendo l'oppressione violenta in cui Liutprando li teneva, non temette di esporsi alle fatiche di un lungo viaggio e di andarlo a trovare a Pavia, per ottenere con la sua presenza ciò che non aveva potuto ottenere da lui tramite il suo nunzio e le sue lettere.
Avendo quindi lasciato il governo di Roma al patrizio Stefano, corse, come il buon pastore, a riscattare quelle delle sue pecore che stavano per perire. Era nel pieno dell'estate. Si osservò che da Roma a Ravenna una nube lo proteggeva dagli ardori del sole durante il giorno, e che da Ravenna a Pavia, questa nube appariva preceduta da battaglioni armati. L'esarca (si chiamava così il prefetto che governava Ravenna in nome dell'imperatore di Costantinopoli) venne incontro al santo Pontefice fino a diciassette miglia dalla città, dove lo condusse. Tutto il popolo di Ravenna, uomini, donne, bambini, andò ad incontrarlo e lo ricevette tra le lacrime e le azioni di grazie, gridando: «Benedetto sia il nostro pastore che ha lasciato le sue greggi ed è venuto a liberarci, noi che stavamo per perire!»
Da Ravenna, il Papa inviò due deputati a Liutprando, per annunciargli il suo arrivo imminente. Ma il re, determinato a non concedere nulla, rifiutò persino di dar loro udienza. «Dovrà dunque», esclamò il Longobardo, «l'importunità di un prete, di un vecchio, venire sempre a turbare i miei trionfi?» Questa ostinazione, di cui fu informato nella notte, non scoraggiò affatto il santo Pontefice; disprezzando il pericolo e confidando in Cristo, uscì arditamente da Ravenna, entrò nelle terre dei Longobardi e arrivò sulle rive del Po, il 28 giugno. Il re inviò i suoi grandi per riceverlo e condurlo a Pavia. Ma poiché era la vigilia di San Pietro, il Papa andò alla chiesa di quel Santo, che era fuori dalla città, e vi celebrò la preghiera di nona, con la santa messa. Il giorno seguente, giorno stesso della festa, vi celebrò la messa solenne, su richiesta del re. Lì, essendosi salutati, mangiarono insieme e tornarono in città. Il giorno dopo la festa, invitato dal re a recarsi al palazzo, dove fu ricevuto con i massimi onori, il santo uomo lo pregò di non inviare più le sue truppe nella provincia di Ravenna, ma al contrario, di restituirgli le città che aveva preso, in particolare Cesena. Il re resistette a lungo; ma infine acconsentì a restituire a Ravenna tutto il territorio che aveva in precedenza, e i due terzi del territorio di Cesena, conservando, per sua sicurezza, l'altro terzo e la città fino al 1° luglio dell'anno successivo, affinché i suoi ambasciatori avessero il tempo di tornare da Costantinopoli. Alla partenza del Papa, il re lo accompagnò fino al Po, e lasciò presso di lui diversi signori, con l'ordine di seguirlo a Ravenna e di far uscire le guarnigioni longobarde dai luoghi che restituiva.
In tutte queste congiunture, vediamo i popoli d'Italia, con i loro magistrati, sia imperiali che altri, ricorrere al Pontefice romano come alla loro unica salvezza, e questo Pontefice non tradire la loro fiducia. Solo e senza armi, disarma con la parola e la persuasione i principi e i re. Certamente, se c'è un modo per diventare sovrano legittimo di un paese, è questo. Almeno, così giudicano il buon senso e la riconoscenza dei popoli salvati.
Riforma e missione in Germania
Zaccaria sostiene attivamente san Bonifacio nell'organizzazione della Chiesa in Germania, dirimendo questioni teologiche sul battesimo ed errori dottrinali.
Ritornato a Roma nel mese di luglio, vi celebrò di nuovo la grande festa di san Pietro e san Paolo, sebbene l'avesse già solennizzata il 28 e 29 giugno a Pavia, alla presenza del re e della sua corte. Vi unì preghiere pubbliche per la liberazione del popolo di Ravenna, a causa delle notizie ricevute sull'infedeltà con cui Liutprando sembrava mancare alla parola data. Pochi giorni dopo, si apprese la morte di questo principe, il cui successore Ildebrando, che era suo nipote, fu cacciato sette mesi dopo dagli stessi Longobardi, poiché era malintenzionato quanto lo zio verso la pace dell'Italia. Elevarono al trono al suo posto Rachis, duca del Friuli, al quale Zaccaria inviò subito un nunzio per congratularsi e per cercare di indurlo a intraprendere vie di pacificazione. Il nuovo re si arrese interamente a queste rimostranze e stipulò una pace di vent'anni con tutta l'Italia.
Essa servì al santo Papa per ristabilire l'antico volto della Chiesa, per porre rimedio ai disordini che si erano insinuati con la guerra e le calamità pubbliche, per riformare i costumi del clero e del popolo e per far rifiorire la disciplina. Ricostruì o adornò diverse chiese e altri edifici di pietà a Roma, e fece altri stabilimenti utili alla religione, che furono frutti della pace che aveva procurato ai popoli. La sua sollecitudine e le sue cure si estesero allo stesso tempo nelle province più lontane della cristianità. In Occidente, assecondò potentemente lo zelo di san Bonifacio, l'apostolo della Ger mania, e gli i saint Boniface Apostolo dei Germani e modello di Willehald. nviò la decisione su diversi punti sui quali lo aveva consultato, con vari regolamenti sulla condotta che doveva tenere nel suo apostolato.
Tra le altre cose, confermò l'erezione di tre vescovadi stabiliti da san Bonifacio; confermò poi l'erezione dell'arcivescovado di Magonza, al quale lo stesso san Bonifacio diede come suffraganei i vescovi di Tongres, Colonia, Worms, Spira e Strasburgo. Bonifacio consultava Zaccaria con la più completa sottomissione; talvolta, in Germania, sacerdoti poco istruiti amministravano il battesimo con formule scorrette, e ne citava degli esempi. Zaccaria rispose che bisognava considerare valido un battesimo nel quale il sacerdote avesse anche pronunciato parole prive di senso e di chiarezza: l'intenzione di fare ciò che fa la Chiesa è sufficiente.
San Bonifacio, nella sua corrispondenza intima con il Papa, si lamentava che un sacerdote, di nome Virgilio, lavorasse per seminare divisione tra lui e Odilone, duca di Baviera, e che, oltre a ciò, insegnasse diversi errori, i principali dei quali erano che esistesse un altro mondo, altri uomini sotto la terra; un altro sole, un'altra luna. Zaccaria rispose che bisognava deporlo se avesse persistito nell'insegnare simili errori. Ma si avrebbe torto a concludere da questa risposta, come hanno fatto alcuni scrittori moderni, che il santo Pontefice condannasse il sentimento di coloro che ammettevano gli antipodi; egli aveva in vista certi eretici che sostenevano l'esistenza di una razza di uomini che non discendevano da Adamo e che non erano stati redenti da Gesù Cristo. D'altronde non pronunciò alcun giudizio in questa occasione, poiché ordinò a Virgilio di venire a Roma, affinché si esaminasse la sua dottrina. Vi è ogni apparenza che Virgilio si giustificò, poiché fu eletto poco tempo dopo vescovo di Salisburgo.
Carità e relazioni orientali
Il Papa si distinse per il riscatto di schiavi a Venezia e mantenne relazioni diplomatiche con l'imperatore iconoclasta Costantino Copronimo.
Il santo Papa nutriva una tenera carità per gli infelici. Avendo appreso che dei mercanti veneziani avevano acquistato degli schiavi a Roma per rivenderli ai Mori d'Africa, dapprima rimproverò loro un traffico così ingiurioso per l'umanità e per la religione, e in seguito pagò la somma richiesta per restituire la libertà a tutti quegli schiavi. Adornò la città di Roma con diverse magnifiche chiese, fece un gran numero di fondazioni a favore dei poveri e dei pellegrini, e assegnò un reddito annuo molto considerevole per il mantenimento delle lampade della chiesa di San Pietro.
In Oriente, lavorò, con la sua dolcezza, per gestire, a favore della Chiesa, lo spirito difficile dell'imperatore Costantino Copronimo, che si era reso nemico delle sante immagini. Questo principe, sebbene ostinato nella sua empietà, mostrò molta considerazione per Zaccaria, e gli accordò volentieri ciò che aveva chiesto in particolare per la Chiesa romana. Il Papa tenne diversi sinodi a Roma, fin dall'inizio del suo pontificato: lavorando senza sosta agli affari della Chiesa con un'applicazione infaticabile, ora con i vescovi suoi vicini, ora con il clero di Roma, affinché nulla fosse fatto senza cognizione di causa e con molta maturità. In quello che riunì con diversi vescovi, nell'anno 745, rimosse dal corpo della Chiesa due inventori di nuove eresie, chiamati Adalberto e Clemente, che san Bonifacio aveva già condannato; e nell'anno 748, fece lo stesso nei confronti di un terzo, chiamato Sansone, d'Irlanda. Sebbene vegliasse ugualmente su tutte le chiese della terra, sembrava farlo ancora più particolarmente su quelle che san Bonifacio e gli altri operai evangelici avevano recentemente fondato in Germania: e si vede che non vi sono affari di cui si parli di più nella maggior parte delle lettere che ci sono rimaste di lui. Tra tante occupazioni, non mancò di trovare ancora il tempo di tradurre in greco i Dialoghi di san Gregorio Magno.
Conversioni di principi
Zaccaria riceve la rinuncia al mondo di Carlomanno d'Austrasia e del re longobardo Rachis, che abbracciano entrambi la vita monastica a Montecassino.
Si è soliti annoverare, tra le circostanze più gloriose del pontificato di san Zaccaria, la folgorante conversione di due principi, conversione di cui egli fu strumento e ministro. Il primo fu Carlomanno, maggiordomo di palazzo d'Austrasia, figlio di Carlo Martello e fratello maggiore di Pipino, che fu, poco tempo dopo, eletto re di Francia. Questo principe, che portava il titolo di duca dei Franchi e che condivideva con il fratello tutto il potere regale, dopo aver mantenuto lo Stato con il suo valore e la disciplina della Chiesa con il suo zelo, rinunciò al secolo tutto d'un tratto, venne a Roma per ricevere la tonsura dalle mani del santo Papa, si ritirò in seguito sul monte Soratte, dove costruì un monastero in onore di san Silvestro, e pass ò di lì a M mont Cassin Abbazia riformata da Urbano V, che la considera come sua seconda fondazione. ontecassino, dove abbracciò l'istituto e la regola di san Benedetto. L'altro principe fu Rachis, re dei Longobardi, che, dopo aver rotto la pace e posto l'assedio davanti a Perugia, fu non solo distolto dal suo disegno da papa Zaccaria, ma anche così sinceramente convertito a Dio che, su suo consiglio, scese dal trono e si ridusse volontariamente allo stato di vita privata per servire Dio. L'impressione che i rimproveri del Santo fecero sul suo spirito, completò in seguito l'opera di una conversione così rara e di così grande esempio. Rachis volle lasciare tutto per seguire Gesù Cristo; ma sua moglie, Tasia, e sua figlia, Ratrude, toccate come lui dal disprezzo del mondo, non poterono lasciarlo. Vennero dunque insieme a Roma, dove Zaccaria diede la tonsura a Rachis con l'abito monastico, che anche sua moglie e sua figlia presero dalle sue mani, e li inviò tutti e tre al monastero di Montecassino.
La successione franca
Consultato da Pipino il Breve, Zaccaria legittima il cambio di dinastia presso i Franchi, favorendo colui che detiene il potere effettivo rispetto al titolo nominale.
Fu in questo stesso periodo che P Pépin Re dei Franchi la cui ascesa al trono fu sostenuta da Burcardo. ipino, maestro di palazzo, che era il padrone della Francia sotto l'ombra e il nome di Childerico III, fece inviare a Roma Burcardo, vescovo di Würzburg in Franconia, e il suo cappellano Fulrado, abate di Saint-Denis, per consultare il santo Papa sul disegno che avevano i Franchi di porgli la corona sul capo. Zaccaria, pensando a procurare una potente protezione alla Santa Sede contro i Longobardi, con i quali i Romani non potevano essere al sicuro, non si accontentò di approvare la scelta dei Franchi, ma esortò segretamente Pipino a non rifiutare una corona che la Provvidenza gli destinava così visibilmente. La risposta che diede alla consultazione dei signori franchi su questo argomento, sebbene in termini generali, servì molto a determinarli. Infatti, senza parlare né di deporre Childerico né di eleggere Pipino, mandò loro a dire che «la cosa migliore era che colui che aveva tutto il potere fosse re». Non occorse altro a Pipino, che seppe ben far valere questa risposta del santo Papa. Ognuno la prese per un'approvazione, o almeno per un consenso; si guardò all'elezione di Pipino come all'opera del cielo; si fece consacrare l'anno seguente a Soissons da san Bonifacio, arcivescovo di Magonza. Questa unzione reale avvenne solo il primo giorno di maggio; e il nostro santo Papa era morto già il 3 marzo precedente, dopo dieci anni, tre mesi e quattordici giorni di pontificato. Il giorno della sua sepoltura, che avvenne il 15 marzo nella chiesa di San Pietro, è quello in cui la Chiesa onora la sua memoria.
Lo si rappresenta mentre riveste dell'abito religioso Rachis, re dei Longobardi. I Bollandisti hanno fornito il suo ritratto nel loro volume supplementare, chiamato Lui, che è un sacerdote del mio clero. Egli ha affari segreti da comunicare da parte mia alla Vostra Pietà soltanto, tanto a voce quanto per iscritto».
Tra queste cose segrete sulle quali san Lui era incaricato da san Bonifacio di consultare il papa Zaccaria a voce, e sulle quali il Papa diede, ugualmente a voce, la sua risposta, si congettura con abbastanza fondamento che si trattasse di validare e chiudere una rivoluzione politica che si preparava da lunghi anni tra i Franchi, ovvero: un cambio di dinastia. In origine, la corona dei Franchi era piuttosto elettiva che ereditaria. Childerico, padre di Clodoveo, essendosi reso odioso per le sue dissolutezze, i Franchi lo cacciarono dal trono e dal regno, e scelsero unanimemente come re il romano Egidio, che regnò solo per otto anni. Allora, avendo appreso che Childerico era diventato più saggio, lo pregarono di tornare dalla Turingia, dove era fuggito, e lo ristabilirono nella regalità; in modo che lui ed Egidio regnavano insieme (Greg. Tur., l. II, c. 12). Questo fatto, attestato da san Gregorio di Tours, ci mostra che, in origine, i Franchi potevano scegliersi re non solo di un'altra famiglia, ma anche di un'altra nazione. Dopo Clodoveo, che aveva avuto la precauzione di far perire tutti i suoi altri parenti, li si sceglieva tra i suoi discendenti. Questi, essendo prontamente degenerati ed essendo diventati del tutto nulli, i Franchi non potevano fare una seconda volta ciò che avevano fatto una prima, darsi un re di un'altra famiglia, o anche di un'altra nazione? Scegliere un re che lo era già di fatto, e al quale mancava solo il nome? È da credere che san Bonifacio consultò confidenzialmente il papa san Zaccaria su questa importante questione prima che gliela si proponesse ufficialmente.
«L'anno 751, Burcardo, vescovo di Würzburg, e il sacerdote Fulrado, cappellano, furono inviati a Roma al papa Zaccaria, per consultare il Pontefice sui re che esistevano allora in Francia, e che avevano solo il nome di re, senza alcuna potenza reale. Per loro, il Pontefice mandò a dire che valeva meglio che fosse re colui che aveva la potenza sovrana; e avendo dato la sua autorizzazione, ordinò che Pipino fosse stabilito re. L'anno dopo, seguendo la sanzione del Pontefice romano, Pipino fu chiamato re dei Franchi, consacrato a tal fine dalla mano del santo Martire, l'arcivescovo Bonifacio, e, secondo l'usanza dei Franchi, elevato sul trono nella città di Soissons. Quanto a Childerico, che portava il vano titolo di re, gli furono tagliati i capelli e fu relegato in un monastero». Ecco ciò che Eginardo, condiscepolo e poi segretario del figlio di Pipino, Carlo Magno, racconta negli Annali dei Franchi (Eginh., Annal. ad an. 749 et 750). Un autore contemporaneo, il continuatore di Fredegario, la riporta in questi termini: «Allora, col consiglio e col consenso di tutti i Franchi, e con l'autorizzazione della Sede apostolica, l'illustre Pipino, per elezione di tutta la Francia, la consacrazione dei vescovi e la sottomissione dei principi, fu elevato alla regalità, con la regina Bertrada, secondo le antiche usanze (Fredeg., Contin. ann. 132)». Le altre annali e cronache riportano la stessa cosa di questi due scrittori, e spesso negli stessi termini. Gli annali di Xanten, città sul Reno, sotto Colonia, dicono più brevemente: «Pipino, eletto re secondo l'usanza dei Franchi, è consacrato da san Bonifacio, vescovo di Magonza (Pertz., Monumenta Germania, t. II, p. 221)».
Ora, cosa pensare della condotta dei Franchi e della decisione del papa Zaccaria? Citeremo il parere di tre uomini competenti. Ecco come Bossuet riassume questo fatto: «In una parola, il Pontefice è consultato, come in una questione importante e dubbia, se sia permesso dare il titolo di re a colui che ha già la potenza reale. Egli risponde che ciò è permesso. Questa risposta, partita dall'autorità più grande che sia al mondo, è guardata come una decisione giusta e legittima. In virtù di questa autorità, la nazione stessa toglie il regno a Childerico e lo trasporta a Pipino. Poiché non ci si rivolse al Pontefice affinché togliesse o desse il regno, ma affinché dichiarasse che il regno doveva essere tolto o dato da coloro che giudicava ne avessero il diritto (Defensio, t. II, c. 34)».
Fénelon si applica nello stesso senso. Egli riconosce formalmente che la potenza temporale viene dalla nazione; suppone che la nazione abbia il diritto di eleggere e di deporre i suoi re; poiché osserva che, nel Medioevo, i vescovi erano diventati i primi signori, i capi del corpo di ogni nazione per eleggere e deporre i sovrani (Oeuvr. compl. de Fénelon. Versailles, t. XIII, p. 384). Egli riconosce che, per agire in sicurezza di coscienza, le nazioni cristiane consultavano in questo caso il capo della Chiesa, e che il Papa era tenuto a risolvere questi casi di coscienza, per la ragione che egli è il dottore e il pastore supremo. «Il papa Zaccaria», dice, «rispose solo alla consultazione dei Franchi, come il principale dottore e pastore, che è tenuto a risolvere i casi particolari di coscienza, per mettere le anime in sicurezza (Ibid., t. II, p. 382)». — «Così la Chiesa non destinava, né istituiva i principi legittimi; essa rispondeva solo alle nazioni che la consultavano su ciò che tocca la coscienza, sotto il rapporto del contratto e del giuramento. Non è quella una potenza giuridica e civile; ma solo direttiva e ordinativa, tale che l'approva Gerson (Ibid., t. II, p. 384)».
Ecco ciò che dice Chateaubriand, al seguito di Bossuet e di Fénelon: «Trattare da usurpazione l'avanzamento di Pipino alla corona, è una di quelle vecchie menzogne storiche che diventano verità a forza di essere ridette. Non vi è alcuna usurpazione là dove la monarchia è elettiva, come si è già notato; è l'ereditarietà che, in questo caso, è un'usurpazione. Pipino fu eletto col parere e col consenso di tutti i Franchi: queste sono le parole del primo continuatore di Fredegario. Il papa Zaccaria, consultato da Pipino, ebbe ragione di rispondere: Mi sembra buono e utile che colui sia re, senza averne il nome, o la potenza, di preferenza a colui che, portando il nome di re, non ne conserva l'autorità». (Études histor., t. III, p. 213).
Morte e culto
Zaccaria muore nel marzo 752 dopo dieci anni di pontificato e viene sepolto in San Pietro; è tradizionalmente rappresentato con il re Rachis.
taire di maggio, e Ciaconius nella sua *Vita dei Pontefici romani*. Si preferisce l'incisione adottata dai primi a quella data dal secondo.
Vedi le lettere di san Zaccaria, t. VI, *Conc.* e i Pontificali. Vedi anche Fleury, t. IX, l. XIII, p. 349.
Annessi ed entità collegate
Dati strutturati per l'esplorazione: eventi, miracoli, citazioni, luoghi, attributi, patronati ed entità importanti citate nel testo.
Eventi principali
- Elezione al pontificato il 19 novembre 741
- Negoziazione di pace con il re longobardo Liutprando a Terni
- Intervento diplomatico a Ravenna e Pavia
- Sostegno all'apostolato di san Bonifacio in Germania
- Riscatto di schiavi cristiani venduti ai Mori
- Autorizzazione al cambio di dinastia in Francia a favore di Pipino il Breve
- Conversione dei principi Carlomanno e Rachis alla vita monastica
Miracoli
- Una nube lo protegge dal sole tra Roma e Ravenna
- Nube preceduta da battaglioni armati tra Ravenna e Pavia
Citazioni
-
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio!
Vangelo (citato nell'introduzione) -
La cosa migliore era che colui che deteneva tutto il potere fosse re.
Risposta ai signori franchi